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L’inchiesta operaia nei microterritori

Tradate. Ristrutturazione del mercato del lavoro e nuova composizione di classe

Ricer­ca con­dot­ta da Ser­gio Bian­chi per con­to del­la segre­te­ria Fim-Cisl Vare­se-Laghi (1991)

Que­sta ricer­ca mi fu com­mis­sio­na­ta trent’anni fa da un ambi­to sin­da­ca­le del mio ter­ri­to­rio di ori­gi­ne. Nel cor­so degli anni Set­tan­ta non poche era­no sta­te le pole­mi­che, e anche gli scon­tri, tra la que­sta e le altre aree sin­da­ca­li e la com­po­nen­te poli­ti­ca nel­la qua­le mili­ta­vo. Uno scon­tro inter­no al movi­men­to ope­ra­io, quel­lo isti­tu­zio­na­le e l’altro, il nostro, quel­lo autonomo.

Ma poi, sul fini­re del decen­nio, nei con­fron­ti dei padro­ni per­dem­mo comun­que sia noi che loro, e gli Ottan­ta furo­no gli anni di una ristrut­tu­ra­zio­ne radi­ca­le del mer­ca­to del lavo­ro che ridi­se­gnò la com­po­si­zio­ne di clas­se e poi la socie­tà nel suo com­ples­so, impian­tan­do le con­di­zio­ni mate­ria­li che deter­mi­na­ro­no la rivol­ta leghi­sta lom­bar­da che vedrà la luce pro­prio in que­gli spe­ci­fi­ci luoghi.

L’affido da par­te sin­da­ca­le di una simi­le ricer­ca a un «auto­no­mo», pure giu­ri­di­ca­men­te cri­mi­na­liz­za­to per anni come «ter­ro­ri­sta», anche se poi seguì un hap­py end asso­lu­to­rio, dimo­stra­va, piut­to­sto con­trad­dit­to­ria­men­te, il rico­no­sci­men­to di un sape­re comun­que uti­le alla com­pren­sio­ne di ciò che nel­la real­tà pro­dut­ti­va ter­ri­to­ria­le era anda­to trasformandosi.

D’altra par­te nel­la stes­sa con­tin­gen­za tem­po­ra­le era acca­du­to un altro fat­to che con­tro­ver­ti­va la cri­mi­na­liz­za­zio­ne di quel movi­men­to auto­no­mo. «Biso­gna con­si­de­ra­re che in quei pae­si di pro­vin­cia [nel­la secon­da metà degli anni Set­tan­ta] mes­si tut­ti assie­me costi­tui­va­mo un aggre­ga­to che con­ta­va, com­pre­sa l’aria ami­ca­le varia, 500 per­so­ne (…) Que­sto è signi­fi­ca­ti­vo del­la quan­ti­tà di sog­get­ti con cui sia­mo entra­ti in rap­por­to, al tipo di espan­sio­ne e di real­tà socia­le che rap­pre­sen­ta­va­mo. Facen­do una diva­ga­zio­ne, si pen­si che a distan­za i die­ci anni dal­la repres­sio­ne [nel mag­gio 1990] e dal­le altre cose che han­no azze­ra­to tut­to, comun­que dal­la fine di quell’aggregato con quel­le carat­te­ri­sti­che, un po’ per gio­co e un po’ sul serio alcu­ni di noi han­no dato vita a una lista elet­to­ra­le nel­la cit­ta­di­na di Tra­da­te che ha gua­da­gna­to il 10,5% dei voti, cioè qual­che pun­to in meno del Par­ti­to comu­ni­sta, e una par­te di que­ste per­so­ne ave­va­no vis­su­to anche la sto­ria del­la gale­ra, era­no sta­ti addi­ta­ti come ter­ro­ri­sti (da: Ser­gio Bian­chi, Figli di nes­su­no. Sto­ria di un movi­men­to auto­no­mo, Milieu, Mila­no 2016)».

Quel­la ricer­ca non die­de comun­que cor­so ad alcun suc­ces­si­vo rap­por­to di col­la­bo­ra­zio­ne. A quel­la com­po­nen­te sin­da­ca­le inte­res­sa­va un’analisi con­dot­ta con cri­te­ri ester­ni ai suoi ambi­ti tra­di­zio­na­li per cer­ca­re di com­pren­de­re le ragio­ni del­la pro­gres­si­va cri­si di rap­pre­sen­tan­za che sta­va scon­tan­do, a me (a noi), ser­vi­va piut­to­sto per veri­fi­ca­re una serie di ipo­te­si che in quel perio­do anda­va­no matu­ran­do in ambi­ti di rifles­sio­ne inter­ni alla ripre­sa di quel lavo­ro teo­ri­co che assu­me­rà negli anni suc­ces­si­vi la nomi­na­zio­ne, non so quan­to appro­pria­ta, di post-operaismo.

Del­la ricer­ca in que­stio­ne non ven­go­no qui ripro­dot­te le par­ti rela­ti­ve ai dati statistici.

S.B.

1) POTERE OPERAIO : spunti di riflessione sul ”gruppo’’ politico e i suoi giornali tra operaismo e autonomia organizzata

Il docu­men­to di pre­sen­ta­zio­ne di que­sta aper­tu­ra riguar­da «mate­ria­li per la for­ma­zio­ne dei qua­dri» ed è trat­to da «Pote­re ope­ra­io», dicem­bre 1971.


Par­te Pri­ma. Che cos’è Pote­re operaio


Den­tro qual­sia­si livel­lo orga­niz­za­ti­vo di Pote­re ope­ra­io deve esse­re inte­ra­men­te pre­sen­te la pro­po­sta
poli­ti­ca che noi rap­pre­sen­tia­mo, il pro­gram­ma poli­ti­co che noi por­tia­mo avan­ti. Dovrem­mo dire che
sia­mo, o meglio che rap­pre­sen­tia­mo, lo svi­lup­po e la cri­si dell’autonomia ope­ra­ia, del­le lot­te di
fab­bri­ca, del­le lot­te socia­li come le abbia­mo cono­sciu­te in que­sti anni in Ita­lia. Alla III Con­fe­ren­za
di orga­niz­za­zio­ne (Roma, set­tem­bre ’71) ci sia­mo defi­ni­ti «Pote­re ope­ra­io per il par­ti­to per
l’insurrezione per il comu­ni­smo». Che cosa vuol dire, oggi, non pro­por­re que­ste cose in modo
for­ma­le e «litur­gi­co» ma affer­ma­re l’attualità di que­ste paro­le d’ordine? Cioè: che cosa vuol dire
oggi in que­sta situa­zio­ne in Ita­lia, dichia­ra­re che il par­ti­to è all’ordine del gior­no, l’insurrezione è
all’ordine del gior­no, il comu­ni­smo è all’ordine del gior­no? Pote­re ope­ra­io come orga­niz­za­zio­ne
nazio­na­le data dal ’69, dal­le lot­te Fiat del ’69, dal­la pre­pa­ra­zio­ne dell’intervento dei grup­pi
rivo­lu­zio­na­ri nei con­trat­ti e con­tri i con­trat­ti; però come ipo­te­si poli­ti­ca pas­sa­ta attra­ver­so
espe­rien­ze suc­ces­si­ve («Qua­der­ni ros­si», «Clas­se ope­ra­ia»), in real­tà risa­le agli ini­zi degli anni
Ses­san­ta. È uti­le sof­fer­mar­si sul­le ipo­te­si di par­ten­za, per vede­re che cosa è cam­bia­to nel­la
situa­zio­ne di clas­se e nei com­pi­ti che ne derivano.


«Rico­stru­zio­ne» e scon­fit­ta di classe


Agli ini­zi del nostro espe­ri­men­to poli­ti­co, l’Italia era alle soglie del cen­tro sini­stra, che era un
ten­ta­ti­vo di lan­cia­re una fase rifor­mi­sta, un nuo­vo cor­so del­lo svi­lup­po capi­ta­li­sti­co nel pae­se. In
que­gli anni, il rilan­cio del­la lot­ta di clas­se in Ita­lia si pre­sen­ta­va indub­bia­men­te pesan­te. A par­ti­re
dal dopo­guer­ra, dagli anni del­la rico­stru­zio­ne, gli ope­rai ave­va­no subì­to per tut­ti gli anni Cin­quan­ta
una scon­fit­ta di clas­se siste­ma­ti­ca, con­ti­nua, pro­gres­si­va all’insegna del­la col­la­bo­ra­zio­ne
all’interesse nazio­na­le, di una par­te­ci­pa­zio­ne alla rico­stru­zio­ne, in una paro­la all’insegna del­la
poli­ti­ca di col­la­bo­ra­zio­ne di clas­se por­ta­ta avan­ti dal Par­ti­to comu­ni­sta e dal­le orga­niz­za­zio­ni
sin­da­ca­li. Gli ope­rai, dagli ini­zi del dopo­guer­ra fino all’inizio degli anni Ses­san­ta, han­no paga­to il
costo di tut­to. La Repub­bli­ca fon­da­ta sul lavo­ro si è costrui­ta alle spal­le degli ope­rai, sul­la pel­le di
milio­ni di disoc­cu­pa­ti, sul­lo sfor­zo pro­dut­ti­vo inten­so e mas­sa­cran­te del­la clas­se ope­ra­ia. All’inizio
degli anni Ses­san­ta , il capi­ta­le ita­lia­no arri­va alle soglie del mira­co­lo, pro­prio per­ché gli ope­rai
han­no lavo­ra­to come bestie e per quin­di­ci anni e han­no lavo­ra­to a sala­ri bas­sis­si­mi. In real­tà per i
padro­ni il «mira­co­lo» c’è sem­pre sta­to; la dif­fe­ren­za è che ora han­no biso­gno – per l’espansione
eco­no­mi­ca – di «rilan­cia­re la doman­da inter­na» (cioè che gli ope­rai abbia­no più sol­di da spen­de­re).
Si sono avu­te negli anni Cin­quan­ta lot­te duris­si­me, ma tut­te con que­sta comu­ne carat­te­ri­sti­ca
dispe­ra­ta e difen­si­va. Lot­te con­tro i licen­zia­men­ti, lot­te per l’occupazione del­le ter­re al Sud (con la
pro­spet­ti­va poi di esse­re stroz­za­ti dal­lo svi­lup­po capi­ta­li­sti­co dell’agricoltura ), lot­te con­tro la
ristrut­tu­ra­zio­ne: lot­te, cioè, tut­te di dife­sa, e dun­que di scon­fit­ta, per­ché se la lot­ta è difen­si­va, vuol
dire che il padro­ne ha in mano l’iniziativa. E per que­ste lot­te l’unica rispo­sta è sta­to il piom­bo e i
man­ga­nel­li di Scel­ba e di Sara­gat. Da par­te ope­ra­ia, l’impotenza poli­ti­ca, l’impotenza orga­niz­za­ti­va
a com­bat­te­re que­ste cose è for­te, dato che negli anni che van­no dal­la repub­bli­ca al ’52–53 il Par­ti­to
comu­ni­sta ha prov­ve­du­to a sman­tel­la­re siste­ma­ti­ca­men­te l’organizzazione comu­ni­sta arma­ta nel­le
fab­bri­che. Il sin­da­ca­to al tem­po stes­so si è guar­da­to bene dall’organizzare gli ope­rai – la lot­ta,
l’insubordinazione ope­ra­ia – nei pun­ti chia­ve del­lo svi­lup­po, per esem­pio alla Fiat. Il sin­da­ca­to si è
guar­da­to bene in que­sti anni di orga­niz­za­re gli ope­rai sui loro inte­res­si mate­ria­li, sui loro inte­res­si
par­ti­co­la­ri di clas­se, osti­li all’interesse gene­ra­le del­la socie­tà ita­lia­na – che è poi l’interesse dei
padro­ni. Inte­res­si osti­li, anta­go­ni­sti­ci a quel­li che sono i cosid­det­ti com­pi­ti del­la rico­stru­zio­ne, che
poi è rico­stru­zio­ne del pote­re capi­ta­li­sti­co, del­lo sfrut­ta­men­to. Cioè, in tut­ti gli anni Cin­quan­ta il
sin­da­ca­to si è guar­da­to bene dal­lo sca­te­na­re del­le lot­te per innal­za­re in Ita­lia il costo del lavo­ro e
met­te­re così in cri­si i pia­ni di sfruttamento.


Pro­get­to rifor­mi­sta, Sta­to pianificato


Ecco, su que­sta scon­fit­ta ope­ra­ia con­so­li­da­ta si chiu­do­no gli anni Cin­quan­ta. All’inizio degli anni
Ses­san­ta però, c’è il segno di una ripre­sa dell’insubordinazione, di una ripre­sa dura, for­te e vio­len­ta
del­la capa­ci­tà di lot­ta degli ope­rai. È pro­prio in que­sti anni che i padro­ni, lo Sta­to, i set­to­ri più
avan­za­ti del capi­ta­le ita­lia­no lan­cia­no un pro­ces­so rifor­mi­sti­co. È quel­lo che si chia­me­rà – nel cie­lo
del­la poli­ti­ca for­ma­le – gover­no di cen­tro-sini­stra, è quel­lo che si chia­me­rà nei dise­gni capi­ta­li­sti­ci
«poli­ti­ca dei red­di­ti». Vuol dire uno Sta­to nel qua­le andrà in dis­sol­ven­za, pas­se­rà in secon­do pia­no
la fac­cia di Scel­ba e ver­rà in pri­mo pia­no la fac­cia di La Mal­fa, Gio­lit­ti e Lom­bar­di. Que­sta scel­ta
poli­ti­ca di avvia­re un pro­ces­so rifor­mi­sti­co, vuo­le dire, addi­rit­tu­ra sti­mo­la­re una ripre­sa di lot­te, il
rilan­cio di una dina­mi­ca sala­ria­le, pur­ché que­sta sia con­trol­la­ta, con­te­nu­ta, equi­li­bra­ta, pur­ché
que­sta dina­mi­ca di lot­te, que­sta spin­ta mas­sic­cia, que­sta richie­sta di aumen­to dei sala­ri, di
tra­sfor­ma­zio­ne del­le con­di­zio­ni di lavo­ro fun­zio­ni da fat­to­re pro­pul­si­vo del­lo svi­lup­po, di
espan­sio­ne dell’economia capi­ta­li­sti­ca. Sono gli anni in cui i capi­ta­li­sti in Ita­lia si ren­do­no con­to
che è neces­sa­rio ope­ra­re un rela­ti­vo miglio­ra­men­to del­la con­di­zio­ne ope­ra­ia: per­ché ope­rai con più
sol­di signi­fi­ca espan­sio­ne dei con­su­mi e sti­mo­lo alla pro­du­zio­ne. I padro­ni in Ita­lia sco­pro­no la
vec­chia poli­ti­ca di Ford, la poli­ti­ca «nuo­va» di Key­nes; la Fiat lan­cia la vet­tu­ret­ta demo­cra­ti­ca e lo
Sta­to le pre­pa­ra le auto­stra­de, le infra­strut­tu­re, per ope­ra­re que­sto sal­to in avan­ti nel­lo svi­lup­po
capi­ta­li­sti­co in Ita­lia. Ora, a che cosa è dovu­to que­sto tipo di pas­sag­gio poli­ti­co, il cen­tro­si­ni­stra e
l’avvio di una espe­rien­za rifor­mi­sta? È dovu­to pro­prio al cam­pa­nel­lo di allar­me di que­sta ripre­sa
mas­sic­cia del­la volon­tà di lot­ta degli ope­rai, che i capi­ta­li­sti regi­stra­no in Ita­lia. L’insurrezione
pro­le­ta­ria del luglio ’60, i pri­mi «gat­ti sel­vag­gi» alla Fiat sono la cam­pa­na d’allarme per i capi­ta­li­sti
in Ita­lia. E quin­di il ceto poli­ti­co, il ceto capi­ta­li­sti­co ita­lia­no più avan­za­to ten­ta di cam­bia­re le car­te
in tavo­la, di ripor­ta­re nel pae­se cer­ti model­li avan­za­ti di svi­lup­po che sono già sta­ti spe­ri­men­ta­ti
negli Sta­ti Uni­ti, a livel­lo di pae­si capi­ta­li­sti­ci avan­za­ti all’interno del mer­ca­to mon­dia­le. È un
ten­ta­ti­vo di anti­ci­pa­re l’iniziativa ope­ra­ia, di pre­di­spor­re gli stru­men­ti poli­ti­co-isti­tu­zio­na­li per­ché il
capi­ta­le abbia una capa­ci­tà di let­tu­ra e di inter­pre­ta­zio­ne dei movi­men­ti di clas­se e dun­que è una
sor­ta di «pre­li­mi­na­re» al rifor­mi­smo, di «leg­ge qua­dro» del rifor­mi­smo. Ecco quin­di che il
padro­na­to più moder­no e più for­te – pub­bli­co e pri­va­to – e il per­so­na­le poli­ti­co più avve­du­to di
par­te capi­ta­li­sti­ca si ren­do­no con­to di come sia neces­sa­rio, pro­prio per man­te­ne­re il con­trol­lo sul­la
for­za lavo­ro, por­ta­re avan­ti una gestio­ne demo­cra­ti­ca del rap­por­to di lavo­ro; far par­te­ci­pa­re gli
ope­rai al pro­get­to di svi­lup­po, inca­na­la­re l’insubordinazione ope­ra­ia ren­den­do­la un ele­men­to
dina­mi­co del siste­ma, supe­ra­re gli squi­li­bri e le con­trad­di­zio­ni attra­ver­so la pro­gram­ma­zio­ne, gli
uffi­ci stu­di, il pia­no, supe­rar­li attra­ver­so la deter­mi­na­zio­ne di una fun­zio­ne del­lo Sta­to come
cer­vel­lo capi­ta­li­sti­co, non solo come poli­ziot­to; supe­rar­li attra­ver­so que­sta deter­mi­na­zio­ne di una
fun­zio­ne del­lo Sta­to come rego­la­to­re dei con­flit­ti tra capi­ta­li­sta e capi­ta­li­sta, e soprat­tut­to tra ope­rai
e capi­ta­le. Il ceto capi­ta­li­sti­co in Ita­lia ten­de attra­ver­so que­sta ristrut­tu­ra­zio­ne gene­ra­le del­lo Sta­to a
supe­ra­re il rischio sem­pre in aggua­to di cri­si cata­stro­fi­che dell’economia capi­ta­li­sti­ca, di reces­sio­ni
spa­ven­to­se come quel­la che era sta­ta cono­sciu­ta a livel­lo inter­na­zio­na­le nel ’29. Per que­sto dise­gno
occor­re appun­to una nuo­va strut­tu­ra del­lo Sta­to, ed è quel­la che si chia­ma Sta­to demo­cra­ti­co pia­ni­fi­ca­to,
in cui ven­go­no in pri­mo pia­no non gli stru­men­ti di repres­sio­ne ma gli stru­men­ti di
con­trol­lo, di media­zio­ne, di rego­la­men­ta­zio­ne, vie­ne fuo­ri il sin­da­ca­to, come strut­tu­ra di con­trol­lo
sugli ope­rai, il sin­da­ca­to che al tavo­lo del­le trat­ta­ti­ve dovreb­be sta­bi­li­re con il gover­no e i
pia­ni­fi­ca­to­ri quel­lo che è il tet­to, quel­li che sono i livel­li di richie­ste ope­ra­ie com­pa­ti­bi­li con lo
svi­lup­po capi­ta­li­sti­co; cioè, da par­te capi­ta­li­sti­ca si ten­ta all’inizio degli anni Ses­san­ta di liqui­da­re
que­sto ele­men­to irra­zio­na­le per i capi­ta­li­sti e per la logi­ca del­lo sfrut­ta­men­to, que­sto ele­men­to per i
padro­ni anar­chi­co, insop­por­ta­bi­le che è lo svi­lup­po auto­no­mo del­la lot­ta di clas­se. Per far que­sto,
non occor­re solo una nuo­va strut­tu­ra del­lo Sta­to, ma anche una clas­se ope­ra­ia diver­sa, strut­tu­ra­ta sul
model­lo degli ope­rai dell’auto ame­ri­ca­ni, sugli ope­rai di Detroit, cioè su una for­za lavo­ro mobi­le,
sra­di­ca­ta dal posto di lavo­ro, indi­stin­ta, sen­za attac­ca­men­to ai valo­ri pro­fes­sio­na­li, sen­za alcu­na
vel­lei­tà di gesti­re la pro­du­zio­ne. Si trat­ta, per i padro­ni, di distrug­ge­re quel tipo di orga­niz­za­zio­ne
comu­ni­sta che nel­le fab­bri­che era sta­ta model­la­ta pro­prio sul­la pro­fes­sio­na­li­tà del lavo­ro,
sull’attaccamento ai valo­ri pro­fes­sio­na­li – cioè di distrug­ge­re un tipo di strut­tu­ra del­la clas­se ope­ra­ia
che pun­ta­va alla gestio­ne, che ave­va come obiet­ti­vo la gestio­ne del­la fab­bri­ca e del­la pro­du­zio­ne. In
un pri­mo tem­po, di fron­te a que­sto pro­ces­so enor­me di ristrut­tu­ra­zio­ne capi­ta­li­sti­ca (enor­me a
livel­lo inter­na­zio­na­le e poi media­ti nel­la situa­zio­ne spe­ci­fi­ca con tut­te le mise­rie del caso, ma pur
sem­pre con que­sto segno lun­gi­mi­ran­te) di fron­te a que­sto tipo di dise­gno in que­gli anni l’iniziativa
rivo­lu­zio­na­ria sem­bra­va para­liz­za­ta. Cioè, di fron­te a que­sto tipo di con­trat­tac­co gene­ra­le, di
rilan­cio capi­ta­li­sti­co, lo sche­ma del­la III Inter­na­zio­na­le – lo sche­ma clas­si­co basa­to su un’ipotesi di
crol­lo, di cri­si dell’economia capi­ta­li­sti­ca su cui inter­ve­ni­re por­tan­do den­tro un pro­gram­ma di
pote­re capa­ce di ege­mo­niz­za­re l’intera stra­ti­fi­ca­zio­ne pro­le­ta­ria – potrem­mo dire «tut­to il popo­lo»
intor­no alla clas­se ope­ra­ia va in cri­si. Que­sto tipo di ipo­te­si – cioè dell’organizzazione comu­ni­sta
che imper­so­na le ragio­ni del­lo svi­lup­po con­tro la cri­si capi­ta­li­sti­ca e che su que­sto rie­sce a
ege­mo­niz­za­re real­men­te la mag­gio­ran­za del pro­le­ta­ria­to – que­sta ipo­te­si veni­va a cade­re. I mili­tan­ti
comu­ni­sti, i mili­tan­ti rivo­lu­zio­na­ri in que­gli anni non vede­va­no più la pos­si­bi­li­tà di gio­ca­re su una
cri­si «spon­ta­nea» e cata­stro­fi­ca del capi­ta­li­smo come quel­la che si era data in Rus­sia, come quel­la
che si era data in Cina; cri­si di pro­por­zio­ni spa­ven­to­se che arri­va­va­no al pun­to-limi­te del­la guer­ra
impe­ria­li­sti­ca. Sem­bra­va di tro­var­si di fron­te a un capi­ta­le poten­tis­si­mo, imbat­ti­bi­le, che appe­na
sco­pri­va una sua con­trad­di­zio­ne era subi­to capa­ce di sutu­rar­la, di sanar­la; cioè che appe­na una
con­trad­di­zio­ne si rive­la­va – e con­trad­di­zio­ni ce n’erano di for­mi­da­bi­li – era capa­ce di spo­star­la su
un livel­lo più alto, e comun­que di riu­sci­re a tam­po­na­re le cose in modo che non si des­se mai uno
scop­pio di vio­len­za tale da com­pro­met­te­re l’equilibrio del pote­re. E d’altra par­te, la vec­chia,
tra­di­zio­na­le tema­ti­ca del­la III Inter­na­zio­na­le – tema­ti­ca leni­ni­sta peral­tro – dell’organizzazione
comu­ni­sta che impu­gna la ban­die­ra del­la lot­ta poli­ti­ca come lot­ta per lo svi­lup­po estre­mo del­la
demo­cra­zia; anche que­sto sem­bra­va ormai uno stru­men­to inser­vi­bi­le per­ché lo Sta­to si pre­sen­ta­va
come Sta­to pia­ni­fi­ca­to e demo­cra­ti­co, addi­rit­tu­ra con carat­te­ri­sti­che «socia­li­ste». La stes­sa lot­ta
con­tro la pro­prie­tà pri­va­ta, che era sta­ta una ban­die­ra for­mi­da­bi­le di lot­ta, per esem­pio, per il
pro­le­ta­ria­to rus­so pri­ma del ’17, sem­bra­va sfug­gi­re di mano come paro­la d’ordine pos­si­bi­le, per­ché
la ristrut­tu­ra­zio­ne capi­ta­li­sti­ca dava sem­pre più peso alla «mano pub­bli­ca», al capi­ta­le pub­bli­co,
pro­prio per­ché si anda­va nei pae­si gui­da del capi­ta­li­smo occi­den­ta­le a un pro­ces­so di
«socia­liz­za­zio­ne» del capi­ta­le, e per­ché – al tem­po stes­so – gli ope­rai comin­cia­va­no a vede­re
nell’Unione Sovie­ti­ca non più una spe­ran­za di comu­ni­smo, ma il model­lo di quel­lo che pote­va
esse­re un capi­ta­li­smo sen­za padro­ni (in cui, sì, la pro­prie­tà pri­va­ta era sta­ta abo­li­ta ma i rap­por­ti
capi­ta­li­sti­ci come rap­por­ti di sfrut­ta­men­to resta­va­no – cioè in cui il domi­nio e la schia­vi­tù del
lavo­ro resta­va­no). Anche la lot­ta con­tro la pro­prie­tà pri­va­ta sem­bra­va quin­di una paro­la d’ordine
che sfug­gi­va, che si sgre­to­la­va tra le mani. Che fare di fron­te a que­sto qua­dro di appa­ren­te for­za del
capi­ta­le, a que­sto appa­ren­te trion­fo del riformismo?


La que­stio­ne del­la rivo­lu­zio­ne nel capi­ta­li­smo avanzato


Attor­no a que­sti anni – e qui pos­sia­mo deter­mi­na­re l’origine di quel­lo che è l’intero svi­lup­po del
discor­so poli­ti­co di Pote­re ope­ra­io – attor­no a que­sti anni in Ita­lia un grup­po di com­pa­gni si appli­ca
a que­sto tipo di pro­ble­ma: che cosa vuol dire ria­pri­re la pos­si­bi­li­tà di una stra­te­gia rivo­lu­zio­na­ria, di
un pro­gram­ma comu­ni­sta in un pae­se di capi­ta­li­smo avan­za­to? E pro­prio gli stru­men­ti del
mar­xi­smo veni­va­no rin­trac­cia­ti, tro­va­ti, sco­per­ti, gli stru­men­ti che pote­va­no ria­pri­re que­sta
pos­si­bi­li­tà. In que­gli anni, all’inizio degli anni Ses­san­ta, il pano­ra­ma – da un lato del pen­sie­ro
teo­ri­co, dall’altro dell’iniziativa poli­ti­ca mar­xi­sta in occi­den­te – era deso­lan­te. Da un lato c’erano i
rifor­mi­sti ridot­ti a un ruo­lo per­ma­nen­te­men­te subal­ter­no di fron­te alle ideo­lo­gie più avan­za­te del
capi­ta­le. L’economia key­ne­sia­na, il pro­get­to di que­sto gran­de stra­te­ga del capi­ta­li­smo, diven­ta­va un
oriz­zon­te avan­za­to per que­sti teo­ri­ci del rifor­mi­smo del movi­men­to ope­ra­io. Dall’altra par­te c’erano
mol­ti vel­lei­ta­ri all’interno del­lo schie­ra­men­to mar­xi­sta, ma – come dire – si pre­sen­ta­va­no un po’
come una val­le di lacri­me, sta­va­no lì a pian­ge­re sul fat­to che la clas­se ope­ra­ia era a loro pare­re
«inte­gra­ta» per­ché lot­ta­va per i sol­di, per­ché mani­fe­sta­va un fon­da­men­ta­le egoi­smo e attac­ca­men­to
ai temi pra­ti­ci, mate­ria­li di lotta.


Par­te Secon­da. Il comu­ni­smo è all’ordine del giorno


Ecco, l’ipotesi sul­la qua­le si è par­ti­ti, e l’ipotesi sul­la qua­le abbia­mo poi svi­lup­pa­to tut­ta l’iniziativa
di mas­sa degli anni Ses­san­ta, è pro­prio sta­ta que­sta: vede­re come far fun­zio­na­re que­sto egoi­smo di
mas­sa, que­sta capa­ci­tà di lot­ta­re sui pro­pri inte­res­si mate­ria­li, come inte­res­si con­trap­po­sti agli
inte­res­si gene­ra­li del­la socie­tà; vede­re come far leva su que­sto, su que­sti com­por­ta­men­ti di lot­ta per
rimet­te­re in moto il pro­ces­so rivo­lu­zio­na­rio. Il pro­get­to, l’ipotesi poli­ti­ca era que­sta: esal­ta­re
l’antagonismo tra ope­ra­io e padro­ne che c’è nel rap­por­to di pro­du­zio­ne, cioè den­tro la fab­bri­ca, nel
fat­to che l’operaio con­ti­nua­men­te, in ogni tipo di com­por­ta­men­to ten­de a rifiu­ta­re il lavo­ro; esal­ta­re
que­sto tipo di con­trap­po­si­zio­ne, esal­ta­re l’insubordinazione degli ope­rai den­tro la fab­bri­ca, il rifiu­to
del coman­do capi­ta­li­sti­co: orga­niz­za­re la guer­ra e l’ostilità fra i biso­gni mate­ria­li, con­cre­ti degli
ope­rai e del­le ragio­ni, la logi­ca del pia­no, del­lo svi­lup­po capi­ta­li­sti­co, pro­pa­gan­da­ta come «inte­res­si
gene­ra­li». Si trat­ta­va così di lavo­ra­re attor­no a que­sta ipo­te­si: con­tro que­sto nuo­vo pro­get­to di Sta­to
capi­ta­li­sti­co pia­ni­fi­ca­to, con­tro i nuo­vi livel­li di coor­di­na­zio­ne capi­ta­li­sti­ca a livel­lo inter­na­zio­na­le,
con­tro que­sta mac­chi­na che sem­bra­va luci­da e per­fet­ta, sen­za un pun­to debo­le, si trat­ta­va di tro­va­re
il pun­to debo­le. E que­sto pun­to debo­le era la neces­si­tà che il rifor­mi­smo, che il pia­no rifor­mi­sti­co
ave­va – come ogni pia­no rifor­mi­sti­co ha sem­pre – di fon­dar­si sul con­sen­so del­la clas­se ope­ra­ia.
Que­sto era il pun­to debo­le, e qui si trat­ta­va di bat­te­re, cioè si trat­ta­va di nega­re il con­sen­so e
l’adesione degli ope­rai al rifor­mi­smo. Que­sta è sta­ta, com­pa­gni, la sco­per­ta dell’autonomia.
Auto­no­mia ope­ra­ia ha signi­fi­ca­to que­sto, cioè la coscien­za e l’individuazione di que­sto fat­to: che
l’intera sto­ria del capi­ta­le, l’intera sto­ria del­la socie­tà capi­ta­li­sti­ca è in real­tà sto­ria ope­ra­ia. Sto­ria
del­la clas­se ope­ra­ia, del­le lot­te del­la clas­se ope­ra­ia, e que­sto lo si può veri­fi­ca­re – gli ope­rai di
fab­bri­ca lo toc­ca­no con mano: la sto­ria del­la tec­ni­ca è in real­tà sto­ria dell’astuzia capi­ta­li­sti­ca a
strap­pa­re infor­ma­zio­ni agli ope­rai, cioè la sto­ria del­la tec­ni­ca è sto­ria di que­sto sfor­zo con­ti­nuo dei
capi­ta­li­sti per spre­me­re più lavo­ro agli ope­rai: la sto­ria del­lo Sta­to capi­ta­li­sti­co è sto­ria del ten­ta­ti­vo
dei padro­ni di eser­ci­ta­re un con­trol­lo con­ti­nuo, un con­trol­lo tota­le sul­la for­za lavo­ro. La sto­ria del­la
socie­tà capi­ta­li­sti­ca è sto­ria di una gab­bia di domi­nio costrui­ta attor­no al lavo­ro vivo, attor­no alla
for­za lavo­ro, attor­no agli ope­rai per spre­mer­gli lavoro.


La lot­ta sul salario


Allo­ra l’ipotesi era pro­prio que­sta: con­tro lo Sta­to del rifor­mi­smo e del­lo svi­lup­po biso­gna­va nega­re
il con­sen­so, rifiu­ta­re le rego­le del pia­no, rifiu­ta­re la media­zio­ne del sin­da­ca­to, spez­za­re la
pro­gram­ma­zio­ne di un rap­por­to ragio­ne­vo­le fra dina­mi­ca dei sala­ri e dina­mi­ca del­la pro­dut­ti­vi­tà,
cioè spin­ge­re in avan­ti que­sta varia­bi­le sala­ria­le, ren­der­la irra­zio­na­le, impaz­zi­ta rispet­to alla
razio­na­li­tà del­lo sfrut­ta­men­to capi­ta­li­sti­co, cioè spin­ge­re in avan­ti il costo del lavo­ro fino a met­te­re
in cri­si la pro­gram­ma­zio­ne. Que­sta è sta­ta la sco­per­ta dell’autonomia, del­le lot­te sul sala­rio, del­la
pos­si­bi­li­tà di una lot­ta eco­no­mi­ca offen­si­va degli ope­rai, una lot­ta eco­no­mi­ca offen­si­va che
scar­di­nas­se que­sto nuo­vo Sta­to del rifor­mi­smo, del pia­no e del­lo svi­lup­po. La paro­la d’ordine che
abbia­mo tan­te vol­te agi­ta­to negli anni Ses­san­ta: più sol­di e meno lavo­ro, era pro­prio que­sto:
pro­vo­ca­re la cri­si capi­ta­li­sti­ca con una volon­tà pre­ci­sa e sog­get­ti­va, cioè sca­glian­do con­tro la
sta­bi­li­tà del capi­ta­le l’irriducibilità dei biso­gni mate­ria­li del­la clas­se ope­ra­ia. L’esperimento che
abbia­mo con­dot­to è sta­to que­sto: di fron­te a un capi­ta­le che ave­va ridot­to al mini­mo le sue
con­trad­di­zio­ni inter­ne, gio­ca­re fino in fon­do quel­la con­trad­di­zio­ne prin­ci­pa­le, irri­du­ci­bi­le che
resta­va in pie­di – la con­trad­di­zio­ne tra gli ope­rai e il capi­ta­le, orga­niz­za­re que­sto tipo di
con­trad­di­zio­ne a par­ti­re dal rap­por­to di pro­du­zio­ne. Ecco, noi abbia­mo cre­du­to neces­sa­rio veri­fi­ca­re
que­sto tipo di ipo­te­si: cioè quel­la di sca­te­na­re un’ondata di lot­te d’attacco su obiet­ti­vi eco­no­mi­ci e
di deter­mi­na­re così le con­di­zio­ni del­la cri­si capi­ta­li­sti­ca, cioè di ripri­sti­na­re in que­sto modo le
con­di­zio­ni clas­si­che per un’iniziativa rivo­lu­zio­na­ria pro­pria­men­te det­ta – cioè per un’iniziativa
vol­ta alla pre­sa del pote­re, alla distru­zio­ne del­lo Sta­to dei capi­ta­li­sti, all’instaurazione del pote­re
ope­ra­io. C’è di più: auto­no­mia ha signi­fi­ca­to innan­zi­tut­to costrui­re nel­la lot­ta e den­tro la lot­ta,
l’unità poli­ti­ca degli ope­rai. Que­sto è sta­to il gran­de signi­fi­ca­to del­la paro­la d’ordine «aumen­ti
ugua­li per tut­ti», degli obiet­ti­vi egua­li­ta­ri: far cre­sce­re nel rico­no­sci­men­to dell’antagonismo tra gli
inte­res­si di clas­se degli ope­rai e l’interesse dei padro­ni, la coscien­za aper­ta espli­ci­ta sog­get­ti­va del­la
neces­si­tà di orga­niz­zar­si in modo per­ma­nen­te non con­tro un sin­go­lo padro­ne ma con­tro tut­ti i
padro­ni, con­tro lo Sta­to come rap­pre­sen­tan­te gene­ra­le degli inte­res­si dei padroni.


L’autonomia ope­ra­ia


Auto­no­mia è sta­ta quin­di, sul­la base di que­sto tipo di dise­gno poli­ti­co, inchio­da­re il capi­ta­le alla
cri­si, cioè costrin­ger­lo all’arresto del­lo svi­lup­po, cioè costrin­ger­lo a dichia­rar­si inca­pa­ce di
un’iniziativa rifor­mi­sta, a dichia­ra­re il bloc­co dell’iniziativa poli­ti­ca, a rifiu­ta­re di asse­con­da­re le
richie­ste ope­ra­ie; e quin­di ha signi­fi­ca­to costrin­ge­re i padro­ni e lo Sta­to a mostrar­si come domi­nio,
come vio­len­za aper­ta con­tro gli ope­rai. In que­sto sen­so, la lot­ta auto­no­ma ha deter­mi­na­to lo
sta­bi­lir­si di una situa­zio­ne poli­ti­ca in cui sal­ta­no le misti­fi­ca­zio­ni del rifor­mi­smo in cui pro­prio a
fron­te del­la cri­si per come è – un’operazione di vio­len­za aper­ta, di impo­ve­ri­men­to, di attac­co alle
con­di­zio­ni mate­ria­li del­la clas­se ope­ra­ia e di tut­to il pro­le­ta­ria­to – di fron­te a que­sto, di fron­te alla
fac­cia aper­ta, bru­ta­le del­la cri­si si crea­no le con­di­zio­ni per una cre­sci­ta di coscien­za di clas­se, a
livel­lo di mas­sa – cioè per una cre­sci­ta del­la coscien­za del­la neces­si­tà di distrug­ge­re il pote­re
capi­ta­li­sti­co, di pren­de­re tut­to il pote­re; cioè di distrug­ge­re la schia­vi­tù del lavo­ro sala­ria­to, il
siste­ma capi­ta­li­sti­co come siste­ma del lavo­ro e del­le mer­ci. Ecco, que­sto è sta­to il nostro per­cor­so
den­tro il movi­men­to negli anni Ses­san­ta, dal­le lot­te Fiat del ’62 alla gran­de ripre­sa di lot­te ope­ra­ie,
di lot­te socia­li, stu­den­te­sche , pro­le­ta­rie comin­cia­ta nel ’68 con Val­da­gno, con le lot­te dei pro­le­ta­ri
del sud con Bat­ti­pa­glia, poi la lot­ta Fiat del ’69, poi l’autunno cal­do. È inu­ti­le sof­fer­mar­si ora su
que­ste sca­den­ze; quel­lo che inte­res­sa qui rile­va­re è che attra­ver­so que­ste tap­pe del movi­men­to, il
filo ros­so del nostro discor­so poli­ti­co è sta­to que­sto. E in que­sto sen­so noi cre­dia­mo, com­pa­gni, che
que­sto tipo di ipo­te­si poli­ti­ca sia sta­ta già, in embrio­ne – con tut­ti i limi­ti che ave­va – un pro­gram­ma
comu­ni­sta. Cioè se – come dice que­sta fra­se di Marx che ci pia­ce mol­to, che è sta­to uno slo­gan
del­la nostra III Con­fe­ren­za d’organizzazione: «il comu­ni­smo è il movi­men­to rea­le che distrug­ge lo
sta­to del­le cose pre­sen­ti» – ecco, noi cre­dia­mo che il nostro (il nostro come grup­po che ha
inter­pre­ta­to que­ste cose, ma soprat­tut­to come mani­fe­sto poli­ti­co di mas­sa del­le lot­te degli ope­rai),
sia sta­to effet­ti­va­men­te un pro­gram­ma comu­ni­sta. Cioè noi cre­dia­mo che den­tro i con­te­nu­ti espli­ci­ti
del­le lot­te ope­ra­ie degli anni Ses­san­ta, den­tro a que­sta espe­rien­za dell’autonomia, sia cor­sa una
ipo­te­si, un pro­gram­ma, sia cor­so un pro­get­to, un mani­fe­sto poli­ti­co comu­ni­sta. Se è vero che il
comu­ni­smo lo inten­dia­mo – come lo inten­de Marx – come distru­zio­ne del lavo­ro sala­ria­to, come
distru­zio­ne del­la neces­si­tà di lavo­ra­re per vive­re, ecco, dire attua­li­tà del comu­ni­smo signi­fi­ca
sco­pri­re que­sta richie­sta di comu­ni­smo den­tro i com­por­ta­men­ti degli ope­rai e dei pro­le­ta­ri, den­tro la
lot­ta con­tro il lavo­ro che ha carat­te­riz­za­to le lot­te di fab­bri­ca le lot­te socia­li degli anni Ses­san­ta in
Ita­lia. Ecco che cosa signi­fi­ca, com­pa­gni, attua­li­tà del comu­ni­smo. Noi cre­dia­mo che al livel­lo
attua­le di svi­lup­po del­le for­ze pro­dut­ti­ve il siste­ma capi­ta­li­sti­co sia innan­zi­tut­to una mac­chi­na
infer­na­le per «fare lavo­ro», cioè si lavo­ra per crea­re neces­si­tà di lavo­ro, per­ché – nel­la sua fase
estre­ma – il capi­ta­li­smo diven­ta vera­men­te costri­zio­ne al lavo­ro, puro domi­nio, puro coman­do sul
lavo­ro, puro con­trol­lo sul­la for­za lavo­ro. E allo­ra per que­sto, com­pa­gni, la lot­ta con­tro il lavo­ro, il
rifiu­to del lavo­ro si è carat­te­riz­za­to come un pro­gram­ma comu­ni­sta che poi si è arti­co­la­to in una
serie di pro­gram­mi deter­mi­na­ti, con­cre­ti, nel­le lot­te ope­ra­ie degli anni Ses­san­ta. Lot­ta con­tro la
par­te­ci­pa­zio­ne, con­tro il ten­ta­ti­vo di cor­re­spon­sa­bi­liz­za­re gli ope­rai allo sfrut­ta­men­to, la lot­ta con­tro
il tem­po di lavo­ro, con­tro la misti­fi­ca­zio­ne capi­ta­li­sti­ca di diver­si valo­ri del lavo­ro (che in real­tà
ser­ve per divi­de­re poli­ti­ca­men­te gli ope­rai), la lot­ta con­tro l’aggancio fra sala­rio e pro­dut­ti­vi­tà:
ecco, tut­ti que­sti sono sta­ti for­mi­da­bi­li con­te­nu­ti rivo­lu­zio­na­ri del­le lot­te con un bilan­cio lar­ga­men­te
posi­ti­vo, cioè pote­va­mo dire, alla chiu­su­ra dell’autunno cal­do del ’69, che que­sta ipo­te­si che
ave­va­mo lan­cia­to era sta­ta in lar­ga par­te verificata.


Par­te Ter­za. Il par­ti­to è all’ordine del giorno


Per­ché vera­men­te gli ope­rai usci­va­no dal­le lot­te con una for­mi­da­bi­le uni­tà di clas­se, per­ché
vera­men­te si usci­va dal­le lot­te con­trat­tua­li con una serie di avan­guar­die poli­ti­che nate nel­le
fab­bri­che, con una serie di nuclei di orga­niz­za­zio­ne, con ele­men­ti signi­fi­ca­ti­vi di orga­niz­za­zio­ne
rivo­lu­zio­na­ria. Cioè, pos­sia­mo dire che gli ope­rai sono usci­ti da que­sta fase, da que­sta onda­ta, da
que­sto gran­de ciclo di lot­te con una con­sa­pe­vo­lez­za gene­ra­le, pos­sia­mo dire che si è impo­sto il
biso­gno ope­ra­io del par­ti­to e del­la rivo­lu­zio­ne, e che al tem­po stes­so la cri­si capi­ta­li­sti­ca è sta­ta
deter­mi­na­ta, pro­vo­ca­ta dall’attacco ope­ra­io. Ma è pro­prio per que­sto che a par­ti­re da que­sto tipo di
veri­fi­ca, fin dal­la fine dell’autunno cal­do, pos­sia­mo dire, e sem­pre in modo più pre­ci­so, più
arti­co­la­to in tut­to il ’70, e poi in que­sti mesi, in que­sti anni, abbia­mo volu­to impor­re una svol­ta
radi­ca­le al nostro lavo­ro, allo stes­so sti­le del nostro lavo­ro, alla nostra pro­po­sta poli­ti­ca. Svol­ta
radi­ca­le che secon­do noi era neces­sa­ria, ed è più tan­to neces­sa­ria oggi, per­ché l’andamento del­la
situa­zio­ne di clas­se in Ita­lia con­fer­ma que­sta neces­si­tà, e noi cre­dia­mo che eser­ci­ta­re un ruo­lo di
avan­guar­dia signi­fi­chi pro­prio riu­sci­re a inter­pre­ta­re que­ste neces­si­tà di discon­ti­nui­tà, di sal­to, di
for­za­tu­ra, di riqua­li­fi­ca­zio­ne, di rin­no­va­men­to del discor­so. Que­sto signi­fi­ca anche attra­ver­sa­re le
fasi di iso­la­men­to, di bat­ta­glia poli­ti­ca nel movi­men­to; il pro­ble­ma è che quel­lo che accet­tia­mo è un
iso­la­men­to posi­ti­vo, non l’isolamento dei ritar­da­ta­ri, ma sem­mai di quel­li che anti­ci­pa­no le scel­te
alle qua­li poi va costret­to l’intero movi­men­to. Ecco, se la cri­si capi­ta­li­sti­ca è dun­que data, di fron­te
all’accelerarsi di que­sta cri­si (l’inflazione, l’attacco al sala­rio rea­le, l’attacco all’occupazione, la
vio­len­za aper­ta con­tro le avan­guar­die del­le lot­te, con­tro i nuclei di orga­niz­za­zio­ne rivo­lu­zio­na­ria,
l’iniziativa di repres­sio­ne giu­di­zia­ria – tut­to il qua­dro poli­ti­co che si è anda­to svi­lup­pan­do in Ita­lia a
par­ti­re dall’estate del ’70, dal «decre­to­ne» in poi – ) Pote­re ope­ra­io rap­pre­sen­ta un tipo di pro­po­sta
poli­ti­ca: è la pro­po­sta del­la neces­si­tà del pas­sag­gio dall’autonomia all’organizzazione, dal­la lot­ta
sul ter­re­no eco­no­mi­co-riven­di­ca­ti­vo, a una lot­ta aper­ta­men­te poli­ti­ca sul ter­re­no del pote­re. E
que­sto noi cre­dia­mo che sia impo­sto dal­la natu­ra, dal­le carat­te­ri­sti­che, dal­la mate­ria­li­tà del­la cri­si.
Voglio dire: dal­la volon­tà di man­te­ne­re – nel­la cri­si – il pun­to di vista ope­ra­io dell’offensiva. È
neces­sa­rio a que­sto pun­to dire che cosa inten­dia­mo per cri­si capi­ta­li­sti­ca. Mol­ti com­pa­gni, anche
all’interno del movi­men­to, anche all’interno del­la «sini­stra di clas­se», nega­no che la situa­zio­ne
attua­le si con­fi­gu­ri come cri­si capi­ta­li­sti­ca; ma lo nega­no per­ché in real­tà han­no una visio­ne
con­ta­bi­le del­la cri­si, e per­ché con­ti­nua­men­te la para­go­na­no con vec­chi sche­mi, che han­no in testa ‚
cioè nega­no que­sta qua­li­tà nuo­va del­la cri­si come cri­si pro­vo­ca­ta dal­le lot­te ope­ra­ie, e con­ti­nua­no a
imma­gi­nar­se­la come una ripe­ti­zio­ne del ’29, come una cri­si cata­stro­fi­ca, e allo­ra stan­no lì a spia­re
le tabel­le di «Mon­do eco­no­mi­co» e del «Sole 24 ore» per vede­re nell’oggettività del tes­su­to
pro­dut­ti­vo ita­lia­no qua­li sono i set­to­ri in cri­si, se sono i tes­si­li, se sono i gom­mai. Stan­no lì a
sta­bi­li­re se la cri­si è sovra­strut­tu­ra­le o strut­tu­ra­le; tut­te cose inte­res­san­ti, uti­lis­si­me, ma di
«con­tor­no» rispet­to al noc­cio­lo del discor­so poli­ti­co che va fat­to. Que­sti com­pa­gni – che sono for­se
la mag­gio­ran­za del­le orga­niz­za­zio­ni del­la sini­stra di clas­se –, vedo­no dav­ve­ro la cri­si come dis­se­sto,
come ban­ca­rot­ta, noi affer­mia­mo inve­ce il con­cet­to di cri­si come bloc­co dell’iniziativa capi­ta­li­sti­ca.
Cri­si è la neces­si­tà a cui è inchio­da­to il capi­ta­le, e al tem­po stes­so la volon­tà poli­ti­ca di par­te
capi­ta­li­sti­ca di bloc­ca­re, di arre­sta­re lo svi­lup­po, di paga­re que­sto scot­to pur di ripren­de­re il
con­trol­lo e il domi­nio sul­la clas­se ope­ra­ia e sull’intera socie­tà, pur di por­ta­re avan­ti un pro­ces­so di
«nor­ma­liz­za­zio­ne» socia­le; quin­di cri­si è neces­si­tà e volon­tà poli­ti­ca di bloc­ca­re lo svi­lup­po, di
bloc­ca­re il rifor­mi­smo come capa­ci­tà di asse­con­da­re le richie­ste ope­ra­ie. Allo­ra in que­sto sen­so noi
dicia­mo aper­ta­men­te com­pa­gni, pro­prio noi che den­tro le lot­te di clas­se e den­tro le lot­te di fab­bri­ca
sia­mo cre­sciu­ti e che anche per que­sto ci chia­mia­mo Pote­re ope­ra­io, che la cri­si è ine­vi­ta­bil­men­te
cri­si del­la lot­ta di fab­bri­ca, cri­si dell’autonomia ope­ra­ia, cri­si del­la spon­ta­nei­tà del­la lot­ta ope­ra­ia;
pro­prio per­ché la cri­si è il col­po spe­ci­fi­co piaz­za­to dal nemi­co di clas­se, pro­prio per­ché è la rispo­sta
spe­ci­fi­ca al pro­get­to rivo­lu­zio­na­rio che noi por­tia­mo avan­ti, pro­prio per­ché è la capa­ci­tà di ren­de­re
vana, di svuo­ta­re di con­te­nu­to, di spun­ta­re quest’arma for­mi­da­bi­le che abbia­mo cono­sciu­to negli
anni del­lo svi­lup­po, quest’arma for­mi­da­bi­le con­tro lo svi­lup­po, che era la lot­ta offen­si­va che ha
pro­cu­ra­to tan­ti guai e tan­ti dan­ni al padrone.


Cri­si e com­pi­ti rivo­lu­zio­na­ri dei comunisti


Ecco, la cri­si è fon­da­men­tal­men­te que­sto: il dise­gno poli­ti­co di par­te padro­na­le che pas­sa per tut­te
le arti­co­la­zio­ni del­lo Sta­to, il dise­gno poli­ti­co di costrin­ge­re la lot­ta ope­ra­ia sul­la difen­si­va, di
addo­me­sti­ca­re la spon­ta­nei­tà ope­ra­ia. Quan­do l’attacco padro­na­le, il ricat­to sul posto di lavo­ro
ridu­ce la spon­ta­nei­tà ope­ra­ia a pre­ghie­ra, a richie­sta di lavo­ro, quan­do ridu­ce la lot­ta ope­ra­ia a
richie­sta di esse­re sfrut­ta­ti, di ave­re un posto da sfrut­ta­ti; quan­do il padro­ne por­ta l’attacco a que­sto
livel­lo, o il ter­re­no di lot­ta si spo­sta inte­ra­men­te, oppu­re pas­sa la scon­fit­ta di clas­se. Quan­do il
padro­ne è dispo­sto a rinun­cia­re all’espansione, allo svi­lup­po, cioè non tie­ne più al pri­mo posto le
ragio­ni del­la pro­dut­ti­vi­tà e lo svi­lup­po del­la pro­du­zio­ne, ma pri­ma di tut­to mira a ripren­de­re il
con­trol­lo, cioè a ricon­qui­sta­re e ripri­sti­na­re le con­di­zio­ni gene­ra­li di domi­nio, pro­prio quan­do
assu­me sog­get­ti­va­men­te la cri­si che gli ope­rai gli han­no impo­sto e la usa come arma poli­ti­ca;
quan­do il padro­ne è lui che bloc­ca la pro­du­zio­ne, è lui che fer­ma le cate­ne di mon­tag­gio che met­te
gli ope­rai in cas­sa inte­gra­zio­ne, che licen­zia, che chiu­de la fab­bri­ca – di fron­te a que­sto tipo di
con­trat­tac­co, il ricat­to e l’arma del sala­rio sul­la qua­le noi ci sia­mo misu­ra­ti diven­ta un’arma
spun­ta­ta; gli obiet­ti­vi dell’autonomia non fun­zio­na­no più (infat­ti, pro­va­te ad anda­re ai can­cel­li del­le
fab­bri­che a ripro­por­re quel­lo che è sta­to il gran­de movi­men­to dell’autonomia del ’68–69 sen­za far­vi
por­ta­to­ri di una pro­po­sta di sboc­co poli­ti­co e di nuo­vi stru­men­ti di lot­ta: la vostra pro­po­sta non
rie­sce a «mor­de­re», a orien­ta­re la volon­tà di lot­ta degli ope­rai). E non si trat­ta, come cre­de
qual­cu­no, di esco­gi­ta­re degli obiet­ti­vi più bel­li: noi cre­dia­mo che gli obiet­ti­vi del­la lot­ta auto­no­ma
degli anni ’68–69 sia­no sta­ti degli obiet­ti­vi for­mi­da­bi­li di uni­fi­ca­zio­ne di clas­se e di attac­co con­tro il
padro­ne. Il pro­ble­ma non è que­sto; il pro­ble­ma è che è il rap­por­to di for­za tra padro­ne e ope­rai che
vie­ne a man­ca­re. Il pro­ble­ma è che oggi la lot­ta di fab­bri­ca non ha più il col­tel­lo dal­la par­te del
mani­co, e qui va inne­sta­ta la riqua­li­fi­ca­zio­ne dell’iniziativa organizzativa.


Appro­pria­zio­ne e sala­rio politico


Per­ciò il che fare è pro­prio que­sto, come man­te­ne­re l’offensiva e impe­di­re al padro­ne di ripren­de­re
l’iniziativa: que­sto è il pun­to intor­no al qua­le si muo­ve inte­ra­men­te la pro­po­sta di Pote­re ope­ra­io.
Su que­sto sia­mo anche aper­ta­men­te pole­mi­ci nei con­fron­ti dei teo­ri­ci del­la con­ti­nui­tà, cioè di tut­ti
quei com­pa­gni che pen­sa­no che il pro­ces­so rivo­lu­zio­na­rio sia una spe­cie di auto­stra­da ret­ti­li­nea. Su
que­sti temi noi oggi voglia­mo carat­te­riz­za­re la nostra pro­po­sta poli­ti­ca, que­sto cre­dia­mo sia un
com­pi­to nei con­fron­ti dell’intero movi­men­to rivo­lu­zio­na­rio di clas­se. Nel nume­ro scor­so del
gior­na­le, abbia­mo spie­ga­to per­ché rite­nia­mo che fare que­sto discor­so sul­la con­ti­nui­tà sia un erro­re
mol­to gros­so; ci sem­bra che i com­pa­gni che lo por­ta­no avan­ti, come negli anni Ses­san­ta non
ave­va­no capi­to il rap­por­to auto­no­mia-svi­lup­po, come han­no tar­da­to trop­po tem­po a capi­re – e lo
han­no capi­to solo ades­so, così in ritar­do – che nel­lo svi­lup­po la spon­ta­nei­tà ope­ra­ia, la lot­ta
eco­no­mi­ca degli ope­rai sui pro­pri inte­res­si mate­ria­li era un fat­to for­mi­da­bil­men­te sov­ver­si­vo e
rivo­lu­zio­na­rio – così oggi non capi­sco­no i com­pi­ti nuo­vi pro­po­sti dal­la cri­si: un nuo­vo livel­lo
stra­te­gi­co del­la lot­ta. Non capi­sco­no che, nel­la cri­si, biso­gna assu­me­re que­sto fat­to: la lot­ta di
fab­bri­ca come tale, il ter­re­no riven­di­ca­ti­vo non sca­va più la fos­sa al padro­ne. Allo­ra, noi cre­dia­mo
che dire le cose che dicia­mo oggi signi­fi­chi fare del­le cose signi­fi­ca­ti­ve, met­te­re in pie­di espe­rien­ze
di lot­ta di nuo­vo tipo, rischia­re la pra­ti­ca­bi­li­tà di que­sto discor­so poli­ti­co; cioè noi cre­dia­mo che –
se il com­pi­to dei rivo­lu­zio­na­ri nel­la fase del­lo svi­lup­po capi­ta­li­sti­co era pro­muo­ve­re l’autonomia,
orga­niz­za­re lot­te e scio­pe­ri, fer­ma­te di repar­to, comi­ta­ti di base– oggi, cer­to, tut­to que­sto va
per­se­gui­to, va fat­to ovun­que sia pos­si­bi­le; però oggi nel­la cri­si, si trat­ta anche di impo­sta­re e di
rea­liz­za­re con i tem­pi che la cri­si impo­ne un sal­to di livel­lo del­la lot­ta poli­ti­ca, del­la lot­ta
rivo­lu­zio­na­ria.


Par­te Quar­ta. L’insurrezione è all’ordine del giorno


Cioè, se con­tro lo Sta­to del pia­no, del rifor­mi­smo, del­lo svi­lup­po, l’arma che pro­po­ne­va­mo era la
lot­ta dura e l’obiettivo del sala­rio – oggi, con­tro lo Sta­to del­la cri­si, del­la distru­zio­ne del­le
avan­guar­die rivo­lu­zio­na­rie, con­tro lo Sta­to che è vera­men­te la liber­tà del­la vio­len­za capi­ta­li­sti­ca,
l’arma ade­gua­ta diven­ta l’organizzazione di par­ti­to, l’organizzazione del pro­ces­so insur­re­zio­na­le e
quin­di l’attualità del­la paro­la d’ordine del «Par­ti­to dell’insurrezione», che noi por­tia­mo avan­ti.
Cioè, se con­tro il padro­ne pro­po­ne­va­mo la lot­ta dura, se con­tro lo svi­lup­po pro­po­ne­va­mo
l’autonomia, oggi pro­po­nia­mo con­tro lo Sta­to il par­ti­to, e con­tro la cri­si il pro­ces­so insur­re­zio­na­le.
Ora, noi cre­dia­mo che si pre­sen­ti inte­ro alle for­ze rivo­lu­zio­na­rie il dilem­ma clas­si­co, tra­di­zio­na­le:
scon­fit­ta di clas­se o rivo­lu­zio­ne. Cre­dia­mo cioè che non sia pos­si­bi­le pre­ve­de­re una situa­zio­ne di
sta­gna­zio­ne a tem­po inde­ter­mi­na­to dell’iniziativa capi­ta­li­sti­ca e dell’iniziativa ope­ra­ia. Non andrà
così. O pas­sa­no la ristrut­tu­ra­zio­ne, le rifor­me – cioè pas­sa la scon­fit­ta ope­ra­ia o si avvia quel
pro­ces­so di lun­go perio­do che è la lot­ta arma­ta, o ci si comin­cia a muo­ve­re sul­la diret­tri­ce di mar­cia
dell’insurrezione. Ora, noi cre­dia­mo che que­sto tipo di discor­so signi­fi­chi innan­zi­tut­to una nuo­va
pra­ti­ca di mas­sa da pro­por­re al movi­men­to, del­le lot­te da costrui­re: per que­sto par­lia­mo di sca­den­ze.
Cioè, noi cre­dia­mo per esem­pio che oggi dob­bia­mo anda­re oltre quell’obiettivo che ave­va­mo
nel ’68–69, di costrui­re nel­le lot­te l’unità degli ope­rai su un pac­chet­to di obiet­ti­vi, e pro­por­ci inve­ce
l’unificazione di tut­ti i pro­le­ta­ri, cioè degli ope­rai di fab­bri­ca come dei disoc­cu­pa­ti, come dei
pro­le­ta­ri del sud, cioè l’unificazione di que­sta figu­ra pro­le­ta­ria com­ples­si­va che chia­mia­mo ope­ra­io-mas­sa.
Noi cre­dia­mo che pos­sa oggi dar­si un pro­gram­ma di uni­fi­ca­zio­ne di tut­ti i pro­le­ta­ri su un
livel­lo di scon­tro di potere.


L’insurrezione


Que­sto ter­re­no noi lo chia­mia­mo sala­rio poli­ti­co (ter­mi­ne for­se non imme­dia­ta­men­te com­pren­si­bi­le,
ma non è que­sto che con­ta: quan­do dicia­mo sala­rio poli­ti­co dicia­mo fon­da­men­tal­men­te capa­ci­tà dei
pro­le­ta­ri di libe­rar­si dal ricat­to del lavo­ro, cioè pote­re di non esse­re costret­ti a lot­ta­re per il lavo­ro).
Sala­rio poli­ti­co per noi signi­fi­ca tut­to un ven­ta­glio di ini­zia­ti­ve che si può por­ta­re avan­ti, signi­fi­ca
orga­niz­za­re la rivol­ta e la vio­len­za dei pro­le­ta­ri del sud per il sala­rio garan­ti­to, signi­fi­ca orga­niz­za­re
la lot­ta e la vio­len­za dei disoc­cu­pa­ti del­la metro­po­li sul­lo stes­so obiet­ti­vo del sala­rio garan­ti­to,
signi­fi­ca orga­niz­za­re la pra­ti­ca dell’appropriazione del­la ric­chez­za socia­le come capa­ci­tà di sfug­gi­re
al ricat­to del lavo­ro per ave­re il pote­re e la liber­tà di non dover­si mas­sa­cra­re di straor­di­na­ri per­ché
non si han­no i sol­di per tira­re avan­ti. Que­sto tipo di indi­ca­zio­ne che chia­mia­mo sala­rio poli­ti­co, che
si può arti­co­la­re appun­to nell’organizzazione di que­sti momen­ti di vio­len­za nel Sud sul sala­rio
garan­ti­to, sull’organizzazione di que­sta pra­ti­ca dell’appropriazione nel­le metro­po­li del nord e nel­le
gran­di fab­bri­che, ha que­sto signi­fi­ca­to: di espri­me­re il rifiu­to del­la lot­ta difen­si­va. Una lot­ta non per
il lavo­ro ma per il red­di­to, per il red­di­to sgan­cia­to dal lavo­ro, signi­fi­ca rifiu­to da par­te dei pro­le­ta­ri
del­la par­te­ci­pa­zio­ne. Signi­fi­ca que­sta vol­ta, rifiu­to ope­ra­io di par­te­ci­pa­re alla cri­si dei padro­ni.
Come duran­te le lot­te del ’68–70 gli ope­rai han­no rifiu­ta­to la par­te­ci­pa­zio­ne allo svi­lup­po dei
padro­ni; come allo­ra veni­va rifiu­ta­to que­sto aggan­cio fra sala­rio e pro­dut­ti­vi­tà, veni­va rifiu­ta­ta
que­sta rego­la capi­ta­li­sti­ca che dice: «cer­to più sol­di, ma più lavo­ro», que­sta rego­la capi­ta­li­sti­ca
secon­do cui la pro­dut­ti­vi­tà e il «mon­te sala­ri» sono lega­ti e cre­sco­no con un para­me­tro uni­for­me.
Ecco, la lot­ta con­tro il lavo­ro e l’autonomia den­tro la fab­bri­ca ha signi­fi­ca­to rom­pe­re que­sto tipo di
rap­por­to, ha signi­fi­ca­to chie­de­re più sala­rio sul­la base dei pro­pri biso­gni e non del­le esi­gen­ze
pro­dut­ti­ve del capi­ta­le. Oggi il pro­ble­ma è dun­que, di fron­te alla cri­si, di fron­te all’attacco
all’occupazione, riu­sci­re a sgan­cia­re il lega­me fra lavo­ro e red­di­to; impo­sta­re una lot­ta gene­ra­le sul
red­di­to; comin­cia­re a pra­ti­ca­re un livel­lo di appro­pria­zio­ne, di riap­pro­pria­zio­ne del­la ric­chez­za
socia­le che gli ope­rai – quel­li che lavo­ra­no e anche quel­li che il capi­ta­le ha con­dan­na­to al non
lavo­ro – han­no pro­dot­to. Pro­gram­ma di appro­pria­zio­ne è ripren­der­si que­sta ric­chez­za che è sta­ta
estor­ta; e ci sono tut­ta una serie di ter­re­ni di lot­ta – sui tra­spor­ti, sul­le case, sul­le men­se (sui
super­mar­ket ce ne sono meno per ora) – che i pro­le­ta­ri già comin­cia­no a pra­ti­ca­re per ave­re il pote­re
di lavo­ra­re di meno, di non accet­ta­re que­sto ricat­to capi­ta­li­sti­co che vie­ne por­ta­to in ter­mi­ni di cri­si.
E al tem­po stes­so, appro­priar­si in fab­bri­ca dei pro­pri obiet­ti­vi, sen­za con­trat­ta­zio­ne e subi­to. Ecco,
com­pa­gni, que­sto vuol dire nuo­va pra­ti­ca di mas­sa con­tro la cri­si. Si trat­ta di esem­pli­fi­ca­re que­sto
discor­so, di fare del­le espe­rien­ze, di rac­co­glie­re non in una con­ti­nui­tà inde­fi­ni­ta di epi­so­di di lot­ta
che si sfi­lac­cia­no ogni gior­no, ma di rac­co­glie­re intor­no a cer­te sca­den­ze orga­niz­za­te, deci­se
cen­tral­men­te, in cui veri­fi­ca­re una capa­ci­tà di orga­niz­za­zio­ne, una capa­ci­tà per esem­pio, di
muo­ver­si a livel­lo nazio­na­le. Que­sto signi­fi­ca anche nuo­va pra­ti­ca dell’azione orga­niz­za­ta, nuo­vo
sti­le di orga­niz­za­zio­ne; per­ché a que­sto livel­lo il pro­ble­ma non è più sti­mo­la­re in pun­ti signi­fi­ca­ti­vi
il com­por­ta­men­to spon­ta­neo degli ope­rai, il pro­ble­ma è quel­lo di ave­re una capa­ci­tà in pro­prio –
come orga­niz­za­zio­ne – di gui­da­re e di for­za­re le lot­te di mas­sa ver­so lo sboc­co insur­re­zio­na­le.
Que­sto è quel­lo che noi chia­mia­mo agi­re da par­ti­to, com­por­tar­si da par­ti­to; sce­glie­re un ter­re­no di
lot­ta pro­prio del par­ti­to rivo­lu­zio­na­rio pur non rite­nen­do­ci oggi, al livel­lo attua­le di orga­niz­za­zio­ne,
il par­ti­to rivo­lu­zio­na­rio, per­ché ci ren­dia­mo con­to che una soglia orga­niz­za­ti­va di par­ti­to può
deter­mi­nar­si solo sul­la base di una fase di lot­te signi­fi­ca­ti­ve sul ter­re­no del­la cri­si, che si rive­li
capa­ce di riu­ni­fi­ca­re su que­sto nuo­vo ter­re­no più avan­za­to, l’enorme patri­mo­nio di qua­dri poli­ti­ci,
di mili­tan­ti che si sono for­ma­ti nel­le lot­te di que­sti anni. Agi­re da par­ti­to è sce­glie­re di pra­ti­ca­re
que­sto tipo di ter­re­no di ini­zia­ti­va. Non ci rite­nia­mo né ci auto­de­fi­nia­mo ora par­ti­to per­ché
rite­nia­mo che la qua­li­tà spe­ci­fi­ca del par­ti­to sia quel­la di esse­re in gra­do nel pre­sen­te non solo di
avvia­re il pro­ces­so insur­re­zio­na­le, di muo­ver­si sul­la diret­tri­ce di mar­cia dell’insurrezione, ma di
ria­pri­re diret­ta­men­te in ter­mi­ni riso­lu­ti­vi una ver­ten­za di pote­re con lo Sta­to. Però, que­sto non
signi­fi­ca che non sce­glia­mo que­sto tipo di ter­re­no come ter­re­no qua­li­ta­ti­vo sul qua­le ci muo­via­mo.
Que­sta è dun­que la tema­ti­ca che noi cre­dia­mo deb­ba pas­sa­re nel movi­men­to: se sala­rio e lot­ta dura
era il bino­mio e la paro­la d’ordine nel­la fase dell’autonomia, sala­rio poli­ti­co e lot­ta per il pote­re (e
quin­di pro­ces­so insur­re­zio­na­le, lot­ta arma­ta – che è un pro­ces­so a lun­go perio­do ma che va avvia­to,
reso pos­si­bi­le, e ver­so il qua­le il movi­men­to va for­za­to) deve esse­re oggi la paro­la d’ordine da dare
al movi­men­to. Una paro­la d’ordine, che non sia enun­cia­zio­ne di linea, ma che sia soste­nu­ta da una
capa­ci­tà di orga­niz­za­re siste­ma­ti­ca­men­te del­le sca­den­ze, dei momen­ti di scon­tro, di rot­tu­ra, che
fac­cia­no fare dei pas­si in avan­ti al movi­men­to. Gli esem­pi sono tan­ti, e ne sce­glia­mo uno. Pen­sa­te,
com­pa­gni, che cosa signi­fi­ca pas­sa­re da un’occupazione gene­ra­liz­za­ta di mas­sa del­le case alla
capa­ci­tà di dife­sa com­ples­si­va del quar­tie­re pro­le­ta­rio, di dife­sa mili­ta­re con­tro l’attacco del­la
poli­zia. Pen­sa­te che cosa signi­fi­ca pas­sa­re da esplo­sio­ni spon­ta­nee di rivol­ta pro­le­ta­ria come quel­le
che cono­scia­mo ogni gior­no nei pae­si del sud, a una capa­ci­tà di coor­di­na­men­to, e quin­di anche a
una vio­len­za non spon­ta­nea di mas­sa, ma a una vio­len­za pre­or­di­na­ta, pre­co­sti­tui­ta, gui­da­ta, diret­ta.
Capi­te che cosa signi­fi­ca que­sto in ter­mi­ni orga­niz­za­ti­vi. Noi pen­sia­mo che ver­so que­sto tipo di
pro­ces­so, ver­so que­sto tipo di sca­den­za vada diret­to l’intero movi­men­to e pen­sia­mo però che
rispet­to a que­sto e ai ritar­di enor­mi che gli altri grup­pi mani­fe­sta­no noi dob­bia­mo rap­pre­sen­ta­re
pro­prio que­sta urgen­za impo­sta dal­la situa­zio­ne, e quin­di anche una gros­sa capa­ci­tà di
esem­pli­fi­ca­zio­ne. Altri­men­ti, com­pa­gni, il discor­so sul par­ti­to è un discor­so vuo­to, di costru­zio­ne
dell’organizzazione mat­to­ne su mat­to­ne. È la lot­ta con­tro lo Sta­to la spe­ci­fi­ci­tà del par­ti­to, la
fun­zio­ne dell’organizzazione rivo­lu­zio­na­ria. La dif­fe­ren­za tra l’organizzazione rivo­lu­zio­na­ria di
par­ti­to degli ope­rai e dei pro­le­ta­ri e un’organizzazione gene­ri­ca, di movi­men­to den­tro le lot­te non è
ovvia­men­te quel­la di ave­re qual­che ban­die­ri­na in più nel­la «car­ta geo­gra­fi­ca» dell’organizzazione,
ma è fon­da­men­tal­men­te la capa­ci­tà di muo­ver­si al livel­lo dei com­pi­ti rea­li che il movi­men­to ha di
fron­te. Noi, su que­sto discor­so voglia­mo misu­rar­ci, voglia­mo esse­re por­ta­to­ri di que­sta paro­la
d’ordine dell’offensiva. È nor­ma­le, che all’interno di un movi­men­to rivo­lu­zio­na­rio, nel­le fasi di
cri­si e di con­trat­tac­co padro­na­le, com­pa­io­no anche del­le posi­zio­ni che non esi­tia­mo a defi­ni­re di
atten­di­smo e di oppor­tu­ni­smo. Mol­ti com­pa­gni cre­do­no che quan­do il padro­ne, quan­do lo Sta­to
attac­ca, biso­gna riti­rar­si e pro­teg­ge­re i livel­li orga­niz­za­ti­vi che si deten­go­no. Ora, noi cre­dia­mo che
non sia così, cre­dia­mo che nes­su­na orga­niz­za­zio­ne che si dica rivo­lu­zio­na­ria potreb­be soprav­vi­ve­re
come tale, con un mini­mo di cre­di­bi­li­tà poli­ti­ca, come orga­niz­za­zio­ne rivo­lu­zio­na­ria dopo aver
man­ca­to a que­sto appun­ta­men­to, a que­sta veri­fi­ca del­la capa­ci­tà di spe­ri­men­ta­re for­me signi­fi­ca­ti­ve
di lot­ta sul ter­re­no del pote­re, sul ter­re­no del­lo scon­tro con lo Sta­to del­la cri­si. Tut­to que­sto è anco­ra
un pro­get­to, però cre­dia­mo che que­sto tipo di spe­ri­men­ta­zio­ne vada fat­ta, che rispet­to a que­sti tem­pi
il pro­ble­ma non sia tirar­si indie­tro, e che sia neces­sa­rio inve­ce gio­ca­re fino in fon­do le pro­prie
capa­ci­tà di orga­niz­za­zio­ne attor­no a que­sto tipo di indi­ca­zio­ne poli­ti­ca, a que­sti com­pi­ti di
avan­guar­dia, e intor­no alla costru­zio­ne di alcu­ne sca­den­ze signi­fi­ca­ti­ve di scon­tro che poi pos­sa­no
vale­re non come piat­ta esem­pla­ri­tà ma come rife­ri­men­to d’avanguardia per l’intero movimento.

2)POTERE OPERAIO : spunti di riflessione

sul ”grup­po’’ poli­ti­co e i suoi gior­na­li tra ope­rai­smo e auto­no­mia organizzata

Il docu­men­to di pre­sen­ta­zio­ne, «La gra­fi­ca di pote­re ope­ra­io», è di Gio­van­ni
Ance­schi.
La gra­fi­ca di Pote­re ope­ra­io
Gio­van­ni Ance­schi
All’inizio del 1967 Anne Pre­iss, una ragaz­za franco-​algerina che era sta­ta mia com­pa­gna di cor­so
alla Hoch­schu­le für Gestal­tung di Ulm e con la qua­le (e con altri) ave­vo fon­da­to il loca­le grup­po Sds
(per inten­der­ci, quel­lo di Rudi Dutsch­ke), una vol­ta rien­tra­ta in Alge­ria mi ave­va invi­ta­to a
con­di­vi­de­re con lei, pres­so la Socie­té natio­na­le du pétro­le algé­rien (Sona­trach), la dire­zio­ne del
Sér­vi­ce fabri­ca­tion. Così si chia­ma­va l’ufficio che pre­sie­de­va alla rea­liz­za­zio­ne di tut­ti gli arte­fat­ti
comu­ni­ca­ti­vi neces­sa­ri al fun­zio­na­men­to dell’industria petro­li­fe­ra (12.000 addet­ti). Subi­to un
pro­get­to enor­me, e nel Ter­zo Mon­do!
E così pre­sie­dia­mo alla rea­liz­za­zio­ne di un com­ple­to pro­gram­ma di imma­gi­ne coor­di­na­ta
dell’azienda (tut­to il mate­ria­le tipo­gra­fi­co, colo­ra­zio­ne dei vei­co­li, divi­se del per­so­na­le del­le
sta­zio­ni di ser­vi­zio, exhi­bi­tion desi­gn, stam­pa e adver­ti­sing inter­na­zio­na­le), ma venia­mo pre­sta­ti
anche ad altre isti­tu­zio­ni: pro­get­tia­mo i fran­co­bol­li per il Mini­ste­ro dell’industria e dell’energia,
pro­get­tia­mo una «mostra-​packaging» seri­gra­fi­ca inau­gu­ra­ta con­tem­po­ra­nea­men­te in set­te cit­tà
alge­ri­ne per la Socié­té natio­na­le des pâtes ali­men­tai­res, col­la­bo­ria­mo all’immagine dell’Université
d’Alger ecc. ecc.
Ad Alge­ri si vive lo straor­di­na­rio cli­ma dell’affermazione dell’indipendenza in una capi­ta­le di ran­go
inter­na­zio­na­le, dove il pri­mo saba­to sera si par­te­ci­pa alla festa com­me­mo­ra­ti­va del­la rivo­lu­zio­ne
pres­so l’Ambasciata sovie­ti­ca, la set­ti­ma­na dopo si va alla pro­ie­zio­ne del film Il distac­ca­men­to
fem­mi­ni­le all’Ambasciata cine­se, e la set­ti­ma­na dopo all’Ambasciata cuba­na si va a vede­re la
mostra del­la gra­fi­ca di pub­bli­ca uti­li­tà (con Félix Bel­trán). Ma quel­la dopo anco­ra ci si va for­se a
ubria­ca­re al par­ty dell’Ambasciata Usa. Un’atmosfera un po’da Casa­blan­ca, dove ti capi­ta di
sco­pri­re che il sim­pa­ti­co ami­co gior­na­li­sta ingle­se che ti gira per casa vie­ne espul­so per­ché è del
Sis.
Con Anne Pre­iss e Jean-​Marie Boe­glin, con la «pied rou­ge» Joël­le Labruyè­re e Jean-​Jacques Deluz,
con Susie, con Ber­nard ecc. seguia­mo con l’orecchio incol­la­to al tran­si­stor la radio­cro­na­ca da Pari­gi
degli évé­ne­men­ts del ’68.
Alge­ri era una sor­ta di zona fran­ca, un ter­ri­to­rio ami­che­vo­le per i mili­tan­ti dei movi­men­ti di
libe­ra­zio­ne afri­ca­ni che ci veni­va­no a pas­sa­re qual­che perio­do di «vacan­za» lon­ta­no dal­le linee. Si
face­va­no incon­tri straor­di­na­ri: ho cono­sciu­to, fa gli altri, Amil­car Cabral del Pai­gc (Gui­nea Bis­sau e
Capo Ver­de). È diven­ta­to un mio caro ami­co John­ny Maka­ti­ni dell’Anc, Suda­fri­ca: il mini­stro degli
Este­ri di Nel­son Man­de­la. Del resto, per la rivi­sta dell’Anc inti­to­la­ta «Secha­ba» (Zaga­glia) Anne
Pre­iss ave­va dise­gna­to l’emblema del­la testa­ta. Ricor­do anche un omo­ne gigan­te­sco, un cer­to
Robert (che for­se di cogno­me face­va Muga­be) del­lo Zapu, cioè del movi­men­to di libe­ra­zio­ne del­lo
Zim­ba­b­we (che allo­ra si chia­ma­va Rho­de­sia). Ma il ricor­do più vivi­do è una lun­ga con­ver­sa­zio­ne
sul­le pro­spet­ti­ve del­le lot­te di libe­ra­zio­ne con Ago­sti­n­ho Neto, del Fre­li­mo (Mozam­bi­co). Sono
rima­sto abba­glia­to dal­la sua straor­di­na­ria nobil­tà d’animo, dal­la sua impre­giu­di­ca­ta chia­rez­za
ideo­lo­gi­ca e dal­la sua pro­fon­di­tà intel­let­tua­le. Tan­to che ne era nato il pro­get­to di spo­star­mi in
Mozam­bi­co, ma poi non se ne fece nien­te.
Que­sto lun­go pro­lo­go per dire che, in qual­che modo, ero pre­pa­ra­to per i pas­si suc­ces­si­vi che si
svol­go­no alla fine del 1969, quan­do l’esperienza alge­ri­na si va con­clu­den­do e allo­ra, invi­ta­to da
Giu­lio Car­lo Argan e Fili­ber­to Men­na, lascio l’Algeria e mi tra­sfe­ri­sco a Roma a inse­gna­re «basic
desi­gn» e «desi­gn del­la comu­ni­ca­zio­ne» al Cor­so supe­rio­re di dise­gno indu­stria­le e comu­ni­ca­zio­ni
visi­ve che diven­te­rà poi l’Isia.
E l’esperienza poli­ti­ca pro­se­gue per­ché a Roma ritro­vo Nan­ni Bale­stri­ni (com­pa­gno di scor­re­rie
avan­guar­di­sti­che e anti­ci­pa­tri­ci, lui nel­la poe­sia elet­tro­ni­ca e io nel­la gra­fi­ca pro­gram­ma­ta
sull’Almanacco Bom­pia­ni). Nan­ni mi intro­du­ce in Pote­re ope­ra­io e mi fa cono­sce­re Toni Negri,
Fran­co Piper­no e Ore­ste Scal­zo­ne. Potop sta affron­tan­do una gran­de svol­ta di orga­niz­za­zio­ne in
quan­to sta diven­tan­do un feno­me­no nazio­na­le, per cui biso­gna gene­ra­re uno stru­men­to di
inter­con­nes­sio­ne e pro­pa­gan­da. Infat­ti stan­no deci­den­do di far usci­re «il gior­na­le» e mi
pro­pon­go­no di pro­get­tar­lo.
Con il «com­pa­gno anar­chi­co» Fabio Bon­zi, il qua­le sco­va in una vec­chia tipo­gra­fia un gros­so
carat­te­re bold con­den­sed (per non dire elon­ga­ted), mol­to pesan­te e aggres­si­vo ma anche mol­to
indu­stria­le, cioè ope­ra­io, inven­tia­mo la testa­ta. E inve­ce io, l’ulmiano, il desi­gner, dise­gno il siste­ma
gra­fi­co (cioè la gab­bia e la for­mu­la degli ingre­dien­ti) sul tec­ni­gra­fo del­lo stu­dio Mid duran­te una
mia pun­ta­ta a Mila­no.
I com­pa­gni di Po par­la­va­no di «gior­na­le» per­ché pun­ta­va­no a uno stru­men­to quo­ti­dia­no di
infor­ma­zio­ne sul­le lot­te. E infat­ti Pote­re ope­ra­io andò nel­le edi­co­le, ma rima­se sem­pre sol­tan­to
set­ti­ma­na­le fino alla con­clu­sio­ne dell’esperienza. Per que­sta «voglia di quo­ti­dia­no» la rivi­sta
pren­de­rà la for­ma di un fasci­co­lo di sei pagi­ne di gran­dis­si­mo for­ma­to, come era­no i gior­na­li
d’allora.
E la for­mu­la è piut­to­sto inno­va­ti­va, di ispi­ra­zio­ne mol­to siste­mi­ca e fun­zio­na­li­sta (o for­se oggi si
direb­be user orien­ted): sot­to la testa­ta, sei colon­ne di testo in carat­te­re gra­zia­to (rea­da­ble) tut­te
del­lo stes­so cor­po, attra­ver­sa­te da tito­li in carat­te­re sen­za gra­zie (del­la fami­glia dei Gro­te­sk e
quin­di legi­ble) tut­ti nel mede­si­mo gran­de cor­po. Nes­su­na gerar­chiz­za­zio­ne e varie­tà sedut­ti­va dei
carat­te­ri: l’idea (anzi l’ideologia, vivad­dio) era che non fos­se eti­co mani­po­la­re e pilo­ta­re
l’attenzione del let­to­re. La com­po­si­zio­ne nasce­va da sola, attri­buen­do un valo­re omo­ge­neo a tut­te
le noti­zie. Spet­ta­va alla men­te del let­to­re costruir­si le pro­prie gerar­chie valo­ria­li. È in un cer­to
sen­so inne­ga­bi­le che que­sta con­ce­zio­ne pro­get­tua­le influen­ze­rà la for­mu­la gra­fi­ca dei gior­na­li del
movi­men­to da allo­ra in poi, in par­ti­co­la­re la straor­di­na­ria­men­te matu­ra pri­ma ver­sio­ne de «il
mani­fe­sto» dise­gna­ta da Giu­sep­pe Tre­vi­sa­ni.
Ma vi sono anco­ra due con­no­ta­ti tecnico-​formali che saran­no deter­mi­nan­ti per la gene­ra­zio­ne
dell’immagine incon­fon­di­bi­le di Pote­re ope­ra­io. In pri­mo luo­go quel­lo che pos­sia­mo chia­ma­re il
tra­sfor­mar­si di un erro­re in carat­te­re sti­li­sti­co: biso­gna sape­re che in quel­la fase tec­no­lo­gi­ca i
gior­na­li comin­cia­no a esse­re stam­pa­ti in off­set e non più in rota­ti­va. E, soprat­tut­to, che appa­io­no le
pri­me tito­la­tri­ci. Basan­do­si sul prin­ci­pio foto­gra­fi­co che supe­ra la cor­po­si­tà vin­co­lan­te del piom­bo,
que­ste con­sen­to­no di com­por­re stri­scia­te di testo dove l’ampiezza del­la spa­zia­tu­ra fra le let­te­re e
fra le paro­le è total­men­te libe­ra, non solo nel sen­so che si pos­so­no fare spa­zia­tu­re enor­mi, ma
soprat­tut­to che si pos­so­no fare spa­zia­tu­re ridot­tis­si­me fra i carat­te­ri. E dun­que, allo sco­po di
evi­ta­re una sgra­na­tu­ra del testo noci­va per la leg­gi­bi­li­tà, io scris­si sul dise­gno pro­get­tua­le la
spe­ci­fi­ca «com­pres­so» per indi­ca­re come dove­va­no esse­re com­po­sti i foto­ti­to­li. Al che i tec­ni­ci
del­la tipo­gra­fia pre­se­ro la paro­la tipi­ca del­la ter­mi­no­lo­gia tede­sca, ma non usua­le in ita­lia­no,
trop­po sul serio e acco­sta­ro­no le aste e le cur­ve dei carat­te­ri in modo estre­mo, fino tal­vol­ta alla
sovrap­po­si­zio­ne. La for­mu­la è sta­ta poi da altri imi­ta­ta ed esa­ge­ra­ta, il che pro­du­ce­va un effet­to
for­ma­le di rude e di improv­vi­sa­to: ecco nato uno sti­le di gra­fi­ca mili­tan­te!
Il secon­do con­no­ta­to riguar­da il trat­ta­men­to del testo: vi sono due moda­li­tà prin­ci­pa­li di dispor­re
le righe del testo: a bloc­chet­to (o a pac­chet­to), e a ban­die­ra. Io deci­si di uti­liz­za­re la sot­to­ver­sio­ne
chia­ma­ta «a ban­die­ri­na», per desi­gna­re una ban­die­ra a destra che però non inter­rom­pe la riga alla
fine del­le paro­le, come avvie­ne nel­la poe­sia, ma la inter­rom­pe tenen­do con­to del­la sil­la­ba­zio­ne,
inse­ren­do un trat­ti­no di con­giun­zio­ne. Que­sta ver­sio­ne ha di nuo­vo una fon­da­men­ta­le supe­rio­ri­tà
fun­zio­na­le rispet­to all’altra per­ché com­por­ta che gli spa­zi che sepa­ra­no le paro­le sia­no costan­ti, il
che favo­ri­sce poten­te­men­te la let­tu­ra. Ma pro­du­ce anche sul­la destra del­la colon­na un gra­de­vo­le
effet­to di sfran­gia­tu­ra, di irre­go­la­ri­tà.
La com­po­si­zio­ne a bloc­chet­to o giu­sti­fi­ca­ta – come si dice – ridi­stri­bui­sce negli spa­zi fra le paro­le lo
spa­zio che avan­ze­reb­be sino alla fine del­la lar­ghez­za del­la colon­na: una lar­ghez­za che si chia­ma
giu­stez­za. Il che rischia mol­to spes­so di pro­dur­re spa­zia­tu­re spro­po­si­ta­te che buca­no e
fram­men­ta­no la tex­tu­re. Ine­ste­ti­che e noci­ve. Va det­to che in Ger­ma­nia quel­la che noi chia­mia­mo
ban­die­ri­na e che loro chia­ma­no offe­ner Satz (com­po­si­zio­ne aper­ta) era ed è del tut­to usua­le, a
par­ti­re dal­la Bib­bia di Guten­berg, In Ita­lia, da Bodo­ni in poi, è sem­pre pre­val­sa inve­ce
l’impaginazione sim­me­tri­ca e giu­sti­fi­ca­ta anche a destra.
Ma un’altra cosa che biso­gna sape­re è che i testi lun­ghi (non i tito­li) veni­va­no in quel­la fase di
tran­si­zio­ne anco­ra com­po­sti a cal­do con la lino­ty­pe. E la lino­ty­pe è por­ta­tri­ce di un’ideologia
asso­lu­ta­men­te e rigi­da­men­te bodo­nia­na, vei­co­la cioè un’estetica sim­me­tri­ca e giu­sti­fi­ca­tri­ce. Nel­la
tastie­ra del­la lino­ty­pe esi­ste un tasto­ne che vie­ne bat­tu­to dal com­po­si­to­re alla fine del­la riga; il
gesto sca­te­na con­tem­po­ra­nea­men­te l’andata a capo e la giu­sti­fi­ca­zio­ne auto­ma­ti­ca. Cioè, il
piom­bo fuso si distri­bui­sce equa­men­te in tut­ti gli spa­zi fra paro­le. E gli ope­ra­to­ri sono total­men­te e
asso­lu­ta­men­te abi­tua­ti a com­pie­re quel gesto. Per cui, volen­do otte­ne­re l’effetto ban­die­ri­na, pri­ma
di tut­to biso­gna esclu­de­re l’accoppiamento degli auto­ma­ti­smi, ma poi biso­gna costrin­ge­re il
com­po­si­to­re a pre­sta­re una par­ti­co­la­re atten­zio­ne alla sil­la­ba­zio­ne.
E allo­ra… E allo­ra, poi­ché – come dice­vo – io ero impe­gna­to in uno sco­mo­do noma­di­smo pen­do­la­re
fra Roma e Mila­no e non pote­vo sta­re tut­to il tem­po in tipo­gra­fia, un Nan­ni Bale­stri­ni – fede­le alla
linea? No, ma cer­ta­men­te fede­le alle con­se­gne pro­get­tua­li – si appol­la­ia­va pro­prio alle spal­le del
com­pa­gno com­po­si­to­re e al momen­to giu­sto gli sof­fia­va nell’orecchio: «A capo… a capo… a capo…
a capo…».

3) POTERE OPERAIO : spunti di riflessione

sul ”grup­po’’ poli­ti­co e i suoi gior­na­li tra ope­rai­smo e auto­no­mia organizzata

Il docu­men­to di pre­sen­ta­zio­ne, «L’o­pe­rai­smo mes­so in pra­ti­ca. Sto­ria di Pote­re
ope­ra­io», è di Die­go Giachetti.


L’operaismo mes­so in pra­ti­ca Sto­ria di Pote­re ope­ra­io Die­go Giachetti


A strap­pa­re l’organizzazione poli­ti­ca Pote­re ope­ra­io dell’oblio in cui sem­bra­va esse­re pre­ci­pi­ta­ta
nel­la secon­da metà degli anni Set­tan­ta, con­tri­buì l’azione pena­le intra­pre­sa il 7 apri­le 1979 con­tro i
suoi prin­ci­pa­li diri­gen­ti, accu­sa­ti di esse­re il «comi­ta­to» diret­ti­vo di tut­ti i grup­pi, Bri­ga­te ros­se in
pri­mis, che pra­ti­ca­va­no la lot­ta arma­ta. Accu­sa inve­ro­si­mi­le, come poi si dimo­strò, ma intan­to gli
arre­sta­ti si fece­ro qual­che annet­to di car­ce­re. Quell’evento ha impo­sto la suc­ces­si­va sto­ry­tel­ling del
grup­po in due modi: ha dato spa­zio e risal­to, dopo le vicen­de giu­di­zia­rie, alla memo­ria­li­sti­ca dei
pro­ta­go­ni­sti e alle rico­stru­zio­ni da pub­bli­co mini­ste­ro; ha impri­gio­na­to la rico­stru­zio­ne dei fat­ti in
un para­dig­ma già fis­sa­to e solo da ricon­fer­ma­re sce­glien­do, tra la docu­men­ta­zio­ne pos­si­bi­le, solo
quel­la favo­re­vo­le alla nar­ra­zio­ne pre­co­sti­tui­ta. Non è que­sta la via scel­ta da Mar­co Sca­vi­no nel
libro Pote­re ope­ra­io. La sto­ria. La teo­ria, (vol. I, Roma, Deri­ve Appro­di, 2018) che, inve­ce di
«lega­re» la sto­ria di que­sta orga­niz­za­zio­ne al «let­to di Pro­cu­ste», le ridà pie­na liber­tà, strap­pan­do­la
dal sen­so comu­ne dell’odierno pre­sen­ti­smo dove ciò che è noto non cor­ri­spon­de al cono­sciu­to.
Quan­do si vuo­le rico­strui­re «da un pun­to di vista sto­ri­co le vicen­de di una for­ma­zio­ne poli­ti­ca, non
ci si può che atte­ne­re a quan­to essa all’epoca dichia­rò, scris­se e fece», pre­ci­sa l’autore in una nota.
La sto­ria del grup­po si arti­co­la lun­go tre indi­riz­zi di ricer­ca: il rap­por­to col costrut­to teo­ri­co e
poli­ti­co dell’operaismo, così come si con­fi­gu­ra negli anni Ses­san­ta; il ten­ta­ti­vo di scio­glie­re il nodo
del­la rivo­lu­zio­ne nel­le socie­tà a capi­ta­li­smo avan­za­to nel secon­do dopo­guer­ra; il ruo­lo di Pote­re
ope­ra­io nel­la gene­si del­la lot­ta arma­ta. Che in Pote­re ope­ra­io, come in mol­ti altri grup­pi del­la
sini­stra extra­par­la­men­ta­re, nei pri­mi anni Set­tan­ta si sia discus­so di uso del­la for­za, di insur­re­zio­ne,
di rivo­lu­zio­ne, è inne­ga­bi­le, soprat­tut­to nel cli­ma e nel­le cir­co­stan­ze date dai pri­mi anni Set­tan­ta.
Tut­ta­via, Pote­re ope­ra­io non fece mai la scel­ta orga­niz­za­ti­va di pas­sa­re alla lot­ta arma­ta, come
fece­ro altre for­ma­zio­ni qua­li le Bri­ga­te ros­se e i Grup­pi di azio­ne par­ti­gia­na. A trat­te­ner­lo dal
com­pie­re quel­la scel­ta, vi era l’impostazione di fon­do secon­do la qua­le l’eventuale svi­lup­po del­la
lot­ta arma­ta dove­va avve­ni­re in un rap­por­to diret­to con la cre­sci­ta di lot­te di mas­sa, col matu­ra­re
del­la con­sa­pe­vo­lez­za del­la neces­si­tà del­la rot­tu­ra rivo­lu­zio­na­ria tra lar­ghi stra­ti del­le clas­si
subor­di­na­te.


Alle ori­gi­ni per anda­re oltre


In que­sto pri­mo volu­me si trat­ta la sto­ria di Pote­re ope­ra­io a comin­cia­re dal­le sue radi­ci, cioè
l’esperienza mili­tan­te e di ricer­ca teo­ri­ca con­dot­ta da due rivi­ste: «Qua­der­ni ros­si» e «Clas­se
ope­ra­ia». Espe­rien­ze ver­so le qua­li Pote­re ope­ra­io si pone in con­ti­nui­tà nell’approccio teo­ri­co e
pra­ti­co alle lot­te ope­ra­ie, valo­riz­za il tema dell’autonomia del­la clas­se, lo sti­le e le moda­li­tà
d’intervento poli­ti­co di mas­sa; ma è una con­ti­nui­tà da cui par­te per anda­re oltre, pas­sa­re dal­la
teo­ria all’azione poli­ti­ca con­tin­gen­te, rie­la­bo­ran­do il baga­glio del pre­ce­den­te ope­rai­smo alla luce
dei cam­bia­men­ti che avven­go­no nel ’68 e nel ’69: inat­te­sa la rivol­ta stu­den­te­sca, atte­sa inve­ce
quel­la ope­ra­ia, di cui gli ope­rai­sti ave­va­no col­to i segna­li nel quin­quen­nio fina­le del decen­nio. In
que­sto sen­so, se la meta­fo­ra è con­sen­ti­ta, Pote­re ope­ra­io rap­pre­sen­ta lo spi­ri­to dell’operaismo che
si fa «car­ne», cioè orga­niz­za­zio­ne poli­ti­ca. Un’incarnazione che ha come rife­ri­men­to l’esperienza
già in cor­so del­le lot­te ope­ra­ie di Por­to Mar­ghe­ra e non solo. Già duran­te l’estate del ’68 il grup­po
di per­so­ne che fa rife­ri­men­to all’operaismo ini­zia a ricon­si­de­ra­re il pro­get­to poli­ti­co com­ples­si­vo,
intro­du­ce alcu­ni ele­men­ti poli­ti­ci e orga­niz­za­ti­vi desti­na­ti ad ave­re un peso nel­la futu­ra pros­si­ma
sto­ria di Pote­re ope­ra­io. L’organizzazione poli­ti­ca deve esse­re espres­sio­ne dell’autonomia di clas­se,
alle sue lot­te e ai con­te­nu­ti riven­di­ca­ti­vi: ridu­zio­ne del­le ore di lavo­ro a pari­tà di paga, aumen­ti
sala­ria­li ugua­li per tut­ti. L’imprevisto del movi­men­to stu­den­te­sco vie­ne let­to come ribel­lio­ne degli
stu­den­ti in quan­to forza-​lavoro in for­ma­zio­ne, in modo da col­le­ga­re scuo­la e svi­lup­po capi­ta­li­sti­co
e con­tro­bat­te­re alle tesi che lo con­si­de­ra­no l’espressione di set­to­ri del­la pic­co­la e media bor­ghe­sia.
Paral­le­la­men­te si rie­la­bo­ra il con­cet­to di com­po­si­zio­ne di clas­se e si intro­du­ce quel­lo di ope­ra­io
mas­sa, per indi­ca­re i set­to­ri di mano­do­pe­ra dequa­li­fi­ca­ta, mobi­li e inter­cam­bia­bi­li del­la for­za
lavo­ro.


L’anno del pote­re operaio


Pro­ba­bil­men­te deci­si­va per l’incubazione del grup­po è la lot­ta ope­ra­ia che si apre Tori­no, alla Fiat,
nel­la pri­ma­ve­ra del 1969, rac­con­ta­ta dal gior­na­le «La clas­se» e orga­niz­za­ta anche dall’Assemblea
ope­rai e stu­den­ti. È una bre­ve espe­rien­za. Con la ripre­sa autun­na­le del­le lot­te l’Assemblea si
divi­de. Sul fini­re del set­tem­bre di quell’anno com­pa­re il pri­mo nume­ro di «Pote­re ope­ra­io» che si
pone in con­ti­nui­tà col gior­na­le «La clas­se» che ave­va ces­sa­to le pub­bli­ca­zio­ni; poi, nel mese di
novem­bre, l’uscita del pri­mo nume­ro di «Lot­ta con­ti­nua», pro­vo­ca l’uscita di chi si rico­no­sce in
Pote­re ope­ra­io e di altre com­po­nen­ti mino­ri dall’Assemblea ope­rai e stu­den­ti. Secon­do i pro­mo­to­ri
del gior­na­le, quel ciclo di lot­te pone un pro­ble­ma enor­me: tro­va­re uno sboc­co rivo­lu­zio­na­rio, di
pre­sa del pote­re. Su que­sto nodo il grup­po con­su­ma la sua para­bo­la poli­ti­ca, sostie­ne l’autore,
sen­za venir­ne a capo. Si pone quin­di il tema dell’organizzazione del­le lot­te, del ruo­lo che devo­no
assu­me­re i comi­ta­ti auto­no­mi sor­ti in varie fab­bri­che. Matu­ra la con­sa­pe­vo­lez­za del­la neces­si­tà di
dotar­si di un’organizzazione per­ma­nen­te e coor­di­na­ta a livel­lo nazio­na­le, per supe­ra­re la
con­di­zio­ne mino­ri­ta­ria e iso­la­ta del­la sin­go­la fab­bri­ca, sot­trar­re ai sin­da­ca­ti la dire­zio­ne poli­ti­ca del
movi­men­to e gene­ra­liz­za­re lo scon­tro socia­le. Se si pone all’ordine del gior­no la que­stio­ne del
pote­re, allo­ra è neces­sa­rio dotar­si di stru­men­ti orga­niz­za­ti­vi ade­gua­ti; in que­sto sen­so va
recu­pe­ra­ta la lezio­ne del leni­ni­smo che non vuo­le dire ripro­por­re il model­lo bol­sce­vi­co di par­ti­to. I
pri­mi pas­si orga­niz­za­ti­vi con­si­sto­no nel­la for­ma­liz­za­zio­ne del­le real­tà loca­li, nel repe­ri­men­to del­le
sedi e nel­la defi­ni­zio­ne più pre­ci­sa del qua­dro mili­tan­te, tut­to al fine di favo­ri­re la cen­tra­liz­za­zio­ne
del­le for­ze ope­ra­ie esi­sten­ti nei vari comi­ta­ti poli­ti­ci coi qua­li Pote­re ope­ra­io spe­ra di costrui­re
movi­men­ti di clas­se e dare una base di «mas­sa» al par­ti­to. Alcu­ni incon­tri tra avan­guar­die mili­tan­ti
che si svol­go­no dopo la fir­ma dei con­trat­ti del 1969 indi­ca­no, tra lun­ghe e arti­co­la­te discus­sio­ni,
aper­te e pub­bli­che, il per­cor­so da segui­re. È un pro­get­to ambi­zio­so che dovrà tener con­to anche
dell’esiguità e ete­ro­ge­nei­tà del­le for­ze dispo­ni­bi­li, spro­por­zio­na­te rispet­to ai com­pi­ti pre­fis­sa­ti. Il
con­ve­gno nazio­na­le, che si tie­ne a Bolo­gna il 5-​6 set­tem­bre 1970, a cui par­te­ci­pa­no cir­ca
cin­que­cen­to per­so­ne in rap­pre­sen­tan­za di vari orga­ni­smi auto­no­mi e grup­pi loca­li, deci­de la
costi­tu­zio­ne di un par­ti­to basa­to su una rete di orga­ni­smi di clas­se, nel­la spe­ran­za di tro­va­re la via
rivo­lu­zio­na­ria alla pre­sa del pote­re che le lot­te ope­ra­ie pon­ga­no come sca­den­za a bre­ve ter­mi­ne.
Nell’immediato riten­go­no si deb­ba ricer­ca­re una ricom­po­si­zio­ne del­le for­ze poli­ti­che dei grup­pi
che non sia la sem­pli­ce som­ma­to­ria dei mili­tan­ti rivo­lu­zio­na­ri pro­fes­sio­na­li. In que­sta pro­spet­ti­va si
pre­ci­sa la pro­po­sta di con­fron­to poli­ti­co, per l’eventuale aggre­ga­zio­ne, col grup­po del Mani­fe­sto,
appe­na espul­so dal Pci. Si sta­bi­li­sco­no con­tat­ti e si deci­de di orga­niz­za­re assie­me un con­ve­gno
ope­ra­io a Mila­no il 30-​31 gen­na­io 1971. Vi par­te­ci­pa­no 1500 per­so­ne in rap­pre­sen­tan­za di 76
situa­zio­ni ope­ra­ie orga­niz­za­te dal Mani­fe­sto e 68 situa­zio­ni orga­niz­za­te da Pote­re ope­ra­io. Qua­si
subi­to emer­ge la sostan­zia­le distan­za fra le due orga­niz­za­zio­ni nel modo di inten­de­re la poli­ti­ca
rivo­lu­zio­na­ria, di accen­tua­re o meno il tema del­la lot­ta con­tro lo Sta­to, di pro­spet­ta­re o meno in
tem­pi bre­vi una pre­ci­pi­ta­zio­ne del­lo scon­tro socia­le e su come orga­niz­zar­si in fab­bri­ca: ade­ri­re e
soste­ne­re il movi­men­to dei dele­ga­ti e dei con­si­gli, oppu­re costrui­re i comi­ta­ti e le assem­blee
auto­no­me? La sepa­ra­zio­ne è con­sen­sua­le. Pote­re ope­ra­io con­ti­nua il suo per­cor­so poli­ti­co che ci
ver­rà nar­ra­to nel secon­do volu­me previsto.

4) POTERE OPERAIO : spunti di riflessione

sul ”grup­po’’ poli­ti­co e i suoi gior­na­li fra ope­rai­smo e auto­no­mia organizzata

Il docu­men­to di pre­sen­ta­zio­ne, «1969: dal movi­men­to ai grup­pi (Pote­re
ope­ra­io)», è di Andrea Colombo.


1969: dal movi­men­to ai grup­pi (Pote­re ope­ra­io)
Andrea Colom­bo


Alla fine del luglio ’69 si tie­ne a Tori­no il con­ve­gno dei comi­ta­ti e del­le avan­guar­die
ope­ra­ie. L’obiettivo, dopo il gran­de ciclo di lot­te auto­no­me alla Fiat nel­la pri­ma­ve­ra, è di
costrui­re un’organizzazione rivo­lu­zio­na­ria nazio­na­le. Il con­ve­gno è orga­niz­za­to dal
set­ti­ma­na­le «La Clas­se», in cir­co­la­zio­ne da mag­gio, che ha svol­to un ruo­lo deter­mi­nan­te
nel coor­di­na­re a livel­lo cit­ta­di­no le lot­te dei vari repar­ti Fiat.
Il pro­get­to uni­ta­rio però fal­li­sce e le due prin­ci­pa­li cor­ren­ti che ave­va­no dato vita
all’assemblea ope­rai-stu­den­ti di Tori­no, cen­tro orga­niz­za­ti­vo del­le lot­te auto­no­me nei mesi
pre­ce­den­ti, esco­no dal con­ve­gno divi­se. Da un lato il grup­po di «La Clas­se», dall’altro i
mili­tan­ti del grup­po tosca­no Il pote­re ope­ra­io e il Movi­men­to stu­den­te­sco tori­ne­se. I
moti­vi del­la divi­sio­ne non sono esen­ti da per­so­na­li­smi, ma riguar­da­no anche que­stio­ni più
sostan­zia­li. «La Clas­se» pun­ta sul carat­te­re poli­ti­co degli obiet­ti­vi sala­ria­li, sul­la dire­zio­ne
ope­ra­ia del­lo scon­tro socia­le, sul­la lot­ta con­tro il lavo­ro.
Duran­te l’estate il grup­po di «La Clas­se» dà vita a Pote­re ope­ra­io, con cen­tri for­ti a Roma e
nel Vene­to, dove con­flui­sco­no nel grup­po i qua­dri che già da anni inter­ven­go­no negli
sta­bi­li­men­ti di Por­to Mar­ghe­ra. Il pri­mo nume­ro del gior­na­le esce in set­tem­bre, l’editoriale
è inti­to­la­to Da La Clas­se a Pote­re ope­ra­io e illu­stra le posi­zio­ni del grup­po: «[…] va det­to
chia­ra­men­te che esi­ste un sal­to dal discor­so por­ta­to avan­ti con “La Clas­se” a quel­lo che si
inten­de impo­sta­re con Pote­re ope­ra­io. Non è un sal­to deter­mi­na­to in astrat­to, ma
pro­vo­ca­to dal livel­lo del­le lot­te e in pri­mo luo­go dal­le urgen­ze d’organizzazione […].
«Dicia­mo­lo chia­ra­men­te: Agnel­li ha sco­per­to i limi­ti del­la “lot­ta con­ti­nua”, del bloc­co del­la
pro­du­zio­ne, ben­ché que­sta pro­spet­ti­va lo ter­ro­riz­zi al pun­to di far­gli per­de­re la testa […] è
neces­sa­rio quin­di anda­re oltre la gestio­ne ope­ra­ia del­la lot­ta di fab­bri­ca, oltre
l’organizzazione dell’autonomia, per impo­sta­re una dire­zio­ne ope­ra­ia sull’imminente, sul
pre­sen­te e sul futu­ro ciclo di lot­te socia­li. Il sem­pli­ce coor­di­na­men­to non basta più,
l’unificazione degli obiet­ti­vi non è più suf­fi­cien­te […]. «Che signi­fi­ca dire­zio­ne ope­ra­ia su
que­sto ciclo di lot­te? Signi­fi­ca innan­zi­tut­to assi­cu­ra­re nei fat­ti l’egemonia del­la lot­ta
ope­ra­ia sul­la lot­ta stu­den­te­sca e pro­le­ta­ria.
«La fine dell’autonomia del movi­men­to stu­den­te­sco, come orga­niz­za­zio­ne spe­ci­fi­ca
arti­co­la­ta in varie ten­den­ze (ope­rai­sta, m‑l, anar­chi­ca) è sta­ta decre­ta­ta pro­prio
dall’esperienza tori­ne­se dell’assemblea per­ma­nen­te ope­rai-stu­den­ti […].
«È per­fi­no super­fluo dire che Pote­re ope­ra­io rifiu­ta di pre­sen­tar­si come orga­no del­le
pre­sen­ti o ancor più futu­re assem­blee ope­rai-stu­den­ti, sia per l’assurdità che per la
scor­ret­tez­za di un pro­get­to di que­sto tipo. La bat­ta­glia di linea per la crea­zio­ne di una
dire­zio­ne ope­ra­ia del ciclo di lot­te è un’altra cosa. Innan­zi­tut­to richie­de una sede e un
rag­gio d’intervento dei qua­dri ope­rai che non sia limi­ta­to all’organizzazione del­la lot­ta in
fab­bri­ca: ma non è cer­to una teo­ria dei qua­dri che può garan­ti­re una dire­zio­ne poli­ti­ca. È il
pro­ble­ma del rap­por­to tra auto­no­mia e orga­niz­za­zio­ne, e il ruo­lo del­le avan­guar­die di
clas­se, è il com­ples­so rap­por­to che lega lot­te ope­ra­ie e lot­te di popo­lo in gene­ra­le, che va
affron­ta­to […].
«Orga­niz­za­zio­ne del rifiu­to del lavo­ro, orga­niz­za­zio­ne poli­ti­ca ope­ra­ia […] ieri il pro­ble­ma
era quel­lo del­la lot­ta con­ti­nua, oggi il pro­ble­ma è quel­lo del­la lot­ta con­ti­nua e del­la lot­ta
orga­niz­za­ta […].
«Per­ché allo­ra Pote­re ope­ra­io? Non cer­to per rac­co­glie­re una paro­la d’ordine o una
deno­mi­na­zio­ne dei grup­pi mino­ri­ta­ri degli anni Ses­san­ta. Al con­tra­rio. Pote­re ope­ra­io per
coglie­re la dina­mi­ca del­la lot­ta di mas­sa di clas­se ope­ra­ia degli anni Ses­san­ta, per
con­qui­sta­re que­sta for­mi­da­bi­le spin­ta all’organizzazione ope­ra­ia com­ples­si­va, da cen­tro la
lot­ta di mas­sa, per l’organizzazione sog­get­ti­va, per pia­ni­fi­ca­re, gui­da­re, diri­ge­re le lot­te
ope­ra­ie di mas­sa […].
«L’urgenza ope­ra­ia del­la dire­zio­ne del­lo scon­tro rivo­lu­zio­na­rio con­tro l’organizzazione
capi­ta­li­sti­ca del lavo­ro è quin­di la chia­ve di vol­ta per inter­pre­ta­re la nostra assun­zio­ne del
gri­do Pote­re ope­ra­io: come costru­zio­ne effet­ti­va den­tro la lot­ta di clas­se, attra­ver­so la lot­ta
di mas­sa, del­la dire­zio­ne poli­ti­ca, dell’organizzazione ope­ra­ia del­la rivo­lu­zio­ne».
«Pote­re ope­ra­io» con­ti­nue­rà a usci­re fino allo scio­gli­men­to del grup­po, alla fine del ’73,
con sca­den­za pri­ma quin­di­ci­na­le poi men­si­le. Nel set­tem­bre del ’71, dopo il fal­li­men­to di
un pro­get­to di uni­fi­ca­zio­ne con il Mani­fe­sto, al men­si­le, ormai esclu­si­va­men­te di carat­te­re
teo­ri­co, vie­ne affian­ca­to un set­ti­ma­na­le, «Pote­re ope­ra­io del lune­dì», che entre­rà
effet­ti­va­men­te in cir­co­la­zio­ne a par­ti­re dal feb­bra­io ’72.
Da: Andrea Colom­bo, Sup­ple­men­to a «il mani­fe­sto», Dal movi­men­to ai grup­pi, Roma, 1986;

5) POTERE OPERAIO : spunti di riflessione

sul ”grup­po’’ poli­ti­co e i suoi gior­na­li fra ope­rai­smo e auto­no­mia organizzata

Il testo che qui pro­po­nia­mo è estrat­to da La nefa­sta uto­pia di Pote­re ope­ra­io.
Lavo­ro tec­ni­ca movi­men­to nel labo­ra­to­rio poli­ti­co del Ses­san­tot­to ita­lia­no, di
Fran­co Berar­di Bifo, pub­bli­ca­to da Castel­vec­chi nel 1998 nel­la col­la­na
«Deri­veAp­pro­di», dal­la qua­le pochi mesi dopo pren­de­rà vita la omo­ni­ma casa
edi­tri­ce.


La nefa­sta uto­pia di pote­re ope­ra­io
Fran­co Berar­di Bifo


La nefa­sta uto­pia di Pote­re ope­ra­io, tito­la­va un com­men­to com­par­so sul quo­ti­dia­no «la
Repub­bli­ca» fir­ma­to da Gior­gio Boc­ca all’inizio del 1979. L’editoriale face­va rife­ri­men­to a quan­to
era avve­nu­to nel cor­so degli anni Set­tan­ta, più che nel­la poli­ti­ca ita­lia­na, nel­la men­ta­li­tà di lar­ghi
set­to­ri socia­li che ave­va­no mes­so in discus­sio­ne, con i loro com­por­ta­men­ti spon­ta­nei, il lavo­ro
sala­ria­to e la razio­na­li­tà pro­dut­ti­vi­sti­ca, fino a con­trap­por­vi­si espli­ci­ta­men­te in nome di una
«uto­pia» nata nel cor­so dei movi­men­ti di lot­ta con­tro il lavo­ro, per il pote­re ope­ra­io.
Dato che Boc­ca è sem­pre sta­to, one­sta­men­te e dichia­ra­ta­men­te, un soste­ni­to­re qua­si fana­ti­co dei
valo­ri dell’industrialismo e del lavo­ro, a lui appa­ri­va incon­ce­pi­bi­le la tesi del rifiu­to del lavo­ro, la
tesi del carat­te­re pro­gres­si­vo del sabo­tag­gio e dell’assenteismo. Per­ciò, in nome di un rea­li­smo
iden­ti­fi­ca­to tout court con l’industrialismo, defi­nì uto­pi­co il mes­sag­gio di Pote­re ope­ra­io. E per
giun­ta quell’utopia gli appa­ri­va nefa­sta, per­ché la sua influen­za ave­va mes­so in moto pro­ces­si di
rivol­ta e di disaf­fe­zio­ne al lavo­ro che ave­va­no con­tri­bui­to a una destrut­tu­ra­zio­ne dell’ordine
indu­stria­le. E que­sto ordi­ne a Gior­gio Boc­ca appa­ri­va natu­ra­le e indi­scu­ti­bi­le come il suc­ce­der­si
del­le sta­gio­ni.
In real­tà, per quan­to ne so io, direi che mai espe­rien­za fu meno uto­pi­ca di quel­la che ebbe la sua
mani­fe­sta­zio­ne nel­la teo­ria e nel­la pra­ti­ca di Pote­re ope­ra­io. Quel grup­po di intel­let­tua­li e di
mili­tan­ti ebbe sem­pre a cuo­re non l’utopia di una socie­tà nuo­va, ma la ten­den­za pro­fon­da iscrit­ta
nei mute­vo­li even­ti del­la vita socia­le dell’ideologia e dell’immaginario col­let­ti­vo. E la pro­va sta nel
fat­to che la ten­den­za fon­da­men­ta­le descrit­ta e pre­fi­gu­ra­ta da Pote­re ope­ra­io (la ten­den­za ver­so
l’estinzione del lavo­ro sala­ria­to come for­ma con­net­ti­va del­la socie­tà inte­ra) non ha cer­to smes­so di
svi­lup­par­si, con­trad­dit­to­ria­men­te e con effet­ti spes­so cata­stro­fi­ci, dopo la scom­par­sa di quel
grup­po che l’aveva espli­ci­ta­ta sul pia­no politico-​intellettuale. Uto­pi­ca sem­mai si potreb­be
con­si­de­ra­re l’ideologia del pro­gres­so ordi­na­to, di gover­no razio­na­le del­la socie­tà, ovve­ro di uno
svi­lup­po socia­le sen­za con­flit­to. Quest’utopia nascon­de la pre­te­sa di una ridu­zio­ne del­la
mol­te­pli­ci­tà dei mon­di di vita a un uni­co prin­ci­pio e la ridu­zio­ne degli innu­me­re­vo­li tem­pi
pul­sio­na­li del­la sin­go­la­ri­tà a una tem­po­ra­li­tà uni­ta­ria e con­ven­zio­na­le: la tem­po­ra­li­tà del valo­re di
scam­bio. Ma su que­sto pun­to tenia­mo il discor­so aper­to. Il pas­sag­gio al seco­lo nuo­vo vede infat­ti
esten­der­si il domi­nio del digi­ta­le, nel­la cui sfe­ra, in effet­ti, la vita sem­bra assor­bi­ta dal­la
gene­ra­zio­ne con­ven­zio­na­le del codi­ce bina­rio. Poche set­ti­ma­ne dopo l’apparizione dell’articolo
inti­to­la­to La nefa­sta uto­pia di Pote­re ofte­ra­io, sen­za che tra i due fat­ti vi fos­se alcun lega­me di
cau­sa­li­tà, la magi­stra­tu­ra die­de ordi­ne di arre­sta­re un grup­po di intel­let­tua­li, pro­fes­so­ri, stu­den­ti e
ope­rai che negli anni tra il 1968 e il 1973 ave­va­no mili­ta­to nel­le file dell’organizzazione deno­mi­na­ta
Pote­re ope­ra­io. Qua­si con­tem­po­ra­nea­men­te, negli stes­si mesi del­la tar­da pri­ma­ve­ra del 1979, dal­la
Fiat di Tori­no e dall’Alfa Romeo di Are­se, giun­ge­va­no noti­zie di licen­zia­men­ti di deci­ne di ope­rai.
Ope­rai accu­sa­ti di insu­bor­di­na­zio­ne e di assen­tei­smo; gio­va­ni che ave­va­no fat­to del rifiu­to del
lavo­ro un codi­ce eti­co ed esi­sten­zia­le, ancor più che poli­ti­co. Il sin­da­ca­to non si oppo­se,
con­si­de­ran­do il com­por­ta­men­to di que­gli ope­rai una col­pa per­se­gui­bi­le con il licen­zia­men­to. Non
accet­ta­va­no la rego­la del sala­rio, dun­que non pote­va­no rima­ne­re all’interno del­la fab­bri­ca, in cui lo
scam­bio tra tem­po di vita e sala­rio fun­zio­na come codi­ce di acces­so, rego­la indi­scu­ti­bi­le. In real­tà i
licen­zia­men­ti del­la pri­ma­ve­ra ’79 (61, alla Fiat Mira­fio­ri) era­no per il padro­ne la pro­va gene­ra­le
dell’offensiva gene­ra­liz­za­ta con­tro la clas­se ope­ra­ia, l’inizio di un attac­co pro­fon­do, che ave­va come
obiet­ti­vo la distru­zio­ne del­la com­po­si­zio­ne socia­le, del­la cul­tu­ra di mas­sa pro­dot­ta nel cor­so di un
decen­nio di lot­te auto­no­me. Esat­ta­men­te un anno dopo, la dire­zio­ne Fiat comu­ni­cò il
licen­zia­men­to di 25.000 ope­rai, che non era­no più neces­sa­ri per la pro­du­zio­ne. Il sin­da­ca­to e il
Par­ti­to comu­ni­sta, che non ave­va­no mos­so un dito per difen­de­re gli ope­rai assen­tei­sti, rea­gi­ro­no
con una durez­za che mal­ce­la­va l’impotenza. La scon­fit­ta era ormai matu­ra, ed era sta­ta pre­pa­ra­ta
dal movi­men­to ope­ra­io, dal sin­da­ca­to e dal Pei, non meno che da Agnel­li e dal­la Con­fin­du­stria.
Infat­ti la par­ti­ta che si era gio­ca­ta in que­gli anni ave­va visto, da un lato, una clas­se ope­ra­ia ad
altis­si­ma com­po­si­zio­ne auto­no­ma, indi­spo­ni­bi­le a subi­re il domi­nio gerar­chi­co sul­la vita socia­le
quo­ti­dia­na e sul pro­prio mon­do di vita, che ave­va tra­dot­to in ter­mi­ni di auto­no­mia e di pro­gram­ma
socia­le (ridu­zio­ne gene­ra­le del tem­po di lavo­ro socia­le) l’accresciuta poten­za del siste­ma
pro­dut­ti­vo. Dall’altro, un fron­te uni­to a dife­sa dell’ordine costi­tui­to nel qua­le i gover­ni
demo­cri­stia­ni, il padro­na­to, i ver­ti­ci sin­da­ca­li e il Par­ti­to comu­ni­sta si era­no sor­ret­ti a vicen­da per
reg­ge­re all’urto dei movi­men­ti auto­no­mi. Il movi­men­to ope­ra­io, inve­ce di acco­glie­re la pres­sio­ne
auto­no­ma ver­so una ridu­zio­ne del tem­po di lavo­ro, inve­ce di con­so­li­da­re la cul­tu­ra anti­la­vo­ri­sta
(vero fat­to­re di svi­lup­po tec­no­lo­gi­co e pro­dut­ti­vo, vero fat­to­re di arric­chi­men­to del­la socie­tà
inte­ra), l’aveva demo­niz­za­to, e ave­va con­trap­po­sto una stra­te­gia obso­le­ta e rea­zio­na­ria, cen­tra­ta
sul­la dife­sa del posto di lavo­ro. Que­sta stra­te­gia si rive­lò per quel­lo che era – con­se­guen­za di una
arre­tra­ta eti­ca del lavoro-nell’autunno del 1980. Clau­dio Sabat­ti­ni, diri­gen­te del sin­da­ca­to
metal­mec­ca­ni­co tori­ne­se, ed Enri­co Ber­lin­guer, segre­ta­rio del Par­ti­to comu­ni­sta ita­lia­no,
chia­ma­ro­no gli ope­rai alla lot­ta a oltran­za per difen­de­re il posto di lavo­ro. Gli ope­rai rispo­se­ro con
tena­cia dispe­ra­ta. Il ceto tecnico-​impiegatizio ven­ne allo­ra chia­ma­to a mani­fe­sta­re con­tro gli
ope­rai, per la ristrut­tu­ra­zio­ne e per il pie­no domi­nio padro­na­le. Quel ceto che, dal ’68 in poi ave­va
comin­cia­to a schie­rar­si dal­la par­te degli ope­rai, sfi­lò per le stra­de di Tori­no con­tro l’autonomia
ope­ra­ia. Gli ope­rai, a cui il Par­ti­to comu­ni­sta e il sin­da­ca­to ave­va­no sot­trat­to l’arma dell’autonomia
e del­la ridu­zio­ne del tem­po di lavo­ro, que­gli ope­rai che era­no sta­ti costret­ti a iden­ti­fi­car­si nel­la
for­ma socia­le di forza-​lavoro, ed era­no sta­ti cri­mi­na­liz­za­ti nel­la for­ma di socia­li­tà auto­no­ma
crea­ti­va, ora veni­va­no deci­ma­ti dall’offensiva padro­na­le. Negli anni suc­ces­si­vi, per tut­ti i male­det­ti
anni Ottan­ta, la clas­se ope­ra­ia ita­lia­na (ma il discor­so non è sostan­zial­men­te dis­si­mi­le per gli altri
Pae­si euro­pei, anche se solo in Ita­lia que­sta vicen­da assu­me con­tor­ni così net­ti sul pia­no del­la
rap­pre­sen­ta­zio­ne poli­ti­ca), ven­ne siste­ma­ti­ca­men­te de-​composta. Il pro­ces­so di sosti­tu­zio­ne del
lavo­ro uma­no con auto­ma­ti­smi si acce­le­rò fre­ne­ti­ca­men­te. Ma que­sto pro­ces­so, che era in fon­do il
risul­ta­to obiet­ti­vo del­la pres­sio­ne anti­la­vo­ri­sta ope­ra­ia, del rifiu­to del lavo­ro e del­la crea­ti­vi­tà
tecnico-​scientifica, veni­va tra­sfor­ma­to in un pro­ces­so di vio­len­za con­tro la socia­li­tà e la cul­tu­ra
pro­dot­ta dai movi­men­ti. Estir­pa­ta così la nefa­sta uto­pia di Pote­re ope­ra­io, ini­zia­va ad avan­za­re la
benin­ten­zio­na­ta uto­pia del­la com­pe­ti­zio­ne for­sen­na­ta: ridu­zio­ne del­la mas­sa socia­le ope­ra­ia,
aumen­to del plu­sva­lo­re rela­ti­vo estor­to per addet­to, esten­sio­ne dell’area socia­le resi­dua­liz­za­ta,
del­la disoc­cu­pa­zio­ne pro­dot­ta dal­la tec­no­lo­gia. Ciò che l’intelligenza socia­le ave­va pro­dot­to come
fat­to­re di arric­chi­men­to comin­cia­va a esse­re tra­sfor­ma­to in stru­men­to di impo­ve­ri­men­to e di
deso­la­zio­ne.