La lettura del dialogo di Giacomo e Piero procura delle buone vibrazioni perché il loro discorso è tra quelli con i quali più autenticamente si scende nel dettaglio della storia, anzi di storie così diverse e assieme così comuni come quelle degli Autonomi. Il loro racconto mira alla storia, non alla narrazione; qui non si descrivono fatti d’arme, atti eroici e disperati o gesti simbolici, ottimi per la letteratura e per il cinema, nobili arti anch’esse, s’intende. Il loro è un racconto straordinariamente comune, è una testimonianza di lotte, quelle espresse dalle comunità di compagni nei collettivi e portate all’interno delle fabbriche e dei quartieri, di progettazione e di critica all’ombra dell’eccezionale laboratorio dell’Istituto di Scienze Politiche di Padova, e di esercizio del contropotere territoriale, conquistato e difeso a lungo, durante e dentro lo sviluppo di quello che stava diventando uno dei più importanti distretti industriali italiani. Sfogliando e impilando i volumi che DeriveApprodi sta dedicando agli Autonomi credo sia necessario domandarsi perché continuiamo a occuparci di tutto questo, di queste decine di migliaia di persone prevalentemente giovani, che in questo paese si sono riconosciute con diversi gradi di impegno o coinvolgimento nell’Autonomia operaia, anche attraverso e oltre la stagione della repressione. Me lo domando per esser certo di escludere che venga integrata una logica di un continuismo a ogni costo, di una continuità ieri-oggi priva di senso, essendo questo un atteggiamento così distante dal nostro prevalente modo di sentire e di fare, sia rispetto a quello che era il nostro passato prossimo di allora che a quello che avrebbe potuto essere il futuro. Cosa c’è quindi di così notevole da farci impegnare continuamente e senza nostalgia alcuna nella ricostruzione di questa vicenda, prima che di essa si occupino gli storici? Perché la scelta di ricostruire fatti e idee, di rinnovare sensazioni, e assieme a esse di citare i nomi dei compagni e delle compagne? (Io avrei indicato anche i cognomi, proprio perché sia possibile sottrarli dai verbali di polizia in cui sono già stati in gran parte menzionati, e ripresentarli scenicamente in qualità di protagonisti, quali sono stati, di un’altra storia). Ripensato ancora oggi, l’investimento politico ed emozionale che caratterizzò la militanza o anche solo l’impegno di quei compagni, e l’energia che si sprigionò da esso, era tale da smuovere il mondo, si fosse stati in presenza di una leva. Con un’ossessione inguaribile e alla lunga insostenibile, quella di “stare davanti ai processi”, di “leggere anzitempo la realtà”, di “stare dentro le lotte”, allora si diceva: “anticipare la tendenza”, con l’impazienza e l’impatto faticoso con la realtà che ne conseguivano. Questa attitudine ha reso effimeri e transitori i passaggi organizzativi, che si sono sempre definiti attorno ai contenuti, alle lotte o alle campagne intraprese, potremmo anche dire: attorno alle situazioni. Senza che sia stata minimamente concepibile una centralizzazione e una omogeneizzazione organizzativa a livello nazionale, l’idea era che fossero sufficienti linee guida condivise per indirizzare il movimento, i movimenti, i soggetti. Circa i contenuti, le idee, mi è capitato di trovare pochi giorni fa la foto di una vecchia scritta: “lavoro zero – reddito intero – tutto il lavoro all’automazione”. La domanda da porsi è la seguente: quanto è vecchia, quanto è datata o superata questa scritta? L’esperienza di contropotere locale dei Collettivi, anche per le caratteristiche del territorio in cui si è radicata, una volta restata ai margini la cattedrale di Marghera, è unica in Italia, e alla fine la sua condanna, al culmine della massima espansione, è consistita proprio nella sua irripetibilità o non replicabilità al di fuori dei confini del grande distretto. Il passaggio repentino dalla civiltà contadina alla micro-imprenditoria, alla fabbrica diffusa e alla cultura d’impresa multinazionale danno luogo alla formazione, accelerata e senza mediazioni, di una classe operaia nuova e non ancora sindacalizzata, in presenza di un partito comunista debole, sulla quale fanno presa gli obiettivi “universali” del rifiuto del lavoro, della lotta sul reddito, mentre diviene naturale il ricongiungimento, negli obiettivi di lotta e nel valore della comunità, con la forza lavoro in formazione delle scuole e dell’università. La massima espansione e poi la crisi. E dopo la crisi, la iattura antropologica para-veneta del leghismo, che nasce in quel momento. Giustamente ci si chiede se ci sia una relazione; in quel deserto reso privo di passioni, inaridito dai ricatti, nel dopo 1979–80, che altro poteva nascere? Quanto abbia pesato nella crisi la gestione della questione della forza, il cortocircuito lottarmatista, non si finirà mai di discuterne. È innegabile che gran parte delle nostre strategie, ovunque in Italia, siano state condizionate dalla necessità di mantenere al nostro interno una dinamica militare sufficiente a evitare che l’inarrestabile ascesa agli estremi da parte di molti compagni sfociasse nella migrazione verso le Brigate rosse, che si proponevano come ditta specializzata in materia. Eravamo tuttavia troppo forti e resistenti per cedere, malgrado il cambio repentino e ineluttabile di contesto provocato dal sequestro Moro, che in realtà avrebbe potuto indurci a ragionare su scelte di altro genere, che in tutta evidenza non siamo stati, obiettivamente, in grado di fare. Alcuni sostengono che sia andata esattamente come doveva andare, e probabilmente hanno ragione. Anch’io l’ho pensato a lungo, e forse lo penso tuttora. Ma ogni testo è un pretesto per indagare, prendendoci i rischi che anche il pensare comporta, se non altro per noi stessi. Quali avrebbero potuto essere le scelte diverse verso cui orientarci? Il ristagno del movimento preesisteva, sia pur di poco, al 1979, che fu l’anno del rastrellamento di Stato contro l’Autonomia e anche contro l’autonomia operaia e proletaria; le scelte disperate della lotta armata clandestina e della droga ne erano state il sintomo più evidente, come è già stato osservato (su questi passaggi vado necessariamente di corsa). Si sarebbe trattato di uscire definitivamente da quel cul de sac che era diventata anche simbolicamente la fabbrica, ora che lo sfruttamento e l’alienazione erano state portate fuori dai cancelli, nell’immenso territorio inurbato, e quindi smettere di agire in nome della classe operaia, visto che noi già avevamo visto e interpretavamo anzitempo i processi che conducevano alla fabbrica diffusa, poi alla delocalizzazione, alla smaterializzazione del lavoro e assieme alla estensione della giornata lavorativa, su scala mondiale; smetterla, insomma, di fare i sindacalisti di sinistra, in qualche caso armati, solo perché i sindacalisti veri si erano fatti carico dell’interesse generale abbandonando quello particolare, di classe. Si sarebbe trattato di approfondire e sviluppare politicamente il concetto di ecologia politica su cui in Italia ci stavamo già muovendo a partire dalle proteste contro la costruzione della centrale nucleare di Brokdorf nel 1976 – non dimentichiamoci che i Grunen nascono nel gennaio 1980 al termine di un processo gestatorio che parte proprio da quelle vicende. Si sarebbe trattato di mimetizzarsi mantenendo salda la propria capacità critica, in ogni caso di evitare di schiantarsi; poteva avere un senso conservarsi, purché questo non significasse sopravvivere. Altri ci sono riusciti, in contesti anche più complicati. Non ci fu modo di farlo, e neanche di provarci; e a posteriori si deve concludere che è andata come doveva andare, perché ci eravamo spinti troppo avanti e il contesto politico italiano era diverso da quello tedesco, ad esempio: dove non esisteva un partito come il Pci con le sue doppie verità, così compromesso e doppiogiochista sul piano sociale e parlamentare, e dove, nel movimento, non c’erano radici marxiste-leniniste così profonde da generare un partito leninista in clandestinità che si sarebbe preso a lungo la scena mediatica e non l’avrebbe più mollata, con la complicità interessata del sistema dei partiti che si sarebbe per decenni alimentato soprattutto con l’emergenza del “terrorismo di sinistra”.
Concludo ricordando che il primo e credo unico congresso nazionale contro il Piano Nazionale Nucleare lo tenemmo a Genova –la capitale del nucleare italiano – nel febbraio del 1979, al teatro AMGA, e fu un grosso sforzo organizzativo prodotto con il Comitato Politico Enel di Roma, ovvero con i Volsci, e con Ivo Galimberti dei Collettivi, che avevo contattato tramite Luciano Ferrari Bravo. Ivo fu tra i relatori assieme a Riccardo Tavani, Giorgio Ferrari, Paolo Arado e me. Sarebbe poi emerso dagli atti processuali che io e i compagni venuti da Padova con Ivo eravamo già tutti pedinati, perché il 7 aprile era in piena preparazione. E, infine, che l’ultimo convegno dei Comitati per l’Autonomia in Liguria fu dedicato alla discussione e laboriosa gestazione di un documento politico nazionale elaborato assieme ai compagni autonomi del Lodigiano (realtà operaia di piccole fabbriche in cui era particolarmente attivo Cecco Cattaneo), al gruppo di autonomi milanesi raccolto attorno a Gianni Giovannelli –quello che pubblicò per il Collettivo Libri Rossi il volume Fabbrica Diffusa, e soprattutto ai Comitati autonomi operai di Roma, i Volsci, presenti con Giorgio Ferrari. Il documento avrebbe dovuto lanciare in Italia il Movimento per l’autonomia operaia (Mao), con una ipotesi di organizzazione e di federazione politica a livello nazionale in contrapposizione con le teorie insurrezionalistiche e lottarmatiste che, anche all’interno di alcune realtà dell’Autonomia, sottovalutavano clamorosamente la forza dello Stato e l’imminente utilizzo sistematico, poliziesco e giudiziario, della repressione, o che, da un altro punto di vista, con le loro pratiche micidiali, sembravano evocare una resa dei conti ravvicinata e definitiva. Nonostante avessimo mantenuto ottimi rapporti con Rosso, anche personali, ci stavamo muovendo al di fuori di Rosso e dalla non condivisa ipotesi di un “partito dell’Autonomia Operaia”. Quella del Mao era una ipotesi di centralizzazione politica delle esperienze autonome, quindi non era un progetto strettamente organizzativo ed era al di fuori di una logica di partito; un’organizzazione light, diremmo oggi. L’ambizioso documento, che vide all’opera l’unico coordinamento nazionale cui l’Autonomia genovese abbia organicamente e attivamente aderito, venne terminato in coincidenza con il sequestro di Aldo Moro da parte delle Brigate rosse, in prossimità quindi del punto definitivo di non ritorno, per il movimento e l’Autonomia. La sua tardiva pubblicazione su i Volsci n. 6 nell’ottobre 1978 diede luogo a una serie di riunioni nazionali ma l’iniziativa fu tra quelle definitivamente stroncate dalla catastrofica inchiesta del 7 aprile.
Non sono mai riuscito a capire, a immaginare il comunismo senza luoghi. «Poi ’nta la guerra / d’undi ca juntau / ’nu sindacu sovieticu sciurtìu; / ’na repubblica russa ’mminestràu / e, comu fu lu fattu, scumparìu» Il 6 marzo 1945 nasce la Repubblica rossa di Caulonia, guidata dal sindaco, il maestro elementare Pasquale Cavallaro: volevano finalmente rimettere ordine, i braccianti, in uno scontro che s’era fatto sempre più duro con gli agrari. Sul campanile del paese era stata issata la bandiera rossa. Liquidarono un po’ di conti con i “cappelli”, poi arrivò il Regio esercito: durò tre giorni. Il 15 novembre 1949, duecentocinquanta contadini-soci della Cooperativa Lavoro Proletario di Campofiorito, avendo più volte richiesto l’assegnazione delle terre e non essendo mai stati accontentati, decidono di occupare i terreni incolti della località Giardinello. Il 10 marzo 1950, un corteo di circa seimila persone decide l’occupazione di quasi duemila ettari del feudo Santa Maria del Bosco nei pressi di Bisacquino. Ecco, per me il comunismo è stato Caulonia, Giardinello, Bisacquino. Luoghi propri. Luoghi di comunità. Perché bisogna immaginarli questi uomini che si alzano nel cuore della notte e prendono i loro attrezzi, e le bestie, e queste donne che prendono per mano i bambini e il fazzoletto dove hanno messo una forma di pane e del formaggio, e si avviano a occupare le terre. In alto una bandiera rossa. Il cielo che cade sulla terra, il mondo che va sottosopra, gli schiavi che alzano la schiena. Questo è stato comunismo. E ce ne sarà ancora. E ce ne sarà sempre. In luoghi precisi, Caulonia, Giardinello, Bisacquino. Poi, nelle more, c’è la politica, perché non è che tutte le mattine c’è il comunismo. La politica dell’autonomia meridionale ruotò intorno due questioni: la prima, che la giornata lavorativa sociale metteva a valore e a profitto ogni frammento della riproduzione sociale – niente ne restava fuori: veicolo, era il denaro, la sua circolazione e la sua accumulazione; la seconda, che la forma dello Stato assecondava e favoriva i processi di accumulazione “facendosi società”. L’una e l’altra cosa erano la fine della “questione meridionale”: dove si era analizzato il vuoto, noi vedevamo il pieno; dove si predicava l’assenza, noi vedevamo presenza. Era perciò possibile pensare a processi di autonomia e di autogoverno dei territori, era perciò possibile pensare a costruire istituzioni (assemblee, comitati, consulte) che governassero dal basso i processi. Questo tentammo, almeno fino al terremoto dell’Irpinia dell’80, che come tutte le catastrofi fu un conflitto tra processi opposti e diversi di “ripensare il territorio” e vide una straordinaria mobilitazione militante e l’effettiva possibilità delle “nuove istituzioni” che si andavano formando tra macerie e attendamenti. Andò poi in tutt’altro modo. Anzi, andò sottosopra: per vent’anni, la “questione settentrionale” – l’autodeterminazione, la secessione, il federalismo, le macro-aree – ha governato e determinato la politica, la produzione e la riproduzione sociale di questo paese. Anzi, continua a determinarlo. Ma il nocciolo di quei pensieri è ancora vivo – come l’uranio, ci vorranno diecimila anni prima che si estingua. E il nocciolo di quei pensieri è che senza rottura della forma dello Stato come si dà non c’è alcun processo stabile di modificazione sociale. Se non si innescano e stabilizzano processi di indipendenza dei territori e istituzioni di indipendenza dei territori – di autonomia, di autogoverno, di potere – non c’è alcuna conquista, alcuna vittoria, alcuna battaglia che non diventi, in qualche modo, frammento del processo di riproduzione e accumulazione del valore. Vorrei proprio qui recuperare un termine che ha animato tutti i processi rivoluzionari del Novecento (non mi addentro nelle sue storie concettuali da Machiavelli in qui – che non sono abbastanza preparato): repubblica. È appena uscito un saggio di Donatella della Porta e Martìn Portos (A bourgeois story? The class basis of Catalan independentism) in cui è accumulata una massa di dati e di inchieste sulle classi sociali che partecipano al procés catalano. La banale e tossica narrazione corrente parla di una tradizionale base nazionalista di classi alte e medie, colte e supponenti, ma sfruculiando un po’ emerge invece – dalla crisi del 2007–8 – una diversa composizione sociale, con larghi settori della popolazione e anche della classe operaia. Non si spiegherebbe altrimenti il passaggio di una “proposta politica” che aveva rappresentato storicamente niente più che il 10 percento, schiacciato da un progressivo autonomismo, fino al 50 percento. Una “svolta” simile – nel senso della crucialità della crisi – accade anche nei Paesi Baschi e in Scozia. E questa, anche se non sembra, è la mia parte nella discussione sul libro della storia dei Collettivi politici veneti.
«È fecondo solo quel ricordo che al contempo ci rammenta quanto ancora ci resta da fare». L’incipit della storia dei Collettivi Politici Veneti sembra quasi interpellarci, fin dalle primissime righe, in quanto giovani lettori, «un po’ curiosi e poco distratti», e soprattutto in quanto giovani militanti – dunque sì, eredi dell’importante tradizione riportata in questo e in altri libri, nei canti, nelle pratiche e nei racconti dei compagni più grandi, ma al tempo stesso necessariamente primi attori di quell’immenso «quanto ancora ci resta da fare». Giovani, si diceva, ma non necessariamente dal punto di vista anagrafico, quanto piuttosto da quello generazionale. I «giovani militanti» sono infatti, prima di tutto, soggettività formate nella e dalla crisi sistemica del Capitale: figli del 2008 e quasi certamente nonni di nessuno, i più fortunati di noi sono riusciti a buttare uno sguardo alle mobilitazioni dell’Onda; al contrario, l’unica cosa più o meno di massa che i più sfigati di noi sono riusciti a vivere in prima persona è una pandemia globale. Questa premessa, lungi dall’essere una vittimistica autoassoluzione, è doverosa per rintracciare i fili rossi che ci tengono ancora legati a quella storia mai vissuta, per ricostruire la nostra genealogia in chiave più che mai attuale. Per fare cioè del ricordo non una mera filiazione basata sulla continuità teorica, ma metodo di continuo rinnovamento e messa a verifica delle ipotesi politiche. E in questo senso la storia narrata dai fratelli Despali è particolarmente preziosa: con la netta impressione di essere parte attiva di quell’intimo dialogo, il giovane lettore viene costretto a uscire dalla posa di ascoltatore passivo, esponendo le proprie corde a una disarmante assonanza. Disarmante perché ci parla di un’esperienza potente, sì, ma concreta, al di là delle magnifiche gesta e delle immagini roboanti di conflitto esplosivo, che pure fanno necessariamente parte dell’immaginario di quegli anni, ma che al tempo stesso hanno contribuito a fornirci l’immagine deterministica (ed erronea) di un’epoca già data in quei termini, di una composizione antagonista a priori, di un ’77 come evento a‑storico piuttosto che come balzo in avanti di un processo di lunga data. Un’immagine che, tutto sommato, ha anche finito per lasciarci in bocca l’amaro di una nostalgia ingiusta (dopotutto, come si può provare nostalgia per qualcosa che non si è mai vissuto?), innestata sul sospetto – anch’esso ingiusto, o forse più che altro, questo sì, autoassolutore – che un tempo così non ci sarà mai più dato, e quindi tanto vale occuparsi della propria sopravvivenza, del proprio orticello, del proprio centro sociale, e via dicendo. Piero e Giacomo, invece, ci prendono per mano e ci guidano nelle assemblee, nelle piazze, nei paesini, nella carne viva, cioè, di un percorso soggettivo e collettivo fatto di avanzamenti e battute d’arresto, di volti noti e volti meno noti tutti egualmente fondamentali, di grandi vittorie e brucianti sconfitte, entrambe relative perché, come vuole la logica maoista della guerra partigiana, «il sacrificio di pedine, l’abbandono di posizioni, la ritirata, sono parte integrante dell’offensiva» (p. 197). Ci guidano cioè attraverso un percorso tutt’altro che facile e lineare, ma in cui è immediatamente riscontrabile la continuità nel metodo. Ogni azione, infatti, ogni iniziativa – dalle ronde contro gli straordinari alle ronde antifasciste, dalle vertenze in mensa alle autoriduzioni, dai Consigli di fabbrica alle assemblee con i compagni delle altre città – si connota, nel racconto, come pratica strumentale utile non solo a cementare i rapporti politici dentro e fuori il corpo militante, ma anche e soprattutto a consolidare un fattuale controllo territoriale, declinato sulla scelta autonoma di luoghi, modi e tempi dell’azione politica. Un elemento, quello del tempo, che segna la prima grande discontinuità rispetto al nostro presente: catapultati nell’emergenzialità sistemica, i militanti di oggi hanno finito per abdicare alla ricerca di una temporalità autonoma, e con essa alla possibilità dell’anticipazione, inseguendo invece l’insostenibile ritmo del nemico – in barba a qualunque insegnamento sull’Arte della Guerra – e ritrovandosi dunque a saltare da un’emergenza mediatica all’altra. Inesorabilmente col fiato corto. Inesorabilmente in ritardo. È invece proprio la capacità di anticipazione, unita a quella di «tenere continuamente legate tattica e strategia, visione locale – del singolo scontro – e visione generale – dell’insieme del territorio» (p. 197), ad aver permesso ai Collettivi di instaurare, nel proprio raggio d’azione, un potente ed effettivo contropotere. Un contropotere distante anni luce da quello sbandierato oggigiorno da alcuni militanti, che, interpretandolo come mero attraversamento del territorio o, peggio ancora, come una sorta di diritto di prelazione su una supposta eredità (modellata, peraltro, proprio su quell’idea di Autonomia come filiazione esclusivamente identitario-ideologica, anziché come metodo), hanno finito per identificare il concetto di «territorio» con la sua declinazione fisico-urbanistica, generalmente costituita da qualche strada e qualche piazza, e quello di «radicamento territoriale» con patetiche forme di (auto)ghettizzazione nei propri spazi (occupati, nel migliore dei casi, concessi dalla controparte nel peggiore). I fratelli Despali, invece, ci raccontano di un territorio definito e di conseguenza agito in primis in relazione alla composizione che lo attraversa – una composizione, nel caso del Veneto, tutt’altro che sovrapponibile a una soggettività ontologicamente ribelle, ma anzi, paradossalmente, primo ambivalente laboratorio da cui nascerà anche quell’identità leghista che al rifiuto del lavoro aveva sostituito, come reazione alla crisi e ai licenziamenti e in nome della propria emancipazione economica e politica, una totale identificazione con il lavoro, sfociata nell’autoimprenditorialità e nell’autosfruttamento. E, di conseguenza, il radicamento sul territorio si traduce in una sua trasformazione, nella tendenza continua al renderlo omogeneo alla linea politica. Il radicamento territoriale si sostanzia, in altre parole, nel continuo rapporto tra «soddisfazione immediata dei bisogni sociali e possesso autonomo di agibilità e di capacità politico-militari nel territorio» (p. 218); senza quel rapporto, quello scambio continuo, è facile – ci avvisano i Despali – scivolare nel «Bisogno» o nell’«Ideologia». Ancora una volta, il richiamo al presente è immediato, perché ci pone spietatamente di fronte all’inadeguatezza delle nostre pratiche ai tempi della pandemia globale, che alternano l’incomprensibile ribellismo individuale – in genere, poi, tutto a parole, con un’apologia delle insorgenze degli altri contrapposta all’invocazione della ragion di Stato quando si tratti del conflitto nostrano – al servizio caritatevole, il quale, scambiando il consenso – notoriamente strumento di mediazione capitalistica – per egemonia territoriale, finisce per trasformare quest’ultima in una scivolosa e quantomai problematica «teoria democratica del comunismo». Nel parlare della battaglia per i prezzi politici, invece, i Collettivi ci dicono che non si tratta di una mera «soddisfazione immediata dei propri bisogni» (specificando peraltro – ancora una volta con grande attualità – che si tratta di comportamenti che si danno «anche senza l’iniziativa di un soggetto politico organizzato») quanto piuttosto della capacità, nel proprio paese o quartiere, di «disarticolare il comando e il controllo che […] mette a nudo pubblicamente, con la lotta e con l’imposizione della propria forza, la complessa realtà di classe che mal potrebbe essere svelata senza le rotture illegali dei comportamenti proletari» (p. 217). Non un velleitario quanto ideologico appello all’assalto alla ricchezza, dunque, ma battaglia politica di lungo periodo, in cui obiettivi e prassi mutano con l’acuirsi della contraddizione in campo, determinando scadenze e salti organizzativi proiettati sempre sulla dimensione di massa. Da questo deriva la limitatezza, oggigiorno, di un semplice copia-incolla delle pratiche e delle parole d’ordine messe in campo in quegli anni, proprio perché la loro efficacia è collocata specificamente in un tempo, in un territorio e in una composizione dapprima analizzati, inchiestati, studiati, e in seguito agiti, in un quadro di continua formazione, scommessa e messa a verifica – ed, eventualmente, in discussione – delle ipotesi politiche. Perché è solo in questa circolarità che il minoritarismo, al tempo stesso prodromo e conseguenza della sterile e compiaciuta autoreferenzialità, può lasciar posto alla minoranza a vocazione maggioritaria. Questo elemento, peraltro, apre lo spazio per un’ulteriore, finale riflessione: riportato solo a margine del racconto di Giacomo e Piero, il tema della solitudine sembra invece essere quello che più di tutti tocca le corde dell’attualità e del nostro «giovane militante». E questo innanzitutto perché, fuor di retorica e lontano dai luoghi comuni della snowflake generation, la solitudine è davvero un tratto caratterizzante della nostra generazione: allevati nell’epoca della più esasperata atomizzazione, nasciamo in un mondo – quello capitalista – in cui alle aspettative sul futuro esponenzialmente decrescenti corrispondono, paradossalmente, ritmi di vita sempre più serrati, accelerati o dal debito morale verso i propri genitori e quindi dall’esigenza di far fruttare l’investimento-università in un mondo del lavoro iper-individualizzato o, banalmente ma non troppo, dalle esigenze materiali, per poi approdare a un altro mondo – quello militante – in totale crisi. Se ci aggiungiamo anche un lockdown nazionale, possiamo serenamente constatare che non partiamo granché avvantaggiati. Insomma, compagni e compagne, è normale sentirsi soli. Tanto su un piano individuale e soggettivo – la solitudine sociale della crisi economica – quanto su quello collettivo – la solitudine politica della crisi della militanza. Il punto, allora, è capire come distruggere la solitudine prima che sia lei a distruggere la soggettività. Sì, perché alla fine è alla soggettività che si riduce il problema. Fino a ora, alla solitudine sociale i militanti hanno contrapposto una socialità definita come «altra» rispetto al vacuo consumo di divertimento e di esperienza offerto dal Capitale, ma che poi di fatto si riduce a una incomprensibile tolleranza delle più bieche pulsioni individuali, anche e soprattutto da parte dei militanti stessi, in particolare quella dell’abuso di sostanze. Non fate quella faccia, compagni e compagne, ché finché non troveremo il coraggio di affrontare questa discussione in tutta franchezza non solo staremo nascondendo la polvere (di ogni tipo) sotto al tappeto, ma continueremo a riprodurre, all’interno dei nostri ambiti, una soggettività marcia: i militanti, quando siano soggettività disponibili a giocarsi intensamente il tutto per tutto sui percorsi politici, hanno bisogno di «occhi buoni e cervello fine», negati invece da quelle sostanze che pervadono e strutturano modalità relazionali, etica e priorità (in altre parole, la soggettività) in chiave individualista. Allo stesso modo, alla solitudine politica non si può rispondere intensificando le relazioni dentro un movimento che non c’è più: avremo magari la sensazione di essere un po’ meno soli mentre affoghiamo inesorabilmente, ma il dato finale resta sempre lo stesso – naufragio e morte certa. La solitudine politica, invece, si combatte esclusivamente nella costruzione di relazioni dentro la composizione di classe. Piero e Giacomo, nel loro racconto, fanno un paragone con «La solitudine dei numeri primi» del famoso romanzo – divisibili solo per uno e per se stessi – e ci dicono che «in verità i numeri primi non sono mai soli, perché costituiscono sempre un insieme, e come tali vanno pensati: 2, 3, 5, 7… È difficile ricondurre quel 2 senza il suo seguito alla famiglia dei numeri primi e nessuno si sarebbe interessato al 31 se fosse stato solo» (p. 131). Ecco, compagni e compagne, finché saremo chiusi nelle nostre isole (non così) felici, saremo soli. Quando, invece, affronteremo l’ignoto, lì troveremo la nostra famiglia di numeri primi. In questo risiede, in fondo, l’importanza del racconto dei fratelli Despali: non una lezioncina paternalista, ma la rappresentazione empirica di quel metodo che è l’Autonomia. Un metodo che parla di rottura continua con se stessi, di scommessa, di ricerca persistente delle possibilità di attacco, soprattutto – se non esclusivamente – su sentieri sconosciuti. Perché è meglio scommettere e fallire, che cullarsi in un’immaginaria, sterile sopravvivenza. Perché nel primo caso saremo vivi, nel secondo morti – pur respirando ancora.
per Aristide Bianchi (Biso), che era anche musicista, e per Checco
1. Molto è già stato detto – e questo semplifica le cose. Ma coetaneità e cospazialità rendono in ogni caso tutto più difficile, quando si tratti di ragionare su di un’opera, importante, intesa a riprodurre e fissare, com’è giusto, la memoria di un soggetto collettivo, sottraendola alla definitiva damnatio memoriae giudiziario-mediatica. Le difficoltà derivano – nel mio caso, almeno – non tanto da una “distanza di giudizio” che, a dispetto dei molti dubbi di un tempo, non saprei comunque come attuare (il che non significa non saper dire quello che credo vada detto, altrimenti eviterei d’intervenire), quanto perché ad essere tirati in ballo sono anche sensazioni e affetti che ti (o mi, se preferite) fan vedere e ricordare pure quello che forse non c’è mai stato davvero. Non perché vi sia il rischio dell’inconsapevole “falso ricordo” storico-personale (parlo, di nuovo, solo per me), quanto perché le aspettative di quegli anni si legano non solo a un’epoca, ma anche a un’età della vita, a una galleria di volti, luoghi, immagini, del cui invecchiare non sempre hai avuto percezione – e quando l’hai avuta, il rifiuto di riconoscerla può essere a volte quasi irriducibile. Sebbene qualche anno fa l’abbia vista quasi cadente, della Fusinato avrò sempre “una” immagine, quella di quando ci andavo a suonare. Nessuno me la può togliere. E allora, i quasi cinquant’anni trascorsi sono davvero tanti – e il rischio di essere o molto attratti, o molto indifferenti è palese. Dunque, la ricostruzione, lo stabilire gli eventi, leggerli nella loro sempre rivendicata “parzialità” è importante. E va riconosciuto a Mimmo l’essere terza voce narrante, non poteva essere diversamente. Di parte, sempre: “giudizio di fatto e giudizio di valore pari sono”. Premessa introduttiva esplicita. Quanto ne derivo, pur sommariamente e forse un po’ apoditticamente, è però che la Storia dovrebbe funzionare (evito il verbo essere e gli essenzialismi che implica) solo come semplice “vita della memoria”, non più quale “maestra di vita”. Sempre di Cicerone si tratta. Si voglia o no elogiare “l’assenza di memoria” – probabilmente uno dei distinguo su cui non vi sarà mai accordo pieno tra tutti coloro che han preso e prenderanno qui la parola –, mi sembra indubitabile che dall’esperienza passata non si possa più trarre nessuna indicazione per il futuro; si può trarre solo il rispetto per ciò che di nostro c’è stato nel passato e la cautela a fronte di ciò che accade ora. In entrambi i casi, il “moderatismo” non è richiesto, ma il riconoscere che soggetti, metodi, obiettivi, da troppo tempo parlano ormai altri linguaggi (e del Veneto di quegli anni non è rimasta nemmeno la nebbia), questo è banalmente inevitabile e dovrebbe portare con sé giudizi conseguenti rispetto al presente. Del futuro, preferisco tacere. In questi ultimi venti anni, non ho provato gran “entusiasmo” a fronte di molto (non di tutto, certo) di ciò che si è mosso. Limiti miei, evidentemente, della mia irriducibile stanzialità (ed “operaisticità”, forse): del mio saper cogliere solo l’indignazione etica di movimenti altrimenti politici (trontismo di ritorno?, forse). Certo è che quando qualcosa d’interessante si è profilato, dei trascorsi non c’era menzione – e quando c’era sembrava più un limite che una risorsa. A partire da Genova 2001.
2. Si è detto e ripetuto come la storia dei Collettivi sia del tutto radicata nello specifico Veneto. Vero, ovviamente, ma la regione non era una realtà omogenea. Al di là di un tessuto sociale per molti aspetti uniforme, vi erano molte anomalie, tra loro complementari – come racconta la storia, anche qui, specifica, del tipo di presenza territoriale del “lungo” Potere operaio veneto. Tra le anomalie, cruciali Porto Marghera e l’università di Padova. Della prima si è molte volte detto (ma a ragione Cavallini ne ricorda i passaggi successivi all’epopea più celebrata e nel testo se ne menziona, icasticamente, la crisi); della seconda si ricorda, com’è ovvio, il fondamentale lavoro teorico svolto dal Collettivo di Scienze politiche. Quando si parla di università, però, occorre tener conto di ciò che nel testo si percepisce come vero punto di svolta, una premessa decisiva per la storia dei Collettivi. Svolta prodottasi, in una struttura accademica non certo aperta, né progressista, con l’arrivo dei nuovi barbari, degli studenti che provenivano dagli istituti tecnici (ove il ’68 era stato più duro); studenti i quali, a partire dall’anno accademico 1969–70, poterono invadere persino le cittadelle umanistiche, oltre a qualsiasi altra facoltà. L’apertura, solo a Roma e a Padova, nel ’71 (mi pare), del corso di laurea in psicologia (e nel testo lo si ricorda) aumentò poi quello che già era l’appeal nazionale dell’ateneo nei confronti del sud del paese. Ecco, quando si dice “territorio”, non si deve dimenticare di coniugare spazi, luoghi e soggetti. Al di là di un’estetizzante toponomastica della rivolta, ci sono infatti nomi propri (quelli degli istituti tecnici di Padova città, ad esempio) che bastano a evocare l’importanza avuta dalla presenza di determinati soggetti sociali nella formazione e nella pratica dei Collettivi. È il caso del ruolo degli studenti medi, di cui il libro dà precisa testimonianza politica e organizzativa, anche e soprattutto quando ad essere in questione non fu più soltanto la cittadella universitaria, il legame tra facoltà e istituti, bensì la provincia veneta, allora grigia come non mai, sfiancata dagli effetti della crisi petrolifera e rattristata oltre misura dalla cosiddetta austerity. Se poi siano da vedersi qui le premesse dell’operaio sociale – in particolare, anche se non solo, in quegli studenti degli istituti tecnici la cui professionalità si stava rivelando pressoché inservibile se non come qualifica di una forza-lavoro impoverita, destinata a sicura inoccupazione e, quindi, a precarizzazione, da cui una spinta anche materiale, oltre che fortemente soggettiva, a cambiar vita – beh, qualche dubbio lo nutro anch’io, effettivamente. Uno dei perché l’ha già detto Negri nel suo intervento, relativamente al nesso territorialità/organizzazione. Aggiungerei che quella composizione sociale era, comunque, ancora molto lontana dalla “condizione” che poi si sarebbe assunta come tipica dell’operaio-sociale. D’altra parte, tra il momento iniziale e quello finale delle vicende considerate (sia esso il 7 aprile o no), molto cambiò. Solo dopo, però, avremmo saputo quello che il ’73 avrebbe rappresentato per la grande fabbrica. Allora, il marzo a Mirafiori non sembrò così irrilevante. E cosa fosse automazione lo avremmo saputo via via solo ascoltando chi lavorava in fabbrica. Nel ’73, nelle segreterie del Bo si usavano ancora la bic e le schede perforate per il data-base degli iscritti e la stampa dei libretti, se il ricordo non m’inganna.
3. Voglio dire che l’intuizione teorica di Negri divenne “praticamente vera” molto dopo e in forme molto differenti, anche, dal modello originario, che non poteva certo prevedere quello che sarebbe accaduto con l’informatizzazione diffusa, la quale fu, a sua volta, uno dei presupposti di quanto teorizzato in tutt’altra situazione. Perché non era solo questione di entrata in fabbrica del sociale e viceversa, quanto di una progressiva irriducibilità del secondo alla prima (la vicenda dei 61 alla Fiat [1979] parlerà anche di questo). E ciò si spinse ben oltre la fine dei Collettivi. Certo è – questo è sicuro e qui verte effettivamente la questione – che il Veneto “bianco e arretrato” aveva nel frattempo conosciuto e anticipato fenomeni i quali, coniugando sussunzione formale e reale, avrebbero realizzato una sorta di nuova accumulazione originaria: in senso letterale, direi, e in modo peculiare rispetto ad altre regioni. Lo avrebbero dimostrato gli anni ’80, allorché, dopo la crisi petrolifera del 1979 e la stasi produttiva nel settore secondario, a partire dal 1984, nella regione prese avviò una ripresa frutto del consolidarsi di processi che avrebbero fatto del modello Veneto un esempio vincente, in grado di sfruttare al meglio le possibilità offerte dal mercato, spesso grazie a prodotti ad alto contenuto tecnologico generati all’interno di micro-imprese, tanto da raggiungere una crescita del reddito prodotto pro capite superiore alla media europea. Nei confronti di ciò i Collettivi avevano almeno in parte intuito quanto i gruppi e il Pci non avevano inteso (più articolato dovrebbe essere il discorso sul sindacato). Ecco allora che la territorialità divenne, al di là del leninismo (alquanto articolato, peraltro), espressione di diffusione di pratiche ribelli mirate (a volte sin troppo…), attuate da una composizione di classe a dir poco ibrida, e centrate proprio contro le nuove forme di accumulazione originaria. E questo è il punto decisivo.
4. C’è un passo iniziale del libro in cui si ricordano le letture formative che avevano introdotto quegli anni. A parte i soliti noti, vi è Marcuse, di cui – si dice – non convinceva il ruolo attribuito agli studenti rispetto alla classe operaia occidentale. “Poi, in verità, questa storia della centralità politica degli studenti sarà ripresa proprio da noi dei Collettivi – dice Piero –, anche se con un altro nome e una diversa declinazione. Ad esempio, considerandoli già forza lavoro in formazione, da sfruttare a tempo debito nella fabbrica diffusa della nostra provincia. Non si trattava solo di linguaggio”. Certo che no, si trattava di una composizione di classe in divenire, in cui il sociale era ancora impastato di tante cose nient’affatto lontane dalle rivendicazioni del decennio precedente: rifiuto del lavoro, diritto allo studio, costo dei trasporti, diritto alla casa, autoriduzioni. Per questo essa poté funzionare, per il suo ibridismo. Ciò non toglie – ha ragione Bettin – che il limite dell’azione dei Collettivi fosse proprio quello di aver letto l’operaio sociale più come “operaio”, meno nel suo lato “sociale”, sempre, però, – e questa fu la loro forza, invece – con i piedi nel sociale, senza virgolette. Anche per questo il ’77 non rappresentò una tappa particolare a Padova – breve parentesi. I Collettivi non compresero (e furono in buona compagnia) il “senso” del ’77 – ossia le sue direzioni di sviluppo. Tuttavia, una delle sue forme era implicita nella pratica dei Collettivi stessi – da questo punto di vista lontani anni luce dalla “tristezza” dei gruppi. A rischio di risultare etereo e forse del tutto fuori bersaglio, la definirei l’immanenza della pratica, una realizzazione costante dell’utopia, una sorta di quotidianità in cui il comunismo, piacesse o meno, era qui e ora: una condizione pre-messa della pratica, la “cifra gioiosa” di quegli anni, scrive Mimmo, con un po’ di generosità. Questo costituì un tratto specifico, un elemento di forza (anche quando la repressione montò) e, credo, pure uno dei prerequisiti della capacità di innovazione dei “padovani” che vennero dopo. Scordarsi di loro non sarebbe buona cosa, equivarrebbe a dimenticare una parte della storia, parte importante, che non è più quella dei Collettivi, ma che non gli è nemmeno estranea – con tutti i distinguo che volete. La katastrophé di cui si parla nel testo era già avvenuta, ma pratiche innovative e radicali furono comunque ancora possibili.
5. La “forma” di quella composizione ibrida di cui s’è detto – torno al punto per chiudere – cominciava però ad essere altra, e quando l’operaio sociale iniziò a divenire veramente tale, le forme organizzative (territoriali), tutte, erano saltate da un pezzo e, prima di esse, il progetto di un’Autonomia organizzata a livello nazionale. Fu davvero qui che avvenne il passaggio definito da Giacomo pensando al Petrolchimico? “Arriva la crisi e con la crisi i licenziamenti; la nostra avanguardia che fa? Deve pur campare; non può rifiutare il lavoro e andare a farsi le canne in piazza Ferretto a Mestre. Deve trovare un lavoro, inventarselo. Torna a casa e fa l’imprenditore, perché altrimenti come cazzo campa la famiglia, come mangia? Poi c’è la provincia che (…) non siamo riusciti a trasformare. Metti insieme queste due realtà e avrai l’uomo della Lega”. In effetti, quella composizione ibrida poteva virare in molti modi differenti: e questo fu certamente il più importante tra quelli possibili. Non perché vi fosse un legame causale tra fine dell’esperienza dei Collettivi e diffusione del leghismo: le proporzioni e la complessità del fenomeno furono ben altre. Il dire: «Ripulito il Veneto dagli autonomi, tutto per lor signori è stato più facile», beh, è un po’ troppo semplice, se preso alla lettera – anche perché vi erano intere province non toccate dal fenomeno. Legame vi fu invece tra la sconfitta operaia e di tutte le forme di lotta e militanza degli anni Settanta, da un lato e, dall’altro, la diffusione di una “imprenditoria” per costituzione ambigua, come molto ambiguo fu il leghismo di prima generazione. Ma di ciò han già parlato altri. Vorrei solo aggiungere che rispetto a tale ambiguità, quanto si sarebbe detto in seguito sul federalismo – dalla nostra parte, intendo – non fu sempre immune da “altre” approssimazioni. Ma di questo non va chiesto conto ai Collettivi politici veneti per il potere operaio. Ad ognuno il suo.
La diretta conoscenza, soprattutto quella di prossimità, non è buona amica della critica. Ogni volta che mi imbatto in una testimonianza, un documento o uno scritto che da vicino o anche alla lontana affronti il “grande” tema della Rivoluzione Italiana (lo so, per ora è pura velleità definire in questo modo gli accadimenti degli anni ’70) sono costretto ad affrontare l’inevitabile crisi del non saper superare il conflitto ontologico e dunque epistemologico (se posso usare termini così importanti) sullo statuto di verità della memoria e sulla sua capacità di essere fondamento della storia. Questa volta tocca ai «Padovani» (lessico d’epoca). Il mio ragionare della confessione (rievoco Neruda) di Giacomo e Piero, sarà dunque, ben al di qua degli intenti “storicisti” proclamati all’apertura del volume da parte del curatore, uno dei ripetuti tentativi di ritrovare il possibile senso, mai totalmente rivelatosi, di quel passato che abbiamo in una certa parte condiviso. Per trarre dalle inevitabili conclusioni, come troppo spesso accade, rinnovati motivi di rimpianto e di rincrescimento. Altro non posso. E del resto, altri più avvertiti e autorevoli recensori hanno già parlato di questo libro liberi da impedimenti come il mio. A essi, e a quelli che come loro verranno, ho lasciato e lascio il compito di offrire un adeguato modello di interpretazione ideologica e di conoscenza storica.
Io sono stato tra i primi militanti di Rosso. La prima, la più originale formazione dell’autonomia operaia milanese e italiana. Giacomo e Piero Despali sono stati tra i fondatori e i massimi dirigenti dei Collettivi politici veneti per il potere operaio. La più larga, radicata, combattiva e duratura organizzazione politica dell’Autonomia nel nostro paese. Questo è ciò che abbiamo avuto in comune, ed è anche ciò che ha destato negli anni, in parallelo con i rapporti politici e di area che ci hanno avvicinato, stima personale e rispetto per entrambi da parte mia.
Stima e rispetto che mi autorizzano ad aprire questa riflessione sul loro documento con la sola nota di forte disaccordo che mi sento di sottoscrivere. Dico subito che non mi è piaciuto ciò che Giacomo, sia pure con un certo equilibrio, sostiene a proposito della “dissociazione”. Parliamone una volta per tutte, almeno tra noi. Leggo tra le pagine che ci precedono, intanto, che Toni ha sottolineato come certe vostre decisioni sulle forme di lotta, come quella di escludere l’omicidio politico, avessero stabilito già nell’allora certe distanze e differenze, e possano essere oggi considerate comunque in parallelo con lo spirito dei documenti di Rebibbia e delle Aree omogenee. Personalmente penso che ci siano anche molte altre questioni su cui ragionare. Il tentativo furioso da parte dei detenuti delle Brigate rosse di imporre la propria egemonia sul carcere e sulla vita carceraria, in primo luogo. Tentativo motivato soprattutto dall’isolamento nel quale erano stati lasciati dalle loro organizzazioni esterne, peraltro sempre più divise tra loro, già al momento della disastrosa rivolta di Trani; e di conseguenza dalla volontà da parte degli “interni” di rivendicare comunque uno “statuto” di “combattenti” a partire da ciò che era possibile mettere in scena nel mondo del carcere, compresa la scelta estrema di compiere feroci atti di supposta “giustizia proletaria”. Il tutto, mi sia permesso dirlo, in perfetto stile carcerario: in piena consonanza con le peggiori derivate della reclusione e con le più rovesce forme di vita create dalla mancanza di libertà. Non fu immediatamente semplice stabilire, per molti compagni, che quel progetto non poteva essere imposto e subìto come l’unico possibile e praticabile. Fu chiaro però da un certo momento in poi che stesse diventando sempre più necessario farlo. Elemento non da poco, anzi in qualche modo determinante, fu in ogni caso il fattore dimensioni della repressione allora in atto: che stava mettendo in scena la tragedia persino surreale di un numero incredibile, decine di migliaia, di inquisiti; e di una altrettanto impensabile cifra di almeno seimila, se non più, detenuti per ragioni politiche. Ritengo di poter confermare in buona fede che al riguardo ci fu davvero una riflessione comune sul destino incontro al quale un’intera generazione o quasi rischiava di andare incontro… C’è poi la vicenda 7 aprile e le fattezze abnormi, sul piano dei media e dell’immagine, che essa aveva stabilmente preso, grazie soprattutto all’assurdità delle accuse e a qualche ridondanza, lo ammetto, nelle strategie difensive; e che sembrava sempre più difficile riportare, a meno di un allentamento generale del clima di emergenza imperante, alla “normalità” di procedimenti accusatori meno concitati e di eventuali processi meno sovradimensionati e dagli esiti già prefigurati. Normalità che comunque sarebbe andata a vantaggio di tutti. È dalla combinazione spesso mutevole ma sempre e comunque dialettica di questi elementi che ebbe origine la necessità della ricerca, sempre più ragionata e collettiva, di una soluzione che accettasse di prendere atto dal nostro lato della sconfitta subita da tutto il movimento, e non solo dalle sue componenti più organizzate; e dall’altro, quello dei vincitori, degli eccessi legislativi e dunque giudiziari, sempre più vessatori e illegittimi, con cui venivano perseguiti tutti i comportamenti definibili come “lotta armata”: dalle leggi sui pentiti alle aggravanti per terrorismo, alla dilatazione sino a 12 anni dei tempi della “preventiva” e alla creazione del circuito degli Speciali.
Ma senza continuare troppo: basti guardare alle conseguenze anche solo di breve periodo della “trattativa”. Che fu condotta in primo luogo con gli apparati che ci avevano sconfitto, e che certo implicò, ma non necessariamente, revisioni e ravvedimenti di varia natura. Ma che in conclusione permise a migliaia di detenuti, non solo sparsi o “secondari”, di poter andare incontro a pene più equilibrate e accedere a misure alternative di assai più larga diffusione. La principale delle quali, la cosiddetta “Gozzini” del lavoro esterno, della semilibertà e infine della liberazione condizionale, è ancora di uso pressoché universale tra i condannati alle più lunghe pene detentive. Certo non considero chiusa la discussione: quello che mi chiedo è se una più aggiornata risposta in tema, qualunque essa possa essere, debba ancora essere oggi formulata in termini puramente ideologici o possa contenere anche riscontri “storici” sulla portata generale del fenomeno. Ma vabbè…
Detto questo, arrivo finalmente e volentieri al punto da cui sarei più correttamente dovuto partire: l’insieme della narrazione. Davvero sorprendente, per me, e subito coinvolgente, è stato scoprire sin dalle prime pagine una diversa dimensione della rievocazione politica, abbastanza inusuale anche nel superamento di molti formalismi dottrinari che da qualche tempo ci è concesso. Dico che raramente ho potuto leggere, tra l’altro attraverso la tecnica suggestiva del dialogo a contrappunto, di un percorso, di vite militanti così intense e partecipate. Il tratto che ritengo di aver colto subito e che subito mi ha coinvolto è rappresentato dal quanto certe esperienze individuali si siano potute legare così spontaneamente e coerentemente a una dimensione così ampiamente comune e collettiva. Come se certe vocazioni, prima ancora che sentimentali, razionali o intellettuali, fossero state, non so dire meglio, naturali, ambientali, quasi biologiche. Ciò anche se ovviamente, sia Piero sia Giacomo rivendicano il loro impegno e la loro missione come scelta lucida e coerente scaturita da un percorso di formazione perfettamente in linea con l’attrezzatura mentale e con i “doveri” conoscitivi dell’epoca, subito trasformato in opzione politica. Dunque capace di assicurare loro quella “maturità” che li avrebbe promossi al ruolo di fondatori e dirigenti di un’organizzazione rivoluzionaria. Mentre il punto, secondo me, è che consapevolmente o no, non ha importanza, entrambi seppero interpretare in termini personali, e dunque politici, il destino non facile di esperire quasi sino in fondo, verso precisi obiettivi, le proprie possibilità, di mettere in atto la propria “potenza”.
Prima di essere un encomio solenne, che non avrei titolo di conferire, questa personale considerazione mi ha permesso passaggio per passaggio, capitolo per capitolo, di associare alle loro precise figure i momenti più interessanti della storia in questo libro raccontata, facendomeli con ciò più nitidamente rivedere e riconoscere. E sono felicemente sorpreso dal fatto che molti di questi momenti abbiano conservato non solo il sapore dell’epoca, per molti di noi sempre fonte di piacere, ma anche una certa capacità di essere interessanti e significativi pur al presente. Il primo esempio: la non taciuta e sincera professione di fede nell’operaismo di scuola padovana, che anima la nascita del progetto politico delle prime formazioni autonome e dei Collettivi al di là della fine di Potere operaio, e che indica in ogni caso, sia pure per induzione, una scelta di valori, di orizzonti d’attesa, di progetto, di strategie, di tattiche capaci di essere tradotte in forme di vita ancor oggi apprezzabili e significative. E poi ancora: quel rendiconto analitico (implicito ma non solo) sulla natura “originale” dei movimenti e dei collettivi veneto-padovani e sulla loro composizione soggettiva: che riesce a dare definitivo (o quasi) riconoscimento all’intuizione teorica dell’“operaio sociale”, fondamento e paradigma dell’Autonomia in ogni sua forma. La capacità di far coincidere in forma stabile l’iniziativa e lo scontro con i luoghi e i momenti reali dei cicli di produzione e di quelli di riproduzione, trasformando un ambito geografico in un territorio politico-sociale ad alta intensità. L’accortezza non solo tattica di creare e di utilizzare al meglio, soprattutto in forme non necessariamente dogmatiche o semplicemente propagandistiche, strumenti di comunicazione di massa, come la mitica Radio Sherwood, o punti di aggregazione culturale come la libreria Calusca, collegata alla celebre insegna milanese. L’agire d’avanguardia nel quotidiano con tutte quelle forme di lotta, dalle autoriduzioni alle appropriazioni, capaci di alludere quanto meno a un attuarsi del processo rivoluzionario se non ancora a una vera e propria “transizione”.
Una nota importante: suona da parte dei due chiara e precisa a ogni passo in cui sia necessario farlo, la rivendicazione di un alto grado di capacità di intervento illegale sul territorio, di lotta e di scontro armato. La forza che i Collettivi seppero e vollero a un certo punto dimostrare, fu in certi momenti da valutare come la sola alternativa da contrapporre, in termini politici soprattutto, alle strategie d’attacco delle Brigate rosse e poi anche di Prima linea. Non credo francamente che qualcuno voglia riaprire una qualche forma di discussione “attuale” al riguardo. Penso che come dato storico, comunque, le oltre cinquecento azioni che furono effettuate nel corso delle varie campagne rivendicate, costituiscano uno dei tanti “documenti” atti a far valutare con più concretezza la dimensione reale e la portata di ciò che accadde, lo dico un po’ a tirar via, negli anni ’70.
Sono però estremamente significativi e non solo d’obbligo in questo contesto i passaggi dedicati alla tragedia di Thiene, che causò la morte per un incidente operativo, e per un conseguente suicidio, di quattro militanti dei collettivi.
Non voglio andare troppo oltre. Mi perdonino perciò autori e coautore del libro, che intanto ringrazio con forza, se lascio a maggiori capacità critiche l’analisi del dibattito d’epoca “sul partito” tra i vari interlocutori autorevoli dell’allora, da Toni (più che da Rosso), ai Volsci ai Collettivi stessi. Ricordo bene comunque che le varie proposte allora scaturite destarono tra i militanti più scettici un certo grado di perplessità, intanto politiche. Ricordo anche, ma è un puro aneddoto, certi sarcasmi “alla Tommei” per l’uso di sigle inconsapevolmente sprovvedute come MAO o CAO o qualcosa del genere. Mi sembra che Giacomo e Piero abbiano usato nelle presentazioni del libro, per definire la natura dei Cpv, l’espressione “partito senza partito”. Non ricordo se e quanto essa sia stata d’epoca: mi sembra però meno didascalica di altre. Aggiungo non so quanto propriamente in tema, e soprattutto in via finale, una sola nota. Ricordo volentieri che tra i migliori caratteri originali di molta parte dell’Autonomia e di Rosso, ci fu una sorta di sostanziale “disciplina di progetto” che prima ancora di ogni formalismo o regola da Partito seppe legare nel bene e nel male tutti i compagni che tale progetto condivisero. Sia chiaro che mi sto permettendo un giudizio di merito.
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