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Un racconto straordinariamente comune

di Gior­gio Moroni

La let­tu­ra del dia­lo­go di Gia­co­mo e Pie­ro pro­cu­ra del­le buo­ne vibra­zio­ni per­ché il loro discor­so è tra quel­li con i qua­li più auten­ti­ca­men­te si scen­de nel det­ta­glio del­la sto­ria, anzi di sto­rie così diver­se e assie­me così comu­ni come quel­le degli Auto­no­mi. Il loro rac­con­to mira alla sto­ria, non alla nar­ra­zio­ne; qui non si descri­vo­no fat­ti d’arme, atti eroi­ci e dispe­ra­ti o gesti sim­bo­li­ci, otti­mi per la let­te­ra­tu­ra e per il cine­ma, nobi­li arti anch’esse, s’intende. Il loro è un rac­con­to straor­di­na­ria­men­te comu­ne, è una testi­mo­nian­za di lot­te, quel­le espres­se dal­le comu­ni­tà di com­pa­gni nei col­let­ti­vi e por­ta­te all’interno del­le fab­bri­che e dei quar­tie­ri, di pro­get­ta­zio­ne e di cri­ti­ca all’ombra dell’eccezionale labo­ra­to­rio dell’Istituto di Scien­ze Poli­ti­che di Pado­va, e di eser­ci­zio del con­tro­po­te­re ter­ri­to­ria­le, con­qui­sta­to e dife­so a lun­go, duran­te e den­tro lo svi­lup­po di quel­lo che sta­va diven­tan­do uno dei più impor­tan­ti distret­ti indu­stria­li ita­lia­ni.
Sfo­glian­do e impi­lan­do i volu­mi che Deri­veAp­pro­di sta dedi­can­do agli Auto­no­mi cre­do sia neces­sa­rio doman­dar­si per­ché con­ti­nuia­mo a occu­par­ci di tut­to que­sto, di que­ste deci­ne di miglia­ia di per­so­ne pre­va­len­te­men­te gio­va­ni, che in que­sto pae­se si sono rico­no­sciu­te con diver­si gra­di di impe­gno o coin­vol­gi­men­to nell’Autonomia ope­ra­ia, anche attra­ver­so e oltre la sta­gio­ne del­la repres­sio­ne. Me lo doman­do per esser cer­to di esclu­de­re che ven­ga inte­gra­ta una logi­ca di un con­ti­nui­smo a ogni costo, di una con­ti­nui­tà ieri-oggi pri­va di sen­so, essen­do que­sto un atteg­gia­men­to così distan­te dal nostro pre­va­len­te modo di sen­ti­re e di fare, sia rispet­to a quel­lo che era il nostro pas­sa­to pros­si­mo di allo­ra che a quel­lo che avreb­be potu­to esse­re il futu­ro. Cosa c’è quin­di di così note­vo­le da far­ci impe­gna­re con­ti­nua­men­te e sen­za nostal­gia alcu­na nel­la rico­stru­zio­ne di que­sta vicen­da, pri­ma che di essa si occu­pi­no gli sto­ri­ci? Per­ché la scel­ta di rico­strui­re fat­ti e idee, di rin­no­va­re sen­sa­zio­ni, e assie­me a esse di cita­re i nomi dei com­pa­gni e del­le com­pa­gne? (Io avrei indi­ca­to anche i cogno­mi, pro­prio per­ché sia pos­si­bi­le sot­trar­li dai ver­ba­li di poli­zia in cui sono già sta­ti in gran par­te men­zio­na­ti, e ripre­sen­tar­li sce­ni­ca­men­te in qua­li­tà di pro­ta­go­ni­sti, qua­li sono sta­ti, di un’altra sto­ria).
Ripen­sa­to anco­ra oggi, l’investimento poli­ti­co ed emo­zio­na­le che carat­te­riz­zò la mili­tan­za o anche solo l’impegno di quei com­pa­gni, e l’energia che si spri­gio­nò da esso, era tale da smuo­ve­re il mon­do, si fos­se sta­ti in pre­sen­za di una leva. Con un’ossessione ingua­ri­bi­le e alla lun­ga inso­ste­ni­bi­le, quel­la di “sta­re davan­ti ai pro­ces­si”, di “leg­ge­re anzi­tem­po la real­tà”, di “sta­re den­tro le lot­te”, allo­ra si dice­va: “anti­ci­pa­re la ten­den­za”, con l’impazienza e l’impatto fati­co­so con la real­tà che ne con­se­gui­va­no. Que­sta atti­tu­di­ne ha reso effi­me­ri e tran­si­to­ri i pas­sag­gi orga­niz­za­ti­vi, che si sono sem­pre defi­ni­ti attor­no ai con­te­nu­ti, alle lot­te o alle cam­pa­gne intra­pre­se, potrem­mo anche dire: attor­no alle situa­zio­ni. Sen­za che sia sta­ta mini­ma­men­te con­ce­pi­bi­le una cen­tra­liz­za­zio­ne e una omo­ge­neiz­za­zio­ne orga­niz­za­ti­va a livel­lo nazio­na­le, l’idea era che fos­se­ro suf­fi­cien­ti linee gui­da con­di­vi­se per indi­riz­za­re il movi­men­to, i movi­men­ti, i sog­get­ti. Cir­ca i con­te­nu­ti, le idee, mi è capi­ta­to di tro­va­re pochi gior­ni fa la foto di una vec­chia scrit­ta: “lavo­ro zero – red­di­to inte­ro – tut­to il lavo­ro all’automazione”. La doman­da da por­si è la seguen­te: quan­to è vec­chia, quan­to è data­ta o supe­ra­ta que­sta scrit­ta?
L’esperienza di con­tro­po­te­re loca­le dei Col­let­ti­vi, anche per le carat­te­ri­sti­che del ter­ri­to­rio in cui si è radi­ca­ta, una vol­ta resta­ta ai mar­gi­ni la cat­te­dra­le di Mar­ghe­ra, è uni­ca in Ita­lia, e alla fine la sua con­dan­na, al cul­mi­ne del­la mas­si­ma espan­sio­ne, è con­si­sti­ta pro­prio nel­la sua irri­pe­ti­bi­li­tà o non repli­ca­bi­li­tà al di fuo­ri dei con­fi­ni del gran­de distret­to. Il pas­sag­gio repen­ti­no dal­la civil­tà con­ta­di­na alla micro-impren­di­to­ria, alla fab­bri­ca dif­fu­sa e alla cul­tu­ra d’impresa mul­ti­na­zio­na­le dan­no luo­go alla for­ma­zio­ne, acce­le­ra­ta e sen­za media­zio­ni, di una clas­se ope­ra­ia nuo­va e non anco­ra sin­da­ca­liz­za­ta, in pre­sen­za di un par­ti­to comu­ni­sta debo­le, sul­la qua­le fan­no pre­sa gli obiet­ti­vi “uni­ver­sa­li” del rifiu­to del lavo­ro, del­la lot­ta sul red­di­to, men­tre divie­ne natu­ra­le il ricon­giun­gi­men­to, negli obiet­ti­vi di lot­ta e nel valo­re del­la comu­ni­tà, con la for­za lavo­ro in for­ma­zio­ne del­le scuo­le e dell’università.
La mas­si­ma espan­sio­ne e poi la cri­si. E dopo la cri­si, la iat­tu­ra antro­po­lo­gi­ca para-vene­ta del leghi­smo, che nasce in quel momen­to. Giu­sta­men­te ci si chie­de se ci sia una rela­zio­ne; in quel deser­to reso pri­vo di pas­sio­ni, ina­ri­di­to dai ricat­ti, nel dopo 1979–80, che altro pote­va nasce­re?
Quan­to abbia pesa­to nel­la cri­si la gestio­ne del­la que­stio­ne del­la for­za, il cor­to­cir­cui­to lot­tar­ma­ti­sta, non si fini­rà mai di discu­ter­ne. È inne­ga­bi­le che gran par­te del­le nostre stra­te­gie, ovun­que in Ita­lia, sia­no sta­te con­di­zio­na­te dal­la neces­si­tà di man­te­ne­re al nostro inter­no una dina­mi­ca mili­ta­re suf­fi­cien­te a evi­ta­re che l’inarrestabile asce­sa agli estre­mi da par­te di mol­ti com­pa­gni sfo­cias­se nel­la migra­zio­ne ver­so le Bri­ga­te ros­se, che si pro­po­ne­va­no come dit­ta spe­cia­liz­za­ta in mate­ria. Era­va­mo tut­ta­via trop­po for­ti e resi­sten­ti per cede­re, mal­gra­do il cam­bio repen­ti­no e ine­lut­ta­bi­le di con­te­sto pro­vo­ca­to dal seque­stro Moro, che in real­tà avreb­be potu­to indur­ci a ragio­na­re su scel­te di altro gene­re, che in tut­ta evi­den­za non sia­mo sta­ti, obiet­ti­va­men­te, in gra­do di fare. Alcu­ni sosten­go­no che sia anda­ta esat­ta­men­te come dove­va anda­re, e pro­ba­bil­men­te han­no ragio­ne. Anch’io l’ho pen­sa­to a lun­go, e for­se lo pen­so tut­to­ra.
Ma ogni testo è un pre­te­sto per inda­ga­re, pren­den­do­ci i rischi che anche il pen­sa­re com­por­ta, se non altro per noi stes­si. Qua­li avreb­be­ro potu­to esse­re le scel­te diver­se ver­so cui orien­tar­ci?
Il rista­gno del movi­men­to pre­e­si­ste­va, sia pur di poco, al 1979, che fu l’anno del rastrel­la­men­to di Sta­to con­tro l’Autonomia e anche con­tro l’autonomia ope­ra­ia e pro­le­ta­ria; le scel­te dispe­ra­te del­la lot­ta arma­ta clan­de­sti­na e del­la dro­ga ne era­no sta­te il sin­to­mo più evi­den­te, come è già sta­to osser­va­to (su que­sti pas­sag­gi vado neces­sa­ria­men­te di cor­sa). Si sareb­be trat­ta­to di usci­re defi­ni­ti­va­men­te da quel cul de sac che era diven­ta­ta anche sim­bo­li­ca­men­te la fab­bri­ca, ora che lo sfrut­ta­men­to e l’alienazione era­no sta­te por­ta­te fuo­ri dai can­cel­li, nell’immenso ter­ri­to­rio inur­ba­to, e quin­di smet­te­re di agi­re in nome del­la clas­se ope­ra­ia, visto che noi già ave­va­mo visto e inter­pre­ta­va­mo anzi­tem­po i pro­ces­si che con­du­ce­va­no alla fab­bri­ca dif­fu­sa, poi alla delo­ca­liz­za­zio­ne, alla sma­te­ria­liz­za­zio­ne del lavo­ro e assie­me alla esten­sio­ne del­la gior­na­ta lavo­ra­ti­va, su sca­la mon­dia­le; smet­ter­la, insom­ma, di fare i sin­da­ca­li­sti di sini­stra, in qual­che caso arma­ti, solo per­ché i sin­da­ca­li­sti veri si era­no fat­ti cari­co dell’interesse gene­ra­le abban­do­nan­do quel­lo par­ti­co­la­re, di clas­se. Si sareb­be trat­ta­to di appro­fon­di­re e svi­lup­pa­re poli­ti­ca­men­te il con­cet­to di eco­lo­gia poli­ti­ca su cui in Ita­lia ci sta­va­mo già muo­ven­do a par­ti­re dal­le pro­te­ste con­tro la costru­zio­ne del­la cen­tra­le nuclea­re di Bro­k­dorf nel 1976 – non dimen­ti­chia­mo­ci che i Gru­nen nasco­no nel gen­na­io 1980 al ter­mi­ne di un pro­ces­so gesta­to­rio che par­te pro­prio da quel­le vicen­de.
Si sareb­be trat­ta­to di mime­tiz­zar­si man­te­nen­do sal­da la pro­pria capa­ci­tà cri­ti­ca, in ogni caso di evi­ta­re di schian­tar­si; pote­va ave­re un sen­so con­ser­var­si, pur­ché que­sto non signi­fi­cas­se soprav­vi­ve­re. Altri ci sono riu­sci­ti, in con­te­sti anche più com­pli­ca­ti. Non ci fu modo di far­lo, e nean­che di pro­var­ci; e a poste­rio­ri si deve con­clu­de­re che è anda­ta come dove­va anda­re, per­ché ci era­va­mo spin­ti trop­po avan­ti e il con­te­sto poli­ti­co ita­lia­no era diver­so da quel­lo tede­sco, ad esem­pio: dove non esi­ste­va un par­ti­to come il Pci con le sue dop­pie veri­tà, così com­pro­mes­so e dop­pio­gio­chi­sta sul pia­no socia­le e par­la­men­ta­re, e dove, nel movi­men­to, non c’erano radi­ci mar­xi­ste-leni­ni­ste così pro­fon­de da gene­ra­re un par­ti­to leni­ni­sta in clan­de­sti­ni­tà che si sareb­be pre­so a lun­go la sce­na media­ti­ca e non l’avrebbe più mol­la­ta, con la com­pli­ci­tà inte­res­sa­ta del siste­ma dei par­ti­ti che si sareb­be per decen­ni ali­men­ta­to soprat­tut­to con l’emergenza del “ter­ro­ri­smo di sinistra”.

Con­clu­do ricor­dan­do che il pri­mo e cre­do uni­co con­gres­so nazio­na­le con­tro il Pia­no Nazio­na­le Nuclea­re lo tenem­mo a Geno­va –la capi­ta­le del nuclea­re ita­lia­no – nel feb­bra­io del 1979, al tea­tro AMGA, e fu un gros­so sfor­zo orga­niz­za­ti­vo pro­dot­to con il Comi­ta­to Poli­ti­co Enel di Roma, ovve­ro con i Vol­sci, e con Ivo Galim­ber­ti dei Col­let­ti­vi, che ave­vo con­tat­ta­to tra­mi­te Lucia­no Fer­ra­ri Bra­vo. Ivo fu tra i rela­to­ri assie­me a Ric­car­do Tava­ni, Gior­gio Fer­ra­ri, Pao­lo Ara­do e me. Sareb­be poi emer­so dagli atti pro­ces­sua­li che io e i com­pa­gni venu­ti da Pado­va con Ivo era­va­mo già tut­ti pedi­na­ti, per­ché il 7 apri­le era in pie­na pre­pa­ra­zio­ne.
E, infi­ne, che l’ultimo con­ve­gno dei Comi­ta­ti per l’Autonomia in Ligu­ria fu dedi­ca­to alla discus­sio­ne e labo­rio­sa gesta­zio­ne di un docu­men­to poli­ti­co nazio­na­le ela­bo­ra­to assie­me ai com­pa­gni auto­no­mi del Lodi­gia­no (real­tà ope­ra­ia di pic­co­le fab­bri­che in cui era par­ti­co­lar­men­te atti­vo Cec­co Cat­ta­neo), al grup­po di auto­no­mi mila­ne­si rac­col­to attor­no a Gian­ni Gio­van­nel­li –quel­lo che pub­bli­cò per il Col­let­ti­vo Libri Ros­si il volu­me Fab­bri­ca Dif­fu­sa, e soprat­tut­to ai Comi­ta­ti auto­no­mi ope­rai di Roma, i Vol­sci, pre­sen­ti con Gior­gio Fer­ra­ri. Il docu­men­to avreb­be dovu­to lan­cia­re in Ita­lia il Movi­men­to per l’autonomia ope­ra­ia (Mao), con una ipo­te­si di orga­niz­za­zio­ne e di fede­ra­zio­ne poli­ti­ca a livel­lo nazio­na­le in con­trap­po­si­zio­ne con le teo­rie insur­re­zio­na­li­sti­che e lot­tar­ma­ti­ste che, anche all’interno di alcu­ne real­tà dell’Autonomia, sot­to­va­lu­ta­va­no cla­mo­ro­sa­men­te la for­za del­lo Sta­to e l’imminente uti­liz­zo siste­ma­ti­co, poli­zie­sco e giu­di­zia­rio, del­la repres­sio­ne, o che, da un altro pun­to di vista, con le loro pra­ti­che mici­dia­li, sem­bra­va­no evo­ca­re una resa dei con­ti rav­vi­ci­na­ta e defi­ni­ti­va. Nono­stan­te aves­si­mo man­te­nu­to otti­mi rap­por­ti con Ros­so, anche per­so­na­li, ci sta­va­mo muo­ven­do al di fuo­ri di Ros­so e dal­la non con­di­vi­sa ipo­te­si di un “par­ti­to dell’Autonomia Ope­ra­ia”. Quel­la del Mao era una ipo­te­si di cen­tra­liz­za­zio­ne poli­ti­ca del­le espe­rien­ze auto­no­me, quin­di non era un pro­get­to stret­ta­men­te orga­niz­za­ti­vo ed era al di fuo­ri di una logi­ca di par­ti­to; un’organizzazione light, direm­mo oggi.
L’ambizioso docu­men­to, che vide all’opera l’unico coor­di­na­men­to nazio­na­le cui l’Autonomia geno­ve­se abbia orga­ni­ca­men­te e atti­va­men­te ade­ri­to, ven­ne ter­mi­na­to in coin­ci­den­za con il seque­stro di Aldo Moro da par­te del­le Bri­ga­te ros­se, in pros­si­mi­tà quin­di del pun­to defi­ni­ti­vo di non ritor­no, per il movi­men­to e l’Autonomia. La sua tar­di­va pub­bli­ca­zio­ne su i Vol­sci n. 6 nell’ottobre 1978 die­de luo­go a una serie di riu­nio­ni nazio­na­li ma l’iniziativa fu tra quel­le defi­ni­ti­va­men­te stron­ca­te dal­la cata­stro­fi­ca inchie­sta del 7 aprile.

Geno­va, 7 apri­le 2020

Luoghi di comunità

di Lan­fran­co Caminiti

Non sono mai riu­sci­to a capi­re, a imma­gi­na­re il comu­ni­smo sen­za luo­ghi.
«Poi ’nta la guer­ra /​ d’undi ca jun­tau /​ ’nu sin­da­cu sovie­ti­cu sciur­tìu; /​ ’na repub­bli­ca rus­sa ’mmi­ne­stràu /​ e, comu fu lu fat­tu, scum­pa­rìu»
Il 6 mar­zo 1945 nasce la Repub­bli­ca ros­sa di Cau­lo­nia, gui­da­ta dal sin­da­co, il mae­stro ele­men­ta­re Pasqua­le Caval­la­ro: vole­va­no final­men­te rimet­te­re ordi­ne, i brac­cian­ti, in uno scon­tro che s’era fat­to sem­pre più duro con gli agra­ri. Sul cam­pa­ni­le del pae­se era sta­ta issa­ta la ban­die­ra ros­sa. Liqui­da­ro­no un po’ di con­ti con i “cap­pel­li”, poi arri­vò il Regio eser­ci­to: durò tre gior­ni.
Il 15 novem­bre 1949, due­cen­to­cin­quan­ta con­ta­di­ni-soci del­la Coo­pe­ra­ti­va Lavo­ro Pro­le­ta­rio di Cam­po­fio­ri­to, aven­do più vol­te richie­sto  l’assegnazione del­le ter­re e non essen­do mai sta­ti accon­ten­ta­ti, deci­do­no di occu­pa­re i ter­re­ni incol­ti del­la loca­li­tà Giar­di­nel­lo.
Il 10 mar­zo 1950, un cor­teo di cir­ca sei­mi­la per­so­ne deci­de l’occupazione di qua­si due­mi­la etta­ri del feu­do San­ta Maria del Bosco nei pres­si di Bisac­qui­no.
Ecco, per me il comu­ni­smo è sta­to Cau­lo­nia, Giar­di­nel­lo, Bisac­qui­no. Luo­ghi pro­pri.
Luo­ghi di comu­ni­tà. Per­ché biso­gna imma­gi­nar­li que­sti uomi­ni che si alza­no nel cuo­re del­la not­te e pren­do­no i loro attrez­zi, e le bestie, e que­ste don­ne che pren­do­no per mano i bam­bi­ni e il faz­zo­let­to dove han­no mes­so una for­ma di pane e del for­mag­gio, e si avvia­no a occu­pa­re le ter­re. In alto una ban­die­ra ros­sa. Il cie­lo che cade sul­la ter­ra, il mon­do che va sot­to­so­pra, gli schia­vi che alza­no la schie­na. Que­sto è sta­to comu­ni­smo. E ce ne sarà anco­ra. E ce ne sarà sem­pre. In luo­ghi pre­ci­si, Cau­lo­nia, Giar­di­nel­lo, Bisac­qui­no. Poi, nel­le more, c’è la poli­ti­ca, per­ché non è che tut­te le mat­ti­ne c’è il comu­ni­smo.
La poli­ti­ca dell’autonomia meri­dio­na­le ruo­tò intor­no due que­stio­ni: la pri­ma, che la gior­na­ta lavo­ra­ti­va socia­le met­te­va a valo­re e a pro­fit­to ogni fram­men­to del­la ripro­du­zio­ne socia­le – nien­te ne resta­va fuo­ri: vei­co­lo, era il dena­ro, la sua cir­co­la­zio­ne e la sua accu­mu­la­zio­ne; la secon­da, che la for­ma del­lo Sta­to asse­con­da­va e favo­ri­va  i pro­ces­si di accu­mu­la­zio­ne “facen­do­si socie­tà”. L’una e l’altra cosa era­no la fine del­la “que­stio­ne meri­dio­na­le”: dove si era ana­liz­za­to il vuo­to, noi vede­va­mo il pie­no; dove si pre­di­ca­va l’assenza, noi vede­va­mo pre­sen­za.
Era per­ciò pos­si­bi­le pen­sa­re a pro­ces­si di auto­no­mia e di auto­go­ver­no dei ter­ri­to­ri, era per­ciò pos­si­bi­le pen­sa­re a costrui­re isti­tu­zio­ni (assem­blee, comi­ta­ti, con­sul­te) che gover­nas­se­ro dal bas­so i pro­ces­si. Que­sto ten­tam­mo, alme­no fino al ter­re­mo­to dell’Irpinia dell’80, che come tut­te le cata­stro­fi fu un con­flit­to tra pro­ces­si oppo­sti e diver­si di “ripen­sa­re il ter­ri­to­rio” e vide una straor­di­na­ria mobi­li­ta­zio­ne mili­tan­te e l’effettiva pos­si­bi­li­tà del­le “nuo­ve isti­tu­zio­ni” che si anda­va­no for­man­do tra mace­rie e atten­da­men­ti. Andò poi in tutt’altro modo. Anzi, andò sot­to­so­pra: per vent’anni, la “que­stio­ne set­ten­trio­na­le” – l’autodeterminazione, la seces­sio­ne, il fede­ra­li­smo, le macro-aree – ha gover­na­to e deter­mi­na­to la poli­ti­ca, la pro­du­zio­ne e la ripro­du­zio­ne socia­le di que­sto pae­se. Anzi, con­ti­nua a deter­mi­nar­lo.
Ma il noc­cio­lo di quei pen­sie­ri è anco­ra vivo – come l’uranio, ci vor­ran­no die­ci­mi­la anni pri­ma che si estin­gua. E il noc­cio­lo di quei pen­sie­ri è che sen­za rot­tu­ra del­la for­ma del­lo Sta­to come si dà non c’è alcun pro­ces­so sta­bi­le di modi­fi­ca­zio­ne socia­le.
Se non si inne­sca­no e sta­bi­liz­za­no pro­ces­si di indi­pen­den­za dei ter­ri­to­ri e isti­tu­zio­ni di indi­pen­den­za dei ter­ri­to­ri – di auto­no­mia, di auto­go­ver­no, di pote­re – non c’è alcu­na con­qui­sta, alcu­na vit­to­ria, alcu­na bat­ta­glia che non diven­ti, in qual­che modo, fram­men­to del pro­ces­so di ripro­du­zio­ne e accu­mu­la­zio­ne del valo­re. Vor­rei pro­prio qui recu­pe­ra­re un ter­mi­ne che ha ani­ma­to tut­ti i pro­ces­si rivo­lu­zio­na­ri del Nove­cen­to (non mi adden­tro nel­le sue sto­rie con­cet­tua­li da Machia­vel­li in qui – che non sono abba­stan­za pre­pa­ra­to): repub­bli­ca.
È appe­na usci­to un sag­gio di Dona­tel­la del­la Por­ta e Mar­tìn Por­tos (A bour­geois sto­ry? The class basis of Cata­lan inde­pen­den­ti­sm) in cui è accu­mu­la­ta una mas­sa di dati e di inchie­ste sul­le clas­si socia­li che par­te­ci­pa­no al pro­cés cata­la­no. La bana­le e tos­si­ca nar­ra­zio­ne cor­ren­te par­la di una tra­di­zio­na­le base nazio­na­li­sta di clas­si alte e medie, col­te e sup­po­nen­ti, ma sfru­cu­lian­do un po’ emer­ge inve­ce – dal­la cri­si del 2007–8 – una diver­sa com­po­si­zio­ne socia­le, con lar­ghi set­to­ri del­la popo­la­zio­ne e anche del­la clas­se ope­ra­ia. Non si spie­ghe­reb­be altri­men­ti il pas­sag­gio di una “pro­po­sta poli­ti­ca” che ave­va rap­pre­sen­ta­to sto­ri­ca­men­te nien­te più che il 10 per­cen­to, schiac­cia­to da un pro­gres­si­vo auto­no­mi­smo, fino al 50 per­cen­to. Una “svol­ta” simi­le – nel sen­so del­la cru­cia­li­tà del­la cri­si – acca­de anche nei Pae­si Baschi e in Sco­zia.
E que­sta, anche se non sem­bra, è la mia par­te nel­la discus­sio­ne sul libro del­la sto­ria dei Col­let­ti­vi poli­ti­ci veneti.

Nico­te­ra, 17 apri­le 2020

Ricordare l’ignoto

di Giu­lia Page

«È fecon­do solo quel ricor­do che al con­tem­po ci ram­men­ta quan­to anco­ra ci resta da fare». L’incipit del­la sto­ria dei Col­let­ti­vi Poli­ti­ci Vene­ti sem­bra qua­si inter­pel­lar­ci, fin dal­le pri­mis­si­me righe, in quan­to gio­va­ni let­to­ri, «un po’ curio­si e poco distrat­ti», e soprat­tut­to in quan­to gio­va­ni mili­tan­ti – dun­que sì, ere­di dell’importante tra­di­zio­ne ripor­ta­ta in que­sto e in altri libri, nei can­ti, nel­le pra­ti­che e nei rac­con­ti dei com­pa­gni più gran­di, ma al tem­po stes­so neces­sa­ria­men­te pri­mi atto­ri di quell’immenso «quan­to anco­ra ci resta da fare».
Gio­va­ni, si dice­va, ma non neces­sa­ria­men­te dal pun­to di vista ana­gra­fi­co, quan­to piut­to­sto da quel­lo gene­ra­zio­na­le. I «gio­va­ni mili­tan­ti» sono infat­ti, pri­ma di tut­to, sog­get­ti­vi­tà for­ma­te nel­la e dal­la cri­si siste­mi­ca del Capi­ta­le: figli del 2008 e qua­si cer­ta­men­te non­ni di nes­su­no, i più for­tu­na­ti di noi sono riu­sci­ti a but­ta­re uno sguar­do alle mobi­li­ta­zio­ni dell’Onda; al con­tra­rio, l’unica cosa più o meno di mas­sa che i più sfi­ga­ti di noi sono riu­sci­ti a vive­re in pri­ma per­so­na è una pan­de­mia glo­ba­le. Que­sta pre­mes­sa, lun­gi dall’essere una vit­ti­mi­sti­ca autoas­so­lu­zio­ne, è dove­ro­sa per rin­trac­cia­re i fili ros­si che ci ten­go­no anco­ra lega­ti a quel­la sto­ria mai vis­su­ta, per rico­strui­re la nostra genea­lo­gia in chia­ve più che mai attua­le. Per fare cioè del ricor­do non una mera filia­zio­ne basa­ta sul­la con­ti­nui­tà teo­ri­ca, ma meto­do di con­ti­nuo rin­no­va­men­to e mes­sa a veri­fi­ca del­le ipo­te­si poli­ti­che.
E in que­sto sen­so la sto­ria nar­ra­ta dai fra­tel­li Despa­li è par­ti­co­lar­men­te pre­zio­sa: con la net­ta impres­sio­ne di esse­re par­te atti­va di quell’intimo dia­lo­go, il gio­va­ne let­to­re vie­ne costret­to a usci­re dal­la posa di ascol­ta­to­re pas­si­vo, espo­nen­do le pro­prie cor­de a una disar­man­te asso­nan­za. Disar­man­te per­ché ci par­la di un’esperienza poten­te, sì, ma con­cre­ta, al di là del­le magni­fi­che gesta e del­le imma­gi­ni roboan­ti di con­flit­to esplo­si­vo, che pure fan­no neces­sa­ria­men­te par­te dell’immaginario di que­gli anni, ma che al tem­po stes­so han­no con­tri­bui­to a for­nir­ci l’immagine deter­mi­ni­sti­ca (ed erro­nea) di un’epoca già data in quei ter­mi­ni, di una com­po­si­zio­ne anta­go­ni­sta a prio­ri, di un ’77 come even­to a‑storico piut­to­sto che come bal­zo in avan­ti di un pro­ces­so di lun­ga data. Un’immagine che, tut­to som­ma­to, ha anche fini­to per lasciar­ci in boc­ca l’amaro di  una nostal­gia ingiu­sta (dopo­tut­to, come si può pro­va­re nostal­gia per qual­co­sa che non si è mai vis­su­to?), inne­sta­ta sul sospet­to – anch’esso ingiu­sto, o for­se più che altro, que­sto sì, autoas­so­lu­to­re – che un tem­po così non ci sarà mai più dato, e quin­di tan­to vale occu­par­si del­la pro­pria soprav­vi­ven­za, del pro­prio orti­cel­lo, del pro­prio cen­tro socia­le, e via dicen­do.
Pie­ro e Gia­co­mo, inve­ce, ci pren­do­no per mano e ci gui­da­no nel­le assem­blee, nel­le piaz­ze, nei pae­si­ni, nel­la car­ne viva, cioè, di un per­cor­so sog­get­ti­vo e col­let­ti­vo fat­to di avan­za­men­ti e bat­tu­te d’arresto, di vol­ti noti e vol­ti meno noti tut­ti egual­men­te fon­da­men­ta­li, di gran­di vit­to­rie e bru­cian­ti scon­fit­te, entram­be rela­ti­ve per­ché, come vuo­le la logi­ca maoi­sta del­la guer­ra par­ti­gia­na, «il sacri­fi­cio di pedi­ne, l’abbandono di posi­zio­ni, la riti­ra­ta, sono par­te inte­gran­te dell’offensiva» (p. 197). Ci gui­da­no cioè attra­ver­so un per­cor­so tutt’altro che faci­le e linea­re, ma in cui è imme­dia­ta­men­te riscon­tra­bi­le la con­ti­nui­tà nel meto­do.
Ogni azio­ne, infat­ti, ogni ini­zia­ti­va – dal­le ron­de con­tro gli straor­di­na­ri alle ron­de anti­fa­sci­ste, dal­le ver­ten­ze in men­sa alle auto­ri­du­zio­ni, dai Con­si­gli di fab­bri­ca alle assem­blee con i com­pa­gni del­le altre cit­tà – si con­no­ta, nel rac­con­to, come pra­ti­ca stru­men­ta­le uti­le non solo a cemen­ta­re i rap­por­ti poli­ti­ci den­tro e fuo­ri il cor­po mili­tan­te, ma anche e soprat­tut­to a con­so­li­da­re un fat­tua­le con­trol­lo ter­ri­to­ria­le, decli­na­to sul­la scel­ta auto­no­ma di luo­ghi, modi e tem­pi dell’azione poli­ti­ca. Un ele­men­to, quel­lo del tem­po, che segna la pri­ma gran­de discon­ti­nui­tà rispet­to al nostro pre­sen­te: cata­pul­ta­ti nell’emergenzialità siste­mi­ca, i mili­tan­ti di oggi han­no fini­to per abdi­ca­re alla ricer­ca di una tem­po­ra­li­tà auto­no­ma, e con essa alla pos­si­bi­li­tà dell’anticipazione, inse­guen­do inve­ce l’insostenibile rit­mo del nemi­co – in bar­ba a qua­lun­que inse­gna­men­to sull’Arte del­la Guer­ra – e ritro­van­do­si dun­que a sal­ta­re da un’emergenza media­ti­ca all’altra. Ine­so­ra­bil­men­te col fia­to cor­to. Ine­so­ra­bil­men­te in ritar­do.
È inve­ce pro­prio la capa­ci­tà di anti­ci­pa­zio­ne, uni­ta a quel­la di «tene­re con­ti­nua­men­te lega­te tat­ti­ca e stra­te­gia, visio­ne loca­le – del sin­go­lo scon­tro – e visio­ne gene­ra­le – dell’insieme del ter­ri­to­rio» (p. 197), ad aver per­mes­so ai Col­let­ti­vi di instau­ra­re, nel pro­prio rag­gio d’azione, un poten­te ed effet­ti­vo con­tro­po­te­re. Un con­tro­po­te­re distan­te anni luce da quel­lo sban­die­ra­to oggi­gior­no da alcu­ni mili­tan­ti, che, inter­pre­tan­do­lo come mero attra­ver­sa­men­to del ter­ri­to­rio o, peg­gio anco­ra, come una sor­ta di dirit­to di pre­la­zio­ne su una sup­po­sta ere­di­tà (model­la­ta, peral­tro, pro­prio su quell’idea di Auto­no­mia come filia­zio­ne esclu­si­va­men­te iden­ti­ta­rio-ideo­lo­gi­ca, anzi­ché come meto­do), han­no fini­to per iden­ti­fi­ca­re il con­cet­to di «ter­ri­to­rio» con la sua decli­na­zio­ne fisi­co-urba­ni­sti­ca, gene­ral­men­te costi­tui­ta da qual­che stra­da e qual­che piaz­za, e quel­lo di «radi­ca­men­to ter­ri­to­ria­le» con pate­ti­che for­me di (auto)ghettizzazione nei pro­pri spa­zi (occu­pa­ti, nel miglio­re dei casi, con­ces­si dal­la con­tro­par­te nel peg­gio­re). I fra­tel­li Despa­li, inve­ce, ci rac­con­ta­no di un ter­ri­to­rio defi­ni­to e di con­se­guen­za agi­to in pri­mis in rela­zio­ne alla com­po­si­zio­ne che lo attra­ver­sa – una com­po­si­zio­ne, nel caso del Vene­to, tutt’altro che sovrap­po­ni­bi­le a una sog­get­ti­vi­tà onto­lo­gi­ca­men­te ribel­le, ma anzi, para­dos­sal­men­te, pri­mo ambi­va­len­te labo­ra­to­rio da cui nasce­rà anche quell’identità leghi­sta che al rifiu­to del lavo­ro ave­va sosti­tui­to, come rea­zio­ne alla cri­si e ai licen­zia­men­ti e in nome del­la pro­pria eman­ci­pa­zio­ne eco­no­mi­ca e poli­ti­ca, una tota­le iden­ti­fi­ca­zio­ne con il lavo­ro, sfo­cia­ta nell’autoimprenditorialità e nell’autosfruttamento. E, di con­se­guen­za, il radi­ca­men­to sul ter­ri­to­rio si tra­du­ce in una sua tra­sfor­ma­zio­ne, nel­la ten­den­za con­ti­nua al ren­der­lo omo­ge­neo alla linea poli­ti­ca.
Il radi­ca­men­to ter­ri­to­ria­le si sostan­zia, in altre paro­le, nel con­ti­nuo rap­por­to tra «sod­di­sfa­zio­ne imme­dia­ta dei biso­gni socia­li e pos­ses­so auto­no­mo di agi­bi­li­tà e di capa­ci­tà poli­ti­co-mili­ta­ri nel ter­ri­to­rio» (p. 218); sen­za quel rap­por­to, quel­lo scam­bio con­ti­nuo, è faci­le – ci avvi­sa­no i Despa­li – sci­vo­la­re nel «Biso­gno» o nell’«Ideologia». Anco­ra una vol­ta, il richia­mo al pre­sen­te è imme­dia­to, per­ché ci pone spie­ta­ta­men­te di fron­te all’inadeguatezza del­le nostre pra­ti­che ai tem­pi del­la pan­de­mia glo­ba­le, che alter­na­no l’incomprensibile ribel­li­smo indi­vi­dua­le – in gene­re, poi, tut­to a paro­le, con un’apologia del­le insor­gen­ze degli altri con­trap­po­sta all’invocazione del­la ragion di Sta­to quan­do si trat­ti del con­flit­to nostra­no – al ser­vi­zio cari­ta­te­vo­le, il qua­le, scam­bian­do il con­sen­so – noto­ria­men­te stru­men­to di media­zio­ne capi­ta­li­sti­ca – per ege­mo­nia ter­ri­to­ria­le, fini­sce per tra­sfor­ma­re quest’ultima in una sci­vo­lo­sa e quan­to­mai pro­ble­ma­ti­ca «teo­ria demo­cra­ti­ca del comu­ni­smo». Nel par­la­re del­la bat­ta­glia per i prez­zi poli­ti­ci, inve­ce, i Col­let­ti­vi ci dico­no che non si trat­ta di una mera «sod­di­sfa­zio­ne imme­dia­ta dei pro­pri biso­gni» (spe­ci­fi­can­do peral­tro – anco­ra una vol­ta con gran­de attua­li­tà – che si trat­ta di com­por­ta­men­ti che si dan­no «anche sen­za l’iniziativa di un sog­get­to poli­ti­co orga­niz­za­to») quan­to piut­to­sto del­la capa­ci­tà, nel pro­prio pae­se o quar­tie­re, di «disar­ti­co­la­re il coman­do e il con­trol­lo che […] met­te a nudo pub­bli­ca­men­te, con la lot­ta e con l’imposizione del­la pro­pria for­za, la com­ples­sa real­tà di clas­se che mal potreb­be esse­re sve­la­ta sen­za le rot­tu­re ille­ga­li dei com­por­ta­men­ti pro­le­ta­ri» (p. 217). Non un vel­lei­ta­rio quan­to ideo­lo­gi­co appel­lo all’assalto alla ric­chez­za, dun­que, ma bat­ta­glia poli­ti­ca di lun­go perio­do, in cui obiet­ti­vi e pras­si muta­no con l’acuirsi del­la con­trad­di­zio­ne in cam­po, deter­mi­nan­do sca­den­ze e sal­ti orga­niz­za­ti­vi pro­iet­ta­ti sem­pre sul­la dimen­sio­ne di mas­sa. Da que­sto deri­va la limi­ta­tez­za, oggi­gior­no, di un sem­pli­ce copia-incol­la del­le pra­ti­che e del­le paro­le d’ordine mes­se in cam­po in que­gli anni, pro­prio per­ché la loro effi­ca­cia è col­lo­ca­ta spe­ci­fi­ca­men­te in un tem­po, in un ter­ri­to­rio e in una com­po­si­zio­ne dap­pri­ma ana­liz­za­ti, inchie­sta­ti, stu­dia­ti, e in segui­to agi­ti, in un qua­dro di con­ti­nua for­ma­zio­ne, scom­mes­sa e mes­sa a veri­fi­ca – ed, even­tual­men­te, in discus­sio­ne – del­le ipo­te­si poli­ti­che. Per­ché è solo in que­sta cir­co­la­ri­tà che il mino­ri­ta­ri­smo, al tem­po stes­so pro­dro­mo e con­se­guen­za del­la ste­ri­le e com­pia­ciu­ta auto­re­fe­ren­zia­li­tà, può lasciar posto alla mino­ran­za a voca­zio­ne mag­gio­ri­ta­ria.
Que­sto ele­men­to, peral­tro, apre lo spa­zio per un’ulteriore, fina­le rifles­sio­ne: ripor­ta­to solo a mar­gi­ne del rac­con­to di Gia­co­mo e Pie­ro, il tema del­la soli­tu­di­ne sem­bra inve­ce esse­re quel­lo che più di tut­ti toc­ca le cor­de dell’attualità e del nostro «gio­va­ne mili­tan­te». E que­sto innan­zi­tut­to per­ché, fuor di reto­ri­ca e lon­ta­no dai luo­ghi comu­ni del­la sno­w­fla­ke gene­ra­tion, la soli­tu­di­ne è dav­ve­ro un trat­to carat­te­riz­zan­te del­la nostra gene­ra­zio­ne: alle­va­ti nell’epoca del­la più esa­spe­ra­ta ato­miz­za­zio­ne, nascia­mo in un mon­do – quel­lo capi­ta­li­sta – in cui alle aspet­ta­ti­ve sul futu­ro espo­nen­zial­men­te decre­scen­ti cor­ri­spon­do­no, para­dos­sal­men­te, rit­mi di vita sem­pre più ser­ra­ti, acce­le­ra­ti o dal debi­to mora­le ver­so i pro­pri geni­to­ri e quin­di dall’esigenza di far frut­ta­re l’investimento-università in un mon­do del lavo­ro iper-indi­vi­dua­liz­za­to o, banal­men­te ma non trop­po, dal­le esi­gen­ze mate­ria­li, per poi appro­da­re a un altro mon­do – quel­lo mili­tan­te – in tota­le cri­si. Se ci aggiun­gia­mo anche un loc­k­do­wn nazio­na­le, pos­sia­mo sere­na­men­te con­sta­ta­re che non par­tia­mo gran­ché avvan­tag­gia­ti. Insom­ma, com­pa­gni e com­pa­gne, è nor­ma­le sen­tir­si soli. Tan­to su un pia­no indi­vi­dua­le e sog­get­ti­vo – la soli­tu­di­ne socia­le del­la cri­si eco­no­mi­ca – quan­to su quel­lo col­let­ti­vo – la soli­tu­di­ne poli­ti­ca del­la cri­si del­la mili­tan­za. Il pun­to, allo­ra, è capi­re come distrug­ge­re la soli­tu­di­ne pri­ma che sia lei a distrug­ge­re la sog­get­ti­vi­tà. Sì, per­ché alla fine è alla sog­get­ti­vi­tà che si ridu­ce il pro­ble­ma. Fino a ora, alla soli­tu­di­ne socia­le i mili­tan­ti han­no con­trap­po­sto una socia­li­tà defi­ni­ta come «altra» rispet­to al vacuo con­su­mo di diver­ti­men­to e di espe­rien­za offer­to dal Capi­ta­le, ma che poi di fat­to si ridu­ce a una incom­pren­si­bi­le tol­le­ran­za del­le più bie­che pul­sio­ni indi­vi­dua­li, anche e soprat­tut­to da par­te dei mili­tan­ti stes­si, in par­ti­co­la­re quel­la dell’abuso di sostan­ze. Non fate quel­la fac­cia, com­pa­gni e com­pa­gne, ché fin­ché non tro­ve­re­mo il corag­gio di affron­ta­re que­sta discus­sio­ne in tut­ta fran­chez­za non solo sta­re­mo nascon­den­do la pol­ve­re (di ogni tipo) sot­to al tap­pe­to, ma con­ti­nue­re­mo a ripro­dur­re, all’interno dei nostri ambi­ti, una sog­get­ti­vi­tà mar­cia: i mili­tan­ti, quan­do sia­no sog­get­ti­vi­tà dispo­ni­bi­li a gio­car­si inten­sa­men­te il tut­to per tut­to sui per­cor­si poli­ti­ci, han­no biso­gno di «occhi buo­ni e cer­vel­lo fine», nega­ti inve­ce da quel­le sostan­ze che per­va­do­no e strut­tu­ra­no moda­li­tà rela­zio­na­li, eti­ca e prio­ri­tà (in altre paro­le, la sog­get­ti­vi­tà) in chia­ve indi­vi­dua­li­sta.
Allo stes­so modo, alla soli­tu­di­ne poli­ti­ca non si può rispon­de­re inten­si­fi­can­do le rela­zio­ni den­tro un movi­men­to che non c’è più: avre­mo maga­ri la sen­sa­zio­ne di esse­re un po’ meno soli men­tre affo­ghia­mo ine­so­ra­bil­men­te, ma il dato fina­le resta sem­pre lo stes­so – nau­fra­gio e mor­te cer­ta. La soli­tu­di­ne poli­ti­ca, inve­ce, si com­bat­te esclu­si­va­men­te nel­la costru­zio­ne di rela­zio­ni den­tro la com­po­si­zio­ne di clas­se. Pie­ro e Gia­co­mo, nel loro rac­con­to, fan­no un para­go­ne con «La soli­tu­di­ne dei nume­ri pri­mi» del famo­so roman­zo – divi­si­bi­li solo per uno e per se stes­si – e ci dico­no che «in veri­tà i nume­ri pri­mi non sono mai soli, per­ché costi­tui­sco­no sem­pre un insie­me, e come tali van­no pen­sa­ti: 2, 3, 5, 7… È dif­fi­ci­le ricon­dur­re quel 2 sen­za il suo segui­to alla fami­glia dei nume­ri pri­mi e nes­su­no si sareb­be inte­res­sa­to al 31 se fos­se sta­to solo» (p.  131).
Ecco, com­pa­gni e com­pa­gne, fin­ché sare­mo chiu­si nel­le nostre iso­le (non così) feli­ci, sare­mo soli. Quan­do, inve­ce, affron­te­re­mo l’ignoto, lì tro­ve­re­mo la nostra fami­glia di nume­ri pri­mi.
In que­sto risie­de, in fon­do, l’importanza del rac­con­to dei fra­tel­li Despa­li: non una lezion­ci­na pater­na­li­sta, ma la rap­pre­sen­ta­zio­ne empi­ri­ca di quel meto­do che è l’Autonomia. Un meto­do che par­la di rot­tu­ra con­ti­nua con se stes­si, di scom­mes­sa, di ricer­ca per­si­sten­te del­le pos­si­bi­li­tà di attac­co, soprat­tut­to – se non esclu­si­va­men­te – su sen­tie­ri sco­no­sciu­ti. Per­ché è meglio scom­met­te­re e fal­li­re, che cul­lar­si in un’immaginaria, ste­ri­le soprav­vi­ven­za. Per­ché nel pri­mo caso sare­mo vivi, nel secon­do mor­ti – pur respi­ran­do ancora.

L’immanenza della pratica

di Ade­li­no Zanini

per Ari­sti­de Bian­chi (Biso), che era anche musi­ci­sta,
e per Checco

1. Mol­to è già sta­to det­to – e que­sto sem­pli­fi­ca le cose. Ma coe­ta­nei­tà e cospa­zia­li­tà ren­do­no in ogni caso tut­to più dif­fi­ci­le, quan­do si trat­ti di ragio­na­re su di un’opera, impor­tan­te, inte­sa a ripro­dur­re e fis­sa­re, com’è giu­sto, la memo­ria di un sog­get­to col­let­ti­vo, sot­traen­do­la alla defi­ni­ti­va dam­na­tio memo­riae giu­di­zia­rio-media­ti­ca. Le dif­fi­col­tà deri­va­no – nel mio caso, alme­no – non tan­to da una “distan­za di giu­di­zio” che, a dispet­to dei mol­ti dub­bi di un tem­po, non saprei comun­que come attua­re (il che non signi­fi­ca non saper dire quel­lo che cre­do vada det­to, altri­men­ti evi­te­rei d’intervenire), quan­to per­ché ad esse­re tira­ti in bal­lo sono anche sen­sa­zio­ni e affet­ti che ti (mi, se pre­fe­ri­te) fan vede­re e ricor­da­re pure quel­lo che for­se non c’è mai sta­to dav­ve­ro. Non per­ché vi sia il rischio dell’inconsapevole “fal­so ricor­do” sto­ri­co-per­so­na­le (par­lo, di nuo­vo, solo per me), quan­to per­ché le aspet­ta­ti­ve di que­gli anni si lega­no non solo a un’epoca, ma anche a un’età del­la vita, a una gal­le­ria di vol­ti, luo­ghi,  imma­gi­ni, del cui invec­chia­re non sem­pre hai avu­to per­ce­zio­ne – e quan­do l’hai avu­ta, il rifiu­to di rico­no­scer­la può esse­re a vol­te qua­si irri­du­ci­bi­le. Seb­be­ne qual­che anno fa l’abbia vista qua­si caden­te, del­la Fusi­na­to avrò sem­pre “una” imma­gi­ne, quel­la di quan­do ci anda­vo a suo­na­re. Nes­su­no me la può toglie­re. E allo­ra, i qua­si cinquant’anni tra­scor­si sono dav­ve­ro tan­ti – e il rischio di esse­re o mol­to attrat­ti, o mol­to indif­fe­ren­ti è pale­se. Dun­que, la rico­stru­zio­ne, lo sta­bi­li­re gli even­ti, leg­ger­li nel­la loro sem­pre riven­di­ca­ta “par­zia­li­tà” è impor­tan­te. E va rico­no­sciu­to a Mim­mo l’essere ter­za voce nar­ran­te, non pote­va esse­re diver­sa­men­te. Di par­te, sem­pre: “giu­di­zio di fat­to e giu­di­zio di valo­re pari sono”. Pre­mes­sa intro­dut­ti­va espli­ci­ta.
Quan­to ne deri­vo, pur som­ma­ria­men­te e for­se un po’ apo­dit­ti­ca­men­te, è però che la Sto­ria dovreb­be fun­zio­na­re (evi­to il ver­bo esse­re e gli essen­zia­li­smi che impli­ca) solo come sem­pli­ce “vita del­la memo­ria”, non più qua­le “mae­stra di vita”. Sem­pre di Cice­ro­ne si trat­ta. Si voglia o no elo­gia­re “l’assenza di memo­ria” – pro­ba­bil­men­te uno dei distin­guo su cui non vi sarà mai accor­do pie­no tra tut­ti colo­ro che han pre­so e pren­de­ran­no qui la paro­la –, mi sem­bra indu­bi­ta­bi­le che dall’esperienza pas­sa­ta non si pos­sa più trar­re nes­su­na indi­ca­zio­ne per il futu­ro; si può trar­re solo il rispet­to per ciò che di nostro c’è sta­to nel pas­sa­to e la cau­te­la a fron­te di ciò che acca­de ora. In entram­bi i casi, il “mode­ra­ti­smo” non è richie­sto, ma il rico­no­sce­re che sog­get­ti, meto­di, obiet­ti­vi, da trop­po tem­po par­la­no ormai altri lin­guag­gi (e del Vene­to di que­gli anni non è rima­sta nem­me­no la neb­bia), que­sto è banal­men­te ine­vi­ta­bi­le e dovreb­be por­ta­re con sé giu­di­zi con­se­guen­ti rispet­to al pre­sen­te. Del futu­ro, pre­fe­ri­sco tace­re. In que­sti ulti­mi ven­ti anni, non ho pro­va­to gran “entu­sia­smo” a fron­te di mol­to (non di tut­to, cer­to) di ciò che si è mos­so. Limi­ti miei, evi­den­te­men­te, del­la mia irri­du­ci­bi­le stan­zia­li­tà (ed “ope­rai­sti­ci­tà”, for­se): del mio saper coglie­re solo l’indignazione eti­ca di movi­men­ti altri­men­ti poli­ti­ci (tron­ti­smo di ritor­no?, for­se). Cer­to è che quan­do qual­co­sa d’interessante si è pro­fi­la­to, dei tra­scor­si non c’era men­zio­ne – e quan­do c’era sem­bra­va più un limi­te che una risor­sa. A par­ti­re da Geno­va 2001.

2. Si è det­to e ripe­tu­to come la sto­ria dei Col­let­ti­vi sia del tut­to radi­ca­ta nel­lo spe­ci­fi­co Vene­to. Vero, ovvia­men­te, ma la regio­ne non era una real­tà omo­ge­nea. Al di là di un tes­su­to socia­le per mol­ti aspet­ti uni­for­me, vi era­no mol­te ano­ma­lie, tra loro com­ple­men­ta­ri – come rac­con­ta la sto­ria, anche qui, spe­ci­fi­ca, del tipo di pre­sen­za ter­ri­to­ria­le del “lun­go” Pote­re ope­ra­io vene­to. Tra le ano­ma­lie, cru­cia­li Por­to Mar­ghe­ra e l’università di Pado­va. Del­la pri­ma si è mol­te vol­te det­to (ma a ragio­ne Caval­li­ni ne ricor­da i pas­sag­gi suc­ces­si­vi all’epopea più cele­bra­ta e nel testo se ne men­zio­na, ica­sti­ca­men­te, la cri­si); del­la secon­da si ricor­da, com’è ovvio, il fon­da­men­ta­le lavo­ro teo­ri­co svol­to dal Col­let­ti­vo di Scien­ze poli­ti­che. Quan­do si par­la di uni­ver­si­tà, però, occor­re tener con­to di ciò che nel testo si per­ce­pi­sce come vero pun­to di svol­ta, una pre­mes­sa deci­si­va per la sto­ria dei Col­let­ti­vi. Svol­ta pro­dot­ta­si, in una strut­tu­ra acca­de­mi­ca non cer­to aper­ta, né pro­gres­si­sta, con l’arrivo dei nuo­vi bar­ba­ri, degli stu­den­ti che pro­ve­ni­va­no dagli isti­tu­ti tec­ni­ci (ove il ’68 era sta­to più duro); stu­den­ti i qua­li, a par­ti­re dall’anno acca­de­mi­co 1969–70, pote­ro­no inva­de­re per­si­no le cit­ta­del­le uma­ni­sti­che, oltre a qual­sia­si altra facol­tà. L’apertura, solo a Roma e a Pado­va, nel ’71 (mi pare), del cor­so di lau­rea in psi­co­lo­gia (e nel testo lo si ricor­da) aumen­tò poi quel­lo che già era l’appeal nazio­na­le dell’ateneo nei con­fron­ti del sud del pae­se. Ecco, quan­do si dice “ter­ri­to­rio”, non si deve dimen­ti­ca­re di coniu­ga­re spa­zi, luo­ghi e  sog­get­ti. Al di là di un’estetizzante topo­no­ma­sti­ca del­la rivol­ta, ci sono infat­ti nomi pro­pri (quel­li degli isti­tu­ti tec­ni­ci di Pado­va cit­tà, ad esem­pio) che basta­no a evo­ca­re  l’importanza avu­ta dal­la pre­sen­za di deter­mi­na­ti sog­get­ti socia­li nel­la for­ma­zio­ne e nel­la pra­ti­ca dei Col­let­ti­vi. È il caso del ruo­lo degli stu­den­ti medi, di cui il libro dà pre­ci­sa testi­mo­nian­za poli­ti­ca e orga­niz­za­ti­va, anche e soprat­tut­to quan­do ad esse­re in que­stio­ne non fu più sol­tan­to la cit­ta­del­la uni­ver­si­ta­ria, il lega­me tra facol­tà e isti­tu­ti, ben­sì la pro­vin­cia vene­ta, allo­ra gri­gia come non mai, sfian­ca­ta dagli effet­ti del­la cri­si petro­li­fe­ra e rat­tri­sta­ta oltre misu­ra dal­la cosid­det­ta auste­ri­ty.
Se poi sia­no da veder­si qui le pre­mes­se dell’operaio socia­le – in par­ti­co­la­re, anche se non solo, in que­gli stu­den­ti degli isti­tu­ti tec­ni­ci la cui pro­fes­sio­na­li­tà si sta­va rive­lan­do pres­so­ché inser­vi­bi­le se non come qua­li­fi­ca di una for­za-lavo­ro impo­ve­ri­ta, desti­na­ta a sicu­ra inoc­cu­pa­zio­ne e, quin­di, a pre­ca­riz­za­zio­ne, da cui una spin­ta anche mate­ria­le, oltre che for­te­men­te sog­get­ti­va, a cam­biar vita – beh, qual­che dub­bio lo nutro anch’io, effet­ti­va­men­te. Uno dei per­ché l’ha già det­to Negri nel suo inter­ven­to, rela­ti­va­men­te al nes­so territorialità/​organizzazione. Aggiun­ge­rei che quel­la com­po­si­zio­ne socia­le era, comun­que, anco­ra mol­to lon­ta­na dal­la “con­di­zio­ne” che poi si sareb­be assun­ta come tipi­ca dell’operaio-sociale. D’altra par­te, tra il momen­to ini­zia­le e quel­lo fina­le del­le vicen­de con­si­de­ra­te (sia esso il 7 apri­le o no), mol­to cam­biò. Solo dopo, però, avrem­mo sapu­to quel­lo che il ’73 avreb­be rap­pre­sen­ta­to per la gran­de fab­bri­ca. Allo­ra, il mar­zo a Mira­fio­ri non sem­brò così irri­le­van­te. E cosa fos­se auto­ma­zio­ne lo avrem­mo sapu­to via via solo ascol­tan­do chi lavo­ra­va in fab­bri­ca. Nel ’73, nel­le segre­te­rie del Bo si usa­va­no anco­ra la bic e le sche­de per­fo­ra­te per il data-base degli iscrit­ti e la stam­pa dei libret­ti, se il ricor­do non m’inganna.

3. Voglio dire che l’intuizione teo­ri­ca di Negri diven­ne “pra­ti­ca­men­te vera” mol­to dopo e in for­me mol­to dif­fe­ren­ti, anche, dal model­lo ori­gi­na­rio, che non pote­va cer­to pre­ve­de­re quel­lo che sareb­be acca­du­to con l’informatizzazione dif­fu­sa, la qua­le fu, a sua vol­ta, uno dei pre­sup­po­sti di quan­to teo­riz­za­to in tutt’altra situa­zio­ne. Per­ché non era solo que­stio­ne di entra­ta in fab­bri­ca del socia­le e vice­ver­sa, quan­to di una pro­gres­si­va irri­du­ci­bi­li­tà del secon­do alla pri­ma (la vicen­da dei 61 alla Fiat [1979] par­le­rà anche di que­sto). E ciò si spin­se ben oltre la fine dei Col­let­ti­vi. Cer­to è – que­sto è sicu­ro e qui ver­te effet­ti­va­men­te la que­stio­ne – che il Vene­to “bian­co e arre­tra­to” ave­va nel frat­tem­po cono­sciu­to e anti­ci­pa­to feno­me­ni i qua­li, coniu­gan­do sus­sun­zio­ne for­ma­le e rea­le, avreb­be­ro rea­liz­za­to una sor­ta di nuo­va accu­mu­la­zio­ne ori­gi­na­ria: in sen­so let­te­ra­le, direi, e in modo pecu­lia­re rispet­to ad altre regio­ni. Lo avreb­be­ro dimo­stra­to gli anni ’80, allor­ché, dopo la cri­si petro­li­fe­ra del 1979 e la sta­si pro­dut­ti­va nel set­to­re secon­da­rio, a par­ti­re dal 1984, nel­la regio­ne pre­se avviò una ripre­sa frut­to del con­so­li­dar­si di pro­ces­si che avreb­be­ro fat­to del model­lo Vene­to un esem­pio vin­cen­te, in gra­do di sfrut­ta­re al meglio le pos­si­bi­li­tà offer­te dal mer­ca­to, spes­so gra­zie a pro­dot­ti ad alto con­te­nu­to tec­no­lo­gi­co gene­ra­ti all’interno di micro-impre­se, tan­to da rag­giun­ge­re una cre­sci­ta del red­di­to pro­dot­to pro capi­te supe­rio­re alla media euro­pea. Nei con­fron­ti di ciò i Col­let­ti­vi ave­va­no alme­no in par­te intui­to quan­to i grup­pi e il Pci non ave­va­no inte­so (più arti­co­la­to dovreb­be esse­re il discor­so sul sin­da­ca­to). Ecco allo­ra che la ter­ri­to­ria­li­tà diven­ne, al di là del leni­ni­smo (alquan­to arti­co­la­to, peral­tro), espres­sio­ne di dif­fu­sio­ne di pra­ti­che ribel­li mira­te (a vol­te sin trop­po…), attua­te da una com­po­si­zio­ne di clas­se a dir poco ibri­da, e cen­tra­te pro­prio con­tro le nuo­ve for­me di accu­mu­la­zio­ne ori­gi­na­ria. E que­sto è il pun­to decisivo.

4. C’è un pas­so ini­zia­le del libro in cui si ricor­da­no le let­tu­re for­ma­ti­ve che ave­va­no intro­dot­to que­gli anni. A par­te i soli­ti noti, vi è Mar­cu­se, di cui – si dice – non con­vin­ce­va il ruo­lo attri­bui­to agli stu­den­ti rispet­to alla clas­se ope­ra­ia occi­den­ta­le. “Poi, in veri­tà, que­sta sto­ria del­la cen­tra­li­tà poli­ti­ca degli stu­den­ti sarà ripre­sa pro­prio da noi dei Col­let­ti­vi – dice Pie­ro –, anche se con un altro nome e una diver­sa decli­na­zio­ne. Ad esem­pio, con­si­de­ran­do­li già for­za lavo­ro in for­ma­zio­ne, da sfrut­ta­re a tem­po debi­to nel­la fab­bri­ca dif­fu­sa del­la nostra pro­vin­cia. Non si trat­ta­va solo di lin­guag­gio”. Cer­to che no, si trat­ta­va di una com­po­si­zio­ne di clas­se in dive­ni­re, in cui il socia­le era anco­ra impa­sta­to di tan­te cose nient’affatto lon­ta­ne dal­le riven­di­ca­zio­ni del decen­nio pre­ce­den­te: rifiu­to del lavo­ro, dirit­to allo stu­dio, costo dei tra­spor­ti, dirit­to alla casa, auto­ri­du­zio­ni. Per que­sto essa poté fun­zio­na­re, per il suo ibri­di­smo.
Ciò non toglie – ha ragio­ne Bet­tin – che il limi­te dell’azione dei Col­let­ti­vi fos­se pro­prio quel­lo di aver let­to l’operaio socia­le più come “ope­ra­io”, meno nel suo lato “socia­le”, sem­pre, però, – e que­sta fu la loro for­za, inve­ce – con i pie­di nel socia­le, sen­za vir­go­let­te.
Anche per que­sto il ’77 non rap­pre­sen­tò una tap­pa par­ti­co­la­re a Pado­va – bre­ve paren­te­si. I Col­let­ti­vi non com­pre­se­ro (e furo­no in buo­na com­pa­gnia) il “sen­so” del ’77 – ossia le sue dire­zio­ni di svi­lup­po.
Tut­ta­via, una del­le sue for­me era impli­ci­ta nel­la pra­ti­ca dei Col­let­ti­vi stes­si – da que­sto pun­to di vista lon­ta­ni anni luce dal­la “tri­stez­za” dei grup­pi. A rischio di risul­ta­re ete­reo e for­se del tut­to fuo­ri ber­sa­glio, la defi­ni­rei l’immanenza del­la pra­ti­ca, una rea­liz­za­zio­ne costan­te dell’utopia, una sor­ta di quo­ti­dia­ni­tà in cui il comu­ni­smo, pia­ces­se o meno, era qui e ora: una con­di­zio­ne pre-mes­sa del­la pra­ti­ca, la “cifra gio­io­sa” di que­gli anni, scri­ve Mim­mo, con un po’ di gene­ro­si­tà. Que­sto costi­tuì un trat­to spe­ci­fi­co, un ele­men­to di for­za (anche quan­do la repres­sio­ne mon­tò) e, cre­do, pure uno dei pre­re­qui­si­ti del­la capa­ci­tà di inno­va­zio­ne dei “pado­va­ni” che ven­ne­ro dopo. Scor­dar­si di loro non sareb­be buo­na cosa, equi­var­reb­be a dimen­ti­ca­re una par­te del­la sto­ria, par­te impor­tan­te, che non è più quel­la dei Col­let­ti­vi, ma che non gli è nem­me­no estra­nea – con tut­ti i distin­guo che vole­te. La kata­stro­phé di cui si par­la nel testo era già avve­nu­ta, ma pra­ti­che inno­va­ti­ve e radi­ca­li furo­no comun­que anco­ra possibili.

5. La “for­ma” di quel­la com­po­si­zio­ne ibri­da di cui s’è det­to – tor­no al pun­to per chiu­de­re – comin­cia­va però ad esse­re altra, e quan­do l’operaio socia­le ini­ziò a dive­ni­re vera­men­te tale, le for­me orga­niz­za­ti­ve (ter­ri­to­ria­li), tut­te, era­no sal­ta­te da un pez­zo e, pri­ma di esse, il pro­get­to di un’Autonomia orga­niz­za­ta a livel­lo nazio­na­le. Fu dav­ve­ro qui che avven­ne il pas­sag­gio defi­ni­to da Gia­co­mo pen­san­do al Petrol­chi­mi­co? “Arri­va la cri­si e con la cri­si i licen­zia­men­ti; la nostra avan­guar­dia che fa? Deve pur cam­pa­re; non può rifiu­ta­re il lavo­ro e anda­re a far­si le can­ne in piaz­za Fer­ret­to a Mestre. Deve tro­va­re un lavo­ro, inven­tar­se­lo. Tor­na a casa e fa l’imprenditore, per­ché altri­men­ti come caz­zo cam­pa la fami­glia, come man­gia? Poi c’è la pro­vin­cia che (…) non sia­mo riu­sci­ti a tra­sfor­ma­re. Met­ti insie­me que­ste due real­tà e avrai l’uomo del­la Lega”. In effet­ti, quel­la com­po­si­zio­ne ibri­da pote­va vira­re in mol­ti modi dif­fe­ren­ti: e que­sto fu cer­ta­men­te il più impor­tan­te tra quel­li pos­si­bi­li. Non per­ché vi fos­se un lega­me cau­sa­le tra fine dell’esperienza dei Col­let­ti­vi e dif­fu­sio­ne del leghi­smo: le pro­por­zio­ni e la com­ples­si­tà del feno­me­no furo­no ben altre. Il dire: «Ripu­li­to il Vene­to dagli auto­no­mi, tut­to per lor signo­ri è sta­to più faci­le», beh, è un po’ trop­po sem­pli­ce, se pre­so alla let­te­ra – anche per­ché vi era­no inte­re pro­vin­ce non toc­ca­te dal feno­me­no. Lega­me vi fu inve­ce tra la scon­fit­ta ope­ra­ia e di tut­te le for­me di lot­ta e mili­tan­za degli anni Set­tan­ta, da un lato e, dall’altro, la dif­fu­sio­ne di una “impren­di­to­ria” per costi­tu­zio­ne ambi­gua, come mol­to ambi­guo fu il leghi­smo di pri­ma gene­ra­zio­ne.
Ma di ciò han già par­la­to altri. Vor­rei solo aggiun­ge­re che rispet­to a tale ambi­gui­tà, quan­to si sareb­be det­to in segui­to sul fede­ra­li­smo – dal­la nostra par­te, inten­do – non fu sem­pre immu­ne da “altre” appros­si­ma­zio­ni. Ma di que­sto non va chie­sto con­to ai Col­let­ti­vi poli­ti­ci vene­ti per il pote­re ope­ra­io.
Ad ognu­no il suo.

Una disciplina di progetto

di Chic­co Funaro

La diret­ta cono­scen­za, soprat­tut­to quel­la di pros­si­mi­tà, non è buo­na ami­ca del­la cri­ti­ca. Ogni vol­ta che mi imbat­to in una testi­mo­nian­za, un docu­men­to o uno scrit­to che da vici­no o anche alla lon­ta­na affron­ti il “gran­de” tema del­la Rivo­lu­zio­ne Ita­lia­na (lo so, per ora è pura vel­lei­tà defi­ni­re in que­sto modo gli acca­di­men­ti degli anni ’70) sono costret­to ad affron­ta­re l’inevitabile cri­si del non saper supe­ra­re il con­flit­to onto­lo­gi­co e dun­que epi­ste­mo­lo­gi­co (se pos­so usa­re ter­mi­ni così impor­tan­ti) sul­lo sta­tu­to di veri­tà del­la memo­ria e sul­la sua capa­ci­tà di esse­re fon­da­men­to del­la sto­ria. Que­sta vol­ta toc­ca ai «Pado­va­ni» (les­si­co d’epoca). Il mio ragio­na­re del­la con­fes­sio­ne (rie­vo­co Neru­da) di Gia­co­mo e Pie­ro, sarà dun­que, ben al di qua degli inten­ti “sto­ri­ci­sti” pro­cla­ma­ti all’apertura del volu­me da par­te del cura­to­re, uno dei ripe­tu­ti ten­ta­ti­vi di ritro­va­re il pos­si­bi­le sen­so, mai total­men­te rive­la­to­si, di quel pas­sa­to che abbia­mo in una cer­ta par­te con­di­vi­so. Per trar­re dal­le ine­vi­ta­bi­li con­clu­sio­ni, come trop­po spes­so acca­de, rin­no­va­ti moti­vi di rim­pian­to e di rin­cre­sci­men­to. Altro non pos­so. E del resto, altri più avver­ti­ti e auto­re­vo­li recen­so­ri han­no già par­la­to di que­sto libro libe­ri da impe­di­men­ti come il mio.
A essi, e a quel­li che come loro ver­ran­no, ho lascia­to e lascio il com­pi­to di offri­re un ade­gua­to model­lo di inter­pre­ta­zio­ne ideo­lo­gi­ca e di cono­scen­za storica.

Io sono sta­to tra i pri­mi mili­tan­ti di Ros­so. La pri­ma, la più ori­gi­na­le for­ma­zio­ne dell’autonomia ope­ra­ia mila­ne­se e ita­lia­na. Gia­co­mo e Pie­ro Despa­li sono sta­ti tra i fon­da­to­ri e i mas­si­mi diri­gen­ti dei Col­let­ti­vi poli­ti­ci vene­ti per il pote­re ope­ra­io. La più lar­ga, radi­ca­ta, com­bat­ti­va e dura­tu­ra orga­niz­za­zio­ne poli­ti­ca dell’Autonomia nel nostro pae­se. Que­sto è ciò che abbia­mo avu­to in comu­ne, ed è anche ciò che ha desta­to negli anni, in paral­le­lo con i rap­por­ti poli­ti­ci e di area che ci han­no avvi­ci­na­to, sti­ma per­so­na­le e rispet­to per entram­bi da par­te mia.

Sti­ma e rispet­to che mi auto­riz­za­no ad apri­re que­sta rifles­sio­ne sul loro docu­men­to con la sola nota di for­te disac­cor­do che mi sen­to di sot­to­scri­ve­re.
Dico subi­to che non mi è pia­ciu­to ciò che Gia­co­mo, sia pure con un cer­to equi­li­brio, sostie­ne a pro­po­si­to del­la “dis­so­cia­zio­ne”. Par­lia­mo­ne una vol­ta per tut­te, alme­no tra noi. Leg­go tra le pagi­ne che ci pre­ce­do­no, intan­to, che Toni ha sot­to­li­nea­to come cer­te vostre deci­sio­ni sul­le for­me di lot­ta, come quel­la di esclu­de­re l’omicidio poli­ti­co, aves­se­ro sta­bi­li­to già nell’allora cer­te distan­ze e dif­fe­ren­ze, e pos­sa­no esse­re oggi con­si­de­ra­te comun­que in paral­le­lo con lo spi­ri­to dei docu­men­ti di Rebib­bia e del­le Aree omo­ge­nee.
Per­so­nal­men­te pen­so che ci sia­no anche mol­te altre que­stio­ni su cui ragio­na­re. Il ten­ta­ti­vo furio­so da par­te dei dete­nu­ti del­le Bri­ga­te ros­se di impor­re la pro­pria ege­mo­nia sul car­ce­re e sul­la vita car­ce­ra­ria, in pri­mo luo­go. Ten­ta­ti­vo moti­va­to soprat­tut­to dall’isolamento nel qua­le era­no sta­ti lascia­ti dal­le loro orga­niz­za­zio­ni ester­ne, peral­tro sem­pre più divi­se tra loro, già al momen­to del­la disa­stro­sa rivol­ta di Tra­ni; e di con­se­guen­za dal­la volon­tà da par­te degli “inter­ni” di riven­di­ca­re comun­que uno “sta­tu­to” di “com­bat­ten­ti” a par­ti­re da ciò che era pos­si­bi­le met­te­re in sce­na nel mon­do del car­ce­re, com­pre­sa la scel­ta estre­ma di com­pie­re fero­ci atti di sup­po­sta “giu­sti­zia pro­le­ta­ria”. Il tut­to, mi sia per­mes­so dir­lo, in per­fet­to sti­le car­ce­ra­rio: in pie­na con­so­nan­za con le peg­gio­ri deri­va­te del­la reclu­sio­ne e con le più rove­sce for­me di vita crea­te dal­la man­can­za di liber­tà. Non fu imme­dia­ta­men­te sem­pli­ce sta­bi­li­re, per mol­ti com­pa­gni, che quel pro­get­to non pote­va esse­re impo­sto e subì­to come l’unico pos­si­bi­le e pra­ti­ca­bi­le. Fu chia­ro però da un cer­to momen­to in poi che stes­se diven­tan­do sem­pre più neces­sa­rio far­lo. Ele­men­to non da poco, anzi in qual­che modo deter­mi­nan­te, fu in ogni caso il fat­to­re dimen­sio­ni del­la repres­sio­ne allo­ra in atto: che sta­va met­ten­do in sce­na la tra­ge­dia per­si­no sur­rea­le di un nume­ro incre­di­bi­le, deci­ne di miglia­ia, di inqui­si­ti; e di una altret­tan­to impen­sa­bi­le cifra di alme­no sei­mi­la, se non più, dete­nu­ti per ragio­ni poli­ti­che. Riten­go di poter con­fer­ma­re in buo­na fede che al riguar­do ci fu dav­ve­ro una rifles­sio­ne comu­ne sul desti­no incon­tro al qua­le un’intera gene­ra­zio­ne o qua­si rischia­va di anda­re incon­tro… C’è poi la vicen­da 7 apri­le e le fat­tez­ze abnor­mi, sul pia­no dei media e dell’immagine, che essa ave­va sta­bil­men­te pre­so, gra­zie soprat­tut­to all’assurdità del­le accu­se e a qual­che ridon­dan­za, lo ammet­to, nel­le stra­te­gie difen­si­ve; e che sem­bra­va sem­pre più dif­fi­ci­le ripor­ta­re, a meno di un allen­ta­men­to gene­ra­le del cli­ma di emer­gen­za impe­ran­te, alla “nor­ma­li­tà” di pro­ce­di­men­ti accu­sa­to­ri meno con­ci­ta­ti e di even­tua­li pro­ces­si meno sovra­di­men­sio­na­ti e dagli esi­ti già pre­fi­gu­ra­ti. Nor­ma­li­tà che comun­que sareb­be anda­ta a van­tag­gio di tut­ti. È dal­la com­bi­na­zio­ne spes­so mute­vo­le ma sem­pre e comun­que dia­let­ti­ca di que­sti ele­men­ti che ebbe ori­gi­ne la neces­si­tà del­la ricer­ca, sem­pre più ragio­na­ta e col­let­ti­va, di una solu­zio­ne che accet­tas­se di pren­de­re atto dal nostro lato del­la scon­fit­ta subi­ta da tut­to il movi­men­to, e non solo dal­le sue com­po­nen­ti più orga­niz­za­te; e dall’altro, quel­lo dei vin­ci­to­ri, degli ecces­si legi­sla­ti­vi e dun­que giu­di­zia­ri, sem­pre più ves­sa­to­ri e ille­git­ti­mi, con cui veni­va­no per­se­gui­ti tut­ti i com­por­ta­men­ti defi­ni­bi­li come “lot­ta arma­ta”: dal­le leg­gi sui pen­ti­ti alle aggra­van­ti per ter­ro­ri­smo, alla dila­ta­zio­ne sino a 12 anni dei tem­pi del­la “pre­ven­ti­va” e alla crea­zio­ne del cir­cui­to degli Speciali.

Ma sen­za con­ti­nua­re trop­po: basti guar­da­re alle con­se­guen­ze anche solo di bre­ve perio­do del­la “trat­ta­ti­va”. Che fu con­dot­ta in pri­mo luo­go con gli appa­ra­ti che ci ave­va­no scon­fit­to, e che cer­to impli­cò, ma non neces­sa­ria­men­te, revi­sio­ni e rav­ve­di­men­ti di varia natu­ra. Ma che in con­clu­sio­ne per­mi­se a miglia­ia di dete­nu­ti, non solo spar­si o “secon­da­ri”, di poter anda­re incon­tro a pene più equi­li­bra­te e acce­de­re a misu­re alter­na­ti­ve di assai più lar­ga dif­fu­sio­ne. La prin­ci­pa­le del­le qua­li, la cosid­det­ta “Goz­zi­ni” del lavo­ro ester­no, del­la semi­li­ber­tà e infi­ne del­la libe­ra­zio­ne con­di­zio­na­le, è anco­ra di uso pres­so­ché uni­ver­sa­le tra i con­dan­na­ti alle più lun­ghe pene deten­ti­ve. Cer­to non con­si­de­ro chiu­sa la discus­sio­ne: quel­lo che mi chie­do è se una più aggior­na­ta rispo­sta in tema, qua­lun­que essa pos­sa esse­re, deb­ba anco­ra esse­re oggi for­mu­la­ta in ter­mi­ni pura­men­te ideo­lo­gi­ci o pos­sa con­te­ne­re anche riscon­tri “sto­ri­ci” sul­la por­ta­ta gene­ra­le del feno­me­no. Ma vabbè…

Det­to que­sto, arri­vo final­men­te e volen­tie­ri al pun­to da cui sarei più cor­ret­ta­men­te dovu­to par­ti­re: l’insieme del­la nar­ra­zio­ne. Dav­ve­ro sor­pren­den­te, per me, e subi­to coin­vol­gen­te, è sta­to sco­pri­re sin dal­le pri­me pagi­ne una diver­sa dimen­sio­ne del­la rie­vo­ca­zio­ne poli­ti­ca, abba­stan­za inu­sua­le anche nel supe­ra­men­to di mol­ti for­ma­li­smi dot­tri­na­ri che da qual­che tem­po ci è con­ces­so. Dico che rara­men­te ho potu­to leg­ge­re, tra l’altro attra­ver­so la tec­ni­ca sug­ge­sti­va del dia­lo­go a con­trap­pun­to, di un per­cor­so, di vite mili­tan­ti così inten­se e par­te­ci­pa­te.
Il trat­to che riten­go di aver col­to subi­to e che subi­to mi ha coin­vol­to è rap­pre­sen­ta­to dal quan­to cer­te espe­rien­ze indi­vi­dua­li si sia­no potu­te lega­re così spon­ta­nea­men­te e coe­ren­te­men­te a una dimen­sio­ne così ampia­men­te comu­ne e col­let­ti­va. Come se cer­te voca­zio­ni, pri­ma anco­ra che sen­ti­men­ta­li, razio­na­li o intel­let­tua­li, fos­se­ro sta­te, non so dire meglio, natu­ra­li, ambien­ta­li, qua­si bio­lo­gi­che. Ciò anche se ovvia­men­te, sia Pie­ro sia Gia­co­mo riven­di­ca­no il loro impe­gno e la loro mis­sio­ne come scel­ta luci­da e coe­ren­te sca­tu­ri­ta da un per­cor­so di for­ma­zio­ne per­fet­ta­men­te in linea con l’attrezzatura men­ta­le e con i “dove­ri” cono­sci­ti­vi dell’epoca, subi­to tra­sfor­ma­to in opzio­ne poli­ti­ca. Dun­que capa­ce di assi­cu­ra­re loro quel­la “matu­ri­tà” che li avreb­be pro­mos­si al ruo­lo di fon­da­to­ri e diri­gen­ti di un’organizzazione rivo­lu­zio­na­ria. Men­tre il pun­to, secon­do me, è che con­sa­pe­vol­men­te o no, non ha impor­tan­za, entram­bi sep­pe­ro inter­pre­ta­re in ter­mi­ni per­so­na­li, e dun­que poli­ti­ci, il desti­no non faci­le di espe­ri­re qua­si sino in fon­do, ver­so pre­ci­si obiet­ti­vi, le pro­prie pos­si­bi­li­tà, di met­te­re in atto la pro­pria “poten­za”.

Pri­ma di esse­re un enco­mio solen­ne, che non avrei tito­lo di con­fe­ri­re, que­sta per­so­na­le con­si­de­ra­zio­ne mi ha per­mes­so pas­sag­gio per pas­sag­gio, capi­to­lo per capi­to­lo, di asso­cia­re alle loro pre­ci­se figu­re i momen­ti più inte­res­san­ti del­la sto­ria in que­sto libro rac­con­ta­ta, facen­do­me­li con ciò più niti­da­men­te rive­de­re e rico­no­sce­re. E sono feli­ce­men­te sor­pre­so dal fat­to che mol­ti di que­sti momen­ti abbia­no con­ser­va­to non solo il sapo­re dell’epoca, per mol­ti di noi sem­pre fon­te di pia­ce­re, ma anche una cer­ta capa­ci­tà di esse­re inte­res­san­ti e signi­fi­ca­ti­vi pur al pre­sen­te. Il pri­mo esem­pio: la non taciu­ta e sin­ce­ra pro­fes­sio­ne di fede nell’operaismo di scuo­la pado­va­na, che ani­ma la nasci­ta del pro­get­to poli­ti­co del­le pri­me for­ma­zio­ni auto­no­me e dei Col­let­ti­vi al di là del­la fine di Pote­re ope­ra­io, e che indi­ca in ogni caso, sia pure per indu­zio­ne, una scel­ta di valo­ri, di oriz­zon­ti d’attesa, di pro­get­to, di stra­te­gie, di tat­ti­che capa­ci di esse­re tra­dot­te in for­me di vita ancor oggi apprez­za­bi­li e signi­fi­ca­ti­ve. E poi anco­ra: quel ren­di­con­to ana­li­ti­co (impli­ci­to ma non solo) sul­la natu­ra “ori­gi­na­le” dei movi­men­ti e dei col­let­ti­vi vene­to-pado­va­ni e sul­la loro com­po­si­zio­ne sog­get­ti­va: che rie­sce a dare defi­ni­ti­vo (o qua­si) rico­no­sci­men­to all’intuizione teo­ri­ca dell’“operaio socia­le”, fon­da­men­to e para­dig­ma dell’Autonomia in ogni sua for­ma. La capa­ci­tà di far coin­ci­de­re in for­ma sta­bi­le l’iniziativa e lo scon­tro con i luo­ghi e i momen­ti rea­li dei cicli di pro­du­zio­ne e di quel­li di ripro­du­zio­ne, tra­sfor­man­do un ambi­to geo­gra­fi­co in un ter­ri­to­rio poli­ti­co-socia­le ad alta inten­si­tà. L’accortezza non solo tat­ti­ca di crea­re e di uti­liz­za­re al meglio, soprat­tut­to in for­me non neces­sa­ria­men­te dog­ma­ti­che o sem­pli­ce­men­te pro­pa­gan­di­sti­che, stru­men­ti di comu­ni­ca­zio­ne di mas­sa, come la miti­ca Radio Sher­wood, o pun­ti di aggre­ga­zio­ne cul­tu­ra­le come la libre­ria Calu­sca, col­le­ga­ta alla cele­bre inse­gna mila­ne­se. L’agire d’avanguardia nel quo­ti­dia­no con tut­te quel­le for­me di lot­ta, dal­le auto­ri­du­zio­ni alle appro­pria­zio­ni, capa­ci di allu­de­re quan­to meno a un attuar­si del pro­ces­so rivo­lu­zio­na­rio se non anco­ra a una vera e pro­pria “tran­si­zio­ne”.

Una nota impor­tan­te: suo­na da par­te dei due chia­ra e pre­ci­sa a ogni pas­so in cui sia neces­sa­rio far­lo, la riven­di­ca­zio­ne di un alto gra­do di capa­ci­tà di inter­ven­to ille­ga­le sul ter­ri­to­rio, di lot­ta e di scon­tro arma­to. La for­za che i Col­let­ti­vi sep­pe­ro e vol­le­ro a un cer­to pun­to dimo­stra­re, fu in cer­ti momen­ti da valu­ta­re come la sola alter­na­ti­va da con­trap­por­re, in ter­mi­ni poli­ti­ci soprat­tut­to, alle stra­te­gie d’attacco del­le Bri­ga­te ros­se e poi anche di Pri­ma linea. Non cre­do fran­ca­men­te che qual­cu­no voglia ria­pri­re una qual­che for­ma di discus­sio­ne “attua­le” al riguar­do. Pen­so che come dato sto­ri­co, comun­que, le oltre cin­que­cen­to azio­ni che furo­no effet­tua­te nel cor­so del­le varie cam­pa­gne riven­di­ca­te, costi­tui­sca­no uno dei tan­ti “docu­men­ti” atti a far valu­ta­re con più con­cre­tez­za la dimen­sio­ne rea­le e la por­ta­ta di ciò che accad­de, lo dico un po’ a tirar via, negli anni ’70.

Sono però estre­ma­men­te signi­fi­ca­ti­vi e non solo d’obbligo in que­sto con­te­sto i pas­sag­gi dedi­ca­ti alla tra­ge­dia di Thie­ne, che cau­sò la mor­te per un inci­den­te ope­ra­ti­vo, e per un con­se­guen­te sui­ci­dio, di quat­tro mili­tan­ti dei collettivi.

Non voglio anda­re trop­po oltre. Mi per­do­ni­no per­ciò auto­ri e coau­to­re del libro, che intan­to rin­gra­zio con for­za, se lascio a mag­gio­ri capa­ci­tà cri­ti­che l’analisi del dibat­ti­to d’epoca “sul par­ti­to” tra i vari inter­lo­cu­to­ri auto­re­vo­li dell’allora, da Toni (più che da Ros­so), ai Vol­sci ai Col­let­ti­vi stes­si. Ricor­do bene comun­que che le varie pro­po­ste allo­ra sca­tu­ri­te desta­ro­no tra i mili­tan­ti più scet­ti­ci un cer­to gra­do di per­ples­si­tà, intan­to poli­ti­che. Ricor­do anche, ma è un puro aned­do­to, cer­ti sar­ca­smi “alla Tom­mei” per l’uso di sigle incon­sa­pe­vol­men­te sprov­ve­du­te come MAO o CAO o qual­co­sa del gene­re.
Mi sem­bra che Gia­co­mo e Pie­ro abbia­no usa­to nel­le pre­sen­ta­zio­ni del libro, per defi­ni­re la natu­ra dei Cpv, l’espressione “par­ti­to sen­za par­ti­to”. Non ricor­do se e quan­to essa sia sta­ta d’epoca: mi sem­bra però meno dida­sca­li­ca di altre. Aggiun­go non so quan­to pro­pria­men­te in tema, e soprat­tut­to in via fina­le, una sola nota. Ricor­do volen­tie­ri che tra i miglio­ri carat­te­ri ori­gi­na­li di mol­ta par­te dell’Autonomia e di Ros­so, ci fu una sor­ta di sostan­zia­le “disci­pli­na di pro­get­to” che pri­ma anco­ra di ogni for­ma­li­smo o rego­la da Par­ti­to sep­pe lega­re nel bene e nel male tut­ti i com­pa­gni che tale pro­get­to con­di­vi­se­ro. Sia chia­ro che mi sto per­met­ten­do un giu­di­zio di merito.