15 Mag, 2020 | Pragma
di Elia Rosati
«Non siamo stati né troppo maoisti, né troppo leninisti,
e neppure troppo autonomi, marxisti di sicuro»
Leggere il racconto appassionato di Giacomo e Piero Despali sulla vicenda dei Collettivi politici veneti per il potere operaio è buttarsi, direbbe Victor Serge, in un mare tempestoso attraversando le passioni, le lotte, le rivolte e le sconfitte del grande scontro sociale e di classe della seconda metà degli anni Settanta.
Un testo diretto, franco e a suo modo plurale, fatto di discorsi che cominciano, girano, accelerano, approfondiscono, rallentano apparentemente vagando, per poi esplodere e colpire dritti al punto; ripercorrendo la storia grandiosa di uno dei pezzi più vitali, potenti e famigerati della galassia dell’Autonomia operaia italiana. Pagine in cui teoria e prassi si incarnano nella vita concreta di centinaia di militanti che decidono, tutte e tutti giovanissimi, di dare battaglia assaltando il cielo a partire da un territorio, il loro, quella Padova e quel Veneto che in molti, anche a sinistra, consideravano di contadinotti democristiani e timorati di Dio, del Varda, tasi e no parlar!
E invece a partire da formidabili e incalzanti tensioni ribelli e da potenti ipotesi strategiche progettuali (sempre e maniacalmente da sottoporre alla più rigida e implacabile verifica nella prassi) cominciava una straordinaria esperienza rivoluzionaria in cui radicamento e radicalità diventano un binomio esplosivo e inscindibile, finendo per imporre un livello dello scontro che a partire dal rifiuto del lavoro e dalla soddisfazione dei bisogni, costruisce una «attualità di un comunismo» che «si potesse vivere da subito».
Nel dialogo incalzante tra Piero, Giacomo e Mimmo Sersante si sentono e si intrecciano le voci e le biografie di tante e tanti, spessissimo nominati per nome, che cementano e strutturano un sodalizio bolscevico nella più nobile delle accezioni, organizzato ma sempre inclusivo, che vive in un Nordest laboratorio di una nuova composizione di classe, in cui la grande fabbrica non c’è, ma diventerà presto quella «diffusa» dell’«operaio sociale».
Una nuova leva militante di studenti e proletari che non legge Piovene, Zanzotto o i classici marxisti anestetizzati e depurati da Editori Riuniti, ma discute avidamente e in modo eretico assaporando nelle strade, nell’antifascismo militante, nelle ronde nelle fabbriche decentrate e nelle case dello studente occupate le pagine di Machiavelli, Marx, Fanon, Campanella, Foucault o Angela Davis.
Descrivere cosa fossero i Collettivi politici veneti vuol dire tenere per forza insieme: un background plurale, una disciplina militante ma soprattutto questa continua costante tensione rivoluzionaria, di chi scrive sui propri volantini e riviste solo quello che fa e soprattutto fa sempre quello che dice, senza ricadere in slogan o tifoserie; portando nella prassi «un uso ragionato della forza» deflagrante e condiviso ma sempre spostato sul piano dell’illegalità di massa nel/a partire dal proprio territorio a cui si impone dal basso una «omogenizzazione» costituente.
L’autonomia veneta non ha foto storiche a ricordarne gli istanti né luoghi famosi o simbolo, niente cancelli di Mirafiori o cacciate di Lama, ma, nel suo territorio, è ovunque: una presenza stabile e costante, un contropotere che si respira e che si avverte dalle scale del Magistero di Padova agli espropri nei supermercati, dalla cacciata del missino Covelli ai tavolini dei bar dei piccoli paesi dell’alto vicentino.
Un quotidiano «agire da partito senza essere partito» che attraversa le contraddizioni per scommettere sulla trasformazione, da «comunisti combattenti», rifiutando con forza un doppio livello (alto-basso, politico-militare), sperimentando e sperimentandosi continuamente nei linguaggi (dal settimanale «Autonomia» a «Radio Sherwood»), nelle pratiche («le notti dei fuochi») e nella concreta biopolitica militante (dalle «basi rosse» ai primi centri sociali).
È questo mix che spaventa più di tutto la controparte, turbando le vite e il sonno di padroni, poliziotti, rettori, prefetti, docenti universitari e dirigenti del Pci che si affrettano affannosamente a fabbricare teoremi nelle stanze oscure di via Beato Pellegrino e nelle botteghe della procure, con l’incubo che la «padovanizzazione» dello scontro di classe tracimasse.
I processi a mezzo stampa e le manette nell’immediato vinsero è vero, gli autori lo dicono chiaro, ma non per merito dei Calogero o dei Pecchioli, sarebbe «fissare l’albero dimenticando la foresta», ma perché un pezzo del capitalismo mondiale completava il suo ciclo e quello che sembrava «un cielo aperto si stava invece chiudendo». Anche se, va detto, i Colettivi politici veneti, ingabbiati dallo Stato, avevano già cominciato a mettere a tema i saperi, il nucleare e l’informatica; sentieri interrotti ripresi più tardi.
Ma nella franchezza di Piero e Giacomo c’è anche la lucidità dell’autonomia veneta di aver compreso non solo il proprio essersi spinti troppo avanti troppo presto, ma anche le inadeguatezze della propria soggettività politica, mettendo sul piatto nodi decisivi anche nell’oggi come: la dimensione europea delle lotte, il limite/forza della territorialità , l’importanza di aggredire fino in fondo il rapporto tra decentramento e sovranità nazionale, il tema dell’organizzazione e la cruciale necessità teorico/pratica di cercare quando serve mobili nuovi e non tenersi rassicuranti «case ammobiliate».
La potenza delle vicende raccontate in questo libro non può lasciare indifferenti, ma non c’è nessun gusto epico o autocompiacimento romantico nella narrazione, anche quando sarebbe giustificato, ma Piero, Giacomo e Mimmo tuffano il lettore nella storia ribelle di un territorio, nella corporeità complessiva di un Nordest così periferico e così centrale, così tendenziale e così anomalo; come, del resto, anche i suoi autonomi.
Ma queste pagine, impreziosite anche da alcune interviste e allegati documentari, trasmettono tutta l’immutata freschezza e la ferrea determinazione di una comunità politica che pratica il proprio essere marxianamente rivoluzionaria non per «professione» ma per «vocazione», con la «naturalezza» e «l’impazienza» di trasformare lo stato di cose presente per riprendersi il futuro.
P.s. Chi è cresciuto politicamente a Padova negli ultimi quarant’anni continua a sentire la balbuzie intellettuale e l’afasia di quegli inquisitori, ormai anziani, o dei loro giovani eredi che continuano a ripetere sui giornali locali, in modesti libretti, nelle campagne elettorali o finanche in qualche aula, come anche un piccolo corteo di studenti liceali sia un problema capitale.
Riflessi pavloviani di un ceto politico sconfitto, in una Veneto in cui, che piaccia o no a questi signori, in tantissimi ancora, debitori anche delle vicende narrate in questo libro, hanno continuato, continuano e continueranno a battere (ovunque) il loro tempo.
17 Mag, 2020 | Pragma
di Veronica Marchio e Giuseppe Molinari
«Così la verifica di un pensiero
va fatta non con il terreno sociale
che apparentemente lo ha
prodotto, ma con quello che lo ha
sopravanzato: perché è proprio
questo che lo ha prodotto»
Questo libro non è per tutti. Non lo è perché si inserisce dentro l’odierna separatezza tra la composizione politica e quella sociale. Non lo è perché non è un racconto che vuole chiudere una storia per sacralizzarla, ma la narrazione di un’esperienza in tutta la sua forza, affinché essa venga utilizzata oggi. Non è per tutti perché esprime una parzialità di un punto di vista, portatore di un interesso specifico, non di un ipotetico interesse generale. Infine, non è per tutti perché non ci parla di esaltazione della contingenza, né di inevitabilità della sconfitta: ci dice che un militante politico rivoluzionario sta nel presente per costruire una prospettiva, si impossessa degli elementi di forza del passato per renderli attuali, nel tentativo di approfondire la spaccatura nel cielo. Come ci dice Giacomo, «non abbiamo considerato la nostra militanza comunista impastata di fughe in avanti e sogni utopici, piuttosto un esercizio continuo a muoversi realisticamente nel qui e nell’ora, il che abbisognava di occhi buoni e cervello fine».
Quindi chiariamo perché ci sembra utile e importante prendere parte a questa discussione collettiva, secondo noi fondamentale, a partire dalla nostra collocazione soggettiva e politica: cosa significa oggi essere un militante rivoluzionario? Che rapporto dovrebbe avere un giovane militante con quella storia, con la propria storia? Ma soprattutto, quali nodi il volume ci costringe una volta per tutte a identificare come baricentrali per l’attualità della rottura rivoluzionaria?
Pensiamo che riproporre oggi quelle pratiche, quei discorsi e teorie, pensando di recuperarle pedissequamente, rischia di farne una religione che, come ci suggeriscono i fratelli nel libro, ha dato risposte sbagliate a domande vere che ci si pone. Perché, lo anticipiamo subito, per noi l’autonomia è l’inquietudine della ricerca dei punti di forza e la solitudine dell’anticipazione, non l’appagamento dell’identità, la calma piatta della riproduzione di sé come soggetto individuale e/o collettivo.
Proviamo allora a sviluppare alcuni punti per far dialogare i temi del libro con le problematiche che ci pone il presente, sottolineando che essi sono fortemente intrecciati.
Ci sembra in primo luogo che il nodo dell’organizzazione sia estremamente centrale nella riflessione dei fratelli Despali, perché passaggio fondamentale del loro processo di soggettivazione e problema sempre aperto, mai risolto una volta per tutte. Proviamo dunque a definire i contorni della questione, proiettandoli nel presente. C’è un problema d’Organizzazione, con la «o» maiuscola a indicare che stiamo parlando di quella interna, propria dei nuclei militanti; c’è il problema dell’organizzazione del Movimento, dove la «m» maiuscola indica una organizzazione protesa verso l’esterno, che raccoglie delle soggettività nel divenire della loro formazione. La prima ha il compito di organizzare la spontaneità della seconda, di cavalcare «l’onda della spontaneità assecondandone potenza e direzione senza farsi travolgere», che vorrebbe dire affidarsi allo spontaneismo; la seconda ha il compito di innalzare (qui alto e basso non sono intesi in senso verticistico ma per livelli di astrazione) la spontaneità a organizzazione, perché la soggettività non è buona o cattiva, ma ambivalente: in parole povere un campo di battaglia.
Si tratta di due problemi che non viaggiano paralleli ma che, sia prima – con Potere operaio –, che dopo la nascita dei Collettivi – con l’Autonomia –, sono sempre stati affrontati contro le pretese ideologiche, identitarie e di tifoseria, contro i turisti e simpatizzanti della rivoluzione, portando avanti un atteggiamento pragmatico ma strategicamente orientato, collocato dentro la composizione di classe. Ma ci torneremo.
Il processo, allora, dell’organizzazione, era caratterizzato dal mantenere una tensione costante e progettuale del piano alto con la sua articolazione nella composizione sociale territoriale. Quando Piero fa riferimento al rapporto tra i Collettivi e i Gruppi Sociali è di questo che sta parlando. Il militante dell’organizzazione interna era presente su tutti i livelli, nessuna separatezza tra i vari segmenti, ma un’articolazione politica e sociale. Sempre con l’attitudine di assecondare e direzionare la potenza, senza adagiarsi sulle proprie debolezze, ma intensificando le proprie forze, tenendo sempre insieme il «dato comportamentale con il progetto politico». Una capacità di stare dentro il proprio tempo ma contro di esso, scavando nel cielo aperto delle possibilità.
Emerge poi, in modo prorompente, la caratteristica peculiare dell’esperienza veneta, che tuttavia indica delle piste di metodo attuali. La specificità in questione ci mette di fronte alla pratica di un metodo ben preciso: il radicamento nel proprio territorio inteso come capacità di leggere le tendenze soggettive espresse da giovani e lavoratori per poi provare a direzionarle all’interno dei processi di accumulazione e valorizzazione capitalistica. La capacità di andare in luoghi inesplorati, anche a partire e mettendo a valore la propria collocazione soggettiva, ma soprattutto di abbandonare ogni purezza ideologica e di trasformare l’elemento della territorialità in pratiche di contropotere.
Lungi dal voler semplicemente dogmatizzare quelle esperienze specifiche, vogliamo invece ragionare, attraverso esse, su alcune caratteristiche del presente, ad esempio il rapporto centro urbano-provincia. Negli ultimi anni, all’interno della crisi della composizione politica di «movimento» – se con tale termine intendiamo un simulacro da tempo divenuto vuoto –, sono proprio le soggettività «di provincia» a esprimere una forte insoddisfazione verso i vecchi modelli politici delle strutture delle grandi città, riuscendo così a incarnare quel bisogno di autonomia in grado di determinare la volontà di ripartire da nuove basi. Come ripensare dunque quel tipo di modo di stare nel territorio senza ricadere in un mero localismo? Già nel libro sia Giacomo che Piero individuano nell’incapacità di una generalizzazione del loro metodo fuori dai confini regionali uno dei limiti di quell’esperienza, porci ancora la stessa domanda, provare a dare una forma alla risposta, spetta a noi.
Un secondo nodo di ragionamento ruota attorno al rapporto tra individuo e collettività. Il racconto dei fratelli Despali, così come il libro di Donato Tagliapietra (L’Autonomia operaia vicentina) che l’ha preceduto, termina alla fine degli anni Settanta, anticipando però alcuni nodi che emergeranno negli anni successivi. Sebbene sia fondamentale interrogarsi sui limiti del ciclo di lotte del lungo Sessantotto, e sull’irripetibilità di quelle esperienze, pensiamo tuttavia che questo non basti: riattraversare gli anni immediatamente successivi è doveroso, se vogliamo tracciare delle linee di continuità nel presente. Difatti, irripetibilità di quelle specifiche esperienze, non significa irripetibilità di quel metodo collettivo. Gli anni Ottanta sono stati l’inizio di quel laboratorio capitalistico che si dispiegherà dopo, in cui alla repressione esplicita delle lotte si è affiancata una sussunzione implicita delle soggettività politiche: dall’autovalorizzazione alla valorizzazione capitalistica, dalla dimensione collettiva al ritiro nel privato dell’individuo.
Questi lunghi processi hanno fortemente impattato sul e si sono riprodotti nel presente. La politica diventa spesso luogo di soddisfazione personale e affermazione egoistica, attività da inserire nel proprio curriculum, ricerca di riconoscimento nella nicchia sempre più insignificante. Quello che l’esperienza veneta ci suggerisce è che il militante collettivo non è chi passa dall’euforia delle lotte alla depressione della sconfitta, ma chi, facendo propria la rigidità del punto di vista, non si fa trascinare dalla crisi ma la attacca, non vede in essa un rischio ma un’opportunità.
Le forme della militanza e dell’organizzazione, allora, vanno sempre pensate in rapporto al proprio tempo. E questo ci dice anche un’altra cosa: non si può pensare di inventare una nuova organizzazione o un nuovo linguaggio al di fuori delle contingenze storiche specifiche; non si può però nemmeno sperare che dalle contingenze nasceranno spontaneamente nuove forme di conflitto. «Abbiamo imparato che solo passando attraverso la strettoia della contingenza, possiamo raggiungere l’aperto della lunga durata».
Chi? Noi. La collettività non è una gabbia delle capacità individuali, ma la liberazione di queste capacità per l’arricchimento collettivo e la costruzione di essere dentro la storia ma anche contro il suo corso. Essa è quindi molto di più della somma dei «cervelli» che la compongono, mentre l’individuo in quanto tale è pari a zero.
Last but not least, proviamo a mettere in fila alcuni ragionamenti a partire dalle categorie di composizione di classe e soggettività. Come già detto, la capacità dell’esperienza autonoma, in particolare quella veneta, era stata di esplorare il non noto, di andare dove nessuno aveva pensato di guardare. La questione giovanile – non intesa in senso meramente anagrafico ma, sottolinea Giacomo, combinazione, in quella fase, di forza lavoro in formazione ed esuberanza delle aspettative dei giovani –, sarebbe stata il vettore di spinta del Movimento del Settantasette. Una nuova soggettività, quella dell’operaio sociale, che, nel Veneto, i compagni e le compagne avevano individuato anticipatamente. Ma questo processo di individuazione non era stato per niente casuale: parafrasando Piero, essa era avvenuta attraverso una vivisezione nel corpo vivo, tanto della composizione tecnica, quanto di quella politica. Tuttavia la composizione politica non è riconducibile alle sole lotte, come viene sottolineato nel libro, il passaggio della politicizzazione non è automatico, ci sono elementi di complicazione. Il principale di questi è la soggettività: allo stesso tempo mezzo, fine e risorsa, mai statica ma sempre in divenire, mai neutrale ma sempre contraddittoria. Ecco allora che la riproducibilità di quel metodo non solo è possibile, ma necessaria.
Per concludere, riprendendo una delle domande che venivano poste nel volume dagli autori, perché guardare oggi alla storia dei Collettivi politici veneti? Proviamo ad abbozzare una risposta: per riproporre quello sguardo di parte sulla politicità intrinseca dei comportamenti sociali, per darle una contro-direzione. Per tracciare delle linee di continuità di metodo anche oggi, quando sembra che nulla si muova. Perché inseguire i processi una volta che si sono dispiegati significa codismo, e tutti ne sono capaci; mentre avanguardia significa vedere la possibilità dove tutto sembra calmo o già scritto. Essere insieme nell’anticipazione, non isolati nella marginalità.
20 Mag, 2020 | Pragma
di Mimmo Sersante, Giacomo Despali, Piero Despali
Mimmo: Due parole, intanto, come curatore del libro prima di lasciare la parola a Piero e Giacomo. In divergente accordo con i due, come è accaduto per tutto il tempo della sua stesura. Sarà per il nome dal forte sapore greco scelto da Sergio e dai due autori per il blog che ha ospitato gli interventi che mi viene in mente il Simposio di Platone. L’abbiamo in mente? Molti i commensali e tutti uomini di valore, come dice Socrate, con prospettive diverse secondo l’originalità di ognuno ma legati da un’esperienza comune. Nel nostro caso, quella collegata a una politica di liberazione che ha il nome di comunismo. Sergio ha approntato il banchetto offrendo per cibo e bevanda il nostro libro da gustare “secondo il piacere” e ha distribuito l’invito a parteciparvi con la sola regola di infarcire l’intrattenimento con discorsi, come nel dialogo il buon Eurissimaco chiede ai suoi amici. Al riguardo, nessuna diatriba sopra le righe ma, nello stile del dialogo platonico, una lunga conversazione come si addice a “spiriti eccellenti”. Certo, qualcuno ha pensato di agghindarsi come Socrate e farsi bello ma nessuno se l’è sentito di calarsi nei panni di Diotima e schiudere i segreti ultimi. È giusto che anch’io resti fedele a questo stile.
Intanto, come è stato letto questo libro? Quanti hanno risposto all’invito, cos’hanno pensato di avere tra le mani? Una semplice memoria? Un racconto storico? Un saggio politico? Perché, invece, non anche tutte e tre le cose insieme, vale a dire un saggio storico che vuole essere anche politico e la cui veste è quella del racconto?
Certamente chi è intervenuto, lo ha fatto per via della sua intimità diretta e indiretta con la storia ivi raccontata: perché ha abitato quel mondo e perché, per questioni puramente anagrafiche, ne ha una conoscenza mediata, presumo, dal rapporto conflittuale col suo mondo oggi. I primi hanno sfogliato un album di famiglia, i secondi hanno riconosciuto la vocina sussurrargli all’orecchio: è di te che parla questa favola.
Questa prossimità alla storia che forma l’oggetto del racconto accomuna gli uni e gli altri sicché Moroni può tranquillamente sostenere che esso ha di mira la storia e non la narrazione. Vero per metà e anche in questo caso non è detto che sia un bene. Lo sottolinea in modo chiaro Montefusco nel suo intervento quando dice che l’attenzione esclusiva alla storia rispetto al racconto tradisce “il bisogno di giustificare l’affidabilità e la veridicità del libro” che resta pur sempre una “storia a tutti gli effetti”. Così la storia del progetto dell’autonomia padovana e delle sue articolazioni veneta e friulana come racconto autobiografico necessiterebbe per qualcuno (Negri) di una verifica sul campo: finisce, questa storia, nell’80, come dicono Piero e Giacomo? No, va avanti per altri 10 anni… Comincia dopo Rosolina? No, perché la sua gestazione parte da più lontano, dal ’60. E via di questo passo. Questa idea della storia come un continuum lineare che procede secondo un prima e un dopo affiora sotto traccia in più di un intervento nel mentre la storia raccontata dai due fratelli ha un suo preciso inizio, il ’73. Non c’è un prima come non c’è un dopo l’11 marzo dell’ ’80 e qui le ragioni della forma racconto non c’entrano affatto. Semplicemente quel prima e quel dopo non sono affare di chi racconta. Il tempo dei Collettivi è quello trascorso tra queste due date. Punto. Lo dice molto chiaramente Piero quando accenna alla «katastrophé», termine della tragedia greca che indica letteralmente la conclusione di un percorso, il compiersi di un processo, la fine di qualcosa. Ma anche l’inizio, che coincide con la fine di Potere operaio a Rosolina, è stato vissuto come una «katastrophé» da entrambi i fratelli.
“Per ogni agire ci vuole oblio”, diceva Nietzsche, perché di troppa storia si può anche morire. Se per gli anni Settanta l’esperimento tentato dai giovani comunisti dei collettivi veneti mi ricorda il generoso assalto al cielo tentato dal sarto di Ulm nell’apologo di Brecht, i ‘giovani rivoluzionari’ di oggi che ardiscono volare con gli stessi arnesi di ieri rischiano di riproporre la versione farsesca di quella tragedia. Non sto criticando chi ha cercato nel nostro libro le ragioni di una militanza per l’oggi ma chi pensa che quella militanza sia riproponibile, sic et simpliciter, al tempo del corona virus. Pure il racconto invitava il suo lettore a cercare un’altra grammatica per l’apprendimento di un’altra lingua.
Ma se i nostri recensori avessero optato per il racconto rispetto alla storia, sarebbe cambiato qualcosa? Secondo Montefusco, no perché il “racconto, per di più autobiografico, come tale non si può pretendere che sia sullo stesso piano della storia obiettiva” per cui anche in questo caso “si rischia l’irrilevanza del racconto come storia”. Certamente più coinvolgente il racconto nel suo farsi e più stimolante per chi si vuole lector in fabula, sempre alla ricerca del piacere della lettura e, per questo motivo, immaginiamo anche più sensibile a certe sottigliezze e sfumature della scrittura (Colella e Rosati). Oppure, occasione per un viaggio nella memoria, “per parlare d’altro, di qualcosa […] di più intimo, di meditatamente sincero, almeno quanto mi sono parsi i diversi autori di questo libro”: immagini-frammento di una militanza tanto vicina quanto lontana da quella dei Collettivi (Romitelli).
Due approcci differenti da mettere “in nesso, senza fonderle” (Montefusco). Se non è stato fatto, è perché i nostri convitati sono tutti lettori di un certo tipo, con un passato e un presente di militanza radicale, sospettosi, a proposito degli anni Settanta, della lettura propinataci fin qui. Avvezzi a guardare le cose dal loro lato nascosto, il nostro libro ha permesso loro di illuminare the dark side of the Moon, di cogliere, di quel decennio, più di un aspetto inedito, ciascuno a seconda del proprio vissuto e della propria curiosità e sensibilità.
Li elenco con un certo ordine: l’operaio sociale e l’uomo della lega (Bettin); la soggettività rivoluzionaria e l’elogio della militanza (Roggero); il territorio e l’organizzazione rivoluzionaria, oggi (De Pieri); il tempo della politica (Negri) e la dissociazione (Negri e Funaro). E a seguire: alcune puntualizzazioni circa la storia dell’Autonomia, con la maiuscola (Moroni), con la minuscola (Battistutta); sul riformismo come prodotto delle lotte di quegli anni: aborto, consultori familiari, medicina del lavoro, riforma sanitaria e psichiatrica (Cavallini); due digressioni, sull’Autonomia meridionale (Caminiti) e sul capitalismo ‘cattivo’ (Lazzarato). Infine gli interventi di Zanini, Page, Firouzi Tabar e Marchio/Molinari, il primo a sostenere che dalla storia dei Collettivi non si può trarre nessuna indicazione per il futuro, solo la rimembranza di “un’età della vita, […] una galleria di volti, luoghi, immagini”; gli altri, che il libro invece è utile perché offre al giovane militante una genealogia inedita in cui riconoscersi e, al contempo, una strumentazione necessaria per ri-orientare la sua pratica. Per chiudere, due parole sul contributo di Calia. Nel dialogo platonico non avrebbe trovato posto. La combriccola di Socrate l’avrebbe trattato peggio del flautista, cacciato in malo modo per indebita intrusione. Figuriamoci un disegnatore di fumetti, brutta copia di quel pittore che la città condanna all’ignominia per contraffazione e falso! Sei vignette e voilà, squadernato l’essenziale del libro! Altri hanno fatto di meglio?
Dunque un dialogo a più voci, anche contrapposte, quello offertoci da Pragma, un dialogo per nulla estemporaneo o esteriore grazie al comune sentire di cui si diceva e di cui sono spie talune parole che il libro aveva cercato di restituire alla verità. Bachtin le classificherebbe come vive perché vissute con intensità. Evidentemente nella percezione dei nostri commensali queste parole conservano ancora la memoria del loro uso.
Giacomo: Non un abbecedario ma la ripresa, attraverso due-tre parole, di alcuni motivi che ritornano in maniera insistente negli interventi ospitati da Pragma. Anche per rimettere le cose al loro posto.
Cos’è stata la dissociazione? Beh, nel libro siamo stati intellettualmente onesti nel collocarla cronologicamente ai primissimi anni Ottanta come fenomeno legato alla carcerazione. Sto pensando ovviamente ai compagni più giovani perché possano farsi un’idea di cosa si sta parlando. In proposito, per partire col piede giusto, dobbiamo tenere a mente la situazione della cosiddetta Autonomia organizzata a ridosso del 7 aprile ’79 ricordando in particolare la frammentazione di quell’area resa ancor più esasperata dal fallimento del progetto di partito, con i vari spezzoni a inseguire un disegno di egemonia in proprio. Da liberi dunque non eravamo riusciti a creare un processo unitario per cui entriamo in carcere già sparpagliati. Sbaglia chi divide la dissociazione, in quanto fenomeno di quei primissimi anni, in giudiziaria e politica; per gli incarcerati di allora erano la stessa cosa e questa cosa nasce nell’82, non nel ’78 dopo l’uccisione di Aldo Moro da parte delle Br. Nella narrativa successiva, il compromesso storico inseguito da Moro e Berlinguer sarebbe saltato per colpa di «Mario Moretti», qui assurto a rango di concetto così come è accaduto nell’altra narrazione, speculare alla prima, che vuole lo stesso «Mario Moretti» causa del 7 aprile. Narrazioni lineari che non spiegano granché. Torno a ripetere che la dissociazione politica non nasce nel ’78. Nel ’78 – e nel libro lo spieghiamo bene – c’è stata invece la nostra battaglia contro quella linea combattentista, una battaglia politica che non può essere confusa con la cosiddetta dissociazione politica. Un’altra cosa è quello che avviene in carcere quattro anni dopo. A promuoverla sono i detenuti con motivazioni, così si pensava all’inizio, comprensibili e tutte legate alla contingenza carceraria. Si poteva non essere d’accordo ma la mossa appariva in sé finanche giustificata. Di altro tenore invece le motivazioni addotte dai suoi diretti promotori, enunciate nel documento dal titolo emblematico Elogio dell’assenza di memoria dell’81 («Metropoli», n. 5, 1981)che spiega bene la posizione dei compagni che daranno vita all’ area omogenea di Rebibbia. Vi si dice che “l’unica memoria è quella dei padroni”, che “solo la negazione della memoria ci rende l’orizzonte della vita”, che “la mancanza di memoria è per il proletariato metropolitano una potenza rivoluzionaria, che “vi è chi insiste sul fatto che bisognerebbe produrre una memoria interna al movimento, una memoria di questi ultimi anni. È ridicolo”, che “poi ricominceremo a ricostruire gli orizzonti alternativi del ricordo”, etc. Qual era dunque la memoria da cui dovevamo liberarci? Se non era quella dei giudici, che non ci riguardava, restava solo la nostra, la stessa di cui abbiamo parlato in sede processuale con una memoria difensiva ad hoc,«Io ricordo», scritto contro la versione fornita ai Pm dai pentiti, ma anche contro quell’invito a cancellare la nostra, di memoria, perché “il processo 7 aprile non va impostato come rivendicazione di un passato, ma va concepito come presagio e dimostrazione di una nuova istituzionalità proletaria, della sua realtà” (???).
La posizione dei compagni detenuti dei Collettivi politici veneti per il potere operaio non era settaria né ideologica; più semplicemente era stata pensata per difendere la nostra storia di comunisti perché, ne sono ancora convinto, un comunista non può vivere fuori dalla memoria delle lotte presenti e passate dalle quali impara attraverso la critica e l’autocritica. Se cancella quella memoria, gli resterà in mano il niente. Non possono prescinderne neppure gli “orizzonti alternativi del ricordo”, checché ne dica qualcuno. L’operazione «Pragma» è qui a dimostrarlo. Analizzi quei ricordi, rilevi ciò che era andato bene, rifletti sul perché altre cose sono andate male, sempre utilizzando la critica e l’autocritica senza le quali la memoria è sterile. Ma è bene precisare in proposito che entrambe spettano al militante, non all’intellettuale; è il militante rivoluzionario che se ne serve perché è il solo che può riflettere sulle cose che lui ha fatto, non altri. È stato il nostro metodo allora, lo stesso che io e Piero abbiamo utilizzato per il nostro racconto. Quanti hanno avuto lo stesso ardire? Mi riferisco agli ex militanti di altri spezzoni dell’Autonomia che avrebbero potuto negli ultimi quarant’anni, essi sì, ricostruire “orizzonti alternativi” del ricordo utilizzando però, non solo l’arma della critica, ma quella ben più difficile dell’autocritica. Questa pratica è, per chi scrive, alla base del suo essere nel mondo, la sostanza della sua etica: riflettere su ciò che hai fatto soggettivamente e collettivamente, cercando soprattutto di imparare dagli errori. Ecco, il rifiuto della dissociazione, la difesa della nostra memoria, la critica e l’autocritica, in una parola quella che insisto a chiamare con un’espressione forse desueta ‘etica comunista’, hanno segnato lo status di prigionieri politici dei militanti dei Collettivi politici veneti. Una posizione in verità minoritaria dentro le carceri, come raccontiamo nel libro. Ma vorrei soffermarmi su un ultimo punto che forse spiega più di mille e mille parole quanto detto sull’etica comunista e su tutto il resto. Mi riferisco al noto aforisma gramsciano «pessimismo della ragione, ottimismo della volontà», tirato in ballo anche recentemente. Se lo ribalti, è per affermare che l’agire è solo “tattica prudente”, che la forza non è appannaggio della volontà di fare e agire ma è solo della ragione. Il che ti permette di non fare i conti con il tuo essere militante, con quello che tu hai fatto e di cui sei stato responsabile in un particolare frangente, che so, del progetto politico promosso assieme ad altri compagni nel tuo territorio, dove vivevi e facevi politica. Così è accaduto che altri compagni di altri spezzoni dell’Autonomia hanno seguito una linea di condotta improntata a un cinico tatticismo impedendosi di fare i conti con la propria militanza. Quando credi che il tuo agire sia solo tattica da cambiare senza tanti problemi a seconda del momento e della circostanza, il risultato non può che essere quello. Invece l’«etica comunista», e poi l’esercizio continuo della critica e dell’autocritica, obbligano il militante a fare i conti con quello che lui ha fatto ed è stato, ad assumersi perciò le sue responsabilità senza scaricarle su altri o su altro. Il vero conflitto tra l’etico e il politico è tutto qui, e non c’è bisogno per capirlo di Spinoza o di Wittgenstein.
E l’ottimismo della ragione? Dubito fortemente che possa evitarci l’approdo a un mondo ideale e utopico. Piuttosto favorirlo. La nostra critica in verità l’abbiamo espressa parlando nella Conclusione del libro dell’ucronia di sinistra. Nessuno degli intervenuti nel dibattito ha pensato di riprenderla forse perché non è stata capita o forse perché ritenuta una mera divagazione letteraria. A pag. 152 del libro diciamo: “Ma lo stesso vale per l’utopia ucronica – l’utopia proiettata nel tempo – dichiaratamente di sinistra, vogliosa di rappresentare, anch’essa, universi ipotetici e impossibili”, etc. etc. Per offrire al giovane lettore uno spunto di riflessione sul tema, vorrei accennare brevemente alla vicenda Paolo di Tarso, l’inventore del cristianesimo. Cosa fa il nostro Paolo? A un certo punto della sua vita rompe con la religione dei padri offrendo ai primi cristiani (un termine che non trovi però nelle sue «Lettere») un racconto affatto bizzarro: Gesù, il Cristo, è morto ed è anche risorto e tornerà a breve per redimere tutta l’umanità. Non ci saranno più ricchi e poveri ma tutti, una volta redenti, saranno felici nell’eguaglianza più totale. No, felici è poco, piuttosto… beati nella contemplazione del nuovo Dio. Paolo non ragionava da marxista per cui miseria e sfruttamento rappresentavano ai suoi occhi una condizione esistenziale ineliminabile che solo il ritorno del Cristo avrebbe rimosso. Per la parusia non indicava una data. Forse anche presto, chissà. Intanto l’invito ai suoi era di avere fede e di sperare. Ma come continuare ad alimentare nel tempo fede e speranza, impedire il loro – altrimenti inevitabile – inaridimento? Se questa narrazione paolina ha avuto successo, è perché fin da subito è stata supportata dalla Chiesa, un costrutto materiale e culturale enorme, affatto razionale che, sola, ha garantito che l’avvenire della nuova religione si svolgesse nel segno della potenza. Volgendoci al suo passato, ci accorgiamo quanto poco abbia contato nel suo fare la carità, delle tre virtù teologali la più importante. Anche in questo caso, un agire all’insegna della sola tattica, senza che mai un cenno di autocritica si levasse per correggere la rotta. Il perché lo trovo nella stessa visione escatologica della parusia: al di là di quello che hai fatto e stai facendo, quello che conta è l’attesa di ciò che verrà, perché prima o poi verrà. Una certezza che solamente l’ottimismo della ragione può garantire. Dimenticando, come scriviamo nel libro, che “il mondo è ciò che è, è così com’è”, contingente e precario, da affrontare con l’azione. È solo con questo svilimento del presente e quella rimozione del passato che l’avvenire si guadagna “il segno della potenza”, non altrimenti.
Per concludere e lasciare la parola a Piero, avanzo il sospetto che assenza di memoria, dissociazione e ribaltamento dell’aforisma gramsciano abbiano qualcosa a che fare con una certa idea di storia come continuum lineare nonostante l’insistenza sulla discontinuità. Leggo Lenin di «Un passo avanti e due indietro» e capisco di cosa si parla ma il filosofo cosa intende per discontinuità? Vorrei tanto capirlo. Con Lenin so dove cercarla: nella pratica dell’agire politico, più esattamente nella tattica pensata di volta in volta in funzione di un determinato momento. Dove la volontà è di casa. Alla ragione, invece, lo sguardo oltre, lo sguardo lungo della strategia, lo stesso che lo storico di professione condivide con il filosofo della storia. Per questo è raro che i due personaggi – intendo il militante comunista e il filosofo – possano incontrarsi nella stessa persona. Per quanto io sappia, è accaduto una sola volta con Marx, forse con Lenin e Mao. Per tornare a noi, solo il militante sa cos’è la discontinuità storica avendola vissuta di persona. Cosa ho fatto negli anni Settanta? E poi negli anni Ottanta? Infine, negli anni Novanta?
Piero: Già, cosa ho fatto all’indomani dell’11 marzo ’80 dopo quasi un anno di latitanza. Non è tema del nostro libro e se ne parlo è perché altri l’hanno sollevato in «Pragma», convinti della continuità della storia dei Collettivi dopo la fine degli anni Settanta. Continuità piuttosto che discontinuità, come rivendicato invece da chi scrive. È sul senso che attribuisco a questa parola che vorrei intervenire, avendo vissuto quel prima e quel dopo per l’appunto da militante.
Mai prima di allora un’assunzione di responsabilità era stata così personale. Intendo per tutti noi dei Collettivi, si fosse in carcere, in esilio, nella latitanza o a piede libero. Ho in mente la frase di Celine scelta da Sartre come esergo del suo romanzo «La nausea»: È un giovane senza importanza collettiva, è soltanto un individuo. Quanti di noi, allora, si sono trovati in questa condizione? Discontinuità dunque, ma anche continuità perché non puoi credere di liberarti d’un sol colpo del tuo passato più recente, soprattutto se non l’hai vissuto male. È facile disquisire di assenza di memoria, celebrarne l’elogio. Ma quando? Anche in presenza della generazione direttamente coinvolta? Suvvia! Una continuità, questa, che ha segnato in modo indelebile la storia di ognuno di noi, in particolare di chi non ha voluto arrendersi alla nuova situazione. Eccome se il portato di memoria e di esperienza soggettiva ha avuto il suo peso! Sì, una scialuppa di salvataggio in un mare in burrasca e una bussola per orientarsi. Tra alti e bassi questa mia navigazione è durata qualche anno e solo alla fine del decennio ho intravisto un porto sicuro.
Per il filosofo è diverso. Nel suo caso a contare è solo lo stile del pensiero: un racconto, il suo, ispirato alla coerenza, in cui ogni capitolo si collega al capitolo che lo precede e prepara quello che segue, secondo un ordine e una logica che non ammettono smentite. E in cui gli attori reali cedono il posto a categorie astratte grazie alla scarnitura del loro vissuto; scompare l’autocritica e con l’autocritica gli errori e le cadute che sono il sale della vita del militante comunista. La tessitura del filosofo è quella di una trama senza strappi e questo è il motivo per cui ha sempre ragione.
Invece, no. Voglio dirlo con forza: la nostra storia politica, come tutte le storie politiche di questo mondo, ha avuto i suoi tempi ed è stata determinata dai soggetti e dalle intelligenze in campo. In particolare, il nostro progetto di radicamento territoriale e le scelte di volta in volta operate non erano astrazioni né sono state dettate da una ragione che di soppiatto decideva per noi. Nessuna astuzia della ragione al lavoro ma pensiero e agire concreti ad opera dei soggetti concreti che noi eravamo. Lo stesso dicasi per l’operaio sociale che non era un concetto astratto ma quell’operaio e quell’operaia al lavoro nella fabbrica diffusa del nostro territorio. Quella cosa lì e non la sua astrazione categoriale la cui storia appartiene a un altro ordine di discorso.
Che significato, dunque, attribuire alle due date di inizio e di fine fissate per il nostro racconto? Certamente quello di escludere per la nostra storia del nostro racconto un prima e un dopo e quindi tutta la serie di passaggi da riattraversare in libertà nei due sensi: dalla fabbrica al sociale, dall’operaio massa alla moltitudine passando per l’operaio sociale, senza dimenticare la storia delle lotte, Piazza Statuto e Corso Traiano, Genova di Bolzaneto etc. etc. Ma anche la nostra convinzione che quel decennio, staccato da tutto il resto, potrebbe essere di una qualche utilità per il nostro giovane lettore. Più di quanto possa offrirgli un diverso ciclo politico, anche più recente. Il dopo non è garante di alcunché, soprattutto se ammantato di rassegnazione e di ritorno alle vecchie abitudini.
Forse non è corretto parlare di «ciclo politico rivoluzionario» perché pensi subito a un decorso regolare anche nel nostro campo. «Rivoluzione», ricordiamolo, è un termine dell’astronomia prima che della politica. Se perde quel significato è perché a farsene carico, come dicevo prima, è il militante col suo progetto politico la cui realizzazione è all’insegna del rischio e dell’aleatorio; in particolare sulla sua durata lo stesso militante non potrà mai formulare precise aspettative. Vada per il «ciclo politico rivoluzionario» purché non si dimentichi che a qualificarlo, a impedirne l’irrigidimento e a provocarne di volta in volta dislocazioni e rotture, è il ritmo convulso di quell’esperienza diretta.
Da qui, anche il suo carattere evenemenziale. Al concetto di «evento» aggiungo quello di «transizione», a indicare il tempo storico che intercorre tra i due momenti dell’inizio e della fine. A caratterizzarlo è un-non-più e un-ancora, una contraddizione temporale di non poco conto entro cui si dibatte il militante, spinto in avanti dal vuoto creatosi alle sue spalle ma contemporaneamente trattenuto da una forza inerziale che gli impedisce di procedere oltre. Gli anni Ottanta sono stati per me un periodo di transizione con queste caratteristiche, non il proseguo del ciclo politico precedente il che mi porta a pensare che l’altra ricostruzione storica proposta, quella dell’andirivieni, è solo il frutto di una concezione lineare del tempo della politica rivoluzionaria che in verità non spiega nulla. Al rifiuto di questa logica, ripeto, abbiamo informato il nostro racconto che comincia con l’evento che per comodità chiamo «Rosolina» e finisce con il secondo evento dell’11 marzo dell’80. Nel mezzo, la storia di un progetto politico che ha il nome di Collettivi politici veneti per il potere operaio. Il decennio successivo è quello di una transizione che chiamerei di «post Collettivi», in cui quel post ci dice che proprio quel soggetto non occupa più la scena. Del suo progetto di egemonia gramsciana ad ampio raggio era rimasto infatti ben poco; carcere e repressione avevano imposto temi inediti ed esclusivi che lasciavano poco spazio all’inventiva di un militante sempre più disarmato e spaurito, la cui storia rischiava di prendere a questo punto chissà quale piega. Dubbio lecito se paragoniamo questa sua condizione politica ed esistenziale a quella vissuta negli anni Settanta. Invece in questa transizione durata dieci anni il nostro militante ha tenuto. In carcere, in esilio, nella latitanza o ancora a piede libero, a connotare la sua vita è stata la resistenza. Non trovo un’altra parola adatta. Dovuta a cosa? Secondo me a quell’ancora, alla memoria viva dell’appartenenza al progetto dei Collettivi. Non sono il solo a parlarne. Per gli stessi anni ne parla anche Negri nel suo Leopardi, ma sul versante della memoria come catastrofe. Invece l’ex militante dei Collettivi di cui parlo è diventato un soggetto etico solo grazie alla memoria che gli ha restituito quella dimensione collettiva senza la quale, come dice Celine, sarebbe stato soltanto un individuo privato. Resistente è chi, nella transizione tra un ciclo politico rivoluzionario e l’altro, forte dell’esperienza già acquisita, sceglie di imbarcarsi per una nuova rotta e tiene dritta la barra pur non avendo davanti a sé un punto di riferimento sicuro. Di contro, si può decidere di restare a terra, di non salpare, di non resistere, di arrendersi. Nella stragrande maggioranza dei compagni avevamo deciso di resistere: chi nel carcere, chi nella latitanza, chi facendo politica nei territori, chi a radio Sherwood continuando a farla funzionare, chi garantendo l’uscita regolare del giornale «Autonomia» e via di questo passo. Ma se non abitavamo un deserto, non è vero che tutto nel frattempo rimaneva come prima. Se tutto stava cambiando attorno a noi, anche noi non avevamo smesso di crescere. Quanto alla resistenza, avevamo dalla nostra l’età e una maturità acquisita sul campo. Perché anche la resistenza come la rivoluzione è un’arte. Ad esempio c’è stato chi in quegli anni ha resistito in forma fanatica, chi in forma fideistica, chi, invece, in una forma determinata ma di buon senso. Il modo in cui resisti determina il modo in cui affronti la realtà. Non c’è un modo unico per resistere come non ce n’è uno solo nel modo di arrendersi. Pensa a quello ignobile dell’infame oppure a quello opportunistico che pensa al proprio tornaconto. Non li metto sullo stesso piano perché non sono la stessa cosa.
All’insegna del resistere con determinazione e buon senso attraversiamo dunque gli anni Ottanta, personalmente alle prese con questa contraddizione del non-più e dell’ancora. Più passava il tempo, più si confermava l’impossibilità di risolverla. La continuità di ieri nell’oggi – l’ancora – ha questo di inquietante: che ti costringe a guardare indietro come accade all’angelo di Benjamin. Ma nel nostro caso lo spettacolo non era di macerie, tutt’altro! In più, sempre l’ancora sospende il tempo costringendoti all’attesa di qualcosa che, lo senti, indirizzerà il tuo sguardo altrove. Sì, lasciare tempo al tempo… Oggi l’ho chiamato «evento», ieri – tra l’87 e l’89 – ne cercavo traccia prestando ascolto ai rumori del mondo, intendo a est dove si consumava la crisi del socialismo reale e a ovest dove si consumava quella del fordismo. In questa attesa e tra mille dubbi ho vissuto gli ultimi anni della latitanza, senza poterne discutere a fondo con gli altri compagni, come invece accadeva al tempo dei Collettivi.
Intanto avevo già cominciato ad aggiornare il mio paradigma di riferimento. Nuovi concetti, ad esempio quello di entropia, e nuovi temi, ad esempio quello del post ecologismo, stavano entrando nel mio bagaglio culturale e politico. Leggevo Gregory Bateson appassionandomi all’ecologia della mente, affascinato proprio dalla sua indeterminatezza di teoria aperta, capace, per questo motivo, di soddisfare più di una curiosità: la simmetria bilaterale di un gatto, le venature della foglia, la corsa agli armamenti, le tecniche del corteggiamento fino alla ridefinizione del rapporto uomo-ambiente. Altro che materialismo da terza internazionale! Al tema della differenza di genere mi avvicino leggendo il «Manifesto cyborg» di Donna J. Haraway. Una correzione di tiro rispetto alla donna vaginale di Carla Lonzi e del suo gruppo «Rivolta femminile» perché la donna in questione è un miscuglio “di carne e tecnologia”, un “corpo modificato da innesti di hardware, protesi e altri impianti. Mi chiedevo dove saremo andati a finire e con questa domanda il sole dell’avvenire scoloriva. La nostra idea di comunismo, poi, non avrebbe mai potuto concepire la Los Angeles distopica di Blade Runner, un vecchio film dell’ ’82 che non a caso scopro in questi anni. Un film politico che mi prospettava un futuro prossimo – la storia è ambientata al 2019 – molto più chiaro di tante puttanate che abbiamo letto e scritto sulla Città del Sole dopo la rivoluzione.
Sì, la tecnologia cominciava ad inquietarmi anche al di là di Chernobyl ma per questo, a maggior ragione, bisognava saperla usare. Quanto indietro fossimo su questo terreno, lo dimostra la reazione di tanti compagni alla proposta di costruire una rete telematica, l’ECN. Siccome, dicevano, l’informatica e le nuove tecnologie sono armi utilizzate per combattere l’operaio fordista, per disarticolarne il potere in fabbrica, chi pensa di utilizzarle o è un ingenuo che si è lasciato sedurre dal loro fascino o è un traditore. Poi è diventato un luogo comune. Direi, anche troppo un luogo comune!
Ma il nostro giovane lettore può trovare tutto questo – temi, problemi, nomi e titoli – nei tre «Quaderni» (doppio il 3/4) di «Autonomia» che documentano l’oltrepassamento in fieri del nostro ancora.
Poi, alla fine del decennio, tutto è precipitato all’improvviso come accade nel gioco dello Shangai quando con mano malferma togli quel bastoncino. A sconvolgere l’ordine neoliberista in Europa avevano provveduto nel ’88 a Parigi le infermiere dei grandi ospedali metropolitani; i berlinesi un anno dopo tireranno giù a picconate un muro divenuto ridicolo agli occhi del mondo dopo l’esodo di massa per altre vie di centinaia di migliaia di tedeschi; a seguire, nel ’91, un colpo di stato senza arresti e senza occupazioni di stazioni radiotelevisive accelererà, piuttosto che fermare, il lento declino dell’Urss. L’implosione di un impero senza colpo ferire! Per qualcuno (Fukuyama) era la fine della storia; per altri (Hobsbawm) era il Novecento a finire con un congruo anticipo; per altri ancora, per lo più economisti (G. Arrighi e I. Wallerstein), si trattava del trionfo definitivo del mercato mondiale.
Metti assieme tutte queste cose e avrai l’evento – il cui simbolo resta per me la caduta del Muro – e con l’evento, lo svuotamento dell’ancora. Ne avevamo bisogno perché solo così, come dice Benjamin, l’immagine del passato guizza via.
In verità esso non ha riguardato solo la nostra storia politica, come mostra l’utilizzo inflazionato del prefisso temporale «post», in quegli anni il marchio d’origine controllata di beni culturali in bella vista nelle vetrine del «postmoderno».
In un primo momento il mio coinvolgimento è stato solo di testa; c’era bisogno che lo interiorizzassi, che si effettuasse – il verbo è di Deleuze – in me ma per questo avevo bisogno anche di altro. No, non è facile voltare pagina. Comunque, solo una questione di tempo.
Nel ’92 affronto il nuovo inizio da semilibero, con tre anni da smaltire nei servizi sociali. Per me si trattava di una nuova storia che nulla aveva a che fare con quella dei Collettivi: altro il progetto e altri i compagni. È stato allora che i colori attorno a me sono cominciati veramente a cambiare, che il paesaggio non è stato più lo stesso; anche la gente era cambiata, la stessa lingua della comunicazione era mutata di segno. All’improvviso, eccomi catapultato in una babele di idiomi, di gerghi e di linguaggi, a significare che non sarebbe stato facile tornare a parlare. E poi, a chi? E soprattutto, per dire cosa? Erano queste le domande che personalmente mi facevo nel mentre avvertivo il bisogno di una nuova ripartenza.
Ma a questo punto ci affacciamo su un’altra storia che meriterebbe di essere raccontata con la stessa puntigliosità e serietà di quella dei Collettivi Politici Veneti che scompaiono non solo di fatto ma anche di nome.
La prima metà degli anni Novanta è all’insegna dei centri sociali; la seconda, delle «tute bianche»: soggetti senza identità, senza luogo – perché anche i centri sociali da cui provengono erano una sorta di non luogo –, privi di tutele e di diritti, senza alcuna forma di reddito sicuro, con la precarietà e l’incertezza come unica prospettiva di futuro. Invisibili e nascosti, con una tuta di carta bianca e l’azione diretta come bandiera di identità politica. Sì, bisognerebbe che qualcuno raccontasse delle loro azioni, dalle occupazioni di treni e teatri, di ministeri e palchi, alle tante vertenze aperte sul reddito e il lavoro.
Dopo Genova 2001, i «disobbedienti», un nome scelto male. Negli anni Settanta non sarebbe accaduto; è come se allora noi dei Collettivi avessimo deciso di chiamare il soggetto politico generale che eravamo, «lottarmatisti», utilizzando il nome di una forma ben precisa di azione politico-militare. Poi c’è lo zapatismo, fondamentale esperienza degli anni 90, perché prospettava una rottura senza la classica presa del potere, piuttosto un contropotere permanente. Bene, se con il nostro leninismo e il nostro maoismo noi dei Collettivi negli anni 70 avevamo condotto la nostra battaglia contro i due ismi ossificati della terza internazionale, la stessa cosa non è sempre accaduta con lo zapatismo, copiato a volte in modo troppo meccanico come nel caso della “dichiarazione di guerra ai grandi della terra” a Genova. Anche la storia dei disobbedienti ci offre più di un esempio di discontinuità, ad esempio sull’uso della forza: come stare in piazza, come organizzare e gestire un corteo. Oppure sul tema del conflitto/consenso pensato alla luce di taluni concetti impensabili nel lessico dei bei tempi che furono, ad esempio quelli di municipalismo e rappresentanza. Con tutti i problemi e le contraddizioni che ne derivarono.
Ancora e sempre «Collettivi»? Suvvia! La stagione delle tute bianche e dei disobbedienti è quella della discontinuità. Ripeto, un’altra storia. Invece, per quanto riguarda il sottoscritto, non sarei così drastico. Il vissuto è sempre un impasto di continuità e discontinuità. Solo questo posso dire con certezza: che tutte le cose significative di quel ventennio hanno avuto per me un inizio e una fine. Aggiungendovi però un purtroppo perché dal mio punto di vista niente è scontato. Se così fosse, darei ragione a chi, ottimista incallito, continua a dire: l’abbiamo preso in culo ma abbiamo vinto. Bellissimo e soprattutto rassicurante! Invece, no, no e no: l’abbiamo preso in culo e potremo ancora vincere. Non che vinceremo a prescindere.
N.B. Su un punto dell’intervento di Toni, “tous ensemble… per il potere operaio”, sento il dovere di intervenire. Per amore di verità e per colmare una lacuna in questa mia ricostruzione. L’avrei evitato volentieri, ma tant’è. Cito: “appena ricomposti, alla fine degli anni Ottanta, i CPV decidono di ristabilire il rapporto con gli esiliati e di lavorare con loro a Parigi e insieme producono una rivista. Non si trattava così di aderire, non solo pragmaticamente (in un periodo delicato e difficile di revisione generale della teoria e delle pratiche dell’autonomia) al programma di ricostruzione delineato nell’“Elogio di assenza di memoria”? Non solo, dunque, i CPV sarebbero stati vivi e vegeti nel ’90 ma coscientemente avrebbero sposato ragioni e programma esposti a chiare lettere nell’ «Elogio di assenza di memoria». A sancire la nuova alleanza, la rivista «Riff-Raff» (la feccia di Ken Loach, 1991).
Perché mi incontro a Parigi con gli esuli? Per tre motivi. Il primo, per una ragione di verità storica. Non potevo più sopportare il racconto sugli anni Ottanta costruito soltanto sulla divisione manichea buoni/cattivi in cui nell’ammucchiata della prima categoria trovavi noi, i “resistenti di buon senso”, in compagnia anche dei “senzaniani” che fuori e dentro il carcere avevano fatto della vendetta e dell’ammazzamento indiscriminato la loro ragione d’essere. Al contrario, nel calderone dei cattivi trovavi sotto lo stesso tetto gli infami e i dissociati, come dire che Barbone e Negri, Ferrari Bravo e Peci erano la stessa cosa. Vado a Parigi per fare un po’ di pulizia perché, ripeto, questa era la versione che sentivi in molti centri sociali: per dire alla nuova leva di compagni che i fatti raccontavano un’altra storia, che il decennio che avevano alle spalle e che non avevano vissuto, non era andato in quel modo. Il secondo motivo, per generosità mia perché era profondamente ingiusto che dei compagni in esilio, dissociati o meno, fossero trattati da infami. Inizialmente mi sono dovuto battere da solo contro questi luoghi comuni. A mio favore aveva giocato il tempo perché continuare a insistere sul tema della dissociazione, dopo che una legge dell’ ’87 ne aveva chiuso la stagione anche ufficialmente, non aveva più senso.
Infine, il terzo motivo: la produzione teorica del gruppo di compagni impegnati con Toni nella ricerca sulle trasformazioni in atto nel modo di produrre, nel mondo del lavoro e nelle forme di vita. Insomma, un post fordismo in versione operaista che avevo imparato a conoscere dall’ ’89 leggendo la rivista francese «Futur antérieur». Ma a colpirmi, sempre di Toni, sarà la sua ricerca sul distretto industriale dei Benetton, dei primissimi anni Novanta. Per me, l’ennesima prova della sua perspicacia teorica; per il nuovo giro di compagni, un valido aiuto per tornare a fare politica sul territorio. Pensavo fosse doveroso per il bene di tutti riprendere in mano quel filo.
A Toni, in amicizia, offro questa poesia “cinese” di Brecht: «Ma, dopotutto, si può sempre seguire un noto modo di dire – forse ebraico, anche se attribuito a Camus: “Non camminare davanti a me, potrei non seguirti. Non camminare dietro di me, non saprei dove condurti. Cammina con me e sii mio amico”».
23 Mag, 2020 | Pragma
Il progetto di un archivio storico dei Collettivi politici veneti per il potere operaio nasce in parallelo con l’esigenza di raccontarne la storia. Il sito ne vuole essere l’archivio militante, con l’auspicio che venga arricchito con altro materiale di compagni e sostenitori. Il materiale finora raccolto (inserito solo in parte) proviene da archivi personali, dalla digitalizzazione parziale degli atti giudiziari, dalla lettura delle annate dei giornali locali di quegli anni, dal recupero di foto, video, disegni, volantini, documenti, ciclostilati vari, manifesti e testimonianze dei protagonisti di quel progetto.
Nell’intervento di «Pragma» di mercoledì 19 maggio è scritto che, a proposito degli anni ’80 e ’90: … «Ma a questo punto ci affacciamo su un’altra storia che meriterebbe di essere raccontata con la stessa puntigliosità e serietà di quella dei Collettivi politici veneti…». Un’altra storia di cui il sito Autonomia (https://www.collettivipoliticiveneti.it/) ne sarà l’archivio militante.
Inoltre il nostro progetto di memoria intende allargarsi e offrire lo spazio dell’archivio alle molteplici esperienze dell’Autonomia a partire dall’Autonomia operaia organizzata degli anni ’70.
A tal fine potete contattarci compilando il form alla voce «contatti» che trovate nell’homepage o scrivendoci direttamente a contatti@collettivipoliticiveneti.it
25 Mag, 2020 | Pragma
di Francesco Bedani
Porsi la domanda di come portare gli anni Settanta nel Duemilaventi è semplicemente da stupidi; non meno di portare i Venti nei Settanta. Partendo da questa consapevolezza bisogna però saper attingere dai soggetti politici più avanzati in quel lungo ciclo di lotte, consci che quando e dove la controparte collettiva ha tremato maggiormente dobbiamo necessariamente prestare la nostra attenzione di militanti.
Capita – è una possibilità che si determina nella costruzione di una teoria e di un progetto organizzato autonomo – di guardarsi intorno insoddisfatti da aridi automatismi ideologici che ci circondano e domandarsi come organizzare la nostra parte negli anni della crisi permanente e della fine degli schemi che a lungo hanno sorretto l’analisi politica del Novecento, in parte anche di quella che possiamo chiamare, per approssimazione, radicale. Guardarsi indietro allora significa separare la forma, involucro vuoto e incubatore di identità inutili, falsi miti o ancor peggio estetismi di seconda mano, dalla sostanza, quella capacità di cogliere i nodi strutturali, di catturare i comportamenti della composizione sociale e di costruire strategia. Ricercare la rottura allora si coniuga con una postura che ha bisogno di piedi ben piantati e sguardo attento. Bisogna però immediatamente chiarirci: piedi ben piantati non significa piantati nel passato. Il passato lo studiamo metodicamente, a questo ci serve, né più né meno. Nessun canto di gesta eroiche o favole a lieto fine: questo sì sarebbe mistificare una storia politica importante. Significa invece ben piantati nel presente, nei comportamenti caotici e talvolta contraddittori delle figure sociali della contemporaneità, con uno sguardo lucido su quello che possiamo tutt’oggi – e però in modo molto differente da allora – definire operaio sociale, colui che nella seconda metà degli anni Settanta iniziava ad affermare la propria centralità e che oggi è sistemicamente (e non più, o non ancora, politicamente) soggetto centrale. Partendo da due domande, allora, ci sentiamo di condividere con chi ci ha preceduto un pezzo importante di ragionamento: come si organizza l’operaio sociale nell’incedere della crisi? Come si catturano e si politicizzano i comportamenti sociali, giovanili o meno, di questa fase?
Per prima cosa con operaio sociale intendiamo, tagliando con l’accetta, quella figura che con la ristrutturazione capitalistica, la fine della centralità della fabbrica, e l’implosione dell’operaio massa in forme di lavoro frammentate e parcellizzate, ricopre oggi un ruolo centrale nel processo di valorizzazione e accumulazione capitalistica. Significa allora fare i conti una volta per tutte con quelle forme di intervento resistenziali e di retroguardia che hanno guardato a questo magmatico mondo sociale come soggetti da proteggere o da compatire. O ancora con quell’accademismo pseudo-radicale che si è attardato a declamarne una descrizione sociologica avulsa da una pratica politica. Il precariato tanto sbandierato negli ultimi decenni è diventato più un’etichetta che ha determinato un piano di ineluttabile debolezza che non uno spazio di impegno politico radicato e strategico. Questo smottamento sociale è stato duramente approfondito dalla crisi economica che, oltre ad aver impoverito materialmente, si è fatta spirito del tempo contemporaneo, plasmando una nuova soggettività, analfabeta rispetto al vocabolario che ostinatamente alcuni gruppi politici continuano a parlare. La crisi della rappresentanza e della mediazione sindacale ha fatto il resto. Da una parte la fine del lavoro organizzato all’interno di spazi e luoghi determinati ha completamente (definitivamente?) mutato il volto, o meglio reso inconsistenti, le forme del conflitto tradizionali; dall’altra la decomposizione del sindacato, delle istituzioni e del diritto del lavoro si sono legate a una indisponibilità impolitica da parte dei lavoratori molecolarizzati verso le classiche forme di mediazione. Tradurre questa indisponibilità passiva in indisponibilità attiva e politica è uno dei passaggi con cui ci troviamo a fare i conti. Costruire una lotta sul e contro il lavoro oltre il sindacalismo, in particolare contro la finalizzazione vertenziale che ha fagocitato le lotte e il loro possibile sviluppo autonomo, è il compito che ci sembra fondamentale in questa fase. Segnare una discontinuità con una retorica e una prassi politica che non ci appartiene più o non ci è mai appartenuta, sia essa sinistra storica o un concentrato di movimento più idealizzato che reale, è il nostro ossigeno nuovo per osare fare la rivoluzione.
Partendo da questi termini, con la consapevolezza della distanza incolmabile, qui e ora, con la storia dei Collettivi politici veneti e con quel contesto storico, politico e sociale, ci sentiamo di prendere in mano l’importante libro di Giacomo e Piero Despali, avendo la certa convinzione di ritrovare in quelle pagine, in quell’analisi e in quella pratica rivoluzionaria, elementi di interesse che sappiano dialogare con i problemi attuali con cui ci troviamo a fare i conti. Ricapitolando: organizzare l’operaio sociale, superare e combattere le forme istituzionali di concertazione e di mediazione, uscire dalla palude e dalla marginalità.
Cosa significa allora passare da un atteggiamento resistenziale a un attacco contro le forme dello sfruttamento oggi? Attaccare, in questo campo, significa innanzitutto sottrarre al nemico l’interlocutore della mediazione (sindacato o altro gruppo che sia) e riconquistare decisionalità autonoma; ricollegare tempi e spazi nella dimensione rivendicativa e dunque politica laddove vengono negati e scomposti nella dimensione lavorativa. Innanzitutto, studiare e costruire una nuova grammatica che sappia dialogare con questi lavoratori, porsi su un terreno di discontinuità rispetto all’automatismo dell’intervento resistenziale.
Due, tra gli altri, sono gli elementi che ci sembrano paradigmatici nel racconto dei fratelli Despali: la costruzione dei Gruppi sociali (ex centri di aggregazione giovanile legati alle parrocchie) come metodo politico e capacità di territorializzare socialmente un agire politico; e in particolar modo le ronde proletarie come prassi organizzativa, terreno di identificazione per i lavoratori da una parte e di scontro contro i padroni dall’altra, conquistando e imponendo la propria temporalità.
Non ci interessa analizzare questi elementi in questo testo, non siamo commentatori e quindi invitiamo a leggere il libro. Ci interessa piuttosto porre l’accento sulla capacità di sapersi svestire delle proprie categorie e capire linguaggi, usanze e comportamenti della composizione sociale da una parte, e al contempo concentrarci su forme di lotta e organizzazione che sappiano tradursi in prassi passando proprio attraverso quella composizione sociale in quel determinato contesto. Troviamo allora produttivo costruire un ragionamento su come riposizionare non la fotocopia delle pratiche, ma l’intuizione, il metodo e quella forza politica nel nostro tempo. Rompere con quella parte della nostra tradizione politica che piange la povertà degli ultimi per conquistare la rottura soggettiva nella forza sociale organizzata.
Immaginiamo dunque l’esperienza del Padrone di Merda, per mettere a verifica quello che si fa nel presente e non idolatrare la mitologia del passato, come un tentativo che vada in questa direzione. Ci riferiamo alla piattaforma di lotta che riunisce e organizza lavoratori e precari contro lavoro mal pagato, lavoro nero, soprusi e molestie sul posto di lavoro. Elemento di potenziale identificazione e moltiplicazione è la maschera bianca, dietro la quale può esserci chiunque, volto comune dell’operaio sociale. Significa progettare e costruire forme di organizzazione e di lotta in grado di coordinare l’identificazione di un soggetto politico (dunque dotato di forza sociale, direzione e potere decisionale) che si trova disgregato nella frammentazione del lavoro, con l’elemento della specificità territoriale dell’organizzazione del lavoro stesso, unita all’imprevedibilità dell’attacco come espressione di forza e accumulo di potere contrattuale. Il superamento del sindacalismo, confederale o conflittuale che sia, si determina nella capacità di identificare l’obiettivo e di dettare luoghi e tempi dello scontro. Non è teoria, per quanto astratta possa sembrare, ma i caratteri e i punti di forza che nella città di Bologna questa esperienza in formazione sta esprimendo, pur con vari problemi da risolvere e nodi ancora da sciogliere. Nella prassi quotidiana, come abbiamo potuto vedere, l’elemento di spinta che porta a un’attivazione dei lavoratori è la questione della vendetta, la rabbia e la voglia di farla pagare al padroncino di merda di turno, non certo manifesti politici di bella retorica o programmi idealistici. La sfida oggi è dunque costruire le condizioni per lo sviluppo di una lotta politica potenzialmente espansiva laddove la controparte tenta di difendersi riducendola a illegalità comune, reato economico, come le accuse di estorsione rendono esplicito.
La ronda proletaria quindi ci sembra un esperimento di grande anticipazione che era riuscito a tracciare elementi di spiazzante novità, sia nella discontinuità rispetto alle pratiche classiche, sia nella capacità di attacco contro la parte padronale. Oggi l’azione di disturbo davanti o dentro il luogo di lavoro prende i contorni di una lotta e un controllo attivo rispetto alle forme di sfruttamento e come strumento di organizzazione di lavoratori e precari. Senza altisonanti paragoni o farsesche medagliette formali da esibire, questa ci sembra una strada da battere, innaffiando semi di contropotere, costruendo organizzazione, per combattere il presente.
27 Mag, 2020 | Pragma
di Antonio Bove e Francesco Festa
Gli autonomi sono stati gli scostumati del Movimento Operaio. Refrattari alle etichette, si sono presentati all’appuntamento con la rivoluzione accomunati, nella diversità che ciascuna esperienza territoriale ha rappresentato, da una attitudine che sta sul fondo. Tirare sassi nelle vetrate, sedersi a tavola scomposti coi gomiti sul tovagliolo, sorbire il brodo col risucchio. Hanno capito a istinto che le regole dello “stare composti alla tavola della rivoluzione” servivano solo a mantenere l’ordine costituito. È per quello che hanno cominciato a macchiare le tovaglie di lino, fare palline di pane e lanciarle negli occhi dei commensali. Scostumatezze.
Qualche mese fa Sergio Bianchi ci affidò il compito immane di lavorare a un volume sull’autonomia meridionale, una follia decisa con la leggerezza con cui si scelgono i calzini da indossare al mattino. Decidemmo di accettare nello spazio di pochi minuti, trovandoci immersi nella ricostruzione di un complesso mosaico di storie rispetto al quale il volume dedicato alla storia dei Collettivi Politici Veneti per il Potere Operaio, nonostante la distanza geografica dal nostro oggetto d’indagine, offre numerosi spunti. In particolare, dopo una lunga serie di appassionate recensioni del volume, ci sembra interessante provare ad allargare la riflessione, usando questo volume come un detonatore, che è un modo di riconoscere la sua incisività. Siamo gente semplice, e visto che l’oggetto di Pragma è un “dibattito sull’autonomia”, partiamo dalle domande banali. C’è ancora spazio per l’autonomia?
Va riconosciuta senz’altro, a quest’area politico culturale, la longevità, mentre sono avvizzite le posizioni m‑l, scalzate dall’accelerazione degli eventi che ha travolto i catafalchi dove riposavano le loro mummie teoriche. L’autonomia come attitudine alla rivolta e insofferenza al dominio, invece, è durata perché, appunto, la sua esistenza prescinde dalle sigle e dalle forme intorno alle quali negli anni si è coagulata. Anziché essere un’identità, l’autonomia è un comportamento che esiste a prescindere dagli autonomi.
Questo carattere rende ragione del suo essere un fenomeno multiforme, scivoloso anche nelle sue esperienze più strutturate e organizzate e questa sua natura rende possibile una sua narrazione soltanto se legata ai territori e alle loro specificità.
Questo insieme di esperienze differenti, tuttavia, ha avuto un elemento comune nella trama di fondo che è lo scontro tra il Capitale e lavoro, nelle sue forme specifiche in ciascun territorio. Discutendo, allora, di autonomia dalla nostra prospettiva, proviamo a introdurre nella discussione il tema dell’autonomia meridionale, nel contesto generale italiano.
Ricostruire la storia dell’autonomia operaia è un’impresa che si contraddice da sola. A conti fatti non esiste “una Storia” ma un insieme di vicende che si intrecciano intorno a eventi, lotte, grandi appuntamenti e piccole storie personali e collettive. Riguardo al Mezzogiorno la situazione si fa più ancor più complessa per il sopraggiungere di fattori delineanti una storia “a parte” che non è di “arretratezza”, come molta cattiva letteratura vuole far intendere, ma di subalternità interna a un piano generale di sviluppo.
Nella narrazione di certa cattiva storiografia quando si parla di Mezzogiorno si fa riferimento a un indistinto agglomerato di popolazioni e province dentro un continuum di vicende storico-politiche definite da un rapporto verticale con il potere costituito: dall’alto verso il basso, dalla borghesia ai subalterni. La storia, così, si fa quasi descrizione di una Legge Naturale, determinismo delle classi proprietarie e dell’intellettualità borghese che sono intervenute, dalla seconda metà dell’Ottocento fino al lungo Secondo dopoguerra, con l’adozione di politiche emergenziali e con misure paternalistiche. Tutto ciò all’ombra della “questione meridionale”: una sorta di immagine retorica, depotenziante, appiccicataci addosso.
Scavando negli archivi di movimento si trova una stratificazione di vissuti e memorie sparse da cui si evince l’esistenza di un’esperienza collettiva con una propria consistenza materialisticamente radicata nelle lotte di classe. L’autonomia meridionale è esistita in quell’ampio reticolo di lotte operaie e sociali che bisogna ricomporre per squarciare il silenzio, togliendo quella patina che la borghesia meridionale ha depositato con la storiografia “ufficiale”, sulla quale ha riprodotto clientele, baronaggio e assistenzialismo, cambiando gattopardescamente pelle al feudalesimo per mantenere il potere. Questi dispositivi nel Sud hanno funzionato, prima, come valvola di sfogo e, poi, come controllo dei rapporti di forza tanto nell’entroterra agricolo quanto nelle città costiere. Una pluralità di dimensioni territoriali, di storie e di culture sulle quali, per esercitarvi egemonia, gli intellettuali borghesi hanno costruito l’icona della macroregione indifferenziata: il Sud Italia. Del resto, il discorso borghese non fa che semplificare la complessità in modo da esercitare la propria violenza di classe.
Da dove partire, quindi, per ripercorrere i fili di una storia dell’autonomia? E cos’è l’autonomia operaia meridionale? Per provare a rispondere bisogna scavare dentro i frammenti, tracciare una cartografia tematica e ripensare l’idea stessa di Mezzogiorno per liberarsene definitivamente, prendere distanza dal pietismo meridionalistico e dal marxismo storicista: la linea del progresso in ascesa con il timone retto dalla borghesia illuminata, senza la quale il Sud sarebbe ostaggio di lazzari, plebaglia e lumpenproletariat. Linea che ha segnato, per oltre cinquant’anni, l’azione politica e culturale del PCI.
In realtà, guardando a Sud è un tema particolarmente interessante quello della relazione fra i militanti rivoluzionari e le rivolte non propriamente operaie e, soprattutto, con quei “gruppi sociali subalterni”, per dirla con Gramsci: un insieme spurio di proletariato e sottoproletariato. In tal senso la rivolta di Reggio Calabria del 1970 è stata paradigmatica dell’incapacità, per molte formazioni politiche a parte Lotta Continua, di leggervi un contesto determinato dagli interessi di classe di quel “sottoproletariato” che i Nuclei Armati Proletari hanno poi individuato come la classe rivoluzionaria del meridione italiano, un tema senza il quale comprendere quello che è accaduto e ancora accade dalle nostre parti è impossibile.
Partiamo, quindi, da quegli anni in cui si innesta sulla soggettività di classe la possibilità dell’autonomia operaia e in quel momento che si ravvisano, anche nel Mezzogiorno, un ciclo nuovo delle lotte di classe che non sono una ricaduta sulla città di quello che accade in fabbrica e, soprattutto, non sono l’effetto della lotta di classe prodottasi nel Nord del Paese. Nel periodo, poi, che va dal ’69 al ’74 si situano eventi significativi, fra cui a Napoli il colera nell’estate ’73 e le molteplici lotte spontanee in tutto il Sud: non solo Reggio Calabria ma la rivolta dei braccianti di Avola, quella di Battipaglia, Castellammare. In quegli anni si osserva l’emersione di un’inedita composizione sociale dentro cui maturano le condizioni per lo sviluppo di radicali e massive lotte in cui interi settori sociali, ritenuti fino allora di secondo piano nella vita politica, si affermavano frantumando il pesante scoglio delle paternità politiche e delle dirigenze nelle lotte. Questi settori non appartenevano alla fabbrica, ma si erano resi attivi, a Napoli, sin da dopo l’epidemia colerica con le lotte contro l’aumento del costo del pane, configurando una “composizione di classe urbana”, altra interpretazione di quello che era l’operaio sociale, dentro cui risiedono i caratteri peculiari della lotta di classe napoletana di quegli anni. E questi dati di composizione sono ben presenti alle avanguardie operaie e ai gruppi politici che operano in città dentro un terreno sociale nuovo per la tradizione marxista–leninista. Nascono così esperimenti politici di soggettivazione di settori del proletariato estranei alla centralità operaia di fabbrica come i Disoccupati Organizzati o l’esperienza dei Comitati di Quartiere, che costruiscono i momenti più alti della lotta dai primi anni ’70 in poi. Chi non lo capisce e resta ancorato alla “centralità della fabbrica”, si dissolve.
Dunque, gli autonomi meridionali non ebbero la fabbrica come elemento centrale del proprio intervento politico, né tantomeno il soggetto centrale della loro azione fu l’operaio della catena di montaggio, bensì lo spazio era la dimensione urbana e i soggetti di riferimento erano annoverabili in una specifica forma di operaio sociale quale prodotto della sussunzione reale della città al capitale. L’intervento politico degli autonomi, pertanto, in particolare di quelli napoletani, all’interno di questa composizione sociale fu quello di sviluppare un principio del primissimo operaismo di Raniero Panzieri: “aprire e tenere aperto il movimento”. Ossia il tentare di attivare tutte le leve politico-sociali e di controinformazione per mantenere quanto più possibile il punto d’attacco dei movimenti sociali: accumulare quanta più forza tramite le lotte sociali per allontanare il momento del riflusso; produrre socialità nuove e consolidare gli interessi dei movimenti di classe, provando a far pendere i rapporti di forza a favore delle classi subalterne. In questi passaggi abbiamo una traduzione meridiana dell’operaismo: prima i movimenti di classe e poi il capitale; prima gli interessi di classe in modo da rifuggire allo spazio della normalità, alla tempistica del lavoro e, dunque, al recupero del capitale.
Sembra paradossale che proprio la “rivoluzione copernicana” di Tronti possa essere uno strumento utilissimo a leggere quella stagione che ha visto in Napoli un laboratorio. Se, come sostenevano gli operaisti, il punto di vista operaio non è niente di meno che lo sguardo sul processo generale da parte di chi sta nel punto più alto dello sviluppo capitalistico, la classe operaia, bisogna lavorare per definirne le mutazioni, la corretta fisionomia nella dinamica dello sviluppo e nel suo attraversare i territori. Un attraversamento che è sempre ambivalente, dentro cui si trasformano e si adattano i soggetti sociali ma anche i processi produttivi. Ciascuno secondo le sue necessità di sopravvivenza. “Soltanto a livello di classe operaia si può parlare in senso specifico di processo rivoluzionario, di rivoluzione, di rottura rivoluzionaria” ma la classe “operaia”, nelle metropoli e nei territori stravolti dal capitalismo della crisi non è solo quella della linea di montaggio, anzi, a Napoli e in tutto il Mezzogiorno questo paradigma non regge. Quell’approccio che ha riletto il marxismo fianco a fianco all’operaio massa è vissuto dentro le lotte del proletariato urbano che si è soggettivato riconoscendosi “operaio”: soggetto da cui si estrae plusvalore nel ciclo produttivo esteso alla metropoli, e quindi proprio come l’operaio massa ha cominciato a lottare contro se stesso, contro la sua condizione di forza lavoro alienata, estranea alla produzione di merci e sfruttata dalla tempistica della valorizzazione capitalistica. Proprio come l’operaio massa che era, poi, l’emigrante sradicato dalle province meridionali, il contadino, il bracciante espulso dalle terre della Riforma agraria, strappate grazie alle sue lotte contro il latifondo e i “galantuomini”. Questa epopea tristemente terminata è iniziata un secolo prima con la “nascita della colonia”, per dirla con Nicola Zitara, e con la suddivisione di classe fra un Nord industrializzato e un Sud agricolo, sacrificato per l’accumulazione originaria del processo di sviluppo settentrionale.
L’operaismo è ontologicamente un punto di vista di parte, una cassetta degli attrezzi cui ha attinto – chi più chi meno – tutta l’area dell’autonomia operaia. E questo rende obiettivamente importante leggere le storie dell’autonomia dentro le loro specificità ma in contesto che ne renda evidenti i legami fra le differenti storie. Fra coloro che più hanno attinto a quella riserva di idee, comunque, ci sono certamente i CPV. Esemplare è il racconto dei Despali nel ripercorrerne l’uso e, prim’ancora, nel dettagliare la genealogia dell’operaismo alla prova della nuova composizione di classe oltre il fordismo: l’operaio sociale. Questa lettura getta in qualche modo un ponte tra l’esperienza veneta e quella napoletana, pur nella diversità di approcci e modalità di organizzazione politica che, comunque, aprono lo spazio politico di una soggettività nuova, intuita, non compresa fino in fondo ma incrociata in due esperienze differenti. Due dei tanti volti dell’operaio sociale che non è uno spaccato di classe omogeneo ma la nuova soggettività multiforme che si manifesta dentro la ristrutturazione capitalistica. E che ha fisionomie diverse a Padova e a Napoli, prodotti dalla stessa crisi su territori differenti.
Tuttavia c’è un vulnus in questa geografia, un cortocircuito nel paradigma operaista. Esso è situato nelle province meridionali. Le specificità dell’operaismo vanno rimodulate attraverso i comportamenti e le soggettività dell’autonomia meridionale: in particolare, rispetto alla composizione di classe di quei territori e rispetto ai processi di produzione e alla valorizzazione complessivamente delle comunità.
Detto fuori dai denti: l’operaismo quale metodo d’intervento nell’autonomia di classe è nato nel Nord Italia, sotto i cancelli delle fabbriche del “triangolo industriale”, in particolare a Mirafiori con al centro l’operaio massa, giovane meridionale “deportato” per sostenere lo sviluppo capitalistico dei gloriosi trent’anni del fordismo; e, poi, è stato utilizzato nell’analisi della composizione di classe metropolitana degli anni ‘70, nell’analisi della composizione tecnica e della composizione politica dell’operaio sociale espulso dalla fabbrica e sussunto nei processi di valorizzazione della metropoli. “L’operaismo – come dice Lanfranco Caminiti – apparteneva a processi di formazione, era una cassetta degli attrezzi concettuali – non esiste una ‘tradizione teorica’ operaista al Sud, né una ‘traduzione’”.
Posta così la faccenda sarebbe chiusa e, di conseguenza, l’autonomia meridionale sarebbe un’anomalia, un’etichetta inventata e affibbiata a chi non si rifaceva né alle formazioni della sinistra extraparlamentare, né ai gruppi m‑l, né tantomeno a satelliti del Pci. Al contrario, esistono delle specificità dell’autonomia meridionale che l’operaismo, quale attrezzo assai poco duttile nell’interpretare e nell’intervenire nella composizione di classe meridionale non sempre è riuscito a cogliere, se non nella sua trasformazione che è stata operata dai militanti immersi nei loro territori di lotta. In quel Mezzogiorno che si voleva narcotizzato sorsero collettivi autonomi che diedero vita a riviste, pamphlet e giornali con una diffusione locale e regionale al ritmo di un “nomadismo militante” che portava gli autonomi meridionali su e giù per paesi e province inseguendo le lotte operaie e sociali. Quella immutabile staticità, cui lo Stato continuava a inchiodare il Sud, veniva rotta dai campeggi autogestiti e dai festival contro-culturali, come quello di Licola (NA) del ‘75 o dalle lotte che nello svolgersi rievocavano lo spettro delle gesta dei briganti dell’Ottocento, a suon di sollevazioni e poi di cacciate di preti, politici e padroni come a Grisolia (CS) nel ’78.
Questi tratti li abbiamo rinvenuti, più recentemente, nelle lotte contro i rifiuti in Campania oppure nella rivolta lucana contro l’insediamento delle scorie nucleari a Scanzano Jonico in cui la forza della sollevazione si è retta su parole d’ordine precise: autonomia dai poteri costituiti quale termine di intervento politico e autorganizzazione come metodo. Eppure una volta vinte quelle battaglie, la politica è rientrata nell’alveo della stessa democrazia borghese, come se l’opzione antagonista non fosse credibile di divenire organizzazione e nuovo potere costituente.
Dietro questa incapacità a divenire potere costituente vi è stata un’incapacità delle e dei compagne/i a pensarsi in piena autonomia. Detto altrimenti: con debite proporzioni e differenze, anche nella nostra parte ha funzionato una sorta di orientalismo interno, sia nel come è stato percepito il Sud, sia nel come le/i compagne/i si siano visti. Ne è seguita, dunque, una narrazione di riflesso, priva di autonomia e specificità relativamente alle lotte sociali meridionali. Tentativi di emanciparsi dai modelli importati dal Nord Italia ed Europa sono stati posti in essere. Ad esempio, nei primi anni 2000, alcune organizzazioni dell’antagonismo sociale meridionale hanno dato vita alla Rete del Sud Ribelle, un coordinamento interrotto nel 2002 dai reparti speciali antiterrorismo per un’assurda accusa di cospirazione politica e associazione sovversiva finita dieci anni dopo nel nulla. Negli anni successivi, parte di queste organizzazioni hanno dato vita a un luogo di riflessione e di ricerca militante nella rete di Orizzonti meridiani: una rete di riflessione teorica sulla possibilità di costruzione di un pensiero meridionalistico in Italia con alcuni seminari e una pubblicazione[1]. L’incapacità di strutturazione su lungo periodo di queste iniziative meridionali altro non è che lo specchio di una difficoltà epistemologica a pensarsi e pensare autonomamente con uno sguardo rivolto al Sud, senza affidarsi a intellettuali, formule e pacchetti già preconfezionati in altri luoghi e territori.
Nel tempo questa incapacità è stata introiettata funzionando come un tarlo tanto caparbio da destrutturare ogni tentativo di dare forma e organizzazione ai movimenti di lotta: sebbene la tensione delle e dei militanti sia stata sempre quella di accumulare potenza e di tenere aperto il movimento tramite azioni e momenti di coagulo, consci dell’imminente riflusso della lotta, anziché immaginarsene una processualità di lungo periodo. Infatti, non siamo mai riusciti a tradurre l’iniziativa di lotta in contropotere organizzato; e questo limite storico insieme alla moltiplicazione di differenze fra le strutture politiche hanno provocato frantumazioni insanabili e incapacità depotenzianti qualsiasi politica rivoluzionaria. Repressione poliziesca e inchieste giudiziarie hanno chiuso il cerchio attorno alle forme di contropotere nei territori e quel vuoto è stato colmato, da una parte, dalle formazioni politico-criminali, e dall’altra dai partiti e dallo Stato ripristinando il discorso in un ordine già visto: assistenzialismo e clientelismo in cambio di voti e lavoro.
Nel loro racconto, le/i compagne/i venete/i fanno giustamente notare come quell’operaio sociale diventi, nella crisi e nella sconfitta politica, l’uomo della Lega. Descrizione paradigmatica che restituisce l’idea di un processo reale. Un qualcosa di simile nella sua dinamica, e differente com’è ovvio nei suoi risultati, succede a Napoli quando il movimento perde terreno e si sfalda. Quei proletari e sottoproletari napoletani che, come le avanguardie venete devono campare, si organizzano in tal senso, defluendo verso differenti scelte soggettive, tra cui quella della criminalità organizzata, che in quegli anni diventa un’industria moderna ed efficiente. Oggi quella configurazione di classe, nuova per l’epoca e perciò poco compresa dai rivoluzionari “beneducati” si mostra in tutta la sua nitida figura e trovare una metodologia di approccio, teorica ma anche pratica è un elemento centrale. Rispetto alla questione dell’operaio sociale è chiaro che vada ricostruita una riflessione finalizzata in primis alla piena comprensione di questa figura di difficile inquadramento. Lo sforzo analitico e l’iniziativa politica degli anni ‘70, in Veneto come a Milano e a Napoli, hanno avviato ma non hanno assolutamente concluso quel percorso. La sua figura è stata intercettata, incrociata; e pensare che quelle intuizioni felici, quell’iniziativa politica siano state definitive sarebbe un errore colossale. In quella fase le/i compagne/i venete/i hanno anticipato sul terreno della politica pratica quello che poi l’analisi teorica ha affrontato in seguito. Ed è vero. Com’è vero che a Napoli, dove quella figura nella sua contraddittorietà rappresenta ancor oggi l’elemento centrale della geografia sociale metropolitana, la stessa anticipazione rispetto all’analisi teorica è stata effettuata da quelle e quei militanti sorprendentemente provenienti tutti dall’area m‑l, che hanno dato vita alla stagione della rivolta partenopea. Una rivolta con connotazioni “lumpen” che ne hanno caratterizzato la vivacità, la violenza e anche gli enormi errori di prospettiva politica. Eppure è proprio questo nuovo modo di vedere la classe che ha costituito una prospettiva di rottura, che ancora oggi desta interesse, questa scostumatezza di irridere le sacre certezze della fede marxista e rendersi capaci di attraversare la realtà facendosi anche trasformare da essa.
E’ proprio così: prima che su quelle figure sociali che ancora oggi nell’affermare i propri bisogni danno la linea, più e meglio di qualsiasi politburo fuori tempo massimo, bisogna intervenire su noi stessi, sulla capacità di trasformarci per intercettarle. I CPV anticiparono quella composizione sociale nuova perché ci stavano coi piedi dentro. Lo stesso è successo a Napoli negli anni ’70, non riuscendo, però, a dare una forma anche transitoria che riuscisse a comprendere quella rivolta multiforme che emergeva dai bassifondi della città e che probabilmente era troppo ricca per essere compresa e interpretata a pieno.
Alla fine di queste note ci ritroviamo con una serie di idee e una miriade di domande, al di là delle questioni metodologiche. Che fare? Che far(n)e, di tutte queste memorie? Attraversiamo un tempo triste, distante da quelle vicende che proviamo a raccontare. Se è finito un periodo storico, però, è sempre viva e urgente la “domanda politica”. Il disfacimento del tessuto politico, ordito in una trama per tutti gli anni ‘90 e manifestatosi nella sua energia e nei suoi enormi limiti nel Marzo 2001 a Napoli e nel Luglio successivo a Genova, è completo. Un fattore determinante è stata sicuramente la dura repressione ma anche l’inadeguatezza di quell’esperienza al livello di scontro con il potere. Le energie politiche sono state poi impiegate per difenderci dai teoremi orditi contro il movimento.
Quella stagione conteneva numerose intuizioni felici ma anche l’arretratezza di strutture che erano pienamente coi piedi nel terreno sabbioso del peggiore ‘900. È da quella posizione scomoda che sono venute fuori il tatticismo esasperato, la predominanza del ceto politico rispetto all’energia che veniva da interi settori di classe coinvolti in massa per la prima volta dopo anni, e una mancanza di organizzazione che, ancora una volta, ha offerto il petto nudo di quel movimento alla falce dello Stato. I Social Forum sono morti per quello: erano diventati parlamentini dentro cui si agiva la tattica camuffata da strategia che ha annacquato il terreno della proposta politica.
La situazione attuale è direttamente figlia di quegli errori. Bisogna trovare il coraggio di dire a noi stessi che i morti sono le nostre forme organizzative, in molti casi forme ibride di stalinismo spruzzate di movimento. È defunta la vecchia ipotesi “entrista” che si è fatta strada fra ampi settori di quel movimento dopo la sconfitta producendo risultati disastrosi, annacquati dentro la brodaglia della tattica di sopravvivenza come unico orizzonte possibile.
Fuori da tutto ciò il terreno dello scontro è sempre vivo e le condizioni di lotta, che sono numerose, sono l’ambito nel quale si può scorgere “la linea”. Negli ultimi vent’anni le lotte di classe in Italia e in tutto il Sud sono proseguite fregandosene delle diatribe tra formazioni politiche. Le condizioni dello sfruttamento sono divenute sempre più insostenibili; la composizione di classe ha visto la presenza di nuove figure sociali, ancor più, impoverite e sfruttate, come le/i migranti. Mentre, ogni ambito dell’esistenza è stato sottoposto alla valorizzazione senza che legge del valore lavoro possa misurarne lo sfruttamento e dedurne tassi salariali rubati con la violenza di classe. I conflitti hanno infatti una consistenza biopolitica: risiedono al di fuori dei perimetri lavorativi, dove la storia dell’autonomia di classe ha mosso i primi passi.
Nella società e, specificamente, nello spazio urbano molto spesso non siamo presenti, chiusi nelle nostre nicchie identitarie o in un passato che non vuole passare. Talvolta ignoriamo l’esistenza di microconflittualità; altre volte, quando i conflitti affiorano, vi giungiamo in ritardo e, spesso, dopo neofascisti e/o leghisti. Ciò nondimeno, i comportamenti e le condotte dei conflitti urbani hanno un carattere ambivalente e autonomo: ossia, possono prendere diverse strade e si presentano ostili a istituzioni e partiti. Sono le condotte spurie del neoliberismo reazionario. E sono anche le tendenze da decifrare: le tendenze di cui non siamo capaci di analizzare i movimenti tellurici; diversamente dai primi operaisti, agli inizi dei ’60, al cospetto dell’emigrante meridionale e della “rude razza pagana”, fieri poi di affermare davanti alla rivolta di Piazza Statuto: “non ce l’aspettavamo, ma l’abbiamo organizzata”. Oggi, l’autonomia esiste anche senza gli autonomi, è colpa nostra se siamo in ritardo.
[1] Orizzonti meridiani (a cura di), Briganti o emigranti. Sud e movimenti fra conricerca e studi subalterni, ombre corte, Verona 2015.