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La naturalezza e l’impazienza

di Elia Rosati

 «Non sia­mo sta­ti né trop­po maoi­sti, né trop­po leninisti,

e nep­pu­re trop­po auto­no­mi, mar­xi­sti di sicuro»

Leg­ge­re il rac­con­to appas­sio­na­to di Gia­co­mo e Pie­ro Despa­li sul­la vicen­da dei Col­let­ti­vi poli­ti­ci vene­ti per il pote­re ope­ra­io è but­tar­si, direb­be Vic­tor Ser­ge, in un mare tem­pe­sto­so attra­ver­san­do le pas­sio­ni, le lot­te, le rivol­te e le scon­fit­te del gran­de scon­tro socia­le e di clas­se del­la secon­da metà degli anni Set­tan­ta.
Un testo diret­to, fran­co e a suo modo plu­ra­le, fat­to di discor­si che comin­cia­no, gira­no, acce­le­ra­no, appro­fon­di­sco­no, ral­len­ta­no appa­ren­te­men­te vagan­do, per poi esplo­de­re e col­pi­re drit­ti al pun­to; riper­cor­ren­do la sto­ria gran­dio­sa di uno dei pez­zi più vita­li, poten­ti e fami­ge­ra­ti del­la galas­sia dell’Autonomia ope­ra­ia ita­lia­na. Pagi­ne in cui teo­ria e pras­si si incar­na­no nel­la vita con­cre­ta di cen­ti­na­ia di mili­tan­ti che deci­do­no, tut­te e tut­ti gio­va­nis­si­mi, di dare bat­ta­glia assal­tan­do il cie­lo a par­ti­re da un ter­ri­to­rio, il loro, quel­la Pado­va e quel Vene­to che in mol­ti, anche a sini­stra, con­si­de­ra­va­no di con­ta­di­not­ti demo­cri­stia­ni e timo­ra­ti di Dio, del Var­da, tasi e no par­lar!
E inve­ce a par­ti­re da for­mi­da­bi­li e incal­zan­ti ten­sio­ni ribel­li e da poten­ti ipo­te­si stra­te­gi­che pro­get­tua­li (sem­pre e mania­cal­men­te da sot­to­por­re alla più rigi­da e impla­ca­bi­le veri­fi­ca nel­la pras­si) comin­cia­va una straor­di­na­ria espe­rien­za rivo­lu­zio­na­ria in cui radi­ca­men­to e radi­ca­li­tà diven­ta­no un bino­mio esplo­si­vo e inscin­di­bi­le, finen­do per impor­re un livel­lo del­lo scon­tro che a par­ti­re dal rifiu­to del lavo­ro e dal­la sod­di­sfa­zio­ne dei biso­gni, costrui­sce una «attua­li­tà di un comu­ni­smo» che «si potes­se vive­re da subi­to».
Nel dia­lo­go incal­zan­te tra Pie­ro, Gia­co­mo e Mim­mo Ser­san­te si sen­to­no e si intrec­cia­no le voci e le bio­gra­fie di tan­te e tan­ti, spes­sis­si­mo nomi­na­ti per nome, che cemen­ta­no e strut­tu­ra­no un soda­li­zio bol­sce­vi­co nel­la più nobi­le del­le acce­zio­ni, orga­niz­za­to ma sem­pre inclu­si­vo, che vive in un Nor­de­st labo­ra­to­rio di una nuo­va com­po­si­zio­ne di clas­se, in cui la gran­de fab­bri­ca non c’è, ma diven­te­rà pre­sto quel­la «dif­fu­sa» dell’«operaio socia­le».
Una nuo­va leva mili­tan­te di stu­den­ti e pro­le­ta­ri che non leg­ge Pio­ve­ne, Zan­zot­to o i clas­si­ci mar­xi­sti ane­ste­tiz­za­ti e depu­ra­ti da Edi­to­ri Riu­ni­ti, ma discu­te avi­da­men­te e in modo ere­ti­co assa­po­ran­do nel­le stra­de, nell’antifascismo mili­tan­te, nel­le ron­de nel­le fab­bri­che decen­tra­te e nel­le case del­lo stu­den­te occu­pa­te le pagi­ne di Machia­vel­li, Marx, Fanon, Cam­pa­nel­la, Fou­cault o Ange­la Davis.
Descri­ve­re cosa fos­se­ro i Col­let­ti­vi poli­ti­ci vene­ti vuol dire tene­re per for­za insie­me: un back­ground plu­ra­le, una disci­pli­na mili­tan­te ma soprat­tut­to que­sta con­ti­nua costan­te ten­sio­ne rivo­lu­zio­na­ria, di chi scri­ve sui pro­pri volan­ti­ni e rivi­ste solo quel­lo che fa e soprat­tut­to fa sem­pre quel­lo che dice, sen­za rica­de­re in slo­gan o tifo­se­rie; por­tan­do nel­la pras­si «un uso ragio­na­to del­la for­za» defla­gran­te e con­di­vi­so ma sem­pre spo­sta­to sul pia­no dell’illegalità di mas­sa nel/​a par­ti­re dal pro­prio ter­ri­to­rio a cui si impo­ne dal bas­so una «omo­ge­niz­za­zio­ne» costituente.

L’autonomia vene­ta non ha foto sto­ri­che a ricor­dar­ne gli istan­ti né luo­ghi famo­si o sim­bo­lo, nien­te can­cel­li di Mira­fio­ri o cac­cia­te di Lama, ma, nel suo ter­ri­to­rio, è ovun­que: una pre­sen­za sta­bi­le e costan­te, un con­tro­po­te­re che si respi­ra e che si avver­te dal­le sca­le del Magi­ste­ro di Pado­va agli espro­pri nei super­mer­ca­ti, dal­la cac­cia­ta del mis­si­no Covel­li ai tavo­li­ni dei bar dei pic­co­li pae­si dell’alto vicen­ti­no.
Un quo­ti­dia­no «agi­re da par­ti­to sen­za esse­re par­ti­to» che attra­ver­sa le con­trad­di­zio­ni per scom­met­te­re sul­la tra­sfor­ma­zio­ne, da «comu­ni­sti com­bat­ten­ti», rifiu­tan­do con for­za un dop­pio livel­lo (alto-bas­so, poli­ti­co-mili­ta­re), spe­ri­men­tan­do e spe­ri­men­tan­do­si con­ti­nua­men­te nei lin­guag­gi (dal set­ti­ma­na­le «Auto­no­mia» a «Radio Sher­wood»), nel­le pra­ti­che («le not­ti dei fuo­chi») e nel­la con­cre­ta bio­po­li­ti­ca mili­tan­te (dal­le «basi ros­se» ai pri­mi cen­tri socia­li).
È que­sto mix che spa­ven­ta più di tut­to la con­tro­par­te, tur­ban­do le vite e il son­no di padro­ni, poli­ziot­ti, ret­to­ri, pre­fet­ti, docen­ti uni­ver­si­ta­ri e diri­gen­ti del Pci che si affret­ta­no affan­no­sa­men­te a fab­bri­ca­re teo­re­mi nel­le stan­ze oscu­re di via Bea­to Pel­le­gri­no e nel­le bot­te­ghe del­la pro­cu­re, con l’incubo che la «pado­va­niz­za­zio­ne» del­lo scon­tro di clas­se tra­ci­mas­se.
I pro­ces­si a mez­zo stam­pa e le manet­te nell’immediato vin­se­ro è vero, gli auto­ri lo dico­no chia­ro, ma non per meri­to dei Calo­ge­ro o dei Pec­chio­li, sareb­be «fis­sa­re l’albero dimen­ti­can­do la fore­sta», ma per­ché un pez­zo del capi­ta­li­smo mon­dia­le com­ple­ta­va il suo ciclo e quel­lo che sem­bra­va «un cie­lo aper­to si sta­va inve­ce chiu­den­do». Anche se, va det­to, i Colet­ti­vi poli­ti­ci vene­ti, ingab­bia­ti dal­lo Sta­to, ave­va­no già comin­cia­to a met­te­re a tema i sape­ri, il nuclea­re e l’informatica; sen­tie­ri inter­rot­ti ripre­si più tar­di.
Ma nel­la fran­chez­za di Pie­ro e Gia­co­mo c’è anche la luci­di­tà dell’autonomia vene­ta di aver com­pre­so non solo il pro­prio esser­si spin­ti trop­po avan­ti trop­po pre­sto, ma anche le ina­de­gua­tez­ze del­la pro­pria sog­get­ti­vi­tà poli­ti­ca, met­ten­do sul piat­to nodi deci­si­vi anche nell’oggi come: la dimen­sio­ne euro­pea del­le lot­te, il limite/​forza del­la ter­ri­to­ria­li­tà , l’importanza di aggre­di­re fino in fon­do il rap­por­to tra decen­tra­men­to e sovra­ni­tà nazio­na­le, il tema dell’organizzazione e la cru­cia­le neces­si­tà teorico/​pratica di cer­ca­re quan­do ser­ve mobi­li nuo­vi e non tener­si ras­si­cu­ran­ti «case ammobiliate».

La poten­za del­le vicen­de rac­con­ta­te in que­sto libro non può lascia­re indif­fe­ren­ti, ma non c’è nes­sun gusto epi­co o auto­com­pia­ci­men­to roman­ti­co nel­la nar­ra­zio­ne, anche quan­do sareb­be giu­sti­fi­ca­to, ma Pie­ro, Gia­co­mo e Mim­mo tuf­fa­no il let­to­re nel­la sto­ria ribel­le di un ter­ri­to­rio, nel­la cor­po­rei­tà com­ples­si­va di un Nor­de­st così peri­fe­ri­co e così cen­tra­le, così ten­den­zia­le e così ano­ma­lo; come, del resto, anche i suoi auto­no­mi.
Ma que­ste pagi­ne, impre­zio­si­te anche da alcu­ne inter­vi­ste e alle­ga­ti docu­men­ta­ri, tra­smet­to­no tut­ta l’immutata fre­schez­za e la fer­rea deter­mi­na­zio­ne di una comu­ni­tà poli­ti­ca che pra­ti­ca il pro­prio esse­re mar­xia­na­men­te rivo­lu­zio­na­ria non per «pro­fes­sio­ne» ma per «voca­zio­ne», con la «natu­ra­lez­za» e «l’impazienza» di tra­sfor­ma­re lo sta­to di cose pre­sen­te per ripren­der­si il futuro.

P.s. Chi è cre­sciu­to poli­ti­ca­men­te a Pado­va negli ulti­mi quarant’anni con­ti­nua a sen­ti­re la bal­bu­zie intel­let­tua­le e l’afasia di que­gli inqui­si­to­ri, ormai anzia­ni, o dei loro gio­va­ni ere­di che con­ti­nua­no a ripe­te­re sui gior­na­li loca­li, in mode­sti libret­ti, nel­le cam­pa­gne elet­to­ra­li o finan­che in qual­che aula, come anche un pic­co­lo cor­teo di stu­den­ti licea­li sia un pro­ble­ma capi­ta­le.
Rifles­si pavlo­via­ni di un ceto poli­ti­co scon­fit­to, in una Vene­to in cui, che piac­cia o no a que­sti signo­ri, in tan­tis­si­mi anco­ra, debi­to­ri anche del­le vicen­de nar­ra­te in que­sto libro, han­no con­ti­nua­to, con­ti­nua­no e con­ti­nue­ran­no a bat­te­re (ovun­que) il loro tempo.

Scavare nel cielo aperto delle possibilità

di Vero­ni­ca Mar­chio e Giu­sep­pe Molinari

«Così la veri­fi­ca di un pen­sie­ro
va fat­ta non con il ter­re­no socia­le
che appa­ren­te­men­te lo ha
pro­dot­to, ma con quel­lo che lo ha
sopra­van­za­to: per­ché è pro­prio
que­sto che lo ha prodotto»

Que­sto libro non è per tut­ti. Non lo è per­ché si inse­ri­sce den­tro l’odierna sepa­ra­tez­za tra la com­po­si­zio­ne poli­ti­ca e quel­la socia­le. Non lo è per­ché non è un rac­con­to che vuo­le chiu­de­re una sto­ria per sacra­liz­zar­la, ma la nar­ra­zio­ne di un’esperienza in tut­ta la sua for­za, affin­ché essa ven­ga uti­liz­za­ta oggi. Non è per tut­ti per­ché espri­me una par­zia­li­tà di un pun­to di vista, por­ta­to­re di un inte­res­so spe­ci­fi­co, non di un ipo­te­ti­co inte­res­se gene­ra­le. Infi­ne, non è per tut­ti per­ché non ci par­la di esal­ta­zio­ne del­la con­tin­gen­za, né di ine­vi­ta­bi­li­tà del­la scon­fit­ta: ci dice che un mili­tan­te poli­ti­co rivo­lu­zio­na­rio sta nel pre­sen­te per costrui­re una pro­spet­ti­va, si impos­ses­sa degli ele­men­ti di for­za del pas­sa­to per ren­der­li attua­li, nel ten­ta­ti­vo di appro­fon­di­re la spac­ca­tu­ra nel cie­lo. Come ci dice Gia­co­mo, «non abbia­mo con­si­de­ra­to la nostra mili­tan­za comu­ni­sta impa­sta­ta di fughe in avan­ti e sogni uto­pi­ci, piut­to­sto un eser­ci­zio con­ti­nuo a muo­ver­si rea­li­sti­ca­men­te nel qui e nell’ora, il che abbi­so­gna­va di occhi buo­ni e cer­vel­lo fine».

Quin­di chia­ria­mo per­ché ci sem­bra uti­le e impor­tan­te pren­de­re par­te a que­sta discus­sio­ne col­let­ti­va, secon­do noi fon­da­men­ta­le, a par­ti­re dal­la nostra col­lo­ca­zio­ne sog­get­ti­va e poli­ti­ca: cosa signi­fi­ca oggi esse­re un mili­tan­te rivo­lu­zio­na­rio? Che rap­por­to dovreb­be ave­re un gio­va­ne mili­tan­te con quel­la sto­ria, con la pro­pria sto­ria? Ma soprat­tut­to, qua­li nodi il volu­me ci costrin­ge una vol­ta per tut­te a iden­ti­fi­ca­re come bari­cen­tra­li per l’attualità del­la rot­tu­ra rivoluzionaria?

Pen­sia­mo che ripro­por­re oggi quel­le pra­ti­che, quei discor­si e teo­rie, pen­san­do di recu­pe­rar­le pedis­se­qua­men­te, rischia di far­ne una reli­gio­ne che, come ci sug­ge­ri­sco­no i fra­tel­li nel libro, ha dato rispo­ste sba­glia­te a doman­de vere che ci si pone. Per­ché, lo anti­ci­pia­mo subi­to, per noi l’autonomia è l’inquietudine del­la ricer­ca dei pun­ti di for­za e la soli­tu­di­ne dell’anticipazione, non l’appagamento dell’identità, la cal­ma piat­ta del­la ripro­du­zio­ne di sé come sog­get­to indi­vi­dua­le e/​o collettivo.

Pro­via­mo allo­ra a svi­lup­pa­re alcu­ni pun­ti per far dia­lo­ga­re i temi del libro con le pro­ble­ma­ti­che che ci pone il pre­sen­te, sot­to­li­nean­do che essi sono for­te­men­te intrecciati.

Ci sem­bra in pri­mo luo­go che il nodo dell’organizzazione sia estre­ma­men­te cen­tra­le nel­la rifles­sio­ne dei fra­tel­li Despa­li, per­ché pas­sag­gio fon­da­men­ta­le del loro pro­ces­so di sog­get­ti­va­zio­ne e pro­ble­ma sem­pre aper­to, mai risol­to una vol­ta per tut­te. Pro­via­mo dun­que a defi­ni­re i con­tor­ni del­la que­stio­ne, pro­iet­tan­do­li nel pre­sen­te. C’è un pro­ble­ma d’Organizzazione, con la «o» maiu­sco­la a indi­ca­re che stia­mo par­lan­do di quel­la inter­na, pro­pria dei nuclei mili­tan­ti; c’è il pro­ble­ma dell’organizzazione del Movi­men­to, dove la «m» maiu­sco­la indi­ca una orga­niz­za­zio­ne pro­te­sa ver­so l’esterno, che rac­co­glie del­le sog­get­ti­vi­tà nel dive­ni­re del­la loro for­ma­zio­ne. La pri­ma ha il com­pi­to di orga­niz­za­re la spon­ta­nei­tà del­la secon­da, di caval­ca­re «l’onda del­la spon­ta­nei­tà asse­con­dan­do­ne poten­za e dire­zio­ne sen­za far­si tra­vol­ge­re», che vor­reb­be dire affi­dar­si allo spon­ta­nei­smo; la secon­da ha il com­pi­to di innal­za­re (qui alto e bas­so non sono inte­si in sen­so ver­ti­ci­sti­co ma per livel­li di astra­zio­ne) la spon­ta­nei­tà a orga­niz­za­zio­ne, per­ché la sog­get­ti­vi­tà non è buo­na o cat­ti­va, ma ambi­va­len­te: in paro­le pove­re un cam­po di battaglia.

Si trat­ta di due pro­ble­mi che non viag­gia­no paral­le­li ma che, sia pri­ma – con Pote­re ope­ra­io –, che dopo la nasci­ta dei Col­let­ti­vi – con l’Autonomia –, sono sem­pre sta­ti affron­ta­ti con­tro le pre­te­se ideo­lo­gi­che, iden­ti­ta­rie e di tifo­se­ria, con­tro i turi­sti e sim­pa­tiz­zan­ti del­la rivo­lu­zio­ne, por­tan­do avan­ti un atteg­gia­men­to prag­ma­ti­co ma stra­te­gi­ca­men­te orien­ta­to, col­lo­ca­to den­tro la com­po­si­zio­ne di clas­se. Ma ci torneremo.

Il pro­ces­so, allo­ra, dell’organizzazione, era carat­te­riz­za­to dal man­te­ne­re una ten­sio­ne costan­te e pro­get­tua­le del pia­no alto con la sua arti­co­la­zio­ne nel­la com­po­si­zio­ne socia­le ter­ri­to­ria­le. Quan­do Pie­ro fa rife­ri­men­to al rap­por­to tra i Col­let­ti­vi e i Grup­pi Socia­li è di que­sto che sta par­lan­do. Il mili­tan­te dell’organizzazione inter­na era pre­sen­te su tut­ti i livel­li, nes­su­na sepa­ra­tez­za tra i vari seg­men­ti, ma un’articolazione poli­ti­ca e socia­le. Sem­pre con l’attitudine di asse­con­da­re e dire­zio­na­re la poten­za, sen­za ada­giar­si sul­le pro­prie debo­lez­ze, ma inten­si­fi­can­do le pro­prie for­ze, tenen­do sem­pre insie­me il «dato com­por­ta­men­ta­le con il pro­get­to poli­ti­co». Una capa­ci­tà di sta­re den­tro il pro­prio tem­po ma con­tro di esso, sca­van­do nel cie­lo aper­to del­le possibilità.

Emer­ge poi, in modo pro­rom­pen­te, la carat­te­ri­sti­ca pecu­lia­re dell’esperienza vene­ta, che tut­ta­via indi­ca del­le piste di meto­do attua­li. La spe­ci­fi­ci­tà in que­stio­ne ci met­te di fron­te alla pra­ti­ca di un meto­do ben pre­ci­so: il radi­ca­men­to nel pro­prio ter­ri­to­rio inte­so come capa­ci­tà di leg­ge­re le ten­den­ze sog­get­ti­ve espres­se da gio­va­ni e lavo­ra­to­ri per poi pro­va­re a dire­zio­nar­le all’interno dei pro­ces­si di accu­mu­la­zio­ne e valo­riz­za­zio­ne capi­ta­li­sti­ca. La capa­ci­tà di anda­re in luo­ghi ine­splo­ra­ti, anche a par­ti­re e met­ten­do a valo­re la pro­pria col­lo­ca­zio­ne sog­get­ti­va, ma soprat­tut­to di abban­do­na­re ogni purez­za ideo­lo­gi­ca e di tra­sfor­ma­re l’elemento del­la ter­ri­to­ria­li­tà in pra­ti­che di contropotere.

Lun­gi dal voler sem­pli­ce­men­te dog­ma­tiz­za­re quel­le espe­rien­ze spe­ci­fi­che, voglia­mo inve­ce ragio­na­re, attra­ver­so esse, su alcu­ne carat­te­ri­sti­che del pre­sen­te, ad esem­pio il rap­por­to cen­tro urba­no-pro­vin­cia. Negli ulti­mi anni, all’interno del­la cri­si del­la com­po­si­zio­ne poli­ti­ca di «movi­men­to» – se con tale ter­mi­ne inten­dia­mo un simu­la­cro da tem­po dive­nu­to vuo­to –, sono pro­prio le sog­get­ti­vi­tà «di pro­vin­cia» a espri­me­re una for­te insod­di­sfa­zio­ne ver­so i vec­chi model­li poli­ti­ci del­le strut­tu­re del­le gran­di cit­tà, riu­scen­do così a incar­na­re quel biso­gno di auto­no­mia in gra­do di deter­mi­na­re la volon­tà di ripar­ti­re da nuo­ve basi. Come ripen­sa­re dun­que quel tipo di modo di sta­re nel ter­ri­to­rio sen­za rica­de­re in un mero loca­li­smo? Già nel libro sia Gia­co­mo che Pie­ro indi­vi­dua­no nell’incapacità di una gene­ra­liz­za­zio­ne del loro meto­do fuo­ri dai con­fi­ni regio­na­li uno dei limi­ti di quell’esperienza, por­ci anco­ra la stes­sa doman­da, pro­va­re a dare una for­ma alla rispo­sta, spet­ta a noi.

Un secon­do nodo di ragio­na­men­to ruo­ta attor­no al rap­por­to tra indi­vi­duo e col­let­ti­vi­tà. Il rac­con­to dei fra­tel­li Despa­li, così come il libro di Dona­to Taglia­pie­tra (L’Autonomia ope­ra­ia vicen­ti­na) che l’ha pre­ce­du­to, ter­mi­na alla fine degli anni Set­tan­ta, anti­ci­pan­do però alcu­ni nodi che emer­ge­ran­no negli anni suc­ces­si­vi. Seb­be­ne sia fon­da­men­ta­le inter­ro­gar­si sui limi­ti del ciclo di lot­te del lun­go Ses­san­tot­to, e sull’irripetibilità di quel­le espe­rien­ze, pen­sia­mo tut­ta­via che que­sto non basti: riat­tra­ver­sa­re gli anni imme­dia­ta­men­te suc­ces­si­vi è dove­ro­so, se voglia­mo trac­cia­re del­le linee di con­ti­nui­tà nel pre­sen­te. Difat­ti, irri­pe­ti­bi­li­tà di quel­le spe­ci­fi­che espe­rien­ze, non signi­fi­ca irri­pe­ti­bi­li­tà di quel meto­do col­let­ti­vo. Gli anni Ottan­ta sono sta­ti l’inizio di quel labo­ra­to­rio capi­ta­li­sti­co che si dispie­ghe­rà dopo, in cui alla repres­sio­ne espli­ci­ta del­le lot­te si è affian­ca­ta una sus­sun­zio­ne impli­ci­ta del­le sog­get­ti­vi­tà poli­ti­che: dall’autovalorizzazione alla valo­riz­za­zio­ne capi­ta­li­sti­ca, dal­la dimen­sio­ne col­let­ti­va al riti­ro nel pri­va­to dell’individuo.

Que­sti lun­ghi pro­ces­si han­no for­te­men­te impat­ta­to sul e si sono ripro­dot­ti nel pre­sen­te. La poli­ti­ca diven­ta spes­so luo­go di sod­di­sfa­zio­ne per­so­na­le e affer­ma­zio­ne egoi­sti­ca, atti­vi­tà da inse­ri­re nel pro­prio cur­ri­cu­lum, ricer­ca di rico­no­sci­men­to nel­la nic­chia sem­pre più insi­gni­fi­can­te. Quel­lo che l’esperienza vene­ta ci sug­ge­ri­sce è che il mili­tan­te col­let­ti­vo non è chi pas­sa dall’euforia del­le lot­te alla depres­sio­ne del­la scon­fit­ta, ma chi, facen­do pro­pria la rigi­di­tà del pun­to di vista, non si fa tra­sci­na­re dal­la cri­si ma la attac­ca, non vede in essa un rischio ma un’opportunità.

Le for­me del­la mili­tan­za e dell’organizzazione, allo­ra, van­no sem­pre pen­sa­te in rap­por­to al pro­prio tem­po. E que­sto ci dice anche un’altra cosa: non si può pen­sa­re di inven­ta­re una nuo­va orga­niz­za­zio­ne o un nuo­vo lin­guag­gio al di fuo­ri del­le con­tin­gen­ze sto­ri­che spe­ci­fi­che; non si può però nem­me­no spe­ra­re che dal­le con­tin­gen­ze nasce­ran­no spon­ta­nea­men­te nuo­ve for­me di con­flit­to. «Abbia­mo impa­ra­to che solo pas­san­do attra­ver­so la stret­to­ia del­la con­tin­gen­za, pos­sia­mo rag­giun­ge­re l’aperto del­la lun­ga durata».

Chi? Noi. La col­let­ti­vi­tà non è una gab­bia del­le capa­ci­tà indi­vi­dua­li, ma la libe­ra­zio­ne di que­ste capa­ci­tà per l’arricchimento col­let­ti­vo e la costru­zio­ne di esse­re den­tro la sto­ria ma anche con­tro il suo cor­so. Essa è quin­di mol­to di più del­la som­ma dei «cer­vel­li» che la com­pon­go­no, men­tre l’individuo in quan­to tale è pari a zero.

Last but not lea­st, pro­via­mo a met­te­re in fila alcu­ni ragio­na­men­ti a par­ti­re dal­le cate­go­rie di com­po­si­zio­ne di clas­se e sog­get­ti­vi­tà. Come già det­to, la capa­ci­tà dell’esperienza auto­no­ma, in par­ti­co­la­re quel­la vene­ta, era sta­ta di esplo­ra­re il non noto, di anda­re dove nes­su­no ave­va pen­sa­to di guar­da­re. La que­stio­ne gio­va­ni­le – non inte­sa in sen­so mera­men­te ana­gra­fi­co ma, sot­to­li­nea Gia­co­mo, com­bi­na­zio­ne, in quel­la fase, di for­za lavo­ro in for­ma­zio­ne ed esu­be­ran­za del­le aspet­ta­ti­ve dei gio­va­ni –, sareb­be sta­ta il vet­to­re di spin­ta del Movi­men­to del Set­tan­ta­set­te. Una nuo­va sog­get­ti­vi­tà, quel­la dell’operaio socia­le, che, nel Vene­to, i com­pa­gni e le com­pa­gne ave­va­no indi­vi­dua­to anti­ci­pa­ta­men­te. Ma que­sto pro­ces­so di indi­vi­dua­zio­ne non era sta­to per nien­te casua­le: para­fra­san­do Pie­ro, essa era avve­nu­ta attra­ver­so una vivi­se­zio­ne nel cor­po vivo, tan­to del­la com­po­si­zio­ne tec­ni­ca, quan­to di quel­la poli­ti­ca. Tut­ta­via la com­po­si­zio­ne poli­ti­ca non è ricon­du­ci­bi­le alle sole lot­te, come vie­ne sot­to­li­nea­to nel libro, il pas­sag­gio del­la poli­ti­ciz­za­zio­ne non è auto­ma­ti­co, ci sono ele­men­ti di com­pli­ca­zio­ne. Il prin­ci­pa­le di que­sti è la sog­get­ti­vi­tà: allo stes­so tem­po mez­zo, fine e risor­sa, mai sta­ti­ca ma sem­pre in dive­ni­re, mai neu­tra­le ma sem­pre con­trad­dit­to­ria. Ecco allo­ra che la ripro­du­ci­bi­li­tà di quel meto­do non solo è pos­si­bi­le, ma necessaria.

Per con­clu­de­re, ripren­den­do una del­le doman­de che veni­va­no poste nel volu­me dagli auto­ri, per­ché guar­da­re oggi alla sto­ria dei Col­let­ti­vi poli­ti­ci vene­ti? Pro­via­mo ad abboz­za­re una rispo­sta: per ripro­por­re quel­lo sguar­do di par­te sul­la poli­ti­ci­tà intrin­se­ca dei com­por­ta­men­ti socia­li, per dar­le una con­tro-dire­zio­ne. Per trac­cia­re del­le linee di con­ti­nui­tà di meto­do anche oggi, quan­do sem­bra che nul­la si muo­va. Per­ché inse­gui­re i pro­ces­si una vol­ta che si sono dispie­ga­ti signi­fi­ca codi­smo, e tut­ti ne sono capa­ci; men­tre avan­guar­dia signi­fi­ca vede­re la pos­si­bi­li­tà dove tut­to sem­bra cal­mo o già scrit­to. Esse­re insie­me nell’anticipazione, non iso­la­ti nel­la marginalità.

Una risposta ai recensori

di Mim­mo Ser­san­te, Gia­co­mo Despa­li, Pie­ro Despali

Mim­mo: Due paro­le, intan­to, come cura­to­re del libro pri­ma di lascia­re la paro­la a Pie­ro e Gia­co­mo. In diver­gen­te accor­do con i due, come è acca­du­to per tut­to il tem­po del­la sua ste­su­ra. Sarà per il nome dal for­te sapo­re gre­co scel­to da Ser­gio e dai due auto­ri per il blog che ha ospi­ta­to gli inter­ven­ti che mi vie­ne in men­te il Sim­po­sio di Pla­to­ne. L’abbiamo in men­te? Mol­ti i com­men­sa­li e tut­ti uomi­ni di valo­re, come dice Socra­te, con pro­spet­ti­ve diver­se secon­do l’originalità di ognu­no ma lega­ti da un’esperienza comu­ne. Nel nostro caso, quel­la col­le­ga­ta a una poli­ti­ca di libe­ra­zio­ne che ha il nome di comu­ni­smo. Ser­gio ha appron­ta­to il ban­chet­to offren­do per cibo e bevan­da il nostro libro da gusta­re “secon­do il pia­ce­re” e ha distri­bui­to l’invito a par­te­ci­par­vi con la sola rego­la di infar­ci­re l’intrattenimento con discor­si, come nel dia­lo­go il buon Euris­si­ma­co chie­de ai suoi ami­ci. Al riguar­do, nes­su­na dia­tri­ba sopra le righe ma, nel­lo sti­le del dia­lo­go pla­to­ni­co, una lun­ga con­ver­sa­zio­ne come si addi­ce a “spi­ri­ti eccel­len­ti”. Cer­to, qual­cu­no ha pen­sa­to di agghin­dar­si come Socra­te e far­si bel­lo ma nes­su­no se l’è sen­ti­to di calar­si nei pan­ni di Dio­ti­ma e schiu­de­re i segre­ti ulti­mi. È giu­sto che anch’io resti fede­le a que­sto sti­le.
Intan­to, come è sta­to let­to que­sto libro? Quan­ti han­no rispo­sto all’invito, cos’hanno pen­sa­to di ave­re tra le mani? Una sem­pli­ce memo­ria? Un rac­con­to sto­ri­co? Un sag­gio poli­ti­co? Per­ché, inve­ce, non anche tut­te e tre le cose insie­me, vale a dire un sag­gio sto­ri­co che vuo­le esse­re anche poli­ti­co e la cui veste è quel­la del rac­con­to?
Cer­ta­men­te chi è inter­ve­nu­to, lo ha fat­to per via del­la sua inti­mi­tà diret­ta e indi­ret­ta con la sto­ria ivi rac­con­ta­ta: per­ché ha abi­ta­to quel mon­do e per­ché, per que­stio­ni pura­men­te ana­gra­fi­che, ne ha una cono­scen­za media­ta, pre­su­mo, dal rap­por­to con­flit­tua­le col suo mon­do oggi. I pri­mi han­no sfo­glia­to un album di fami­glia, i secon­di han­no rico­no­sciu­to la voci­na sus­sur­rar­gli all’orecchio: è di te che par­la que­sta favo­la.
Que­sta pros­si­mi­tà alla sto­ria che for­ma l’oggetto del rac­con­to acco­mu­na gli uni e gli altri sic­ché Moro­ni può tran­quil­la­men­te soste­ne­re che esso ha di mira la sto­ria e non la nar­ra­zio­ne. Vero per metà e anche in que­sto caso non è det­to che sia un bene. Lo sot­to­li­nea in modo chia­ro Mon­te­fu­sco nel suo inter­ven­to quan­do dice che l’attenzione esclu­si­va alla sto­ria rispet­to al rac­con­to tra­di­sce “il biso­gno di giu­sti­fi­ca­re l’affidabilità e la veri­di­ci­tà del libro” che resta pur sem­pre una “sto­ria a tut­ti gli effet­ti”. Così la sto­ria del pro­get­to dell’autonomia pado­va­na e del­le sue arti­co­la­zio­ni vene­ta e friu­la­na come rac­con­to auto­bio­gra­fi­co neces­si­te­reb­be per qual­cu­no (Negri) di una veri­fi­ca sul cam­po: fini­sce, que­sta sto­ria, nell’80, come dico­no Pie­ro e Gia­co­mo? No, va avan­ti per altri 10 anni… Comin­cia dopo Roso­li­na? No, per­ché la sua gesta­zio­ne par­te da più lon­ta­no, dal ’60. E via di que­sto pas­so. Que­sta idea del­la sto­ria come un con­ti­nuum linea­re che pro­ce­de secon­do un pri­ma e un dopo affio­ra sot­to trac­cia in più di un inter­ven­to nel men­tre la sto­ria rac­con­ta­ta dai due fra­tel­li ha un suo pre­ci­so ini­zio, il ’73. Non c’è un pri­ma come non c’è un dopo l’11 mar­zo dell’ ’80 e qui le ragio­ni del­la for­ma rac­con­to non c’entrano affat­to. Sem­pli­ce­men­te quel pri­ma e quel dopo non sono affa­re di chi rac­con­ta. Il tem­po dei Col­let­ti­vi è quel­lo tra­scor­so tra que­ste due date. Pun­to. Lo dice mol­to chia­ra­men­te Pie­ro quan­do accen­na alla «kata­stro­phé», ter­mi­ne del­la tra­ge­dia gre­ca che indi­ca let­te­ral­men­te la con­clu­sio­ne di un per­cor­so, il com­pier­si di un pro­ces­so, la fine di qual­co­sa. Ma anche l’inizio, che coin­ci­de con la fine di Pote­re ope­ra­io a Roso­li­na, è sta­to vis­su­to come una «kata­stro­phé» da entram­bi i fra­tel­li.
“Per ogni agi­re ci vuo­le oblio”, dice­va Nie­tzsche, per­ché di trop­pa sto­ria si può anche mori­re. Se per gli anni Set­tan­ta l’esperimento ten­ta­to dai gio­va­ni comu­ni­sti dei col­let­ti­vi vene­ti mi ricor­da il gene­ro­so assal­to al cie­lo ten­ta­to dal sar­to di Ulm nell’apologo di Bre­cht, i ‘gio­va­ni rivo­lu­zio­na­ri’ di oggi che ardi­sco­no vola­re con gli stes­si arne­si di ieri rischia­no di ripro­por­re la ver­sio­ne far­se­sca di quel­la tra­ge­dia. Non sto cri­ti­can­do chi ha cer­ca­to nel nostro libro le ragio­ni di una mili­tan­za per l’oggi ma chi pen­sa che quel­la mili­tan­za sia ripro­po­ni­bi­le, sic et sim­pli­ci­ter, al tem­po del coro­na virus. Pure il rac­con­to invi­ta­va il suo let­to­re a cer­ca­re un’altra gram­ma­ti­ca per l’apprendimento di un’altra lin­gua.
Ma se i nostri recen­so­ri aves­se­ro opta­to per il rac­con­to rispet­to alla sto­ria, sareb­be cam­bia­to qual­co­sa? Secon­do Mon­te­fu­sco, no per­ché il “rac­con­to, per di più auto­bio­gra­fi­co, come tale non si può pre­ten­de­re che sia sul­lo stes­so pia­no del­la sto­ria obiet­ti­va” per cui anche in que­sto caso “si rischia l’irrilevanza del rac­con­to come sto­ria”. Cer­ta­men­te più coin­vol­gen­te il rac­con­to nel suo far­si e più sti­mo­lan­te per chi si vuo­le lec­tor in fabu­la, sem­pre alla ricer­ca del pia­ce­re del­la let­tu­ra e, per que­sto moti­vo, imma­gi­nia­mo anche più sen­si­bi­le a cer­te sot­ti­gliez­ze e sfu­ma­tu­re del­la scrit­tu­ra (Colel­la e Rosa­ti). Oppu­re, occa­sio­ne per un viag­gio nel­la memo­ria, “per par­la­re d’altro, di qual­co­sa […] di più inti­mo, di medi­ta­ta­men­te sin­ce­ro, alme­no quan­to mi sono par­si i diver­si auto­ri di que­sto libro”: imma­gi­ni-fram­men­to di una mili­tan­za tan­to vici­na quan­to lon­ta­na da quel­la dei Col­let­ti­vi (Romi­tel­li).
Due approc­ci dif­fe­ren­ti da met­te­re “in nes­so, sen­za fon­der­le” (Mon­te­fu­sco). Se non è sta­to fat­to, è per­ché i nostri con­vi­ta­ti sono tut­ti let­to­ri di un cer­to tipo, con un pas­sa­to e un pre­sen­te di mili­tan­za radi­ca­le, sospet­to­si, a pro­po­si­to degli anni Set­tan­ta, del­la let­tu­ra pro­pi­na­ta­ci fin qui. Avvez­zi a guar­da­re le cose dal loro lato nasco­sto, il nostro libro ha per­mes­so loro di illu­mi­na­re the dark side of the Moon, di coglie­re, di quel decen­nio, più di un aspet­to ine­di­to, cia­scu­no a secon­da del pro­prio vis­su­to e del­la pro­pria curio­si­tà e sen­si­bi­li­tà.
Li elen­co con un cer­to ordi­ne: l’operaio socia­le e l’uomo del­la lega (Bet­tin); la sog­get­ti­vi­tà rivo­lu­zio­na­ria e l’elogio del­la mili­tan­za (Rog­ge­ro); il ter­ri­to­rio e l’organizzazione rivo­lu­zio­na­ria, oggi (De Pie­ri); il tem­po del­la poli­ti­ca (Negri) e la dis­so­cia­zio­ne (Negri e Funa­ro). E a segui­re: alcu­ne pun­tua­liz­za­zio­ni cir­ca la sto­ria dell’Autonomia, con la maiu­sco­la (Moro­ni), con la minu­sco­la (Bat­ti­stut­ta); sul rifor­mi­smo come pro­dot­to del­le lot­te di que­gli anni: abor­to, con­sul­to­ri fami­lia­ri, medi­ci­na del lavo­ro, rifor­ma sani­ta­ria e psi­chia­tri­ca (Caval­li­ni); due digres­sio­ni, sull’Autonomia meri­dio­na­le (Cami­ni­ti) e sul capi­ta­li­smo ‘cat­ti­vo’ (Laz­za­ra­to). Infi­ne gli inter­ven­ti di Zani­ni, Page, Firou­zi Tabar e Marchio/​Molinari, il pri­mo a soste­ne­re che dal­la sto­ria dei Col­let­ti­vi non si può trar­re nes­su­na indi­ca­zio­ne per il futu­ro, solo la rimem­bran­za di “un’età del­la vita, […] una gal­le­ria di vol­ti, luo­ghi, imma­gi­ni”; gli altri, che il libro inve­ce è uti­le per­ché offre al gio­va­ne mili­tan­te una genea­lo­gia ine­di­ta in cui rico­no­scer­si e, al con­tem­po, una stru­men­ta­zio­ne neces­sa­ria per ri-orien­ta­re la sua pra­ti­ca. Per chiu­de­re, due paro­le sul con­tri­bu­to di Calia. Nel dia­lo­go pla­to­ni­co non avreb­be tro­va­to posto. La com­bric­co­la di Socra­te l’avrebbe trat­ta­to peg­gio del flau­ti­sta, cac­cia­to in malo modo per inde­bi­ta intru­sio­ne. Figu­ria­mo­ci un dise­gna­to­re di fumet­ti, brut­ta copia di quel pit­to­re che la cit­tà con­dan­na all’ignominia per con­traf­fa­zio­ne e fal­so! Sei vignet­te e voi­là, squa­der­na­to l’essenziale del libro! Altri han­no fat­to di meglio?
Dun­que un dia­lo­go a più voci, anche con­trap­po­ste, quel­lo offer­to­ci da Prag­ma, un dia­lo­go per nul­la estem­po­ra­neo o este­rio­re gra­zie al comu­ne sen­ti­re di cui si dice­va e di cui sono spie talu­ne paro­le che il libro ave­va cer­ca­to di resti­tui­re alla veri­tà. Bach­tin le clas­si­fi­che­reb­be come vive per­ché vis­su­te con inten­si­tà. Evi­den­te­men­te nel­la per­ce­zio­ne dei nostri com­men­sa­li que­ste paro­le con­ser­va­no anco­ra la memo­ria del loro uso.

Gia­co­mo: Non un abbe­ce­da­rio ma la ripre­sa, attra­ver­so due-tre paro­le, di alcu­ni moti­vi che ritor­na­no in manie­ra insi­sten­te negli inter­ven­ti ospi­ta­ti da Prag­ma. Anche per rimet­te­re le cose al loro posto.
Cos’è sta­ta la dis­so­cia­zio­ne? Beh, nel libro sia­mo sta­ti intel­let­tual­men­te one­sti nel col­lo­car­la cro­no­lo­gi­ca­men­te ai pri­mis­si­mi anni Ottan­ta come feno­me­no lega­to alla car­ce­ra­zio­ne. Sto pen­san­do ovvia­men­te ai com­pa­gni più gio­va­ni per­ché pos­sa­no far­si un’idea di cosa si sta par­lan­do. In pro­po­si­to, per par­ti­re col pie­de giu­sto, dob­bia­mo tene­re a men­te la situa­zio­ne del­la cosid­det­ta Auto­no­mia orga­niz­za­ta a ridos­so del 7 apri­le ’79 ricor­dan­do in par­ti­co­la­re la fram­men­ta­zio­ne di quell’area resa ancor più esa­spe­ra­ta dal fal­li­men­to del pro­get­to di par­ti­to, con i vari spez­zo­ni a inse­gui­re un dise­gno di ege­mo­nia in pro­prio. Da libe­ri dun­que non era­va­mo riu­sci­ti a crea­re un pro­ces­so uni­ta­rio per cui entria­mo in car­ce­re già spar­pa­glia­ti. Sba­glia chi divi­de la dis­so­cia­zio­ne, in quan­to feno­me­no di quei pri­mis­si­mi anni, in giu­di­zia­ria e poli­ti­ca; per gli incar­ce­ra­ti di allo­ra era­no la stes­sa cosa e que­sta cosa nasce nell’82, non nel ’78 dopo l’uccisione di Aldo Moro da par­te del­le Br. Nel­la nar­ra­ti­va suc­ces­si­va, il com­pro­mes­so sto­ri­co inse­gui­to da Moro e Ber­lin­guer sareb­be sal­ta­to per col­pa di «Mario Moret­ti», qui assur­to a ran­go di con­cet­to così come è acca­du­to nell’altra nar­ra­zio­ne, spe­cu­la­re alla pri­ma, che vuo­le lo stes­so «Mario Moret­ti» cau­sa del 7 apri­le. Nar­ra­zio­ni linea­ri che non spie­ga­no gran­ché. Tor­no a ripe­te­re che la dis­so­cia­zio­ne poli­ti­ca non nasce nel ’78. Nel ’78 – e nel libro lo spie­ghia­mo bene – c’è sta­ta inve­ce la nostra bat­ta­glia con­tro quel­la linea com­bat­ten­ti­sta, una bat­ta­glia poli­ti­ca che non può esse­re con­fu­sa con la cosid­det­ta dis­so­cia­zio­ne poli­ti­ca. Un’altra cosa è quel­lo che avvie­ne in car­ce­re quat­tro anni dopo. A pro­muo­ver­la sono i dete­nu­ti con moti­va­zio­ni, così si pen­sa­va all’inizio, com­pren­si­bi­li e tut­te lega­te alla con­tin­gen­za car­ce­ra­ria. Si pote­va non esse­re d’accordo ma la mos­sa appa­ri­va in sé finan­che giu­sti­fi­ca­ta. Di altro teno­re inve­ce le moti­va­zio­ni addot­te dai suoi diret­ti pro­mo­to­ri, enun­cia­te nel docu­men­to dal tito­lo emble­ma­ti­co Elo­gio dell’assenza di memo­ria dell’81 («Metro­po­li», n. 5, 1981)che spie­ga bene la posi­zio­ne dei com­pa­gni che daran­no vita all’ area omo­ge­nea di Rebib­bia. Vi si dice che “l’unica memo­ria è quel­la dei padro­ni”, che “solo la nega­zio­ne del­la memo­ria ci ren­de l’orizzonte del­la vita”, che “la man­can­za di memo­ria è per il pro­le­ta­ria­to metro­po­li­ta­no una poten­za rivo­lu­zio­na­ria, che “vi è chi insi­ste sul fat­to che biso­gne­reb­be pro­dur­re una memo­ria inter­na al movi­men­to, una memo­ria di que­sti ulti­mi anni. È ridi­co­lo”, che “poi rico­min­ce­re­mo a rico­strui­re gli oriz­zon­ti alter­na­ti­vi del ricor­do”, etc. Qual era dun­que la memo­ria da cui dove­va­mo libe­rar­ci? Se non era quel­la dei giu­di­ci, che non ci riguar­da­va, resta­va solo la nostra, la stes­sa di cui abbia­mo par­la­to in sede pro­ces­sua­le con una memo­ria difen­si­va ad hoc,«Io ricor­do», scrit­to con­tro la ver­sio­ne for­ni­ta ai Pm dai pen­ti­ti, ma anche con­tro quell’invito a can­cel­la­re la nostra, di memo­ria, per­ché “il pro­ces­so 7 apri­le non va impo­sta­to come riven­di­ca­zio­ne di un pas­sa­to, ma va con­ce­pi­to come pre­sa­gio e dimo­stra­zio­ne di una nuo­va isti­tu­zio­na­li­tà pro­le­ta­ria, del­la sua real­tà” (???).
La posi­zio­ne dei com­pa­gni dete­nu­ti dei Col­let­ti­vi poli­ti­ci vene­ti per il pote­re ope­ra­io non era set­ta­ria né ideo­lo­gi­ca; più sem­pli­ce­men­te era sta­ta pen­sa­ta per difen­de­re la nostra sto­ria di comu­ni­sti per­ché, ne sono anco­ra con­vin­to, un comu­ni­sta non può vive­re fuo­ri dal­la memo­ria del­le lot­te pre­sen­ti e pas­sa­te dal­le qua­li impa­ra attra­ver­so la cri­ti­ca e l’autocritica. Se can­cel­la quel­la memo­ria, gli reste­rà in mano il nien­te. Non pos­so­no pre­scin­der­ne nep­pu­re gli “oriz­zon­ti alter­na­ti­vi del ricor­do”, chec­ché ne dica qual­cu­no. L’operazione «Prag­ma» è qui a dimo­strar­lo. Ana­liz­zi quei ricor­di, rile­vi ciò che era anda­to bene, riflet­ti sul per­ché altre cose sono anda­te male, sem­pre uti­liz­zan­do la cri­ti­ca e l’autocritica sen­za le qua­li la memo­ria è ste­ri­le. Ma è bene pre­ci­sa­re in pro­po­si­to che entram­be spet­ta­no al mili­tan­te, non all’intellettuale; è il mili­tan­te rivo­lu­zio­na­rio che se ne ser­ve per­ché è il solo che può riflet­te­re sul­le cose che lui ha fat­to, non altri. È sta­to il nostro meto­do allo­ra, lo stes­so che io e Pie­ro abbia­mo uti­liz­za­to per il nostro rac­con­to. Quan­ti han­no avu­to lo stes­so ardi­re? Mi rife­ri­sco agli ex mili­tan­ti di altri spez­zo­ni dell’Autonomia che avreb­be­ro potu­to negli ulti­mi quarant’anni, essi sì, rico­strui­re “oriz­zon­ti alter­na­ti­vi” del ricor­do uti­liz­zan­do però, non solo l’arma del­la cri­ti­ca, ma quel­la ben più dif­fi­ci­le dell’autocritica. Que­sta pra­ti­ca è, per chi scri­ve, alla base del suo esse­re nel mon­do, la sostan­za del­la sua eti­ca: riflet­te­re su ciò che hai fat­to sog­get­ti­va­men­te e col­let­ti­va­men­te, cer­can­do soprat­tut­to di impa­ra­re dagli erro­ri. Ecco, il rifiu­to del­la dis­so­cia­zio­ne, la dife­sa del­la nostra memo­ria, la cri­ti­ca e l’autocritica, in una paro­la quel­la che insi­sto a chia­ma­re con un’espressione for­se desue­ta ‘eti­ca comu­ni­sta’, han­no segna­to lo sta­tus di pri­gio­nie­ri poli­ti­ci dei mili­tan­ti dei Col­let­ti­vi poli­ti­ci vene­ti. Una posi­zio­ne in veri­tà mino­ri­ta­ria den­tro le car­ce­ri, come rac­con­tia­mo nel libro. Ma vor­rei sof­fer­mar­mi su un ulti­mo pun­to che for­se spie­ga più di mil­le e mil­le paro­le quan­to det­to sull’etica comu­ni­sta e su tut­to il resto. Mi rife­ri­sco al noto afo­ri­sma gram­scia­no «pes­si­mi­smo del­la ragio­ne, otti­mi­smo del­la volon­tà», tira­to in bal­lo anche recen­te­men­te. Se lo ribal­ti, è per affer­ma­re che l’agire è solo “tat­ti­ca pru­den­te”, che la for­za non è appan­nag­gio del­la volon­tà di fare e agi­re ma è solo del­la ragio­ne. Il che ti per­met­te di non fare i con­ti con il tuo esse­re mili­tan­te, con quel­lo che tu hai fat­to e di cui sei sta­to respon­sa­bi­le in un par­ti­co­la­re fran­gen­te, che so, del pro­get­to poli­ti­co pro­mos­so assie­me ad altri com­pa­gni nel tuo ter­ri­to­rio, dove vive­vi e face­vi poli­ti­ca. Così è acca­du­to che altri com­pa­gni di altri spez­zo­ni dell’Autonomia han­no segui­to una linea di con­dot­ta impron­ta­ta a un cini­co tat­ti­ci­smo impe­den­do­si di fare i con­ti con la pro­pria mili­tan­za. Quan­do cre­di che il tuo agi­re sia solo tat­ti­ca da cam­bia­re sen­za tan­ti pro­ble­mi a secon­da del momen­to e del­la cir­co­stan­za, il risul­ta­to non può che esse­re quel­lo. Inve­ce l’«etica comu­ni­sta», e poi l’esercizio con­ti­nuo del­la cri­ti­ca e dell’autocritica, obbli­ga­no il mili­tan­te a fare i con­ti con quel­lo che lui ha fat­to ed è sta­to, ad assu­mer­si per­ciò le sue respon­sa­bi­li­tà sen­za sca­ri­car­le su altri o su altro. Il vero con­flit­to tra l’etico e il poli­ti­co è tut­to qui, e non c’è biso­gno per capir­lo di Spi­no­za o di Witt­gen­stein.
E l’ottimismo del­la ragio­ne? Dubi­to for­te­men­te che pos­sa evi­tar­ci l’approdo a un mon­do idea­le e uto­pi­co. Piut­to­sto favo­rir­lo. La nostra cri­ti­ca in veri­tà l’abbiamo espres­sa par­lan­do nel­la Con­clu­sio­ne del libro dell’ucronia di sini­stra. Nes­su­no degli inter­ve­nu­ti nel dibat­ti­to ha pen­sa­to di ripren­der­la for­se per­ché non è sta­ta capi­ta o for­se per­ché rite­nu­ta una mera diva­ga­zio­ne let­te­ra­ria. A pag. 152 del libro dicia­mo: “Ma lo stes­so vale per l’utopia ucro­ni­ca – l’utopia pro­iet­ta­ta nel tem­po – dichia­ra­ta­men­te di sini­stra, voglio­sa di rap­pre­sen­ta­re, anch’essa, uni­ver­si ipo­te­ti­ci e impos­si­bi­li”, etc. etc. Per offri­re al gio­va­ne let­to­re uno spun­to di rifles­sio­ne sul tema, vor­rei accen­na­re bre­ve­men­te alla vicen­da Pao­lo di Tar­so, l’inventore del cri­stia­ne­si­mo. Cosa fa il nostro Pao­lo? A un cer­to pun­to del­la sua vita rom­pe con la reli­gio­ne dei padri offren­do ai pri­mi cri­stia­ni (un ter­mi­ne che non tro­vi però nel­le sue «Let­te­re») un rac­con­to affat­to biz­zar­ro: Gesù, il Cri­sto, è mor­to ed è anche risor­to e tor­ne­rà a bre­ve per redi­me­re tut­ta l’umanità. Non ci saran­no più ric­chi e pove­ri ma tut­ti, una vol­ta reden­ti, saran­no feli­ci nell’eguaglianza più tota­le. No, feli­ci è poco, piut­to­sto… bea­ti nel­la con­tem­pla­zio­ne del nuo­vo Dio. Pao­lo non ragio­na­va da mar­xi­sta per cui mise­ria e sfrut­ta­men­to rap­pre­sen­ta­va­no ai suoi occhi una con­di­zio­ne esi­sten­zia­le ine­li­mi­na­bi­le che solo il ritor­no del Cri­sto avreb­be rimos­so. Per la paru­sia non indi­ca­va una data. For­se anche pre­sto, chis­sà. Intan­to l’invito ai suoi era di ave­re fede e di spe­ra­re. Ma come con­ti­nua­re ad ali­men­ta­re nel tem­po fede e spe­ran­za, impe­di­re il loro – altri­men­ti ine­vi­ta­bi­le – ina­ri­di­men­to? Se que­sta nar­ra­zio­ne pao­li­na ha avu­to suc­ces­so, è per­ché fin da subi­to è sta­ta sup­por­ta­ta dal­la Chie­sa, un costrut­to mate­ria­le e cul­tu­ra­le enor­me, affat­to razio­na­le che, sola, ha garan­ti­to che l’avvenire del­la nuo­va reli­gio­ne si svol­ges­se nel segno del­la poten­za. Vol­gen­do­ci al suo pas­sa­to, ci accor­gia­mo quan­to poco abbia con­ta­to nel suo fare la cari­tà, del­le tre vir­tù teo­lo­ga­li la più impor­tan­te. Anche in que­sto caso, un agi­re all’insegna del­la sola tat­ti­ca, sen­za che mai un cen­no di auto­cri­ti­ca si levas­se per cor­reg­ge­re la rot­ta. Il per­ché lo tro­vo nel­la stes­sa visio­ne esca­to­lo­gi­ca del­la paru­sia: al di là di quel­lo che hai fat­to e stai facen­do, quel­lo che con­ta è l’attesa di ciò che ver­rà, per­ché pri­ma o poi ver­rà. Una cer­tez­za che sola­men­te l’ottimismo del­la ragio­ne può garan­ti­re. Dimen­ti­can­do, come scri­via­mo nel libro, che “il mon­do è ciò che è, è così com’è”, con­tin­gen­te e pre­ca­rio, da affron­ta­re con l’azione. È solo con que­sto svi­li­men­to del pre­sen­te e quel­la rimo­zio­ne del pas­sa­to che l’avvenire si gua­da­gna “il segno del­la poten­za”, non altri­men­ti.
Per con­clu­de­re e lascia­re la paro­la a Pie­ro, avan­zo il sospet­to che assen­za di memo­ria, dis­so­cia­zio­ne e ribal­ta­men­to dell’aforisma gram­scia­no abbia­no qual­co­sa a che fare con una cer­ta idea di sto­ria come con­ti­nuum linea­re nono­stan­te l’insistenza sul­la discon­ti­nui­tà. Leg­go Lenin di «Un pas­so avan­ti e due indie­tro» e capi­sco di cosa si par­la ma il filo­so­fo cosa inten­de per discon­ti­nui­tà? Vor­rei tan­to capir­lo. Con Lenin so dove cer­car­la: nel­la pra­ti­ca dell’agire poli­ti­co, più esat­ta­men­te nel­la tat­ti­ca pen­sa­ta di vol­ta in vol­ta in fun­zio­ne di un deter­mi­na­to momen­to. Dove la volon­tà è di casa. Alla ragio­ne, inve­ce, lo sguar­do oltre, lo sguar­do lun­go del­la stra­te­gia, lo stes­so che lo sto­ri­co di pro­fes­sio­ne con­di­vi­de con il filo­so­fo del­la sto­ria. Per que­sto è raro che i due per­so­nag­gi – inten­do il mili­tan­te comu­ni­sta e il filo­so­fo – pos­sa­no incon­trar­si nel­la stes­sa per­so­na. Per quan­to io sap­pia, è acca­du­to una sola vol­ta con Marx, for­se con Lenin e Mao. Per tor­na­re a noi, solo il mili­tan­te sa cos’è la discon­ti­nui­tà sto­ri­ca aven­do­la vis­su­ta di per­so­na. Cosa ho fat­to negli anni Set­tan­ta? E poi negli anni Ottan­ta? Infi­ne, negli anni Novanta?

Pie­ro: Già, cosa ho fat­to all’indomani dell’11 mar­zo ’80 dopo qua­si un anno di lati­tan­za. Non è tema del nostro libro e se ne par­lo è per­ché altri l’hanno sol­le­va­to in «Prag­ma», con­vin­ti del­la con­ti­nui­tà del­la sto­ria dei Col­let­ti­vi dopo la fine degli anni Set­tan­ta. Con­ti­nui­tà piut­to­sto che discon­ti­nui­tà, come riven­di­ca­to inve­ce da chi scri­ve. È sul sen­so che attri­bui­sco a que­sta paro­la che vor­rei inter­ve­ni­re, aven­do vis­su­to quel pri­ma e quel dopo per l’appunto da mili­tan­te.
Mai pri­ma di allo­ra un’assunzione di respon­sa­bi­li­tà era sta­ta così per­so­na­le. Inten­do per tut­ti noi dei Col­let­ti­vi, si fos­se in car­ce­re, in esi­lio, nel­la lati­tan­za o a pie­de libe­ro. Ho in men­te la fra­se di Celi­ne scel­ta da Sar­tre come eser­go del suo roman­zo «La nau­sea»: È un gio­va­ne sen­za impor­tan­za col­let­ti­va, è sol­tan­to un indi­vi­duo. Quan­ti di noi, allo­ra, si sono tro­va­ti in que­sta con­di­zio­ne? Discon­ti­nui­tà dun­que, ma anche con­ti­nui­tà per­ché non puoi cre­de­re di libe­rar­ti d’un sol col­po del tuo pas­sa­to più recen­te, soprat­tut­to se non l’hai vis­su­to male. È faci­le disqui­si­re di assen­za di memo­ria, cele­brar­ne l’elogio. Ma quan­do? Anche in pre­sen­za del­la gene­ra­zio­ne diret­ta­men­te coin­vol­ta? Suv­via! Una con­ti­nui­tà, que­sta, che ha segna­to in modo inde­le­bi­le la sto­ria di ognu­no di noi, in par­ti­co­la­re di chi non ha volu­to arren­der­si alla nuo­va situa­zio­ne. Ecco­me se il por­ta­to di memo­ria e di espe­rien­za sog­get­ti­va ha avu­to il suo peso! Sì, una scia­lup­pa di sal­va­tag­gio in un mare in bur­ra­sca e una bus­so­la per orien­tar­si. Tra alti e bas­si que­sta mia navi­ga­zio­ne è dura­ta qual­che anno e solo alla fine del decen­nio ho intra­vi­sto un por­to sicu­ro.
Per il filo­so­fo è diver­so. Nel suo caso a con­ta­re è solo lo sti­le del pen­sie­ro: un rac­con­to, il suo, ispi­ra­to alla coe­ren­za, in cui ogni capi­to­lo si col­le­ga al capi­to­lo che lo pre­ce­de e pre­pa­ra quel­lo che segue, secon­do un ordi­ne e una logi­ca che non ammet­to­no smen­ti­te. E in cui gli atto­ri rea­li cedo­no il posto a cate­go­rie astrat­te gra­zie alla scar­ni­tu­ra del loro vis­su­to; scom­pa­re l’autocritica e con l’autocritica gli erro­ri e le cadu­te che sono il sale del­la vita del mili­tan­te comu­ni­sta. La tes­si­tu­ra del filo­so­fo è quel­la di una tra­ma sen­za strap­pi e que­sto è il moti­vo per cui ha sem­pre ragio­ne.
Inve­ce, no. Voglio dir­lo con for­za: la nostra sto­ria poli­ti­ca, come tut­te le sto­rie poli­ti­che di que­sto mon­do, ha avu­to i suoi tem­pi ed è sta­ta deter­mi­na­ta dai sog­get­ti e dal­le intel­li­gen­ze in cam­po. In par­ti­co­la­re, il nostro pro­get­to di radi­ca­men­to ter­ri­to­ria­le e le scel­te di vol­ta in vol­ta ope­ra­te non era­no astra­zio­ni né sono sta­te det­ta­te da una ragio­ne che di sop­piat­to deci­de­va per noi. Nes­su­na astu­zia del­la ragio­ne al lavo­ro ma pen­sie­ro e agi­re con­cre­ti ad ope­ra dei sog­get­ti con­cre­ti che noi era­va­mo. Lo stes­so dica­si per l’operaio socia­le che non era un con­cet­to astrat­to ma quell’operaio e quell’operaia al lavo­ro nel­la fab­bri­ca dif­fu­sa del nostro ter­ri­to­rio. Quel­la cosa lì e non la sua astra­zio­ne cate­go­ria­le la cui sto­ria appar­tie­ne a un altro ordi­ne di discor­so.
Che signi­fi­ca­to, dun­que, attri­bui­re alle due date di ini­zio e di fine fis­sa­te per il nostro rac­con­to? Cer­ta­men­te quel­lo di esclu­de­re per la nostra sto­ria del nostro rac­con­to un pri­ma e un dopo e quin­di tut­ta la serie di pas­sag­gi da riat­tra­ver­sa­re in liber­tà nei due sen­si: dal­la fab­bri­ca al socia­le, dall’operaio mas­sa alla mol­ti­tu­di­ne pas­san­do per l’operaio socia­le, sen­za dimen­ti­ca­re la sto­ria del­le lot­te, Piaz­za Sta­tu­to e Cor­so Tra­ia­no, Geno­va di Bol­za­ne­to etc. etc. Ma anche la nostra con­vin­zio­ne che quel decen­nio, stac­ca­to da tut­to il resto, potreb­be esse­re di una qual­che uti­li­tà per il nostro gio­va­ne let­to­re. Più di quan­to pos­sa offrir­gli un diver­so ciclo poli­ti­co, anche più recen­te. Il dopo non è garan­te di alcun­ché, soprat­tut­to se amman­ta­to di ras­se­gna­zio­ne e di ritor­no alle vec­chie abi­tu­di­ni.
For­se non è cor­ret­to par­la­re di «ciclo poli­ti­co rivo­lu­zio­na­rio» per­ché pen­si subi­to a un decor­so rego­la­re anche nel nostro cam­po. «Rivo­lu­zio­ne», ricor­dia­mo­lo, è un ter­mi­ne dell’astronomia pri­ma che del­la poli­ti­ca. Se per­de quel signi­fi­ca­to è per­ché a far­se­ne cari­co, come dice­vo pri­ma, è il mili­tan­te col suo pro­get­to poli­ti­co la cui rea­liz­za­zio­ne è all’insegna del rischio e dell’aleatorio; in par­ti­co­la­re sul­la sua dura­ta lo stes­so mili­tan­te non potrà mai for­mu­la­re pre­ci­se aspet­ta­ti­ve. Vada per il «ciclo poli­ti­co rivo­lu­zio­na­rio» pur­ché non si dimen­ti­chi che a qua­li­fi­car­lo, a impe­dir­ne l’irrigidimento e a pro­vo­car­ne di vol­ta in vol­ta dislo­ca­zio­ni e rot­tu­re, è il rit­mo con­vul­so di quell’esperienza diret­ta.
Da qui, anche il suo carat­te­re eve­ne­men­zia­le. Al con­cet­to di «even­to» aggiun­go quel­lo di «tran­si­zio­ne», a indi­ca­re il tem­po sto­ri­co che inter­cor­re tra i due momen­ti dell’inizio e del­la fine. A carat­te­riz­zar­lo è un-non-più e un-anco­ra, una con­trad­di­zio­ne tem­po­ra­le di non poco con­to entro cui si dibat­te il mili­tan­te, spin­to in avan­ti dal vuo­to crea­to­si alle sue spal­le ma con­tem­po­ra­nea­men­te trat­te­nu­to da una for­za iner­zia­le che gli impe­di­sce di pro­ce­de­re oltre. Gli anni Ottan­ta sono sta­ti per me un perio­do di tran­si­zio­ne con que­ste carat­te­ri­sti­che, non il pro­se­guo del ciclo poli­ti­co pre­ce­den­te il che mi por­ta a pen­sa­re che l’altra rico­stru­zio­ne sto­ri­ca pro­po­sta, quel­la dell’andirivieni, è solo il frut­to di una con­ce­zio­ne linea­re del tem­po del­la poli­ti­ca rivo­lu­zio­na­ria che in veri­tà non spie­ga nul­la. Al rifiu­to di que­sta logi­ca, ripe­to, abbia­mo infor­ma­to il nostro rac­con­to che comin­cia con l’evento che per como­di­tà chia­mo «Roso­li­na» e fini­sce con il secon­do even­to dell’11 mar­zo dell’80. Nel mez­zo, la sto­ria di un pro­get­to poli­ti­co che ha il nome di Col­let­ti­vi poli­ti­ci vene­ti per il pote­re ope­ra­io. Il decen­nio suc­ces­si­vo è quel­lo di una tran­si­zio­ne che chia­me­rei di «post Col­let­ti­vi», in cui quel post ci dice che pro­prio quel sog­get­to non occu­pa più la sce­na. Del suo pro­get­to di ege­mo­nia gram­scia­na ad ampio rag­gio era rima­sto infat­ti ben poco; car­ce­re e repres­sio­ne ave­va­no impo­sto temi ine­di­ti ed esclu­si­vi che lascia­va­no poco spa­zio all’inventiva di un mili­tan­te sem­pre più disar­ma­to e spau­ri­to, la cui sto­ria rischia­va di pren­de­re a que­sto pun­to chis­sà qua­le pie­ga. Dub­bio leci­to se para­go­nia­mo que­sta sua con­di­zio­ne poli­ti­ca ed esi­sten­zia­le a quel­la vis­su­ta negli anni Set­tan­ta. Inve­ce in que­sta tran­si­zio­ne dura­ta die­ci anni il nostro mili­tan­te ha tenu­to. In car­ce­re, in esi­lio, nel­la lati­tan­za o anco­ra a pie­de libe­ro, a con­no­ta­re la sua vita è sta­ta la resi­sten­za. Non tro­vo un’altra paro­la adat­ta. Dovu­ta a cosa? Secon­do me a quell’anco­ra, alla memo­ria viva dell’appartenenza al pro­get­to dei Col­let­ti­vi. Non sono il solo a par­lar­ne. Per gli stes­si anni ne par­la anche Negri nel suo Leo­par­di, ma sul ver­san­te del­la memo­ria come cata­stro­fe. Inve­ce l’ex mili­tan­te dei Col­let­ti­vi di cui par­lo è diven­ta­to un sog­get­to eti­co solo gra­zie alla memo­ria che gli ha resti­tui­to quel­la dimen­sio­ne col­let­ti­va sen­za la qua­le, come dice Celi­ne, sareb­be sta­to sol­tan­to un indi­vi­duo pri­va­to. Resi­sten­te è chi, nel­la tran­si­zio­ne tra un ciclo poli­ti­co rivo­lu­zio­na­rio e l’altro, for­te dell’esperienza già acqui­si­ta, sce­glie di imbar­car­si per una nuo­va rot­ta e tie­ne drit­ta la bar­ra pur non aven­do davan­ti a sé un pun­to di rife­ri­men­to sicu­ro. Di con­tro, si può deci­de­re di resta­re a ter­ra, di non sal­pa­re, di non resi­ste­re, di arren­der­si. Nel­la stra­gran­de mag­gio­ran­za dei com­pa­gni ave­va­mo deci­so di resi­ste­re: chi nel car­ce­re, chi nel­la lati­tan­za, chi facen­do poli­ti­ca nei ter­ri­to­ri, chi a radio Sher­wood con­ti­nuan­do a far­la fun­zio­na­re, chi garan­ten­do l’uscita rego­la­re del gior­na­le «Auto­no­mia» e via di que­sto pas­so. Ma se non abi­ta­va­mo un deser­to, non è vero che tut­to nel frat­tem­po rima­ne­va come pri­ma. Se tut­to sta­va cam­bian­do attor­no a noi, anche noi non ave­va­mo smes­so di cre­sce­re. Quan­to alla resi­sten­za, ave­va­mo dal­la nostra l’età e una matu­ri­tà acqui­si­ta sul cam­po. Per­ché anche la resi­sten­za come la rivo­lu­zio­ne è un’arte. Ad esem­pio c’è sta­to chi in que­gli anni ha resi­sti­to in for­ma fana­ti­ca, chi in for­ma fidei­sti­ca, chi, inve­ce, in una for­ma deter­mi­na­ta ma di buon sen­so. Il modo in cui resi­sti deter­mi­na il modo in cui affron­ti la real­tà. Non c’è un modo uni­co per resi­ste­re come non ce n’è uno solo nel modo di arren­der­si. Pen­sa a quel­lo igno­bi­le dell’infame oppu­re a quel­lo oppor­tu­ni­sti­co che pen­sa al pro­prio tor­na­con­to. Non li met­to sul­lo stes­so pia­no per­ché non sono la stes­sa cosa.
All’insegna del resi­ste­re con deter­mi­na­zio­ne e buon sen­so attra­ver­sia­mo dun­que gli anni Ottan­ta, per­so­nal­men­te alle pre­se con que­sta con­trad­di­zio­ne del non-più e dell’anco­ra. Più pas­sa­va il tem­po, più si con­fer­ma­va l’impossibilità di risol­ver­la. La con­ti­nui­tà di ieri nell’oggi – l’anco­ra – ha que­sto di inquie­tan­te: che ti costrin­ge a guar­da­re indie­tro come acca­de all’angelo di Ben­ja­min. Ma nel nostro caso lo spet­ta­co­lo non era di mace­rie, tutt’altro! In più, sem­pre l’anco­ra sospen­de il tem­po costrin­gen­do­ti all’attesa di qual­co­sa che, lo sen­ti, indi­riz­ze­rà il tuo sguar­do altro­ve. Sì, lascia­re tem­po al tem­po… Oggi l’ho chia­ma­to «even­to», ieri – tra l’87 e l’89 – ne cer­ca­vo trac­cia pre­stan­do ascol­to ai rumo­ri del mon­do, inten­do a est dove si con­su­ma­va la cri­si del socia­li­smo rea­le e a ove­st dove si con­su­ma­va quel­la del for­di­smo. In que­sta atte­sa e tra mil­le dub­bi ho vis­su­to gli ulti­mi anni del­la lati­tan­za, sen­za poter­ne discu­te­re a fon­do con gli altri com­pa­gni, come inve­ce acca­de­va al tem­po dei Col­let­ti­vi.
Intan­to ave­vo già comin­cia­to ad aggior­na­re il mio para­dig­ma di rife­ri­men­to. Nuo­vi con­cet­ti, ad esem­pio quel­lo di entro­pia, e nuo­vi temi, ad esem­pio quel­lo del post eco­lo­gi­smo, sta­va­no entran­do nel mio baga­glio cul­tu­ra­le e poli­ti­co. Leg­ge­vo Gre­go­ry Bate­son appas­sio­nan­do­mi all’ecologia del­la men­te, affa­sci­na­to pro­prio dal­la sua inde­ter­mi­na­tez­za di teo­ria aper­ta, capa­ce, per que­sto moti­vo, di sod­di­sfa­re più di una curio­si­tà: la sim­me­tria bila­te­ra­le di un gat­to, le vena­tu­re del­la foglia, la cor­sa agli arma­men­ti, le tec­ni­che del cor­teg­gia­men­to fino alla ride­fi­ni­zio­ne del rap­por­to uomo-ambien­te. Altro che mate­ria­li­smo da ter­za inter­na­zio­na­le! Al tema del­la dif­fe­ren­za di gene­re mi avvi­ci­no leg­gen­do il «Mani­fe­sto cyborg» di Don­na J. Hara­way. Una cor­re­zio­ne di tiro rispet­to alla don­na vagi­na­le di Car­la Lon­zi e del suo grup­po «Rivol­ta fem­mi­ni­le» per­ché la don­na in que­stio­ne è un miscu­glio “di car­ne e tec­no­lo­gia”, un “cor­po modi­fi­ca­to da inne­sti di hard­ware, pro­te­si e altri impian­ti. Mi chie­de­vo dove sare­mo anda­ti a fini­re e con que­sta doman­da il sole dell’avvenire sco­lo­ri­va. La nostra idea di comu­ni­smo, poi, non avreb­be mai potu­to con­ce­pi­re la Los Ange­les disto­pi­ca di Bla­de Run­ner, un vec­chio film dell’ ’82 che non a caso sco­pro in que­sti anni. Un film poli­ti­co che mi pro­spet­ta­va un futu­ro pros­si­mo – la sto­ria è ambien­ta­ta al 2019 – mol­to più chia­ro di tan­te put­ta­na­te che abbia­mo let­to e scrit­to sul­la Cit­tà del Sole dopo la rivo­lu­zio­ne.
Sì, la tec­no­lo­gia comin­cia­va ad inquie­tar­mi anche al di là di Cher­no­byl ma per que­sto, a mag­gior ragio­ne, biso­gna­va saper­la usa­re. Quan­to indie­tro fos­si­mo su que­sto ter­re­no, lo dimo­stra la rea­zio­ne di tan­ti com­pa­gni alla pro­po­sta di costrui­re una rete tele­ma­ti­ca, l’ECN. Sic­co­me, dice­va­no, l’informatica e le nuo­ve tec­no­lo­gie sono armi uti­liz­za­te per com­bat­te­re l’operaio for­di­sta, per disar­ti­co­lar­ne il pote­re in fab­bri­ca, chi pen­sa di uti­liz­zar­le o è un inge­nuo che si è lascia­to sedur­re dal loro fasci­no o è un tra­di­to­re. Poi è diven­ta­to un luo­go comu­ne. Direi, anche trop­po un luo­go comu­ne!
Ma il nostro gio­va­ne let­to­re può tro­va­re tut­to que­sto – temi, pro­ble­mi, nomi e tito­li – nei tre «Qua­der­ni» (dop­pio il 3/​4) di «Auto­no­mia» che docu­men­ta­no l’oltrepassamento in fie­ri del nostro anco­ra.
Poi, alla fine del decen­nio, tut­to è pre­ci­pi­ta­to all’improvviso come acca­de nel gio­co del­lo Shan­gai quan­do con mano mal­fer­ma togli quel baston­ci­no. A scon­vol­ge­re l’ordine neo­li­be­ri­sta in Euro­pa ave­va­no prov­ve­du­to nel ’88 a Pari­gi le infer­mie­re dei gran­di ospe­da­li metro­po­li­ta­ni; i ber­li­ne­si un anno dopo tire­ran­no giù a pic­co­na­te un muro dive­nu­to ridi­co­lo agli occhi del mon­do dopo l’esodo di mas­sa per altre vie di cen­ti­na­ia di miglia­ia di tede­schi; a segui­re, nel ’91, un col­po di sta­to sen­za arre­sti e sen­za occu­pa­zio­ni di sta­zio­ni radio­te­le­vi­si­ve acce­le­re­rà, piut­to­sto che fer­ma­re, il len­to decli­no dell’Urss. L’implosione di un impe­ro sen­za col­po feri­re! Per qual­cu­no (Fukuya­ma) era la fine del­la sto­ria; per altri (Hob­sba­wm) era il Nove­cen­to a fini­re con un con­gruo anti­ci­po; per altri anco­ra, per lo più eco­no­mi­sti (G. Arri­ghi e I. Wal­ler­stein), si trat­ta­va del trion­fo defi­ni­ti­vo del mer­ca­to mon­dia­le.
Met­ti assie­me tut­te que­ste cose e avrai l’evento – il cui sim­bo­lo resta per me la cadu­ta del Muro – e con l’evento, lo svuo­ta­men­to dell’anco­ra. Ne ave­va­mo biso­gno per­ché solo così, come dice Ben­ja­min, l’imma­gi­ne del pas­sa­to guiz­za via.
In veri­tà esso non ha riguar­da­to solo la nostra sto­ria poli­ti­ca, come mostra l’utilizzo infla­zio­na­to del pre­fis­so tem­po­ra­le «post», in que­gli anni il mar­chio d’origine con­trol­la­ta di beni cul­tu­ra­li in bel­la vista nel­le vetri­ne del «post­mo­der­no».
In un pri­mo momen­to il mio coin­vol­gi­men­to è sta­to solo di testa; c’era biso­gno che lo inte­rio­riz­zas­si, che si effet­tuas­se – il ver­bo è di Deleu­ze – in me ma per que­sto ave­vo biso­gno anche di altro. No, non è faci­le vol­ta­re pagi­na. Comun­que, solo una que­stio­ne di tem­po.
Nel ’92 affron­to il nuo­vo ini­zio da semi­li­be­ro, con tre anni da smal­ti­re nei ser­vi­zi socia­li. Per me si trat­ta­va di una nuo­va sto­ria che nul­la ave­va a che fare con quel­la dei Col­let­ti­vi: altro il pro­get­to e altri i com­pa­gni. È sta­to allo­ra che i colo­ri attor­no a me sono comin­cia­ti vera­men­te a cam­bia­re, che il pae­sag­gio non è sta­to più lo stes­so; anche la gen­te era cam­bia­ta, la stes­sa lin­gua del­la comu­ni­ca­zio­ne era muta­ta di segno. All’improvviso, ecco­mi cata­pul­ta­to in una babe­le di idio­mi, di ger­ghi e di lin­guag­gi, a signi­fi­ca­re che non sareb­be sta­to faci­le tor­na­re a par­la­re. E poi, a chi? E soprat­tut­to, per dire cosa? Era­no que­ste le doman­de che per­so­nal­men­te mi face­vo nel men­tre avver­ti­vo il biso­gno di una nuo­va ripar­ten­za.
Ma a que­sto pun­to ci affac­cia­mo su un’altra sto­ria che meri­te­reb­be di esse­re rac­con­ta­ta con la stes­sa pun­ti­glio­si­tà e serie­tà di quel­la dei Col­let­ti­vi Poli­ti­ci Vene­ti che scom­pa­io­no non solo di fat­to ma anche di nome.
La pri­ma metà degli anni Novan­ta è all’insegna dei cen­tri socia­li; la secon­da, del­le «tute bian­che»: sog­get­ti sen­za iden­ti­tà, sen­za luo­go – per­ché anche i cen­tri socia­li da cui pro­ven­go­no era­no una sor­ta di non luo­go –, pri­vi di tute­le e di dirit­ti, sen­za alcu­na for­ma di red­di­to sicu­ro, con la pre­ca­rie­tà e l’incertezza come uni­ca pro­spet­ti­va di futu­ro. Invi­si­bi­li e nasco­sti, con una tuta di car­ta bian­ca e l’azione diret­ta come ban­die­ra di iden­ti­tà poli­ti­ca. Sì, biso­gne­reb­be che qual­cu­no rac­con­tas­se del­le loro azio­ni, dal­le occu­pa­zio­ni di tre­ni e tea­tri, di mini­ste­ri e pal­chi, alle tan­te ver­ten­ze aper­te sul red­di­to e il lavo­ro.
Dopo Geno­va 2001, i «disob­be­dien­ti», un nome scel­to male. Negli anni Set­tan­ta non sareb­be acca­du­to; è come se allo­ra noi dei Col­let­ti­vi aves­si­mo deci­so di chia­ma­re il sog­get­to poli­ti­co gene­ra­le che era­va­mo, «lot­tar­ma­ti­sti», uti­liz­zan­do il nome di una for­ma ben pre­ci­sa di azio­ne poli­ti­co-mili­ta­re. Poi c’è lo zapa­ti­smo, fon­da­men­ta­le espe­rien­za degli anni 90, per­ché pro­spet­ta­va una rot­tu­ra sen­za la clas­si­ca pre­sa del pote­re, piut­to­sto un con­tro­po­te­re per­ma­nen­te. Bene, se con il nostro leni­ni­smo e il nostro maoi­smo noi dei Col­let­ti­vi negli anni 70 ave­va­mo con­dot­to la nostra bat­ta­glia con­tro i due ismi ossi­fi­ca­ti del­la ter­za inter­na­zio­na­le, la stes­sa cosa non è sem­pre acca­du­ta con lo zapa­ti­smo, copia­to a vol­te in modo trop­po mec­ca­ni­co come nel caso del­la “dichia­ra­zio­ne di guer­ra ai gran­di del­la ter­ra” a Geno­va. Anche la sto­ria dei disob­be­dien­ti ci offre più di un esem­pio di discon­ti­nui­tà, ad esem­pio sull’uso del­la for­za: come sta­re in piaz­za, come orga­niz­za­re e gesti­re un cor­teo. Oppu­re sul tema del conflitto/​consenso pen­sa­to alla luce di talu­ni con­cet­ti impen­sa­bi­li nel les­si­co dei bei tem­pi che furo­no, ad esem­pio quel­li di muni­ci­pa­li­smo e rap­pre­sen­tan­za. Con tut­ti i pro­ble­mi e le con­trad­di­zio­ni che ne deri­va­ro­no.
Anco­ra e sem­pre «Col­let­ti­vi»? Suv­via! La sta­gio­ne del­le tute bian­che e dei disob­be­dien­ti è quel­la del­la discon­ti­nui­tà. Ripe­to, un’altra sto­ria. Inve­ce, per quan­to riguar­da il sot­to­scrit­to, non sarei così dra­sti­co. Il vis­su­to è sem­pre un impa­sto di con­ti­nui­tà e discon­ti­nui­tà. Solo que­sto pos­so dire con cer­tez­za: che tut­te le cose signi­fi­ca­ti­ve di quel ven­ten­nio han­no avu­to per me un ini­zio e una fine. Aggiun­gen­do­vi però un pur­trop­po per­ché dal mio pun­to di vista nien­te è scon­ta­to. Se così fos­se, darei ragio­ne a chi, otti­mi­sta incal­li­to, con­ti­nua a dire: l’abbiamo pre­so in culo ma abbia­mo vin­to. Bel­lis­si­mo e soprat­tut­to ras­si­cu­ran­te! Inve­ce, no, no e no: l’abbiamo pre­so in culo e potre­mo anco­ra vin­ce­re. Non che vin­ce­re­mo a prescindere.

N.B. Su un pun­to dell’intervento di Toni, “tous ensem­ble… per il pote­re ope­ra­io”, sen­to il dove­re di inter­ve­ni­re. Per amo­re di veri­tà e per col­ma­re una lacu­na in que­sta mia rico­stru­zio­ne. L’avrei evi­ta­to volen­tie­ri, ma tant’è. Cito: “appe­na ricom­po­sti, alla fine degli anni Ottan­ta, i CPV deci­do­no di rista­bi­li­re il rap­por­to con gli esi­lia­ti e di lavo­ra­re con loro a Pari­gi e insie­me pro­du­co­no una rivi­sta. Non si trat­ta­va così di ade­ri­re, non solo prag­ma­ti­ca­men­te (in un perio­do deli­ca­to e dif­fi­ci­le di revi­sio­ne gene­ra­le del­la teo­ria e del­le pra­ti­che dell’autonomia) al pro­gram­ma di rico­stru­zio­ne deli­nea­to nell’“Elogio di assen­za di memo­ria”? Non solo, dun­que, i CPV sareb­be­ro sta­ti vivi e vege­ti nel ’90 ma coscien­te­men­te avreb­be­ro spo­sa­to ragio­ni e pro­gram­ma espo­sti a chia­re let­te­re nell’ «Elo­gio di assen­za di memo­ria». A san­ci­re la nuo­va allean­za, la rivi­sta «Riff-Raff» (la fec­cia di Ken Loach, 1991).
Per­ché mi incon­tro a Pari­gi con gli esu­li? Per tre moti­vi. Il pri­mo, per una ragio­ne di veri­tà sto­ri­ca. Non pote­vo più sop­por­ta­re il rac­con­to sugli anni Ottan­ta costrui­to sol­tan­to sul­la divi­sio­ne mani­chea buoni/​cattivi in cui nell’ammucchiata del­la pri­ma cate­go­ria tro­va­vi noi, i “resi­sten­ti di buon sen­so”, in com­pa­gnia anche dei “sen­za­nia­ni” che fuo­ri e den­tro il car­ce­re ave­va­no fat­to del­la ven­det­ta e dell’ammazzamento indi­scri­mi­na­to la loro ragio­ne d’essere. Al con­tra­rio, nel cal­de­ro­ne dei cat­ti­vi tro­va­vi sot­to lo stes­so tet­to gli infa­mi e i dis­so­cia­ti, come dire che Bar­bo­ne e Negri, Fer­ra­ri Bra­vo e Peci era­no la stes­sa cosa. Vado a Pari­gi per fare un po’ di puli­zia per­ché, ripe­to, que­sta era la ver­sio­ne che sen­ti­vi in mol­ti cen­tri socia­li: per dire alla nuo­va leva di com­pa­gni che i fat­ti rac­con­ta­va­no un’altra sto­ria, che il decen­nio che ave­va­no alle spal­le e che non ave­va­no vis­su­to, non era anda­to in quel modo. Il secon­do moti­vo, per gene­ro­si­tà mia per­ché era pro­fon­da­men­te ingiu­sto che dei com­pa­gni in esi­lio, dis­so­cia­ti o meno, fos­se­ro trat­ta­ti da infa­mi. Ini­zial­men­te mi sono dovu­to bat­te­re da solo con­tro que­sti luo­ghi comu­ni. A mio favo­re ave­va gio­ca­to il tem­po per­ché con­ti­nua­re a insi­ste­re sul tema del­la dis­so­cia­zio­ne, dopo che una leg­ge dell’ ’87 ne ave­va chiu­so la sta­gio­ne anche uffi­cial­men­te, non ave­va più sen­so.
Infi­ne, il ter­zo moti­vo: la pro­du­zio­ne teo­ri­ca del grup­po di com­pa­gni impe­gna­ti con Toni nel­la ricer­ca sul­le tra­sfor­ma­zio­ni in atto nel modo di pro­dur­re, nel mon­do del lavo­ro e nel­le for­me di vita. Insom­ma, un post for­di­smo in ver­sio­ne ope­rai­sta che ave­vo impa­ra­to a cono­sce­re dall’ ’89 leg­gen­do la rivi­sta fran­ce­se «Futur anté­rieur». Ma a col­pir­mi, sem­pre di Toni, sarà la sua ricer­ca sul distret­to indu­stria­le dei Benet­ton, dei pri­mis­si­mi anni Novan­ta. Per me, l’ennesima pro­va del­la sua per­spi­ca­cia teo­ri­ca; per il nuo­vo giro di com­pa­gni, un vali­do aiu­to per tor­na­re a fare poli­ti­ca sul ter­ri­to­rio. Pen­sa­vo fos­se dove­ro­so per il bene di tut­ti ripren­de­re in mano quel filo.
A Toni, in ami­ci­zia, offro que­sta poe­sia “cine­se” di Bre­cht: «Ma, dopo­tut­to, si può sem­pre segui­re un noto modo di dire – for­se ebrai­co, anche se attri­bui­to a Camus: “Non cam­mi­na­re davan­ti a me, potrei non seguir­ti. Non cam­mi­na­re die­tro di me, non saprei dove con­dur­ti. Cam­mi­na con me e sii mio ami­co”».

Per un archivio dell’Autonomia

Il pro­get­to di un archi­vio sto­ri­co dei Col­let­ti­vi poli­ti­ci vene­ti per il pote­re ope­ra­io nasce in paral­le­lo con l’esigenza di rac­con­tar­ne la sto­ria. Il sito ne vuo­le esse­re l’archivio mili­tan­te, con l’auspicio che ven­ga arric­chi­to con altro mate­ria­le di com­pa­gni e soste­ni­to­ri. Il mate­ria­le fino­ra rac­col­to (inse­ri­to solo in par­te) pro­vie­ne da archi­vi per­so­na­li, dal­la digi­ta­liz­za­zio­ne par­zia­le degli atti giu­di­zia­ri, dal­la let­tu­ra del­le anna­te dei gior­na­li loca­li di que­gli anni, dal recu­pe­ro di foto, video, dise­gni, volan­ti­ni, docu­men­ti, ciclo­sti­la­ti vari, mani­fe­sti e testi­mo­nian­ze dei pro­ta­go­ni­sti di quel pro­get­to.
Nell’intervento di «Prag­ma» di mer­co­le­dì 19 mag­gio è scrit­to che, a pro­po­si­to degli anni ’80 e ’90: … «Ma a que­sto pun­to ci affac­cia­mo su un’altra sto­ria che meri­te­reb­be di esse­re rac­con­ta­ta con la stes­sa pun­ti­glio­si­tà e serie­tà di quel­la dei Col­let­ti­vi poli­ti­ci vene­ti…». Un’altra sto­ria di cui il sito Auto­no­mia (https://www.collettivipoliticiveneti.it/) ne sarà l’archivio mili­tan­te.
Inol­tre il nostro pro­get­to di memo­ria inten­de allar­gar­si e offri­re lo spa­zio dell’archivio alle mol­te­pli­ci espe­rien­ze dell’Autonomia a par­ti­re dall’Autonomia ope­ra­ia orga­niz­za­ta degli anni ’70.
A tal fine pote­te con­tat­tar­ci com­pi­lan­do il form alla voce «con­tat­ti» che tro­va­te nell’homepage o scri­ven­do­ci diret­ta­men­te a contatti@collettivipoliticiveneti.it

Dall’operaio sociale all’operaio sociale: ripassare all’attacco

di Fran­ce­sco Bedani

Por­si la doman­da di come por­ta­re gli anni Set­tan­ta nel Due­mi­la­ven­ti è sem­pli­ce­men­te da stu­pi­di; non meno di por­ta­re i Ven­ti nei Set­tan­ta. Par­ten­do da que­sta con­sa­pe­vo­lez­za biso­gna però saper attin­ge­re dai sog­get­ti poli­ti­ci più avan­za­ti in quel lun­go ciclo di lot­te, con­sci che quan­do e dove la con­tro­par­te col­let­ti­va ha tre­ma­to mag­gior­men­te dob­bia­mo neces­sa­ria­men­te pre­sta­re la nostra atten­zio­ne di militanti.

Capi­ta – è una pos­si­bi­li­tà che si deter­mi­na nel­la costru­zio­ne di una teo­ria e di un pro­get­to orga­niz­za­to auto­no­mo – di guar­dar­si intor­no insod­di­sfat­ti da ari­di auto­ma­ti­smi ideo­lo­gi­ci che ci cir­con­da­no e doman­dar­si come orga­niz­za­re la nostra par­te negli anni del­la cri­si per­ma­nen­te e del­la fine degli sche­mi che a lun­go han­no sor­ret­to l’analisi poli­ti­ca del Nove­cen­to, in par­te anche di quel­la che pos­sia­mo chia­ma­re, per appros­si­ma­zio­ne, radi­ca­le. Guar­dar­si indie­tro allo­ra signi­fi­ca sepa­ra­re la for­ma, invo­lu­cro vuo­to e incu­ba­to­re di iden­ti­tà inu­ti­li, fal­si miti o ancor peg­gio este­ti­smi di secon­da mano, dal­la sostan­za, quel­la capa­ci­tà di coglie­re i nodi strut­tu­ra­li, di cat­tu­ra­re i com­por­ta­men­ti del­la com­po­si­zio­ne socia­le e di costrui­re stra­te­gia. Ricer­ca­re la rot­tu­ra allo­ra si coniu­ga con una postu­ra che ha biso­gno di pie­di ben pian­ta­ti e sguar­do atten­to. Biso­gna però imme­dia­ta­men­te chia­rir­ci: pie­di ben pian­ta­ti non signi­fi­ca pian­ta­ti nel pas­sa­to. Il pas­sa­to lo stu­dia­mo meto­di­ca­men­te, a que­sto ci ser­ve, né più né meno. Nes­sun can­to di gesta eroi­che o favo­le a lie­to fine: que­sto sì sareb­be misti­fi­ca­re una sto­ria poli­ti­ca impor­tan­te. Signi­fi­ca inve­ce ben pian­ta­ti nel pre­sen­te, nei com­por­ta­men­ti cao­ti­ci e tal­vol­ta con­trad­dit­to­ri del­le figu­re socia­li del­la con­tem­po­ra­nei­tà, con uno sguar­do luci­do su quel­lo che pos­sia­mo tutt’oggi – e però in modo mol­to dif­fe­ren­te da allo­ra – defi­ni­re ope­ra­io socia­le, colui che nel­la secon­da metà degli anni Set­tan­ta ini­zia­va ad affer­ma­re la pro­pria cen­tra­li­tà e che oggi è siste­mi­ca­men­te (e non più, o non anco­ra, poli­ti­ca­men­te) sog­get­to cen­tra­le. Par­ten­do da due doman­de, allo­ra, ci sen­tia­mo di con­di­vi­de­re con chi ci ha pre­ce­du­to un pez­zo impor­tan­te di ragio­na­men­to: come si orga­niz­za l’operaio socia­le nell’incedere del­la cri­si? Come si cat­tu­ra­no e si poli­ti­ciz­za­no i com­por­ta­men­ti socia­li, gio­va­ni­li o meno, di que­sta fase?

Per pri­ma cosa con ope­ra­io socia­le inten­dia­mo, taglian­do con l’accetta, quel­la figu­ra che con la ristrut­tu­ra­zio­ne capi­ta­li­sti­ca, la fine del­la cen­tra­li­tà del­la fab­bri­ca, e l’implosione dell’operaio mas­sa in for­me di lavo­ro fram­men­ta­te e par­cel­liz­za­te, rico­pre oggi un ruo­lo cen­tra­le nel pro­ces­so di valo­riz­za­zio­ne e accu­mu­la­zio­ne capi­ta­li­sti­ca. Signi­fi­ca allo­ra fare i con­ti una vol­ta per tut­te con quel­le for­me di inter­ven­to resi­sten­zia­li e di retro­guar­dia che han­no guar­da­to a que­sto mag­ma­ti­co mon­do socia­le come sog­get­ti da pro­teg­ge­re o da com­pa­ti­re. O anco­ra con quell’accademismo pseu­do-radi­ca­le che si è attar­da­to a decla­mar­ne una descri­zio­ne socio­lo­gi­ca avul­sa da una pra­ti­ca poli­ti­ca. Il pre­ca­ria­to tan­to sban­die­ra­to negli ulti­mi decen­ni è diven­ta­to più un’etichetta che ha deter­mi­na­to un pia­no di ine­lut­ta­bi­le debo­lez­za che non uno spa­zio di impe­gno poli­ti­co radi­ca­to e stra­te­gi­co. Que­sto smot­ta­men­to socia­le è sta­to dura­men­te appro­fon­di­to dal­la cri­si eco­no­mi­ca che, oltre ad aver impo­ve­ri­to mate­rial­men­te, si è fat­ta spi­ri­to del tem­po con­tem­po­ra­neo, pla­sman­do una nuo­va sog­get­ti­vi­tà, anal­fa­be­ta rispet­to al voca­bo­la­rio che osti­na­ta­men­te alcu­ni grup­pi poli­ti­ci con­ti­nua­no a par­la­re. La cri­si del­la rap­pre­sen­tan­za e del­la media­zio­ne sin­da­ca­le ha fat­to il resto. Da una par­te la fine del lavo­ro orga­niz­za­to all’interno di spa­zi e luo­ghi deter­mi­na­ti ha com­ple­ta­men­te (defi­ni­ti­va­men­te?) muta­to il vol­to, o meglio reso incon­si­sten­ti, le for­me del con­flit­to tra­di­zio­na­li; dall’altra la decom­po­si­zio­ne del sin­da­ca­to, del­le isti­tu­zio­ni e del dirit­to del lavo­ro si sono lega­te a una indi­spo­ni­bi­li­tà impo­li­ti­ca da par­te dei lavo­ra­to­ri mole­co­la­riz­za­ti ver­so le clas­si­che for­me di media­zio­ne. Tra­dur­re que­sta indi­spo­ni­bi­li­tà pas­si­va in indi­spo­ni­bi­li­tà atti­va e poli­ti­ca è uno dei pas­sag­gi con cui ci tro­via­mo a fare i con­ti. Costrui­re una lot­ta sul e con­tro il lavo­ro oltre il sin­da­ca­li­smo, in par­ti­co­la­re con­tro la fina­liz­za­zio­ne ver­ten­zia­le che ha fago­ci­ta­to le lot­te e il loro pos­si­bi­le svi­lup­po auto­no­mo, è il com­pi­to che ci sem­bra fon­da­men­ta­le in que­sta fase. Segna­re una discon­ti­nui­tà con una reto­ri­ca e una pras­si poli­ti­ca che non ci appar­tie­ne più o non ci è mai appar­te­nu­ta, sia essa sini­stra sto­ri­ca o un con­cen­tra­to di movi­men­to più idea­liz­za­to che rea­le, è il nostro ossi­ge­no nuo­vo per osa­re fare la rivoluzione.

Par­ten­do da que­sti ter­mi­ni, con la con­sa­pe­vo­lez­za del­la distan­za incol­ma­bi­le, qui e ora, con la sto­ria dei Col­let­ti­vi poli­ti­ci vene­ti e con quel con­te­sto sto­ri­co, poli­ti­co e socia­le, ci sen­tia­mo di pren­de­re in mano l’importante libro di Gia­co­mo e Pie­ro Despa­li, aven­do la cer­ta con­vin­zio­ne di ritro­va­re in quel­le pagi­ne, in quell’analisi e in quel­la pra­ti­ca rivo­lu­zio­na­ria, ele­men­ti di inte­res­se che sap­pia­no dia­lo­ga­re con i pro­ble­mi attua­li con cui ci tro­via­mo a fare i con­ti. Rica­pi­to­lan­do: orga­niz­za­re l’operaio socia­le, supe­ra­re e com­bat­te­re le for­me isti­tu­zio­na­li di con­cer­ta­zio­ne e di media­zio­ne, usci­re dal­la palu­de e dal­la marginalità.

Cosa signi­fi­ca allo­ra pas­sa­re da un atteg­gia­men­to resi­sten­zia­le a un attac­co con­tro le for­me del­lo sfrut­ta­men­to oggi? Attac­ca­re, in que­sto cam­po, signi­fi­ca innan­zi­tut­to sot­trar­re al nemi­co l’interlocutore del­la media­zio­ne (sin­da­ca­to o altro grup­po che sia) e ricon­qui­sta­re deci­sio­na­li­tà auto­no­ma; ricol­le­ga­re tem­pi e spa­zi nel­la dimen­sio­ne riven­di­ca­ti­va e dun­que poli­ti­ca lad­do­ve ven­go­no nega­ti e scom­po­sti nel­la dimen­sio­ne lavo­ra­ti­va. Innan­zi­tut­to, stu­dia­re e costrui­re una nuo­va gram­ma­ti­ca che sap­pia dia­lo­ga­re con que­sti lavo­ra­to­ri, por­si su un ter­re­no di discon­ti­nui­tà rispet­to all’automatismo dell’intervento resistenziale.

Due, tra gli altri, sono gli ele­men­ti che ci sem­bra­no para­dig­ma­ti­ci nel rac­con­to dei fra­tel­li Despa­li: la costru­zio­ne dei Grup­pi socia­li (ex cen­tri di aggre­ga­zio­ne gio­va­ni­le lega­ti alle par­roc­chie) come meto­do poli­ti­co e capa­ci­tà di ter­ri­to­ria­liz­za­re social­men­te un agi­re poli­ti­co; e in par­ti­co­lar modo le ron­de pro­le­ta­rie come pras­si orga­niz­za­ti­va, ter­re­no di iden­ti­fi­ca­zio­ne per i lavo­ra­to­ri da una par­te e di scon­tro con­tro i padro­ni dall’altra, con­qui­stan­do e impo­nen­do la pro­pria temporalità.

Non ci inte­res­sa ana­liz­za­re que­sti ele­men­ti in que­sto testo, non sia­mo com­men­ta­to­ri e quin­di invi­tia­mo a leg­ge­re il libro. Ci inte­res­sa piut­to­sto por­re l’accento sul­la capa­ci­tà di saper­si sve­sti­re del­le pro­prie cate­go­rie e capi­re lin­guag­gi, usan­ze e com­por­ta­men­ti del­la com­po­si­zio­ne socia­le da una par­te, e al con­tem­po con­cen­trar­ci su for­me di lot­ta e orga­niz­za­zio­ne che sap­pia­no tra­dur­si in pras­si pas­san­do pro­prio attra­ver­so quel­la com­po­si­zio­ne socia­le in quel deter­mi­na­to con­te­sto. Tro­via­mo allo­ra pro­dut­ti­vo costrui­re un ragio­na­men­to su come ripo­si­zio­na­re non la foto­co­pia del­le pra­ti­che, ma l’intuizione, il meto­do e quel­la for­za poli­ti­ca nel nostro tem­po. Rom­pe­re con quel­la par­te del­la nostra tra­di­zio­ne poli­ti­ca che pian­ge la pover­tà degli ulti­mi per con­qui­sta­re la rot­tu­ra sog­get­ti­va nel­la for­za socia­le organizzata.

Imma­gi­nia­mo dun­que l’esperienza del Padro­ne di Mer­da, per met­te­re a veri­fi­ca quel­lo che si fa nel pre­sen­te e non ido­la­tra­re la mito­lo­gia del pas­sa­to, come un ten­ta­ti­vo che vada in que­sta dire­zio­ne. Ci rife­ria­mo alla piat­ta­for­ma di lot­ta che riu­ni­sce e orga­niz­za lavo­ra­to­ri e pre­ca­ri con­tro lavo­ro mal paga­to, lavo­ro nero, sopru­si e mole­stie sul posto di lavo­ro. Ele­men­to di poten­zia­le iden­ti­fi­ca­zio­ne e mol­ti­pli­ca­zio­ne è la masche­ra bian­ca, die­tro la qua­le può esser­ci chiun­que, vol­to comu­ne dell’operaio socia­le. Signi­fi­ca pro­get­ta­re e costrui­re for­me di orga­niz­za­zio­ne e di lot­ta in gra­do di coor­di­na­re l’identificazione di un sog­get­to poli­ti­co (dun­que dota­to di for­za socia­le, dire­zio­ne e pote­re deci­sio­na­le) che si tro­va disgre­ga­to nel­la fram­men­ta­zio­ne del lavo­ro, con l’elemento del­la spe­ci­fi­ci­tà ter­ri­to­ria­le dell’organizzazione del lavo­ro stes­so, uni­ta all’imprevedibilità dell’attacco come espres­sio­ne di for­za e accu­mu­lo di pote­re con­trat­tua­le. Il supe­ra­men­to del sin­da­ca­li­smo, con­fe­de­ra­le o con­flit­tua­le che sia, si deter­mi­na nel­la capa­ci­tà di iden­ti­fi­ca­re l’obiettivo e di det­ta­re luo­ghi e tem­pi del­lo scon­tro. Non è teo­ria, per quan­to astrat­ta pos­sa sem­bra­re, ma i carat­te­ri e i pun­ti di for­za che nel­la cit­tà di Bolo­gna que­sta espe­rien­za in for­ma­zio­ne sta espri­men­do, pur con vari pro­ble­mi da risol­ve­re e nodi anco­ra da scio­glie­re. Nel­la pras­si quo­ti­dia­na, come abbia­mo potu­to vede­re, l’elemento di spin­ta che por­ta a un’attivazione dei lavo­ra­to­ri è la que­stio­ne del­la ven­det­ta, la rab­bia e la voglia di far­la paga­re al padron­ci­no di mer­da di tur­no, non cer­to mani­fe­sti poli­ti­ci di bel­la reto­ri­ca o pro­gram­mi idea­li­sti­ci. La sfi­da oggi è dun­que costrui­re le con­di­zio­ni per lo svi­lup­po di una lot­ta poli­ti­ca poten­zial­men­te espan­si­va lad­do­ve la con­tro­par­te ten­ta di difen­der­si ridu­cen­do­la a ille­ga­li­tà comu­ne, rea­to eco­no­mi­co, come le accu­se di estor­sio­ne ren­do­no esplicito.

La ron­da pro­le­ta­ria quin­di ci sem­bra un espe­ri­men­to di gran­de anti­ci­pa­zio­ne che era riu­sci­to a trac­cia­re ele­men­ti di spiaz­zan­te novi­tà, sia nel­la discon­ti­nui­tà rispet­to alle pra­ti­che clas­si­che, sia nel­la capa­ci­tà di attac­co con­tro la par­te padro­na­le. Oggi l’azione di distur­bo davan­ti o den­tro il luo­go di lavo­ro pren­de i con­tor­ni di una lot­ta e un con­trol­lo atti­vo rispet­to alle for­me di sfrut­ta­men­to e come stru­men­to di orga­niz­za­zio­ne di lavo­ra­to­ri e pre­ca­ri. Sen­za alti­so­nan­ti para­go­ni o far­se­sche meda­gliet­te for­ma­li da esi­bi­re, que­sta ci sem­bra una stra­da da bat­te­re, innaf­fian­do semi di con­tro­po­te­re, costruen­do orga­niz­za­zio­ne, per com­bat­te­re il presente.

Scostumatezze. Appunti su autonomia e Mezzogiorno

di Anto­nio Bove e Fran­ce­sco Festa

Gli auto­no­mi sono sta­ti gli sco­stu­ma­ti del Movi­men­to Ope­ra­io. Refrat­ta­ri alle eti­chet­te, si sono pre­sen­ta­ti all’appuntamento con la rivo­lu­zio­ne acco­mu­na­ti, nel­la diver­si­tà che cia­scu­na espe­rien­za ter­ri­to­ria­le ha rap­pre­sen­ta­to, da una atti­tu­di­ne che sta sul fon­do. Tira­re sas­si nel­le vetra­te, seder­si a tavo­la scom­po­sti coi gomi­ti sul tova­glio­lo, sor­bi­re il bro­do col risuc­chio. Han­no capi­to a istin­to che le rego­le del­lo “sta­re com­po­sti alla tavo­la del­la rivo­lu­zio­ne” ser­vi­va­no solo a man­te­ne­re l’ordine costi­tui­to. È per quel­lo che han­no comin­cia­to a mac­chia­re le tova­glie di lino, fare pal­li­ne di pane e lan­ciar­le negli occhi dei com­men­sa­li. Scostumatezze.

Qual­che mese fa Ser­gio Bian­chi ci affi­dò il com­pi­to imma­ne di lavo­ra­re a un volu­me sull’autonomia meri­dio­na­le, una fol­lia deci­sa con la leg­ge­rez­za con cui si scel­go­no i cal­zi­ni da indos­sa­re al mat­ti­no. Deci­dem­mo di accet­ta­re nel­lo spa­zio di pochi minu­ti, tro­van­do­ci immer­si nel­la rico­stru­zio­ne di un com­ples­so mosai­co di sto­rie rispet­to al qua­le il volu­me dedi­ca­to alla sto­ria dei Col­let­ti­vi Poli­ti­ci Vene­ti per il Pote­re Ope­ra­io, nono­stan­te la distan­za geo­gra­fi­ca dal nostro ogget­to d’indagine, offre nume­ro­si spun­ti. In par­ti­co­la­re, dopo una lun­ga serie di appas­sio­na­te recen­sio­ni del volu­me, ci sem­bra inte­res­san­te pro­va­re ad allar­ga­re la rifles­sio­ne, usan­do que­sto volu­me come un deto­na­to­re, che è un modo di rico­no­sce­re la sua inci­si­vi­tà. Sia­mo gen­te sem­pli­ce, e visto che l’oggetto di Prag­ma è un “dibat­ti­to sull’autonomia”, par­tia­mo dal­le doman­de bana­li. C’è anco­ra spa­zio per l’autonomia?

Va rico­no­sciu­ta senz’altro, a quest’area poli­ti­co cul­tu­ra­le, la lon­ge­vi­tà, men­tre sono avviz­zi­te le posi­zio­ni m‑l, scal­za­te dall’accelerazione degli even­ti che ha tra­vol­to i cata­fal­chi dove ripo­sa­va­no le loro mum­mie teo­ri­che. L’autonomia come atti­tu­di­ne alla rivol­ta e insof­fe­ren­za al domi­nio, inve­ce, è dura­ta per­ché, appun­to, la sua esi­sten­za pre­scin­de dal­le sigle e dal­le for­me intor­no alle qua­li negli anni si è coa­gu­la­ta. Anzi­ché esse­re un’identità, l’autonomia è un com­por­ta­men­to che esi­ste a pre­scin­de­re dagli autonomi.

Que­sto carat­te­re ren­de ragio­ne del suo esse­re un feno­me­no mul­ti­for­me, sci­vo­lo­so anche nel­le sue espe­rien­ze più strut­tu­ra­te e orga­niz­za­te e que­sta sua natu­ra ren­de pos­si­bi­le una sua nar­ra­zio­ne sol­tan­to se lega­ta ai ter­ri­to­ri e alle loro specificità.

Que­sto insie­me di espe­rien­ze dif­fe­ren­ti, tut­ta­via, ha avu­to un ele­men­to comu­ne nel­la tra­ma di fon­do che è lo scon­tro tra il Capi­ta­le e lavo­ro, nel­le sue for­me spe­ci­fi­che in cia­scun ter­ri­to­rio. Discu­ten­do, allo­ra, di auto­no­mia dal­la nostra pro­spet­ti­va, pro­via­mo a intro­dur­re nel­la discus­sio­ne il tema dell’autonomia meri­dio­na­le, nel con­te­sto gene­ra­le italiano.

Rico­strui­re la sto­ria dell’autonomia ope­ra­ia è un’impresa che si con­trad­di­ce da sola. A con­ti fat­ti non esi­ste “una Sto­ria” ma un insie­me di vicen­de che si intrec­cia­no intor­no a even­ti, lot­te, gran­di appun­ta­men­ti e pic­co­le sto­rie per­so­na­li e col­let­ti­ve. Riguar­do al Mez­zo­gior­no la situa­zio­ne si fa più ancor più com­ples­sa per il soprag­giun­ge­re di fat­to­ri deli­nean­ti una sto­ria “a par­te” che non è di “arre­tra­tez­za”, come mol­ta cat­ti­va let­te­ra­tu­ra vuo­le far inten­de­re, ma di subal­ter­ni­tà inter­na a un pia­no gene­ra­le di sviluppo.

Nel­la nar­ra­zio­ne di cer­ta cat­ti­va sto­rio­gra­fia quan­do si par­la di Mez­zo­gior­no si fa rife­ri­men­to a un indi­stin­to agglo­me­ra­to di popo­la­zio­ni e pro­vin­ce den­tro un con­ti­nuum di vicen­de sto­ri­co-poli­ti­che defi­ni­te da un rap­por­to ver­ti­ca­le con il pote­re costi­tui­to: dall’alto ver­so il bas­so, dal­la bor­ghe­sia ai subal­ter­ni. La sto­ria, così, si fa qua­si descri­zio­ne di una Leg­ge Natu­ra­le, deter­mi­ni­smo del­le clas­si pro­prie­ta­rie e dell’intellettualità bor­ghe­se che sono inter­ve­nu­te, dal­la secon­da metà dell’Ottocento fino al lun­go Secon­do dopo­guer­ra, con l’adozione di poli­ti­che emer­gen­zia­li e con misu­re pater­na­li­sti­che. Tut­to ciò all’ombra del­la “que­stio­ne meri­dio­na­le”: una sor­ta di imma­gi­ne reto­ri­ca, depo­ten­zian­te, appic­ci­ca­ta­ci addosso.

Sca­van­do negli archi­vi di movi­men­to si tro­va una stra­ti­fi­ca­zio­ne di vis­su­ti e memo­rie spar­se da cui si evin­ce l’esistenza di un’esperienza col­let­ti­va con una pro­pria con­si­sten­za mate­ria­li­sti­ca­men­te radi­ca­ta nel­le lot­te di clas­se. L’autonomia meri­dio­na­le è esi­sti­ta in quell’ampio reti­co­lo di lot­te ope­ra­ie e socia­li che biso­gna ricom­por­re per squar­cia­re il silen­zio, toglien­do quel­la pati­na che la bor­ghe­sia meri­dio­na­le ha depo­si­ta­to con la sto­rio­gra­fia “uffi­cia­le”, sul­la qua­le ha ripro­dot­to clien­te­le, baro­nag­gio e assi­sten­zia­li­smo, cam­bian­do gat­to­par­de­sca­men­te pel­le al feu­da­le­si­mo per man­te­ne­re il pote­re. Que­sti dispo­si­ti­vi nel Sud han­no fun­zio­na­to, pri­ma, come val­vo­la di sfo­go e, poi, come con­trol­lo dei rap­por­ti di for­za tan­to nell’entroterra agri­co­lo quan­to nel­le cit­tà costie­re. Una plu­ra­li­tà di dimen­sio­ni ter­ri­to­ria­li, di sto­rie e di cul­tu­re sul­le qua­li, per eser­ci­tar­vi ege­mo­nia, gli intel­let­tua­li bor­ghe­si han­no costrui­to l’icona del­la macro­re­gio­ne indif­fe­ren­zia­ta: il Sud Ita­lia. Del resto, il discor­so bor­ghe­se non fa che sem­pli­fi­ca­re la com­ples­si­tà in modo da eser­ci­ta­re la pro­pria vio­len­za di classe.

Da dove par­ti­re, quin­di, per riper­cor­re­re i fili di una sto­ria dell’autonomia? E cos’è l’autonomia ope­ra­ia meri­dio­na­le? Per pro­va­re a rispon­de­re biso­gna sca­va­re den­tro i fram­men­ti, trac­cia­re una car­to­gra­fia tema­ti­ca e ripen­sa­re l’idea stes­sa di Mez­zo­gior­no per libe­rar­se­ne defi­ni­ti­va­men­te, pren­de­re distan­za dal pie­ti­smo meri­dio­na­li­sti­co e dal mar­xi­smo sto­ri­ci­sta: la linea del pro­gres­so in asce­sa con il timo­ne ret­to dal­la bor­ghe­sia illu­mi­na­ta, sen­za la qua­le il Sud sareb­be ostag­gio di laz­za­ri, ple­ba­glia e lum­pen­pro­le­ta­riat. Linea che ha segna­to, per oltre cinquant’anni, l’azione poli­ti­ca e cul­tu­ra­le del PCI.

In real­tà, guar­dan­do a Sud è un tema par­ti­co­lar­men­te inte­res­san­te quel­lo del­la rela­zio­ne fra i mili­tan­ti rivo­lu­zio­na­ri e le rivol­te non pro­pria­men­te ope­ra­ie e, soprat­tut­to, con quei “grup­pi socia­li subal­ter­ni”, per dir­la con Gram­sci: un insie­me spu­rio di pro­le­ta­ria­to e sot­to­pro­le­ta­ria­to. In tal sen­so la rivol­ta di Reg­gio Cala­bria del 1970 è sta­ta para­dig­ma­ti­ca dell’incapacità, per mol­te for­ma­zio­ni poli­ti­che a par­te Lot­ta Con­ti­nua, di leg­ger­vi un con­te­sto deter­mi­na­to dagli inte­res­si di clas­se di quel “sot­to­pro­le­ta­ria­to” che i Nuclei Arma­ti Pro­le­ta­ri han­no poi indi­vi­dua­to come la clas­se rivo­lu­zio­na­ria del meri­dio­ne ita­lia­no, un tema sen­za il qua­le com­pren­de­re quel­lo che è acca­du­to e anco­ra acca­de dal­le nostre par­ti è impossibile.

Par­tia­mo, quin­di, da que­gli anni in cui si inne­sta sul­la sog­get­ti­vi­tà di clas­se la pos­si­bi­li­tà dell’autonomia ope­ra­ia e in quel momen­to che si rav­vi­sa­no, anche nel Mez­zo­gior­no, un ciclo nuo­vo del­le lot­te di clas­se che non sono una rica­du­ta sul­la cit­tà di quel­lo che acca­de in fab­bri­ca e, soprat­tut­to, non sono l’effetto del­la lot­ta di clas­se pro­dot­ta­si nel Nord del Pae­se. Nel perio­do, poi, che va dal ’69 al ’74 si situa­no even­ti signi­fi­ca­ti­vi, fra cui a Napo­li il cole­ra nell’estate ’73 e le mol­te­pli­ci lot­te spon­ta­nee in tut­to il Sud: non solo Reg­gio Cala­bria ma la rivol­ta dei brac­cian­ti di Avo­la, quel­la di Bat­ti­pa­glia, Castel­lam­ma­re. In que­gli anni si osser­va l’emersione di un’inedita com­po­si­zio­ne socia­le den­tro cui matu­ra­no le con­di­zio­ni per lo svi­lup­po di radi­ca­li e mas­si­ve lot­te in cui inte­ri set­to­ri socia­li, rite­nu­ti fino allo­ra di secon­do pia­no nel­la vita poli­ti­ca, si affer­ma­va­no fran­tu­man­do il pesan­te sco­glio del­le pater­ni­tà poli­ti­che e del­le diri­gen­ze nel­le lot­te. Que­sti set­to­ri non appar­te­ne­va­no alla fab­bri­ca, ma si era­no resi atti­vi, a Napo­li, sin da dopo l’epidemia cole­ri­ca con le lot­te con­tro l’aumento del costo del pane, con­fi­gu­ran­do una “com­po­si­zio­ne di clas­se urba­na”, altra inter­pre­ta­zio­ne di quel­lo che era l’operaio socia­le, den­tro cui risie­do­no i carat­te­ri pecu­lia­ri del­la lot­ta di clas­se napo­le­ta­na di que­gli anni. E que­sti dati di com­po­si­zio­ne sono ben pre­sen­ti alle avan­guar­die ope­ra­ie e ai grup­pi poli­ti­ci che ope­ra­no in cit­tà den­tro un ter­re­no socia­le nuo­vo per la tra­di­zio­ne marxista–leninista. Nasco­no così espe­ri­men­ti poli­ti­ci di sog­get­ti­va­zio­ne di set­to­ri del pro­le­ta­ria­to estra­nei alla cen­tra­li­tà ope­ra­ia di fab­bri­ca come i Disoc­cu­pa­ti Orga­niz­za­ti o l’esperienza dei Comi­ta­ti di Quar­tie­re, che costrui­sco­no i momen­ti più alti del­la lot­ta dai pri­mi anni ’70 in poi. Chi non lo capi­sce e resta anco­ra­to alla “cen­tra­li­tà del­la fab­bri­ca”, si dissolve.

Dun­que, gli auto­no­mi meri­dio­na­li non ebbe­ro la fab­bri­ca come ele­men­to cen­tra­le del pro­prio inter­ven­to poli­ti­co, né tan­to­me­no il sog­get­to cen­tra­le del­la loro azio­ne fu l’operaio del­la cate­na di mon­tag­gio, ben­sì lo spa­zio era la dimen­sio­ne urba­na e i sog­get­ti di rife­ri­men­to era­no anno­ve­ra­bi­li in una spe­ci­fi­ca for­ma di ope­ra­io socia­le qua­le pro­dot­to del­la sus­sun­zio­ne rea­le del­la cit­tà al capi­ta­le. L’intervento poli­ti­co degli auto­no­mi, per­tan­to, in par­ti­co­la­re di quel­li napo­le­ta­ni, all’interno di que­sta com­po­si­zio­ne socia­le fu quel­lo di svi­lup­pa­re un prin­ci­pio del pri­mis­si­mo ope­rai­smo di Ranie­ro Pan­zie­ri: “apri­re e tene­re aper­to il movi­men­to”. Ossia il ten­ta­re di atti­va­re tut­te le leve poli­ti­co-socia­li e di con­tro­in­for­ma­zio­ne per man­te­ne­re quan­to più pos­si­bi­le il pun­to d’attacco dei movi­men­ti socia­li: accu­mu­la­re quan­ta più for­za tra­mi­te le lot­te socia­li per allon­ta­na­re il momen­to del riflus­so; pro­dur­re socia­li­tà nuo­ve e con­so­li­da­re gli inte­res­si dei movi­men­ti di clas­se, pro­van­do a far pen­de­re i rap­por­ti di for­za a favo­re del­le clas­si subal­ter­ne. In que­sti pas­sag­gi abbia­mo una tra­du­zio­ne meri­dia­na dell’operaismo: pri­ma i movi­men­ti di clas­se e poi il capi­ta­le; pri­ma gli inte­res­si di clas­se in modo da rifug­gi­re allo spa­zio del­la nor­ma­li­tà, alla tem­pi­sti­ca del lavo­ro e, dun­que, al recu­pe­ro del capitale.

Sem­bra para­dos­sa­le che pro­prio la “rivo­lu­zio­ne coper­ni­ca­na” di Tron­ti pos­sa esse­re uno stru­men­to uti­lis­si­mo a leg­ge­re quel­la sta­gio­ne che ha visto in Napo­li un labo­ra­to­rio. Se, come soste­ne­va­no gli ope­rai­sti, il pun­to di vista ope­ra­io non è nien­te di meno che lo sguar­do sul pro­ces­so gene­ra­le da par­te di chi sta nel pun­to più alto del­lo svi­lup­po capi­ta­li­sti­co, la clas­se ope­ra­ia, biso­gna lavo­ra­re per defi­nir­ne le muta­zio­ni, la cor­ret­ta fisio­no­mia nel­la dina­mi­ca del­lo svi­lup­po e nel suo attra­ver­sa­re i ter­ri­to­ri. Un attra­ver­sa­men­to che è sem­pre ambi­va­len­te, den­tro cui si tra­sfor­ma­no e si adat­ta­no i sog­get­ti socia­li ma anche i pro­ces­si pro­dut­ti­vi. Cia­scu­no secon­do le sue neces­si­tà di soprav­vi­ven­za. “Sol­tan­to a livel­lo di clas­se ope­ra­ia si può par­la­re in sen­so spe­ci­fi­co di pro­ces­so rivo­lu­zio­na­rio, di rivo­lu­zio­ne, di rot­tu­ra rivo­lu­zio­na­ria” ma la clas­se “ope­ra­ia”, nel­le metro­po­li e nei ter­ri­to­ri stra­vol­ti dal capi­ta­li­smo del­la cri­si non è solo quel­la del­la linea di mon­tag­gio, anzi, a Napo­li e in tut­to il Mez­zo­gior­no que­sto para­dig­ma non reg­ge. Quell’approccio che ha rilet­to il mar­xi­smo fian­co a fian­co all’operaio mas­sa è vis­su­to den­tro le lot­te del pro­le­ta­ria­to urba­no che si è sog­get­ti­va­to rico­no­scen­do­si “ope­ra­io”: sog­get­to da cui si estrae plu­sva­lo­re nel ciclo pro­dut­ti­vo este­so alla metro­po­li, e quin­di pro­prio come l’operaio mas­sa ha comin­cia­to a lot­ta­re con­tro se stes­so, con­tro la sua con­di­zio­ne di for­za lavo­ro alie­na­ta, estra­nea alla pro­du­zio­ne di mer­ci e sfrut­ta­ta dal­la tem­pi­sti­ca del­la valo­riz­za­zio­ne capi­ta­li­sti­ca. Pro­prio come l’operaio mas­sa che era, poi, l’emigrante sra­di­ca­to dal­le pro­vin­ce meri­dio­na­li, il con­ta­di­no, il brac­cian­te espul­so dal­le ter­re del­la Rifor­ma agra­ria, strap­pa­te gra­zie alle sue lot­te con­tro il lati­fon­do e i “galan­tuo­mi­ni”. Que­sta epo­pea tri­ste­men­te ter­mi­na­ta è ini­zia­ta un seco­lo pri­ma con la “nasci­ta del­la colo­nia”, per dir­la con Nico­la Zita­ra, e con la sud­di­vi­sio­ne di clas­se fra un Nord indu­stria­liz­za­to e un Sud agri­co­lo, sacri­fi­ca­to per l’accumulazione ori­gi­na­ria del pro­ces­so di svi­lup­po settentrionale.

L’operaismo è onto­lo­gi­ca­men­te un pun­to di vista di par­te, una cas­set­ta degli attrez­zi cui ha attin­to – chi più chi meno – tut­ta l’area dell’autonomia ope­ra­ia. E que­sto ren­de obiet­ti­va­men­te impor­tan­te leg­ge­re le sto­rie dell’autonomia den­tro le loro spe­ci­fi­ci­tà ma in con­te­sto che ne ren­da evi­den­ti i lega­mi fra le dif­fe­ren­ti sto­rie. Fra colo­ro che più han­no attin­to a quel­la riser­va di idee, comun­que, ci sono cer­ta­men­te i CPV. Esem­pla­re è il rac­con­to dei Despa­li nel riper­cor­rer­ne l’uso e, prim’ancora, nel det­ta­glia­re la genea­lo­gia dell’operaismo alla pro­va del­la nuo­va com­po­si­zio­ne di clas­se oltre il for­di­smo: l’operaio socia­le. Que­sta let­tu­ra get­ta in qual­che modo un pon­te tra l’esperienza vene­ta e quel­la napo­le­ta­na, pur nel­la diver­si­tà di approc­ci e moda­li­tà di orga­niz­za­zio­ne poli­ti­ca che, comun­que, apro­no lo spa­zio poli­ti­co di una sog­get­ti­vi­tà nuo­va, intui­ta, non com­pre­sa fino in fon­do ma incro­cia­ta in due espe­rien­ze dif­fe­ren­ti. Due dei tan­ti vol­ti dell’operaio socia­le che non è uno spac­ca­to di clas­se omo­ge­neo ma la nuo­va sog­get­ti­vi­tà mul­ti­for­me che si mani­fe­sta den­tro la ristrut­tu­ra­zio­ne capi­ta­li­sti­ca. E che ha fisio­no­mie diver­se a Pado­va e a Napo­li, pro­dot­ti dal­la stes­sa cri­si su ter­ri­to­ri differenti.

Tut­ta­via c’è un vul­nus in que­sta geo­gra­fia, un cor­to­cir­cui­to nel para­dig­ma ope­rai­sta. Esso è situa­to nel­le pro­vin­ce meri­dio­na­li. Le spe­ci­fi­ci­tà dell’operaismo van­no rimo­du­la­te attra­ver­so i com­por­ta­men­ti e le sog­get­ti­vi­tà dell’autonomia meri­dio­na­le: in par­ti­co­la­re, rispet­to alla com­po­si­zio­ne di clas­se di quei ter­ri­to­ri e rispet­to ai pro­ces­si di pro­du­zio­ne e alla valo­riz­za­zio­ne com­ples­si­va­men­te del­le comunità.

Det­to fuo­ri dai den­ti: l’operaismo qua­le meto­do d’intervento nell’autonomia di clas­se è nato nel Nord Ita­lia, sot­to i can­cel­li del­le fab­bri­che del “trian­go­lo indu­stria­le”, in par­ti­co­la­re a Mira­fio­ri con al cen­tro l’operaio mas­sa, gio­va­ne meri­dio­na­le “depor­ta­to” per soste­ne­re lo svi­lup­po capi­ta­li­sti­co dei glo­rio­si trent’anni del for­di­smo; e, poi, è sta­to uti­liz­za­to nell’analisi del­la com­po­si­zio­ne di clas­se metro­po­li­ta­na degli anni ‘70, nell’analisi del­la com­po­si­zio­ne tec­ni­ca e del­la com­po­si­zio­ne poli­ti­ca dell’operaio socia­le espul­so dal­la fab­bri­ca e sus­sun­to nei pro­ces­si di valo­riz­za­zio­ne del­la metro­po­li. “L’operaismo – come dice Lan­fran­co Cami­ni­ti – appar­te­ne­va a pro­ces­si di for­ma­zio­ne, era una cas­set­ta degli attrez­zi con­cet­tua­li – non esi­ste una ‘tra­di­zio­ne teo­ri­ca’ ope­rai­sta al Sud, né una ‘tra­du­zio­ne’”.

Posta così la fac­cen­da sareb­be chiu­sa e, di con­se­guen­za, l’autonomia meri­dio­na­le sareb­be un’anomalia, un’etichetta inven­ta­ta e affib­bia­ta a chi non si rifa­ce­va né alle for­ma­zio­ni del­la sini­stra extra­par­la­men­ta­re, né ai grup­pi m‑l, né tan­to­me­no a satel­li­ti del Pci. Al con­tra­rio, esi­sto­no del­le spe­ci­fi­ci­tà dell’autonomia meri­dio­na­le che l’operaismo, qua­le attrez­zo assai poco dut­ti­le nell’interpretare e nell’intervenire nel­la com­po­si­zio­ne di clas­se meri­dio­na­le non sem­pre è riu­sci­to a coglie­re, se non nel­la sua tra­sfor­ma­zio­ne che è sta­ta ope­ra­ta dai mili­tan­ti immer­si nei loro ter­ri­to­ri di lot­ta. In quel Mez­zo­gior­no che si vole­va nar­co­tiz­za­to sor­se­ro col­let­ti­vi auto­no­mi che die­de­ro vita a rivi­ste, pam­phlet e gior­na­li con una dif­fu­sio­ne loca­le e regio­na­le al rit­mo di un “noma­di­smo mili­tan­te” che por­ta­va gli auto­no­mi meri­dio­na­li su e giù per pae­si e pro­vin­ce inse­guen­do le lot­te ope­ra­ie e socia­li. Quel­la immu­ta­bi­le sta­ti­ci­tà, cui lo Sta­to con­ti­nua­va a inchio­da­re il Sud, veni­va rot­ta dai cam­peg­gi auto­ge­sti­ti e dai festi­val con­tro-cul­tu­ra­li, come quel­lo di Lico­la (NA) del ‘75 o dal­le lot­te che nel­lo svol­ger­si rie­vo­ca­va­no lo spet­tro del­le gesta dei bri­gan­ti dell’Ottocento, a suon di sol­le­va­zio­ni e poi di cac­cia­te di pre­ti, poli­ti­ci e padro­ni come a Gri­so­lia (CS) nel ’78.

Que­sti trat­ti li abbia­mo rin­ve­nu­ti, più recen­te­men­te, nel­le lot­te con­tro i rifiu­ti in Cam­pa­nia oppu­re nel­la rivol­ta luca­na con­tro l’insediamento del­le sco­rie nuclea­ri a Scan­za­no Joni­co in cui la for­za del­la sol­le­va­zio­ne si è ret­ta su paro­le d’ordine pre­ci­se: auto­no­mia dai pote­ri costi­tui­ti qua­le ter­mi­ne di inter­ven­to poli­ti­co e autor­ga­niz­za­zio­ne come meto­do. Eppu­re una vol­ta vin­te quel­le bat­ta­glie, la poli­ti­ca è rien­tra­ta nell’alveo del­la stes­sa demo­cra­zia bor­ghe­se, come se l’opzione anta­go­ni­sta non fos­se cre­di­bi­le di dive­ni­re orga­niz­za­zio­ne e nuo­vo pote­re costituente.

Die­tro que­sta inca­pa­ci­tà a dive­ni­re pote­re costi­tuen­te vi è sta­ta un’incapacità del­le e dei compagne/​i a pen­sar­si in pie­na auto­no­mia. Det­to altri­men­ti: con debi­te pro­por­zio­ni e dif­fe­ren­ze, anche nel­la nostra par­te ha fun­zio­na­to una sor­ta di orien­ta­li­smo inter­no, sia nel come è sta­to per­ce­pi­to il Sud, sia nel come le/​i compagne/​i si sia­no visti. Ne è segui­ta, dun­que, una nar­ra­zio­ne di rifles­so, pri­va di auto­no­mia e spe­ci­fi­ci­tà rela­ti­va­men­te alle lot­te socia­li meri­dio­na­li. Ten­ta­ti­vi di eman­ci­par­si dai model­li impor­ta­ti dal Nord Ita­lia ed Euro­pa sono sta­ti posti in esse­re. Ad esem­pio, nei pri­mi anni 2000, alcu­ne orga­niz­za­zio­ni dell’antagonismo socia­le meri­dio­na­le han­no dato vita alla Rete del Sud Ribel­le, un coor­di­na­men­to inter­rot­to nel 2002 dai repar­ti spe­cia­li anti­ter­ro­ri­smo per un’assurda accu­sa di cospi­ra­zio­ne poli­ti­ca e asso­cia­zio­ne sov­ver­si­va fini­ta die­ci anni dopo nel nul­la. Negli anni suc­ces­si­vi, par­te di que­ste orga­niz­za­zio­ni han­no dato vita a un luo­go di rifles­sio­ne e di ricer­ca mili­tan­te nel­la rete di Oriz­zon­ti meri­dia­ni: una rete di rifles­sio­ne teo­ri­ca sul­la pos­si­bi­li­tà di costru­zio­ne di un pen­sie­ro meri­dio­na­li­sti­co in Ita­lia con alcu­ni semi­na­ri e una pubblicazione[1]. L’incapacità di strut­tu­ra­zio­ne su lun­go perio­do di que­ste ini­zia­ti­ve meri­dio­na­li altro non è che lo spec­chio di una dif­fi­col­tà epi­ste­mo­lo­gi­ca a pen­sar­si e pen­sa­re auto­no­ma­men­te con uno sguar­do rivol­to al Sud, sen­za affi­dar­si a intel­let­tua­li, for­mu­le e pac­chet­ti già pre­con­fe­zio­na­ti in altri luo­ghi e territori.

Nel tem­po que­sta inca­pa­ci­tà è sta­ta intro­iet­ta­ta fun­zio­nan­do come un tar­lo tan­to capar­bio da destrut­tu­ra­re ogni ten­ta­ti­vo di dare for­ma e orga­niz­za­zio­ne ai movi­men­ti di lot­ta: seb­be­ne la ten­sio­ne del­le e dei mili­tan­ti sia sta­ta sem­pre quel­la di accu­mu­la­re poten­za e di tene­re aper­to il movi­men­to tra­mi­te azio­ni e momen­ti di coa­gu­lo, con­sci dell’imminente riflus­so del­la lot­ta, anzi­ché imma­gi­nar­se­ne una pro­ces­sua­li­tà di lun­go perio­do. Infat­ti, non sia­mo mai riu­sci­ti a tra­dur­re l’iniziativa di lot­ta in con­tro­po­te­re orga­niz­za­to; e que­sto limi­te sto­ri­co insie­me alla mol­ti­pli­ca­zio­ne di dif­fe­ren­ze fra le strut­tu­re poli­ti­che han­no pro­vo­ca­to fran­tu­ma­zio­ni insa­na­bi­li e inca­pa­ci­tà depo­ten­zian­ti qual­sia­si poli­ti­ca rivo­lu­zio­na­ria. Repres­sio­ne poli­zie­sca e inchie­ste giu­di­zia­rie han­no chiu­so il cer­chio attor­no alle for­me di con­tro­po­te­re nei ter­ri­to­ri e quel vuo­to è sta­to col­ma­to, da una par­te, dal­le for­ma­zio­ni poli­ti­co-cri­mi­na­li, e dall’altra dai par­ti­ti e dal­lo Sta­to ripri­sti­nan­do il discor­so in un ordi­ne già visto: assi­sten­zia­li­smo e clien­te­li­smo in cam­bio di voti e lavoro.

Nel loro rac­con­to, le/​i compagne/​i venete/​i fan­no giu­sta­men­te nota­re come quell’operaio socia­le diven­ti, nel­la cri­si e nel­la scon­fit­ta poli­ti­ca, l’uomo del­la Lega. Descri­zio­ne para­dig­ma­ti­ca che resti­tui­sce l’idea di un pro­ces­so rea­le. Un qual­co­sa di simi­le nel­la sua dina­mi­ca, e dif­fe­ren­te com’è ovvio nei suoi risul­ta­ti, suc­ce­de a Napo­li quan­do il movi­men­to per­de ter­re­no e si sfal­da. Quei pro­le­ta­ri e sot­to­pro­le­ta­ri napo­le­ta­ni che, come le avan­guar­die vene­te devo­no cam­pa­re, si orga­niz­za­no in tal sen­so, defluen­do ver­so dif­fe­ren­ti scel­te sog­get­ti­ve, tra cui quel­la del­la cri­mi­na­li­tà orga­niz­za­ta, che in que­gli anni diven­ta un’industria moder­na ed effi­cien­te. Oggi quel­la con­fi­gu­ra­zio­ne di clas­se, nuo­va per l’epoca e per­ciò poco com­pre­sa dai rivo­lu­zio­na­ri “bene­du­ca­ti” si mostra in tut­ta la sua niti­da figu­ra e tro­va­re una meto­do­lo­gia di approc­cio, teo­ri­ca ma anche pra­ti­ca è un ele­men­to cen­tra­le. Rispet­to alla que­stio­ne dell’operaio socia­le è chia­ro che vada rico­strui­ta una rifles­sio­ne fina­liz­za­ta in pri­mis alla pie­na com­pren­sio­ne di que­sta figu­ra di dif­fi­ci­le inqua­dra­men­to. Lo sfor­zo ana­li­ti­co e l’iniziativa poli­ti­ca degli anni ‘70, in Vene­to come a Mila­no e a Napo­li, han­no avvia­to ma non han­no asso­lu­ta­men­te con­clu­so quel per­cor­so. La sua figu­ra è sta­ta inter­cet­ta­ta, incro­cia­ta; e pen­sa­re che quel­le intui­zio­ni feli­ci, quell’iniziativa poli­ti­ca sia­no sta­te defi­ni­ti­ve sareb­be un erro­re colos­sa­le. In quel­la fase le/​i compagne/​i venete/​i han­no anti­ci­pa­to sul ter­re­no del­la poli­ti­ca pra­ti­ca quel­lo che poi l’analisi teo­ri­ca ha affron­ta­to in segui­to. Ed è vero. Com’è vero che a Napo­li, dove quel­la figu­ra nel­la sua con­trad­dit­to­rie­tà rap­pre­sen­ta ancor oggi l’elemento cen­tra­le del­la geo­gra­fia socia­le metro­po­li­ta­na, la stes­sa anti­ci­pa­zio­ne rispet­to all’analisi teo­ri­ca è sta­ta effet­tua­ta da quel­le e quei mili­tan­ti sor­pren­den­te­men­te pro­ve­nien­ti tut­ti dall’area m‑l, che han­no dato vita alla sta­gio­ne del­la rivol­ta par­te­no­pea. Una rivol­ta con con­no­ta­zio­ni “lum­pen” che ne han­no carat­te­riz­za­to la viva­ci­tà, la vio­len­za e anche gli enor­mi erro­ri di pro­spet­ti­va poli­ti­ca. Eppu­re è pro­prio que­sto nuo­vo modo di vede­re la clas­se che ha costi­tui­to una pro­spet­ti­va di rot­tu­ra, che anco­ra oggi desta inte­res­se, que­sta sco­stu­ma­tez­za di irri­de­re le sacre cer­tez­ze del­la fede mar­xi­sta e ren­der­si capa­ci di attra­ver­sa­re la real­tà facen­do­si anche tra­sfor­ma­re da essa.

E’ pro­prio così: pri­ma che su quel­le figu­re socia­li che anco­ra oggi nell’affermare i pro­pri biso­gni dan­no la linea, più e meglio di qual­sia­si polit­bu­ro fuo­ri tem­po mas­si­mo, biso­gna inter­ve­ni­re su noi stes­si, sul­la capa­ci­tà di tra­sfor­mar­ci per inter­cet­tar­le. I CPV anti­ci­pa­ro­no quel­la com­po­si­zio­ne socia­le nuo­va per­ché ci sta­va­no coi pie­di den­tro. Lo stes­so è suc­ces­so a Napo­li negli anni ’70, non riu­scen­do, però, a dare una for­ma anche tran­si­to­ria che riu­scis­se a com­pren­de­re quel­la rivol­ta mul­ti­for­me che emer­ge­va dai bas­si­fon­di del­la cit­tà e che pro­ba­bil­men­te era trop­po ric­ca per esse­re com­pre­sa e inter­pre­ta­ta a pieno.

Alla fine di que­ste note ci ritro­via­mo con una serie di idee e una miria­de di doman­de, al di là del­le que­stio­ni meto­do­lo­gi­che. Che fare? Che far(n)e, di tut­te que­ste memo­rie? Attra­ver­sia­mo un tem­po tri­ste, distan­te da quel­le vicen­de che pro­via­mo a rac­con­ta­re. Se è fini­to un perio­do sto­ri­co, però, è sem­pre viva e urgen­te la “doman­da poli­ti­ca”. Il disfa­ci­men­to del tes­su­to poli­ti­co, ordi­to in una tra­ma per tut­ti gli anni ‘90 e mani­fe­sta­to­si nel­la sua ener­gia e nei suoi enor­mi limi­ti nel Mar­zo 2001 a Napo­li e nel Luglio suc­ces­si­vo a Geno­va, è com­ple­to. Un fat­to­re deter­mi­nan­te è sta­ta sicu­ra­men­te la dura repres­sio­ne ma anche l’inadeguatezza di quell’esperienza al livel­lo di scon­tro con il pote­re. Le ener­gie poli­ti­che sono sta­te poi impie­ga­te per difen­der­ci dai teo­re­mi ordi­ti con­tro il movimento.

Quel­la sta­gio­ne con­te­ne­va nume­ro­se intui­zio­ni feli­ci ma anche l’arretratezza di strut­tu­re che era­no pie­na­men­te coi pie­di nel ter­re­no sab­bio­so del peg­gio­re ‘900. È da quel­la posi­zio­ne sco­mo­da che sono venu­te fuo­ri il tat­ti­ci­smo esa­spe­ra­to, la pre­do­mi­nan­za del ceto poli­ti­co rispet­to all’energia che veni­va da inte­ri set­to­ri di clas­se coin­vol­ti in mas­sa per la pri­ma vol­ta dopo anni, e una man­can­za di orga­niz­za­zio­ne che, anco­ra una vol­ta, ha offer­to il pet­to nudo di quel movi­men­to alla fal­ce del­lo Sta­to. I Social Forum sono mor­ti per quel­lo: era­no diven­ta­ti par­la­men­ti­ni den­tro cui si agi­va la tat­ti­ca camuf­fa­ta da stra­te­gia che ha annac­qua­to il ter­re­no del­la pro­po­sta politica.

La situa­zio­ne attua­le è diret­ta­men­te figlia di que­gli erro­ri. Biso­gna tro­va­re il corag­gio di dire a noi stes­si che i mor­ti sono le nostre for­me orga­niz­za­ti­ve, in mol­ti casi for­me ibri­de di sta­li­ni­smo spruz­za­te di movi­men­to. È defun­ta la vec­chia ipo­te­si “entri­sta” che si è fat­ta stra­da fra ampi set­to­ri di quel movi­men­to dopo la scon­fit­ta pro­du­cen­do risul­ta­ti disa­stro­si, annac­qua­ti den­tro la bro­da­glia del­la tat­ti­ca di soprav­vi­ven­za come uni­co oriz­zon­te possibile.

Fuo­ri da tut­to ciò il ter­re­no del­lo scon­tro è sem­pre vivo e le con­di­zio­ni di lot­ta, che sono nume­ro­se, sono l’ambito nel qua­le si può scor­ge­re “la linea”. Negli ulti­mi vent’anni le lot­te di clas­se in Ita­lia e in tut­to il Sud sono pro­se­gui­te fre­gan­do­se­ne del­le dia­tri­be tra for­ma­zio­ni poli­ti­che. Le con­di­zio­ni del­lo sfrut­ta­men­to sono dive­nu­te sem­pre più inso­ste­ni­bi­li; la com­po­si­zio­ne di clas­se ha visto la pre­sen­za di nuo­ve figu­re socia­li, ancor più, impo­ve­ri­te e sfrut­ta­te, come le/​i migran­ti. Men­tre, ogni ambi­to dell’esistenza è sta­to sot­to­po­sto alla valo­riz­za­zio­ne sen­za che leg­ge del valo­re lavo­ro pos­sa misu­rar­ne lo sfrut­ta­men­to e dedur­ne tas­si sala­ria­li ruba­ti con la vio­len­za di clas­se. I con­flit­ti han­no infat­ti una con­si­sten­za bio­po­li­ti­ca: risie­do­no al di fuo­ri dei peri­me­tri lavo­ra­ti­vi, dove la sto­ria dell’autonomia di clas­se ha mos­so i pri­mi passi.

Nel­la socie­tà e, spe­ci­fi­ca­men­te, nel­lo spa­zio urba­no mol­to spes­so non sia­mo pre­sen­ti, chiu­si nel­le nostre nic­chie iden­ti­ta­rie o in un pas­sa­to che non vuo­le pas­sa­re. Tal­vol­ta igno­ria­mo l’esistenza di micro­con­flit­tua­li­tà; altre vol­te, quan­do i con­flit­ti affio­ra­no, vi giun­gia­mo in ritar­do e, spes­so, dopo neo­fa­sci­sti e/​o leghi­sti. Ciò non­di­me­no, i com­por­ta­men­ti e le con­dot­te dei con­flit­ti urba­ni han­no un carat­te­re ambi­va­len­te e auto­no­mo: ossia, pos­so­no pren­de­re diver­se stra­de e si pre­sen­ta­no osti­li a isti­tu­zio­ni e par­ti­ti. Sono le con­dot­te spu­rie del neo­li­be­ri­smo rea­zio­na­rio. E sono anche le ten­den­ze da deci­fra­re: le ten­den­ze di cui non sia­mo capa­ci di ana­liz­za­re i movi­men­ti tel­lu­ri­ci; diver­sa­men­te dai pri­mi ope­rai­sti, agli ini­zi dei ’60, al cospet­to dell’emigrante meri­dio­na­le e del­la “rude raz­za paga­na”, fie­ri poi di affer­ma­re davan­ti alla rivol­ta di Piaz­za Sta­tu­to: “non ce l’aspettavamo, ma l’abbiamo orga­niz­za­ta”. Oggi, l’autonomia esi­ste anche sen­za gli auto­no­mi, è col­pa nostra se sia­mo in ritardo.

[1] Oriz­zon­ti meri­dia­ni (a cura di), Bri­gan­ti o emi­gran­ti. Sud e movi­men­ti fra con­ri­cer­ca e stu­di subal­ter­ni, ombre cor­te, Vero­na 2015.