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9) POTERE OPERAIO : spunti di riflessione

sul ”grup­po’’ poli­ti­co e i suoi gior­na­li fra ope­rai­smo e auto­no­mia organizzata

un testo di Cin­zia Zen­no­ni che trat­ta la teo­riz­za­zio­ne del­le «basi ros­se» in Pote­re operaio


Agli ini­zi del 1972, Pote­re ope­ra­io avan­zò una nuo­va pro­po­sta orga­niz­za­ti­va: la rea­liz­za­zio­ne di
«basi ros­se», inte­se come «la for­ma spe­ci­fi­ca dell’organizzazione di mas­sa del­la lot­ta degli anni
Set­tan­ta, in una fase poli­ti­ca in cui il pro­ble­ma è for­za­re il movi­men­to, a par­ti­re dal ter­re­no
dell’appropriazione, ver­so lo sboc­co insurrezionale»[1]. I nuo­vi orga­ni­smi, che avreb­be­ro dovu­to
sosti­tui­re il vec­chio pro­get­to dei Comi­ta­ti poli­ti­ci (ora rite­nu­ti ina­de­gua­ti ai com­pi­ti che la muta­ta
situa­zio­ne impo­ne­va), si inse­ri­va­no all’interno del pro­get­to insur­re­zio­na­le, dove la capa­ci­tà di
dire­zio­ne del movi­men­to di mas­sa dive­ni­va non più solo poli­ti­ca, ma politico-​militare. Già a par­ti­re
dal con­ve­gno di Roma del set­tem­bre 1971, Pote­re ope­ra­io ave­va fat­to una pre­ci­sa scel­ta di cam­po.
È a fron­te del­la rispo­sta capi­ta­li­sti­ca clas­si­ca in ter­mi­ni di cri­si, che per il movi­men­to si dan­no
– a nostro avvi­so – due pos­si­bi­li vie di rispo­sta: la via isti­tu­zio­na­le e la via insur­re­zio­na­le.
Mol­ti com­pa­gni imboc­ca­no la pri­ma via, e que­sta con­du­ce ai con­trat­ti e alle ele­zio­ni come
sboc­chi e sca­den­ze isti­tu­zio­na­li, alla dife­sa del posto di lavo­ro in fab­bri­ca e alla lot­ta per la
demo­cra­zia nel­la socie­tà, a una logi­ca fron­ti­sta. Noi pen­sia­mo di rap­pre­sen­ta­re la secon­da
via, e que­sto vuol dire pri­vi­le­gia­men­to di una tema­ti­ca anti­i­sti­tu­zio­na­le, del­la paro­la d’ordine
dell’organizzazione, del­la vio­len­za pro­le­ta­ria, […] dell’appropriazione come pas­sag­gio di
mas­sa ver­so il ter­re­no del­la lot­ta armata[2].
Si trat­ta­va ora di appron­ta­re gli stru­men­ti neces­sa­ri alla con­cre­tiz­za­zio­ne del pro­get­to. Nel­la
con­vin­zio­ne che «lo Sta­to non cadrà da solo, come un den­te caria­to, né si sfal­de­rà d’un col­po» e
che nel pro­ces­so insur­re­zio­na­le «lo Sta­to va inve­ce sfal­da­to, disor­ga­niz­za­to con un attac­co
siste­ma­ti­co con­tro le istituzioni»[3], Pote­re ope­ra­io pone­va come prio­ri­ta­ria la que­stio­ne del­la
«mili­ta­riz­za­zio­ne del­le avan­guar­die» da rea­liz­zar­si all’interno del­la «base ros­sa», non da inten­der­si
come «brac­cio arma­to» o ser­vi­zio d’ordine con fun­zio­ne mili­ta­re spe­ci­fi­ca rispet­to
all’organizzazione poli­ti­ca, ma come orga­ni­smo di uni­tà del­le avan­guar­die con com­pi­ti di azio­ne
con­tem­po­ra­nea­men­te poli­ti­ca e militare[4].
Il pro­get­to di una «guer­ra civi­le rivo­lu­zio­na­ria» richie­de­va l’esercizio di una for­te ege­mo­nia sul
movi­men­to e la capa­ci­tà di impri­me­re una dire­zio­ne spe­ci­fi­ca alle lot­te. In que­sto sta­va la dif­fi­col­tà,
poi­ché, come giu­sta­men­te Pote­re ope­ra­io rile­va­va, all’interno del movi­men­to si era venu­ta a
crea­re una pola­riz­za­zio­ne tra due posi­zio­ni: da un lato si pro­po­ne­va
la dife­sa dell’occupazione; la radi­ca­liz­za­zio­ne del­le piat­ta­for­me sin­da­ca­li; il con­so­li­da­men­to
dell’autonomia; la costru­zio­ne dell’organizzazione mat­to­ne su mat­to­ne, per la via lun­ga del
«radi­ca­men­to gra­dua­le fra le mas­se»; il raf­for­za­men­to degli orga­ni­smi dell’autonomia, il
rifiu­to di assu­me­re l’iniziativa sul ter­re­no del­la vio­len­za; la dife­sa con­tro la repres­sio­ne;
dall’altro
il sala­rio garan­ti­to come pro­gram­ma radi­ca­le di uni­fi­ca­zio­ne dei pro­le­ta­ri con­tro lo Sta­to; […]
la crea­zio­ne nel­le fab­bri­che, nel­le scuo­le, nei quar­tie­ri, di orga­ni­smi di mas­sa di dire­zio­ne
del­la lot­ta, di eser­ci­zio pra­ti­co di pote­re sov­ver­si­vo, di orga­niz­za­zio­ne del­lo scon­tro (le basi
ros­se del pote­re ope­ra­io e pro­le­ta­rio); […] la costru­zio­ne di un’organizzazione poli­ti­co­mi­li­ta­re
per orga­niz­za­re la guer­ra civi­le rivo­lu­zio­na­ria […] che sia capa­ce – non di inse­gui­re il
movi­men­to – ma di muo­ver­si «da par­ti­to»: cioè che sia in gra­do di anti­ci­pa­re, di pro­muo­ve­re
i com­por­ta­men­ti del­le mas­se, del movimento[5].
La rea­liz­za­zio­ne del par­ti­to dell’insurrezione richie­de­va la capa­ci­tà di sta­bi­li­re un «pro­gram­ma»,
cioè di fis­sa­re alcu­ni obiet­ti­vi poli­ti­ci e momen­ti gene­ra­li di scon­tro attor­no ai qua­li far con­ver­ge­re
il con­sen­so di stra­ti del­la clas­se ope­ra­ia e di set­to­ri del movi­men­to. L’obiettivo del sala­rio poli­ti­co,
in pri­mo luo­go esem­pli­fi­ca­to dal­la richie­sta di red­di­to garan­ti­to per tut­ti e «sgan­cia­to dal lavo­ro»,
pote­va rap­pre­sen­ta­re la for­mu­la rias­sun­ti­va «dell’intero ven­ta­glio dei biso­gni, degli inte­res­si
pro­le­ta­ri».
Tut­ta­via la que­stio­ne del pro­gram­ma si pone­va con­tem­po­ra­nea­men­te a quel­la del­le for­me di lot­ta,
degli stru­men­ti d’organizzazione del­la guer­ra civi­le. Pote­re ope­ra­io si oppo­ne­va a una dupli­ce
pro­spet­ti­va: sia a una con­ce­zio­ne orga­niz­za­ti­va tipi­ca del­le for­ma­zio­ni ter­ro­ri­sti­che, incen­tra­ta
attor­no alla lot­ta e alla pro­pa­gan­da arma­ta da par­te di nuclei d’avanguardia clan­de­sti­na, dal­la cui
aggre­ga­zio­ne sareb­be poi deri­va­to il par­ti­to rivo­lu­zio­na­rio, sia a una strut­tu­ra orga­niz­za­ta su due
livel­li, in cui il par­ti­to fos­se lega­le e a esso si affian­cas­se una strut­tu­ra mili­ta­re di carat­te­re
subal­ter­no. A tali ipo­te­si si pre­fe­ri­va quel­la di un’organizzazione poli­ti­ca, insie­me d’avanguardia e di
mas­sa, già imme­dia­ta­men­te strut­tu­ra­ta per le neces­si­tà del­lo scon­tro mili­ta­re, dove la vio­len­za
pre­or­di­na­ta d’avanguardia potes­se fon­der­si con la vio­len­za di mas­sa del movi­men­to. La «base
ros­sa», in quan­to «orga­ni­smo di mas­sa capa­ce di dire­zio­ne poli­ti­ca sul movi­men­to», avreb­be
dovu­to rap­pre­sen­ta­re la strut­tu­ra inter­me­dia di rac­cor­do tra i due momen­ti di eser­ci­zio del­la
vio­len­za rivoluzionaria[6], all’interno di un «pro­get­to com­ples­si­vo di mili­ta­riz­za­zio­ne del
movi­men­to pro­le­ta­rio e del­le sue avanguardie»[7]. Il par­ti­to si affer­ma­va quin­di in una for­ma flui­da
e dina­mi­ca:
Vi è solo uno spa­zio di par­ti­to che di vol­ta in vol­ta si costrui­sce come pos­si­bi­li­tà di
insur­re­zio­ne, che si affer­ma den­tro gli orga­ni­smi di mas­sa a dire­zio­ne ope­ra­ia pre­di­spo­sti alla
lot­ta […] Gli orga­ni­smi di mas­sa a dire­zio­ne ope­ra­ia sono la for­ma attua­le del partito.[8]
Pre­mes­so che di «basi ros­se» non risul­ta ne sia­no sta­te costi­tui­te in nes­sun luogo[9], attor­no alla
pro­po­sta del­la loro rea­liz­za­zio­ne si svol­se, dall’1 al 3 giu­gno 1972, il con­ve­gno dei qua­dri diri­gen­ti
di Pote­re ope­ra­io (era­no pre­sen­ti cir­ca 250 dele­ga­ti di tut­te le sezio­ni). Par­ten­do dall’analisi del­la
com­po­si­zio­ne socia­le dei mili­tan­ti dell’organizzazione[10], il con­ve­gno esor­di­va con l’affermare:
va svi­lup­pa­ta all’interno del­le orga­niz­za­zio­ni del­la sini­stra rivo­lu­zio­na­ria una pro­fon­da
auto­cri­ti­ca che coin­vol­ga la stes­sa com­po­si­zio­ne poli­ti­ca (oggi impo­ve­ri­ta di ener­gie ope­ra­ie
di lot­ta) del­le orga­niz­za­zio­ni, che ria­pra la cam­pa­gna di reclu­ta­men­to di mas­sa di qua­dri
poli­ti­ci ope­rai e assi­cu­ri per­ciò che la paro­la d’ordine del­la dire­zio­ne ope­ra­ia non sia sem­pli­ce
fumisteria[11].
Si era alla vigi­lia del­le lot­te d’autunno per il rin­no­vo del con­trat­to dei chi­mi­ci, degli edi­li e,
soprat­tut­to, dei metal­mec­ca­ni­ci. Pote­re ope­ra­io cer­cò di inse­rir­si nel con­te­sto del­le agi­ta­zio­ni
ope­ra­ie pre­ci­san­do meglio la pro­pria posi­zio­ne. La sen­sa­zio­ne di aver allen­ta­to il lega­me con la
clas­se ope­ra­ia (che ora anda­va orga­niz­zan­do­si auto­no­ma­men­te, al di fuo­ri del­le diret­ti­ve dei
grup­pi, in col­let­ti­vi, comi­ta­ti, assem­blee) era for­te. Per que­sto si riba­di­va l’urgenza di ripro­por­re la
que­stio­ne del­la «dire­zio­ne ope­ra­ia del movi­men­to». Si affer­ma­va peren­to­ria­men­te che
il sog­get­to indi­vi­si­bi­le del­la lot­ta rivo­lu­zio­na­ria è la clas­se ope­ra­ia […] non l’individualità (o il
corag­gio e l’eroismo) dei sin­go­li qua­dri. La sog­get­ti­vi­tà rivo­lu­zio­na­ria non è in nes­sun caso
indi­vi­dua­li­tà sin­go­la, indi­vi­dua­li­smo. È sem­pre e sol­tan­to com­por­ta­men­to di massa[12].
Il par­ti­to dell’insurrezione avreb­be potu­to costi­tuir­si solo attra­ver­so l’affermarsi di una volon­tà
radi­ca­le di scon­tro all’interno degli orga­ni­smi di mas­sa e di movi­men­to nati nel cor­so del­le recen­ti
lot­te. Pote­re ope­ra­io si pro­po­ne­va di pro­muo­ver­ne lo svi­lup­po e il col­le­ga­men­to sul pia­no
nazio­na­le, coscien­te che «una pro­po­sta di con­fe­ren­za dei comi­ta­ti e del­le assem­blee ope­ra­ie e
pro­le­ta­rie non va vista come ini­zia­ti­va di un grup­po, ma come l’espressione di un biso­gno rea­le da
par­te di que­sti orga­ni­smi stessi»[13].
Con l’espressione «orga­ni­smi di mas­sa» Pote­re ope­ra­io non inten­de­va rife­rir­si solo alle nuo­ve
real­tà orga­niz­za­ti­ve di quell’area di movi­men­to che si defi­ni­va come «auto­no­mia ope­ra­ia
organizzata»[14], ma anche al pro­get­to del­le «basi ros­se». Esso dove­va lega­re il pro­ble­ma del­la
mili­ta­riz­za­zio­ne alla lot­ta di mas­sa e alla «dimen­sio­ne metro­po­li­ta­na» del con­te­sto insur­re­zio­na­le,
pro­prio in vir­tù del­la natu­ra politico-​militare che tali orga­ni­smi avreb­be­ro avu­to e del­la loro
pre­vi­sta dif­fu­sio­ne sul ter­ri­to­rio. Inol­tre la «base ros­sa» (sem­pre a livel­lo di dibat­ti­to teo­ri­co,
per­ché sul pia­no pra­ti­co non si con­cre­tiz­zò nul­la) avreb­be per­mes­so di risol­ve­re la que­stio­ne del­la
«cen­tra­liz­za­zio­ne» del movi­men­to, cioè «l’emancipazione di momen­ti cen­tra­li di dire­zio­ne ope­ra­ia
sugli orga­ni­smi di massa»[15].
L’organizzazione rivo­lu­zio­na­ria avreb­be dovu­to con­qui­sta­re l’adesione del­le avan­guar­die ope­ra­ie
più signi­fi­ca­ti­ve, per rag­giun­ge­re una capa­ci­tà di dire­zio­ne poli­ti­ca sul­le situa­zio­ni di lot­ta. Per far
que­sto occor­re­va
bat­te­re con urgen­za l’inefficacia del­le assem­blee al coman­do, il loro cor­po­ra­ti­vi­smo, la loro
disar­ti­co­la­zio­ne, la man­can­za (che spes­so in esse si rive­la) di col­le­ga­men­ti, di dise­gno poli­ti­co
gene­ra­le e di disci­pli­na; e insie­me dob­bia­mo bat­te­re la pre­sun­zio­ne dei grup­pet­ti alla
dire­zio­ne del movi­men­to, il loro set­ta­ri­smo, l’inefficacia nel­lo strin­ge­re un rap­por­to con le
mas­se, le alter­na­ti­ve cer­vel­lo­ti­che fra lot­ta di lun­ga dura­ta e terrorismo[16].
All’interno di Pote­re ope­ra­io era ini­zia­ta una seria auto­cri­ti­ca sui limi­ti orga­niz­za­ti­vi dei grup­pi, la
qua­le si sta­va orien­tan­do in una dupli­ce dire­zio­ne: da un lato si mira­va alla rea­liz­za­zio­ne del tan­to
ambì­to par­ti­to dell’insurrezione, momen­to supre­mo di cen­tra­liz­za­zio­ne del­le situa­zio­ni
rivo­lu­zio­na­rie, sovra­stan­te grup­pi e orga­ni­smi di mas­sa; dall’altro si guar­da­va con inte­res­se ai
feno­me­ni di autor­ga­niz­za­zio­ne di base, sor­ti in fab­bri­ca e sul ter­ri­to­rio, che riven­di­ca­va­no la
pro­pria auto­no­mia rispet­to a qua­lun­que pre­te­sa ege­mo­niz­zan­te dei grup­pi o del­le orga­niz­za­zio­ni
del movi­men­to ope­ra­io. Da qui pre­se avvio la cri­si pro­gres­si­va del­le strut­tu­re di Pote­re operaio.


Note [1] Come si pone oggi il pro­ble­ma dell’unità, «Pote­re ope­ra­io», n. 46, feb­bra­io 1972, p. 36. [2]
Ter­ro­ri­sti noi, oppor­tu­ni­sti loro?, «Pote­re ope­ra­io», n. 46, cit., p. 35. [3] Ibi­dem. Nell’articolo sopra
cita­to il pro­ces­so insur­re­zio­na­le è defi­ni­to come «pro­ces­so di lun­go perio­do». Altro­ve inve­ce si
affer­me­rà: «Il peg­gior momen­to di oppor­tu­ni­smo che oggi emer­ge nel movi­men­to è quel­lo che
vede […] il pro­ces­so orga­niz­za­ti­vo come un con­ti­nuo, e l’insurrezione diluir­si quin­di in guer­ra di
lun­ga dura­ta». (Pre­pa­ra­re l’insurrezione, «Pote­re ope­ra­io», n. 49, 30 giu­gno 1972). La dupli­ce
indi­ca­zio­ne è dovu­ta alla com­pre­sen­za all’interno di Pote­re ope­ra­io di due dif­fe­ren­ti per­cor­si di
ana­li­si, che, alme­no su que­sto pun­to, tro­ve­ran­no una for­mu­la d’intesa al suc­ces­si­vo con­ve­gno di
Roso­li­na. [4] Come si pone oggi il pro­ble­ma dell’unità, art. cit. [5] Pro­le­ta­ri, è la guer­ra di clas­se!,
«Pote­re ope­ra­io», n. 47-​48, 20 maggio-​20 giu­gno 1972, p. 4. [6] Ivi, p. 34. [7] Ibi­dem. [8] Pre­pa­ra­re
l’insurrezione, art. cit. [9] G. Palom­ba­ri­ni, 7 apri­le: il pro­ces­so e la sto­ria, Arse­na­le Coo­pe­ra­ti­va
Edi­tri­ce, Vene­zia 1982, p. 88. [10] A tal pro­po­si­to Gior­gio Boc­ca scri­ve: «Se badia­mo alla estra­zio­ne
socia­le e alla pro­fes­sio­ne del grup­po diri­gen­te tro­via­mo che i pro­fes­so­ri e gli stu­den­ti desti­na­ti alla
docen­za sono la gran­de mag­gio­ran­za […]. Sono pro­fes­so­ri a Pado­va Negri, Fer­ra­ri Bra­vo, Gam­bi­no,
Sera­fi­ni, la Del Re, Ser­gio Bolo­gna; inse­gna­no in altre uni­ver­si­tà Piro, Piper­no, Magna­ghi,
Galim­ber­ti; Vesce è pre­si­de di scuo­la media; sono inse­gnan­ti, alme­no sul­la car­ta, Scal­zo­ne e il
Maron­giu e lo Zaga­to; sono medi­ci il Pan­ci­no e la Di Roc­co; stu­den­ti Ben­ve­gnù e Stu­ra­ro;
pro­fes­so­re pure il Bian­chi­ni; quan­to agli ope­rai Sbor­giò, Fin­zi e Man­der saran­no auto­di­dat­ti ma
han­no lin­guag­gio da pro­fes­so­ri e in più intel­li­gen­za pra­ti­ca. Fa caso a sé Mario Dal­ma­vi­va
assi­cu­ra­to­re e pub­bli­ci­ta­rio, di gran­di ini­zia­ti­ve, intel­li­gen­te ma di non fre­quen­ti let­tu­re». (G. Boc­ca,
Il caso 7 apri­le, Fel­tri­nel­li, Mila­no 1980, p. 44). [11] Pre­pa­ra­re l’insurrezione, art. cit. [12] Ibi­dem.
[13] Il con­ve­gno di Pote­re ope­ra­io, «Pote­re ope­ra­io del lune­dì», n. 14, 18 giu­gno 1972. [14] Per una
trat­ta­zio­ne più spe­ci­fi­ca del tema dell’autonomia ope­ra­ia, vedi un mio testo di pros­si­ma
pub­bli­ca­zio­ne su «Machi­na». [15] Pre­pa­ra­re l’insurrezione, art. cit. [16] Ibidem.

10) POTERE OPERAIO : spunti di riflessione

sul ”grup­po’’ poli­ti­co e i suoi gior­na­li fra ope­rai­smo e auto­no­mia organizzata

un sag­gio di Cin­zia Zen­no­ni che affron­ta le Scel­te diver­se (dal 1972) tra Pote­re ope­ra­io, Lot­ta con­ti­nua, Manifesto.

Duran­te la fase del­le lot­te con­trat­tua­li [del 1972] Pote­re ope­ra­io si tro­vò iso­la­to rispet­to alle scel­te di quei grup­pi del­la sini­stra extra­par­la­men­ta­re con i qua­li ave­va pre­ce­den­te­men­te cer­ca­to di sta­bi­li­re momen­ti di inte­sa e di azio­ne comu­ne: Lot­ta con­ti­nua e il Mani­fe­sto.
Per quan­to riguar­da il pri­mo, i rap­por­ti con Pote­re ope­ra­io si era­no pro­gres­si­va­men­te dete­rio­ra­ti nel cor­so del 1971, dopo i ten­ta­ti­vi di aggre­ga­zio­ne o alme­no di accor­do sul­la base del­la pro­po­sta dei Comi­ta­ti poli­ti­ci, avan­za­ta uni­ta­ria­men­te da entram­bi, ma poi nau­fra­ga­ta per le insor­mon­ta­bi­li e reci­pro­che diver­gen­ze di linea poli­ti­ca. Innan­zi­tut­to vi era un diver­so modo di con­ce­pi­re il ruo­lo stes­so dei Comi­ta­ti poli­ti­ci in rela­zio­ne ai Con­si­gli di fab­bri­ca, le strut­tu­re di base del sin­da­ca­to. Nel­la «piat­ta­for­ma di Rimini»[i] (così det­ta per­ché fu appro­va­ta al con­ve­gno del Mani­fe­sto tenu­to­si a Rimi­ni nel novem­bre 1971), pur nell’affermazione di un tota­le dis­sen­so rispet­to alla stra­te­gia sin­da­ca­le, si osser­va­va:
È una fase nuo­va del­la lot­ta ope­ra­ia che esi­ge una nuo­va strut­tu­ra orga­niz­za­ti­va del­la clas­se, di cui il sin­da­ca­to sia una par­te e non il tut­to. Per que­sto abbia­mo dife­so l’autonomia dei Con­si­gli come orga­ni­smi poli­ti­ci; per que­sto abbia­mo pro­po­sto: Comi­ta­ti poli­ti­ci.
E si aggiun­ge­va:
In pri­mo luo­go, per­ché un Comi­ta­to poli­ti­co nasca sul serio deve rac­co­glie­re le avan­guar­die rea­li ope­ra­ie, e que­sto è del tut­to impos­si­bi­le se esso, pri­ma anco­ra di esi­ste­re, pre­sup­po­ne una scis­sio­ne dal sin­da­ca­to. È una pro­va che han­no già fat­to tut­ti i gruppi[ii].
Il Mani­fe­sto era con­sa­pe­vo­le del fat­to che mol­te avan­guar­die ope­ra­ie agi­va­no all’interno dei Con­si­gli di fab­bri­ca. Per tale moti­vo occor­re­va eser­ci­ta­re una cer­ta pres­sio­ne sui Con­si­gli stes­si e sui sin­da­ca­ti, per spin­ger­li ver­so posi­zio­ni più avan­za­te di lot­ta, anzi­ché pre­scin­de­re total­men­te da essi. I Comi­ta­ti poli­ti­ci avreb­be­ro dovu­to quin­di pro­por­si «come pun­to di aggre­ga­zio­ne di avan­guar­die che con­ten­do­no alle buro­cra­zie sin­da­ca­li la dire­zio­ne poli­ti­ca dei Con­si­gli dei dele­ga­ti», impo­nen­do all’interno del sin­da­ca­to stes­so «un dibat­ti­to di linea»[iii]. Nel docu­men­to si pre­ci­sa­va che per avan­guar­die ope­ra­ie si inten­de­va
quel­lo stra­to di gio­va­ni qua­dri ope­rai che, den­tro o fuo­ri dal sin­da­ca­to, nei Con­si­gli, nei Comi­ta­ti di base, tra i dele­ga­ti, han­no effet­ti­va­men­te sti­mo­la­to e diret­to le lot­te più avan­za­te degli ulti­mi anni[iv].
Que­sto era il tes­su­to socia­le a cui occor­re­va far rife­ri­men­to nel ten­ta­ti­vo di orga­niz­za­re una for­za poli­ti­ca capa­ce di rap­pre­sen­ta­re una vera alter­na­ti­va rispet­to alle strut­tu­re del movi­men­to ope­ra­io tra­di­zio­na­le. Per riu­sci­re nell’intento il Mani­fe­sto ave­va lan­cia­to la pro­po­sta poli­ti­ca dell’«aggregazione» tra quel­le com­po­nen­ti del movi­men­to che non si rico­no­sce­va­no nel­le posi­zio­ni del­lo «schie­ra­men­to rifor­mi­sta» (così era defi­ni­to), dispo­ste ad apri­re una cri­si in esso e nel suo rap­por­to con le mas­se, agen­do dall’esterno, una vol­ta con­sta­ta­ta l’impossibilità di recu­pe­rar­lo a una linea diver­sa con una lot­ta inter­na e gra­dua­le. Da que­ste pre­mes­se era nato il ten­ta­ti­vo di accor­do con Pote­re ope­ra­io, intra­pre­so sen­za l’adeguata valu­ta­zio­ne del­le dif­fe­ren­ti pro­spet­ti­ve a fron­te dei nuo­vi svi­lup­pi del­la situa­zio­ne poli­ti­ca. Ad esem­pio, sul tema del­la repres­sio­ne, Pote­re ope­ra­io rite­ne­va che fos­se­ro ormai matu­re le con­di­zio­ni per un attac­co deci­si­vo allo Sta­to, vista l’intensità dell’azione repres­si­va eser­ci­ta­ta da quest’ultimo, tra­mi­te il ricor­so alla magi­stra­tu­ra e alle for­ze
dell’ordine. Il Mani­fe­sto inve­ce rite­ne­va neces­sa­rio un lun­go lavo­ro a livel­lo di mas­sa, per raf­for­za­re il movi­men­to e il con­sen­so di base all’organizzazione rivo­lu­zio­na­ria anco­ra da costrui­re. Oppu­re sul tema dell’occupazione. Per Pote­re ope­ra­io la lot­ta per la dife­sa dei livel­li d’occupazione era un obiet­ti­vo fuor­vian­te in quan­to i pro­le­ta­ri, occu­pa­ti o disoc­cu­pa­ti, lot­ta­va­no per il red­di­to garan­ti­to e non per richie­de­re un posto di lavo­ro. Il Mani­fe­sto par­ti­va da un pre­sup­po­sto total­men­te diver­so:
La lot­ta con­tro il lavo­ro, che anche noi soste­nia­mo, è lot­ta con­tro l’organizzazione capi­ta­li­sti­ca del lavo­ro, e solo un lun­go pro­ces­so […] può por­ta­re al supe­ra­men­to del lavo­ro sala­ria­to e, alla fine, del lavo­ro in quan­to tale. Tale supe­ra­men­to esi­ge un diver­so e supe­rio­re modo di pro­du­zio­ne, non la fine del­la pro­du­zio­ne. […] Que­sta lot­ta la fan­no e la pos­so­no fare effi­ca­ce­men­te i pro­le­ta­ri non in quan­to pove­ri o biso­gno­si, ma in quan­to pro­ta­go­ni­sti essen­zia­li del­la pro­du­zio­ne. La disoc­cu­pa­zio­ne toglie inve­ce alla clas­se uni­tà e ren­de la sua lot­ta meno incisiva[v].
La distan­za tra la linea di Pote­re ope­ra­io e quel­la del Mani­fe­sto emer­se con chia­rez­za in occa­sio­ne del­le mani­fe­sta­zio­ni del 12 dicem­bre 1971 e dell’11 mar­zo 1972, a pro­po­si­to del­la neces­si­tà o meno del ricor­so alla «vio­len­za rivo­lu­zio­na­ria», che nel caso di Pote­re ope­ra­io si tra­du­ce­va spes­so nel­la ricer­ca deli­be­ra­ta e pro­gram­ma­ta di momen­ti di scon­tro con le for­ze dell’ordine (ren­den­do impos­si­bi­le distin­gue­re con cer­tez­za, da entram­be le par­ti, il con­fi­ne tra rea­zio­ne e pro­vo­ca­zio­ne), al fine di veri­fi­ca­re la vali­di­tà del­la pro­pria linea «insur­re­zio­na­li­sta». Ciò pro­vo­cò l’uscita del Mani­fe­sto dal «Comi­ta­to con­tro la stra­ge di Sta­to», pre­sto segui­to dagli altri grup­pi che ne face­va­no par­te, lascian­do iso­la­to Pote­re ope­ra­io.
Ma la deci­sio­ne del Mani­fe­sto che mag­gior­men­te Pote­re ope­ra­io cri­ti­cò fu quel­la di par­te­ci­pa­re alle ele­zio­ni poli­ti­che del 7 mag­gio 1972, con liste pro­prie, in quan­to Pote­re ope­ra­io rite­ne­va la com­pe­ti­zio­ne elet­to­ra­le un ter­re­no per­den­te per le for­ze del movi­men­to. All’indomani dell’insuccesso elet­to­ra­le il Mani­fe­sto pub­bli­cò un documento[vi], scrit­to nel giu­gno 1972, di sostan­zia­le auto­cri­ti­ca ed esa­me degli even­tua­li erro­ri com­piu­ti, insie­me all’individuazione di nuo­ve pro­spet­ti­ve lun­go le qua­li muo­ver­si. Il docu­men­to riba­di­va la pro­po­sta poli­ti­ca avan­za­ta nel­la piat­ta­for­ma di Rimi­ni del novem­bre 1971, ma nel­lo stes­so tem­po cer­ca­va vie d’uscita alla peri­co­lo­sa situa­zio­ne di iso­la­men­to che si era venu­ta a crea­re, attra­ver­so l’elaborazione di una stra­te­gia che coniu­gas­se insie­me la pro­po­sta di un’aggregazione alter­na­ti­va e quel­la di un’iniziativa uni­ta­ria che coin­vol­ges­se anche le orga­niz­za­zio­ni del movi­men­to ope­ra­io tra­di­zio­na­le. L’iniziativa era illu­stra­ta nei seguen­ti ter­mi­ni:
Per quan­to riguar­da le for­ze, deve restar fer­mo che il Mani­fe­sto non è oggi in gra­do di garan­ti­re l’ampiezza e la qua­li­tà del movi­men­to che ser­ve per resi­ste­re e pre­pa­ra­re la nuo­va fase offen­si­va. Gli obiet­ti­vi imme­dia­ti (…) sono rea­liz­za­bi­li se si rie­sce a impe­gna­re su di essi una par­te impor­tan­te del­le for­ze che mili­ta­no nel­le orga­niz­za­zio­ni tra­di­zio­na­li. La rea­liz­za­zio­ne del nostro pro­gram­ma poli­ti­co non dipen­de solo dal­la capa­ci­tà di rap­pre­sen­ta­re un polo di aggre­ga­zio­ne alter­na­ti­va, ma anche dal­la capa­ci­tà di svi­lup­pa­re una ini­zia­ti­va unitaria[vii].
La linea uni­ta­ria veni­va ela­bo­ra­ta «con­tro l’illusorietà del­la pro­po­sta rifor­mi­sta di una nuo­va mag­gio­ran­za di gover­no, con­tro la vacui­tà e peri­co­lo­si­tà del­la pro­po­sta estre­mi­sta di uno scon­tro vio­len­to con lo Stato»[viii] .
La distan­za da Pote­re ope­ra­io era ormai dive­nu­ta incol­ma­bi­le. Duran­te la lot­ta con­trat­tua­le ini­zia­ta nell’autunno 1972 (ma già da giu­gno per i chi­mi­ci), la stra­te­gia segui­ta dai due grup­pi fu oppo­sta. Il Mani­fe­sto così moti­vò la pro­pria scel­ta:
È cer­to che la nostra linea di fon­do non pas­se­rà nell’autunno del 1972, né a livel­lo di accor­di […] e nep­pu­re a livel­lo di piat­ta­for­ma (per­ché la linea dei sin­da­ca­ti è ormai anco­ra­ta all’asse dell’inquadramento uni­co) […]. Dopo un chia­ro scon­tro nel­la fase pre­pa­ra­to­ria, si pre­sen­te­rà per­ciò il dilem­ma fra il dis­so­ciar­si dal­la lot­ta che il sin­da­ca­to, i Con­si­gli, gli stes­si lavo­ra­to­ri con­dur­ran­no, accom­pa­gnan­do la ver­ten­za con una per­ma­nen­te denun­cia per rac­co­glie­re poi i frut­ti poli­ti­ci d’una pro­ba­bi­le scon­fit­ta, oppu­re par­te­ci­pa­re a una lot­ta, di cui pure cri­ti­chia­mo l’impostazione e pre­ve­dia­mo il par­zia­le insuc­ces­so, per cer­ca­re di assi­cu­ra­re il con­trol­lo dal bas­so e di tener­ne fer­mi i pun­ti più qua­li­fi­can­ti. Sia­mo per que­sta secon­da scelta[ix].
Pote­re ope­ra­io optò inve­ce per il supe­ra­men­to del­la figu­ra del dele­ga­to e per il rifiu­to di con­si­de­ra­re i Con­si­gli di fab­bri­ca come stru­men­ti effi­ca­ci di lot­ta al ser­vi­zio degli ope­rai.
Inol­tre il Mani­fe­sto, all’indomani del­le ele­zio­ni, avviò una fase di dia­lo­go con i resti del Psiup, gui­da­ti da Vit­to­rio Foa e Sil­va­no Miniati[x]. Era una ripre­sa del ten­ta­ti­vo di por­si come pri­mo nucleo di un pro­ces­so uni­fi­can­te del­le for­ze del­la nuo­va sini­stra, dopo la scon­fit­ta elet­to­ra­le che ave­va riguar­da­to anche il Psiup. Il grup­po diri­gen­te di quest’ultimo ave­va pro­po­sto, di fron­te ai delu­den­ti risul­ta­ti, l’immediato auto­scio­gli­men­to e la con­fluen­za nel Pci. Una par­te signi­fi­ca­ti­va del par­ti­to, cir­ca il 20 per cen­to, rifiu­tò que­sta scel­ta e, in novem­bre, a Livor­no, fon­dò il Pdup, insie­me a quel­la par­te dell’Mpl che si era oppo­sta a una con­fluen­za nel Psi. Il voto con­tri­buì a svi­lup­pa­re in alcu­ne orga­niz­za­zio­ni del­la nuo­va sini­stra una ten­sio­ne ver­so il coor­di­na­men­to e l’unità, nel ten­ta­ti­vo di argi­na­re la fram­men­ta­zio­ne e la debo­lez­za che ave­va­no carat­te­riz­za­to le ele­zio­ni pre­ce­den­ti. Il Mani­fe­sto e il Pdup san­ci­ro­no il pro­ces­so di avvi­ci­na­men­to nel luglio del 1974, uni­fi­can­do­si dopo la con­vo­ca­zio­ne dei rispet­ti­vi con­gres­si di scio­gli­men­to e dan­do vita al Pdup per il comu­ni­smo.
Per quan­to riguar­da Lot­ta con­ti­nua, a par­ti­re dall’autunno del 1972 si pose­ro le pre­mes­se per un supe­ra­men­to del­la fase estre­mi­sta e mili­ta­ri­sta san­ci­ta dal 3° con­ve­gno nazio­na­le tenu­to­si a Rimi­ni nei pri­mi tre gior­ni di apri­le del 1972, il qua­le ave­va visto un avvi­ci­na­men­to tra le posi­zio­ni di Pote­re ope­ra­io e di Lot­ta con­ti­nua e la pro­mo­zio­ne di ini­zia­ti­ve comu­ni. Il pro­ces­so di revi­sio­ne ini­ziò nell’ottobre 1972, con la pre­sen­ta­zio­ne, a una riu­nio­ne del comi­ta­to nazio­na­le, di un docu­men­to for­te­men­te auto­cri­ti­co rispet­to alla linea poli­ti­ca fino ad allo­ra segui­ta Il pri­mo pun­to posto in discus­sio­ne fu quel­lo dei dele­ga­ti e dei Con­si­gli sin­da­ca­li. Lot­ta con­ti­nua, che ave­va sem­pre soste­nu­to la neces­si­tà di un’organizzazione auto­no­ma degli ope­rai in fab­bri­ca, ora rico­no­sce­va nel­la strut­tu­ra dei Con­si­gli l’organizzazione di mas­sa degli ope­rai, all’interno del­la qua­le occor­re­va impe­gnar­si per un serio con­fron­to con le altre com­po­nen­ti di movi­men­to in essa presenti[xi]. Fu la lot­ta con­trat­tua­le dei metal­mec­ca­ni­ci a offri­re a Lot­ta con­ti­nua una via d’uscita da una situa­zio­ne di pro­gres­si­vo iso­la­men­to nel­la qua­le l’organizzazione rischia­va di chiu­der­si. Nuclei di Lot­ta con­ti­nua pre­sen­ti in fab­bri­ca ini­zia­ro­no a impe­gnar­si all’interno dei Con­si­gli, spes­so nel ten­ta­ti­vo di con­di­zio­nar­ne la linea o rifiu­tan­do­si di assog­get­tar­si alle deci­sio­ni pre­se collettivamente[xii].
Un ulte­rio­re pun­to di svol­ta fu un nuo­vo atteg­gia­men­to nei con­fron­ti del Pci e in gene­ra­le del movi­men­to ope­ra­io. Le pre­vi­sio­ni di Lot­ta con­ti­nua cir­ca uno sboc­co rivo­lu­zio­na­rio imme­dia­to non era­no più così otti­mi­sti­che: si com­pren­de­va come lo «schie­ra­men­to revi­sio­ni­sta» fos­se ben lon­ta­no dal per­de­re la pro­pria ege­mo­nia sul­le mas­se e come, di con­se­guen­za, fos­se neces­sa­rio por­si il pro­ble­ma di un rap­por­to, di un con­fron­to con i par­ti­ti che lo costi­tui­va­no. Lot­ta con­ti­nua si con­vin­se che la pre­sen­za del Pci al gover­no avreb­be con­ces­so mag­gior spa­zio al movi­men­to rivo­lu­zio­na­rio e pos­si­bi­li­tà per un suo raf­for­za­men­to. Era neces­sa­rio dun­que soste­ne­re (attra­ver­so un ragio­na­men­to
un po’ for­za­to) la linea del gover­no del­le sini­stre, per otte­ne­re un ter­re­no più favo­re­vo­le allo svi­lup­po dell’autonomia pro­le­ta­ria
[xiii].
L’ultima que­stio­ne dibat­tu­ta tra la fine del 1972 e gli ini­zi del 1973 fu quel­la del­la tra­sfor­ma­zio­ne in par­ti­to. Lot­ta con­ti­nua abban­do­nò pro­gres­si­va­men­te la vec­chia tesi dell’organizzazione come espres­sio­ne del movi­men­to e inco­min­ciò a for­ma­liz­za­re le sue strut­tu­re.
For­ma­zio­ne teo­ri­ca e poli­ti­ca dei qua­dri, elet­ti­vi­tà dei diri­gen­ti, respon­sa­bi­li­tà indi­vi­dua­le dei sin­go­li com­pa­gni in un qua­dro di disci­pli­na col­let­ti­va, divi­sio­ne dei com­pi­ti e spe­cia­liz­za­zio­ne sono i capo­sal­di del nuo­vo corso[xiv].
La pre­ce­den­te con­ce­zio­ne di una lea­der­ship cari­sma­ti­ca fu sosti­tui­ta da una segre­te­ria nazio­na­le di mili­tan­ti non ope­rai, obbli­ga­ta a risie­de­re a Roma; fu nomi­na­to un segre­ta­rio gene­ra­le (cari­ca che fu affi­da­ta ad Adria­no Sofri); furo­no crea­te a livel­lo nazio­na­le nume­ro­se com­mis­sio­ni respon­sa­bi­li di diver­si ambi­ti di inter­ven­to. L’originaria impo­sta­zio­ne «movi­men­ti­sta» del grup­po fu così sosti­tui­ta da un appa­ra­to pre­ci­sa­men­te strut­tu­ra­to.
Anche Lot­ta con­ti­nua fu inte­res­sa­ta dal pro­ces­so di disge­lo che sta­va coin­vol­gen­do alcu­ne for­ma­zio­ni del­la nuo­va sini­stra (cui fu inve­ce estra­neo Pote­re ope­ra­io, più attrat­to ver­so l’area dell’«autonomia»). Pur nel per­si­ste­re di dif­fe­ren­ze nel­le rispet­ti­ve posi­zio­ni poli­ti­che, comin­ciò a emer­ge­re la volon­tà di agi­re su un ter­re­no comu­ne, di crea­re occa­sio­ni di mobi­li­ta­zio­ne uni­ta­ria. Lot­ta con­ti­nua con­clu­se in que­sto perio­do un pat­to infor­ma­le di uni­tà d’azione con il Pdup-Mani­fe­sto e con Avan­guar­dia ope­ra­ia, noto come «la tri­pli­ce». Ma pro­prio da par­te di Lot­ta con­ti­nua ven­ne­ro le mag­gio­ri resi­sten­ze a una pro­spet­ti­va di tota­le aggre­ga­zio­ne. Lot­ta con­ti­nua ebbe dif­fi­col­tà a schie­rar­si in modo net­to con quel­le for­ze del­la sini­stra rivo­lu­zio­na­ria che mira­va­no a costi­tui­re una «nuo­va oppo­si­zio­ne» (fidu­cio­sa di poter coin­vol­ge­re nel pro­get­to anche una par­te del­la sini­stra tra­di­zio­na­le), poi­ché teme­va che una chiu­su­ra tota­le nei con­fron­ti del­la nascen­te area dell’autonomia ope­ra­ia avreb­be por­ta­to a un inde­bo­li­men­to dell’organizzazione e avreb­be signi­fi­ca­to il disco­no­sci­men­to del­le pro­prie ori­gi­ni. Inol­tre in Lot­ta con­ti­nua era anco­ra for­te la pre­sen­za di una com­po­nen­te mili­ta­ri­sta ed estre­mi­sta, pro­pen­sa all’azione diret­ta e vio­len­ta, abi­tua­ta a pra­ti­ca­re gli obiet­ti­vi più che a teo­riz­zar­li, la qua­le si oppo­se al «nuo­vo cor­so», e soprat­tut­to a un suo appro­do nell’ambito isti­tu­zio­na­le. Lot­ta con­ti­nua fu costret­ta a muo­ver­si nel­lo spa­zio rac­chiu­so tra que­ste due pos­si­bi­li­tà, nel­la dif­fi­ci­le ricer­ca di una pro­pria coe­ren­za di linea[xv].
Note [i] Per un movi­men­to poli­ti­co orga­niz­za­to, «il mani­fe­sto», a. III, n. 3–4, pri­ma­ve­ra-esta­te 1971, pp. 3–25. [ii] Ivi, p. 15. [iii] Ibi­dem. [iv] Ivi, p. 22. [v] Ivi, p. 11. [vi] Il docu­men­to poli­ti­co del 1972, «il mani­fe­sto», set­tem­bre 1972, nume­ro spe­cia­le, pp. 85–94. [vii] Ivi, p. 90. [viii] Ibi­dem. [ix] Ivi, p. 94. [x] Cfr. M. Moni­cel­li, L’ultrasinistra in Ita­lia. 1968–1978, Later­za, Roma-Bari 1978. [xi] Per indi­ca­zio­ni più pre­ci­se cir­ca le tap­pe di tale pro­ces­so di revi­sio­ne vedi L. Bob­bio, Sto­ria di Lot­ta Con­ti­nua, Fel­tri­nel­li, Mila­no 1988, pp. 115–144. [xii] Sui limi­ti dell’azione svol­ta da Lot­ta con­ti­nua all’interno dei Con­si­gli di dele­ga­ti ivi, pp. 121–122. [xiii] Dub­bi sull’esattezza di tale pre­vi­sio­ne sono espres­si da L. Bob­bio, op. cit., p. 129. [xiv] Ivi, pp. 129–130. [xv] Ivi, p. 131.

11) POTERE OPERAIO : spunti di riflessione

sul ”grup­po’’ poli­ti­co e i suoi gior­na­li fra ope­rai­smo e auto­no­mia organizzata

un testo di Cin­zia Zen­no­ni dal tito­lo L’«area» del­l’au­to­no­mia operaia


Già nel cor­so del 1971 ini­zia­ro­no a costi­tuir­si i pri­mi orga­ni­smi auto­no­mi di fab­bri­ca, pren­den­do la for­ma di assem­blee, comi­ta­ti, col­let­ti­vi. Ade­ri­ro­no a essi mol­ti mili­tan­ti usci­ti pro­gres­si­va­men­te dai grup­pi, o a segui­to di una scel­ta indi­vi­dua­le o per il pro­gres­si­vo allon­ta­na­men­to degli orga­ni­smi di base in cui svol­ge­va­no atti­vi­tà poli­ti­ca dal grup­po extra­par­la­men­ta­re di rife­ri­men­to. Ad esem­pio, tra il 1972 e il 1973 a Roma, il Comi­ta­to poli­ti­co Enel, il Col­let­ti­vo dei lavo­ra­to­ri del Poli­cli­ni­co e altri orga­ni­smi auto­no­mi usci­ro­no dal Mani­fe­sto; a Mila­no, l’Assemblea auto­no­ma dell’Alfa Romeo rup­pe con il grup­po di Lot­ta con­ti­nua, per oppor­si alla pre­te­sa di quest’ultimo di ege­mo­niz­zar­ne la linea[1]; a Por­to Mar­ghe­ra, l’Assemblea auto­no­ma, sor­ta all’indomani del rifiu­to del con­trat­to da par­te degli ope­rai chi­mi­ci del Petrol­chi­mi­co e del­la Cha­til­lon nel novem­bre del 1972[2], pre­se pro­gres­si­va­men­te le distan­ze da Pote­re ope­ra­io. In un arti­co­lo appar­so sul «Pote­re ope­ra­io del lune­dì» nel novem­bre 1972, si affer­ma­va:
Già da pri­ma del­le lot­te con­trat­tua­li del ’72 l’autonomia ope­ra­ia ave­va avver­ti­to il pro­fon­do disa­gio di non riu­sci­re ad espri­me­re, né all’interno dei grup­pi del­la sini­stra rivo­lu­zio­na­ria, né nei con­si­gli dove pesa­va il con­trol­lo sin­da­ca­le, i con­te­nu­ti e le for­me di lot­ta che nel­la sua poten­zia­li­tà con­te­ne­va. Così come a Mar­ghe­ra si è costi­tui­ta l’Ass. Aut., così in mol­te altre situa­zio­ni stan­no sor­gen­do orga­ni­smi auto­no­mi di fab­bri­ca, quar­tie­re, pae­se, scuo­la.
Segui­va­no toni pole­mi­ci nei con­fron­ti dei grup­pi:
Per que­sto noi non cre­dia­mo giu­ste quel­le posi­zio­ni che vedo­no in que­sti momen­ti orga­niz­za­ti dell’autonomia solo degli stru­men­ti di tra­smis­sio­ne a livel­lo di mas­sa di linee poli­ti­che pre­co­sti­tui­te, degli stru­men­ti di orga­niz­za­zio­ne di lot­te set­to­ria­li che ven­go­no riu­ni­fi­ca­ti dal­la posi­zio­ne poli­ti­ca di un grup­po. Sia­mo cioè con­tro quei grup­pi che cre­do­no di esse­re il par­ti­to rivo­lu­zio­na­rio e che gli orga­ni­smi auto­no­mi deb­ba­no diven­ta­re i loro orga­ni­smi di massa[3].
Anche da par­te degli orga­ni­smi auto­no­mi fu espres­sa la neces­si­tà di tro­va­re momen­ti di cen­tra­liz­za­zio­ne orga­niz­za­ti­va che impe­dis­se­ro il con­fi­na­men­to del­le lot­te nel pro­prio ambi­to spe­ci­fi­co, che rea­liz­zas­se­ro un col­le­ga­men­to tra il ter­re­no del­la fab­bri­ca e quel­lo socia­le, che rom­pes­se­ro l’isolamento del­la clas­se ope­ra­ia, coin­vol­gen­do nel­la lot­ta altri sog­get­ti, come gli stu­den­ti, i disoc­cu­pa­ti, le don­ne.
Con que­sta inten­zio­ne, il 25–26 novem­bre 1972, su ini­zia­ti­va del­le real­tà orga­niz­za­te di Roma e Napo­li, si ten­ne a Napo­li un con­ve­gno per dibat­te­re del­la que­stio­ne dell’autonomia ope­ra­ia e dei pro­ble­mi del Mez­zo­gior­no. Furo­no ripre­si i temi del­la neces­si­tà del ricor­so alla vio­len­za rivo­lu­zio­na­ria, del sala­rio garan­ti­to, come obiet­ti­vo cen­tra­le (arti­co­la­to nel­le lot­te con­tro «la mobi­li­tà e la poli­va­len­za, i licen­zia­men­ti, i rit­mi, il caro-fit­ti, il caro-bol­let­te») attor­no al qua­le uni­fi­ca­re diver­si set­to­ri socia­li: gli ope­rai, gli stu­den­ti, gli emi­gra­ti, i disoc­cu­pa­ti. Infi­ne fu affron­ta­to il pro­ble­ma del­la cen­tra­liz­za­zio­ne, ponen­do­lo nei seguen­ti ter­mi­ni:
L’organizzazione dell’autonomia ope­ra­ia si rea­liz­za non attra­ver­so un sem­pli­ce coor­di­na­men­to di più situa­zio­ni di lot­ta, ma attra­ver­so la cen­tra­liz­za­zio­ne del­le avan­guar­die auto­no­me su un pro­gram­ma che si dan­no e con la scel­ta degli stru­men­ti ade­gua­ti. La cen­tra­liz­za­zio­ne è con­di­zio­ne indi­spen­sa­bi­le nel pro­ces­so di costru­zio­ne del par­ti­to rivoluzionario[4].
Anco­ra una vol­ta la que­stio­ne car­di­ne era quel­la dell’assenza di un’organizzazione ope­ra­ia com­ples­si­va, carat­te­riz­za­ta da un’autentica volon­tà rivo­lu­zio­na­ria, deri­van­te da un pro­ces­so di aggre­ga­zio­ne dal bas­so del­le assem­blee e dei comi­ta­ti auto­no­mi esi­sten­ti, capa­ce di for­ni­re alle sin­go­le lot­te un sen­so poli­ti­co gene­ra­le. Per far fron­te al pro­ble­ma, alcu­ni orga­ni­smi auto­no­mi orga­niz­za­ro­no una serie di con­ve­gni uni­ta­ri, nei qua­li cer­ca­re di ela­bo­ra­re una linea comu­ne e supe­ra­re il fra­zio­na­men­to del­le situa­zio­ni di scon­tro. Il pri­mo fu il «pre­con­ve­gno» che si ten­ne a Firen­ze il 27–28 gen­na­io 1973, in pre­pa­ra­zio­ne del­la «riu­nio­ne nazio­na­le del­le for­me di auto­no­mia ope­ra­ia organizzata»[5] di Bolo­gna, fis­sa­ta per il 3–4 mar­zo 1973.
Pote­re ope­ra­io con­ces­se ampio spa­zio sul pro­prio orga­no di infor­ma­zio­ne al dibat­ti­to svol­to­si al con­ve­gno di Firen­ze, dimo­stran­do curio­si­tà e atten­zio­ne ver­so il pro­li­fe­ra­re di orga­ni­smi auto­no­mi di mas­sa, indi­pen­den­ti rispet­to all’iniziativa dei grup­pi del­la sini­stra extra­par­la­men­ta­re e anzi spes­so col­lo­ca­ti su posi­zio­ni di con­tra­sto, se non di supe­ra­men­to dei grup­pi stes­si. Nume­ro­si furo­no gli inter­ven­ti ripor­ta­ti sul «Pote­re ope­ra­io del lunedì»[6] e da tut­ti emer­ge­va­no, pur in un diver­so con­te­sto, le stes­se pro­ble­ma­ti­che: l’impossibilità di un ricor­so al sin­da­ca­to nei momen­ti di lot­ta, per­ché con­si­de­ra­to ormai irri­me­dia­bil­men­te asser­vi­to alla logi­ca del­la ristrut­tu­ra­zio­ne capi­ta­li­sti­ca; la neces­si­tà di «socia­liz­za­re» il con­flit­to, cioè col­le­ga­re le lot­te di fab­bri­ca a quel­le sul ter­ri­to­rio (occu­pa­zio­ni di case, scio­pe­ro degli affit­ti, non paga­men­to dei tra­spor­ti), per uni­fi­ca­re le diver­se cate­go­rie pro­le­ta­rie sul­la base dei «biso­gni mate­ria­li»; l’urgenza di dar vita a un pro­ces­so di cen­tra­liz­za­zio­ne del­le avan­guar­die ope­ra­ie, che potes­se for­ni­re alle lot­te una valen­za poli­ti­ca e non solo eco­no­mi­ca. Le que­stio­ni evi­den­zia­te dove­va­no esse­re risol­te tra­mi­te un supe­ra­men­to del­la «logi­ca dei grup­pi», del­la loro pre­te­sa di for­ni­re la linea dall’esterno[7] e del­la ten­den­za a con­si­de­ra­re gli orga­ni­smi auto­no­mi come il pro­prio movi­men­to di mas­sa. Pote­re ope­ra­io veni­va espli­ci­ta­men­te invi­ta­to ad assu­me­re una più net­ta pre­sa di posi­zio­ne:
Il pro­ble­ma resta maga­ri per i com­pa­gni di Pote­re ope­ra­io, che anco­ra sul pia­no orga­niz­za­ti­vo devo­no deci­de­re sul lun­go perio­do rispet­to al pro­ble­ma dell’autonomia ope­ra­ia. Non ci può esse­re anco­ra un rap­por­to ester­no all’autonomia ope­ra­ia, ma ci deve esse­re una com­pe­ne­tra­zio­ne. Pote­re ope­ra­io ha sapu­to dire da quan­do è nato del­le paro­le d’ordine che sono pas­sa­te a livel­lo del movi­men­to. Per que­sto io cre­do che Pote­re ope­ra­io deve fare i con­ti con la real­tà che cre­sce dell’autonomia ope­ra­ia. E lavo­ra­re per orga­niz­zar­la, per costruir­la, per far­la il pun­to di rife­ri­men­to con­tro lo stato[8].
L’atteggiamento degli orga­ni­smi auto­no­mi nei con­fron­ti dei grup­pi non era uni­for­me: pre­sen­ta­va al suo inter­no posi­zio­ni di deci­so rifiuto[9], volon­tà di confronto[10], e dispo­ni­bi­li­tà all’apertura e all’integrazione[11].
All’incontro di Firen­ze seguì il con­ve­gno nazio­na­le di Bolo­gna del 3–4 mar­zo 1973[12]. Nel comu­ni­ca­to di con­vo­ca­zio­ne del con­ve­gno era­no enun­cia­ti gli obiet­ti­vi da per­se­gui­re:
Quel­lo che è in discus­sio­ne è un pro­get­to di cen­tra­liz­za­zio­ne del­le for­me orga­niz­za­te di auto­no­mia ope­ra­ia che – den­tro la cri­si di siste­ma – diven­ti la rispo­sta orga­niz­za­ta del movi­men­to all’attacco con­cen­tri­co del­la bor­ghe­sia, dia una solu­zio­ne posi­ti­va alla cri­si dei grup­pi e alle set­to­ria­li­tà del­le sin­go­le lot­te ed espe­rien­ze.
Inol­tre si pre­ci­sa­va:
Non sarà il con­ve­gno dell’autonomia ope­ra­ia (non ci arro­ghia­mo il dirit­to di rap­pre­sen­ta­re l’autonomia ope­ra­ia) […]. La riu­nio­ne nazio­na­le di Bolo­gna dovrà deci­de­re cir­ca la data di un con­ve­gno aper­to a tut­ta l’autonomia orga­niz­za­ta (comi­ta­ti di quar­tie­re, pro­le­ta­ri, col­let­ti­vi stu­den­ti-ope­rai, con­ta­di­ni, brac­cian­ti, edi­li) e a quei grup­pi che fan­no del con­fron­to e coin­vol­gi­men­to nel pro­gram­ma dell’autonomia una scel­ta non tat­ti­ca ma di lun­go periodo[13].
Pote­re ope­ra­io fu costret­to a con­fron­tar­si con l’emergere dei ten­ta­ti­vi orga­niz­za­ti­vi che avve­ni­va­no sot­traen­do­si al con­di­zio­na­men­to dei grup­pi. Da un atteg­gia­men­to di ini­zia­le dif­fi­den­za, si arri­vò ad ammet­te­re l’importanza che essi assu­me­va­no per la futu­ra costru­zio­ne del par­ti­to ope­ra­io, alla luce del­la mani­fe­sta volon­tà di supe­ra­re la dimen­sio­ne limi­ta­ta del comi­ta­to in dire­zio­ne di una più ampia sin­te­si orga­niz­za­ti­va di carat­te­re poli­ti­co. Pote­re ope­ra­io appa­ri­va otti­mi­sta nel sen­ti­re come ormai vici­na la solu­zio­ne al pro­ble­ma del­la «dire­zio­ne ope­ra­ia» del movi­men­to e la indi­vi­dua­va pro­prio nel­le espe­rien­ze dei comi­ta­ti poli­ti­ci e nei loro ten­ta­ti­vi di aggre­ga­zio­ne:
Pro­gram­ma poli­ti­co ed orga­niz­za­zio­ne in gra­do di pra­ti­car­lo. A que­sto può por­ta­re, deve por­ta­re il supe­ra­men­to ad un tem­po dell’esperienza dei Comi­ta­ti e dei grup­pi ed il loro con­ver­ge­re e fon­der­si den­tro un pro­get­to ed una pra­ti­ca poli­ti­ca unica[14].
Non tut­te le real­tà orga­niz­za­ti­ve auto­no­me era­no pre­sen­ti al con­ve­gno di Bolo­gna. Mol­ti orga­ni­smi di mas­sa ne furo­no esclu­si. Ad esso par­te­ci­pa­ro­no solo quel­le situa­zio­ni che già da pri­ma ave­va­no mostra­to una con­di­vi­sio­ne di obiet­ti­vi e la dispo­ni­bi­li­tà ad agi­re secon­do una impo­sta­zio­ne comu­ne, fina­liz­za­ta alla cen­tra­liz­za­zio­ne del­le espe­rien­ze di lot­ta. Nono­stan­te la pre­cau­zio­ne ini­zia­le, alla riu­nio­ne si mani­fe­sta­ro­no diver­gen­ze sia sui tem­pi di un even­tua­le pro­ces­so orga­niz­za­ti­vo nazio­na­le dell’autonomia ope­ra­ia, sia sul­la linea poli­ti­ca da segui­re. Attor­no al pri­mo pun­to si deli­nea­ro­no due posi­zio­ni: da un lato vi era­no gli orga­ni­smi auto­no­mi del sud, in par­ti­co­lar modo le situa­zio­ni di Roma e di Napo­li, che pre­me­va­no per un pro­ces­so orga­niz­za­ti­vo acce­le­ra­to; dall’altro gli orga­ni­smi auto­no­mi mila­ne­si, i qua­li rite­ne­va­no neces­sa­rio pro­ce­de­re a un pre­li­mi­na­re con­so­li­da­men­to dell’azione all’interno del­le rispet­ti­ve aree d’intervento. In meri­to alla secon­da que­stio­ne, il dibat­ti­to vide schie­ra­ti da una par­te
le situa­zio­ni di Mar­ghe­ra e di Roma con una linea poli­ti­ca ispi­ra­ta alle tesi di Pote­re ope­ra­io […] che par­te da un giu­di­zio sul­la cri­si del­la bor­ghe­sia e dal­la neces­si­tà di accen­tua­re que­sta cri­si con l’introduzione all’interno del movi­men­to di tut­ta una serie di obiet­ti­vi non inte­gra­bi­li dal capi­ta­le e poi l’organizzazione del movi­men­to per far fron­te allo scon­tro ine­vi­ta­bi­le del­la lot­ta per que­sti obiettivi[15];
dall’altra gli orga­ni­smi auto­no­mi di Mila­no, cioè le assem­blee del­la Sit-Sie­mens, Pirel­li e Alfa Romeo, i qua­li soste­ne­va­no che «la linea poli­ti­ca è il risul­ta­to del­le espe­rien­ze rea­li che la clas­se ope­ra­ia fa e che gli orga­ni­smi auto­no­mi inter­pre­ta­no e gui­da­no e non una piat­ta­for­ma pre­co­sti­tui­ta». Si oppo­ne­va­no dun­que alla «cri­stal­liz­za­zio­ne di una linea poli­ti­ca già ela­bo­ra­ta che rischia di diven­ta­re ideo­lo­gia nel­la situa­zio­ne attua­le in cui ogni orga­ni­smo deve fare i con­ti con la par­ti­co­la­ri­tà del­la sua situazione»[16]. Alla fine il dibat­ti­to vide la sostan­zia­le affer­ma­zio­ne del­le posi­zio­ni soste­nu­te dagli orga­ni­smi di Mila­no, con il ridi­men­sio­na­men­to dei tem­pi del pro­ces­so orga­niz­za­ti­vo e con l’impegno a inter­ve­ni­re nel­le situa­zio­ni con­cre­te, sen­za aver pri­ma sta­bi­li­to una linea obbli­ga­ta e astrat­ta da segui­re.
A Bolo­gna nac­que il «coor­di­na­men­to nazio­na­le del­le assem­blee e comi­ta­ti auto­no­mi», una com­mis­sio­ne prov­vi­so­ria inca­ri­ca­ta di occu­par­si dei rap­por­ti reci­pro­ci fra i vari orga­ni­smi. Il pri­mo pro­dot­to di tale coor­di­na­men­to fu il «Bol­let­ti­no degli orga­ni­smi auto­no­mi ope­rai», che uscì nel mag­gio 1973 e di cui appar­ve­ro solo due numeri[17].
Pote­re ope­ra­io, che tra le anno­ta­zio­ni posi­ti­ve sul con­ve­gno ave­va regi­stra­to l’assenza del trion­fa­li­smo soli­ta­men­te pre­sen­te agli incon­tri tra avan­guar­die ope­ra­ie, non vol­le rima­ne­re esclu­so da quan­to sta­va acca­den­do. Dopo aver affer­ma­to che la respon­sa­bi­li­tà del pro­ces­so orga­niz­za­ti­vo non pote­va esse­re fat­ta rica­de­re solo sugli orga­ni­smi auto­no­mi, ben­sì «com­ples­si­va­men­te den­tro lo schie­ra­men­to rivo­lu­zio­na­rio», dichia­ra­va la pro­pria «dispo­ni­bi­li­tà a costrui­re insie­me la rete ope­ra­ia del rifiu­to del lavo­ro, il par­ti­to nel­la rivo­lu­zio­ne comunista»[18].
Il dibat­ti­to inter­no all’area dell’autonomia con­di­zio­nò pro­fon­da­men­te la sto­ria di Pote­re ope­ra­io. Secon­do quan­to affer­ma il giu­di­ce Palombarini[19] sul­la base del­le depo­si­zio­ni testi­mo­nia­li rese al pro­ces­so «7 apri­le», la vera rot­tu­ra di Pote­re ope­ra­io si regi­strò in segui­to al III con­ve­gno d’organizzazione del set­tem­bre 1971, attor­no al tema del­la for­ma­liz­za­zio­ne del par­ti­to. Mol­ti mili­tan­ti, non con­di­vi­den­do la posi­zio­ne espres­sa dal­la dire­zio­ne nazio­na­le, se ne era­no allon­ta­na­ti, con­ti­nuan­do a svol­ge­re atti­vi­tà poli­ti­ca come sin­go­li o inse­ri­ti in orga­ni­smi di base, all’interno di quell’area di auto­no­mia ope­ra­ia che anda­va orga­niz­zan­do­si. Essa sod­di­sfa­ce­va le richie­ste di colo­ro che, pur nel­la volon­tà di giun­ge­re alla crea­zio­ne di un’organizzazione ope­ra­ia nazio­na­le che uni­fi­cas­se le diver­se real­tà loca­li, non cre­de­va­no nel­la pos­si­bi­li­tà di un grup­po di rap­pre­sen­ta­re quel momen­to di cen­tra­liz­za­zio­ne e che leg­ge­va­no nel­la pre­te­sa di Pote­re ope­ra­io di diven­tar­lo solo una pro­gres­si­va buro­cra­tiz­za­zio­ne del­le sue strut­tu­re e la per­di­ta di con­tat­to con le situa­zio­ni rea­li.
Note [1] «Non cre­dia­mo che il par­ti­to ope­ra­io rivo­lu­zio­na­rio pos­sa for­mar­si nel modo tra­di­zio­na­le: gli intel­let­tua­li che dan­no una linea che poi scen­de nel­le fab­bri­che a cer­ca­re le avan­guar­die che por­ti­no avan­ti que­sta linea. Que­sto non è pos­si­bi­le. I vari movi­men­ti auto­no­mi deb­bo­no diret­ta­men­te con­tri­bui­re a costrui­re il par­ti­to del­la clas­se ope­ra­ia. E non rico­no­scia­mo in nes­sun grup­po que­sto par­ti­to». (Inter­ven­to di un com­pa­gno dell’Assemblea auto­no­ma dell’Alfa Romeo, «Pote­re ope­ra­io del lune­dì», n. 42, 25 feb­bra­io 1973, ripor­ta­to anche in Auto­no­mia ope­ra­ia, a cura dei Comi­ta­ti auto­no­mi ope­rai di Roma, Roma, Savel­li, 1976, p. 25. [2] Cfr. Mar­ghe­ra, oltre il bido­ne, «Pote­re ope­ra­io del lune­dì», n. 19, 19 novem­bre 1972, e L’Assemblea auto­no­ma di Por­to Mar­ghe­ra, Pote­re ope­ra­io del lune­dì, n. 26/​38, 28 gen­na­io 1973. [3] Docu­men­to del con­ve­gno di Napo­li del 25–26 novem­bre 1972, in Auto­no­mia ope­ra­ia, cit. p. 27. [4] Comu­ni­ca­to del­la Com­mis­sio­ne orga­niz­za­ti­va del Con­ve­gno dei Comi­ta­ti e del­le Assem­blee Auto­no­me, «Pote­re ope­ra­io del lune­dì», n. 43, 4
mar­zo 1973.
[5] Gli inter­ven­ti sono ripor­ta­ti sui nume­ri 41 (18 feb­bra­io 1973), 42 (25 feb­bra­io 1973), 43 (4 mar­zo 1973), di «Pote­re ope­ra­io del lune­dì». [6] «Soprat­tut­to gli orga­ni­smi dell’autonomia ope­ra­ia devo­no esse­re un momen­to di sal­da­tu­ra tra lot­ta eco­no­mi­ca e lot­ta poli­ti­ca: que­sta divi­sio­ne […] che tra­di­zio­nal­men­te ha dato vita al sin­da­ca­to da una par­te e al par­ti­to dall’altra, è sta­ta cri­ti­ca­ta giu­sta­men­te anche da una serie di grup­pi che han­no con­tri­bui­to a far nasce­re un movi­men­to rivo­lu­zio­na­rio. Ma oggi assi­stia­mo al fat­to che i grup­pi ripro­du­co­no que­sta logi­ca del­la divi­sio­ne del momen­to eco­no­mi­co e del momen­to poli­ti­co: essi voglio­no anche pro­muo­ve­re la for­ma­zio­ne di orga­ni­smi auto­no­mi di mas­sa, però subor­di­na­ti alla linea gene­ra­le che è del grup­po, il qua­le pre­ten­de di esse­re il depo­si­ta­rio del­la visio­ne gene­ra­le» (inter­ven­to di un com­pa­gno del comi­ta­to del­la Sit-Sie­mens, «Pote­re ope­ra­io del lune­dì», n. 41, cit.). [7] Inter­ven­to di un com­pa­gno del comi­ta­to dell’Enel di Roma, «Pote­re ope­ra­io del lune­dì», n. 41, cit. [8] «Per quel che riguar­da i grup­pi, biso­gna dire che, all’interno del discor­so sull’autonomia, il ruo­lo dei grup­pi è fini­to ogget­ti­va­men­te. Non dob­bia­mo com­bat­ter­li, ma far­ne giu­sti­zia poli­ti­ca» (inter­ven­to di un com­pa­gno del Col­let­ti­vo ope­rai-stu­den­ti del Poli­cli­ni­co di Roma, «Pote­re ope­ra­io del lune­dì», n. 42, cit.). [9] «Il rap­por­to con i grup­pi deve esse­re visto in fun­zio­ne solo del­la dispo­ni­bi­li­tà di que­sti com­pa­gni alla pra­ti­ca effet­ti­va degli obiet­ti­vi ope­rai. Non voglio dire che i grup­pi a loro vol­ta deb­bo­no esse­re al nostro ser­vi­zio e fare quel­lo che noi ope­rai non voglia­mo fare in fab­bri­ca. Essi devo­no inse­rir­si nei nostri orga­ni­smi e comu­ni­car­ci le loro espe­rien­ze, fun­zio­na­re da col­le­ga­men­to tra la lot­ta di fab­bri­ca e quel­la del quar­tie­re. L’assemblea auto­no­ma non si pone come alter­na­ti­va al sin­da­ca­to e ai grup­pi, essa deve por­si come orga­niz­za­zio­ne diret­ta­men­te ope­ra­ia, e su que­sto c’è spa­zio al con­fron­to con i grup­pi e con cer­ti Con­si­gli di fab­bri­ca» (inter­ven­to di un com­pa­gno del­la Cha­til­lon di Por­to Mar­ghe­ra, «Pote­re ope­ra­io del lune­dì», n. 42, cit.). [10] «Per que­sto oggi, pur rico­no­scen­do le esi­gen­ze pro­fon­da­men­te diver­se del movi­men­to, non si può fare a meno di ave­re un rap­por­to poli­ti­co con le avan­guar­die orga­niz­za­te, con gli spez­zo­ni di orga­niz­za­zio­ne che, quan­do non si autoe­li­mi­na­no arro­gan­do­si il ruo­lo del par­ti­to del­la clas­se, sono indi­spen­sa­bi­li nel­la costru­zio­ne di quel­la che sarà l’organizzazione ope­ra­ia del­la rivo­lu­zio­ne comu­ni­sta» (inter­ven­to di un com­pa­gno dell’assemblea auto­no­ma di Por­to Mar­ghe­ra, «Pote­re ope­ra­io del lune­dì», n. 42, cit.). [11] Al con­ve­gno par­te­ci­pa­ro­no i seguen­ti orga­ni­smi auto­no­mi: l’Assemblea auto­no­ma dell’Alfa-Romeo, del­la Pirel­li, il Comi­ta­to di lot­ta del­la Sit-Sie­mens di Mila­no, l’Assemblea auto­no­ma di Por­to Mar­ghe­ra, il Comi­ta­to ope­ra­io del­la Fiat-Rival­ta di Tori­no, il Comi­ta­to poli­ti­co Enel e il Col­let­ti­vo lavo­ra­to­ri e stu­den­ti del Poli­cli­ni­co di Roma, i Comi­ta­ti ope­rai di Firen­ze e Bolo­gna, l’USCL (Unio­ne sin­da­ca­le comi­ta­ti di lot­ta) di Napo­li, le Leghe ros­se dei con­ta­di­ni di Iso­la Capo Riz­zu­to e Cro­to­ne, il Cir­co­lo «Ranie­ro Pan­zie­ri» di Mode­na. [12] Al con­ve­gno par­te­ci­pa­ro­no i seguen­ti orga­ni­smi auto­no­mi: l’Assemblea auto­no­ma dell’Alfa-Romeo, del­la Pirel­li, il Comi­ta­to di lot­ta del­la Sit-Sie­mens di Mila­no, l’Assemblea auto­no­ma di Por­to Mar­ghe­ra, il Comi­ta­to ope­ra­io del­la Fiat-Rival­ta di Tori­no, il Comi­ta­to poli­ti­co Enel e il Col­let­ti­vo lavo­ra­to­ri e stu­den­ti del Poli­cli­ni­co di Roma, i Comi­ta­ti ope­rai di Firen­ze e Bolo­gna, l’USCL (Unio­ne sin­da­ca­le comi­ta­ti di lot­ta) di Napo­li, le Leghe ros­se dei con­ta­di­ni di Iso­la Capo Riz­zu­to e Cro­to­ne, il Cir­co­lo «Ranie­ro Pan­zie­ri» di Mode­na. [13] Comu­ni­ca­to del­la Com­mis­sio­ne orga­niz­za­ti­va del con­ve­gno dei Comi­ta­ti e del­le Assem­blee auto­no­me, «Pote­re ope­ra­io del lune­dì», n. 43, cit. [14] «Pote­re ope­ra­io del lune­dì», n. 44, 11 mar­zo 1973. Edi­to­ria­le. Tut­ta­via Pote­re ope­ra­io ammo­ni­va seve­ra­men­te: «È quin­di indi­spen­sa­bi­le, ci sem­bra, che i com­pa­gni dei Comi­ta­ti affron­ti­no nel con­ve­gno e dopo que­sti nodi non solo nei discor­si ma nel lavo­ro poli­ti­co. […] Altri­men­ti la pole­mi­ca con i grup­pi così osses­si­va­men­te pre­sen­te in alcu­ni com­pa­gni dei Comi­ta­ti fini­sce con l’essere il dito die­tro cui nascon­de­re la pro­pria inet­ti­tu­di­ne. Per­ché, sia chia­ro che in assen­za di cose nuo­ve l’esperienza di alcu­ni grup­pi rivo­lu­zio­na­ri resta in Ita­lia l’unico pun­to fer­mo da cui par­ti­re». (Ibi­dem). [15] Inter­vi­sta a un com­pa­gno dell’assemblea auto­no­ma Alfa, «Pote­re ope­ra­io del lune­dì», n. 45, 18 mar­zo 1973. [16] Ibi­dem. [17] Il
bol­let­ti­no por­ta­va le fir­me dei seguen­ti orga­ni­smi: Assem­blea auto­no­ma Alfa Romeo, Assem­blea auto­no­ma Pirel­li, Comi­ta­to di lot­ta Sit-Sie­mens, Grup­po ope­ra­io Fiat, Assem­blee auto­no­me di Por­to Mar­ghe­ra, Comi­ta­to poli­ti­co Enel, Comi­ta­to lavo­ra­to­ri-stu­den­ti Poli­cli­ni­co, Unio­ne sin­da­ca­le comi­ta­ti di lot­ta. Sull’argomento vedi Aut. Op. La sto­ria e i docu­men­ti: da Pote­re ope­ra­io all’Autonomia orga­niz­za­ta, a cura di Lucio Castel­la­no, Roma, Savel­li, 1980, p. 83. [18] Il con­ve­gno dei comi­ta­ti, «Pote­re ope­ra­io del lune­dì», n. 45, cit. [19] G. Palom­ba­ri­ni, op. cit., pp. 111–112.

12) POTERE OPERAIO : spunti di riflessione

sul ”grup­po’’ poli­ti­co e i suoi gior­na­li fra ope­rai­smo e auto­no­mia organizzata

un sag­gio di Cin­zia Zen­no­ni che trat­ta del «par­ti­to degli ope­rai comunisti».


Il par­ti­to degli ope­rai comunisti


In segui­to all’occupazione ope­ra­ia del­la Fiat di Tori­no alla fine del mar­zo 1973 e alle ini­zia­ti­ve di incon­tro pro­mos­se dagli orga­ni­smi auto­no­mi, cul­mi­na­te nel con­ve­gno di Bolo­gna del 3–4 mar­zo 1973, Pote­re ope­ra­io deci­se di appor­ta­re alcu­ne modi­fi­che alla pro­pria linea poli­ti­ca, in rela­zio­ne ai recen­ti avve­ni­men­ti. Un arti­co­lo è di fon­da­men­ta­le impor­tan­za per com­pren­de­re la len­ta evo­lu­zio­ne ideo­lo­gi­ca del grup­po e gli sfor­zi com­piu­ti per ade­gua­re il livel­lo teo­ri­co ai muta­men­ti in cor­so: si inti­to­la Il par­ti­to degli ope­rai comu­ni­sti (in «Pote­re ope­ra­io» del lune­dì, n. 47, 9 apri­le 1973. Tut­te le cita­zio­ni del pre­sen­te para­gra­fo sono trat­te dal mede­si­mo arti­co­lo, sal­vo diver­sa spe­ci­fi­ca­zio­ne.
Il pro­ble­ma cen­tra­le rima­ne­va lo stes­so: costrui­re l’organizzazione rivo­lu­zio­na­ria di mas­sa in gra­do di pro­muo­ve­re e soste­ne­re l’attacco con­tro lo Sta­to, in quan­to rite­nu­to la for­ma supre­ma di repres­sio­ne e il garan­te del­la con­ser­va­zio­ne di un siste­ma com­ples­so di sfrut­ta­men­to a dan­no del­le diver­se com­po­nen­ti del­la clas­se pro­le­ta­ria. Muta­va­no tut­ta­via le moda­li­tà del­la sua rea­liz­za­zio­ne. Pote­re ope­ra­io pone­va come neces­sa­ria una «ret­ti­fi­ca di linea» e soprat­tut­to un’autocritica da par­te dei grup­pi extra­par­la­men­ta­ri cir­ca la pre­te­sa di rap­pre­sen­ta­re essi stes­si il par­ti­to da costrui­re, attor­no al qua­le far con­ver­ge­re altre for­ze (sin­go­li mili­tan­ti o inte­re orga­niz­za­zio­ni). Non occor­re­va infat­ti una cre­sci­ta in ter­mi­ni quan­ti­ta­ti­vi, ben­sì un sal­to qua­li­ta­ti­vo da far com­pie­re alle avan­guar­die del movi­men­to. Il pun­to di par­ten­za per la costru­zio­ne dell’organizzazione rivo­lu­zio­na­ria era indi­vi­dua­to altro­ve: «È oggi pro­ba­bi­le che una rete di orga­ni­smi auto­no­mi ope­rai esi­sten­te in Ita­lia, pos­sa comin­cia­re ad assol­ve­re a que­sta spe­ci­fi­ca e fon­da­men­ta­le fun­zio­ne di par­ti­to. Più e meglio di qual­sia­si grup­po o di qual­sia­si “aggre­ga­zio­ne di grup­pi”». È evi­den­te l’influenza deter­mi­nan­te che l’area dell’autonomia ope­ra­ia orga­niz­za­ta eser­ci­tò sul grup­po di Pote­re ope­ra­io, anche se poi fu quest’ultimo a ten­ta­re di con­di­zio­nar­ne la linea. Pre­ci­sa­men­te si ripro­po­ne­va il tema dell’organizzazione rivo­lu­zio­na­ria all’interno di quel­la che veni­va indi­vi­dua­ta come «area di par­ti­to» (cioè quel­la «rete di avan­guar­die che han­no par­te­ci­pa­to al con­ve­gno di Bolo­gna del 3–4 mar­zo»), al cui per­so­na­le poli­ti­co si rico­no­sce­va il meri­to di un effet­ti­vo radi­ca­men­to nel­le situa­zio­ni di fab­bri­ca e di quar­tie­re.
Tut­ta­via per Pote­re ope­ra­io si ren­de­va neces­sa­rio un ulte­rio­re pas­sag­gio: i comi­ta­ti e le assem­blee auto­no­me avreb­be­ro dovu­to met­te­re in secon­do pia­no il loro aspet­to di «orga­ni­smi di mas­sa» e di «strut­tu­re di movi­men­to» e por­si come stru­men­ti effet­ti­vi di dire­zio­ne e di orien­ta­men­to poli­ti­co, per agi­re nel pre­sen­te come seg­men­ti del par­ti­to da costrui­re tra­mi­te un’accentuazione dei pro­ces­si di cen­tra­liz­za­zio­ne tra loro inter­cor­ren­ti. Ciò non riguar­da­va sola­men­te i comi­ta­ti e le assem­blee di fab­bri­ca: anche i comi­ta­ti ter­ri­to­ria­li avreb­be­ro dovu­to rea­liz­za­re l’unità del­le avan­guar­die per orga­niz­za­re la «lot­ta d’appropriazione», miran­te, nel­le inten­zio­ni del grup­po, alla dife­sa del sala­rio rea­le dal fur­to dei «costi socia­li».
Pote­re ope­ra­io si rivol­ge­va quin­di all’area dell’autonomia come refe­ren­te pri­vi­le­gia­to del pro­prio pro­get­to di par­ti­to. Inter­ve­ni­va in essa, ma dall’esterno, pro­po­nen­do il supe­ra­men­to dei ten­ta­ti­vi di sem­pli­ce coor­di­na­men­to, di cen­tra­liz­za­zio­ne dal bas­so, e chie­den­do agli orga­ni­smi auto­no­mi di fab­bri­ca e ai comi­ta­ti ope­rai e pro­le­ta­ri sul ter­ri­to­rio di agi­re come già facen­ti par­te di una strut­tu­ra uni­ta­ria, con il pre­ci­so pro­gram­ma poli­ti­co di con­dur­re deter­mi­na­ti set­to­ri socia­li allo scon­tro vio­len­to con lo Sta­to, nel­la for­ma del­la «guer­ra civi­le tra ope­rai e padro­ni».
Per que­sto il par­ti­to si pre­sen­ta­va come una strut­tu­ra poli­ti­co-mili­ta­re, in gra­do di orga­niz­za­re il ricor­so alla vio­len­za rivo­lu­zio­na­ria di mas­sa, in quan­to eser­ci­ta­ta a par­ti­re dal­le sue arti­co­la­zio­ni ter­ri­to­ria­li.
Anco­ra una vol­ta il livel­lo teo­ri­co dell’analisi sovra­sta­va il livel­lo orga­niz­za­ti­vo. Pote­re ope­ra­io ammet­te­va che «tut­to que­sto per­cor­so vive oggi solo in modo infor­ma­le nel movi­men­to». Si atten­de­va il momen­to del pas­sag­gio alla pra­ti­ca effet­ti­va del pro­ces­so insur­re­zio­na­le e nel frat­tem­po si cer­ca­va­no le stra­de per rea­liz­zar­lo. Così come nel 1971 Pote­re ope­ra­io ave­va lan­cia­to la pro­po­sta dei comi­ta­ti poli­ti­ci come strut­tu­re orga­niz­za­te di lot­ta in fab­bri­ca e sul ter­ri­to­rio, ora ci si rivol­ge­va a que­gli orga­ni­smi auto­no­mi già esi­sten­ti o in via di for­ma­zio­ne, sor­ti indi­pen­den­te­men­te dall’iniziativa dei grup­pi extra­par­la­men­ta­ri.
Pote­re ope­ra­io, pro­prio in rela­zio­ne all’insorgenza di tale feno­me­no, vis­se una pro­fon­da lace­ra­zio­ne al suo inter­no tra colo­ro che, pri­mi fra tut­ti i mili­tan­ti dell’area vene­ta, era­no attrat­ti dal­le nuo­ve real­tà auto­no­me e pre­sta­va­no atten­zio­ne all’evoluzione degli even­ti, e colo­ro che, come la com­po­nen­te roma­na, anco­ra soste­ne­va­no l’idea di pro­por­re dall’esterno, in quan­to grup­po di Pote­re ope­ra­io, l’iniziativa del par­ti­to rivo­lu­zio­na­rio all’area dell’autonomia. Si apri­va­no due stra­de: una era quel­la di inter­ve­ni­re negli avve­ni­men­ti in cor­so con la pro­po­sta dell’organizzazione rivo­lu­zio­na­ria con­ser­van­do la pro­pria iden­ti­tà di grup­po e quin­di con la mal­ce­la­ta volon­tà, qua­lo­ra la pro­po­sta si fos­se con­cre­tiz­za­ta, di rac­co­glier­ne i meri­ti, eser­ci­tan­do in essa una fun­zio­ne diret­ti­va; l’altra era quel­la di «scio­glier­si» nell’area dell’autonomia ope­ra­ia, ces­sa­re di agi­re come sin­go­lo grup­po per mili­ta­re diret­ta­men­te all’interno degli orga­ni­smi di mas­sa che la costi­tui­va­no.
La con­trad­di­zio­ne tra le due linee sareb­be esplo­sa suc­ces­si­va­men­te, al con­ve­gno di Roso­li­na, che segnò la rot­tu­ra defi­ni­ti­va del grup­po. Per il momen­to si cer­cò di tro­va­re una media­zio­ne tra le due ipo­te­si operative,[i] tra­mi­te ela­bo­ra­zio­ni teo­ri­che con­ci­lia­ti­ve che con­ce­des­se­ro spa­zio all’una e all’altra par­te, di cui l’articolo sopra men­zio­na­to costi­tui­sce un esempio.


Note [i] Toni Negri scris­se in pro­po­si­to: «L’esperienza di Pote­re ope­ra­io è un’esperienza abba­stan­za cor­ta, se si vuo­le, va dal ’69 fino al ’72 […] e che vie­ne volon­ta­ria­men­te bru­cia­ta quan­do rischia di non tro­va­re solu­zio­ni poli­ti­che. È quan­to avvie­ne attor­no al pro­ble­ma del cosid­det­to dua­li­smo, un pro­ble­ma che man mano vie­ne emer­gen­do all’interno di Pote­re ope­ra­io. Un dua­li­smo tut­to fon­da­to sul diver­so peso che vie­ne dato agli ele­men­ti del­la sog­get­ti­vi­tà rispet­to ai momen­ti del­la lot­ta di mas­sa come tale. […] que­sto rap­por­to è però un rap­por­to che nel­la vita dell’organizzazione com­por­ta con­ti­nua­men­te degli squi­li­bri, squi­li­bri che man mano l’organizzazione comin­cia a rile­va­re e che deter­mi­na­no una fati­ca con­ti­nua di media­zio­ne e rischia­no con­ti­nua­men­te di pro­dur­re lace­ra­zio­ni all’interno dell’organizzazione stes­sa». (Toni Negri, Dall’operaio mas­sa all’operaio socia­le, a cura di P. Poz­zi e R. Tomas­si­ni, Mul­thi­pla, Mila­no 1979, pp. 110–111).

Nulla da perdere.

Argo­men­ti: 2022, Geno­va

Gior­na­le comu­ni­sta per l’au­to­no­mia ope­ra­ia in Liguria

da La bre­ve esta­te dell’autonomia, inter­vi­sta fat­ta da Rober­to Demon­tis a Gior­gio Moro­ni ad aper­tu­ra de Gli auto­no­mi vol. VII. L’autonomia ope­ra­ia a Geno­va e in Ligu­ria Pri­ma par­te (1973–1980), cura­ta da entram­bi. Nell’intervista vie­ne rac­con­ta­ta la nasci­ta di «Nul­la da per­de­re. Gior­na­le comu­ni­sta per l’autonomia ope­ra­ia in Liguria».

Nel dicem­bre 1977 esce «Nul­la da per­de­re. Gior­na­le comu­ni­sta per l’autonomia ope­ra­ia in Ligu­ria». Il nome vie­ne da una for­ma­zio­ne di Ardi­ti del popo­lo, anar­chi­ci e sin­da­ca­li­sti rivo­lu­zio­na­ri che ope­rò a Sestri ponen­te tra il 1920 e il 1921. Cer­ca­va­mo per il gior­na­le un nome con signi­fi­ca­to uni­ver­sa­le ma anche con una qual­che radi­ce loca­le. Il gior­na­le era in quel momen­to rap­pre­sen­ta­ti­vo del­le atti­vi­tà e del­le posi­zio­ni di tut­ti i comi­ta­ti, e non solo di quel­li geno­ve­si, ma anche di quel­li impe­rie­si e spez­zi­ni; non era una cosa sem­pli­ce, già alla fine del 1977, dopo il sostan­zia­le fal­li­men­to del con­ve­gno di Bolo­gna. Il lun­go edi­to­ria­le di aper­tu­ra, e in par­ti­co­la­re gli ulti­mi quat­tro capo­ver­si, ven­ne­ro lun­ga­men­te discus­si; ricor­do bene quel «l’Autonomia ope­ra­ia non è la “riser­va” del­le for­ma­zio­ni comu­ni­ste uni­ca­men­te com­bat­ten­ti, né noi pos­sia­mo con­si­de­ra­re que­ste orga­niz­za­zio­ni come la com­po­nen­te di attac­co di un movi­men­to inter­pre­ta­to come uni­ta­rio. Sia­mo in pre­sen­za di ipo­te­si diver­se e di pro­gram­mi non coin­ci­den­ti». E anco­ra, poco più indie­tro, que­sto enun­cia­to mol­to negria­no: «Oggi pro­gram­ma rivo­lu­zio­na­rio è ricom­por­re tut­to il sog­get­to che lot­ta in for­me ope­ra­ia con­tro il capi­ta­le, e orga­niz­zar­ne la vio­len­za con­tro il suo sta­to». Il gior­na­le era ric­co di repor­ta­ge sul­le situa­zio­ni di inter­ven­to mili­tan­te nel­le qua­li era­va­mo impe­gna­ti, a par­ti­re da quel­lo sul­le pic­co­le fab­bri­che del­la Val­pol­ce­ve­ra fino all’ufficio di col­lo­ca­men­to, dall’occupazione di case in via del­le Tofa­ne sul­le altu­re di Teglia alle nostre atti­vi­tà nel­le scuo­le medie supe­rio­ri e all’Università. Una pagi­na era dedi­ca­ta alla vicen­da impe­rie­se del­la fab­bri­ca Ami­ci del­la sto­ria (ribat­tez­za­ta nel tito­lo: «Nemi­ci degli ope­rai»), occu­pa­ta dagli ope­rai con la lea­der­ship degli auto­no­mi. Un’altra pre­sen­ta­va l’inchiesta sull’industria bel­li­ca, fab­bri­ca socia­le del­la mor­te, a La Spe­zia. Altro spa­zio del gior­na­le era dedi­ca­to agli inter­ven­ti extra-moe­nia dell’Autonomia ope­ra­ia ligu­re: la par­te­ci­pa­zio­ne pri­ma alla mani­fe­sta­zio­ne inter­na­zio­na­le con­tro la costru­zio­ne di un reat­to­re nuclea­re a Mal­vil­le, in Fran­cia, e suc­ces­si­va­men­te alla mobi­li­ta­zio­ne con­tro la cen­tra­le nuclea­re Enel di Mon­tal­to di Castro. Spic­ca­va­no le pagi­ne cen­tra­li inti­to­la­te «Eppur si muo­ve», cro­ni­sto­ria di fat­ti rile­van­ti di lot­ta e con­tro­po­te­re nell’arco di poco più di un anno a Geno­va e in Ligu­ria, dove accan­to a epi­so­di di lot­ta, scio­pe­ri e mani­fe­sta­zio­ni com­pa­ri­va­no atten­ta­ti riven­di­ca­ti dal­le ron­de auto­no­me e anche le azio­ni del­le Br; e la pub­bli­ca­zio­ne dell’inchiesta sul­le socie­tà immo­bi­lia­ri con cui i Grup­pi arma­ti radi­ca­li ave­va­no riven­di­ca­to un atten­ta­to dimo­stra­ti­vo alla Socie­tà costru­zio­ni immo­bi­lia­ri. Con la pub­bli­ca­zio­ne di un docu­men­to del­la Lega ita­lia­na dei dirit­ti dell’uomo sui fat­ti di Stam­m­heim e Moga­di­scio met­te­va­mo in mostra la nostra vel­lei­ta­ria inten­zio­ne di gover­na­re il rap­por­to con quel­lo che era di fat­to un «orga­ni­smo di mas­sa» del­le Bri­ga­te ros­se. Al neo-lati­tan­te Gian­fran­co Fai­na dedi­ca­va­mo un comu­ni­ca­to di soli­da­rie­tà fir­ma­to assie­me al PCML, con il qua­le ave­va­mo ormai un rap­por­to orga­ni­co, e alla IV Internazionale.

Dopo che il fasci­co­lo ormai com­ple­to del secon­do nume­ro ven­ne seque­stra­to nel­l’a­pri­le del 1978 nel­la mia abi­ta­zio­ne nel cor­so di una per­qui­si­zio­ne (per non esse­re più resti­tui­to), nel cor­so di quel­lo stes­so apri­le uscì ugual­men­te il secon­do nume­ro di «Nul­la da per­de­re», con edi­to­ria­le e arti­co­li diver­si e con la pri­ma pagi­na dedi­ca­ta a recla­ma­re la mia libe­ra­zio­ne. Ci fu in quel momen­to una rab­bio­sa ed effi­ca­ce rea­zio­ne all’azione repres­si­va: il gior­na­le, rea­liz­za­to in pochis­si­mi gior­ni, in tem­po per pro­muo­ve­re la mani­fe­sta­zio­ne con­vo­ca­ta in Piaz­za Cari­ca­men­to per il 16 apri­le, esce come sup­ple­men­to di «Ros­so» ed è stam­pa­to a Mila­no. Non ci sono arti­co­li spe­ci­fi­ci sul­le atti­vi­tà in cor­so, ma inter­ven­ti di linea (Le rive sono stret­te, ma con­tro la rami­fi­ca­zio­ne del coman­do dif­fon­dia­mo il con­tro­po­te­re, Con­ti­nuia­mo a vole­re tut­to) e inter­ven­ti sul­lo sta­to del­la repres­sio­ne (La rivo­lu­zio­ne non si può met­te­re fuo­ri leg­ge, Anti­ci­pa­zio­ni repres­si­ve a Geno­va). Men­tre nei secon­di ven­go­no descrit­ti i pas­sag­gi pro­gres­si­vi del pia­no repres­si­vo a Geno­va con­tro l’Autonomia, nei pri­mi i temi di fon­do sono la per­di­ta del­la cen­tra­li­tà di fab­bri­ca con una diver­sa arti­co­la­zio­ne del pro­ces­so pro­dut­ti­vo, cui cor­ri­spon­de una ana­lo­ga rami­fi­ca­zio­ne dei dispo­si­ti­vi di con­trol­lo e coman­do capi­ta­li­sti­co; con­se­guen­te­men­te la pro­po­sta dell’Autonomia deve por­si l’obiettivo del­la ricom­po­si­zio­ne del sog­get­to rivo­lu­zio­na­rio. Nei decen­ni suc­ces­si­vi varie vol­te «Nul­la da Per­de­re» ven­ne ripre­so come tito­lo del gior­na­le rap­pre­sen­ta­ti­vo di nuo­ve ini­zia­ti­ve anta­go­ni­ste genovesi.

Una impor­tan­te pub­bli­ca­zio­ne di area è il nume­ro uni­co di «7 Apri­le», che ven­ne pub­bli­ca­to dal Comi­ta­to 7 apri­le di Geno­va un anno dopo, nel mag­gio 1979. L’idea del nume­ro spe­cia­le, cui era pre­vi­sto ne doves­se­ro segui­re altri, emer­se in varie riu­nio­ni pres­so il Cen­tro di docu­men­ta­zio­ne di por­ta Sopra­na subi­to dopo il 7 apri­le 1979 e gli arre­sti dell’inchiesta calo­ge­ria­na. Il gior­na­le non era sta­to anco­ra ter­mi­na­to che, qua­ran­ta gior­ni dopo il 7 apri­le, il 17 mag­gio 1979, scat­tò l’operazione geno­ve­se, quel­la del gene­ra­le Car­lo Alber­to Dal­la Chie­sa: così, a con­tri­bui­re alla ste­su­ra e rac­col­ta dei testi che ven­ne­ro pub­bli­ca­ti nel nume­ro uni­co, si aggiun­se il comi­ta­to di dife­sa degli arre­sta­ti del 17 maggio.

La formazione del gruppo di Potere operaio a Porto Marghera (1967)

un testo di Gian­ni Sbro­giò trat­to dal libro Quan­do il pote­re è ope­ra­io, a cura di Devi Sac­chet­to e Gian­ni Sbrogiò.

La for­ma­zio­ne del grup­po di Pote­re ope­ra­io a Por­to Mar­ghe­ra (1967)

«Il Pote­re Ope­ra­io – gior­na­le poli­ti­co degli ope­rai di Por­to Marghera»inizia a esse­re distri­bui­to con una cer­ta fre­quen­za davan­ti alle fab­bri­che nel cor­so del ’67. Oltre ai pro­ble­mi spe­ci­fi­ci del­la fab­bri­ca l’intervento è cen­tra­to sul­la «lot­ta con­tro il pia­no» e sul­la «lot­ta generale»per con­trap­por­re la for­za auto­no­ma ope­ra­ia con­tro il pro­get­to capi­ta­li­sti­co di inse­ri­men­to del­la clas­se ope­ra­ia nel­la com­par­te­ci­pa­zio­ne del­lo «svi­lup­po demo­cra­ti­co». Il «Pia­no» è il dise­gno di leg­ge del gen­na­io ’65 sul «Pro­gram­ma di svi­lup­po eco­no­mi­co per il quin­quen­nio ’65–69» det­to pia­no Pie­rac­ci­ni (par­la­men­ta­re Psi) che ver­rà vota­to in par­la­men­to solo nel luglio del ’67 con il voto con­tra­rio dei comu­ni­sti, quel­lo favo­re­vo­le dei socia­li­sti e dei par­la­men­ta­ri sin­da­ca­li­sti del­la Cisl e del­la Uil e l’astensione dei sin­da­ca­li­sti Cgil. In quel perio­do il sin­da­ca­to costi­tui­sce una vera e pro­pria «cin­ghia di tra­smis­sio­ne» dei vari par­ti­ti. Secon­do «Il Pote­re Ope­ra­io – gior­na­le poli­ti­co degli ope­rai di Por­to Mar­ghe­ra» la linea poli­ti­ca del «pia­no» con­si­ste nel ten­ta­ti­vo di ingab­bia­re la lot­ta ope­ra­ia attra­ver­so la respon­sa­bi­liz­za­zio­ne e il con­trol­lo del­le richie­ste ope­ra­ie, con l’aiuto dei par­ti­ti di sini­stra (la fusio­ne del Psdi e del Psi con la nasci­ta del Psu spo­sta a destra l’ex Psi) e con il con­trol­lo sin­da­ca­le (l’accordo qua­dro tra Cgil-Cisl-Uil spo­sta a destra la Cgil). Pote­re Ope­ra­io intra­ve­de que­ste ten­den­ze a comin­cia­re dagli accor­di con­trat­tua­li avve­nu­ti nel ’66 per i 3 milio­ni di lavo­ra­to­ri e si rivol­ge agli ope­rai per far ripar­ti­re le lot­te su obiet­ti­vi pre­ci­si par­ten­do dal salario.

Il grup­po usa i diver­si cana­li orga­niz­za­ti­vi qua­li la C.I., i Nas (Nuclei azien­da­li socia­li­sti) e le Cel­lu­le del Pci per apri­re un fron­te in fab­bri­ca con­tro il padro­na­toe con­tro i ver­ti­ci sin­da­ca­li e di par­ti­to. Si sostie­ne che con­tro il «pia­no» ci può esse­re solo «lot­ta gene­ra­le». Il sala­rio, l’orario, le ferie sono riven­di­ca­zio­ni di tut­ta la clas­se ope­ra­ia e per­tan­to, sul­la loro base, lo scon­tro deve esse­re gene­ra­le, ope­rai da una par­te e padro­na­to dall’altra. Né basta met­te­re in cam­po qual­che scio­pe­ro inter­ca­te­go­ria­le per lascia­re sfo­ga­re la rab­bia. Si chie­do­no for­me di lot­ta intran­si­gen­ti e arti­co­la­te per inci­de­re più a fon­do pos­si­bi­le sugli inte­res­si padro­na­li, men­tre si pro­pon­go­no obiet­ti­vi comu­ni basa­ti sul­le esi­gen­ze ope­ra­ie di una dimi­nu­zio­ne dell’orario di lavo­ro e di un incre­men­to del livel­lo sala­ria­le. In que­sta fase Pote­re ope­ra­io con­si­de­ra il Pci l’unico par­ti­to del movi­men­to ope­ra­io ita­lia­no con un rea­le rap­por­to con la clas­se ope­ra­ia. Un par­ti­to la cui linea, arren­de­vo­le e col­la­bo­ra­zio­ni­sta ver­so i padro­ni, non è pas­sa­ta tra la sua base, ma che in ogni caso impe­di­sce la sal­da­tu­ra con le istan­ze auto­no­me ope­ra­ie. Il pro­get­to di Pote­re ope­ra­io è spez­za­re que­sto pro­gram­ma por­tan­do­ci den­tro tut­ta la for­za del­la lot­ta ope­ra­ia[1].

Il 19 apri­le ’67 alla Edi­son, la Cisl e la Uil fir­ma­no un accor­do sul­la noci­vi­tà, abo­len­do l’indennità in alcu­ni repar­ti per­ché affer­ma­no che la noci­vi­tà sareb­be sta­ta eli­mi­na­ta. I risul­ta­ti dell’indagine com­mis­sio­na­ta al Prof. Mas­si­mo Cre­pet, diret­to­re dell’Istituto di Medi­ci­na del Lavo­ro di Pado­va, ven­go­no emes­si il 26 giu­gno ’67, ma già da gen­na­io l’azienda ave­va comin­cia­to a non paga­re l’indennità di noci­vi­tà ai nuo­vi assunti.La Cgil non fir­ma l’accordo, ma non si oppo­ne con­cre­ta­men­te e il Pci tace. Pote­re ope­ra­io inci­ta alla lot­ta e attra­ver­so i suoi mem­bri pre­sen­ti in C.I. chie­de un’assemblea gene­ra­le per deci­de­re[2]. La man­ca­ta con­vo­ca­zio­ne dell’assemblea non fa demor­de­re gli ope­rai del­la San Mar­co che si orga­niz­za­no auto­no­ma­men­te: il 17 ago­sto, dopo due scio­pe­ri del repar­to, i mem­bri di Pote­re ope­ra­io deci­do­no di gene­ra­liz­za­re la lot­ta a tut­ta la fab­bri­ca. La Cgil rom­pe l’unità di ver­ti­ce e il 25 ago­sto appog­gia lo scio­pe­ro, pur non ado­pe­ran­do­si mol­to per la sua riu­sci­ta. I com­pa­gni ope­rai di Pote­re ope­ra­io, aiu­ta­ti dagli ester­ni, stu­den­ti e intel­let­tua­li, orga­niz­za­no i pic­chet­ti e si rie­sce a far scio­pe­ra­re 500 ope­rai. Il Pci comin­cia a pren­de­re posi­zio­ne, oltre che per linee inter­ne, anche pub­bli­ca­men­te con­tro la linea di lot­ta dei com­pa­gni di Pote­re ope­ra­io. In un nume­ro uni­co del 25 apri­le del ’67, «Il Pci nel­le fab­bri­che di Por­to Mar­ghe­ra», sot­to il tito­lo «A chi gio­va tut­to que­sto?», si sot­to­li­nea come «Pote­re Ope­ra­io sia con­tro i lavo­ra­to­ri, con­tro il sin­da­ca­to e il par­ti­to e fac­cia il gio­co dei padro­ni, del­la Dc e del cen­tro-sini­stra» (Chi­nel­lo 1996, vol. II, p. 514).

Nel feb­bra­io ’67 Ita­lo Sbro­giò, con­si­glie­re comu­na­le a Vene­zia, mem­bro del Comi­ta­to Fede­ra­le del Pci di Vene­zia e del Con­si­glio Diret­ti­vo del­la Cgil, oltre che facen­te par­te del­la Com­mis­sio­ne Inter­na del Petrol­chi­mi­co ras­se­gna le dimis­sio­ni dal Pci con­te­stan­do al par­ti­to la man­can­za di demo­cra­zia e di dibat­ti­to inter­no, l’abbandono del­la lot­ta ope­ra­ia come stru­men­to di lot­ta con­tro la poli­ti­ca padro­na­le e dichia­ran­do che le recen­ti lot­te con­trat­tua­li si sono chiu­se sul­la pel­le degli ope­rai per­ché deli­be­ra­ta­men­te non si è volu­to anda­re oltre cer­ti limi­ti. Il Pci nel­la sua foga con­tro gli «anti­par­ti­to» espel­le mol­ti com­pa­gni, tra i qua­li l’avv. Ema­nue­le Bat­tain, F. Bosco­lo, Rena­to Dar­siè, Nico Lucia­ni e Anto­nio Manot­ti, rei di cri­ti­ca­re la linea del par­ti­to e di appog­gia­re le lot­te operaie.

Nel novem­bre del ’67 anche a livel­lo nazio­na­le il Pci comin­cia a pren­de­re posi­zio­ne con­tro i grup­pi anti­par­ti­to e invi­ta le varie Fede­ra­zio­ni a con­dur­re una lot­ta, sen­za incer­tez­ze, con­tro tut­te le atti­vi­tà e le mani­fe­sta­zio­ni di «fra­zio­ni­smo» e di «dis­sen­so» che met­to­no in discus­sio­ne la linea poli­ti­ca del par­ti­to. Colo­ro che non si con­trap­pon­go­no con fer­mez­za o che tol­le­ra­no, ven­go­no allon­ta­na­ti. A Vene­zia tra la fine del ’67 e l’inizio del ’68, Cesco Chi­nel­lo, respon­sa­bi­le di Fede­ra­zio­ne, «ingra­ia­no» nell’XI Con­gres­so del Pci (gen­na­io ’66), con­si­de­ra­to trop­po incli­ne al con­fron­to con que­sti grup­pi anti­par­ti­to, nel­la miglio­re tra­di­zio­ne sta­li­ni­sta, vie­ne estro­mes­so a livel­lo comu­na­le e «pro­mos­so» depu­ta­to alla Camera.

La scel­ta di Ita­lo Sbro­giò è in con­tro­ten­den­za rispet­to alla linea che anda­va con­fi­gu­ran­do­si in «Clas­se ope­ra­ia» (si veda il nume­ro del mar­zo ’67) con Mario Tron­ti e in «Con­tro­pia­no» con Mas­si­mo Cac­cia­ri che soste­ne­va­no il cosiddetto«entrismo» nel Pci. Si trat­ta­va di una stra­te­gia che por­tò, un anno dopo, mol­ti stu­den­ti a entra­re nel Pci, men­tre i qua­dri ope­rai di Por­to Mar­ghe­ra ben si guar­da­ro­no da segui­re tali indicazioni.

Nel ’67 scop­pia anche il movi­men­to degli stu­den­ti uni­ver­si­ta­ri. La scin­til­la è la rifor­ma uni­ver­si­ta­ria del mini­stro Gui e l’aumento del­le tas­se. Le agi­ta­zio­ni par­to­no a Pisa, Tren­to, Mila­no. A Vene­zia la Facol­tà di Archi­tet­tu­ra vie­ne occu­pa­ta per due mesi, poi si affian­ca Ca’ Fosca­ri. Que­ste agi­ta­zio­ni met­to­no in luce quel­lo che poi sarà velo­ce­men­te assi­mi­la­to dal­le avan­guar­die ope­ra­ie: l’assemblea come cen­tro deci­sio­na­le, il con­flit­to con­ti­nuo e l’atteggiamento anti­au­to­ri­ta­rio con­tro qual­sia­si pote­re. Mol­to pre­sto a Vene­zia si pas­sa da una lot­ta con­tro la rifor­ma a una discus­sio­ne sul­lo stu­den­te come for­za-lavo­ro in for­ma­zio­ne e sull’Università come stru­men­to di valo­riz­za­zio­ne del capi­ta­le. La tesi di Pote­re ope­ra­io è che lo stu­den­te non esi­ste come figu­ra socia­le, ma che deve diven­ta­re mili­tan­te e qua­dro poli­ti­co del­la lot­ta ope­ra­ia più in gene­ra­le. Comin­cia­no a Mar­ghe­ra gli incon­tri teo­ri­ci e pra­ti­ci tra ope­rai e stu­den­ti. Le lot­te stu­den­te­sche dall’Università si allar­ga­no alle scuo­le medie supe­rio­ri come il Liceo scien­ti­fi­co G.B. Bene­det­ti e il Fran­chet­ti di Mestre. Gli stu­den­ti pre­sen­zia­no davan­ti ai can­cel­li duran­te gli scio­pe­ri con la paro­la d’ordine: «Ope­rai e stu­den­ti uni­ti nel­la lot­ta con­tro i padro­ni». Pote­re ope­ra­io apre una sede, che esi­ste­rà fino al 1982, in via Pasi­ni 7,a Mar­ghe­ra, attrez­za­ta di ciclo­sti­le, mez­zo indi­spen­sa­bi­le e uni­co allo­ra per poter pro­dur­re e dif­fon­de­re i volan­ti­ni. Un’autotassazione men­si­le sul sala­rio per far fron­te alle spe­se e alle diver­se ini­zia­ti­ve garan­ti­sce l’autonomia del grup­po. Mon­te­di­son, dopo l’unificazione tra Mon­te­ca­ti­ni ed Edi­son, ten­ta di ren­de­re omo­ge­nee le con­di­zio­ni di sfrut­ta­men­to dei dipen­den­ti dei due grup­pi attra­ver­so l’«armonizzazione» dei trat­ta­men­ti. Pote­re ope­ra­io met­te in guar­dia che la trat­ta­ti­va sen­za la lot­ta por­te­rà a un accor­do-bido­ne e livel­le­rà le con­di­zio­ni ver­so il basso.

Note [1] Si veda «Pote­re Ope­ra­io – Gior­na­le poli­ti­co degli ope­rai di Por­to Mar­ghe­ra», n. 1, 1 mag­gio 1967. [2] Ibi­dem.

Il 1970 di Potere operaio

un testo di Cin­zia Zennoni

[Nel 1970 Pote­re ope­ra­io] si tro­vò ad agi­re in un muta­to con­te­sto. La rispo­sta capi­ta­li­sti­ca alle con­qui­ste con­trat­tua­li del 1969 non si fece atten­de­re e «fu di carat­te­re tra­di­zio­na­le» [1]. Le auto­ri­tà eco­no­mi­che ita­lia­ne pra­ti­ca­ro­no ini­zial­men­te una mode­ra­ta poli­ti­ca defla­zio­ni­sti­ca, di restri­zio­ne del cre­di­to e del­la spe­sa pub­bli­ca, rite­nen­do che la cri­si avreb­be con­sen­ti­to una rapi­da espul­sio­ne del­la mano­do­pe­ra in ecce­den­za, un aumen­to del­la pro­dut­ti­vi­tà e una ripre­sa dei pro­fit­ti [2]. Non fu così. Se l’industria di Sta­to e i gran­di grup­pi pri­va­ti man­ten­ne­ro alti i livel­li d’investimento, gran par­te del set­to­re pri­va­to rea­gì ridu­cen­do­li dra­sti­ca­men­te, pre­fe­ren­do recu­pe­ra­re gli aumen­ti sala­ria­li tra­mi­te un innal­za­men­to dei prez­zi. L’inflazione ebbe un limi­te solo nel­la con­cor­ren­za dell’estero, alme­no per le mer­ci desti­na­te all’esportazione. Si cer­cò di com­pen­sa­re l’aumento dei sala­ri con un aumen­to del ren­di­men­to, ma ciò tro­vò seri osta­co­li nel­le strut­tu­re di rap­pre­sen­tan­za ope­ra­ia for­ma­te­si duran­te l’autunno cal­do, i dele­ga­ti e i con­si­gli, e nell’opposizione dei grup­pi del­la sini­stra rivo­lu­zio­na­ria. L’iniziativa sin­da­ca­le pro­ce­de­va a rilen­to. Gli scio­pe­ri per le rifor­me non riu­sci­va­no a inci­de­re in sede di dibat­ti­to politico.

L’estate del 1970 fu un momen­to di cal­ma appa­ren­te, per­ché in autun­no l’offensiva ope­ra­ia nel­le più gran­di fab­bri­che ita­lia­ne ripre­se. La tra­di­zio­na­le prio­ri­tà degli accor­di nazio­na­li rispet­to alla con­trat­ta­zio­ne azien­da­le non con­ta­va più. Le sin­go­le fab­bri­che chiedevano:

la rigi­da appli­ca­zio­ne del­la ridu­zio­ne con­trat­tua­le dell’orario di lavo­ro, cioè si chie­de­va di ridur­re al mini­mo e di sot­to­por­re a rigi­do con­trol­lo la pre­sta­zio­ne di ore straor­di­na­rie (oltre l’orario gior­na­lie­ro oppu­re oltre l’orario set­ti­ma­na­le di 40 ore). Si chie­de­va l’abolizione del tur­no di not­te e si rifiu­ta­va­no sem­pre di più i lavo­ri gra­vo­si o peri­co­lo­si o noci­vi, chie­den­do misu­re pre­ven­ti­ve di eli­mi­na­zio­ne del­le ano­ma­lie. Si resi­ste­va alle richie­ste di diver­sa distri­bu­zio­ne dell’orario al fine di una mag­gior uti­liz­za­zio­ne degli impian­ti. Soprat­tut­to si mol­ti­pli­ca­va­no le riven­di­ca­zio­ni sul­le qua­li­fi­che e sul­la clas­si­fi­ca­zio­ne del lavo­ro [3].

In meri­to a quest’ultimo pun­to la diver­gen­za tra le for­ma­zio­ni del­la nuo­va sini­stra e i sin­da­ca­ti si fece in par­ti­co­lar modo sen­ti­re. La richie­sta sin­da­ca­le di un nuo­vo siste­ma di clas­si­fi­ca­zio­ne, che pre­ve­des­se l’abolizione del­le cate­go­rie infe­rio­ri e con­si­de­ras­se la per­ma­nen­za nel­la ter­za cate­go­ria ope­ra­ia, quel­la degli ope­rai comu­ni, come tem­po­ra­nea e auto­ma­ti­ca­men­te supe­ra­bi­le dopo un cer­to perio­do di tem­po, dif­fe­ri­va dal­la posi­zio­ne di Pote­re ope­ra­io, miran­te alla sop­pres­sio­ne com­ple­ta di ogni siste­ma di divi­sio­ne del­la clas­se ope­ra­ia basa­to sul­le qua­li­fi­che. Il dato di par­ten­za era per entram­bi il mede­si­mo: la dif­fu­sio­ne di man­sio­ni sem­pre più ripe­ti­ti­ve, par­cel­liz­za­te, dequa­li­fi­ca­te bloc­ca­va la pos­si­bi­li­tà di pro­mo­zio­ne a cate­go­rie supe­rio­ri. Per il sin­da­ca­to la lot­ta dove­va quin­di indi­riz­zar­si ver­so la dife­sa del­la qua­li­fi­ca e l’agevolazione del pas­sag­gio di cate­go­ria; per Pote­re ope­ra­io la richie­sta era quel­la di un «sala­rio garan­ti­to» indi­pen­den­te­men­te dal­la pre­sta­zio­ne lavo­ra­ti­va, di red­di­to per tut­ti, occu­pa­ti e disoc­cu­pa­ti, non di lavo­ro, con­ce­pi­to sem­pre come sfruttamento.

In meri­to a pro­po­ste di tale tipo occor­re tut­ta­via fare due osser­va­zio­ni: la pri­ma è che a Pote­re ope­ra­io non inte­res­sa­va avan­za­re richie­ste com­pa­ti­bi­li con il siste­ma, che potes­se­ro esse­re da que­sto accol­te e assor­bi­te. Quan­do ciò si veri­fi­ca­va, ecco che era subi­to ela­bo­ra­ta una nuo­va pro­po­sta, anco­ra più radi­ca­le e incon­ci­lia­bi­le. Gli slo­gan ser­vi­va­no al grup­po per ren­der­si rico­no­sci­bi­le, per crea­re una pro­pria linea, fat­ta di obiet­ti­vi il più pos­si­bi­le avan­za­ti rispet­to a quel­li sin­da­ca­li e a quel­li del­le altre for­ma­zio­ni del­la nuo­va sini­stra, attor­no ai qua­li rac­co­glie­re con­sen­so, indi­pen­den­te­men­te dal­la attua­bi­li­tà del­le pro­po­ste fat­te. A que­sta osser­va­zio­ne ne fa segui­to un’altra: l’obiettivo del «sala­rio garan­ti­to», che diven­ne poi richie­sta di «sala­rio poli­ti­co», non fu per­se­gui­to attra­ver­so moda­li­tà pre­vi­ste dall’ordinario mec­ca­ni­smo eco­no­mi­co, ben­sì attra­ver­so la pra­ti­ca dell’appropriazione, che pro­prio a par­ti­re dal 1970 comin­ciò a dif­fon­der­si. Il fat­to di occu­pa­re una casa, all’inizio, o di rapi­na­re un super­mer­ca­to, poi, non era più sen­ti­to come ille­ga­le, ma giu­sti­fi­ca­to come «riap­pro­pria­zio­ne di ric­chez­za socia­le» ingiu­sta­men­te sot­trat­ta ai legit­ti­mi bene­fi­cia­ri, i pro­le­ta­ri. Que­sto mostra come in real­tà Pote­re ope­ra­io pre­ve­des­se mec­ca­ni­smi di rea­liz­za­zio­ne degli obiet­ti­vi che vio­las­se­ro la legit­ti­mi­tà del siste­ma, per pro­vo­car­ne la cri­si e crea­re così le con­di­zio­ni rivo­lu­zio­na­rie. Vie lega­li, leg­gi di rifor­ma, pro­po­ste com­pa­ti­bi­li con le rego­le del­la pro­du­zio­ne era­no respin­te, in quan­to rite­nu­te stru­men­ti atti a garan­ti­re un solo inte­res­se, quel­lo di par­te capitalistica.

L’obiettivo del sala­rio poli­ti­co per­mi­se l’individuazione di nuo­vi refe­ren­ti socia­li da coin­vol­ge­re nel pro­get­to rivo­lu­zio­na­rio. L’iniziale cen­tra­li­tà del­la clas­se ope­ra­ia comin­cia­va a vacil­la­re. Pote­re ope­ra­io con­ti­nua­va a ripe­te­re che com­pi­to del­le avan­guar­die ope­ra­ie era quel­lo di rac­co­glie­re l’intero pro­le­ta­ria­to attor­no agli obiet­ti­vi ope­rai, assun­ti come inte­res­se gene­ra­le. Eppu­re, paral­le­la­men­te all’estensione dell’intervento al Sud, si avver­te uno spo­sta­men­to dell’attenzione ver­so i disoc­cu­pa­ti, i brac­cian­ti, i lavo­ra­to­ri sal­tua­ri, gli stu­den­ti. For­se anche in segui­to alla rea­li­sti­ca con­si­de­ra­zio­ne, più vol­te ripor­ta­ta dal gior­na­le, di quan­to anco­ra il sin­da­ca­to con­tas­se in fab­bri­ca e di quan­to fos­se dif­fi­ci­le, seb­be­ne i toni trion­fa­li­sti­ci o cata­stro­fi­ci (a secon­da dei casi) ten­des­se­ro a negar­lo, sca­val­car­ne l’organizzazione. Da qui la pre­oc­cu­pa­zio­ne di costrui­re non solo nuclei di coor­di­na­men­to e dire­zio­ne in fab­bri­ca, ma anche sul ter­ri­to­rio chie­den­do casa, tra­spor­ti, scuo­la gra­tis e ovvia­men­te sala­rio per tutti.

Se il 1970 può con­si­de­rar­si un anno den­so di rifor­me dal pun­to di vista isti­tu­zio­na­le, lo stes­so non può dir­si dal pun­to di vista socia­le. Duran­te il ter­zo gover­no Rumor (27 marzo‑6 luglio 1970) furo­no com­ple­ta­ti gli iter legi­sla­ti­vi del­lo «sta­tu­to dei lavo­ra­to­ri» e del­la leg­ge attua­ti­va dell’ordinamento regio­na­le, essen­do­si già pre­vi­sta l’elezione dei con­si­gli regio­na­li per il 7 giu­gno 1970. Ven­ne con­ces­sa l’amnistia che il Psi chie­de­va per i rea­ti con­nes­si ad agi­ta­zio­ne sin­da­ca­le e appro­va­ta la leg­ge costi­tu­zio­na­le che isti­tui­va il refe­ren­dum abro­ga­ti­vo. Per quan­to riguar­da la leg­ge sul divor­zio, essa ven­ne appro­va­ta in via defi­ni­ti­va dal­la Came­ra il 1° dicem­bre 1970 [4]. Per le altre richie­ste rifor­ma­tri­ci avan­za­te dai sin­da­ca­ti nei set­to­ri del­la casa [5], del­la sani­tà, del­la scuo­la, dei tra­spor­ti, dai gover­ni dell’epoca furo­no ripe­tu­te pro­mes­se sen­za tro­va­re alcu­na applicazione.

Le resi­sten­ze che le richie­ste sin­da­ca­li di rifor­ma incon­tra­ro­no a livel­lo gover­na­ti­vo favo­ri­ro­no la mobi­li­ta­zio­ne diret­ta dei grup­pi extra­par­la­men­ta­ri di sini­stra sul ter­re­no socia­le. Fu in que­sto perio­do, pre­ci­sa­men­te nel novem­bre 1970, che Lot­ta con­ti­nua lan­ciò il pro­gram­ma com­pen­dia­to dal­la for­mu­la: «Pren­dia­mo­ci la cit­tà». Emble­ma­ti­co rima­se l’episodio dell’occupazione del­le case Iacp di via­le Tibal­di a Mila­no, nel giu­gno 1971, dove una cin­quan­ti­na di fami­glie riu­sci­ro­no, dopo aver subì­to vari sgom­be­ri da par­te del­la poli­zia, a otte­ne­re l’assegnazione dei loca­li occu­pa­ti. Lot­ta con­ti­nua ave­va pro­mos­so e diret­to l’iniziativa insie­me al Col­let­ti­vo di Archi­tet­tu­ra, ma a essa ade­ri­ro­no altri grup­pi rivo­lu­zio­na­ri, tra cui Pote­re ope­ra­io, set­to­ri del sin­da­ca­to e del­le Acli [6]. Epi­so­di di que­sto tipo con­tri­bui­ro­no a crea­re un cli­ma di avvi­ci­na­men­to, a favo­ri­re ipo­te­si di uni­tà d’azione che pre­lu­des­se­ro alla for­ma­zio­ne di un’unica orga­niz­za­zio­ne alter­na­ti­va alla sini­stra tradizionale.

Anche la cam­pa­gna con­tro il «decre­to­ne», un decre­to-leg­ge pre­sen­ta­to dal gover­no Colom­bo nell’agosto 1970, che pre­ve­de­va dispo­si­zio­ni di carat­te­re tri­bu­ta­rio e quin­di un aggra­va­men­to del cari­co fisca­le, tro­vò con­cor­di Mani­fe­sto e Pote­re ope­ra­io, oltre all’ostruzionismo con­dot­to in Par­la­men­to dai depu­ta­ti del Psiup e alle richie­ste di radi­ca­li modi­fi­che da par­te del Pci [7].

Note [1] V. Foa, op. cit., p. 198. [2] P. Gin­sborg, Sto­ria d’Italia dal dopo­guer­ra a oggi, Einau­di, Tori­no 1989, pp. 448–449. [3] V. Foa, op. cit., p. 199. [4] P. Cra­ve­ri, La repub­bli­ca dal 1958 al 1992, in Sto­ria d’Italia, diret­ta da G. Galas­so, vol. XXIV, t. 2, UTET, Tori­no 1995, pp. 428–432. [5] In real­tà sul pro­ble­ma del­la rifor­ma del set­to­re abi­ta­ti­vo e del­la pia­ni­fi­ca­zio­ne urba­na ven­ne vara­ta una leg­ge nell’ottobre 1971, dagli esi­ti alquan­to delu­den­ti. Cfr. P. Gin­sborg, Sto­ria d’Italia dal dopo­guer­ra a oggi, cit., pp. 445–447. [6] L. Bob­bio, Sto­ria di Lot­ta Con­ti­nua, Fel­tri­nel­li, Mila­no 1988, p. 86. [7] Il decre­to­ne fu defi­ni­ti­va­men­te appro­va­to dal Sena­to il 15 dicem­bre 1970. Cfr. P. Cra­ve­ri, op. cit., pp. 436–437.

Frammenti di vita di un comunista

Argo­men­ti: 11 apri­le 1979, 11 mar­zo 1980, 2022, 7 apri­le 1979, anti­fa­sci­smo mili­tan­te, Anto­nio Negri, atti­vo, Auto­no­mia gior­na­le, Bas­sa Pado­va­na, Bri­ga­te Ros­se, car­ce­re, car­ce­re 2 Palaz­zi, Cen­tro di Comu­ni­ca­zio­ne Comu­ni­sta Vene­to, Cen­tro di docu­men­ta­zio­ne anti­nu­clea­re antim­pe­ria­li­sta, Cen­tro Uni­ver­si­ta­rio Cine­ma­to­gra­fi­co, clan­de­sti­ni­tà, Clau­dio Ceri­ca, Col­let­ti­vi Poli­ti­ci Pado­va­ni per il pote­re ope­ra­io, Col­let­ti­vi Poli­ti­ci Vene­ti per il pote­re ope­ra­io, Col­let­ti­vo Poli­ti­co Pado­va Sud, comi­ta­to lavo­ra­to­ri ACTV, comi­ta­to lavo­ra­to­ri Petrol­chi­mi­co, con­tro­in­for­ma­zio­ne, con­trol­lo ter­ri­to­ria­le, con­tro­po­te­re, docu­men­to blu, Emi­lio Vesce, Fron­te Comu­ni­sta Com­bat­ten­te, Gia­co­mo Despa­li, Giu­sep­pe Talier­cio, Ille­ga­li­tà di mas­sa, leni­ni­smo, lot­ta arma­ta, Lucia­no Mio­ni, maoi­smo, Mestre, Miche­le Spa­da­fi­na, mili­tan­za comu­ni­sta, mili­ta­riz­za­zio­ne del ter­ri­to­rio, Movi­men­to Comu­ni­sta Orga­niz­za­to, not­te dei fuo­chi, nucleo, ope­rai­smo, Pado­va, Par­ti­to Comu­ni­sta Ita­lia­no, Pie­tro Calo­ge­ro, Pie­tro Despa­li, Por­to Mar­ghe­ra, Pote­re Ope­ra­io, Pro­spe­ro Gal­li­na­ri, radio Sher­wood, repres­sio­ne, tron­co­ne vene­to pro­ces­so 7 apri­le, Vene­zia, Vicen­za e provincia