sul ”gruppo’’ politico e i suoi giornali fra operaismo e autonomia organizzata
un testo di Cinzia Zennoni che tratta la teorizzazione delle «basi rosse» in Potere operaio
Agli inizi del 1972, Potere operaio avanzò una nuova proposta organizzativa: la realizzazione di «basi rosse», intese come «la forma specifica dell’organizzazione di massa della lotta degli anni Settanta, in una fase politica in cui il problema è forzare il movimento, a partire dal terreno dell’appropriazione, verso lo sbocco insurrezionale»[1]. I nuovi organismi, che avrebbero dovuto sostituire il vecchio progetto dei Comitati politici (ora ritenuti inadeguati ai compiti che la mutata situazione imponeva), si inserivano all’interno del progetto insurrezionale, dove la capacità di direzione del movimento di massa diveniva non più solo politica, ma politico-militare. Già a partire dal convegno di Roma del settembre 1971, Potere operaio aveva fatto una precisa scelta di campo. È a fronte della risposta capitalistica classica in termini di crisi, che per il movimento si danno – a nostro avviso – due possibili vie di risposta: la via istituzionale e la via insurrezionale. Molti compagni imboccano la prima via, e questa conduce ai contratti e alle elezioni come sbocchi e scadenze istituzionali, alla difesa del posto di lavoro in fabbrica e alla lotta per la democrazia nella società, a una logica frontista. Noi pensiamo di rappresentare la seconda via, e questo vuol dire privilegiamento di una tematica antiistituzionale, della parola d’ordine dell’organizzazione, della violenza proletaria, […] dell’appropriazione come passaggio di massa verso il terreno della lotta armata[2]. Si trattava ora di approntare gli strumenti necessari alla concretizzazione del progetto. Nella convinzione che «lo Stato non cadrà da solo, come un dente cariato, né si sfalderà d’un colpo» e che nel processo insurrezionale «lo Stato va invece sfaldato, disorganizzato con un attacco sistematico contro le istituzioni»[3], Potere operaio poneva come prioritaria la questione della «militarizzazione delle avanguardie» da realizzarsi all’interno della «base rossa», non da intendersi come «braccio armato» o servizio d’ordine con funzione militare specifica rispetto all’organizzazione politica, ma come organismo di unità delle avanguardie con compiti di azione contemporaneamente politica e militare[4]. Il progetto di una «guerra civile rivoluzionaria» richiedeva l’esercizio di una forte egemonia sul movimento e la capacità di imprimere una direzione specifica alle lotte. In questo stava la difficoltà, poiché, come giustamente Potere operaio rilevava, all’interno del movimento si era venuta a creare una polarizzazione tra due posizioni: da un lato si proponeva la difesa dell’occupazione; la radicalizzazione delle piattaforme sindacali; il consolidamento dell’autonomia; la costruzione dell’organizzazione mattone su mattone, per la via lunga del «radicamento graduale fra le masse»; il rafforzamento degli organismi dell’autonomia, il rifiuto di assumere l’iniziativa sul terreno della violenza; la difesa contro la repressione; dall’altro il salario garantito come programma radicale di unificazione dei proletari contro lo Stato; […] la creazione nelle fabbriche, nelle scuole, nei quartieri, di organismi di massa di direzione della lotta, di esercizio pratico di potere sovversivo, di organizzazione dello scontro (le basi rosse del potere operaio e proletario); […] la costruzione di un’organizzazione politicomilitare per organizzare la guerra civile rivoluzionaria […] che sia capace – non di inseguire il movimento – ma di muoversi «da partito»: cioè che sia in grado di anticipare, di promuovere i comportamenti delle masse, del movimento[5]. La realizzazione del partito dell’insurrezione richiedeva la capacità di stabilire un «programma», cioè di fissare alcuni obiettivi politici e momenti generali di scontro attorno ai quali far convergere il consenso di strati della classe operaia e di settori del movimento. L’obiettivo del salario politico, in primo luogo esemplificato dalla richiesta di reddito garantito per tutti e «sganciato dal lavoro», poteva rappresentare la formula riassuntiva «dell’intero ventaglio dei bisogni, degli interessi proletari». Tuttavia la questione del programma si poneva contemporaneamente a quella delle forme di lotta, degli strumenti d’organizzazione della guerra civile. Potere operaio si opponeva a una duplice prospettiva: sia a una concezione organizzativa tipica delle formazioni terroristiche, incentrata attorno alla lotta e alla propaganda armata da parte di nuclei d’avanguardia clandestina, dalla cui aggregazione sarebbe poi derivato il partito rivoluzionario, sia a una struttura organizzata su due livelli, in cui il partito fosse legale e a esso si affiancasse una struttura militare di carattere subalterno. A tali ipotesi si preferiva quella di un’organizzazione politica, insieme d’avanguardia e di massa, già immediatamente strutturata per le necessità dello scontro militare, dove la violenza preordinata d’avanguardia potesse fondersi con la violenza di massa del movimento. La «base rossa», in quanto «organismo di massa capace di direzione politica sul movimento», avrebbe dovuto rappresentare la struttura intermedia di raccordo tra i due momenti di esercizio della violenza rivoluzionaria[6], all’interno di un «progetto complessivo di militarizzazione del movimento proletario e delle sue avanguardie»[7]. Il partito si affermava quindi in una forma fluida e dinamica: Vi è solo uno spazio di partito che di volta in volta si costruisce come possibilità di insurrezione, che si afferma dentro gli organismi di massa a direzione operaia predisposti alla lotta […] Gli organismi di massa a direzione operaia sono la forma attuale del partito.[8] Premesso che di «basi rosse» non risulta ne siano state costituite in nessun luogo[9], attorno alla proposta della loro realizzazione si svolse, dall’1 al 3 giugno 1972, il convegno dei quadri dirigenti di Potere operaio (erano presenti circa 250 delegati di tutte le sezioni). Partendo dall’analisi della composizione sociale dei militanti dell’organizzazione[10], il convegno esordiva con l’affermare: va sviluppata all’interno delle organizzazioni della sinistra rivoluzionaria una profonda autocritica che coinvolga la stessa composizione politica (oggi impoverita di energie operaie di lotta) delle organizzazioni, che riapra la campagna di reclutamento di massa di quadri politici operai e assicuri perciò che la parola d’ordine della direzione operaia non sia semplice fumisteria[11]. Si era alla vigilia delle lotte d’autunno per il rinnovo del contratto dei chimici, degli edili e, soprattutto, dei metalmeccanici. Potere operaio cercò di inserirsi nel contesto delle agitazioni operaie precisando meglio la propria posizione. La sensazione di aver allentato il legame con la classe operaia (che ora andava organizzandosi autonomamente, al di fuori delle direttive dei gruppi, in collettivi, comitati, assemblee) era forte. Per questo si ribadiva l’urgenza di riproporre la questione della «direzione operaia del movimento». Si affermava perentoriamente che il soggetto indivisibile della lotta rivoluzionaria è la classe operaia […] non l’individualità (o il coraggio e l’eroismo) dei singoli quadri. La soggettività rivoluzionaria non è in nessun caso individualità singola, individualismo. È sempre e soltanto comportamento di massa[12]. Il partito dell’insurrezione avrebbe potuto costituirsi solo attraverso l’affermarsi di una volontà radicale di scontro all’interno degli organismi di massa e di movimento nati nel corso delle recenti lotte. Potere operaio si proponeva di promuoverne lo sviluppo e il collegamento sul piano nazionale, cosciente che «una proposta di conferenza dei comitati e delle assemblee operaie e proletarie non va vista come iniziativa di un gruppo, ma come l’espressione di un bisogno reale da parte di questi organismi stessi»[13]. Con l’espressione «organismi di massa» Potere operaio non intendeva riferirsi solo alle nuove realtà organizzative di quell’area di movimento che si definiva come «autonomia operaia organizzata»[14], ma anche al progetto delle «basi rosse». Esso doveva legare il problema della militarizzazione alla lotta di massa e alla «dimensione metropolitana» del contesto insurrezionale, proprio in virtù della natura politico-militare che tali organismi avrebbero avuto e della loro prevista diffusione sul territorio. Inoltre la «base rossa» (sempre a livello di dibattito teorico, perché sul piano pratico non si concretizzò nulla) avrebbe permesso di risolvere la questione della «centralizzazione» del movimento, cioè «l’emancipazione di momenti centrali di direzione operaia sugli organismi di massa»[15]. L’organizzazione rivoluzionaria avrebbe dovuto conquistare l’adesione delle avanguardie operaie più significative, per raggiungere una capacità di direzione politica sulle situazioni di lotta. Per far questo occorreva battere con urgenza l’inefficacia delle assemblee al comando, il loro corporativismo, la loro disarticolazione, la mancanza (che spesso in esse si rivela) di collegamenti, di disegno politico generale e di disciplina; e insieme dobbiamo battere la presunzione dei gruppetti alla direzione del movimento, il loro settarismo, l’inefficacia nello stringere un rapporto con le masse, le alternative cervellotiche fra lotta di lunga durata e terrorismo[16]. All’interno di Potere operaio era iniziata una seria autocritica sui limiti organizzativi dei gruppi, la quale si stava orientando in una duplice direzione: da un lato si mirava alla realizzazione del tanto ambìto partito dell’insurrezione, momento supremo di centralizzazione delle situazioni rivoluzionarie, sovrastante gruppi e organismi di massa; dall’altro si guardava con interesse ai fenomeni di autorganizzazione di base, sorti in fabbrica e sul territorio, che rivendicavano la propria autonomia rispetto a qualunque pretesa egemonizzante dei gruppi o delle organizzazioni del movimento operaio. Da qui prese avvio la crisi progressiva delle strutture di Potere operaio.
Note [1] Come si pone oggi il problema dell’unità, «Potere operaio», n. 46, febbraio 1972, p. 36. [2] Terroristi noi, opportunisti loro?, «Potere operaio», n. 46, cit., p. 35. [3] Ibidem. Nell’articolo sopra citato il processo insurrezionale è definito come «processo di lungo periodo». Altrove invece si affermerà: «Il peggior momento di opportunismo che oggi emerge nel movimento è quello che vede […] il processo organizzativo come un continuo, e l’insurrezione diluirsi quindi in guerra di lunga durata». (Preparare l’insurrezione, «Potere operaio», n. 49, 30 giugno 1972). La duplice indicazione è dovuta alla compresenza all’interno di Potere operaio di due differenti percorsi di analisi, che, almeno su questo punto, troveranno una formula d’intesa al successivo convegno di Rosolina. [4] Come si pone oggi il problema dell’unità, art. cit. [5] Proletari, è la guerra di classe!, «Potere operaio», n. 47-48, 20 maggio-20 giugno 1972, p. 4. [6] Ivi, p. 34. [7] Ibidem. [8] Preparare l’insurrezione, art. cit. [9] G. Palombarini, 7 aprile: il processo e la storia, Arsenale Cooperativa Editrice, Venezia 1982, p. 88. [10] A tal proposito Giorgio Bocca scrive: «Se badiamo alla estrazione sociale e alla professione del gruppo dirigente troviamo che i professori e gli studenti destinati alla docenza sono la grande maggioranza […]. Sono professori a Padova Negri, Ferrari Bravo, Gambino, Serafini, la Del Re, Sergio Bologna; insegnano in altre università Piro, Piperno, Magnaghi, Galimberti; Vesce è preside di scuola media; sono insegnanti, almeno sulla carta, Scalzone e il Marongiu e lo Zagato; sono medici il Pancino e la Di Rocco; studenti Benvegnù e Sturaro; professore pure il Bianchini; quanto agli operai Sborgiò, Finzi e Mander saranno autodidatti ma hanno linguaggio da professori e in più intelligenza pratica. Fa caso a sé Mario Dalmaviva assicuratore e pubblicitario, di grandi iniziative, intelligente ma di non frequenti letture». (G. Bocca, Il caso 7 aprile, Feltrinelli, Milano 1980, p. 44). [11] Preparare l’insurrezione, art. cit. [12] Ibidem. [13] Il convegno di Potere operaio, «Potere operaio del lunedì», n. 14, 18 giugno 1972. [14] Per una trattazione più specifica del tema dell’autonomia operaia, vedi un mio testo di prossima pubblicazione su «Machina». [15] Preparare l’insurrezione, art. cit. [16] Ibidem.
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un saggio di Cinzia Zennoni che affronta le Scelte diverse (dal 1972) tra Potere operaio, Lotta continua, Manifesto.
Durante la fase delle lotte contrattuali [del 1972] Potere operaio si trovò isolato rispetto alle scelte di quei gruppi della sinistra extraparlamentare con i quali aveva precedentemente cercato di stabilire momenti di intesa e di azione comune: Lotta continua e il Manifesto. Per quanto riguarda il primo, i rapporti con Potere operaio si erano progressivamente deteriorati nel corso del 1971, dopo i tentativi di aggregazione o almeno di accordo sulla base della proposta dei Comitati politici, avanzata unitariamente da entrambi, ma poi naufragata per le insormontabili e reciproche divergenze di linea politica. Innanzitutto vi era un diverso modo di concepire il ruolo stesso dei Comitati politici in relazione ai Consigli di fabbrica, le strutture di base del sindacato. Nella «piattaforma di Rimini»[i] (così detta perché fu approvata al convegno del Manifesto tenutosi a Rimini nel novembre 1971), pur nell’affermazione di un totale dissenso rispetto alla strategia sindacale, si osservava: È una fase nuova della lotta operaia che esige una nuova struttura organizzativa della classe, di cui il sindacato sia una parte e non il tutto. Per questo abbiamo difeso l’autonomia dei Consigli come organismi politici; per questo abbiamo proposto: Comitati politici. E si aggiungeva: In primo luogo, perché un Comitato politico nasca sul serio deve raccogliere le avanguardie reali operaie, e questo è del tutto impossibile se esso, prima ancora di esistere, presuppone una scissione dal sindacato. È una prova che hanno già fatto tutti i gruppi[ii]. Il Manifesto era consapevole del fatto che molte avanguardie operaie agivano all’interno dei Consigli di fabbrica. Per tale motivo occorreva esercitare una certa pressione sui Consigli stessi e sui sindacati, per spingerli verso posizioni più avanzate di lotta, anziché prescindere totalmente da essi. I Comitati politici avrebbero dovuto quindi proporsi «come punto di aggregazione di avanguardie che contendono alle burocrazie sindacali la direzione politica dei Consigli dei delegati», imponendo all’interno del sindacato stesso «un dibattito di linea»[iii]. Nel documento si precisava che per avanguardie operaie si intendeva quello strato di giovani quadri operai che, dentro o fuori dal sindacato, nei Consigli, nei Comitati di base, tra i delegati, hanno effettivamente stimolato e diretto le lotte più avanzate degli ultimi anni[iv]. Questo era il tessuto sociale a cui occorreva far riferimento nel tentativo di organizzare una forza politica capace di rappresentare una vera alternativa rispetto alle strutture del movimento operaio tradizionale. Per riuscire nell’intento il Manifesto aveva lanciato la proposta politica dell’«aggregazione» tra quelle componenti del movimento che non si riconoscevano nelle posizioni dello «schieramento riformista» (così era definito), disposte ad aprire una crisi in esso e nel suo rapporto con le masse, agendo dall’esterno, una volta constatata l’impossibilità di recuperarlo a una linea diversa con una lotta interna e graduale. Da queste premesse era nato il tentativo di accordo con Potere operaio, intrapreso senza l’adeguata valutazione delle differenti prospettive a fronte dei nuovi sviluppi della situazione politica. Ad esempio, sul tema della repressione, Potere operaio riteneva che fossero ormai mature le condizioni per un attacco decisivo allo Stato, vista l’intensità dell’azione repressiva esercitata da quest’ultimo, tramite il ricorso alla magistratura e alle forze dell’ordine. Il Manifesto invece riteneva necessario un lungo lavoro a livello di massa, per rafforzare il movimento e il consenso di base all’organizzazione rivoluzionaria ancora da costruire. Oppure sul tema dell’occupazione. Per Potere operaio la lotta per la difesa dei livelli d’occupazione era un obiettivo fuorviante in quanto i proletari, occupati o disoccupati, lottavano per il reddito garantito e non per richiedere un posto di lavoro. Il Manifesto partiva da un presupposto totalmente diverso: La lotta contro il lavoro, che anche noi sosteniamo, è lotta contro l’organizzazione capitalistica del lavoro, e solo un lungo processo […] può portare al superamento del lavoro salariato e, alla fine, del lavoro in quanto tale. Tale superamento esige un diverso e superiore modo di produzione, non la fine della produzione. […] Questa lotta la fanno e la possono fare efficacemente i proletari non in quanto poveri o bisognosi, ma in quanto protagonisti essenziali della produzione. La disoccupazione toglie invece alla classe unità e rende la sua lotta meno incisiva[v]. La distanza tra la linea di Potere operaio e quella del Manifesto emerse con chiarezza in occasione delle manifestazioni del 12 dicembre 1971 e dell’11 marzo 1972, a proposito della necessità o meno del ricorso alla «violenza rivoluzionaria», che nel caso di Potere operaio si traduceva spesso nella ricerca deliberata e programmata di momenti di scontro con le forze dell’ordine (rendendo impossibile distinguere con certezza, da entrambe le parti, il confine tra reazione e provocazione), al fine di verificare la validità della propria linea «insurrezionalista». Ciò provocò l’uscita del Manifesto dal «Comitato contro la strage di Stato», presto seguito dagli altri gruppi che ne facevano parte, lasciando isolato Potere operaio. Ma la decisione del Manifesto che maggiormente Potere operaio criticò fu quella di partecipare alle elezioni politiche del 7 maggio 1972, con liste proprie, in quanto Potere operaio riteneva la competizione elettorale un terreno perdente per le forze del movimento. All’indomani dell’insuccesso elettorale il Manifesto pubblicò un documento[vi], scritto nel giugno 1972, di sostanziale autocritica ed esame degli eventuali errori compiuti, insieme all’individuazione di nuove prospettive lungo le quali muoversi. Il documento ribadiva la proposta politica avanzata nella piattaforma di Rimini del novembre 1971, ma nello stesso tempo cercava vie d’uscita alla pericolosa situazione di isolamento che si era venuta a creare, attraverso l’elaborazione di una strategia che coniugasse insieme la proposta di un’aggregazione alternativa e quella di un’iniziativa unitaria che coinvolgesse anche le organizzazioni del movimento operaio tradizionale. L’iniziativa era illustrata nei seguenti termini: Per quanto riguarda le forze, deve restar fermo che il Manifesto non è oggi in grado di garantire l’ampiezza e la qualità del movimento che serve per resistere e preparare la nuova fase offensiva. Gli obiettivi immediati (…) sono realizzabili se si riesce a impegnare su di essi una parte importante delle forze che militano nelle organizzazioni tradizionali. La realizzazione del nostro programma politico non dipende solo dalla capacità di rappresentare un polo di aggregazione alternativa, ma anche dalla capacità di sviluppare una iniziativa unitaria[vii]. La linea unitaria veniva elaborata «contro l’illusorietà della proposta riformista di una nuova maggioranza di governo, contro la vacuità e pericolosità della proposta estremista di uno scontro violento con lo Stato»[viii] . La distanza da Potere operaio era ormai divenuta incolmabile. Durante la lotta contrattuale iniziata nell’autunno 1972 (ma già da giugno per i chimici), la strategia seguita dai due gruppi fu opposta. Il Manifesto così motivò la propria scelta: È certo che la nostra linea di fondo non passerà nell’autunno del 1972, né a livello di accordi […] e neppure a livello di piattaforma (perché la linea dei sindacati è ormai ancorata all’asse dell’inquadramento unico) […]. Dopo un chiaro scontro nella fase preparatoria, si presenterà perciò il dilemma fra il dissociarsi dalla lotta che il sindacato, i Consigli, gli stessi lavoratori condurranno, accompagnando la vertenza con una permanente denuncia per raccogliere poi i frutti politici d’una probabile sconfitta, oppure partecipare a una lotta, di cui pure critichiamo l’impostazione e prevediamo il parziale insuccesso, per cercare di assicurare il controllo dal basso e di tenerne fermi i punti più qualificanti. Siamo per questa seconda scelta[ix]. Potere operaio optò invece per il superamento della figura del delegato e per il rifiuto di considerare i Consigli di fabbrica come strumenti efficaci di lotta al servizio degli operai. Inoltre il Manifesto, all’indomani delle elezioni, avviò una fase di dialogo con i resti del Psiup, guidati da Vittorio Foa e Silvano Miniati[x]. Era una ripresa del tentativo di porsi come primo nucleo di un processo unificante delle forze della nuova sinistra, dopo la sconfitta elettorale che aveva riguardato anche il Psiup. Il gruppo dirigente di quest’ultimo aveva proposto, di fronte ai deludenti risultati, l’immediato autoscioglimento e la confluenza nel Pci. Una parte significativa del partito, circa il 20 per cento, rifiutò questa scelta e, in novembre, a Livorno, fondò il Pdup, insieme a quella parte dell’Mpl che si era opposta a una confluenza nel Psi. Il voto contribuì a sviluppare in alcune organizzazioni della nuova sinistra una tensione verso il coordinamento e l’unità, nel tentativo di arginare la frammentazione e la debolezza che avevano caratterizzato le elezioni precedenti. Il Manifesto e il Pdup sancirono il processo di avvicinamento nel luglio del 1974, unificandosi dopo la convocazione dei rispettivi congressi di scioglimento e dando vita al Pdup per il comunismo. Per quanto riguarda Lotta continua, a partire dall’autunno del 1972 si posero le premesse per un superamento della fase estremista e militarista sancita dal 3° convegno nazionale tenutosi a Rimini nei primi tre giorni di aprile del 1972, il quale aveva visto un avvicinamento tra le posizioni di Potere operaio e di Lotta continua e la promozione di iniziative comuni. Il processo di revisione iniziò nell’ottobre 1972, con la presentazione, a una riunione del comitato nazionale, di un documento fortemente autocritico rispetto alla linea politica fino ad allora seguita Il primo punto posto in discussione fu quello dei delegati e dei Consigli sindacali. Lotta continua, che aveva sempre sostenuto la necessità di un’organizzazione autonoma degli operai in fabbrica, ora riconosceva nella struttura dei Consigli l’organizzazione di massa degli operai, all’interno della quale occorreva impegnarsi per un serio confronto con le altre componenti di movimento in essa presenti[xi]. Fu la lotta contrattuale dei metalmeccanici a offrire a Lotta continua una via d’uscita da una situazione di progressivo isolamento nella quale l’organizzazione rischiava di chiudersi. Nuclei di Lotta continua presenti in fabbrica iniziarono a impegnarsi all’interno dei Consigli, spesso nel tentativo di condizionarne la linea o rifiutandosi di assoggettarsi alle decisioni prese collettivamente[xii]. Un ulteriore punto di svolta fu un nuovo atteggiamento nei confronti del Pci e in generale del movimento operaio. Le previsioni di Lotta continua circa uno sbocco rivoluzionario immediato non erano più così ottimistiche: si comprendeva come lo «schieramento revisionista» fosse ben lontano dal perdere la propria egemonia sulle masse e come, di conseguenza, fosse necessario porsi il problema di un rapporto, di un confronto con i partiti che lo costituivano. Lotta continua si convinse che la presenza del Pci al governo avrebbe concesso maggior spazio al movimento rivoluzionario e possibilità per un suo rafforzamento. Era necessario dunque sostenere (attraverso un ragionamento un po’ forzato) la linea del governo delle sinistre, per ottenere un terreno più favorevole allo sviluppo dell’autonomia proletaria [xiii]. L’ultima questione dibattuta tra la fine del 1972 e gli inizi del 1973 fu quella della trasformazione in partito. Lotta continua abbandonò progressivamente la vecchia tesi dell’organizzazione come espressione del movimento e incominciò a formalizzare le sue strutture. Formazione teorica e politica dei quadri, elettività dei dirigenti, responsabilità individuale dei singoli compagni in un quadro di disciplina collettiva, divisione dei compiti e specializzazione sono i caposaldi del nuovo corso[xiv]. La precedente concezione di una leadership carismatica fu sostituita da una segreteria nazionale di militanti non operai, obbligata a risiedere a Roma; fu nominato un segretario generale (carica che fu affidata ad Adriano Sofri); furono create a livello nazionale numerose commissioni responsabili di diversi ambiti di intervento. L’originaria impostazione «movimentista» del gruppo fu così sostituita da un apparato precisamente strutturato. Anche Lotta continua fu interessata dal processo di disgelo che stava coinvolgendo alcune formazioni della nuova sinistra (cui fu invece estraneo Potere operaio, più attratto verso l’area dell’«autonomia»). Pur nel persistere di differenze nelle rispettive posizioni politiche, cominciò a emergere la volontà di agire su un terreno comune, di creare occasioni di mobilitazione unitaria. Lotta continua concluse in questo periodo un patto informale di unità d’azione con il Pdup-Manifesto e con Avanguardia operaia, noto come «la triplice». Ma proprio da parte di Lotta continua vennero le maggiori resistenze a una prospettiva di totale aggregazione. Lotta continua ebbe difficoltà a schierarsi in modo netto con quelle forze della sinistra rivoluzionaria che miravano a costituire una «nuova opposizione» (fiduciosa di poter coinvolgere nel progetto anche una parte della sinistra tradizionale), poiché temeva che una chiusura totale nei confronti della nascente area dell’autonomia operaia avrebbe portato a un indebolimento dell’organizzazione e avrebbe significato il disconoscimento delle proprie origini. Inoltre in Lotta continua era ancora forte la presenza di una componente militarista ed estremista, propensa all’azione diretta e violenta, abituata a praticare gli obiettivi più che a teorizzarli, la quale si oppose al «nuovo corso», e soprattutto a un suo approdo nell’ambito istituzionale. Lotta continua fu costretta a muoversi nello spazio racchiuso tra queste due possibilità, nella difficile ricerca di una propria coerenza di linea[xv]. Note [i] Per un movimento politico organizzato, «il manifesto», a. III, n. 3–4, primavera-estate 1971, pp. 3–25. [ii] Ivi, p. 15. [iii] Ibidem. [iv] Ivi, p. 22. [v] Ivi, p. 11. [vi] Il documento politico del 1972, «il manifesto», settembre 1972, numero speciale, pp. 85–94. [vii] Ivi, p. 90. [viii] Ibidem. [ix] Ivi, p. 94. [x] Cfr. M. Monicelli, L’ultrasinistra in Italia. 1968–1978, Laterza, Roma-Bari 1978. [xi] Per indicazioni più precise circa le tappe di tale processo di revisione vedi L. Bobbio, Storia di Lotta Continua, Feltrinelli, Milano 1988, pp. 115–144. [xii] Sui limiti dell’azione svolta da Lotta continua all’interno dei Consigli di delegati ivi, pp. 121–122. [xiii] Dubbi sull’esattezza di tale previsione sono espressi da L. Bobbio, op. cit., p. 129. [xiv] Ivi, pp. 129–130. [xv] Ivi, p. 131.
sul ”gruppo’’ politico e i suoi giornali fra operaismo e autonomia organizzata
un testo di Cinzia Zennoni dal titolo L’«area» dell’autonomia operaia
Già nel corso del 1971 iniziarono a costituirsi i primi organismi autonomi di fabbrica, prendendo la forma di assemblee, comitati, collettivi. Aderirono a essi molti militanti usciti progressivamente dai gruppi, o a seguito di una scelta individuale o per il progressivo allontanamento degli organismi di base in cui svolgevano attività politica dal gruppo extraparlamentare di riferimento. Ad esempio, tra il 1972 e il 1973 a Roma, il Comitato politico Enel, il Collettivo dei lavoratori del Policlinico e altri organismi autonomi uscirono dal Manifesto; a Milano, l’Assemblea autonoma dell’Alfa Romeo ruppe con il gruppo di Lotta continua, per opporsi alla pretesa di quest’ultimo di egemonizzarne la linea[1]; a Porto Marghera, l’Assemblea autonoma, sorta all’indomani del rifiuto del contratto da parte degli operai chimici del Petrolchimico e della Chatillon nel novembre del 1972[2], prese progressivamente le distanze da Potere operaio. In un articolo apparso sul «Potere operaio del lunedì» nel novembre 1972, si affermava: Già da prima delle lotte contrattuali del ’72 l’autonomia operaia aveva avvertito il profondo disagio di non riuscire ad esprimere, né all’interno dei gruppi della sinistra rivoluzionaria, né nei consigli dove pesava il controllo sindacale, i contenuti e le forme di lotta che nella sua potenzialità conteneva. Così come a Marghera si è costituita l’Ass. Aut., così in molte altre situazioni stanno sorgendo organismi autonomi di fabbrica, quartiere, paese, scuola. Seguivano toni polemici nei confronti dei gruppi: Per questo noi non crediamo giuste quelle posizioni che vedono in questi momenti organizzati dell’autonomia solo degli strumenti di trasmissione a livello di massa di linee politiche precostituite, degli strumenti di organizzazione di lotte settoriali che vengono riunificati dalla posizione politica di un gruppo. Siamo cioè contro quei gruppi che credono di essere il partito rivoluzionario e che gli organismi autonomi debbano diventare i loro organismi di massa[3]. Anche da parte degli organismi autonomi fu espressa la necessità di trovare momenti di centralizzazione organizzativa che impedissero il confinamento delle lotte nel proprio ambito specifico, che realizzassero un collegamento tra il terreno della fabbrica e quello sociale, che rompessero l’isolamento della classe operaia, coinvolgendo nella lotta altri soggetti, come gli studenti, i disoccupati, le donne. Con questa intenzione, il 25–26 novembre 1972, su iniziativa delle realtà organizzate di Roma e Napoli, si tenne a Napoli un convegno per dibattere della questione dell’autonomia operaia e dei problemi del Mezzogiorno. Furono ripresi i temi della necessità del ricorso alla violenza rivoluzionaria, del salario garantito, come obiettivo centrale (articolato nelle lotte contro «la mobilità e la polivalenza, i licenziamenti, i ritmi, il caro-fitti, il caro-bollette») attorno al quale unificare diversi settori sociali: gli operai, gli studenti, gli emigrati, i disoccupati. Infine fu affrontato il problema della centralizzazione, ponendolo nei seguenti termini: L’organizzazione dell’autonomia operaia si realizza non attraverso un semplice coordinamento di più situazioni di lotta, ma attraverso la centralizzazione delle avanguardie autonome su un programma che si danno e con la scelta degli strumenti adeguati. La centralizzazione è condizione indispensabile nel processo di costruzione del partito rivoluzionario[4]. Ancora una volta la questione cardine era quella dell’assenza di un’organizzazione operaia complessiva, caratterizzata da un’autentica volontà rivoluzionaria, derivante da un processo di aggregazione dal basso delle assemblee e dei comitati autonomi esistenti, capace di fornire alle singole lotte un senso politico generale. Per far fronte al problema, alcuni organismi autonomi organizzarono una serie di convegni unitari, nei quali cercare di elaborare una linea comune e superare il frazionamento delle situazioni di scontro. Il primo fu il «preconvegno» che si tenne a Firenze il 27–28 gennaio 1973, in preparazione della «riunione nazionale delle forme di autonomia operaia organizzata»[5] di Bologna, fissata per il 3–4 marzo 1973. Potere operaio concesse ampio spazio sul proprio organo di informazione al dibattito svoltosi al convegno di Firenze, dimostrando curiosità e attenzione verso il proliferare di organismi autonomi di massa, indipendenti rispetto all’iniziativa dei gruppi della sinistra extraparlamentare e anzi spesso collocati su posizioni di contrasto, se non di superamento dei gruppi stessi. Numerosi furono gli interventi riportati sul «Potere operaio del lunedì»[6] e da tutti emergevano, pur in un diverso contesto, le stesse problematiche: l’impossibilità di un ricorso al sindacato nei momenti di lotta, perché considerato ormai irrimediabilmente asservito alla logica della ristrutturazione capitalistica; la necessità di «socializzare» il conflitto, cioè collegare le lotte di fabbrica a quelle sul territorio (occupazioni di case, sciopero degli affitti, non pagamento dei trasporti), per unificare le diverse categorie proletarie sulla base dei «bisogni materiali»; l’urgenza di dar vita a un processo di centralizzazione delle avanguardie operaie, che potesse fornire alle lotte una valenza politica e non solo economica. Le questioni evidenziate dovevano essere risolte tramite un superamento della «logica dei gruppi», della loro pretesa di fornire la linea dall’esterno[7] e della tendenza a considerare gli organismi autonomi come il proprio movimento di massa. Potere operaio veniva esplicitamente invitato ad assumere una più netta presa di posizione: Il problema resta magari per i compagni di Potere operaio, che ancora sul piano organizzativo devono decidere sul lungo periodo rispetto al problema dell’autonomia operaia. Non ci può essere ancora un rapporto esterno all’autonomia operaia, ma ci deve essere una compenetrazione. Potere operaio ha saputo dire da quando è nato delle parole d’ordine che sono passate a livello del movimento. Per questo io credo che Potere operaio deve fare i conti con la realtà che cresce dell’autonomia operaia. E lavorare per organizzarla, per costruirla, per farla il punto di riferimento contro lo stato[8]. L’atteggiamento degli organismi autonomi nei confronti dei gruppi non era uniforme: presentava al suo interno posizioni di deciso rifiuto[9], volontà di confronto[10], e disponibilità all’apertura e all’integrazione[11]. All’incontro di Firenze seguì il convegno nazionale di Bologna del 3–4 marzo 1973[12]. Nel comunicato di convocazione del convegno erano enunciati gli obiettivi da perseguire: Quello che è in discussione è un progetto di centralizzazione delle forme organizzate di autonomia operaia che – dentro la crisi di sistema – diventi la risposta organizzata del movimento all’attacco concentrico della borghesia, dia una soluzione positiva alla crisi dei gruppi e alle settorialità delle singole lotte ed esperienze. Inoltre si precisava: Non sarà il convegno dell’autonomia operaia (non ci arroghiamo il diritto di rappresentare l’autonomia operaia) […]. La riunione nazionale di Bologna dovrà decidere circa la data di un convegno aperto a tutta l’autonomia organizzata (comitati di quartiere, proletari, collettivi studenti-operai, contadini, braccianti, edili) e a quei gruppi che fanno del confronto e coinvolgimento nel programma dell’autonomia una scelta non tattica ma di lungo periodo[13]. Potere operaio fu costretto a confrontarsi con l’emergere dei tentativi organizzativi che avvenivano sottraendosi al condizionamento dei gruppi. Da un atteggiamento di iniziale diffidenza, si arrivò ad ammettere l’importanza che essi assumevano per la futura costruzione del partito operaio, alla luce della manifesta volontà di superare la dimensione limitata del comitato in direzione di una più ampia sintesi organizzativa di carattere politico. Potere operaio appariva ottimista nel sentire come ormai vicina la soluzione al problema della «direzione operaia» del movimento e la individuava proprio nelle esperienze dei comitati politici e nei loro tentativi di aggregazione: Programma politico ed organizzazione in grado di praticarlo. A questo può portare, deve portare il superamento ad un tempo dell’esperienza dei Comitati e dei gruppi ed il loro convergere e fondersi dentro un progetto ed una pratica politica unica[14]. Non tutte le realtà organizzative autonome erano presenti al convegno di Bologna. Molti organismi di massa ne furono esclusi. Ad esso parteciparono solo quelle situazioni che già da prima avevano mostrato una condivisione di obiettivi e la disponibilità ad agire secondo una impostazione comune, finalizzata alla centralizzazione delle esperienze di lotta. Nonostante la precauzione iniziale, alla riunione si manifestarono divergenze sia sui tempi di un eventuale processo organizzativo nazionale dell’autonomia operaia, sia sulla linea politica da seguire. Attorno al primo punto si delinearono due posizioni: da un lato vi erano gli organismi autonomi del sud, in particolar modo le situazioni di Roma e di Napoli, che premevano per un processo organizzativo accelerato; dall’altro gli organismi autonomi milanesi, i quali ritenevano necessario procedere a un preliminare consolidamento dell’azione all’interno delle rispettive aree d’intervento. In merito alla seconda questione, il dibattito vide schierati da una parte le situazioni di Marghera e di Roma con una linea politica ispirata alle tesi di Potere operaio […] che parte da un giudizio sulla crisi della borghesia e dalla necessità di accentuare questa crisi con l’introduzione all’interno del movimento di tutta una serie di obiettivi non integrabili dal capitale e poi l’organizzazione del movimento per far fronte allo scontro inevitabile della lotta per questi obiettivi[15]; dall’altra gli organismi autonomi di Milano, cioè le assemblee della Sit-Siemens, Pirelli e Alfa Romeo, i quali sostenevano che «la linea politica è il risultato delle esperienze reali che la classe operaia fa e che gli organismi autonomi interpretano e guidano e non una piattaforma precostituita». Si opponevano dunque alla «cristallizzazione di una linea politica già elaborata che rischia di diventare ideologia nella situazione attuale in cui ogni organismo deve fare i conti con la particolarità della sua situazione»[16]. Alla fine il dibattito vide la sostanziale affermazione delle posizioni sostenute dagli organismi di Milano, con il ridimensionamento dei tempi del processo organizzativo e con l’impegno a intervenire nelle situazioni concrete, senza aver prima stabilito una linea obbligata e astratta da seguire. A Bologna nacque il «coordinamento nazionale delle assemblee e comitati autonomi», una commissione provvisoria incaricata di occuparsi dei rapporti reciproci fra i vari organismi. Il primo prodotto di tale coordinamento fu il «Bollettino degli organismi autonomi operai», che uscì nel maggio 1973 e di cui apparvero solo due numeri[17]. Potere operaio, che tra le annotazioni positive sul convegno aveva registrato l’assenza del trionfalismo solitamente presente agli incontri tra avanguardie operaie, non volle rimanere escluso da quanto stava accadendo. Dopo aver affermato che la responsabilità del processo organizzativo non poteva essere fatta ricadere solo sugli organismi autonomi, bensì «complessivamente dentro lo schieramento rivoluzionario», dichiarava la propria «disponibilità a costruire insieme la rete operaia del rifiuto del lavoro, il partito nella rivoluzione comunista»[18]. Il dibattito interno all’area dell’autonomia condizionò profondamente la storia di Potere operaio. Secondo quanto afferma il giudice Palombarini[19] sulla base delle deposizioni testimoniali rese al processo «7 aprile», la vera rottura di Potere operaio si registrò in seguito al III convegno d’organizzazione del settembre 1971, attorno al tema della formalizzazione del partito. Molti militanti, non condividendo la posizione espressa dalla direzione nazionale, se ne erano allontanati, continuando a svolgere attività politica come singoli o inseriti in organismi di base, all’interno di quell’area di autonomia operaia che andava organizzandosi. Essa soddisfaceva le richieste di coloro che, pur nella volontà di giungere alla creazione di un’organizzazione operaia nazionale che unificasse le diverse realtà locali, non credevano nella possibilità di un gruppo di rappresentare quel momento di centralizzazione e che leggevano nella pretesa di Potere operaio di diventarlo solo una progressiva burocratizzazione delle sue strutture e la perdita di contatto con le situazioni reali. Note [1] «Non crediamo che il partito operaio rivoluzionario possa formarsi nel modo tradizionale: gli intellettuali che danno una linea che poi scende nelle fabbriche a cercare le avanguardie che portino avanti questa linea. Questo non è possibile. I vari movimenti autonomi debbono direttamente contribuire a costruire il partito della classe operaia. E non riconosciamo in nessun gruppo questo partito». (Intervento di un compagno dell’Assemblea autonoma dell’Alfa Romeo, «Potere operaio del lunedì», n. 42, 25 febbraio 1973, riportato anche in Autonomia operaia, a cura dei Comitati autonomi operai di Roma, Roma, Savelli, 1976, p. 25. [2] Cfr. Marghera, oltre il bidone, «Potere operaio del lunedì», n. 19, 19 novembre 1972, e L’Assemblea autonoma di Porto Marghera, Potere operaio del lunedì, n. 26/38, 28 gennaio 1973. [3] Documento del convegno di Napoli del 25–26 novembre 1972, in Autonomia operaia, cit. p. 27. [4] Comunicato della Commissione organizzativa del Convegno dei Comitati e delle Assemblee Autonome, «Potere operaio del lunedì», n. 43, 4 marzo 1973. [5] Gli interventi sono riportati sui numeri 41 (18 febbraio 1973), 42 (25 febbraio 1973), 43 (4 marzo 1973), di «Potere operaio del lunedì». [6] «Soprattutto gli organismi dell’autonomia operaia devono essere un momento di saldatura tra lotta economica e lotta politica: questa divisione […] che tradizionalmente ha dato vita al sindacato da una parte e al partito dall’altra, è stata criticata giustamente anche da una serie di gruppi che hanno contribuito a far nascere un movimento rivoluzionario. Ma oggi assistiamo al fatto che i gruppi riproducono questa logica della divisione del momento economico e del momento politico: essi vogliono anche promuovere la formazione di organismi autonomi di massa, però subordinati alla linea generale che è del gruppo, il quale pretende di essere il depositario della visione generale» (intervento di un compagno del comitato della Sit-Siemens, «Potere operaio del lunedì», n. 41, cit.). [7] Intervento di un compagno del comitato dell’Enel di Roma, «Potere operaio del lunedì», n. 41, cit. [8] «Per quel che riguarda i gruppi, bisogna dire che, all’interno del discorso sull’autonomia, il ruolo dei gruppi è finito oggettivamente. Non dobbiamo combatterli, ma farne giustizia politica» (intervento di un compagno del Collettivo operai-studenti del Policlinico di Roma, «Potere operaio del lunedì», n. 42, cit.). [9] «Il rapporto con i gruppi deve essere visto in funzione solo della disponibilità di questi compagni alla pratica effettiva degli obiettivi operai. Non voglio dire che i gruppi a loro volta debbono essere al nostro servizio e fare quello che noi operai non vogliamo fare in fabbrica. Essi devono inserirsi nei nostri organismi e comunicarci le loro esperienze, funzionare da collegamento tra la lotta di fabbrica e quella del quartiere. L’assemblea autonoma non si pone come alternativa al sindacato e ai gruppi, essa deve porsi come organizzazione direttamente operaia, e su questo c’è spazio al confronto con i gruppi e con certi Consigli di fabbrica» (intervento di un compagno della Chatillon di Porto Marghera, «Potere operaio del lunedì», n. 42, cit.). [10] «Per questo oggi, pur riconoscendo le esigenze profondamente diverse del movimento, non si può fare a meno di avere un rapporto politico con le avanguardie organizzate, con gli spezzoni di organizzazione che, quando non si autoeliminano arrogandosi il ruolo del partito della classe, sono indispensabili nella costruzione di quella che sarà l’organizzazione operaia della rivoluzione comunista» (intervento di un compagno dell’assemblea autonoma di Porto Marghera, «Potere operaio del lunedì», n. 42, cit.). [11] Al convegno parteciparono i seguenti organismi autonomi: l’Assemblea autonoma dell’Alfa-Romeo, della Pirelli, il Comitato di lotta della Sit-Siemens di Milano, l’Assemblea autonoma di Porto Marghera, il Comitato operaio della Fiat-Rivalta di Torino, il Comitato politico Enel e il Collettivo lavoratori e studenti del Policlinico di Roma, i Comitati operai di Firenze e Bologna, l’USCL (Unione sindacale comitati di lotta) di Napoli, le Leghe rosse dei contadini di Isola Capo Rizzuto e Crotone, il Circolo «Raniero Panzieri» di Modena. [12] Al convegno parteciparono i seguenti organismi autonomi: l’Assemblea autonoma dell’Alfa-Romeo, della Pirelli, il Comitato di lotta della Sit-Siemens di Milano, l’Assemblea autonoma di Porto Marghera, il Comitato operaio della Fiat-Rivalta di Torino, il Comitato politico Enel e il Collettivo lavoratori e studenti del Policlinico di Roma, i Comitati operai di Firenze e Bologna, l’USCL (Unione sindacale comitati di lotta) di Napoli, le Leghe rosse dei contadini di Isola Capo Rizzuto e Crotone, il Circolo «Raniero Panzieri» di Modena. [13] Comunicato della Commissione organizzativa del convegno dei Comitati e delle Assemblee autonome, «Potere operaio del lunedì», n. 43, cit. [14] «Potere operaio del lunedì», n. 44, 11 marzo 1973. Editoriale. Tuttavia Potere operaio ammoniva severamente: «È quindi indispensabile, ci sembra, che i compagni dei Comitati affrontino nel convegno e dopo questi nodi non solo nei discorsi ma nel lavoro politico. […] Altrimenti la polemica con i gruppi così ossessivamente presente in alcuni compagni dei Comitati finisce con l’essere il dito dietro cui nascondere la propria inettitudine. Perché, sia chiaro che in assenza di cose nuove l’esperienza di alcuni gruppi rivoluzionari resta in Italia l’unico punto fermo da cui partire». (Ibidem). [15] Intervista a un compagno dell’assemblea autonoma Alfa, «Potere operaio del lunedì», n. 45, 18 marzo 1973. [16] Ibidem. [17] Il bollettino portava le firme dei seguenti organismi: Assemblea autonoma Alfa Romeo, Assemblea autonoma Pirelli, Comitato di lotta Sit-Siemens, Gruppo operaio Fiat, Assemblee autonome di Porto Marghera, Comitato politico Enel, Comitato lavoratori-studenti Policlinico, Unione sindacale comitati di lotta. Sull’argomento vedi Aut. Op. La storia e i documenti: da Potere operaio all’Autonomia organizzata, a cura di Lucio Castellano, Roma, Savelli, 1980, p. 83. [18] Il convegno dei comitati, «Potere operaio del lunedì», n. 45, cit. [19] G. Palombarini, op. cit., pp. 111–112.
sul ”gruppo’’ politico e i suoi giornali fra operaismo e autonomia organizzata
un saggio di Cinzia Zennoni che tratta del «partito degli operai comunisti».
Il partito degli operai comunisti
In seguito all’occupazione operaia della Fiat di Torino alla fine del marzo 1973 e alle iniziative di incontro promosse dagli organismi autonomi, culminate nel convegno di Bologna del 3–4 marzo 1973, Potere operaio decise di apportare alcune modifiche alla propria linea politica, in relazione ai recenti avvenimenti. Un articolo è di fondamentale importanza per comprendere la lenta evoluzione ideologica del gruppo e gli sforzi compiuti per adeguare il livello teorico ai mutamenti in corso: si intitola Il partito degli operai comunisti (in «Potere operaio» del lunedì, n. 47, 9 aprile 1973. Tutte le citazioni del presente paragrafo sono tratte dal medesimo articolo, salvo diversa specificazione. Il problema centrale rimaneva lo stesso: costruire l’organizzazione rivoluzionaria di massa in grado di promuovere e sostenere l’attacco contro lo Stato, in quanto ritenuto la forma suprema di repressione e il garante della conservazione di un sistema complesso di sfruttamento a danno delle diverse componenti della classe proletaria. Mutavano tuttavia le modalità della sua realizzazione. Potere operaio poneva come necessaria una «rettifica di linea» e soprattutto un’autocritica da parte dei gruppi extraparlamentari circa la pretesa di rappresentare essi stessi il partito da costruire, attorno al quale far convergere altre forze (singoli militanti o intere organizzazioni). Non occorreva infatti una crescita in termini quantitativi, bensì un salto qualitativo da far compiere alle avanguardie del movimento. Il punto di partenza per la costruzione dell’organizzazione rivoluzionaria era individuato altrove: «È oggi probabile che una rete di organismi autonomi operai esistente in Italia, possa cominciare ad assolvere a questa specifica e fondamentale funzione di partito. Più e meglio di qualsiasi gruppo o di qualsiasi “aggregazione di gruppi”». È evidente l’influenza determinante che l’area dell’autonomia operaia organizzata esercitò sul gruppo di Potere operaio, anche se poi fu quest’ultimo a tentare di condizionarne la linea. Precisamente si riproponeva il tema dell’organizzazione rivoluzionaria all’interno di quella che veniva individuata come «area di partito» (cioè quella «rete di avanguardie che hanno partecipato al convegno di Bologna del 3–4 marzo»), al cui personale politico si riconosceva il merito di un effettivo radicamento nelle situazioni di fabbrica e di quartiere. Tuttavia per Potere operaio si rendeva necessario un ulteriore passaggio: i comitati e le assemblee autonome avrebbero dovuto mettere in secondo piano il loro aspetto di «organismi di massa» e di «strutture di movimento» e porsi come strumenti effettivi di direzione e di orientamento politico, per agire nel presente come segmenti del partito da costruire tramite un’accentuazione dei processi di centralizzazione tra loro intercorrenti. Ciò non riguardava solamente i comitati e le assemblee di fabbrica: anche i comitati territoriali avrebbero dovuto realizzare l’unità delle avanguardie per organizzare la «lotta d’appropriazione», mirante, nelle intenzioni del gruppo, alla difesa del salario reale dal furto dei «costi sociali». Potere operaio si rivolgeva quindi all’area dell’autonomia come referente privilegiato del proprio progetto di partito. Interveniva in essa, ma dall’esterno, proponendo il superamento dei tentativi di semplice coordinamento, di centralizzazione dal basso, e chiedendo agli organismi autonomi di fabbrica e ai comitati operai e proletari sul territorio di agire come già facenti parte di una struttura unitaria, con il preciso programma politico di condurre determinati settori sociali allo scontro violento con lo Stato, nella forma della «guerra civile tra operai e padroni». Per questo il partito si presentava come una struttura politico-militare, in grado di organizzare il ricorso alla violenza rivoluzionaria di massa, in quanto esercitata a partire dalle sue articolazioni territoriali. Ancora una volta il livello teorico dell’analisi sovrastava il livello organizzativo. Potere operaio ammetteva che «tutto questo percorso vive oggi solo in modo informale nel movimento». Si attendeva il momento del passaggio alla pratica effettiva del processo insurrezionale e nel frattempo si cercavano le strade per realizzarlo. Così come nel 1971 Potere operaio aveva lanciato la proposta dei comitati politici come strutture organizzate di lotta in fabbrica e sul territorio, ora ci si rivolgeva a quegli organismi autonomi già esistenti o in via di formazione, sorti indipendentemente dall’iniziativa dei gruppi extraparlamentari. Potere operaio, proprio in relazione all’insorgenza di tale fenomeno, visse una profonda lacerazione al suo interno tra coloro che, primi fra tutti i militanti dell’area veneta, erano attratti dalle nuove realtà autonome e prestavano attenzione all’evoluzione degli eventi, e coloro che, come la componente romana, ancora sostenevano l’idea di proporre dall’esterno, in quanto gruppo di Potere operaio, l’iniziativa del partito rivoluzionario all’area dell’autonomia. Si aprivano due strade: una era quella di intervenire negli avvenimenti in corso con la proposta dell’organizzazione rivoluzionaria conservando la propria identità di gruppo e quindi con la malcelata volontà, qualora la proposta si fosse concretizzata, di raccoglierne i meriti, esercitando in essa una funzione direttiva; l’altra era quella di «sciogliersi» nell’area dell’autonomia operaia, cessare di agire come singolo gruppo per militare direttamente all’interno degli organismi di massa che la costituivano. La contraddizione tra le due linee sarebbe esplosa successivamente, al convegno di Rosolina, che segnò la rottura definitiva del gruppo. Per il momento si cercò di trovare una mediazione tra le due ipotesi operative,[i] tramite elaborazioni teoriche conciliative che concedessero spazio all’una e all’altra parte, di cui l’articolo sopra menzionato costituisce un esempio.
Note [i] Toni Negri scrisse in proposito: «L’esperienza di Potere operaio è un’esperienza abbastanza corta, se si vuole, va dal ’69 fino al ’72 […] e che viene volontariamente bruciata quando rischia di non trovare soluzioni politiche. È quanto avviene attorno al problema del cosiddetto dualismo, un problema che man mano viene emergendo all’interno di Potere operaio. Un dualismo tutto fondato sul diverso peso che viene dato agli elementi della soggettività rispetto ai momenti della lotta di massa come tale. […] questo rapporto è però un rapporto che nella vita dell’organizzazione comporta continuamente degli squilibri, squilibri che man mano l’organizzazione comincia a rilevare e che determinano una fatica continua di mediazione e rischiano continuamente di produrre lacerazioni all’interno dell’organizzazione stessa». (Toni Negri, Dall’operaio massa all’operaio sociale, a cura di P. Pozzi e R. Tomassini, Multhipla, Milano 1979, pp. 110–111).
Giornale comunista per l’autonomia operaia in Liguria
da La breve estate dell’autonomia, intervista fatta da Roberto Demontis a Giorgio Moroni ad apertura de Gli autonomi vol. VII. L’autonomia operaia a Genova e in Liguria Prima parte (1973–1980), curata da entrambi. Nell’intervista viene raccontata la nascita di «Nulla da perdere. Giornale comunista per l’autonomia operaia in Liguria».
Nel dicembre 1977 esce «Nulla da perdere. Giornale comunista per l’autonomia operaia in Liguria». Il nome viene da una formazione di Arditi del popolo, anarchici e sindacalisti rivoluzionari che operò a Sestri ponente tra il 1920 e il 1921. Cercavamo per il giornale un nome con significato universale ma anche con una qualche radice locale. Il giornale era in quel momento rappresentativo delle attività e delle posizioni di tutti i comitati, e non solo di quelli genovesi, ma anche di quelli imperiesi e spezzini; non era una cosa semplice, già alla fine del 1977, dopo il sostanziale fallimento del convegno di Bologna. Il lungo editoriale di apertura, e in particolare gli ultimi quattro capoversi, vennero lungamente discussi; ricordo bene quel «l’Autonomia operaia non è la “riserva” delle formazioni comuniste unicamente combattenti, né noi possiamo considerare queste organizzazioni come la componente di attacco di un movimento interpretato come unitario. Siamo in presenza di ipotesi diverse e di programmi non coincidenti». E ancora, poco più indietro, questo enunciato molto negriano: «Oggi programma rivoluzionario è ricomporre tutto il soggetto che lotta in forme operaia contro il capitale, e organizzarne la violenza contro il suo stato». Il giornale era ricco di reportage sulle situazioni di intervento militante nelle quali eravamo impegnati, a partire da quello sulle piccole fabbriche della Valpolcevera fino all’ufficio di collocamento, dall’occupazione di case in via delle Tofane sulle alture di Teglia alle nostre attività nelle scuole medie superiori e all’Università. Una pagina era dedicata alla vicenda imperiese della fabbrica Amici della storia (ribattezzata nel titolo: «Nemici degli operai»), occupata dagli operai con la leadership degli autonomi. Un’altra presentava l’inchiesta sull’industria bellica, fabbrica sociale della morte, a La Spezia. Altro spazio del giornale era dedicato agli interventi extra-moenia dell’Autonomia operaia ligure: la partecipazione prima alla manifestazione internazionale contro la costruzione di un reattore nucleare a Malville, in Francia, e successivamente alla mobilitazione contro la centrale nucleare Enel di Montalto di Castro. Spiccavano le pagine centrali intitolate «Eppur si muove», cronistoria di fatti rilevanti di lotta e contropotere nell’arco di poco più di un anno a Genova e in Liguria, dove accanto a episodi di lotta, scioperi e manifestazioni comparivano attentati rivendicati dalle ronde autonome e anche le azioni delle Br; e la pubblicazione dell’inchiesta sulle società immobiliari con cui i Gruppi armati radicali avevano rivendicato un attentato dimostrativo alla Società costruzioni immobiliari. Con la pubblicazione di un documento della Lega italiana dei diritti dell’uomo sui fatti di Stammheim e Mogadiscio mettevamo in mostra la nostra velleitaria intenzione di governare il rapporto con quello che era di fatto un «organismo di massa» delle Brigate rosse. Al neo-latitante Gianfranco Faina dedicavamo un comunicato di solidarietà firmato assieme al PCML, con il quale avevamo ormai un rapporto organico, e alla IV Internazionale.
Dopo che il fascicolo ormai completo del secondo numero venne sequestrato nell’aprile del 1978 nella mia abitazione nel corso di una perquisizione (per non essere più restituito), nel corso di quello stesso aprile uscì ugualmente il secondo numero di «Nulla da perdere», con editoriale e articoli diversi e con la prima pagina dedicata a reclamare la mia liberazione. Ci fu in quel momento una rabbiosa ed efficace reazione all’azione repressiva: il giornale, realizzato in pochissimi giorni, in tempo per promuovere la manifestazione convocata in Piazza Caricamento per il 16 aprile, esce come supplemento di «Rosso» ed è stampato a Milano. Non ci sono articoli specifici sulle attività in corso, ma interventi di linea (Le rive sono strette, ma contro la ramificazione del comando diffondiamo il contropotere, Continuiamo a volere tutto) e interventi sullo stato della repressione (La rivoluzione non si può mettere fuori legge, Anticipazioni repressive a Genova). Mentre nei secondi vengono descritti i passaggi progressivi del piano repressivo a Genova contro l’Autonomia, nei primi i temi di fondo sono la perdita della centralità di fabbrica con una diversa articolazione del processo produttivo, cui corrisponde una analoga ramificazione dei dispositivi di controllo e comando capitalistico; conseguentemente la proposta dell’Autonomia deve porsi l’obiettivo della ricomposizione del soggetto rivoluzionario. Nei decenni successivi varie volte «Nulla da Perdere» venne ripreso come titolo del giornale rappresentativo di nuove iniziative antagoniste genovesi.
Una importante pubblicazione di area è il numero unico di «7 Aprile», che venne pubblicato dal Comitato 7 aprile di Genova un anno dopo, nel maggio 1979. L’idea del numero speciale, cui era previsto ne dovessero seguire altri, emerse in varie riunioni presso il Centro di documentazione di porta Soprana subito dopo il 7 aprile 1979 e gli arresti dell’inchiesta calogeriana. Il giornale non era stato ancora terminato che, quaranta giorni dopo il 7 aprile, il 17 maggio 1979, scattò l’operazione genovese, quella del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa: così, a contribuire alla stesura e raccolta dei testi che vennero pubblicati nel numero unico, si aggiunse il comitato di difesa degli arrestati del 17 maggio.
un testo di Gianni Sbrogiò tratto dal libro Quando il potere è operaio, a cura di Devi Sacchetto e Gianni Sbrogiò.
La formazione del gruppo di Potere operaio a Porto Marghera (1967)
«Il Potere Operaio – giornale politico degli operai di Porto Marghera»inizia a essere distribuito con una certa frequenza davanti alle fabbriche nel corso del ’67. Oltre ai problemi specifici della fabbrica l’intervento è centrato sulla «lotta contro il piano» e sulla «lotta generale»per contrapporre la forza autonoma operaia contro il progetto capitalistico di inserimento della classe operaia nella compartecipazione dello «sviluppo democratico». Il «Piano» è il disegno di legge del gennaio ’65 sul «Programma di sviluppo economico per il quinquennio ’65–69» detto piano Pieraccini (parlamentare Psi) che verrà votato in parlamento solo nel luglio del ’67 con il voto contrario dei comunisti, quello favorevole dei socialisti e dei parlamentari sindacalisti della Cisl e della Uil e l’astensione dei sindacalisti Cgil. In quel periodo il sindacato costituisce una vera e propria «cinghia di trasmissione» dei vari partiti. Secondo «Il Potere Operaio – giornale politico degli operai di Porto Marghera»la linea politica del «piano» consiste nel tentativo di ingabbiare la lotta operaia attraverso la responsabilizzazione e il controllo delle richieste operaie, con l’aiuto dei partiti di sinistra (la fusione del Psdi e del Psi con la nascita del Psu sposta a destra l’ex Psi) e con il controllo sindacale (l’accordo quadro tra Cgil-Cisl-Uil sposta a destra la Cgil). Potere Operaiointravede queste tendenze a cominciare dagli accordi contrattuali avvenuti nel ’66 per i 3 milioni di lavoratori e si rivolge agli operai per far ripartire le lotte su obiettivi precisi partendo dal salario.
Il gruppo usa i diversi canali organizzativi quali la C.I., i Nas (Nuclei aziendali socialisti) e le Cellule del Pci per aprire un fronte in fabbrica contro il padronatoe contro i vertici sindacali e di partito. Si sostiene che contro il «piano» ci può essere solo «lotta generale». Il salario, l’orario, le ferie sono rivendicazioni di tutta la classe operaia e pertanto, sulla loro base, lo scontro deve essere generale, operai da una parte e padronato dall’altra. Né basta mettere in campo qualche sciopero intercategoriale per lasciare sfogare la rabbia. Si chiedono forme di lotta intransigenti e articolate per incidere più a fondo possibile sugli interessi padronali, mentre si propongono obiettivi comuni basati sulle esigenze operaie di una diminuzione dell’orario di lavoro e di un incremento del livello salariale. In questa fase Potere operaio considera il Pci l’unico partito del movimento operaio italiano con un reale rapporto con la classe operaia. Un partito la cui linea, arrendevole e collaborazionista verso i padroni, non è passata tra la sua base, ma che in ogni caso impedisce la saldatura con le istanze autonome operaie. Il progetto di Potere operaio è spezzare questo programma portandoci dentro tutta la forza della lotta operaia[1].
Il 19 aprile ’67 alla Edison, la Cisl e la Uil firmano un accordo sulla nocività, abolendo l’indennità in alcuni reparti perché affermano che la nocività sarebbe stata eliminata. I risultati dell’indagine commissionata al Prof. Massimo Crepet, direttore dell’Istituto di Medicina del Lavoro di Padova, vengono emessi il 26 giugno ’67, ma già da gennaio l’azienda aveva cominciato a non pagare l’indennità di nocività ai nuovi assunti.La Cgil non firma l’accordo, ma non si oppone concretamente e il Pci tace. Potere operaio incita alla lotta e attraverso i suoi membri presenti in C.I. chiede un’assemblea generale per decidere[2]. La mancata convocazione dell’assemblea non fa demordere gli operai della San Marco che si organizzano autonomamente: il 17 agosto, dopo due scioperi del reparto, i membri di Potere operaio decidono di generalizzare la lotta a tutta la fabbrica. La Cgil rompe l’unità di vertice e il 25 agosto appoggia lo sciopero, pur non adoperandosi molto per la sua riuscita. I compagni operai di Potere operaio, aiutati dagli esterni, studenti e intellettuali, organizzano i picchetti e si riesce a far scioperare 500 operai. Il Pci comincia a prendere posizione, oltre che per linee interne, anche pubblicamente contro la linea di lotta dei compagni di Potere operaio. In un numero unico del 25 aprile del ’67, «Il Pci nelle fabbriche di Porto Marghera», sotto il titolo «A chi giova tutto questo?», si sottolinea come «Potere Operaio sia contro i lavoratori, contro il sindacato e il partito e faccia il gioco dei padroni, della Dc e del centro-sinistra» (Chinello 1996, vol. II, p. 514).
Nel febbraio ’67 Italo Sbrogiò, consigliere comunale a Venezia, membro del Comitato Federale del Pci di Venezia e del Consiglio Direttivo della Cgil, oltre che facente parte della Commissione Interna del Petrolchimico rassegna le dimissioni dal Pci contestando al partito la mancanza di democrazia e di dibattito interno, l’abbandono della lotta operaia come strumento di lotta contro la politica padronale e dichiarando che le recenti lotte contrattuali si sono chiuse sulla pelle degli operai perché deliberatamente non si è voluto andare oltre certi limiti. Il Pci nella sua foga contro gli «antipartito» espelle molti compagni, tra i quali l’avv. Emanuele Battain, F. Boscolo, Renato Darsiè, Nico Luciani e Antonio Manotti, rei di criticare la linea del partito e di appoggiare le lotte operaie.
Nel novembre del ’67 anche a livello nazionale il Pci comincia a prendere posizione contro i gruppi antipartito e invita le varie Federazioni a condurre una lotta, senza incertezze, contro tutte le attività e le manifestazioni di «frazionismo» e di «dissenso» che mettono in discussione la linea politica del partito. Coloro che non si contrappongono con fermezza o che tollerano, vengono allontanati. A Venezia tra la fine del ’67 e l’inizio del ’68, Cesco Chinello, responsabile di Federazione, «ingraiano» nell’XI Congresso del Pci (gennaio ’66), considerato troppo incline al confronto con questi gruppi antipartito, nella migliore tradizione stalinista, viene estromesso a livello comunale e «promosso» deputato alla Camera.
La scelta di Italo Sbrogiò è in controtendenza rispetto alla linea che andava configurandosi in «Classe operaia»(si veda il numero del marzo ’67) con Mario Tronti e in «Contropiano» con Massimo Cacciari che sostenevano il cosiddetto«entrismo» nel Pci. Si trattava di una strategia che portò, un anno dopo, molti studenti a entrare nel Pci, mentre i quadri operai di Porto Marghera ben si guardarono da seguire tali indicazioni.
Nel ’67 scoppia anche il movimento degli studenti universitari. La scintilla è la riforma universitaria del ministro Gui e l’aumento delle tasse. Le agitazioni partono a Pisa, Trento, Milano. A Venezia la Facoltà di Architettura viene occupata per due mesi, poi si affianca Ca’ Foscari. Queste agitazioni mettono in luce quello che poi sarà velocemente assimilato dalle avanguardie operaie: l’assemblea come centro decisionale, il conflitto continuo e l’atteggiamento antiautoritario contro qualsiasi potere. Molto presto a Venezia si passa da una lotta contro la riforma a una discussione sullo studente come forza-lavoro in formazione e sull’Università come strumento di valorizzazione del capitale. La tesi di Potere operaio è che lo studente non esiste come figura sociale, ma che deve diventare militante e quadro politico della lotta operaia più in generale. Cominciano a Marghera gli incontri teorici e pratici tra operai e studenti. Le lotte studentesche dall’Università si allargano alle scuole medie superiori come il Liceo scientifico G.B. Benedetti e il Franchetti di Mestre. Gli studenti presenziano davanti ai cancelli durante gli scioperi con la parola d’ordine: «Operai e studenti uniti nella lotta contro i padroni». Potere operaio apre una sede, che esisterà fino al 1982, in via Pasini 7,a Marghera, attrezzata di ciclostile, mezzo indispensabile e unico allora per poter produrre e diffondere i volantini. Un’autotassazione mensile sul salario per far fronte alle spese e alle diverse iniziative garantisce l’autonomia del gruppo. Montedison, dopo l’unificazione tra Montecatini ed Edison, tenta di rendere omogenee le condizioni di sfruttamento dei dipendenti dei due gruppi attraverso l’«armonizzazione» dei trattamenti. Potere operaio mette in guardia che la trattativa senza la lotta porterà a un accordo-bidone e livellerà le condizioni verso il basso.
Note[1] Si veda «Potere Operaio – Giornale politico degli operai di Porto Marghera», n. 1, 1 maggio 1967. [2] Ibidem.
[Nel 1970 Potere operaio] si trovò ad agire in un mutato contesto. La risposta capitalistica alle conquiste contrattuali del 1969 non si fece attendere e «fu di carattere tradizionale» [1]. Le autorità economiche italiane praticarono inizialmente una moderata politica deflazionistica, di restrizione del credito e della spesa pubblica, ritenendo che la crisi avrebbe consentito una rapida espulsione della manodopera in eccedenza, un aumento della produttività e una ripresa dei profitti [2]. Non fu così. Se l’industria di Stato e i grandi gruppi privati mantennero alti i livelli d’investimento, gran parte del settore privato reagì riducendoli drasticamente, preferendo recuperare gli aumenti salariali tramite un innalzamento dei prezzi. L’inflazione ebbe un limite solo nella concorrenza dell’estero, almeno per le merci destinate all’esportazione. Si cercò di compensare l’aumento dei salari con un aumento del rendimento, ma ciò trovò seri ostacoli nelle strutture di rappresentanza operaia formatesi durante l’autunno caldo, i delegati e i consigli, e nell’opposizione dei gruppi della sinistra rivoluzionaria. L’iniziativa sindacale procedeva a rilento. Gli scioperi per le riforme non riuscivano a incidere in sede di dibattito politico.
L’estate del 1970 fu un momento di calma apparente, perché in autunno l’offensiva operaia nelle più grandi fabbriche italiane riprese. La tradizionale priorità degli accordi nazionali rispetto alla contrattazione aziendale non contava più. Le singole fabbriche chiedevano:
la rigida applicazione della riduzione contrattuale dell’orario di lavoro, cioè si chiedeva di ridurre al minimo e di sottoporre a rigido controllo la prestazione di ore straordinarie (oltre l’orario giornaliero oppure oltre l’orario settimanale di 40 ore). Si chiedeva l’abolizione del turno di notte e si rifiutavano sempre di più i lavori gravosi o pericolosi o nocivi, chiedendo misure preventive di eliminazione delle anomalie. Si resisteva alle richieste di diversa distribuzione dell’orario al fine di una maggior utilizzazione degli impianti. Soprattutto si moltiplicavano le rivendicazioni sulle qualifiche e sulla classificazione del lavoro [3].
In merito a quest’ultimo punto la divergenza tra le formazioni della nuova sinistra e i sindacati si fece in particolar modo sentire. La richiesta sindacale di un nuovo sistema di classificazione, che prevedesse l’abolizione delle categorie inferiori e considerasse la permanenza nella terza categoria operaia, quella degli operai comuni, come temporanea e automaticamente superabile dopo un certo periodo di tempo, differiva dalla posizione di Potere operaio, mirante alla soppressione completa di ogni sistema di divisione della classe operaia basato sulle qualifiche. Il dato di partenza era per entrambi il medesimo: la diffusione di mansioni sempre più ripetitive, parcellizzate, dequalificate bloccava la possibilità di promozione a categorie superiori. Per il sindacato la lotta doveva quindi indirizzarsi verso la difesa della qualifica e l’agevolazione del passaggio di categoria; per Potere operaio la richiesta era quella di un «salario garantito» indipendentemente dalla prestazione lavorativa, di reddito per tutti, occupati e disoccupati, non di lavoro, concepito sempre come sfruttamento.
In merito a proposte di tale tipo occorre tuttavia fare due osservazioni: la prima è che a Potere operaio non interessava avanzare richieste compatibili con il sistema, che potessero essere da questo accolte e assorbite. Quando ciò si verificava, ecco che era subito elaborata una nuova proposta, ancora più radicale e inconciliabile. Gli slogan servivano al gruppo per rendersi riconoscibile, per creare una propria linea, fatta di obiettivi il più possibile avanzati rispetto a quelli sindacali e a quelli delle altre formazioni della nuova sinistra, attorno ai quali raccogliere consenso, indipendentemente dalla attuabilità delle proposte fatte. A questa osservazione ne fa seguito un’altra: l’obiettivo del «salario garantito», che divenne poi richiesta di «salario politico», non fu perseguito attraverso modalità previste dall’ordinario meccanismo economico, bensì attraverso la pratica dell’appropriazione, che proprio a partire dal 1970 cominciò a diffondersi. Il fatto di occupare una casa, all’inizio, o di rapinare un supermercato, poi, non era più sentito come illegale, ma giustificato come «riappropriazione di ricchezza sociale» ingiustamente sottratta ai legittimi beneficiari, i proletari. Questo mostra come in realtà Potere operaio prevedesse meccanismi di realizzazione degli obiettivi che violassero la legittimità del sistema, per provocarne la crisi e creare così le condizioni rivoluzionarie. Vie legali, leggi di riforma, proposte compatibili con le regole della produzione erano respinte, in quanto ritenute strumenti atti a garantire un solo interesse, quello di parte capitalistica.
L’obiettivo del salario politico permise l’individuazione di nuovi referenti sociali da coinvolgere nel progetto rivoluzionario. L’iniziale centralità della classe operaia cominciava a vacillare. Potere operaio continuava a ripetere che compito delle avanguardie operaie era quello di raccogliere l’intero proletariato attorno agli obiettivi operai, assunti come interesse generale. Eppure, parallelamente all’estensione dell’intervento al Sud, si avverte uno spostamento dell’attenzione verso i disoccupati, i braccianti, i lavoratori saltuari, gli studenti. Forse anche in seguito alla realistica considerazione, più volte riportata dal giornale, di quanto ancora il sindacato contasse in fabbrica e di quanto fosse difficile, sebbene i toni trionfalistici o catastrofici (a seconda dei casi) tendessero a negarlo, scavalcarne l’organizzazione. Da qui la preoccupazione di costruire non solo nuclei di coordinamento e direzione in fabbrica, ma anche sul territorio chiedendo casa, trasporti, scuola gratis e ovviamente salario per tutti.
Se il 1970 può considerarsi un anno denso di riforme dal punto di vista istituzionale, lo stesso non può dirsi dal punto di vista sociale. Durante il terzo governo Rumor (27 marzo‑6 luglio 1970) furono completati gli iter legislativi dello «statuto dei lavoratori» e della legge attuativa dell’ordinamento regionale, essendosi già prevista l’elezione dei consigli regionali per il 7 giugno 1970. Venne concessa l’amnistia che il Psi chiedeva per i reati connessi ad agitazione sindacale e approvata la legge costituzionale che istituiva il referendum abrogativo. Per quanto riguarda la legge sul divorzio, essa venne approvata in via definitiva dalla Camera il 1° dicembre 1970 [4]. Per le altre richieste riformatrici avanzate dai sindacati nei settori della casa [5], della sanità, della scuola, dei trasporti, dai governi dell’epoca furono ripetute promesse senza trovare alcuna applicazione.
Le resistenze che le richieste sindacali di riforma incontrarono a livello governativo favorirono la mobilitazione diretta dei gruppi extraparlamentari di sinistra sul terreno sociale. Fu in questo periodo, precisamente nel novembre 1970, che Lotta continua lanciò il programma compendiato dalla formula: «Prendiamoci la città». Emblematico rimase l’episodio dell’occupazione delle case Iacp di viale Tibaldi a Milano, nel giugno 1971, dove una cinquantina di famiglie riuscirono, dopo aver subìto vari sgomberi da parte della polizia, a ottenere l’assegnazione dei locali occupati. Lotta continua aveva promosso e diretto l’iniziativa insieme al Collettivo di Architettura, ma a essa aderirono altri gruppi rivoluzionari, tra cui Potere operaio, settori del sindacato e delle Acli [6]. Episodi di questo tipo contribuirono a creare un clima di avvicinamento, a favorire ipotesi di unità d’azione che preludessero alla formazione di un’unica organizzazione alternativa alla sinistra tradizionale.
Anche la campagna contro il «decretone», un decreto-legge presentato dal governo Colombo nell’agosto 1970, che prevedeva disposizioni di carattere tributario e quindi un aggravamento del carico fiscale, trovò concordi Manifesto e Potere operaio, oltre all’ostruzionismo condotto in Parlamento dai deputati del Psiup e alle richieste di radicali modifiche da parte del Pci [7].
Note[1] V. Foa, op. cit., p. 198. [2] P. Ginsborg, Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi, Einaudi, Torino 1989, pp. 448–449. [3] V. Foa, op. cit., p. 199. [4] P. Craveri, La repubblica dal 1958 al 1992, in Storia d’Italia, diretta da G. Galasso, vol. XXIV, t. 2, UTET, Torino 1995, pp. 428–432. [5] In realtà sul problema della riforma del settore abitativo e della pianificazione urbana venne varata una legge nell’ottobre 1971, dagli esiti alquanto deludenti. Cfr. P. Ginsborg, Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi, cit., pp. 445–447. [6] L. Bobbio, Storia di Lotta Continua, Feltrinelli, Milano 1988, p. 86. [7] Il decretone fu definitivamente approvato dal Senato il 15 dicembre 1970. Cfr. P. Craveri, op. cit., pp. 436–437.
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