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Ma non è una malattia

Gian­fran­co Manfredi

Gian­fran­co Man­fre­di, già del Grup­po Gram­sci e ora redat­to­re di “Re Nudo”, è un auto­re «del­l’a­rea del­l’au­to­no­mia», inten­den­do con que­sto ter­mi­ne non una deli­mi­ta­zio­ne di con­fi­ni poli­ti­ci di orga­niz­za­zio­ne quan­to piut­to­sto l’in­di­ca­zio­ne di un rife­ri­men­to e di un’i­spi­ra­zio­ne a com­por­ta­men­ti, idee, cli­ma cul­tu­ra­le in qual­che modo omo­ge­nei. La sua pre­sen­za in que­sta anto­lo­gia non rispon­de sem­pli­ce­men­te a un’e­si­gen­za di com­ple­tez­za (dar voce anche a que­sta com­po­nen­te del­l’a­rea poli­ti­ca di sini­stra) ma è moti­va­ta dal­la qua­li­tà del suo lavo­ro. La sua pro­du­zio­ne infat­ti, sep­pu­re con­trad­dit­to­ria e appros­si­ma­ti­va, ha una sua ori­gi­na­li­tà e ric­chez­za di intui­zio­ni.
Si può dire che Man­fre­di non copia nes­su­no dei più vec­chi ed esper­ti auto­ri poli­ti­ci (cosa raris­si­ma), ed è dif­fi­ci­le col­lo­car­lo nei filo­ni tra­di­zio­na­li del can­to mili­tan­te con­tem­po­ra­neo; que­sto anche per l’e­te­ro­dos­sia del patri­mo­nio cul­tu­ra­le del­l’a­rea poli­ti­ca a cui appar­tie­ne e di cui il suo ulti­mo lavo­ro (Ma non è una malat­tia) è fede­le espres­sio­ne. È un patri­mo­nio cul­tu­ra­le che meri­te­reb­be un’a­na­li­si appro­fon­di­ta non per­ché par­ti­co­lar­men­te com­ples­so (anche chia­mar­lo «patri­mo­nio» è pro­ba­bil­men­te ecces­si­vo, non trat­tan­do­si di alcun­ché di defi­ni­to e di con­so­li­da­to) ma per­ché sin­go­lar­men­te con­trad­dit­to­rio rispet­to ai con­sue­ti rife­ri­men­ti cul­tu­ra­li del­la sini­stra rifor­mi­sta e di quel­la rivo­lu­zio­na­ria. Un’a­rea poli­ti­ca, quel­la a cui Man­fre­di appar­tie­ne, che, nata in radi­ca­le e diret­ta con­trap­po­si­zio­ne alla sini­stra nel suo com­ples­so, era ine­vi­ta­bi­le rom­pes­se radi­cal­men­te anche col retro­ter­ra ideo­lo­gi­co di quel­la; tale rot­tu­ra ha pro­ce­du­to su due iti­ne­ra­ri diver­si ma, infi­ne e sin­go­lar­men­te, coin­ci­den­ti: il pri­mo è quel­lo del recu­pe­ro del gio­va­ne Marx (quel­lo dei Mano­scrit­ti eco­no­mi­co-filo­so­fi­ci, per inten­der­ci, del­la Sacra fami­glia, dell”Ideologia tede­sca), quel­lo che scri­ve del­la neces­si­tà per l’uo­mo di riap­pro­priar­si di «tut­ti i rap­por­ti uma­ni che ha con il mon­do, vede­re, udi­re, odo­ra­re, gusta­re, toc­ca­re, pen­sa­re, intui­re, sen­ti­re, vole­re, agi­re, ama­re; in bre­ve: tut­ti gli orga­ni che costi­tui­sco­no la sua indi­vi­dua­li­tà»; è un recu­pe­ro non inu­ti­le, e per­ché si trat­ta di un Marx che il mar­xi­smo tra­di­zio­na­le ha cen­su­ra­to e muti­la­to, e per­ché in que­sto recu­pe­ro si espri­me la volon­tà di lar­ghe mas­se di rico­no­sce­re i pro­pri biso­gni e i pro­pri desi­de­ri den­tro un’i­spi­ra­zio­ne col­let­ti­va, den­tro un qua­dro di rife­ri­men­to che è quel­lo del­la con­ce­zio­ne mate­ria­li­sti­ca del mon­do.
Il secon­do iti­ne­ra­rio è quel­lo del recu­pe­ro del­la gran­de cul­tu­ra non mar­xi­sta di que­sto seco­lo per ritro­var­ci il filo con­dut­to­re di un discor­so sul­l’uo­mo tota­le e annet­ter­lo alla nuo­va cul­tu­ra rivo­lu­zio­na­ria in for­ma­zio­ne e in tra­sfor­ma­zio­ne. Da qui, una rilet­tu­ra di Bre­ton, Freud, Kaf­ka, Nie­tzsche, Artaud, Ador­no, Lacan e il ripen­sa­men­to sul sur­rea­li­smo e l’ir­ra­zio­na­li­smo, sul deca­den­ti­smo e l’e­si­sten­zia­li­smo.
La coin­ci­den­za tra i due iti­ne­ra­ri non è cer­to faci­le e può comun­que avve­ni­re solo a prez­zo di con­trad­di­zio­ni anche lace­ran­ti; ma que­sto non appa­re un limi­te a chi inten­de fare di que­sta «nuo­va cul­tu­ra», innan­zi­tut­to, ter­re­no di con­tra­sti e di con­flit­ti; i limi­ti veri sono rap­pre­sen­ta­ti dal pos­si­bi­le sche­ma­ti­smo nel­l’op­por­re, alla resa dei con­ti, Marx gio­va­ne a Marx vec­chio, Marx uma­ni­sti­co e Marx eco­no­mi­ci­sta, o addi­rit­tu­ra Marx sen­sua­le a Marx ases­sua­to, da una par­te; e dal­l’al­tra di ripe­te­re il vec­chio discor­so rifor­mi­sta (un’al­tra con­sue­ta for­za­tu­ra del mar­xi­smo) sul­la pos­si­bi­li­tà per la cul­tu­ra del­la clas­se ope­ra­ia di assu­me­re e sin­te­tiz­za­re tut­ta la gran­de cul­tu­ra del­la bor­ghe­sia («La cul­tu­ra rivo­lu­zio­na­ria come con­ti­nua­zio­ne di tut­ta la sto­ria del­la cul­tu­ra del­le clas­si domi­nan­ti», come scri­ve­va Occhet­to die­ci anni fa cari­ca­tu­riz­zan­do Lenin). Il che poi, sul ter­re­no del­la cul­tu­ra quo­ti­dia­na inte­sa come gusti, scel­te, orien­ta­men­ti, por­ta ad affa­stel­la­re indi­scri­mi­na­ta­men­te, nel giu­di­zio posi­ti­vo, Ser­gio Leo­ne e Pec­kin­pah, II por­tie­re di not­te e Ulti­mo tan­go, Easy Rider, Dario Fo, Car­me­lo Bene, Pao­lo Poli, Gior­gio Gaber e Kerouac (vedi la can­zo­ne Quar­to Oggia­ro Sto­ry, che non è solo una can­zo­ne iro­ni­ca); e, ridot­to in ter­mi­ni anco­ra più spic­cio­li, fa scri­ve­re alla rivi­sta «Ros­so»: “A noi inve­ce piac­cio­no i film western, quel­li del­la cri­si, il tea­tro-pro­vo­ca­zio­ne (quan­do lo è vera­men­te), il rock, i fumet­ti più illo­gi­ci pos­si­bi­le, i libri sen­za mar­ti­ri e sen­za eroi, la risco­per­ta del pro­prio cor­po, del­la imma­gi­na­zio­ne e del­la fan­ta­sia, ci pia­ce il whi­sky e il comu­ni­smo lo pen­sia­mo come una cosa mol­to lus­suo­sa dove nes­su­no sta­rà a pie­di nudi su una zol­la di ter­ra a suda­re piscia e san­gue». Tut­to ciò si ritro­va anche nei testi di Man­fre­di, det­to con sapien­za e dol­cez­za mag­gio­ri. Il risul­ta­to, musi­ca­le e let­te­ra­rio, ci sem­bra – al di là del nostro radi­ca­le dis­sen­so – quan­to di meglio 1′ «area del­l’au­to­no­mia» ha pro­dot­to in cam­po cul­tu­ra­le. L’in­ge­nui­tà e le lezio­si­tà, gli sche­ma­ti­smi e le roz­zez­ze che pure ci sono – e sono nume­ro­si – non annul­la­no, in sostan­za, il carat­te­re di novi­tà del lavo­ro di Man­fre­di; e la sua coe­ren­za nel voler espri­me­re in can­zo­ne il suo (loro) modo di coniu­ga­re il per­so­na­le e il poli­ti­co, «la cur­va dei fian­chi» e «il mitra luci­da­to», «i momen­ti di ubria­chez­za» e «la fine del­lo Stato».

Disco­gra­fia: Per lo Spet­tro: La cri­si, 1972. Per l’Ul­ti­ma spiag­gia: Ma non è una malat­tia, 1976. Per La poia­na: Libe­ria­mo, 1976.
Alla com­po­si­zio­ne del­le can­zo­ni di Man­fre­di han­no col­la­bo­ra­to Ric­ky Gian­co e Giu­lia­no Illiani.

Ma chi ha det­to che non c’è

Sta nel fon­do dei tuoi occhi
Sul­la pun­ta del­le lab­bra,
sta nel cor­po risve­glia­to
nel­la fine del pec­ca­to
Nel­la cur­va dei tuoi fian­chi
Nel calo­re del tuo seno
Nel pro­fon­do del tuo ven­tre
Nel­l’at­ten­de­re il mat­ti­no.
Sta nel sogno rea­liz­za­to,
sta nel mitra luci­da­to.
Nel­la gio­ia e nel­la rab­bia,
nel distrug­ge­re la gab­bia
Nel­la mor­te del­la scuo­la, nel rifiu­to del lavo­ro
Nel­la fab­bri­ca deser­ta, nel­la casa sen­za por­ta
Sta nel­l’im­ma­gi­na­zio­ne, nel­la musi­ca sul­l’er­ba,
sta nel­la pro­vo­ca­zio­ne, nel lavo­ro del­la tal­pa,
nel­la sto­ria del futu­ro , nel pre­sen­te sen­za sto­ria,
nei momen­ti di ubria­chez­za, negli istan­ti di memo­ria.
Sta nel nero del­la pel­le, nel­la festa col­let­ti­va,
sta nel pren­der­si la mer­ce,
sta nel pren­der­si la mano, nel tira­re i sam­pie­tri­ni,
nel­l’in­cen­dio di Mila­no,
nel­le spran­ghe sui fasci­sti nel­le pie­tre sui gip­po­ni
Sta nei sogni dei tep­pi­sti
e nei gio­chi dei bam­bi­ni,
nel cono­scer­si del cor­po,
nel­l’or­ga­smo del­la men­te,
nel­la voglia piu’ tota­le,
nel discor­so tra­spa­ren­te.
Ma chi ha det­to che non c’e’.
Sta nel fon­do dei tuoi occhi
Ma chi ha det­to che non c’e’.
Sul­la pun­ta del­le lab­bra
Ma chi ha det­to che non c’e’.
Sta nel mitra lucidato

Ma chi ha det­to che non c’e’.
Nel­la fine del­lo Sta­to
C’e’, si’ c’e’
Ma chi ha det­to che non c’e’.

Ma non è una malattia

Mi han­no det­to: sei scop­pia­to
come ti sei rovi­na­to
dima­gri­to, sem­bri qua­si uno zom­bie
…sarà col­pa del­le not­ti
che ho pas­sa­to ad aspet­ta­re
cose che for­se dove­va­no arri­va­re.
Ma non è una malat­tia
no, non è una malat­tia
e non è una malat­tia
malat­tia.
E mia madre m’ha guar­da­to
dice: come sei fini­to!
cosi in bas­so non t’a­vrei pen­sa­to mai…
Sì ma in bas­so puoi sco­pri­re
le sot­ti­li incri­na­tu­re che non puoi stu­dia­re all’U­ni­ver­si­tà.
Ma non è una malat­tia
no, non è una malat­tia
e non è una malat­tia
malat­tia.
Mi han­no det­to: il tuo vesti­to
sem­bra vera­men­te usa­to
non ti cam­bi mai, mi sem­bri pro­prio giù.
Beh scu­sa­te­mi ragaz­zi,
oggi non ho altro da pen­sa­re
ho il mio abi­to di den­tro da cam­bia­re.
Ma non è una malat­tia
no, non è una malat­tia
e non è una malat­tia
malat­tia.
Mi han­no det­to: il tuo lavo­ro
non è una cosa sicu­ra
ogni mese cam­bia e dopo che farai?
For­se sono un pò sva­ni­to
ma il doma­ni non esi­ste
e que­st’og­gi io non voglio esse­re tri­ste.
Ma non è una malat­tia
no, non è una malat­tia
e non è una malat­tia
malat­tia.

Quar­to Oggia­ro Story

T’ho incon­tra­ta a Quar­to Oggia­ro davan­ti al Super­mar­ket
sac­cheg­gia­to (oh ye) ave­vi in tasca una sca­to­la di ton­no del­lo
Wyo­ming… si vede che la tua coscien­za poli­ti­ca era scar­sa…
lo ci ho qua il bour­bon, io ci ho qua il vischi io ci ho qua
il cavia­le che a dif­fe­ren­za del ton­no non fa male, lo que­sta sera
mi bevo lo cham­pa­gne cir­con­da­to da quat­tro com­pa­gne…
Men­tre tu te man­ge ‘o ton­no
con quel fes­so di Totonno

Ti ho incon­tra­ta alla pri­ma visio­ne, dopo l’ap­pro­pria­zio­ne. Tu hai
visto un Fran­chi ed lngras­sia men­tre lì vici­no face­va­no un film
inchie­sta sul­la CIA. Eh ma la tua coscien­za poli­ti­ca è pro­prio
scar­sa lo ho visto il Ber­to­luc­ci, ho visto la Cava­ni S. Fran­ce­sco
e i set­te nani vesti­ti da nazi­sti ho visto Scap­pon­san­fan’ dei
fra­tel­li Tavia­ni, C’e­ra­va­mo tan­to arma­ti e diciot­to film di mar­zia­ni
(mici­dia­le!) in cine­te­ca. lo que­sta sera mi vedo i fil­mi­ni sve­de­si
con due com­pa­gne cine­si…
E tu te vede ‘a tele­vi­sio­ne
co’ Toton­no fetentone

Ti ho incon­tra­ta alla Fel­tri­nel­li, tu fre­ga­vi solo gial­li, nean­che
bel­li… ristam­pe. Si vede che la tua coscien­za poli­ti­ca è pro­prio
scar­sa. Guar­da me: io ci ho qua il Kerouac, ci ho qua il Gar­cia
Mar­quez ci ho qua il tea­tro di Fo, chis­sà che cosa me ne fo…
lo que­sta sera mi leg­go la Moran­te con una bim­ba tut­ta
pim­pan­te
E tu te leg­ge Aga­ta Cri­ste
co’ Toton­no poro criste

T’ho incon­tra­ta davan­ti all’ar­me­ria in atte­sa, con la bor­sa del­la
spe­sa… esa­ge­ra­ta! Io com­pra­vo i sol­da­ti­ni, tu un fuci­le coi
piom­bi­ni. Si vede che la tua coscien­za … è in cre­scen­za. lo ci
ho a casa la Coraz­za­ta Potie­m­kin Poli­toys, ci ho la spa­da del
non­no cara­bi­nie­re, ci ho le pisto­le di madre­per­la e il mata­rel­lo
di madre pir­la, ci ho le guns di pla­sti­ca di Jas­se James e il
mitra in simil­le­gno con il fode­ro in simil­pel­le e pro­iet­ti­li in
sil­mil­sal­ve
E tu te met­te a ffa cagna­ra
co’ stu cazz’ de lupa­ra
e Toton­ni­no ‘o feten­to­ne
tene ‘na sber­la de can­no­ne
e un tuo ami­co di Potopp
tene qua­ran­ta molo­topp
e uno del­l’au­to­no­mia viag­gia sem­pre co’ la zia
” coco­sa c’en­tra la zia?” Pesa cin­que­cen­to kili e può sem­pre
ser­vi­re.., cala­ta dal­l’al­to. For­se la tua coscien­za è trop­po
in cre­scen­za…
Brrrr…

Il diritto all’odio

Da «Neg/​azione», 1976

AUTONOMIA COME AREA

La pro­le­ta­riz­za­zio­ne non è affat­to la sini­striz­za­zio­ne dei ceti medi e alto­bor­ghe­si. Que­sta sini­striz­za­zio­ne, che è quan­to «sostan­zial­men­te» è appar­so di nuo­vo negli ulti­mi die­ci anni in occi­den­te, più che pre­li­mi­na­re o nel­la pro­spet­ti­va del­la pro­le­ta­riz­za­zio­ne è sta­ta la fogna ideo­lo­gi­ca che l’ha esor­ciz­za­ta. L’e­co­no­mi­sta Pao­lo Sylos Labi­ni – ideo­lo­go del «com­pro­mes­so sto­ri­co» – nel «Sag­gio sul­le clas­si socia­li» (non a caso abbon­dan­te­men­te recen­si­to dai gior­na­li del­la sini­stra bor­ghe­se e del­la bor­ghe­sia sini­stri­sta) tira come con­clu­sio­ne trion­fa­li­sti­ca e posi­ti­va «…la cre­sci­ta poli­ti­ca e quan­ti­ta­ti­va del­le clas­si medie» men­tre Umber­to Fusi sul quo­ti­dia­no del Par­ti­to Sedi­cen­te Comu­ni­sta tro­va in que­sto il «pre­sup­po­sto per usci­re real­men­te a sini­stra dal­la cri­si che attra­ver­sia­mo». Que­sti sica­ri sono sod­di­sfat­ti. La pro­le­ta­riz­za­zio­ne che è sta­to l’in­cu­bo sul ter­re­no del­le pos­si­bi­li­tà per i capi del­la sini­stra sto­ri­ca e nuo­va ha tro­va­to la solu­zio­ne nel gela­ti­no­so ottun­di­men­to del­l’i­deo­lo­gia, è abor­ti­ta nel demo­cra­ti­ci­smo auto­ge­stio­na­rio acce­le­ra­to e dife­so mali­zio­sa­men­te dal­la cri­si oriz­zon­ta­le e ver­ti­ca­le del­l’e­si­sten­te capi­ta­li­sti­co come sua ulti­ma auto­di­fe­sa. La ripro­du­zio­ne del capi­ta­le avvie­ne dun­que per abor­ti, la sini­stra trion­fan­te è la fab­bri­ca di ristrut­tu­ra­zio­ne dei modi di pro­du­zio­ne este­si­si – domi­nio rea­le del capi­ta­le – su tut­to l’e­si­sten­te socia­le, i sica­ri sod­di­sfat­ti pre­pa­ra­no già la loro «not­te dei lun­ghi col­tel­li»: l’in­de­fi­ni­bi­le Paiet­ta – igno­ran­te e anti­co­mu­ni­sta ne espri­me i pre­pa­ra­ti­vi rila­scian­do una inter­vi­sta a «Pano­ra­ma»: il pos­si­bi­le ser­ba­to­io di voti extra­par­la­men­ta­ri ver­so cui il Pic­cì ha sem­pre mostra­to un bur­be­ro inte­res­se, un affet­to mane­sco, nel ten­ta­ti­vo dei grup­pi di soprav­vi­ve­re a se stes­si tra­sfor­man­do­si in mini­par­ti­ti si sta tra­sfor­man­do in ser­ba­to­io di voti per sé: di con­se­guen­za gli Hitler e i Goe­ring del­la sini­stra clas­si­ca stan­no affi­lan­do le lame.

Per quan­to li con­cer­ne gli extra­par­la­men­ta­ri di sini­stra, pom­po­sa­men­te cata­lo­ga­ti­si come «sini­stra rivo­lu­zio­na­ria», pote­va­no – for­se… – rea­liz­za­re dei pun­ti di pro­le­ta­riz­za­zio­ne (cer­ta­men­te di pro­le­ta­riz­za­zio­ne anche per i pro­le­ta­ri stes­si) da cui si sareb­be­ro autoor­ga­niz­za­ti – in ogni sen­so, non in un signi­fi­ca­to poli­ti­co – gli stes­si pro­le­ta­riz­za­ti. Ma i grup­pi si sono sem­pre acca­ni­ta­men­te oppo­sti a ciò; si può com­pren­de­re: la fun­zio­ne a cui li ha deter­mi­na­ti il pro­ces­so capi­ta­li­sti­co era appun­to di esor­ciz­za­re la pro­le­ta­riz­za­zio­ne, e la sua radi­ca­liz­za­zio­ne auto­no­ma, men­tre la gesti­va­no ideo­lo­gi­ca­men­te e orga­niz­za­ti­va­men­te. Le sco­rie auto­no­mi­sti­che che i grup­pi si sono lascia­ti alle spal­le, com­pre­sa la cosid­det­ta «area del­l’au­to­no­mia», riper­cor­ro­no d’al­tron­de i pas­sag­gi di un grup­pu­sco­la­ri­smo sen­za grup­po: l’au­to­no­mia sepa­ra­ta dal­la radi­ca­liz­za­zio­ne, dal­la cri­ti­ca radi­ca­le e dia­let­ti­ca di tut­to l’e­si­sten­te capi­ta­li­sti­co – e va pun­tua­liz­za­to: anche e soprat­tut­to dal­la poli­ti­ca, anche e soprat­tut­to del­la Sini­stra – non ha sen­so. L’au­to­no­mia non può esse­re solo un fat­to di orga­niz­za­zio­ne, l’e­stre­mi­smo auto­no­mi­sti­co è solo una far­sa dram­ma­ti­ca rap­pre­sen­tan­te la radi­ca­liz­za­zio­ne, l’e­stre­mi­smo è solo lo spet­ta­co­lo del­la radi­ca­li­tà. Tut­ta­via le con­trad­di­zio­ni e lo spet­ta­co­lo dell’«area del­l’au­to­no­mia» cela­no – anche a se stes­sa e soprat­tut­to – l’u­ni­co fat­to che si pos­sa rite­ne­re inte­res­san­te sca­tu­ri­to dal recen­te pas­sa­to: l’u­ni­co fat­to poli­ti­co che con­ten­ga ine­spres­so – il pro­prio supe­ra­men­to radi­ca­le, la pro­pria pos­si­bi­le radi­ca­liz­za­zio­ne. Non vi è radi­ca­liz­za­zio­ne se non vi è la pre­sen­za con­cre­ta del­la sog­get­ti­vi­tà radi­ca­le, del­la cri­ti­ca radi­ca­le por­ta­ta nel­la sua tota­li­tà con­tro la tota­li­tà alie­na­ta ed alie­nan­te, del­la nega­zio­ne non sepa­ra­ta dal­la crea­ti­vi­tà, del­la crea­ti­vi­tà non sepa­ra­ta dal­la nega­zio­ne. O in que­sta pro­spet­ti­va. Tut­to il resto è spet­ta­co­lo, rap­pre­sen­ta­to o uni­la­te­ral­men­te rece­pi­to, nel­la pas­si­vi­tà del­la rap­pre­sen­ta­zio­ne e nel­la pas­si­vi­tà del­la rece­zio­ne. Soprat­tut­to ora che la cri­si ver­ti­ca­le del­l’e­si­sten­te capi­ta­li­sti­co incon­tra la sua cri­si radi­ca­le, e pro­du­ce la pro­pria radi­ca­liz­za­zio­ne che non può non pro­dur­si, e dia­let­ti­ca­men­te la radi­ca­liz­za­zio­ne di ogni momen­to del­la vita quo­ti­dia­na.
La sto­ria non offre due vol­te lo stes­so let­to, la secon­da vol­ta è una bara.
Tan­to per ini­zia­re si trat­ta di non scam­biar­la, tut­ta­via, per un let­to.
E poco, ed è già qualcosa.

AUTONOMIA OPERAIA E AUTONOMIA DEI PROLETARI

Sono cir­ca due anni che i gior­na­li del Kapi­ta­le ita­lia­no (tut­te le sue ten­den­ze, dal Tem­po all’U­ni­tà) sbrai­ta­no con­tro un nuo­vo «grup­po»:
Auto­no­mia Ope­ra­ia, auto­re a loro dire di tut­te le «pro­vo­ca­zio­ni» e del­le «azio­ni tep­pi­sti­che» com­piu­te negli ulti­mi tem­pi.
In que­sti gior­ni poi la cam­pa­gna gior­na­li­sti­ca (soprat­tut­to da par­te del­la sini­stra capi­ta­li­sti­ca) con­tro i «pro­vo­ca­to­ri» si è accen­tua­ta poi­ché in fase di ristrut­tu­ra­zio­ne il capi­ta­le ita­lia­no non può sop­por­ta­re l’at­ti­vi­tà «sov­ver­si­va» dei com­pa­gni che non inten­do­no più paga­re sul­la pro­pria pel­le il prez­zo del­le varie «cri­si» capi­ta­li­sti­che o meglio il prez­zo del­l’e­si­sten­za capi­ta­li­sti­ca stes­sa.
Com­pa­gni che sono usci­ti dal­la logi­ca «poli­ti­ca» dei par­ti­ti o grup­pet­ti sta­li­no-leni­ni­sti e che supe­ran­do la fal­sa sfe­ra del­la «poli­ti­ca», alie­nan­te e sepa­ra­ta, por­ta­no avan­ti un discor­so basa­to sul­l’e­si­gen­za di nega­re la soprav­vi­ven­za capi­ta­li­sti­ca, la dit­ta­tu­ra spet­ta­co­lar-mer­can­ti­le che il domi­nio rea­le del capi­ta­le ha impo­sto.
Sto­ri­ca­men­te la clas­se ope­ra­ia nei momen­ti di esplo­sio­ne rivo­lu­zio­na­ria ha sem­pre man­da­to affan­cu­lo i pre­ti radi­cal-bor­ghe­si socia­li­sti, sedi­cen­ti comu­ni­sti, che eri­gen­do­si a suoi rap­pre­sen­tan­ti si era­no innal­za­ti i pro­pri tem­pli impo­nen­do ai «pro­tet­ti» il pel­le­gri­nag­gio dopo­la­vo­ri­sti­co.
Fin dal­le sue ori­gi­ni la clas­se ope­ra­ia ha tro­va­to momen­ti di orga­niz­za­zio­ne e di col­le­ga­men­to al di là degli sche­mi del­le varie orga­niz­za­zio­ni radi­cal-bor­ghe­si, non ha cer­to aspet­ta­to il mes­sia rivo­lu­zio­na­rio per rea­gi­re al capi­ta­li­smo. Ha sapu­to tro­va­re pro­pri mez­zi e modi: dagli scio­pe­ri sel­vag­gi agli atti di sabo­tag­gio.
Comin­cian­do dal 1811 in Inghil­ter­ra con il movi­men­to Lud­di­sta, pri­ma e gros­sa espres­sio­ne del­l’au­to­no­mia ope­ra­ia, pas­san­do per il giu­gno 1848 con le gior­na­te del pro­le­ta­ria­to rivo­lu­zio­na­rio pari­gi­no, con­ti­nuan­do con La Comu­ne e con i movi­men­ti del Nove­cen­to con la rivo­lu­zio­ne sovie­ti­ca (fino a quan­do rima­ne tale), fino al ’68.
In que­ste espe­rien­ze il pro­le­ta­ria­to ha però supe­ra­to l’am­bi­to ridut­ti­vo del­le riven­di­ca­zio­ni eco­no­mi­co-poli­ti­che; o meglio nel momen­to in cui il capi­ta­le supe­ran­do la fase di domi­nio for­ma­le ha instau­ra­to il suo domi­nio rea­le, il pro­le­ta­ria­to e con esso i pro­le­ta­riz­za­ti ha comin­cia­to un discor­so tota­le con­tro il suo esse­re pro­le­ta­rio (o pro­le­ta­riz­za­to), con­tro il lavo­ro, con­tro la soprav­vi­ven­za capi­ta­li­sti­ca rifiu­tan­do la sfe­ra sepa­ra­ta del­la «poli­ti­ca».
Con­clu­den­do si può par­la­re del­l’au­to­no­mia degli ope­rai che ten­do­no a nega­re la loro soprav­vi­ven­za in quan­to tali e ad affer­ma­re la loro vita in quan­to comu­ni­sti, del­l’au­to­no­mia dei pro­le­ta­riz­za­ti che nega­no la socie­tà spet­ta­co­lar-mer­can­ti­le ponen­do­si con­tro di essa (al di fuo­ri non ci cre­de nes­su­no). Cosa diver­sa è inve­ce l’or­ga­niz­za­zio­ne «Auto­no­mia Ope­ra­ia», rima­sta inter­na alla logi­ca poli­ti­ca, all’i­deo­lo­gia marx-leni­ni­sta, all’i­po­te­si del «par­ti­to rivo­lu­zio­na­rio», negan­do il con­tra­sto tra i due con­cet­ti: di par­ti­to, che impli­ca una ideo­lo­gia, una strut­tu­ra ver­ti­ca­le, dei qua­dri diri­gen­ti, dei mili­ta­ri, dei sim­pa­tiz­zan­ti, degli iscrit­ti, dei mili­ta­riz­za­ti e dei non…; e di rivo­lu­zio­na­rio, che nega tut­to ciò e affer­ma se stes­so, il pro­prio cor­po, le pro­prie esi­gen­ze (comu­ni­ste).
Que­sti com­pa­gni (Aut. Op.) par­to­no da una real­tà rivo­lu­zio­na­ria: l’e­si­gen­za di svi­lup­po auto­no­mo di biso­gni pro­le­ta­ri, per ripro­por­re tut­ta­via la «mili­tan­za rivo­lu­zio­na­ria» (pro­fes­sio­na­le) e il par­ti­to, con l’u­ni­co risul­ta­to di inca­na­la­re que­ste esi­gen­ze rivo­lu­zio­na­rie negli sche­mi capi­ta­li­sti­ci del­la «poli­ti­ca» e dell’«ideologia».
Pur muo­ven­do­si da pre­mes­se anti­re­vi­sio­ni­ste (il rifiu­to del­la figu­ra coscien­zia­le del par­ti­to e l’in­ne­sco del movi­men­to auto­no­mo) l’au­to­no­mia ope­ra­ia orga­niz­za­ta fa rien­tra­re il par­ti­to dal­la fine­stra, buro­cra­tiz­zan­do lo stes­so con­cet­to di «auto­no­mia».

Da «Puzz» – La fab­bri­ca del­la repres­sio­ne – nume­ro uni­co-set­tem­bre 1975

AUTONOMIA, RADICALIZZAZIONE, AGGREGAZIONE INFORMALE…

1) La dia­let­ti­ca del supe­ra­men­to, la luci­da visio­ne che spac­ca il vis­su­to (e il non-vis­su­to quo­ti­dia­no), la cri­ti­ca vio­len­ta del­l’e­si­sten­te, nel­l’e­si­sten­te, del­la pro­pria espe­rien­za, l’af­fer­ma­zio­ne radi­ca­le del diver­so come pra­ti­ca e cre­sci­ta o meglio come ori­gi­ne del­l’uo­mo tota­le, del­la don­na tota­le, del­la spe­cie nel­la sua tota­li­tà; ciò che squar­cia i ten­di­ni che lega­no al pas­sa­to, che azzan­na la lugu­bre con­ti­nui­tà ripro­dut­ti­va di ognu­no, vio­len­tan­do­ne i ner­vi e scor­ti­can­do­ne la gola, tut­to que­sto e solo que­sto è inscri­vi­bi­le in quel pro­get­to ori­gi­na­rio (poi­ché si pone come fine l’o­ri­gi­ne del­l’es­se­re) che è il comu­ni­smo.


2) Ciò che non si espri­me nel­la pra­ti­ca del rifiu­to (del­la nega­zio­ne), rim­bal­za impo­ten­te, nel­le latri­ne gerar­chiz­za­te e ruo­liz­za­te del­la social­de­mo­cra­zia o in qual­che infa­me sot­to­pro­dot­to di mar­ca nazi­sta.
Ciò che il diver­so espri­me è crea­ti­vi­tà poi­ché scol­la vio­len­te­men­te la sua essen­za del­l’e­si­sten­te traen­do dal pro­prio far­si (e non dal ripro­dur­si) le indi­ca­zio­ni del­la vera guer­ra. Ciò che dif­fe­ren­zia il diver­so dal nuo­vo è il suo por­si come cer­tez­za in atto e non come novi­tà di mer­ca­to. L’e­stre­mi­smo, con tut­te le fred­de accoz­za­glie che lo accom­pa­gna­no, coi gesti roman­ti­ci dei mar­ti­ri scia­gu­ra­ti, con i con­sun­ti movi­men­ti che ripro­du­co­no, sot­to la ver­ni­ce fre­sca del rivo­lu­zio­na­rio, i vec­chi pas­si che il capi­ta­le meglio e altro­ve sa fare e con­trol­la­re, resta il pun­to fer­mo del­l’e­si­sten­te; (…)
L’e­stre­mi­smo è l’ul­ti­ma cor­da con cui si alle­sti­sco­no le for­che del capi­ta­le, l’ac­cet­ta­zio­ne del ripro­dur­si del capi­ta­le come svi­lup­po inte­rio­riz­za­to. Inu­ti­li gli esem­pi a chi pos­sie­de lo sguar­do disin­can­ta­to e la mise­ria rea­le del­l’ul­tra­si­ni­stra.


3) La pra­ti­ca del rifiu­to e lo sgan­ciar­si vio­len­to dal pro­gram­ma capi­ta­li­sti­co, la disin­te­gra­zio­ne pra­ti­ca del­l’io, la tena­glia che spez­za il cavo teso che con­giun­ge il pro­prio pro­get­to al pro­get­to gene­ra­le pre­fab­bri­ca­to.
L’e­stre­mi­sta e il devian­te cado­no, sot­to la man­na­ia del­la sto­ria, nel cesto di vimi­ni cui sono rife­ri­ti.
Si muo­re e si nasce nel­la stan­za di sem­pre, ma la vita è altro­ve.
Il rom­pi­ca­po seman­ti­co ridu­ce estre­mi­smo e devian­za al nodo scor­so­io del rife­ri­men­to gram­ma­ti­ca­le e ato­no di un com­ple­men­to di spe­ci­fi­ca­zio­ne: estre­mi­sti di chi, di che cosa? Devian­ti di chi, di che cosa? Rivo­lu­zio­na­ri di chi, di che cosa?
L’in­ter­ro­ga­ti­vo si esau­ri­sce nel­la scal­tra deter­mi­na­zio­ne del sog­get­to nasco­sto: il capi­ta­le. (…)
Il signi­fi­ca­to del domi­nio rea­le come momen­to sto­ri­co del capi­ta­le inte­rio­riz­za­to sve­la, del resto, gli ulti­mi appi­gli psi­coa­na­li­ti­ci.
I vec­chi totem e i misti­ci tabù cui si rife­ri­sce Reich in «Psi­co­lo­gia di mas­sa del fasci­smo» lascia­no il posto, sot­to lo sguar­do con­sen­zien­te del­la nor­ma­li­tà impe­ran­te e del suo recu­pe­ro spet­ta­co­la­re qual è la paz­zia nor­ma­liz­za­ta, agli ido­li recen­ti aleg­gian­ti tra le pie­ghe del­le novi­tà del mer­ca­to rivo­lu­zio­na­rio, su cui si con­trab­ban­da­no le nuo­ve paro­le d’or­di­ne da valo­riz­za­re.


4) Si trat­ta alla fine di non ave­re più ido­li, né mer­ca­ti o paro­le d’or­di­ne a cui ubbi­di­re. Si trat­ta alla fine di insor­ge­re nel­la pra­ti­ca del rifiu­to, spez­zan­do la nor­ma­li­tà ras­se­gna­ta e i suoi ecces­si, estre­mi.
Ciò che fran­tu­ma la con­ti­nui­tà del­l’e­si­sten­te è l’es­sen­za che sta­bi­li­sce, insor­gen­do, la di/​visione tra il nor­ma­le e il diver­so, ossia ciò che abo­li­sce il ful­cro laten­te cui le fal­se insur­re­zio­ni fan­no rife­ri­men­to.
La vera ever­sio­ne, la coscien­za del­la diver­si­tà che pul­sa, si rife­ri­sce solo a se stes­sa, come momen­to cor­po­reo del­la rivo­lu­zio­ne in pro­ces­so.
Si trat­ta, alla fine, di ave­re se stes­si a por­ta­ta di mano come arma indi­vi­dua­le inne­sca­ta dal­la plu­ra­li­tà del­la lot­ta.
Pos­se­de­re se stes­si vuoi dire pari­men­ti esse­re pos­se­du­ti dai pro­pri desi­de­ri che squar­cia­no i veli del fit­ti­zio indi­can­do la real­tà pro­pria e del mon­do. (…)
Ogni sor­ti­ta che non muo­va dal­la vita cor­ren­te inte­sa come rot­tu­ra in atto del­la quo­ti­dia­na pia­ni­fi­ca­zio­ne capi­ta­li­sti­ca, si pone sem­pre come fase ripro­dut­ti­va (sep­pu­re estre­ma) del­l’e­si­sten­te.
Le armi, in que­sto caso, diven­ta­no le arma­tu­re con cui si valo­riz­za la pro­pria essen­za. Al con­tra­rio, la luci­da chia­rez­za di ciò che si sta viven­do, del come si sta viven­do, del per­ché non si può vive­re, del­la vita cor­ren­te come momen­to di scon­tro, fan­no del­l’es­se­re più nudo, l’u­ni­ca vera poten­za arma­ta.


5) (…). Da quan­do il domi­nio rea­le del capi­ta­le ha tra­sfor­ma­to il pia­ne­ta socia­le (la socie­tà spet­ta­co­la­re-mer­can­ti­le) in un uni­co mer­ca­to, ognu­no fa del­la pro­pria esi­sten­za il mer­ca­ti­no del­la pro­pria assen­za.
Ognu­no, nel­le attua­li con­di­zio­ni è for­za pro­dut­ti­va cir­co­lan­te e inter­scam­bia­bi­le del­la pro­pria mise­ria.
I rap­por­ti tra gli indi­vi­dui non sono altro che l’im­ma­gi­ne misti­fi­ca­ta (epi­fe­no­me­ni) dei rap­por­ti di pro­du­zio­ne.
Il movi­men­to di valo­riz­za­zio­ne del capi­ta­le e dei suoi pro­dot­ti ideo­lo­gi­ci (pro­du­zio­ne-scam­bio-cir­co­la­zio­ne di mer­ci, al pari del­la pro­du­zio­ne-scam­bio-cir­co­la­zio­ne di idee) si è fuso e depo­si­ta­to nel­l’es­se­re, gesto­re auto­ge­sti­to di una dina­mi­ca che non gli appar­tie­ne.
Si guar­di per un atti­mo l’in­ter­scam­bia­bi­li­tà dei ruo­li, le mise­re rap­pre­sen­ta­zio­ni del­la figlia-moglie-madre come momen­to mani­fe­sto di que­sta uni­tà dia­let­ti­ca del capi­ta­le.
Il capi­ta­le, anche i ter­mi­ni di inte­gra­zio­ne posi­ti­va, pre­ce­de sem­pre le mos­se del suo popo­lo.


12) (…) quan­do i mor­ti sep­pel­li­sco­no i loro mor­ti i vivi resta­no soli.
Que­sta è, d’im­pat­to, l’im­ma­gi­ne che coglie il par­ti­gia­no del­l’es­se­re alle pre­se con la sto­ria.
Nel supe­ra­men­to qua­li­ta­ti­vo, nel­la cre­sci­ta che accom­pa­gna la .cor­po­rei­tà in rivol­ta, le file si assot­ti­glia­no, le pre­sen­ze fisi­che si sfol­ti­sco­no. Ne potreb­be esse­re diver­sa­men­te in un movi­men­to sto­ri­co in cui la lot­ta e la crea­zio­ne stes­sa esi­go­no la nega­zio­ne degli altri, il riget­to del­l’op­por­tu­ni­smo.
Il vomi­to che accom­pa­gna l’e­spul­sio­ne del capi­ta­le inte­rio­riz­za­to gio­ca puz­zo­len­te nel­la gola del par­ti­gia­no, pri­ma di esse­re spu­ta­to. È in que­sto sen­so che la gola si sen­te sof­fo­ca­re, che la paro­la sem­bra impos­si­bi­le, che lo sguar­do si fa allu­ci­nan­te.
Ma sia­mo nel­l’e­si­sten­te e resi­sten­te rima­ne anche per noi il rife­ri­men­to del­la lot­ta sep­pur in ter­mi­ni distrut­ti­vi e non ripro­dut­ti­vi.
Non basta sogna­re la libe­ra­zio­ne o par­lar­ne, biso­gna pra­ti­car­la, ed è in que­sta pra­ti­ca che la scre­po­la­tu­ra e gli incen­di inne­sca­no la gio­ia, men­tre le delu­sio­ni attiz­za­no il peso enor­me del­la schia­vi­tù.
Più il cor­po pro­ce­de disin­can­ta­to ver­so la pro­pria con­qui­sta, più il peso del­le cate­ne si fa intol­le­ra­bi­le, più la spe­cie pro­ce­de ver­so la pro­pria unio­ne, ver­so la pro­pria ori­gi­ne, più la sepa­ra­zio­ne e la soli­tu­di­ne piom­ba­no come cor­vi sui cor­pi in rivol­ta. È lo scot­to che da sem­pre l’op­pres­so paga all’op­pres­so­re, ma per l’ul­ti­ma vol­ta!
La fal­sa socia­li­tà, del resto, nutre gli uomi­ni del­la fal­sa illu­sio­ne di esse­re insie­me, di vive­re insie­me men­tre altro non sono che ele­men­ti tran­si­sto­riz­za­ti di un com­pu­ter socia­le la cui sche­da per­fo­ra­ta por­ta il mar­chio del capi­ta­le.
Divi­der­si dagli assen­ti non signi­fi­ca pro­pria­men­te soli­tu­di­ne ma auto­no­mia. Chi non coglie la radi­ca­li­tà del tem­po che stia­mo per abbat­te­re, è sog­get­to agli abba­gli del­l’i­so­la­men­to, men­tre una mini­ma inver­sio­ne di pen­sie­ro lo ren­de­reb­be con­scio del­la pro­pria dirom­pen­te auto­no­mia.


13) Tut­to ciò che non pos­sie­de e non ten­de alla tota­li­tà, tra­smu­ta impec­ca­bil­men­te nel­le fon­de­rie del­l’i­deo­lo­gia, men­tre tut­to ciò che si sfuo­ca nel­l’i­deo­lo­gia si erge con­tro l’es­se­re, assu­men­do il com­pi­to (la cin­ghia di tra­smis­sio­ne) con cui il capi­ta­le recu­pe­ra ogni movi­men­to.
Ciò che esi­ste sot­to il nome di auto­no­mia non tro­ve­rà cer­to il suo signi­fi­ca­to nei col­let­ti­vi orga­niz­za­ti (…).
L’au­to­no­mia non è un movi­men­to ma l’es­se­re in movi­men­to, il diver­so che diven­ta padro­ne del­la pro­pria dina­mi­ca e del­la dina­mi­ca socia­le. L’au­to­no­mia è il risco­prir­si come tota­li­tà agen­te, come uni­tà inte­gra­ta del cor­po con il mon­do, come coscien­za rea­le dei biso­gni e desi­de­ri che sot­ten­do­no il cor­po nel­la sua indi­vi­dua­li­tà e la spe­cie nel­la sua plu­ra­li­tà.
Si trat­ta, alla fine di esse­re auto­no­mi dal­la, e nel­la, auto­no­mia stessa.

Da «Puzz» n. 17–18, gen­na­io-mar­zo 1975.

AUTONOMIA, RADICALIZZAZIONE…

La stra­te­gia è il pro­ces­so orga­ni­co, la sim­bio­si pos­si­bi­le e neces­sa­ria, fra teo­ria e cri­ti­ca radi­ca­le, fra cri­ti­ca radi­ca­le e pra­ti­ca, e, dia­let­ti­ca­men­te, vice­ver­sa.
Men­tre la poli­ti­ca è la media­zio­ne – la sepa­ra­zio­ne per­pe­tua­ta, il cane da guar­dia del­le sepa­ra­zio­ni, e la garan­zia del­la loro ine­li­mi­na­bi­li­tà – gesti­ta da altri o auto­ge­sti­ta da se stes­si, di momen­ti socia­li sepa­ra­ti l’un l’al­tro, la stra­te­gia è la nega­zio­ne del­la poli­ti­ca ed è la stra­te­gia del­la nega­zio­ne, del­la dia­let­ti­ca nega­zio­ne-crea­ti­vi­tà, del­la crea­ti­vi­tà del­la nega­zio­ne.
Teo­ria, cri­ti­ca, pra­ti­ca, ven­go­no stra­vol­te nel­la poli­ti­ca in ideo­lo­gia, nel «pen­sie­ro» fis­sa­to, rei­fi­ca­to, del­le idee mor­te – pro­prio men­tre tut­ta la socie­tà è già bloc­ca­ta nel suo ripro­dur­si in quan­to ideo­lo­gia e solo in quan­to tale – cioè la socie­tà è la poli­ti­ca gene­ra­liz­za­ta – la cri­ti­ca poli­ti­ca del­la socie­tà capi­ta­liz­za­ta non ha sen­so, non è una cri­ti­ca, è la «cri­ti­ca» costrut­ti­va del­la socie­tà così come è, immu­ta­ta e immu­ta­bi­le; la poli­ti­ca anche nel­le sue estre­miz­za­zio­ni mas­si­me e ter­ro­ri­sti­che è la par­te del puzz­le socia­le che va a com­por­re la fini­tez­za e rei­fi­ca­zio­ne del­l’i­deo­lo­gia gene­ra­le, del puzz­le socia­le del­la poli­ti­ca gene­ra­liz­za­ta; anche se que­sta par­te del puzz­le si scom­po­ne vio­len­te­men­te, scen­de nel­la clan­de­sti­ni­tà, si dà a un ter­ro­ri­smo ragio­na­to e poli­ti­ca­men­te gesti­to, non pro­du­ce il pro­prio supe­ra­men­to e radi­ca­liz­za­zio­ne – che è il supe­ra­men­to del­l’i­deo­lo­gia – esso ha già lo spa­zio capi­ta­li­sti­co in cui inca­strar­si e far­si inca­stra­re.
Que­sti imbe­cil­li in armi, che defi­ni­sco­no ambi­gui­tà la cri­ti­ca radi­ca­le del­la poli­ti­ca, men­tre offro­no un fio­re a Lenin, pre­pa­ra­no i cri­san­te­mi per il pro­le­ta­ria­to, in suo nome; che essi sia­no in buo­na fede non cam­bia mol­to, men­tre è con­tro il cam­bia­men­to, fede­li alle uni­la­te­ra­li­tà del capi­ta­le che tut­to pro­du­ce tran­ne il cam­bia­men­to; il rifiu­to del puzz è l’ac­cet­ta­zio­ne inte­rio­riz­za­ta del puzz­le: non per­ché sia una nostra idea, ma per­ché così è la sto­ria.
Il dire «qui si fa poli­ti­ca», il dire «qui non si fa poli­ti­ca» sono entram­bi due atteg­gia­men­ti poli­ti­ci: la nega­zio­ne del­la poli­ti­ca non è il suo rifiu­to (che è anco­ra un rifiu­to poli­ti­co, la poli­ti­ca e la non-poli­ti­ca essen­do entram­bi la poli­ti­ca del­l’e­si­sten­te capi­ta­li­sta) ma il suo supe­ra­men­to nel­la sog­get­ti­vi­tà radi­ca­le e real­men­te socia­le nel­la sua cri­ti­ca radi­ca­le all’e­si­sten­te socia­le rei­fi­ca­to, sog­get­ti­vi­tà che ha nel­la stra­te­gia il modo di por­tar­si e di rap­por­tar­si, che è arma­ta del­la cri­ti­ca radi­ca­le all’e­si­sten­te socia­le nel­la sua tota­li­tà per la tota­li­tà del suo stra­vol­gi­men­to; la teo­ria e la pra­ti­ca non ven­go­no pri­ma o dopo la cri­ti­ca radi­ca­le, ma sono dia­let­ti­ca­men­te inse­pa­ra­bi­li e l’un l’al­tra pro­du­cen­ti­si. O così dovreb­be esse­re: la sepa­ra­zio­ne di una dal­l’al­tra, la loro reci­pro­ca auto­no­miz­za­zio­ne crea il vuo­to che nei fat­ti è riem­pi­to dal­la ideo­lo­gia e dal­la poli­ti­ca, come una trap­po­la per orsi riem­pi­ta alla super­fi­cie.
Il voler fare poli­ti­ca, la poli­ti­ciz­za­zio­ne di se stes­si e del­la pro­pria vita quo­ti­dia­na, dei pro­pri rap­por­ti inter­per­so­na­li, del pro­prio cor­po, è la rap­pre­sen­ta­zio­ne – lo spet­ta­co­lo vis­su­to come alie­na­zio­ne in pri­ma per­so­na – del­la pro­pria neces­si­tà vita­le di nega­zio­ne del­l’e­si­sten­te capi­ta­li­sta stra­vol­ta (recu­pe­ra­ta) come momen­to di ripro­du­zio­ne di que­sto esi­sten­te; ciò che spin­ge alla vita – la vita stes­sa repres­sa ma non sop­pres­sa – tro­va come espres­sio­ne solo quel­lo che il capi­ta­le vuoi far­gli espri­me­re: su que­sto pun­to milio­ni di gio­va­ni e non gio­va­ni sono scop­pia­ti ovun­que negli anni pre­ce­den­ti; dove e in chi è man­ca­ta la radi­ca­liz­za­zio­ne – la cri­ti­ca radi­ca­le del­l’i­deo­lo­gia (mol­ti scam­bia­no la radi­ca­liz­za­zio­ne per estre­miz­za­zio­ne di una spe­ci­fi­ca ideo­lo­gia…) e imme­dia­ta­men­te la cri­ti­ca radi­ca­le del­la tota­li­tà del­l’e­si­sten­te socia­le capi­ta­liz­za­to che è que­sta ideo­lo­gia auto­ri­pro­du­cen­te­si – è suben­tra­ta la poli­ti­ca e la non poli­ti­ca – momen­ti stra­te­gi­ci del­l’i­deo­lo­gia auto­ri­pro­du­cen­te­si – come pal­lia­ti­vo, come impo­ten­za nar­ci­si­sti­ca­men­te ripie­ga­ta su se stes­sa e sod­di­sfat­ta del­la pro­pria rap­pre­sen­ta­zio­ne. Una sod­di­sfa­zio­ne pro­dot­ta da nes­sun pia­ce­re!
Che ponen­do­si pri­ma di ogni pia­ce­re lo esor­ciz­za!
Se la poli­ti­ca è que­sto, gli «apo­li­ti­ci», gli «impo­li­ti­ci», i feti­ci­sti del fare, non sono diver­sa­men­te: costo­ro cre­do­no che il riflus­so sia sta­to pro­dot­to da un ecces­so di teo­ria e di cri­ti­ca e pri­vi­le­gia­no imme­dia­ti­sti­ca­men­te la pra­ti­ca: ma que­sto spon­ta­nei­smo del caz­zo e tra­co­tan­te igno­ra che a guar­dar bene negli anni pas­sa­ti poco o nul­la vi è sta­to di teo­ria e di cri­ti­ca, solo la loro rap­pre­sen­ta­zio­ne ideo­lo­gi­ca, il loro model­lo capi­ta­li­sta ridot­to a con­su­mo uni­la­te­ra­le, lo spet­ta­co­lo del­la teo­ria e del­la cri­ti­ca smer­cia­to a com­pen­sa­re l’as­sen­za di teo­ria e di cri­ti­ca (que­sto per la «sini­stra rivo­lu­zio­na­ria» e l’ul­tra­si­ni­stra; men­tre il capi­ta­le è anda­to giù più tran­quil­lo: egli – esso – sa che l’i­deo­lo­gia pro­du­ce mer­ce e nul­l’al­tro). La dia­let­ti­ca non è un’i­dea ma è la sto­ria sve­la­ta nel suo pro­ce­de­re, chi non vive que­sto, chi solo lo pen­sa, chi lo igno­ra, non coglie di esse­re pro­dot­to dal­la sto­ria né coglie dia­let­ti­ca­men­te la pos­si­bi­li­tà di fare la sto­ria, cade nel­l’il­lu­sio­ne di un «fare» che è in real­tà un esse­re fat­to: egli – esso – è un sem­pli­ce e sem­pli­ci­sti­co ogget­to.
Ciò che sfug­ge alla dia­let­ti­ca non sfug­ge al capi­ta­le, men­tre la dia­let­ti­ca è pro­prio un non sfug­gi­re alla deter­mi­na­zio­ne del capi­ta­le rove­scian­do­la come nega­zio­ne del capi­ta­le stes­so, e lo sa.
Che la sto­ria di tut­ti coin­ci­da infi­ne – ma a par­ti­re da ora, nel­la nostra mise­ria! – con la sto­ria di ognu­no è la sola uto­pia che ci inte­res­sa, l’u­to­pia non inte­sa come una fan­ta­scien­za del futu­ro ma una pro­spet­ti­va che par­te qui e ora fra noi, e fra noi e noi stes­si.
All’au­to­no­miz­zar­si – il sepa­rar­si da tut­ti e da tut­to col­man­do que­sta sepa­ra­zio­ne con il vuo­to del­l’i­deo­lo­gia, ope­ra­zio­ne in cui il capi­ta­le è mae­stro – si trat­ta di con­trap­por­re radi­cal­men­te l’au­to­no­mia: la sog­get­ti­vi­tà dia­let­ti­ca, fra se stes­sa e la sto­ria, fra se stes­sa e gli altri sog­get­ti, fra se stes­sa e se stes­sa; autoor­ga­niz­za­ta oltre la poli­ti­ca e oltre il rifiu­to poli­ti­co del­la poli­ti­ca nel­la comu­ni­tà in atto di un grup­po, di un nucleo, di una comu­ne, di un luo­go sta­bi­le o prov­vi­so­rio e autoor­ga­niz­za­ta come pre­fi­gu­ra­zio­ne in atto, come ini­zio imme­dia­to del­la rea­liz­za­zio­ne del­la comu­ni­tà futu­ra, del­la comu­ni­tà rea­le, comu­ni­sta, non cer­to di quel «comu­ni­smo» gesti­to poli­ti­ca­men­te dai fasci­sti ros­si da cui ci sepa­ra sem­pre più lo spa­zio di una pal­lot­to­la pro­prio per­ché i par­ti­gia­ni del­la vita non si lasce­ran­no paci­fi­ca­men­te ucci­de­re, ma non con­sen­ti­ran­no alla mor­te di impa­dro­nir­si del­la loro «pas­sio­ne»; arma­ta dia­let­ti­ca­men­te, del­le armi che dia­let­ti­ca­men­te la pas­sio­ne la por­te­rà ad armar­si, da fuo­co o ero­ti­che, per scon­fig­ge­re la noia e l’a­lie­na­zio­ne, la soprav­vi­ven­za bru­ta e la mor­te dei desi­de­ri; arma­ta stra­te­gi­ca­men­te e dia­let­ti­ca­men­te del­la cri­ti­ca radi­ca­le, sen­za sepa­ra­zio­ni; con­scia di esse­re, e non di rap­pre­sen­ta­re, la nega­zio­ne dia­let­ti­ca del­l’e­si­sten­te capi­ta­li­sta crea­ti­va­men­te nega­to nel­la sua tota­li­tà e in ogni suo spe­ci­fi­co momen­to, non pri­vi­le­gian­do un momen­to sul­l’al­tro, sca­te­nan­do la nega­zio­ne del­la cri­ti­ca radi­ca­le su tut­ti i momen­ti con la stes­sa effi­cien­za qua­li­ta­ti­va con un’ef­fi­ca­cia vis­su­ta pie­na­men­te, non lascian­do­si in nes­sun spe­ci­fi­co (nel­le fab­bri­che, nel­le scuo­le, nel pro­prio cor­po, nel pro­prio gene­re, maschi­le o fem­mi­ni­le, nel­la fami­glia, nel grup­po poli­ti­co, o nel­l’an­ti­grup­po poli­ti­co ecc.), in nes­sun ruo­lo né controruolo.

Da «Gat­ti Sel­vag­gi» – n. 1 – dicem­bre ’74 – gen­na­io ’75 – edi­to­ria­le – Milano

AUTONOMIA

Pro­prio in un momen­to dif­fi­ci­le, come que­sto, è nata den­tro di noi una con­sa­pe­vo­lez­za irre­si­sti­bi­le: la neces­si­tà di muo­ver­ci poli­ti­ca­men­te in modo diver­so. Al di fuo­ri di ogni «sche­ma ideo­lo­gi­co tra­di­zio­na­le».
Noi non abbia­mo «miti» di fron­te ai qua­li inchi­nar­ci!!!
Non sia­mo mar­xi­sti, tan­to meno leni­ni­sti o sta­li­ni­sti.
Sia­mo del­le coscien­ze rivo­lu­zio­na­rie.
Ci sta bene tut­to ciò che è real­men­te radi­ca­le.
Sep­pel­lia­mo i cada­ve­ri del­le vec­chie ideo­lo­gie!!!
I rivo­lu­zio­na­ri si stan­no pre­pa­ran­do, con ogni mez­zo e nel­le loro spe­ci­fi­che situa­zio­ni, in for­ma spon­ta­nea, auto­no­ma, clan­de­sti­na, allo scon­tro aper­to con­tro il capi­ta­le e il suo sta­to-fasci­sta.
Noi non ci ponia­mo come «avan­guar­dia», ma come una par­te di que­sto movi­men­to rea­le.
La nostra lot­ta non ha come fine, sem­pli­ce­men­te, «miglio­ri con­di­zio­ni di vita», ma ha, come obiet­ti­vo ulti­mo, l’a­bo­li­zio­ne del­la pro­prie­tà pri­va­ta e del capi­ta­le di sta­to.
La nostra lot­ta vuo­le rag­giun­ge­re la liber­tà rea­le e il dirit­to a una nuo­va vita nel­la sua tota­li­tà.
Ci oppo­nia­mo a tut­te le for­me di orga­niz­za­zio­ne che abbia­no in sé il prin­ci­pio del­la «dele­ga».
Secon­do il nostro pare­re è bene costrui­re orga­ni­smi di pochi ele­men­ti nei qua­li o si deci­de tut­ti insie­me o non si deci­de nul­la.
Que­sti orga­ni­smi dovreb­be­ro pren­de­re ispi­ra­zio­ne, per le loro azio­ni, dal­la loro spe­ci­fi­ca real­tà. Ci sarà, natu­ral­men­te, un col­le­ga­men­to tra que­sti grup­pi, ma non sarà a livel­lo di comi­ta­ti con pote­ri deci­sio­na­li, sarà solo per infor­ma­zio­ni.
Que­ste for­me di orga­niz­za­zio­ni devo­no por­ta­re a uno svol­gi­men­to del­la vita socia­le per quar­tie­re e, quin­di, a un con­trol­lo poli­ti­co e diret­to del­la real­tà.
Sia­mo con­tra­ri ai «Comi­ta­ti di Libe­ra­zio­ne Nazio­na­li» e alle vie «Nazio­na­li al Socia­li­smo». All’in­ter­no del­la logi­ca capi­ta­li­sta non pos­so­no esser­ci del­le «oasi di para­di­so» per l’u­ma­ni­tà ricat­ta­ta dal­la fame e dai can­no­ni. La nostra tota­le libe­ra­zio­ne dipen­de diret­ta­men­te dal­la tota­le distru­zio­ne del capi­ta­li­smo mon­dia­le.
Dob­bia­mo però saper rico­no­sce­re il capi­ta­le nel­le sue for­me più nasco­ste e rico­no­sce­re gli stru­men­ti e i mez­zi che esso usa per con­di­zio­na­re la nostra vita quo­ti­dia­na. Non basta indi­vi­dua­re i padro­ni, i mili­ta­ri, la poli­zia e la chie­sa; biso­gna sma­sche­ra­re i fal­si par­ti­ti di «sini­stra», i sin­da­ca­ti, le strut­tu­re sta­li­ni­ste di tut­ti i grup­pi extra­par­la­men­ta­ri, la scuo­la, il mito del­lo sta­to «demo­cra­ti­co». Dob­bia­mo rove­scia­re nel loro posto natu­ra­le, cioè il cimi­te­ro, le imma­gi­ni «sacre» di que­sta socie­tà dove tut­to è mer­ce, la nostra vita com­pre­sa. Basta col cre­de­re «reli­gio­sa­men­te» nel­la fami­glia, nel­la sicu­rez­za del doma­ni, nel­la mac­chi­na, lo sta­dio, le ferie ecc. ecc…
Que­sta è la spaz­za­tu­ra ideo­lo­gia-mer­ce attra­ver­so la qua­le il capi­ta­le ci domi­na!!!
Ci sono anco­ra mol­ti ope­rai che si iden­ti­fi­ca­no negli obiet­ti­vi, nei desi­de­ri, nel­le aspi­ra­zio­ni, negli idea­li «del­l’or­di­ne costi­tui­to». Essi sono degli sfrut­ta­ti che si pon­go­no come «aspi­ran­ti bor­ghe­si».
Que­sta è una real­tà lon­ta­na dal­la coscien­za rivo­lu­zio­na­ria. Dob­bia­mo sra­di­car­la per­ché il dove­re di cam­bia­re è matu­ro per tut­ti colo­ro che si pon­go­no indi­vi­dual­men­te o come clas­se, di fron­te alla neces­si­tà di lot­ta­re con­tro que­sta socie­tà infa­me.
Noi sia­mo con­tro il «mito» del­la clas­se ope­ra­ia per­ché è dan­no­so, soprat­tut­to alla clas­se ope­ra­ia.
«L’o­pe­rai­smo» o il «popu­li­smo» è det­ta­to solo dal dise­gno mil­le­na­rio di usa­re le «mas­se» come pedi­ne per spor­chi gio­chi di «pote­re».
Dia­mo alla clas­se ope­ra­ia un ruo­lo rivo­lu­zio­na­rio deter­mi­nan­te per la cre­sci­ta del­la sov­ver­sio­ne gene­ra­le con­tro il capi­ta­li­smo e il suo sta­to-fasci­sta.
Comun­que non sia­mo per la «dit­ta­tu­ra del pro­le­ta­ria­to», che poi si ridu­ce sem­pre ad esse­re una dit­ta­tu­ra sul pro­le­ta­ria­to.
Dal­la clas­se ope­ra­ia, dai quar­tie­ri e dal­le scuo­le arri­va, pro­prio in que­sto momen­to, l’e­si­gen­za e la volon­tà di orga­niz­zar­si in modo auto­no­mo, sgan­cia­ti dai sin­da­ca­ti, dal P.C.I. e dai grup­pi extra­par­la­men­ta­ri, i qua­li rap­pre­sen­ta­no sem­pre più «l’a­la sini­stra del capi­ta­le».
Gene­ra­liz­zia­mo la lot­ta auto­no­ma con­tro il capi­ta­le e il suo sta­to-fasci­sta!!!
Nucleo Auto­no­mo di Quar­to Oggiaro

Da «Voglia­mo Tut­to!», n. 10, esta­te 1976 Milano.

CONTROCULTURA E AUTONOMIA PROLETARIA

Par­la­re di con­tro­cul­tu­ra e di auto­no­mia pro­le­ta­ria è una cosa che non si può fare in modo dog­ma­ti­co e cat­te­drat­ti­co da buo­ni spac­cia­to­ri di teo­ria. Sono feno­me­ni trop­po com­ples­si per­ché si pos­sa ave­re una coscien­za e una opi­nio­ne in pro­po­si­to sen­za ave­re vis­su­to i momen­ti di orga­niz­za­zio­ne e di lot­ta e soprat­tut­to sen­za far par­te del pro­get­to poli­ti­co che mag­gior­men­te ne espri­me i con­te­nu­ti: il gio­va­ne pro­le­ta­rio, coscien­te del­lo sfrut­ta­men­to, dell’emarginazione, del rim­bam­bi­men­to ideo­lo­gi­co che quo­ti­dia­na­men­te subi­sce, e soprat­tut­to deci­so a libe­rar­se­ne respin­gen­do ogni ten­ta­ti­vo di recu­pe­ro o di stru­men­ta­liz­za­zio­ne del­la pro­pria sog­get­ti­vi­tà rivo­lu­zio­na­ria.
La cul­tu­ra e la poli­ti­ca impe­ran­ti uffi­cial­men­te dal 15 giu­gno, diso­rien­ta­te e spa­ven­ta­te dall’ampiezza del feno­me­no «gio­va­ni­le», si affret­ta­no a misti­fi­car­lo ricor­ren­do alle più dispa­ra­te ana­li­si socio­lo­gi­che, inter­pre­tan­do come «cri­si gene­ra­zio­na­le» momen­ti pro­pria­men­te poli­ti­ci, o meglio che espri­mo­no una nascen­te cri­ti­ca del­la poli­ti­ca e una pre­ci­sa volon­tà di riap­pro­pria­zio­ne.
Più a sini­stra il pano­ra­ma è ugual­men­te deso­lan­te: i pro­fes­so­ri­ni dei grup­pi, in man­can­za di testi sto­ri­ci sul gio­va­ne pro­le­ta­ria­to, oltre a ripe­te­re con­ti­nua­men­te che l’estremismo è malat­tia infan­ti­le del comu­ni­smo, si affret­ta­no ad ela­bo­ra­re una linea poli­ti­ca, fon­da­no com­mis­sio­ni e indi­co­no semi­na­ri, rea­gen­do al loro diso­rien­ta­men­to e ai loro ritar­di con il soli­to oppor­tu­ni­smo e la soli­ta poli­ti­ca stru­men­ta­le, ovve­ro sem­pre pron­ti a inter­ve­ni­re impo­nen­do la loro dire­zio­ne poli­ti­ca quan­do pos­so­no, e sem­pre pron­ti a «respin­ge­re le pro­vo­ca­zio­ni» quan­do non ci rie­sco­no.
Rifiu­tia­mo quin­di a prio­ri qual­sia­si inter­ven­to estra­neo, qual­sia­si Mon­ta­nel­li o Boc­ca di tur­no, qua­lun­que ten­ta­ti­vo di insab­bia­men­to o di recu­pe­ro del nostro biso­gno di pote­re e riba­dia­mo la nostra auto­no­mia di pro­le­ta­ri che vivo­no la rivo­lu­zio­ne come una real­tà all’ordine del gior­no, sen­za sche­mi impo­sti dal «par­ti­to» o dal momen­to sto­ri­co, e soprat­tut­to sen­za dele­ga­re nes­su­no alla sod­di­sfa­zio­ne dei nostri biso­gni.
Cer­chia­mo, inve­ce, di svi­lup­pa­re il dibat­ti­to all’interno e pro­por­re e con­fron­ta­re diver­se espe­rien­ze e diver­se valu­ta­zio­ni, ma sem­pre pro­dot­ti da una lot­ta in pri­ma per­so­na.
Innan­zi­tut­to dichia­ria­mo che per noi non deve esi­ste­re sepa­ra­zio­ne tra cul­tu­ra e poli­ti­ca o tra libe­ra­zio­ne per­so­na­le e libe­ra­zio­ne col­let­ti­va. Pur con­si­de­ran­do le diver­se spe­ci­fi­ci­tà di ogni ter­re­no di lot­ta, li vedia­mo e li vivia­mo come inscin­di­bi­li tra loro in un uni­co pro­get­to poli­ti­co: il biso­gno di comu­ni­smo che con­trad­di­stin­gue sia la richie­sta di una nuo­va cul­tu­ra-modo di vive­re-rap­por­ti per­so­na­li, sia una diver­sa orga­niz­za­zio­ne del­le lot­te in fab­bri­ca e nel ter­ri­to­rio. Ai nuo­vi modi di vive­re cor­ri­spon­do­no nuo­vi modi di lot­ta­re.
Sepa­ra­re l’autonomia pro­le­ta­ria dall’autonomia cul­tu­ra­le signi­fi­ca oltre che far arre­tra­re il Movi­men­to, non aver com­pre­so il signi­fi­ca­to di libe­ra­zio­ne tota­le del pen­sie­ro mar­xi­sta, è impor­tan­te riba­di­re con­ti­nua­men­te que­sta inscin­di­bi­li­tà che già carat­te­riz­za l’esplosione pre­po­ten­te del­le istan­ze gio­va­ni­li, scon­vol­gen­do le abi­tua­li for­me di lot­ta e di orga­niz­za­zio­ne.
Il dato che ci sem­bra più impor­tan­te rile­va­re, è la tra­sfor­ma­zio­ne dell’arma del­la cri­ti­ca in cri­ti­ca arma­ta, un sal­to qua­li­ta­ti­vo ogget­ti­va­men­te rea­le e giu­sti­fi­ca­to, che ponia­mo come discri­mi­nan­te rispet­to al «rifor­mi­smo con­tro­cul­tu­ra­le» dei grup­pi e a chi si illu­de anco­ra che basti un festi­val all’anno o una rivi­sta ben fat­ta al mese per cam­bia­re il modo di pen­sa­re e di vive­re dei com­pa­gni e per scon­vol­ge­re l’ordine bor­ghe­se.
Cri­ti­ca arma­ta sono le occu­pa­zio­ni di case, sono i cen­tri per i gio­va­ni pro­le­ta­ri, sono le don­ne che inva­do­no il Duo­mo, sono le ron­de con­tro gli spac­cia­to­ri di eroi­na, sono le feste sel­vag­ge per le stra­de del cen­tro, è la «madon­ni­na che pian­ge», sono i prez­zi poli­ti­ci e quan­do non basta­no la riap­pro­pria­zio­ne di tut­to ciò che ser­ve.
Oggi il Movi­men­to non si accon­ten­ta più di pro­por­re nuo­ve istan­ze e di bat­ter­le cer­can­do una teo­ria che giu­sti­fi­chi il tut­to, la teo­ria nasce dal­la pras­si coscien­te, dal vive­re quo­ti­dia­na­men­te sul­la pro­pria pel­le le for­me di com­bat­ti­men­to ade­gua­te al pro­ces­so di costru­zio­ne di momen­ti di con­tro­po­te­re pro­le­ta­rio.
Il pote­re rispon­de a tut­to que­sto con la cri­mi­na­liz­za­zio­ne di ogni com­por­ta­men­to di estra­nei­tà e di rifiu­to del capi­ta­le in ogni sua for­ma. Chi non accet­ta la rego­la del gio­co bor­ghe­se o il com­por­ta­men­to sto­ri­co o l’alternativa socia­li­sta vie­ne dichia­ra­to uffi­cial­men­te «fuo­ri­leg­ge» e diven­ta ogget­to di lin­ciag­gio sia attra­ver­so gli orga­ni repres­si­vi del­lo sta­to, sia attra­ver­so una nascen­te pub­bli­ci­sti­ca sul­la «que­stio­ne gio­va­ni­le» che vede lac­chè e pen­ni­ven­do­li di ieri e di oggi dif­fa­ma­re il Movi­men­to distor­cen­do­ne il signi­fi­ca­to e negan­do­ne il carat­te­re rivoluzionario.

Da «Puzz», giu­gno 1976 Milano

PROVOCAZIONE



L’ag­gra­var­si del­la situa­zio­ne eco­no­mi­ca pla­ne­ta­ria, disoc­cu­pa­zio­ne, caro vita, sva­lu­ta­zio­ne del­la mone­ta, incer­tez­za negli inve­sti­men­ti, (dif­fi­col­tà di un pie­no con­trol­lo poli­ti­co, che pure rima­ne ten­den­zia­le) come esau­rir­si del­l’e­tà del­l’E­co­no­mia Pura all’in­ter­no del­la pre­i­sto­ria è oggi il rin­fo­co­lar­si visi­bi­le del­l’e­stre­mi­smo covan­te sot­to bra­ci non anco­ra ince­ne­ri­te.
L’e­stre­mi­smo tor­na ad esse­re di mas­sa in Ita­lia dopo aver ser­ra­to sui­ci­da­men­te le fila in avan­guar­dia distac­ca­ta.
Oggi, al cen­tro del suo occhio i Com­man­dos del­l’au­to­no­mia; in peri­fe­ria i resti del­le BR e NAP; nel tes­su­to lo spon­ta­nei­smo ma anche la spon­ta­nei­tà che lo ecce­de.
È il rina­sce­re del ’68–69 di cui già da tem­po cian­cia­no gli psi­co­so­ció­lo­gi più atti­vi del moder­ni­smo capi­ta­li­sta, i Gal­li, gli Albe­ro­ni e i mass-media che li sosten­go­no: Repub­bli­ca, Pano­ra­ma, La Stam­pa, il Cor­rie­re, ecc…
La con­te­sta­zio­ne anti­ci­pa­ta, com­pu­te­riz­za­ta e rin­chiu­sa in pro­vet­ta, agi­ta­ta al momen­to giu­sto, depo­si­ta il nuo­vo asset­to socie­ta­rio capi­ta­li­sti­co, men­tre il capi­ta­le è alle cor­de per impos­si­bi­li­tà pla­ne­ta­ria di espan­sio­ne del­l’E­co­no­mia Pura.
Capi­ta­le del rista­gno, del­la pol­lu­zio­ne, del­la cri­si, neces­sa­ria­men­te alla ricer­ca di nuo­vi valo­ri eco­no­mi­ci con la mer­ci­fi­ca­zio­ne di ciò che ecce­de la mate­ria pri­ma (Tran­se­co­no­mia, fase di eco­no­mi­ciz­za­zio­ne di ogni atti­vi­tà ed espres­sio­ne uma­na ridot­ta a valo­re con­su­ma­bi­le).
A que­sto pro­po­si­to sor­ge oppor­tu­na­ta­men­te quel­l’A­rea com­po­si­ta di radu­no che si defi­ni­sce Auto­no­mia Ope­ra­ia, area di par­cheg­gio nel poli­ti­co per gli scon­ten­ti dei grup­pi:

1) ex mili­tan­ti di P.O., L.C., Grup­po Gram­sci;
2) fran­ge gio­va­ni­li, ex freaks pas­sa­ti ad una misti­ca più mate­ria­li­sti­ca, gen­te che non ha fat­to il 68–69.

L’u­so del­lo spon­ta­nei­smo è chia­ro, il ten­ta­ti­vo di gestio­ne poli­ti­ca attec­chi­to sul­la mate­ria degli ini­zia­li espro­pri, sabo­tag­gi, assal­ti ai gran­di magaz­zi­ni. Si noti l’u­so di Auto­no­mia Ope­ra­ia da par­te del radi­ca­li­smo bor­ghe­se (es. l’a­po­lo­ge­ti­ca di «Tem­pi Moder­ni» – set­tem­bre ’75 «Auto­cen­si­men­to dei grup­pi di base»).
Dila­ta­zio­ne del­la poli­ti­ciz­za­zio­ne di que­sti momen­ti. Sol­tan­to l’il­lu­sio­ne del­l’ot­ti­ca alter­na­ti­va tar­do-pro­le­ta­ria, Auto­no­mia Ope­ra­ia si pone come momen­to di gestio­ne com­ples­si­va del­la rab­bia socia­le con una linea popu­li­sta-ter­ro­ri­sta la cui ope­ra­zio­ne si dispie­ga a livel­lo sto­ri­co nei due poli del­la rivo­lu­zio­ne alie­na­ta e del­la con­tro­ri­vo­lu­zio­ne che la incap­su­la.
Tale orga­niz­za­zio­ne è sem­pli­ce­men­te il modo inca­na­la­te­si del­l’au­to­no­miz­za­zio­ne del­lo spon­ta­nei­smo, che con­tie­ne oggi mol­to più che nel pas­sa­to, i mec­ca­ni­smi del­la logi­ca del domi­nio e del­l’au­to­re­go­la­men­ta­zio­ne capi­ta­li­sti­ca.
La carat­te­ri­sti­ca prin­ci­pa­le del­l’or­ga­niz­za­zio­ne del­l’Au­to­no­mia rispet­to alle orga­niz­za­zio­ni del­la destra sta­li­no-leni­ni­sta è l’ab­bi­na­men­to del­l’i­deo­lo­gia col­let­ti­vi­sti­ca e di quel­la indi­vi­dua­li­sti­ca, la sua decen­tra­liz­za­zio­ne.
L’am­mo­der­na­men­to del capi­ta­le è nel­l’a­rea del­l’Au­to­no­mia il rit­mo di scam­bio-ricam­bio ideo­lo­gi­co, più rapi­do, mobi­le; la libe­riz­za­zio­ne di ogni con­su­mo di mer­ce.
Tale meto­do­lo­gia di con­trol­lo vie­ne ad espli­car­si negli ambi­ti più inquie­ti, come rein­tro­du­zio­ne del poli­ti­co del biso­gno di sog­get­ti­vi­tà inca­pa­ce di espri­mer­si nel­la cri­ti­ca radi­ca­le. La pro­du­zio­ne in pro­prio di ideo­lo­gia e la par­te­ci­pa­ti­vi­tà al grup­po del­la pos­si­bi­li­tà qua­li­ta­ti­va.
Area del­l’Au­to­no­mia:

a) Strut­tu­ra neo­le­ni­ni­sta di fon­do.
b) Ampio spa­zio per l’i­deo­lo­gia per­so­na­le in cui il sin­go­lo recu­pe­ra da ambi­ti dispa­ra­ti, for­me pri­va­tiz­za­te e par­cel­la­ri di alter­na­ti­va, di ultra­mo­der­ni­smo.

Il recu­pe­ro non è gesti­to in un’u­ni­ca dire­zio­ne (la linea) dal­l’ap­pa­ra­to gerar­chi­co, ma dai sin­go­li che rove­scia­no nel reci­pien­te comu­ne l’ap­por­to del­l’i­deo­lo­gia par­ti­co­la­re, con­te­nu­ta d’al­tra par­te (e qui sta l’im­pos­si­bi­li­tà del­la cri­ti­ca) nel­l’i­deo­lo­gia neo­le­ni­ni­sta di base che la sostie­ne.
La spe­cia­li­tà del­l’Or­ga­niz­za­zio­ne del­l’Au­to­no­mia Ope­ra­ia sta nel­lo sce­neg­gia­re i momen­ti che sfug­go­no alle orga­niz­za­zio­ni ritar­da­ta­rie del­la destra sta­li­no-leni-nista ita­lia­na, raf­fi­nan­do il gio­co abboz­za­to roz­za­men­te da LC nel 69–70: la poli­ti­ciz­za­zio­ne di que­sti momen­ti e la loro addomesticazione.







Miti, riti e detriti del parco Lambro

Da ”L’er­ba voglio” n.27 ‑settembre/​ottobre 1976

di Gian­fran­co Manfredi

A Par­co Lam­bro mi sono smon­ta­to la testa. Come tan­ti. Ripe­te­re que­sto smon­tag­gio per iscrit­to non é faci­le, anche per­ché ho anco­ra tut­ti i pez­zi in giro. D’al­tra par­te pare indi­spen­sa­bi­le di fron­te a un fat­to su cui mol­ti han­no trat­to “con­clu­sio­ni” e pochi “aper­tu­re”. E pro­ve­nen­do ogni “aper­tu­ra” da uno sman­tel­la­men­to comin­cio col dire cosa ho per­so­nal­men­te sman­tel­la­to gra­zie al Lambro.

I MITI

a) Pro­le­ta­ria­to gio­va­ni­le
Se c’è una cosa cer­ta dopo il Lam­bro, é che que­sto ter­mi­ne non ha sen­so. Atten­zio­ne: non che non abbia sen­so di per sé, non ha sen­so rispet­to ai con­te­nu­ti e alle pro­spet­ti­ve che vi si sup­po­ne­va­no inclu­si. Ora: per­si­no i radi­ca­li si accor­go­no del­l’in­con­si­sten­za del ter­mi­ne (cfr. Pro­va radi­ca­le n. 2), però nel con­te­sto del­lo stes­so arti­co­lo pro­pon­go­no come con­cet­to sosti­tu­ti­vo quel­lo di “incaz­za­ti di tut­ti i tipi, di tut­te le situa­zio­ni, di tut­te le clas­si”. Il che vuol dire sosti­tui­re a un con­cet­to impre­ci­so, un altro anche più gene­ri­co: “gli incaz­za­ti”. Incaz­za­ti di ruo­lo, si sup­po­ne. For­se quel­li che la mat­ti­na si sve­glia­no male, o quel­li che quan­do gli acca­rez­zi una spal­la da die­tro estrag­go­no la Colt, si vol­ta­no e ti ridu­co­no un cola­bro­do (tipo Tex). Sem­pre i radi­ca­li, più avan­ti, in un altro arti­co­lo, pro­va­no a defi­ni­re meglio que­sti “incaz­za­ti”: omo­ses­sua­li, fem­mi­ni­ste e “pro­le­ta­ri a cac­cia di pol­li”. Riec­co­ci da capo: riec­co “il pro­le­ta­ria­to gio­va­ni­le”. Allo­ra? No. Se dob­bia­mo smon­ta­re un con­cet­to, smon­tia­mo­lo seria­men­te.
Anzi­tut­to: come mai un con­cet­to fun­zio­na­le che all’i­ni­zio vole­va solo dare un vago qua­dro socio­lo­gi­co (gros­so modo: “i figli degli ope­rai” o “i gio­va­ni ope­rai sen­za lavo­ro o a lavo­ro pre­ca­rio”) é diven­ta­to nel­l’u­so del­la sini­stra “rivo­lu­zio­na­ria” (soprat­tut­to di Lot­ta Con­ti­nua e del­l’Au­to­no­mia Ope­ra­ia) un pun­to di rife­ri­men­to poli­ti­co, una indi­ca­zio­ne di svi­lup­po e di pro­spet­ti­va?.
Da quan­do la “sini­stra di clas­se” ha scel­to come nodo del­la sua pra­ti­ca (non dicia­mo stra­te­gia) la real­tà socio­lo­gi­ca del “pro­le­ta­ria­to gio­va­ni­le”, ecco che il ter­mi­ne ha acqui­sta­to valo­re d’in­di­ca­zio­ne di “clas­se” e le sue azio­ni coin­ci­den­za con la “lot­ta di clas­se”. Sono ormai ben più di die­ci anni che sono/​siamo tut­ti lì a cer­ca­re “la nuo­va clas­se ope­ra­ia” o meglio “il nuo­vo sog­get­to sto­ri­co” che la rap­pre­sen­ti. Ecco allo­ra che rispet­to alle varie fasi del­lo svi­lup­po del­la clas­se, una sua fra­zio­ne di vol­ta in vol­ta é ele­va­ta a “rap­pre­sen­tan­te gene­ra­le”: ieri l’o­pe­ra­io-mas­sa, poi i gio­va­ni ope­rai, infi­ne il pro­le­ta­ria­to gio­va­ni­le, stra­to socia­le dif­fu­so, vivo nel quar­tie­re, spu­gna del­le con­trad­di­zio­ni e di “com­por­ta­men­ti” anti-isti­tu­zio­na­li. Dun­que: pri­mo gra­di­no è l’in­di­vi­dua­zio­ne di uno stra­to inter­no alla clas­se che in una fase la rap­pre­sen­ti o per­lo­me­no ne rap­pre­sen­ti “i con­te­nu­ti più avan­za­ti”. Secon­do gra­di­no é, con la con­cen­tra­zio­ne del­la pra­ti­ca poli­ti­ca e degli sfor­zi orga­niz­za­ti­vi sul­lo stra­to più avan­za­to, la defi­ni­zio­ne del­la clas­se attra­ver­so la sua rap­pre­sen­tan­za avan­za­ta. Di qui all’i­den­ti­fi­ca­zio­ne, del­lo stra­to con la clas­se, il pas­so é bre­ve, anzi spes­so é spin­to anche più in là fino all’i­den­ti­fi­ca­zio­ne del­l’a­van­guar­dia-che-rap­pre­sen­ta-lo-stra­to-che-rap­pre­sen­ta-la-clas­se, con la clas­se stes­sa: cioè “il nucleo pro­le­ta­rio arma­to” alla fine é “gli ope­rai”.
Ma c’é di più: al ter­mi­ne set­to­ria­le così “iso­la­to” si attri­bui­sco­no i valo­ri che sono pro­pri del­la clas­se nel suo insie­me e cioè: di ave­re un’o­mo­ge­nei­tà inter­na che può espri­me­re un’o­mo­ge­nei­tà di com­por­ta­men­ti quin­di una dire­zio­ne uni­ta­ria e per­lo­me­no nazio­na­le, una rap­pre­sen­tan­za orga­niz­za­ta. Bene o male, anche in Re Nudo, anche nel­l’i­deo­lo­gia del gran­de radu­no annua­le del pro­le­ta­ria­to gio­va­ni­le, c’e­ra e c’è die­tro que­sto sche­ma logi­co o meglio ideo­lo­gi­co. C’é biso­gno di que­sto sche­ma sen­nò entre­reb­be in cri­si “la poli­ti­ca” e “l’or­ga­niz­za­zio­ne”: se “la gen­te” non é rife­ri­ta alla “clas­se” va a far­si bene­di­re qual­sia­si discor­so orga­niz­za­ti­vo per­chè la “clas­se” si orga­niz­za (espri­me o subi­sce orga­niz­za­zio­ne), ma “la gen­te” non é det­to.
Ecco allo­ra che tut­ti i com­por­ta­men­ti devo­no esse­re rife­ri­ti alla clas­se. Ci casca anche il Mario Mie­li che (sem­pre su Pro­va Radi­ca­le) scri­ve: “for­se il pro­le­ta­ria­to, la clas­se rivo­lu­zio­na­ria sono le don­ne e gli omo­ses­sua­li; in Ita­lia alme­no non vedo altro, non cre­do che i maschi sia­no rivo­lu­zio­na­ri, e sen­to con­tra­ria alla mia liber­tà qual­sia­si azio­ne com­piu­ta dai maschi, anche se mi ren­do con­to che come appar­te­nen­te al ses­so maschi­le pos­so anco­ra esse­re mol­to con­tro­ri­vo­lu­zio­na­rio nei con­fron­ti del­le don­ne”.
Qui appa­re chia­ra anche la “gerar­chia degli stra­ti rivo­lu­zio­na­ri” che é impli­ci­ta den­tro ogni ricer­ca del “nuo­vo Sog­get­to”: il Più Oppres­so di Tut­ti, il Cri­stin­cro­ce di tur­no. Secon­do que­sta logi­ca il nuo­vo Sog­get­to sareb­be pro­ba­bil­men­te una vec­chia ex-ope­ra­ia negra schi­zo­fre­ni­ca e omo­ses­sua­le. Nel rife­ri­re alla clas­se tut­ti i com­por­ta­men­ti anti-isti­tu­zio­na­li anche Re Nudo non é sta­to da meno, a par­ti­re dal­la stes­sa impo­sta­zio­ne del gior­na­le (e so quel che dico aven­do­vi non poco con­tri­bui­to). Un’e­spres­sio­ne sin­te­ti­ca abba­stan­za chia­ra é sta­ta quel­la usa­ta da Roma­no Made­ra in un noto arti­co­lo: “la clas­se sfu­ma se non fuma”. Con que­sto egli pro­ba­bil­men­te inten­de­va dire, nel con­te­sto del­l’ar­ti­co­lo, che era neces­sa­rio pro­prio che la clas­se “sfu­mas­se”, ma la fra­se dice inve­ce l’op­po­sto e cioé che “fuma­re” é atti­vi­tà che con­tri­bui­sce a rin­sal­da­re la clas­se come uni­tà rivo­lu­zio­na­ria. E dato che per Made­ra “fuma­re” é soprat­tut­to “capi­re” e “ragio­na­re”, si potreb­be dire anche che l’at­ti­vi­tà razio­na­le (anche se inte­sa come sana pra­ti­ca cor­po­rea) é alla fine il Sog­get­to rivo­lu­zio­na­rio. Il che ha anche una sua par­te di veri­tà (assai par­zia­le) pur­ché non sia nuo­va­men­te rife­ri­to alla fan­to­ma­ti­ca “clas­se” che alla fine coin­ci­de­reb­be (ope­ra­zio­ne non nuo­va) con lo “Spi­ri­to Asso­lu­to” (o anche “la Mate­ria che pen­sa Se Stes­sa”).
Di qui anche non poche fru­stra­zio­ni per chi si recas­se a un festi­val pop per vede­re die­tro il pro­le­ta­ria­to gio­va­ni­le lo Spi­ri­to del Mon­do, anche per­ché sono seco­li che lo Spi­ri­to del Mon­do non si con­cen­tra più in un pun­to solo. (Eppu­re un noto idio­ta se ne uscì dopo il festi­val con que­sto com­men­to: “La gen­te sen­ti­va l’as­sen­za di una Welt­an­schauung”, al che un “pro­le­ta­rio gio­va­ni­le” ha aggiun­to: “Sì é vero, anche Alan Sti­vell e gli Stee­leye Span li ave­va­no pro­mes­si e inve­ce non c’e­ra­no”). Pro­via­mo inve­ce, nel­la sto­ria di que­sti die­ci anni di ricer­ca del nuo­vo Sog­get­to, a indi­vi­dua­re un cam­mi­no oppo­sto, inver­so: non quel­lo del­l’ag­gre­ga­zio­ne rivo­lu­zio­na­ria del­la clas­se attor­no al suo stra­to più avan­za­to e alla sua (sem­pre atte­sa) rap­pre­sen­tan­za, ma quel­lo del­la disgre­ga­zio­ne (del­lo sfu­ma­re) del­la clas­se attra­ver­so suoi stra­ti mar­gi­na­li al di là di ogni rap­pre­sen­tan­za. Pro­via­mo insom­ma a rileg­ge­re una sto­ria diver­sa del­la clas­se e del­le sue figu­re: l’o­pe­ra­io-mas­sa non é, in que­sto qua­dro, il sog­get­to che sosti­tuen­do­si all’o­pe­ra­io pro­fes­sio­na­le e alle ari­sto­cra­zie ope­ra­ie muta il segno rifor­mi­sta in rivo­lu­zio­na­rio e dà alla clas­se una “nuo­va uni­tà”. L’o­mo­ge­nei­tà del lavo­ro, la ripe­ti­ti­vi­tà, le gran­di aggre­ga­zio­ni d’uo­mi­ni, la fine del­la “qua­li­tà”, sono sì carat­te­ri­sti­che d’u­na nuo­va figu­ra ope­ra­ia, ma di una figu­ra ope­ra­ia ormai assi­mi­la­ta total­men­te al ciclo. Il “rifiu­to del lavo­ro” non sta den­tro que­ste carat­te­ri­sti­che ma “oltre”: é appun­to “la posi­zio­ne del Sog­get­to”. Da que­sto pun­to in poi il cam­mi­no del Sog­get­to non é affat­to nel­la dire­zio­ne di una più mar­ca­ta ade­ren­za al ciclo, di una sua inter­ni­tà che dovreb­be alla fine rias­su­mer­lo (rove­scia­to) in sé, ma é inve­ce nel­la sua pro­gres­si­va ester­ni­tà al ciclo, oltre il lavo­ro, oltre la pro­du­zio­ne, oltre la mer­ce. Appun­to ver­so il Sog­get­to. Ecco allo­ra la bana­li­tà, tan­to bana­le quan­to vera: e se il Sog­get­to fos­se pro­prio il sog­get­to, il sé, la per­so­na?
La clas­se in quan­to tale, l’o­mo­ge­nei­tà-lavo­ro ugua­le, non cer­ca una nuo­va rap­pre­sen­tan­za, né la pro­du­ce: la sua rap­pre­sen­tan­za isti­tu­zio­na­le, uni­ta­ria e nazio­na­le, espres­sa dal suo esse­re clas­se, é il Par­ti­to Ope­ra­io che diven­ta Sta­to Ope­ra­io. Qui, in Ita­lia, il PCI. La clas­se che si nega in quan­to clas­se é Sog­get­to, l’o­pe­ra­io che si nega come ope­ra­io é per­so­na. Ecco allo­ra per­ché il “Pro­le­ta­ria­to Gio­va­ni­le”. E’ nel­l’ul­ti­mo gra­di­no del­la sua mar­gi­na­liz­za­zio­ne rispet­to alla mac­chi­na che l’o­pe­ra­io tro­va la sua figu­ra lace­ra­ta tra la clas­se e la per­so­na. Il ter­mi­ne “pro­le­ta­ria­to gio­va­ni­le” espri­me que­sta ambi­va­len­za di dire­zio­ni, que­sta ambi­gui­tà: da una par­te un ter­mi­ne (“pro­le­ta­ria­to”) che riman­da alla col­lo­ca­zio­ne nel ciclo, dal­l’al­tra un ter­mi­ne (“gio­va­ni­le”) che riman­da alla real­tà del cor­po.
Il supe­ra­men­to del­l’am­bi­gui­tà è un pro­ble­ma più ampio di quel­lo del­l’a­bo­li­zio­ne del ter­mi­ne che nel­la sua impre­ci­sio­ne é in real­tà quan­to di più pre­ci­so ci sia. Il supe­ra­men­to del­l’am­bi­gui­tà può avve­ni­re in oppo­ste dire­zio­ni: l’as­sor­bi­men­to del secon­do ter­mi­ne nei pri­mo (del cor­po nel ciclo: ten­ta­ti­vo estre­ma­men­te tra­spa­ren­te per esem­pio attra­ver­so la cosi­det­ta “pomo­gra­fia” cioé ses­sua­li­tà-lavo­ro, ripe­ti­ti­vi­tà-effi­cien­za-pro­dut­ti­vi­tà-scom­po­si­zio­ne del­l’at­to ses­sua­le), o l’as­sor­bi­men­to del pri­mo nel secon­do che é poi il pro­ble­ma stes­so del­la rivo­lu­zio­ne: la nega­zio­ne del­la clas­se, del­la socie­tà del­le clas­si (capo­vol­gi­men­to del valo­re in uso, emer­gen­za del sog­get­to di con­tro all’og­get­to, del­la diver­si­tà-indi­vi­dua­li­tà con­cre­ta rispet­to all’o­mo­ge­nei­tà-uni­ver­sa­li­tà astrat­ta).
Ma den­tro que­sta secon­da pro­spet­ti­va il pro­ble­ma è la ricer­ca, l’al­lar­ga­men­to del­l’a­rea del­la coscien­za, la comu­ni­ca­zio­ne (per usa­re un ter­mi­ne vec­chio, la cul­tu­ra), non é l’or­ga­niz­za­zio­ne, l’al­lar­ga­men­to del­l’a­rea del­l’au­to­no­mia orga­niz­za­ta, la isti­tu­zio­na­li­tà spe­cu­lar­men­te oppo­sta quan­to ugua­le (cioé la poli­ti­ca). Il che non vuoi dire nega­re la dia­let­ti­ca tra i due estre­mi del­la que­stio­ne, ma vuol dire rico­no­sce­re che si trat­ta d’u­na dia­let­ti­ca del­le oppo­si­zio­ni, d’u­na dia­let­ti­ca scon­tro, e non può trat­tar­si d’u­na dia­let­ti­ca del­la ricom­po­si­zio­ne, del­l’u­ni­tà degli oppo­sti. Que­sta secon­da dia­let­ti­ca é pro­prio quel­la del­la per­pe­tua­zio­ne (con il sogno/​delirio del­l’or­ga­niz­za­zio­ne) del­le ambi­gui­tà non solo terminologiche.

b) Feli­ci­tà
Altra que­stio­ne rim­bal­za­ta da Par­co Lam­bro: il vero obiet­ti­vo sareb­be la feli­ci­tà, il pro­ble­ma gio­va­ni­le sta­reb­be tut­to qui: Feli­ci­tà. La sud­det­ta feli­ci­tà sareb­be poi divi­sa in due rami: a) occu­pa­zio­ne; b) sta­re bene insie­me (“crea­ti­vi­tà”). In ter­mi­ni anti­chi: panem et cir­cen­ses. E’ uno dei casi non rari in cui la sini­stra é destra: tra “panem et cir­cen­ses” e “ora et labo­ra” c’é solo una pic­co­la dif­fe­ren­za di otti­ca. Tan­t’é vero che Comu­nio­ne e Libe­ra­zio­ne ha avu­to paro­le di gran­de com­pren­sio­ne per l’e­si­gen­za di “feli­ci­tà” che emer­ge­va (“cer­to in for­me para­dos­sa­li”) da Par­co Lam­bro. E Comu­nio­ne e Libe­ra­zio­ne (C.L.) é l’im­ma­gi­ne spe­cu­lar­men­te oppo­sta di Lot­ta Con­ti­nua (L.C.).
Que­sta del­la Feli­ci­tà é la colom­ba o la cor­nac­chia estrat­ta dal cap­pel­lo a cilin­dro di chi pen­sa si deb­ba con­ti­nua­re sul­la stra­da del­l’am­bi­gui­tà, l’u­ni­ca stra­da che con­ser­vi qual­che aiuo­la di par­cheg­gio alle “orga­niz­za­zio­ni rivo­lu­zio­na­rie”. La Feli­ci­tà infat­ti, nono­stan­te per ori­gi­ne sia un ter­mi­ne pro­prio del “per­so­na­le” é qui assi­mi­la­ta al “poli­ti­co” e diven­ta quin­di feli­ci­tà ideo­lo­gi­ca che si espri­me in riti col­let­ti­vi (feli­ci­tà per il gover­no del­le sini­stre, giro­ton­di nudi, “pote­re a chi lavo­ra” gri­da­to tut­ti assie­me per non far pio­ve­re, gran­di radu­ni allie­ta­ti da taran­tel­le e chia­vi ingle­si nasco­ste sot­to le cami­cie nel caso che qual­che scon­si­de­ra­to non fos­se feli­ce e si bucas­se). Que­sta Feli­ci­tà, che è anche diver­ten­te per chi vi par­te­ci­pa, é l’ul­ti­ma masche­ra­ta del­la reli­gio­ne: é infat­ti più vici­na al cor­po che non la poli­ti­ca, pro­prio per­ché vuol esse­re la media­zio­ne tra il cor­po e la poli­ti­ca, la custo­de del­l’am­bi­gui­tà. Con l’i­ne­vi­ta­bi­li­tà del­l’e­va­sio­ne dal per­so­na­le. Se infat­ti si rima­nes­se nel­l’am­bi­to del­la per­so­na, la feli­ci­tà non potreb­be mai esse­re un obiet­ti­vo, dato che non si trat­ta d’al­tro che d’u­no sta­to par­ti­co­la­re e tem­po­ra­neo che esi­ste solo in quan­to ne esi­sto­no degli altri che han­no lo stes­so iden­ti­co valo­re euri­sti­co, ivi com­pre­so il dolo­re. Sul pia­no gene­ra­le inve­ce, la feli­ci­tà richie­de una sua defi­ni­zio­ne: non é più una con­di­zio­ne emo­ti­va, é il rive­sti­men­to di un con­te­nu­to pre­ci­so di cui trac­cia­re i con­fi­ni. E i con­fi­ni li trac­cia l’or­ga­niz­za­zio­ne: è l’or­ga­niz­za­zio­ne (pre­via assem­blea) che deci­de se é giu­sto esse­re feli­ci spian­do una don­na che piscia (no, non é giu­sto, non é fem­mi­ni­sta, non si deve fare), se é giu­sto esse­re feli­ci bat­ten­do le mani all toge­ther (sì, è giu­sto per­ché così “si par­te­ci­pa”).
Si trac­cia­no le con­di­zio­ni del­la feli­ci­tà, il si può fare e il non si può fare. Ma il pro­ble­ma che si dovreb­be por­re é: “per­ché sono feli­ce a fare que­sto o que­st’al­tro”, il che signi­fi­ca: “sen­tir­si”, dove le con­si­de­ra­zio­ni ogget­ti­ve avven­go­no den­tro un pia­no di cono­scen­za-ricer­ca dei limi­ti e del­le pos­si­bi­li­tà d’e­span­sio­ne del per­so­na­le. Por­re inve­ce, al con­tra­rio, la feli­ci­tà come obiet­ti­vo e “solu­zio­ne” del per­so­na­le (inve­ce che come ogget­to d’in­da­gi­ne) por­ta all’in­di­vi­dua­zio­ne del­le “con­di­zio­ni medie pos­si­bi­li e augu­ra­bi­li di feli­ci­tà ora e in que­sto luo­go” stan­te che la feli­ci­tà é un dove­re per­ché sei lì per quel­lo: ecco che allo­ra la “feli­ci­tà col­let­ti­va” si mani­fe­sta come asso­lu­ta impo­ten­za per­so­na­le e tota­le para­no­ia quan­do si è fuo­ri dal rito col­let­ti­vo. Il rito col­let­ti­vo con il suo uni­ver­so chiu­so di rego­le, vali­de per chi vi par­te­ci­pa, é la Feli­ci­tà: é il reci­pro­co rico­no­scer­si come iden­ti­ci, ugua­li agli altri. La diver­si­tà-indi­vi­dua­li­tà, la non par­te­ci­pa­zio­ne o il non gra­di­men­to del rito col­let­ti­vo, diven­ta così tout court emar­gi­na­zio­ne, soli­tu­di­ne, impo­ten­za.
“Nes­su­na sal­vez­za fuo­ri del­la Chie­sa”. Inve­ce d’es­se­re la “solu­zio­ne” all’e­mar­gi­na­zio­ne, la Feli­ci­tà come obiet­ti­vo gene­ra­le, “poli­ti­co”, la raf­for­za e la ricrea.

I RITI

I riti, man­co a dir­lo, sono riti di mer­ce. E lo dico sen­za scan­da­liz­zar­mi. Chi si scan­da­liz­za di soli­to é pro­prio chi pre­pa­ra il rito per­ché la mer­ce vi sia pre­sen­te, ma sfug­gen­te, vi sia esor­ciz­za­ta.
Ma per chi ha pre­sen­te che la mer­ce esi­ste, non è la mer­ce a costi­tui­re fon­te d’ir­ri­ta­zio­ne, é caso­mai il rito che vor­reb­be all’ap­pa­ren­za can­cel­lar­la men­tre la con­sa­cra. La mer­ce del caso non é infat­ti il pac­chet­to di Murat­ti o la pre­sen­za del divo x, o il mero “prez­zo” del pani­no. La mer­ce é il “rap­por­to di mer­ce”: é mer­ce-ideo­lo­gia (la poli­ti­ca), é mer­ce-cul­tu­ra (la musi­ca), é mer­ce-sog­get­to (il pal­co). Vedia­mo­la attra­ver­so alcu­ni suoi momen­ti sim­bo­li­ci al Lambro.

a) la mer­ce-poli­ti­ca anzi­tut­to: si pre­sen­ta all’in­gres­so del pra­to come stri­scio­ne-stand, libri rivi­ste pani­ni, tut­ti rigo­ro­sa­men­te di sini­stra e “ros­si” ma per­lo­più divi­si per grup­po. Feno­me­ni­ca­men­te uni­ti nel­l’im­ma­gi­ne: uno stand vale l’al­tro. La gen­te accet­ta il rap­por­to, com­pra il pani­no. Ma é trop­po caro. Il diva­rio tra valo­re di mer­ca­to e prez­zo impo­sto é trop­po. Esplo­de la con­trad­di­zio­ne del “prez­zo poli­ti­co”: il “prez­zo poli­ti­co” di soli­to ten­de a smus­sa­re il carat­te­re di mer­ce per­ché la pre­sen­ta come “ser­vi­zio”, come ogget­to d’u­so e non di “lucro”. Poi tut­ti san­no che den­tro v’é ugual­men­te con­te­nu­to quel­lo che meta­fo­ri­ca­men­te si chia­ma il “giu­sto pro­fit­to” (c’é un pro­fit­to “giu­sto”?), però psi­co­lo­gi­ca­men­te si pre­fe­ri­sce pre­scin­der­ne. Qui inve­ce il “prez­zo poli­ti­co” mostra la poli­ti­ca con un vol­to diver­so: quel­lo paras­si­ta­rio, quel­lo che si paga sul man­gia­re, anzi sul­l’a­van­zo del man­gia­re. Per di più la cosa è aggra­va­ta dal­la gestio­ne clien­te­la­re degli stand: chi é del grup­po o sim­pa­tiz­za col grup­po vie­ne gra­ti­fi­ca­to col pani­no miglio­re, chi é ester­no si pren­de la mer­da. Qual­cu­no di fron­te a tan­ta real­tà si incaz­za: “Com­pa­gni se voglio sot­to­scri­ve­re, sot­to­scri­vo, ma se voglio un pani­no non pote­te aggiun­ger­ci il prez­zo del­la sot­to­scri­zio­ne”. Riven­di­ca­zio­ne giu­sta. Rivo­lu­zio­na­ria? No. Sia­mo sem­pre den­tro il giu­sto prez­zo, il giu­sto pro­fit­to, la giu­sta mer­ce. Meno clien­te­le, insom­ma, e poi non é il moti­vo per cui sia­mo tut­ti uni­ti con­tro la D.C.? Qui con “giu­sto pro­fit­to” mol­ti inten­do­no nien­t’al­tro che il masche­ra­men­to poli­ti­co del­la mer­ce, lo Sta­to Ope­ra­io che sul valo­re con­ti­nua a vive­re, però lo chia­ma “ser­vi­zio”. Vie­ne il dub­bio che i più luci­di sia­no gli altri, i paras­si­ti. Ecco infat­ti uno che dice testual­men­te: “ce la pren­dia­mo per­ché i prez­zi degli stand sono trop­po alti, ma com­pa­gni non dimen­ti­chia­mo che que­sti sol­di diven­ta­no volan­ti­ni, mani­fe­sti, orga­niz­za­zio­ne, lot­ta di clas­se”. Applau­si. Mai fra­se fu più ben det­ta: i sol­di diven­ta­no volan­ti­ni, mani­fe­sti, lot­ta di clas­se.
Poten­za del­l’e­qui­va­len­te gene­ra­le! x ster­li­ne = 20 lib­bre di tela= 1 Bib­bia (dice­va Marx) = 400 volan­ti­ni = Xn lot­ta di clas­se, si può aggiun­ge­re). Insom­ma: la “poli­ti­ca” é den­tro il ciclo. La poli­ti­ca é mer­ce di scam­bio. La poli­ti­ca si paga sul lavo­ro. Chi vor­reb­be nascon­de­re il fat­to e fare “lo stand bene­fi­co”, paga­to con le sot­to­scri­zio­ni di qual­che miliar­da­rio “demo­cra­ti­co con­se­gun­te” (cioè: uno che paga per nascon­de­re a sé e agli altri la natu­ra di mer­ce dei rap­por­ti socia­li), non é rivo­lu­zio­na­rio: é un nostal­gi­co d’un rito labu­ri­sta che s’é rot­to, d’un tra­ve­sti­men­to del­la mer­ce che é cadu­to. La mer­ce c’é, e si vede. E que­sta mer­ce é la poli­ti­ca.
L’ul­ti­ma masche­ra del­la poli­ti­ca é quel­la del­l’Au­to­no­mia Ope­ra­ia. La poli­ti­ca qui si pre­sen­ta come anta­go­ni­sta alla mer­ce, si pre­sen­ta come espro­prio, nega­zio­ne appa­ren­te del rap­por­to di mer­ce: “non ti pago”. Ma que­sta nega­zio­ne in quan­to pre­scin­de dal carat­te­re spe­ci­fi­co del­la mer­ce (que­sta o quel­la, buo­na o cat­ti­va) cioè dal suo rea­le godi­men­to, nega pro­prio il suo lato con­cre­to, d’u­so, per affer­mar­ne il lato for­ma­le, l’a­strat­to valo­re. La loro “festa” é sem­pre rito di mer­ce. Assal­to ai pol­li e pol­li in ter­ra o get­ta­ti “alle mas­se” da qual­che pal­chet­to. I pira­ti ama­no il doblo­ne per­ché sot­to il doblo­ne ama­no il rap­por­to di pira­te­ria, il loro ruo­lo di espro­pria­ti-espro­pria­to­ri, la loro imma­gi­ne allo spec­chio (di subal­ter­ni­tà rove­scia­ta): di qui fili­bu­stie­re, di là gover­na­to­re. Si riap­pro­pria­no con la mer­ce, del rap­por­to di mer­ce. Non sfug­go­no al ciclo, ci si diver­to­no den­tro. La poli­ti­ca qui rag­giun­ge allo­ra il mas­si­mo ter­re­no di misti­fi­ca­zio­ne, tra­sfe­ri­sce la per­so­na total­men­te den­tro il rito del­la mer­ce (la per­so­na, se un pani­no fa schi­fo o più sem­pli­ce­men­te se non gli va, non lo toc­ca anche se é gra­tis, men­tre il mili­tan­te se ne appro­pria anche quan­do non ha fame per­ché ciò che ser­ve, di cui ha fame, non é il pani­no, ma é il rap­por­to di mer­ce ama­to-odia­to che il pani­no espri­me). Se biso­gna con­trat­ta­re il prez­zo del­la mer­ce oppu­re appro­priar­se­ne, é un pro­ble­ma del­la clas­se, é una varian­te den­tro il ciclo (non é in sé più rivo­lu­zio­na­ria o più coscien­te l’u­na cosa o l’al­tra). Il pro­ble­ma del­la per­so­na e del­la coscien­za rivo­lu­zio­na­ria, quel­la cioé che capo­vol­ge l’or­di­ne di cose esi­sten­te, é la rice­zio­ne del­l’og­get­to, cioé la sua e la mia “qua­li­tà” che entra­no in rap­por­to e come in que­sto rap­por­to pos­so far diven­ta­re la mer­ce-cibo sem­pli­ce­men­te cibo (gusto, nutri­men­to, pia­ce­re, non rap­por­to di clas­se) e la mer­ce-poli­ti­ca sem­pli­ce­men­te “libe­ri rap­por­ti uma­ni” (non pan­to­mi­ma spe­cu­la­re del rap­por­to di sfrut­ta­men­to). La mer­ce é là, non biso­gna aver­ne pau­ra, né esor­ciz­zar­la anche per­ché ci con­vi­via­mo: biso­gna fre­quen­tar­la, amar­la e assu­mer­la ma non come valo­re ben­sì come uso, rice­zio­ne, sti­mo­lo, godi­men­to, come insom­ma “qua­li­tà”, cioè ogget­to che si fa sog­get­to, “natu­ra” che si fa “coscien­za”. La mer­ce (l’ha det­to Marx) esce dal ciclo quan­do uno la man­gia, la con­su­ma, la usa, quan­do ridi­ven­ta “cosa” buo­na o cat­ti­va. Il rito-poli­ti­ca non può più per­met­ter­si di nascon­de­re que­sta real­tà, anche que­sta ambi­gui­tà al Lam­bro é sta­ta rivelata.

b) la “mer­ce-cul­tu­ra” in un Festi­val-pop vive prin­ci­pal­men­te come musi­ca. La pole­mi­ca con­tro la “musi­ca com­mer­cia­le” é vec­chia come il movi­men­to gio­va­ni­le e anch’es­sa mani­fe­sta lo stes­so pavi­do ten­ta­ti­vo di occul­ta­re la real­tà (in ciò é sta­ta mae­stra Stam­pa Alter­na­ti­va). La musi­ca, qual­sia­si musi­ca, in quan­to den­tro un rap­por­to di scam­bio. é mer­ce, é quin­di “musi­ca com­mer­cia­le”. Il pro­ble­ma vero é: que­sta musi­ca o quel­la musi­ca? Di nuo­vo, il pro­ble­ma é la sua rice­zio­ne, il suo uso. Di soli­to inve­ce si con­trap­po­ne alla “musi­ca com­mer­cia­le” la “musi­ca col­let­ti­va”, quel­la che cioé ricrea il rito. Musi­ca col­let­ti­va spon­ta­nea (tam­bu­ri bat­tu­ti in cer­chio fino alla noia) o musi­ca cosi­det­ta ” di par­te­ci­pa­zio­ne”. Que­sta secon­da é una del­le misti­fi­ca­zio­ni più gros­se che il “movi­men­to” abbia par­to­ri­to. Quan­do Elvis Pre­sley a Las Vegas duran­te l’e­se­cu­zio­ne di “Love me ten­der” scen­de­va dal pal­co a bacia­re le gio­va­ni e a far­si bacia­re, que­sta era par­te­ci­pa­zio­ne. Par­te­ci­pa­zio­ne a un rito, a un’i­den­ti­fi­ca­zio­ne col divo. Il truc­co di far bat­te­re le mani alla gen­te o di far­li can­ta­re in coro è noto alle suo­re quan­to, sem­pre in cam­po musi­ca­le, a Bing Cro­sby. In ger­go si dice che é una manie­ra per “risol­ve­re”: mol­ti can­tan­ti e grup­pi ten­go­no come pez­zo fina­le il pez­zo dal­la rit­mi­ca più ele­men­ta­re così la gen­te bat­te le mani, il pez­zo fini­sce in un cre­scen­do di applau­si, la gen­te applau­de il divo, il divo applau­de la gen­te, abbia­mo fat­to una bel­la festa in fami­glia e vi rega­lo pure il bis. La musi­ca del Lam­bro io l’ho sen­ti­ta fino alla noia, l’ho ascol­ta­ta e ria­scol­ta­ta dal vivo e sui nastri regi­stra­ti: ore e ore di musi­ca. Un’a­na­li­si par­ti­co­la­reg­gia­ta richie­de­reb­be un discor­so a par­te. Sin­te­tiz­zo e ven­go al noc­cio­lo del suo con­te­nu­to “ritua­le”. Alla musi­ca si chie­de­va di rap­pre­sen­ta­re l’u­ni­tà del­la gen­te del Lam­bro. Que­sto già costi­tui­va una pre­clu­sio­ne rispet­to all’a­scol­to: la musi­ca come espres­sio­ne e comu­ni­ca­zio­ne del grup­po x, come ricer­ca per­so­na­le, par­ti­va già com­pres­sa. Impos­si­bi­le che nep­pu­re si pre­sen­tas­se “alla ribal­ta” quel­la che si pre­sta­va alla scom­po­si­zio­ne del pub­bli­co, a “ribal­ta­re” una con­trad­di­zio­ne tra la gen­te. E’ inte­res­san­te nota­re in alcu­ne pre­sta­zio­ni musi­ca­li di livel­lo, quel­le per esem­pio del­la Taber­na Mylaen­sis, del Can­zo­nie­re del Lazio, di Don Cher­ry, di Toni Espo­si­to, come in gene­re i momen­ti di mag­gior “suc­ces­so”, indi­vi­dua­ti dal­la quan­ti­tà e dal calo­re degli applau­si e dei con­sen­si, sia­no inver­sa­men­te pro­por­zio­na­li alla qua­li­tà musi­ca­le espres­sa.
Ci sono degli ambi­ti d’a­scol­to dove si crea quel­la “giu­sta” ten­sio­ne psi­chi­ca e cor­po­ra­le, quel­la “comu­ni­ca­zio­ne” in cui la per­so­na che tra­smet­te qual­co­sa di sé dal pal­co rie­sce non solo a espri­mer­si pie­na­men­te, ma a “inven­ta­re”, a comu­ni­ca­re oltre i con­fi­ni pre­vi­sti e pre­fis­sa­ti, a sco­pri­re se stes­so, nuo­ve par­ti pri­ma all’o­scu­ro del­la pro­pria “musi­ca inte­rio­re”. Ci sono altre atmo­sfe­re, e que­sto era il Lam­bro, dove chia­ris­si­mo a tut­ti i musi­ci­sti era il fat­to che ogni libe­ra­zio­ne del per­so­na­le sareb­be sta­ta con­fu­sa con ego­ti­smo e quin­di s’a­ve­va da ricor­re­re ai truc­chi del mestie­re, al pez­zo faci­le e di sicu­ro effet­to, al gio­co di bot­te­ga, cioé alle risor­se del lavo­ro. Di nuo­vo: la mer­ce. Ogni ten­ta­ti­vo di sor­ti­ta ver­so dimen­sio­ni sono­re più godi­bi­li in un rap­por­to di per­so­ne, rilas­sa­te, emo­ti­ve, aper­te, era bol­la­to da indif­fe­ren­za o da cadu­ta di ten­sio­ne; men­tre ogni ripie­ga­men­to sul­la “par­te­ci­pa­zio­ne” fur­ba, sul­la pre­sen­ta­zio­ne “poli­ti­ca”, sul­la rit­mi­ca sem­pli­ce, sul­l’ef­fet­ti­smo, sul­la “mec­ca­ni­ca” pro­fes­sio­na­le, sul rito col­let­ti­vo susci­ta­to dal soli­to atto magi­co sem­pre ugua­le a se stes­so, era inve­ce coro­na­to dal­l’ap­plau­so, dal suc­ces­so e quin­di a sua vol­ta ripa­ga­to in mer­ce (dischi).
Ma c’è un livel­lo anche più pro­fon­do: da un paio d’an­ni a que­sta par­te c’é sta­ta in Ita­lia a livel­lo musi­ca­le, pilo­ta­ta dai festi­val pop, una gros­sa ripre­sa del­la rit­mi­ca: rit­mi­ca chia­ma cor­po, cor­po chia­ma ses­so. La cosa dovreb­be esse­re posi­ti­va. Senon­ché la matri­ce ori­gi­na­le di tut­to ciò nascon­de un’am­bi­va­len­za: c’é rit­mi­ca e rit­mi­ca, c’é quel­la del cor­po e c’é quel­la del lavo­ro. La musi­ca pri­mi­ti­va dove il lavo­ro é crea­ti­vo ed é lega­to al ciclo del­la ses­sua­li­tà, nascon­de que­sta ambi­gui­tà. Ma la musi­ca del nostro tem­po non può più celar­la. Nel­la stes­sa rit­mi­ca afri­ca­na e orien­ta­le d’al­tron­de, il rit­mo non è mero bat­ti­men­to, pul­sio­ne, ma é un vero e pro­prio lin­guag­gio, espri­me signi­fi­ca­ti, com­por­ta­men­ti, con­te­nu­ti uma­ni. La nostra musi­ca, soprat­tut­to quel­la ita­lia­na di ascen­den­za con­ta­di­na, espri­me tal­vol­ta attra­ver­so suo­ni ono­ma­to­pei­ci que­sti signi­fi­ca­ti (soprat­tut­to allu­sio­ni ero­ti­che), ma più spes­so riman­da a una signi­fi­ca­zio­ne di fon­do che é appun­to il lavo­ro, la scan­sio­ne del rit­mo di lavo­ro. Il ritua­le col­let­ti­vo é in que­sto caso scan­di­to da un gesto ripe­ti­ti­vo e ugua­le tra­smes­so da lavo­ra­to­re a lavo­ra­to­re. Ci si iden­ti­fi­ca in quan­to “lavo­ra­to­ri”.
Que­sta “musi­ca del lavo­ro” é inu­ti­le nascon­de­re che é sta­ta la matri­ce del­la musi­ca del­la sini­stra ita­lia­na. L’al­tra matri­ce anch’es­sa d’o­ri­gi­ne “popo­la­re” é la mar­cia, anch’es­sa a rit­mo costan­te, deci­so e scan­di­to, gesti ripe­ti­ti­vi e ugua­li, cioé la musi­ca mar­zia­le, che non é solo musi­ca del­l’e­ser­ci­to, ma anche musi­ca “di lot­ta”. Infi­ne la musi­ca da chie­sa, cora­le, ritua­le, impo­sta­ta anch’es­sa su un rit­mo costan­te, su fasi sem­pli­ci e ripe­ti­ti­ve, slo­gan. Appa­re già una dif­fe­ren­za sostan­zia­le dal­la rit­mi­ca afri­ca­na, orien­ta­le e, in par­te, afro-ame­ri­ca­na: qui pro­prio per un richia­mo cor­po­reo e/​o “col­to” più mar­ca­to, le varian­ti rit­mi­che si sovrap­pon­go­no e/​o tra­smu­ta­no le une nel­le altre. Inve­ce nel­la nostra rit­mi­ca, le varian­ti ten­do­no ad appiat­tir­si su un uni­co dise­gno bat­ten­te sem­pre ugua­le a se stes­so e per­ciò tan­to più coin­vol­gen­te. Ma si trat­ta di coin­vol­gi­men­to da “lavo­ro”, da “mili­zia” (anche in ser­vi­zio d’or­di­ne), o da “reli­gio­ne-ideo­lo­gia” (slo­gan rit­ma­to, doman­da-rispo­sta, rito sim­bo­li­co).
Se la musi­ca deve espri­me­re l’u­ni­tà poli­ti­ca del pro­le­ta­ria­to gio­va­ni­le, é ovvio che essa deve negar­si come musi­ca e ridur­si a “suo­no del ciclo”: lavo­ro, mili­tan­za e fede. Nel­lo stes­so tem­po la musi­ca espri­me in ter­mi­ni astrat­ti, media­ti, ma più vici­ni al cor­po, que­sti tre capi­sal­di del­la “coscien­za di clas­se” e quin­di a dif­fe­ren­za del­la poli­ti­ca si pre­sta meno alla rile­va­zio­ne del­la con­trad­di­zio­ne. E infat­ti al Lam­bro se la con­trad­di­zio­ne del­la poli­ti­ca si é espres­sa, quel­la del­la cul­tu­ra-musi­ca non si é espres­sa o si é espres­sa in ter­mi­ni vec­chi iden­ti­fi­can­do cioé come mer­ce solo la musi­ca che non trac­cia­va lega­me espli­ci­to con lavo­ro-mili­tan­za-fede, l’al­tra inve­ce era “musi­ca nostra”, era “par­te­ci­pa­zio­ne”: eppu­re si trat­ta­va spes­so d’u­na par­te­ci­pa­zio­ne allo stes­so rito poli­ti­co di mer­ce che s’e­ra in qual­che modo sma­sche­ra­to. Qui, nel­la musi­ca, l’am­bi­va­len­za é anco­ra da mostra­re, può anco­ra trat­tar­si d’un ter­re­no d’ap­pa­ren­te uni­tà. Il che per chi fa musi­ca e per chi ama la musi­ca costi­tui­sce un impe­gno a lot­ta­re in dire­zio­ne del­la scis­sio­ne, del­lo scio­gli­men­to del­l’am­bi­gui­tà, con­tro il “rito del lavo­ro” ver­so la “comu­ni­ca­zio­ne tra per­so­ne”. E anche al Lam­bro qual­cu­no c’é riu­sci­to. E non é poco.

c) la “mer­ce sog­get­to”. Se già pas­san­do dal­la “poli­ti­ca” alla “cul­tu­ra” la con­trad­di­zio­ne s’am­mor­bi­di­va e si cela­va, qui giun­ta alle soglie del­l’io, la con­trad­di­zio­ne si nascon­de­va pro­prio. La pul­ce nel­l’o­rec­chio m’é venu­ta dal­la soli­ta bana­li­tà feno­me­ni­ca: la gen­te ave­va pre­so il pal­co e si alter­na­va a par­la­re al micro­fo­no.
“Par­lo io, par­lo io”, “No toc­ca a me” e via a strap­par­se­lo. Vab­bé, mi dice­vo, é il soli­to pro­ble­ma del­le code. Poi ognu­no si presentava:“Sono un com­pa­gno di … “, oppu­re “sono un ope­ra­io…”: che noia ‘sti bigliet­ti da visi­ta. Poi “com­pa­gni” di qui, “com­pa­gni” di là. Ma che biso­gno c’é… Infi­ne il flash, l’ul­ti­ma scon­cer­tan­te osser­va­zio­ne. C’e­ra il micro­fo­no, ben due enor­mi alto­par­lan­ti acce­si, da super­grup­po, la gen­te tut­ta sot­to il pal­co pra­ti­ca­men­te a por­ta­ta di voce natu­ra­le. Eppu­re chi par­la­va al micro­fo­no urla­va. La mia stu­pi­da doman­da inte­rio­re era dun­que que­sta: il micro­fo­no é un raf­fi­na­to stru­men­to tec­no­lo­gi­co atto ad ampli­fi­ca­re le onde sono­re: la sua spe­ci­fi­ci­tà sta insom­ma nel fat­to che per­met­te di par­la­re a voce nor­ma­le e di far­si inten­de­re ugual­men­te a gran­di distan­ze. “Ma allo­ra per­ché urla­no?” Urla­re al micro­fo­no é un po’ come met­ter­si l’ap­pa­rec­chio acu­sti­co quan­do si ha un otti­mo udi­to, o anche come guar­da­re un ele­fan­te con la len­te d’in­gran­di­men­to. Eppu­re no, non é cosi.
A livel­lo di espres­si­vi­tà cor­po­ra­le nel­l’ur­lo al micro­fo­no s’e­spri­me l’i­stin­to di poten­za, il pote­re sugli altri. Tut­ti pic­co­li Char­lot che fan­no Hitler. Allo­ra: ave­va­no pre­so il pal­co o era­no sta­ti pre­si dal pal­co? Cos’é il pal­co, se non qual­co­sa che ti met­te sul­la testa degli altri, e per­ché l’os­ses­sio­ne di pren­der­lo se non per met­ter­si sul­la testa degli altri?
Que­sto é il gio­co del pal­co. Che é anche il gio­co del Sog­get­to. II Sog­get­to é colui che ha pote­re, e il pote­re é un pal­co. Ma i sog­get­ti muta­no e cam­bia­no, si alter­na­no a urla­re al micro­fo­no, il pal­co resta per­ché il pote­re è lui. Il Sog­get­to é una “Cosa”: il pal­co, e i sog­get­ti che si defi­ni­sco­no tali solo in vir­tù del­la dimen­sio­ne del pal­co sono sog­get­ti fan­ta­sma­ti­ci, sono per­so­nag­gi in cer­ca d’au­to­re. E’ il pal­co il vero Sog­get­to, é l’Au­to­re, quel­lo che ti pre­sta voce e atteg­gia­men­to e ti tra­smet­te gestua­li­tà. Anche qui: il pal­co, nono­stan­te tut­to, uni­sce. E’ l’u­ni­tà ritua­le che per­met­te l’as­sem­blea per­ché par­la­re in croc­chio o a due, a tre, a quat­tro, pare non sia comu­ni­ca­zio­ne inter­per­so­na­le “vera­ce”: la comu­ni­ca­zio­ne é assem­blea e il pal­co ne é il Sog­get­to, e il sog­get­to sin­go­lo si pen­sa tale solo quan­do si toglie dal­la sua sog­get­ti­vi­tà rea­le di per­so­na e si mostra come “figu­ra del pal­co”, per­ché la comu­ni­ca­zio­ne non é da per­so­ne a per­so­ne ma da “sog­get­to poli­ti­co” “coa­gu­lo di pote­re” “io urlan­te al micro­fo­no”, a “mas­se” “clas­se” “com­pa­gni”, uni­tà indi­stin­ta di altri “sog­get­ti poli­ti­ci” che anch’es­sa non s’e­spri­me in sguar­di, sen­sa­zio­ni tat­ti­li, paro­le chia­re o sot­tin­te­se, ma in urla applau­si e fischi (o lat­ti­ne). Ciclo del pote­re: la pol­ve­re e l’al­ta­re, con la pol­ve­re che da un momen­to all’al­tro ti può anche fini­re negli occhi. Altri non urla­va­no: era­no lì a usa­re un micro­fo­no, una strut­tu­ra casua­le per­ché in quel momen­to era lì che si comu­ni­ca­va e comu­ni­ca­va­no maga­ri rac­con­tan­do di sé, com’e­ra­no arri­va­ti al par­co, cosa gli era suc­ces­so. Quel­li sono sce­si dal pal­co come ci sono sali­ti: han­no par­la­to lì come altro­ve. Anche qui, qual­cu­no c’é riu­sci­to. E non é poco. Che sia­no sem­pre più sog­get­ti a par­la­re e sem­pre meno “sog­get­ti poli­ti­ci”, sem­pre più “per­so­ne”, e sem­pre meno “com­pa­gni”.

I testi delle scritte murali ‑1-

Abbas­so i bie­chi blu


-Non cre­do di esse­re tan­to cat­ti­vo, non mi con­si­de­ro depra­va­to o delin­quen­te, sia­mo poi sicu­ri che esi­ste un delin­quen­te? Sono uno dei tan­ti, men­tre tu leg­gi io ti pas­so accan­to o ti guar­do da un auto­bus. Sono uno dei tan­ti schia­vi ope­ro­si, dei tan­ti esse­ri cur­vi sot­to il peso dell’amarezza, dell’alienazione.Giulio
Sei uomo! Ami­co, è per te che sono rivo­lu­zio­na­rio

- Dirit­to alla gio­ia- Se lavo­ro sto male, se non lavo­ro è ugua­le

- No alla depres­sio­ne di clas­se, no al pote­re tri­ste

- A mor­te i bie­chi blu

- Pe’ fa ‘na vita meno ama­ra; me so com­pra­to ‘na lupa­ra…

- Creia­mo distrug­gen­do

- Come nel ’68? No, peg­gio, oggi c’è la cri­si

- II col­let­ti­vo India­ni Metro­po­li­ta­ni, suo­na i tam-tam per chia­ma­re a rac­col­ta tut­te le tri­bù più sel­vag­ge degli emar­gi­na­ti, dro­ga­ti, tep­pi­sti, frea­ket­to­ni. Lune­dì 14 alle 16 per un car­ne­va­le di festa e guer­ra in cit­tà. Custer boia

- Meglio l’erba che la tele­vi­sio­ne

- Ci han­no cac­cia­ti dall’università, ora ci pren­dia­mo la cit­tà

- Guver­nu talia­nu ti rin­gra­ziu­ca pi piscia­ri non si paga daziu­ca pi fari la bona caca­ta­non c’è biso­gnu da car­ta bul­la­ta

- Bom­bar­dia­mo il quar­tier gene­ra­le dell’imbecillità

- Più barac­che meno case- Pote­re padro­na­le

- India­ni orga­niz­za­ti, dirit­to di gio­ca­re, nel­le riser­ve non ci voglia­mo sta­re. Viva i sacri­fi­ci

- Voglia­mo le barac­che non le case

- Le per­so­ne sono sole per­ché costrui­sco­no muri inve­ce di pon­ti

- Noi man­gia­mo sand­wi­ches di real­tà

- Emar­gi­na­ti di tut­to il mon­do uni­te­vi e diver­ti­te­vi

- Tut­to il pote­re al vizio di clas­se – Sto male, scu­sa­te se non c’entra niente

I testi delle scritte murali ‑2-

Chiu­dia­mo I covi grigi


- Pro­vo­ca­to­ri sono i cor­pi sepa­ra­ti del­lo sta­to

- Por­ta­re l’attacco al cuo­re del­lo sta­to, tut­to il pote­re al pove­ro strip­pa­to

- Più lavo­ro meno sala­rio- Andreot­ti è ros­so, Fan­fa­ni lo sarà

- Legna legna legna, non smet­ter di legna­re, la gob­ba di Andreot­ti voglia­mo rad­driz­za­re

- Pro­ces­so all’università: con­dan­na­te le isti­tu­zio­ni, assol­ti i com­pa­gni

- Por­ci baro­ni paghe­re­te tut­to

- Fiche­ra

- Roma­ni por­ci baro­ni oggi pro­sciut­ti doma­ni

- No al nume­ro chiu­so, no alla meri­to­cra­zia, uni­ver­si­tà di mas­sa sen­za baro­ni, sen­za poli­zia, che svi­lup­pi cono­scen­ze lega­te alle lot­te e ai biso­gni del­la clas­se ope­ra­ia in cui ci sia la tota­le agi­bi­li­tà di mani­fe­sta­zio­ne poli­ti­ca Comi­ta­to di lot­ta con­tro le rifor­me

- Fuo­ri i baro­ni ros­si, bian­chi, neri o a pal­li­ni

- La poli­ti­ca è impos­si­bi­le e impos­si­bi­le chi la pra­ti­ca

- Poli­zia, cara­bi­nie­ri: assas­si­ni più di ieri- Andreot­ti, Ber­lin­guer, la repres­sio­ne con­ti­nua

- No al gover­no Ber­lin­got­ti

- Baro­ni, padro­ni, pom­pie­ri, aspi­ran­ti diri­gen­ti, topi di sezio­ne, oscu­ri buro­cra­ti, gen­te con la linea in tasca. For­se tra qual­che gior­no ce ne andre­mo e pro­ve­re­te a dimen­ti­ca­re tor­nan­do con: bache­che, cir­co­la­ri pro­ces­so demo­cra­ti­co, gior­na­li regi­stri, libri mastri, orpel­li spec­chiet­ti, pro­po­ste in posi­ti­vo ma azio­ni costrut­ti­ve, dele­ga­ti e mozio­ni (ma non rom­pe­te i coglio­ni)
Dire­te: era un fuo­co di paglia un’oscura mar­ma­glia sen­za proposizioni(ma non rom­pe­te i coglio­ni) ma tut­to que­sto non è sta­to inva­no noi non dimentichiamo…Per il vostro pote­re fon­da­to sul­la mer­da per il vostro squal­lo­re odio­so, spor­co e brut­to Paghe­re­te caro, paghe­re­te tut­to Col­let­ti­vo Resa dei con­ti, di Piaz­za Bolo­gna


- Cele­ri­ni e pom­pie­ri visi­te bre­vi- I baro­ni fan­no la cac­ca ros­sa

- Son tor­na­te le stre­ghe, son tor­na­ti gli stre­go­ni, Andreot­ti fuo­ri dai cojo­ni

- Chiu­dia­mo i covi di Cos­si­ga

- La rifor­ma Mal­fat­ti è una caca­ta enor­me

- Mal­fat­ti ti fare­mo lava­re i piat­ti, ma sen­za deter­si­vo per­ché hai fat­to il cat­ti­vo

- Ci hai rot­ti gover­no Ber­lin­got­ti

- Chiu­de­re i covi del ter­ro­re: Bot­te­ghe Oscu­re, Vimi­na­le, piaz­za del Gesù

- No alle dro­ghe elet­tri­che: la TV fa male. Affit­to pro­le­ta­rio = 100 % del sala­rio

- Cat­to­li­ci cri­stia­ni per voi non c’è doma­ni, son nati i nuo­vi nero­nia­ni

- Tan­te cro­ci per tan­ti ciel­li­ni

- Por­ta­re l’attacco al cuo­re del papa­to, atten­ti arri­va il chie­ri­chet­to arma­to

- 11 feb­bra­io: i com­pa­gni han­no cele­bra­to l’anniversario ruban­do nel­la cap­pel­la uni­ver­si­ta­ria.

- Clo­ro al cle­ro

- Ero al cle­ro La fan­ta­sia al pote­re

- Se tut­ti quel­li del PCI si met­tes­se­ro in fila e si pas­sas­se­ro paro­la, alla fine direb­be­ro tut­ti la stes­sa cosa

- La rivo­lu­zio­ne è una cosa seria e si fa con alle­gria.

- Amo­re, amo­re, amo­re, fam­mi veni­re, venia­mo insie­me con la rivo­lu­zio­ne

- Pro­vo­ca­te emo­zio­ni

- Colo­ria­mo i pen­sie­ri e bal­lia­mo­ci attor­no

- Pote­re dro­me­da­rio

- La rivo­lu­zio­ne è una festa o non si fa

- Ripren­dia­mo­ci il mon­do- … e sarà una risa­ta che vi spaz­ze­rà via

- Ciò che non cam­bia è la volon­tà di cam­bia­re

- Liber­tà dal cono­sciu­to

- Cutret­to­lia­mo­ci la vita. ( Nucleo cutret­to­le­si gio­che­rec­ci)

- No all’ideologia, si alla comu­ni­ca­zio­ne

- Suc­ce­de di tut­to oggi­gior­no, il sole è una fem­mi­na e il maschio è la luna

- II colo­re dei pen­sie­ri è il colo­re dell’universo le situa­zio­ni con­tin­gen­ti lo tin­go­no di ros­so- Con­tro la depres­sio­ne fate la rivo­lu­zio­ne

- Oggi non sono sta­ta tri­ste non voglio esser­lo mai più

- Chiu­dia­mo i covi gri­gi che stan­no a Palaz­zo Chi­gi

- Gero­ni­mo, Kocis, Nuvo­la Ros­sa tut­ti i gio­va­ni alla riscos­sa

- Affin­chè la mor­te ci tro­vi vivi e la vita non ci tro­vi mor­ti

- Liber­tà per i bidel­li ingab­bia­ti

- È bel­lo esse­re famo­si ano­ni­ma­men­te

- We love you Amen­do­la con le orec­chie a sven­do­la

- No allo spon­ta­nei­smo, si alla spon­ta­nei­tà

- Devi inven­ta­re un mon­do nuo­vo di colo­re tur­chi­no

- Quan­do la mer­da acqui­ste­rà valo­re i pove­ri nasce­ran­no sen­za culo

- Duran­te la comu­ne di Pari­gi, i comu­nar­di pri­ma di spa­ra­re alla gen­te, spa­ra­ro­no a tut­ti gli oro­lo­gi di Pari­gi e li fran­tu­ma­ro­no, vole­va­no fer­ma­re il tem­po degli altri, dei padro­ni. Oggi davan­ti a me al di là del­le vostre fac­ce io vedo una masche­ra…

- 500.000 ore, 35 lire, que­sta è la ver­ten­za che dob­bia­mo apri­re

- Pipe ai pen­sio­na­ti, can­ne ai ragaz­zi­ni, nuclei scon­vol­ti clan­de­sti­ni

- La fan­ta­sia distrug­ge il pote­re

- L’ironia rivo­lu­zio­na­ria

- Sia­mo rea­li­sti chie­dia­mo l’impossibile, RIVOLUZIONE

- Orga­niz­zia­mo la nostra rab­bia, occu­pa­re è bel­lo. Non trop­po

- Vam­pi­ri di tut­to il mon­do uni­te­vi

- Non voglia­mo uni­ver­si­tà puli­te ma giu­ste

- Vole­te far­ci vive­re stri­scian­do e pian­gen­do, meglio alzar­si e mori­re riden­do

- L’inferno è ros­so il para­di­so lo sarà

- La rivo­lu­zio­ne si fa con le bol­le di sapo­ne. Meglio una fine spa­ven­to­sa che uno spa­ven­to sen­za fine

- Pote­re a nes­su­no

- Toglia­mo le ser­ra­tu­re dal­le por­te, le por­te dai car­di­ni

- Pro­le­ta­ria­to nostro, che sei in fab­bri­ca, sia affer­ma­ta la tua ege­mo­nia ven­ga la tua dit­ta­tu­ra sia fat­ta la tua linea cosi in fab­bri­ca come nel­la scuo­la dac­ci oggi il nostro col­let­ti­vo quo­ti­dia­no rimet­ti a noi il nostro movi­men­to di mas­sa come noi ti rimet­tia­mo la dire­zio­ne com­ples­si­va non ci indur­re in fra­zio­ne ma libe­ra­ci dal­la guar­dia estre­ma

- Costo­ro sono nati per una vita che resta da inven­ta­re nel­la misu­ra in cui han­no vis­su­to, è per que­sta spe­ran­za che han­no fini­to con l’uccidersi…

I testi delle scritte murali ‑3-

Comu­ni­smo e/​o barbarie


Appe­sa sui muri del­la ‑facol­tà di Let­te­re ver­so la metà perìo­do del­l’oc­cu­pa­zio­ne, que­sta rifles­sio­ne fan­ta­po­li­ti­ca del col­let­ti­vo Scim­mia d’o­ro, dal tito­lo Comu­ni­smo e/​o bar­ba­rie, descri­ve l’oc­cu­pa­zio­ne ed i suoi svi­lup­pi visti, a distan­za di mol­ti anni, ormai come una favo­la.
Il mani­fe­sto si chiu­de però con un bru­sco ritor­no alla real­tà ed ai suoi pro­ble­mi, fino alla neces­si­tà, “tut­ta comu­ni­sta,” di “ritro­va­re la dura coe­ren­za del­la scien­za del­le cose”.


Essi si stan­zia­ro­no nel­la riser­va il 2 feb­bra­io 1977 (secon­do il vec­chio calen­da­rio) anno 1 del­la Gran­de Occu­pa­zio­ne.
Tale atto (che oggi vie­ne ricor­da­to nel­la cele­bra­zio­ne del­la S.S. Occu­pa­zio­ne dell’Università) fu subi­to com­pre­so nel­la sua essen­za non di tran­si­to­ria mani­fe­sta­zio­ne ben­sì di defi­ni­ti­va scel­ta di vita (alcu­ni sto­ri­ci oggi riten­go­no che qual­che devian­te nei pri­mi tem­pi del­la Gran­de Occu­pa­zio­ne soste­nes­se che que­sta costi­tuis­se un mez­zo e non un fine; noi ovvia­men­te non accet­tia­mo una simi­le assur­da ipo­te­si).
Nei pri­mi gior­ni dell’Occupazione dell’Università alcu­ni di Essi, in accor­do con le teo­rie del nostro stu­dio­so napo­le­ta­no Gio­vam­bat­ti­sta Vico, riten­ne­ro che il feno­me­no dell’Occupazione doves­se inse­rir­si all’interno di un cicli­co decen­na­le ripe­ter­si di avve­ni­men­ti lega­ti al magi­co nume­ro di 68.
Il Pec­chio­li (noto filo­so­fo e poli­ti­co del­la cui pro­du­zio­ne ci riman­go­no pur­trop­po solo pochi fram­men­ti) pare soste­nes­se, in una sua pode­ro­sa ope­ra di dodi­ci volu­mi, trat­tar­si di “poche deci­ne di pro­vo­ca­to­ri”.
Ora non sap­pia­mo esat­ta­men­te qua­li pre­zio­si con­cet­ti nascon­des­se que­sta ardi­ta meta­fo­ra, è cer­to però che solo gra­zie allo sfor­zo orga­niz­za­ti­vo e teo­ri­co dell’organizzazione che il Pec­chio­li gui­da­va Essi riu­sci­ro­no a por­ta­re a ter­mi­ne la gran­de Occu­pa­zio­ne.
Ci riman­go­no, è vero, dei fram­men­ti da cui potreb­be sem­bra­re che anche altre orga­niz­za­zio­ni poli­ti­che con­tri­buis­se­ro al suc­ces­so dell’iniziativa, ma sia i loro stra­ni nomi (Ao; Pdup; Lc) sia la man­can­za di ogni riscon­tro sto­ri­co sul­la loro effet­ti­va pre­sen­za nel XX seco­lo (secon­do il vec­chio calen­da­rio) ci fa rite­ne­re piut­to­sto che si trat­ti solo di sim­bo­li fone­ti­ci di chis­sà qua­li meta­fi­si­ci con­cet­ti.
La gran­de intui­zio­ne che Essi ebbe­ro è che non si potes­se abbat­te­re il siste­ma bor­ghe­se sen­za distrug­ge­re anche tut­ti quei valo­ri, quei com­por­ta­men­ti bor­ghe­si che, con­fi­na­ti nel­la sfe­ra del “per­so­na­le”, era­no sta­ti da tut­ti rite­nu­ti non degni di men­zio­ne.
Il comu­ni­smo non era dun­que solo l’autogoverno dei pro­dut­to­ri ma era anche la sco­per­ta del­la pro­pria ses­sua­li­tà, il dirit­to a gode­re, a gio­ca­re, il trion­fo del prin­ci­pio del pia­ce­re sul prin­ci­pio del­la real­tà.
E i gelo­ni del­la clas­se ope­ra­ia? Sareb­be­ro scom­par­si anche quel­li, per­ché l’impossibile era rea­li­sti­co.
Pur­trop­po Essi si divi­se­ro subi­to in due gran­di fazio­ni: colo­ro che vole­va­no orga­niz­zar­si con la logi­ca e colo­ro che vole­va­no orga­niz­zar­si con la fan­ta­sia (fu solo nel Gran­de Con­ci­lio di Let­te­re che ven­ne defi­ni­to il Miste­ro del­la San­ta Orga­niz­za­zio­ne).
Se oggi ci sfug­go­no i ter­mi­ni di tali sot­ti­li disqui­si­zio­ni non dob­bia­mo cre­de­re che essi si per­des­se­ro a lun­go in vane dispu­te: deci­se­ro di non organizzarsi.Nel frat­tem­po il Pote­re con inu­si­ta­ta soler­zia die­de ini­zio alla costru­zio­ne del­la nuo­va facol­tà di Inge­gne­ria, la cui rea­liz­za­zio­ne (del­la qua­le mol­ti dispe­ra­va­no) gia­ce­va da mol­to tem­po nel lim­bo dei pro­get­ti, poi furo­no anche altre facol­tà; ben pre­sto (nel giro di pochi mesi) all’insaputa di tut­ti, fu ter­mi­na­to un nuo­vo com­ples­so uni­ver­si­ta­rio nel­la peri­fe­ria del­la cit­tà.
Gli stu­den­ti vi pre­se­ro pre­sto le nuo­ve lezio­ni nel­le nuo­ve facoltà.Intanto Essi, tra­va­glia­ti da mol­te­pli­ci divi­sio­ni inter­ne, ave­va­no deci­so di rin­chiu­der­si nel­la vec­chia uni­ver­si­tà fino a quan­do non fos­se­ro riu­sci­ti a defi­ni­re se il colo­re dell’Utopia doves­se esse­re il blu tur­che­se (come soste­ne­va l’ala più mode­ra­ta) o il blu di Prus­sia (come soste­ne­va l’ala più intran­si­gen­te).
Il Pote­re cosi ebbe tut­to il tem­po di fare eri­ge­re un muro attor­no all’università che diven­ne la Riser­va La spe­ran­za era che Essi si estin­gues­se­ro len­ta­men­te, ma ina­spet­ta­ta­men­te Essi ini­zia­ro­no a ripro­dur­si anche in cat­ti­vi­tà. Solo alla ter­za gene­ra­zio­ne (ver­so il 50 d.O.) qual­cu­no si accor­se del Muro, qual­cu­no (di cui poi non si sep­pe più nul­la) dis­se che i vec­chi si era­no accor­da­ti con il Pote­re per costrui­re il Muro.
In bre­ve però ci si abi­tuò al Muro e gli ulti­mi di Essi chie­se­ro a tut­ti di cre­de­re con un atto di fede nel Mon­do Ester­no.
Pare risal­ga­no a que­gli anni alcu­ni riti, patri­mo­nio che Essi tra­man­da­ro­no ai loro figli (secon­do alcu­ni sto­ri­ci tra­mi­te iscri­zio­ni mura­li che sareb­be­ro poi sta­te can­cel­la­te dall’azione ero­si­va del­le intem­pe­rie) e da que­sti, di gene­ra­zio­ne in gene­ra­zio­ne, fino ai gior­ni nostri; già da allo­ra i più gio­va­ni resta­va­no affa­sci­na­ti dal­le magi­che for­mu­le di que­sti ritua­li (p.e. “casa scuo­la fab­bri­ca e quar­tie­re, la nostra lot­ta è per il pote­re” oppu­re “stu­den­ti e ope­rai uni­ti nel­la lot­ta”); di che ses­so biso­gna­va, ad esem­pio, con­si­de­ra­re “l’operai”” miti­ca enti­tà miste­rio­sa che ricor­re­va in tan­te for­mu­le? Le radi­ci di una rivol­ta.
L’unica rego­la che reg­ge­va la comu­ni­tà era il dover esse­re feli­ci. Tut­ti gli sto­ri­ci sono una­ni­mi nell’affermare che in nes­su­na sede si pose mai il pro­ble­ma di ricer­ca­re le cau­se, i per­ché dell’infelicità.
Pare che bastas­se dire di voler esse­re feli­ci per esser­lo auto­ma­ti­ca­men­te; secon­do alcu­ni sem­bra però che talu­ni dot­ti spie­gas­se­ro l’infelicità ricor­ren­do ad una enti­tà meta­fi­si­ca chia­ma­ta “Capi­ta­li­smo” (che pare si ricol­le­gas­se all’entità miste­ri­ca “ope­ra­io” ricor­ren­te nei riti); ma tali astra­zio­ni, che non era­no alla por­ta­ta di tut­ti, rima­se­ro nell’ambito di ristret­ti cena­co­li che pre­sto si estin­se­ro sen­za lascia­re trac­cia di sé.
I pochi dis­si­den­ti che mostra­ro­no di non esse­re feli­ci e di non sen­tir­si del tut­to a loro agio furo­no con­si­de­ra­ti sospet­ti.
Non esi­sto­no docu­men­ti che testi­mo­ni­no resi­sten­za di rap­por­ti di qual­sia­si tipo col Mon­do Ester­no; gli sto­ri­ci sono una­ni­mi nel nega­re che ce ne sia­no mai stati.

I testi delle scritte murali ‑4-

La sto­ria ci uccide


- II mon­do sarà la nostra oasi

- Orga­niz­zia­mo la nostra rab­bia

- Le spran­ghe di fer­ro nel ’68, nel ’77 le P. 38

- Un’av­ven­tu­ra comin­cia­ta un cer­to gior­no e fini­ta in un altro con idee che non sono pro­prio le stes­se

- Spiaz­za­ti dal­la piaz­za.

- Occu­pan­ti, disoc­cu­pa­ti, fem­mi­ni­ste, stu­den­ti medi, pre­ca­ri, ecce­te­ra… le sepa­ra­zio­ni ci divi­do­no sem­pre più e sia­mo mag­gior­men­te con­trol­la­ti. Que­sta lot­ta rischia di fal­li­re se mi rico­no­sco solo come stu­den­tes­sa e lot­to per la rifor­ma Mal­fat­ti, cosi fal­li­sco se, come don­na, rico­no­sco il fem­mi­ni­smo un meto­do di libe­ra­zio­ne di me come indi­vi­duo
Una com­pa­gna

- I por­ci han­no per­so le ali.
La com­pa­gna Lidia Rave­ra ha scrit­to un arti­co­lo calun­nio­so e pro­vo­ca­to­rio su un set­ti­ma­na­le di Mon­da­do­ri (Pano­ra­ma). I com­pa­gni e le com­pa­gne di azio­ne ne esco­no come per­so­nag­gi deli­ran­ti non solo ma anche come anti­co­mu­ni­sti!
Lidia Rave­ra abi­tua­ta a mer­ci­fi­ca­re le sue emo­zio­ni (vedi suc­ces­so pilo­ta­to dal­la stam­pa bor­ghe­se) cer­ca di tra­sfor­ma­re in mer­ce le nostre lot­te, le nostre con­trad­di­zio­ni. È tut­to mol­to gra­ve per­ché Lidia si dice com­pa­gna e fem­mi­ni­sta. Che signi­fi­ca per lei esse­re com­pa­gna? Mer­ci­fi­ca­re il culet­to di Anto­nia? (il film in lavo­ra­zio­ne costa 600.000.000), o offen­de­re com­pa­gni non da india­ni ma da squa­dri­sti, e la coper­ti­na di “Pano­ra­ma” con i com­pa­gni con i basto­ni in mano!? For­se è pro­prio vero che, come dice­va un com­pa­gno, il libro Por­ci con le ali lo han­no scrit­to Susan­na Agnel­li e Ugo La Mal­fa

- a) Com­pa­gna che duri anche dopo l’oc­cu­pa­zio­ne
b) Fare discor­si meno fuso­ni ma più con­cre­ti
c) Espri­mer­si in tut­ti i modi (oltre que­ste caz­za­te)
d) Vive­re tut­te le con­trad­di­zio­ni pos­si­bi­li ed imma­gi­na­bi­li
e) Risol­ver­le
f) Capi­re per­ché vado d’ac­cor­do solo con quel­li che chia­ma­no inet­ti
g) Con­vin­cer­mi se lo sia­no effet­ti­va­men­te
h) Deci­de­re se esse­re mat­to anch’io e rima­ner­ci sem­pre
i) Abo­li­re tut­ti i “non si deve“
1) Scu­sar­mi con quel­li che si sono sor­bi­ti que­sta lista.

- Ora sap­pia­mo cosa fare, lot­ta­re per crea­re

- Marx non è un fetic­cio

- L’u­ni­ver­si­tà è final­men­te nostra, godia­mo­ci l’oc­cu­pa­zio­ne, no alla pre­oc­cu­pa­zio­ne

- Com­pa­gni, que­sto non è più il ’68, que­sto è il 1977