Gianfranco Manfredi, già del Gruppo Gramsci e ora redattore di “Re Nudo”, è un autore «dell’area dell’autonomia», intendendo con questo termine non una delimitazione di confini politici di organizzazione quanto piuttosto l’indicazione di un riferimento e di un’ispirazione a comportamenti, idee, clima culturale in qualche modo omogenei. La sua presenza in questa antologia non risponde semplicemente a un’esigenza di completezza (dar voce anche a questa componente dell’area politica di sinistra) ma è motivata dalla qualità del suo lavoro. La sua produzione infatti, seppure contraddittoria e approssimativa, ha una sua originalità e ricchezza di intuizioni. Si può dire che Manfredi non copia nessuno dei più vecchi ed esperti autori politici (cosa rarissima), ed è difficile collocarlo nei filoni tradizionali del canto militante contemporaneo; questo anche per l’eterodossia del patrimonio culturale dell’area politica a cui appartiene e di cui il suo ultimo lavoro (Ma non è una malattia) è fedele espressione. È un patrimonio culturale che meriterebbe un’analisi approfondita non perché particolarmente complesso (anche chiamarlo «patrimonio» è probabilmente eccessivo, non trattandosi di alcunché di definito e di consolidato) ma perché singolarmente contraddittorio rispetto ai consueti riferimenti culturali della sinistra riformista e di quella rivoluzionaria. Un’area politica, quella a cui Manfredi appartiene, che, nata in radicale e diretta contrapposizione alla sinistra nel suo complesso, era inevitabile rompesse radicalmente anche col retroterra ideologico di quella; tale rottura ha proceduto su due itinerari diversi ma, infine e singolarmente, coincidenti: il primo è quello del recupero del giovane Marx (quello dei Manoscritti economico-filosofici, per intenderci, della Sacra famiglia, dell”Ideologia tedesca), quello che scrive della necessità per l’uomo di riappropriarsi di «tutti i rapporti umani che ha con il mondo, vedere, udire, odorare, gustare, toccare, pensare, intuire, sentire, volere, agire, amare; in breve: tutti gli organi che costituiscono la sua individualità»; è un recupero non inutile, e perché si tratta di un Marx che il marxismo tradizionale ha censurato e mutilato, e perché in questo recupero si esprime la volontà di larghe masse di riconoscere i propri bisogni e i propri desideri dentro un’ispirazione collettiva, dentro un quadro di riferimento che è quello della concezione materialistica del mondo. Il secondo itinerario è quello del recupero della grande cultura non marxista di questo secolo per ritrovarci il filo conduttore di un discorso sull’uomo totale e annetterlo alla nuova cultura rivoluzionaria in formazione e in trasformazione. Da qui, una rilettura di Breton, Freud, Kafka, Nietzsche, Artaud, Adorno, Lacan e il ripensamento sul surrealismo e l’irrazionalismo, sul decadentismo e l’esistenzialismo. La coincidenza tra i due itinerari non è certo facile e può comunque avvenire solo a prezzo di contraddizioni anche laceranti; ma questo non appare un limite a chi intende fare di questa «nuova cultura», innanzitutto, terreno di contrasti e di conflitti; i limiti veri sono rappresentati dal possibile schematismo nell’opporre, alla resa dei conti, Marx giovane a Marx vecchio, Marx umanistico e Marx economicista, o addirittura Marx sensuale a Marx asessuato, da una parte; e dall’altra di ripetere il vecchio discorso riformista (un’altra consueta forzatura del marxismo) sulla possibilità per la cultura della classe operaia di assumere e sintetizzare tutta la grande cultura della borghesia («La cultura rivoluzionaria come continuazione di tutta la storia della cultura delle classi dominanti», come scriveva Occhetto dieci anni fa caricaturizzando Lenin). Il che poi, sul terreno della cultura quotidiana intesa come gusti, scelte, orientamenti, porta ad affastellare indiscriminatamente, nel giudizio positivo, Sergio Leone e Peckinpah, II portiere di notte e Ultimo tango, Easy Rider, Dario Fo, Carmelo Bene, Paolo Poli, Giorgio Gaber e Kerouac (vedi la canzone Quarto Oggiaro Story, che non è solo una canzone ironica); e, ridotto in termini ancora più spiccioli, fa scrivere alla rivista «Rosso»: “A noi invece piacciono i film western, quelli della crisi, il teatro-provocazione (quando lo è veramente), il rock, i fumetti più illogici possibile, i libri senza martiri e senza eroi, la riscoperta del proprio corpo, della immaginazione e della fantasia, ci piace il whisky e il comunismo lo pensiamo come una cosa molto lussuosa dove nessuno starà a piedi nudi su una zolla di terra a sudare piscia e sangue». Tutto ciò si ritrova anche nei testi di Manfredi, detto con sapienza e dolcezza maggiori. Il risultato, musicale e letterario, ci sembra – al di là del nostro radicale dissenso – quanto di meglio 1′ «area dell’autonomia» ha prodotto in campo culturale. L’ingenuità e le leziosità, gli schematismi e le rozzezze che pure ci sono – e sono numerosi – non annullano, in sostanza, il carattere di novità del lavoro di Manfredi; e la sua coerenza nel voler esprimere in canzone il suo (loro) modo di coniugare il personale e il politico, «la curva dei fianchi» e «il mitra lucidato», «i momenti di ubriachezza» e «la fine dello Stato».
Discografia: Per lo Spettro: La crisi, 1972. Per l’Ultima spiaggia: Ma non è una malattia, 1976. Per La poiana: Liberiamo, 1976. Alla composizione delle canzoni di Manfredi hanno collaborato Ricky Gianco e Giuliano Illiani.
Ma chi ha detto che non c’è
Sta nel fondo dei tuoi occhi Sulla punta delle labbra, sta nel corpo risvegliato nella fine del peccato Nella curva dei tuoi fianchi Nel calore del tuo seno Nel profondo del tuo ventre Nell’attendere il mattino. Sta nel sogno realizzato, sta nel mitra lucidato. Nella gioia e nella rabbia, nel distruggere la gabbia Nella morte della scuola, nel rifiuto del lavoro Nella fabbrica deserta, nella casa senza porta Sta nell’immaginazione, nella musica sull’erba, sta nella provocazione, nel lavoro della talpa, nella storia del futuro , nel presente senza storia, nei momenti di ubriachezza, negli istanti di memoria. Sta nel nero della pelle, nella festa collettiva, sta nel prendersi la merce, sta nel prendersi la mano, nel tirare i sampietrini, nell’incendio di Milano, nelle spranghe sui fascisti nelle pietre sui gipponi Sta nei sogni dei teppisti e nei giochi dei bambini, nel conoscersi del corpo, nell’orgasmo della mente, nella voglia piu’ totale, nel discorso trasparente. Ma chi ha detto che non c’e’. Sta nel fondo dei tuoi occhi Ma chi ha detto che non c’e’. Sulla punta delle labbra Ma chi ha detto che non c’e’. Sta nel mitra lucidato
Ma chi ha detto che non c’e’. Nella fine dello Stato C’e’, si’ c’e’ Ma chi ha detto che non c’e’.
Ma non è una malattia
Mi hanno detto: sei scoppiato come ti sei rovinato dimagrito, sembri quasi uno zombie …sarà colpa delle notti che ho passato ad aspettare cose che forse dovevano arrivare. Ma non è una malattia no, non è una malattia e non è una malattia malattia. E mia madre m’ha guardato dice: come sei finito! cosi in basso non t’avrei pensato mai… Sì ma in basso puoi scoprire le sottili incrinature che non puoi studiare all’Università. Ma non è una malattia no, non è una malattia e non è una malattia malattia. Mi hanno detto: il tuo vestito sembra veramente usato non ti cambi mai, mi sembri proprio giù. Beh scusatemi ragazzi, oggi non ho altro da pensare ho il mio abito di dentro da cambiare. Ma non è una malattia no, non è una malattia e non è una malattia malattia. Mi hanno detto: il tuo lavoro non è una cosa sicura ogni mese cambia e dopo che farai? Forse sono un pò svanito ma il domani non esiste e quest’oggi io non voglio essere triste. Ma non è una malattia no, non è una malattia e non è una malattia malattia.
Quarto Oggiaro Story
T’ho incontrata a Quarto Oggiaro davanti al Supermarket saccheggiato (oh ye) avevi in tasca una scatola di tonno dello Wyoming… si vede che la tua coscienza politica era scarsa… lo ci ho qua il bourbon, io ci ho qua il vischi io ci ho qua il caviale che a differenza del tonno non fa male, lo questa sera mi bevo lo champagne circondato da quattro compagne… Mentre tu te mange ‘o tonno con quel fesso di Totonno
Ti ho incontrata alla prima visione, dopo l’appropriazione. Tu hai visto un Franchi ed lngrassia mentre lì vicino facevano un film inchiesta sulla CIA. Eh ma la tua coscienza politica è proprio scarsa lo ho visto il Bertolucci, ho visto la Cavani S. Francesco e i sette nani vestiti da nazisti ho visto Scapponsanfan’ dei fratelli Taviani, C’eravamo tanto armati e diciotto film di marziani (micidiale!) in cineteca. lo questa sera mi vedo i filmini svedesi con due compagne cinesi… E tu te vede ‘a televisione co’ Totonno fetentone
Ti ho incontrata alla Feltrinelli, tu fregavi solo gialli, neanche belli… ristampe. Si vede che la tua coscienza politica è proprio scarsa. Guarda me: io ci ho qua il Kerouac, ci ho qua il Garcia Marquez ci ho qua il teatro di Fo, chissà che cosa me ne fo… lo questa sera mi leggo la Morante con una bimba tutta pimpante E tu te legge Agata Criste co’ Totonno poro criste
T’ho incontrata davanti all’armeria in attesa, con la borsa della spesa… esagerata! Io compravo i soldatini, tu un fucile coi piombini. Si vede che la tua coscienza … è in crescenza. lo ci ho a casa la Corazzata Potiemkin Politoys, ci ho la spada del nonno carabiniere, ci ho le pistole di madreperla e il matarello di madre pirla, ci ho le guns di plastica di Jasse James e il mitra in simillegno con il fodero in similpelle e proiettili in silmilsalve E tu te mette a ffa cagnara co’ stu cazz’ de lupara e Totonnino ‘o fetentone tene ‘na sberla de cannone e un tuo amico di Potopp tene quaranta molotopp e uno dell’autonomia viaggia sempre co’ la zia ” cocosa c’entra la zia?” Pesa cinquecento kili e può sempre servire.., calata dall’alto. Forse la tua coscienza è troppo in crescenza… Brrrr…
La proletarizzazione non è affatto la sinistrizzazione dei ceti medi e altoborghesi. Questa sinistrizzazione, che è quanto «sostanzialmente» è apparso di nuovo negli ultimi dieci anni in occidente, più che preliminare o nella prospettiva della proletarizzazione è stata la fogna ideologica che l’ha esorcizzata. L’economista Paolo Sylos Labini – ideologo del «compromesso storico» – nel «Saggio sulle classi sociali» (non a caso abbondantemente recensito dai giornali della sinistra borghese e della borghesia sinistrista) tira come conclusione trionfalistica e positiva «…la crescita politica e quantitativa delle classi medie» mentre Umberto Fusi sul quotidiano del Partito Sedicente Comunista trova in questo il «presupposto per uscire realmente a sinistra dalla crisi che attraversiamo». Questi sicari sono soddisfatti. La proletarizzazione che è stato l’incubo sul terreno delle possibilità per i capi della sinistra storica e nuova ha trovato la soluzione nel gelatinoso ottundimento dell’ideologia, è abortita nel democraticismo autogestionario accelerato e difeso maliziosamente dalla crisi orizzontale e verticale dell’esistente capitalistico come sua ultima autodifesa. La riproduzione del capitale avviene dunque per aborti, la sinistra trionfante è la fabbrica di ristrutturazione dei modi di produzione estesisi – dominio reale del capitale – su tutto l’esistente sociale, i sicari soddisfatti preparano già la loro «notte dei lunghi coltelli»: l’indefinibile Paietta – ignorante e anticomunista ne esprime i preparativi rilasciando una intervista a «Panorama»: il possibile serbatoio di voti extraparlamentari verso cui il Piccì ha sempre mostrato un burbero interesse, un affetto manesco, nel tentativo dei gruppi di sopravvivere a se stessi trasformandosi in minipartiti si sta trasformando in serbatoio di voti per sé: di conseguenza gli Hitler e i Goering della sinistra classica stanno affilando le lame.
Per quanto li concerne gli extraparlamentari di sinistra, pomposamente catalogatisi come «sinistra rivoluzionaria», potevano – forse… – realizzare dei punti di proletarizzazione (certamente di proletarizzazione anche per i proletari stessi) da cui si sarebbero autoorganizzati – in ogni senso, non in un significato politico – gli stessi proletarizzati. Ma i gruppi si sono sempre accanitamente opposti a ciò; si può comprendere: la funzione a cui li ha determinati il processo capitalistico era appunto di esorcizzare la proletarizzazione, e la sua radicalizzazione autonoma, mentre la gestivano ideologicamente e organizzativamente. Le scorie autonomistiche che i gruppi si sono lasciati alle spalle, compresa la cosiddetta «area dell’autonomia», ripercorrono d’altronde i passaggi di un gruppuscolarismo senza gruppo: l’autonomia separata dalla radicalizzazione, dalla critica radicale e dialettica di tutto l’esistente capitalistico – e va puntualizzato: anche e soprattutto dalla politica, anche e soprattutto della Sinistra – non ha senso. L’autonomia non può essere solo un fatto di organizzazione, l’estremismo autonomistico è solo una farsa drammatica rappresentante la radicalizzazione, l’estremismo è solo lo spettacolo della radicalità. Tuttavia le contraddizioni e lo spettacolo dell’«area dell’autonomia» celano – anche a se stessa e soprattutto – l’unico fatto che si possa ritenere interessante scaturito dal recente passato: l’unico fatto politico che contenga inespresso – il proprio superamento radicale, la propria possibile radicalizzazione. Non vi è radicalizzazione se non vi è la presenza concreta della soggettività radicale, della critica radicale portata nella sua totalità contro la totalità alienata ed alienante, della negazione non separata dalla creatività, della creatività non separata dalla negazione. O in questa prospettiva. Tutto il resto è spettacolo, rappresentato o unilateralmente recepito, nella passività della rappresentazione e nella passività della recezione. Soprattutto ora che la crisi verticale dell’esistente capitalistico incontra la sua crisi radicale, e produce la propria radicalizzazione che non può non prodursi, e dialetticamente la radicalizzazione di ogni momento della vita quotidiana. La storia non offre due volte lo stesso letto, la seconda volta è una bara. Tanto per iniziare si tratta di non scambiarla, tuttavia, per un letto. E poco, ed è già qualcosa.
AUTONOMIA OPERAIA E AUTONOMIA DEI PROLETARI
Sono circa due anni che i giornali del Kapitale italiano (tutte le sue tendenze, dal Tempo all’Unità) sbraitano contro un nuovo «gruppo»: Autonomia Operaia, autore a loro dire di tutte le «provocazioni» e delle «azioni teppistiche» compiute negli ultimi tempi. In questi giorni poi la campagna giornalistica (soprattutto da parte della sinistra capitalistica) contro i «provocatori» si è accentuata poiché in fase di ristrutturazione il capitale italiano non può sopportare l’attività «sovversiva» dei compagni che non intendono più pagare sulla propria pelle il prezzo delle varie «crisi» capitalistiche o meglio il prezzo dell’esistenza capitalistica stessa. Compagni che sono usciti dalla logica «politica» dei partiti o gruppetti stalino-leninisti e che superando la falsa sfera della «politica», alienante e separata, portano avanti un discorso basato sull’esigenza di negare la sopravvivenza capitalistica, la dittatura spettacolar-mercantile che il dominio reale del capitale ha imposto. Storicamente la classe operaia nei momenti di esplosione rivoluzionaria ha sempre mandato affanculo i preti radical-borghesi socialisti, sedicenti comunisti, che erigendosi a suoi rappresentanti si erano innalzati i propri templi imponendo ai «protetti» il pellegrinaggio dopolavoristico. Fin dalle sue origini la classe operaia ha trovato momenti di organizzazione e di collegamento al di là degli schemi delle varie organizzazioni radical-borghesi, non ha certo aspettato il messia rivoluzionario per reagire al capitalismo. Ha saputo trovare propri mezzi e modi: dagli scioperi selvaggi agli atti di sabotaggio. Cominciando dal 1811 in Inghilterra con il movimento Luddista, prima e grossa espressione dell’autonomia operaia, passando per il giugno 1848 con le giornate del proletariato rivoluzionario parigino, continuando con La Comune e con i movimenti del Novecento con la rivoluzione sovietica (fino a quando rimane tale), fino al ’68. In queste esperienze il proletariato ha però superato l’ambito riduttivo delle rivendicazioni economico-politiche; o meglio nel momento in cui il capitale superando la fase di dominio formale ha instaurato il suo dominio reale, il proletariato e con esso i proletarizzati ha cominciato un discorso totale contro il suo essere proletario (o proletarizzato), contro il lavoro, contro la sopravvivenza capitalistica rifiutando la sfera separata della «politica». Concludendo si può parlare dell’autonomia degli operai che tendono a negare la loro sopravvivenza in quanto tali e ad affermare la loro vita in quanto comunisti, dell’autonomia dei proletarizzati che negano la società spettacolar-mercantile ponendosi contro di essa (al di fuori non ci crede nessuno). Cosa diversa è invece l’organizzazione «Autonomia Operaia», rimasta interna alla logica politica, all’ideologia marx-leninista, all’ipotesi del «partito rivoluzionario», negando il contrasto tra i due concetti: di partito, che implica una ideologia, una struttura verticale, dei quadri dirigenti, dei militari, dei simpatizzanti, degli iscritti, dei militarizzati e dei non…; e di rivoluzionario, che nega tutto ciò e afferma se stesso, il proprio corpo, le proprie esigenze (comuniste). Questi compagni (Aut. Op.) partono da una realtà rivoluzionaria: l’esigenza di sviluppo autonomo di bisogni proletari, per riproporre tuttavia la «militanza rivoluzionaria» (professionale) e il partito, con l’unico risultato di incanalare queste esigenze rivoluzionarie negli schemi capitalistici della «politica» e dell’«ideologia». Pur muovendosi da premesse antirevisioniste (il rifiuto della figura coscienziale del partito e l’innesco del movimento autonomo) l’autonomia operaia organizzata fa rientrare il partito dalla finestra, burocratizzando lo stesso concetto di «autonomia».
Da «Puzz» – La fabbrica della repressione – numero unico-settembre 1975
1) La dialettica del superamento, la lucida visione che spacca il vissuto (e il non-vissuto quotidiano), la critica violenta dell’esistente, nell’esistente, della propria esperienza, l’affermazione radicale del diverso come pratica e crescita o meglio come origine dell’uomo totale, della donna totale, della specie nella sua totalità; ciò che squarcia i tendini che legano al passato, che azzanna la lugubre continuità riproduttiva di ognuno, violentandone i nervi e scorticandone la gola, tutto questo e solo questo è inscrivibile in quel progetto originario (poiché si pone come fine l’origine dell’essere) che è il comunismo.
2) Ciò che non si esprime nella pratica del rifiuto (della negazione), rimbalza impotente, nelle latrine gerarchizzate e ruolizzate della socialdemocrazia o in qualche infame sottoprodotto di marca nazista. Ciò che il diverso esprime è creatività poiché scolla violentemente la sua essenza dell’esistente traendo dal proprio farsi (e non dal riprodursi) le indicazioni della vera guerra. Ciò che differenzia il diverso dal nuovo è il suo porsi come certezza in atto e non come novità di mercato. L’estremismo, con tutte le fredde accozzaglie che lo accompagnano, coi gesti romantici dei martiri sciagurati, con i consunti movimenti che riproducono, sotto la vernice fresca del rivoluzionario, i vecchi passi che il capitale meglio e altrove sa fare e controllare, resta il punto fermo dell’esistente; (…) L’estremismo è l’ultima corda con cui si allestiscono le forche del capitale, l’accettazione del riprodursi del capitale come sviluppo interiorizzato. Inutili gli esempi a chi possiede lo sguardo disincantato e la miseria reale dell’ultrasinistra.
3) La pratica del rifiuto e lo sganciarsi violento dal programma capitalistico, la disintegrazione pratica dell’io, la tenaglia che spezza il cavo teso che congiunge il proprio progetto al progetto generale prefabbricato. L’estremista e il deviante cadono, sotto la mannaia della storia, nel cesto di vimini cui sono riferiti. Si muore e si nasce nella stanza di sempre, ma la vita è altrove. Il rompicapo semantico riduce estremismo e devianza al nodo scorsoio del riferimento grammaticale e atono di un complemento di specificazione: estremisti di chi, di che cosa? Devianti di chi, di che cosa? Rivoluzionari di chi, di che cosa? L’interrogativo si esaurisce nella scaltra determinazione del soggetto nascosto: il capitale. (…) Il significato del dominio reale come momento storico del capitale interiorizzato svela, del resto, gli ultimi appigli psicoanalitici. I vecchi totem e i mistici tabù cui si riferisce Reich in «Psicologia di massa del fascismo» lasciano il posto, sotto lo sguardo consenziente della normalità imperante e del suo recupero spettacolare qual è la pazzia normalizzata, agli idoli recenti aleggianti tra le pieghe delle novità del mercato rivoluzionario, su cui si contrabbandano le nuove parole d’ordine da valorizzare.
4) Si tratta alla fine di non avere più idoli, né mercati o parole d’ordine a cui ubbidire. Si tratta alla fine di insorgere nella pratica del rifiuto, spezzando la normalità rassegnata e i suoi eccessi, estremi. Ciò che frantuma la continuità dell’esistente è l’essenza che stabilisce, insorgendo, la di/visione tra il normale e il diverso, ossia ciò che abolisce il fulcro latente cui le false insurrezioni fanno riferimento. La vera eversione, la coscienza della diversità che pulsa, si riferisce solo a se stessa, come momento corporeo della rivoluzione in processo. Si tratta, alla fine, di avere se stessi a portata di mano come arma individuale innescata dalla pluralità della lotta. Possedere se stessi vuoi dire parimenti essere posseduti dai propri desideri che squarciano i veli del fittizio indicando la realtà propria e del mondo. (…) Ogni sortita che non muova dalla vita corrente intesa come rottura in atto della quotidiana pianificazione capitalistica, si pone sempre come fase riproduttiva (seppure estrema) dell’esistente. Le armi, in questo caso, diventano le armature con cui si valorizza la propria essenza. Al contrario, la lucida chiarezza di ciò che si sta vivendo, del come si sta vivendo, del perché non si può vivere, della vita corrente come momento di scontro, fanno dell’essere più nudo, l’unica vera potenza armata.
5) (…). Da quando il dominio reale del capitale ha trasformato il pianeta sociale (la società spettacolare-mercantile) in un unico mercato, ognuno fa della propria esistenza il mercatino della propria assenza. Ognuno, nelle attuali condizioni è forza produttiva circolante e interscambiabile della propria miseria. I rapporti tra gli individui non sono altro che l’immagine mistificata (epifenomeni) dei rapporti di produzione. Il movimento di valorizzazione del capitale e dei suoi prodotti ideologici (produzione-scambio-circolazione di merci, al pari della produzione-scambio-circolazione di idee) si è fuso e depositato nell’essere, gestore autogestito di una dinamica che non gli appartiene. Si guardi per un attimo l’interscambiabilità dei ruoli, le misere rappresentazioni della figlia-moglie-madre come momento manifesto di questa unità dialettica del capitale. Il capitale, anche i termini di integrazione positiva, precede sempre le mosse del suo popolo.
12) (…) quando i morti seppelliscono i loro morti i vivi restano soli. Questa è, d’impatto, l’immagine che coglie il partigiano dell’essere alle prese con la storia. Nel superamento qualitativo, nella crescita che accompagna la .corporeità in rivolta, le file si assottigliano, le presenze fisiche si sfoltiscono. Ne potrebbe essere diversamente in un movimento storico in cui la lotta e la creazione stessa esigono la negazione degli altri, il rigetto dell’opportunismo. Il vomito che accompagna l’espulsione del capitale interiorizzato gioca puzzolente nella gola del partigiano, prima di essere sputato. È in questo senso che la gola si sente soffocare, che la parola sembra impossibile, che lo sguardo si fa allucinante. Ma siamo nell’esistente e resistente rimane anche per noi il riferimento della lotta seppur in termini distruttivi e non riproduttivi. Non basta sognare la liberazione o parlarne, bisogna praticarla, ed è in questa pratica che la screpolatura e gli incendi innescano la gioia, mentre le delusioni attizzano il peso enorme della schiavitù. Più il corpo procede disincantato verso la propria conquista, più il peso delle catene si fa intollerabile, più la specie procede verso la propria unione, verso la propria origine, più la separazione e la solitudine piombano come corvi sui corpi in rivolta. È lo scotto che da sempre l’oppresso paga all’oppressore, ma per l’ultima volta! La falsa socialità, del resto, nutre gli uomini della falsa illusione di essere insieme, di vivere insieme mentre altro non sono che elementi transistorizzati di un computer sociale la cui scheda perforata porta il marchio del capitale. Dividersi dagli assenti non significa propriamente solitudine ma autonomia. Chi non coglie la radicalità del tempo che stiamo per abbattere, è soggetto agli abbagli dell’isolamento, mentre una minima inversione di pensiero lo renderebbe conscio della propria dirompente autonomia.
13) Tutto ciò che non possiede e non tende alla totalità, trasmuta impeccabilmente nelle fonderie dell’ideologia, mentre tutto ciò che si sfuoca nell’ideologia si erge contro l’essere, assumendo il compito (la cinghia di trasmissione) con cui il capitale recupera ogni movimento. Ciò che esiste sotto il nome di autonomia non troverà certo il suo significato nei collettivi organizzati (…). L’autonomia non è un movimento ma l’essere in movimento, il diverso che diventa padrone della propria dinamica e della dinamica sociale. L’autonomia è il riscoprirsi come totalità agente, come unità integrata del corpo con il mondo, come coscienza reale dei bisogni e desideri che sottendono il corpo nella sua individualità e la specie nella sua pluralità. Si tratta, alla fine di essere autonomi dalla, e nella, autonomia stessa.
Da «Puzz» n. 17–18, gennaio-marzo 1975.
AUTONOMIA, RADICALIZZAZIONE…
La strategia è il processo organico, la simbiosi possibile e necessaria, fra teoria e critica radicale, fra critica radicale e pratica, e, dialetticamente, viceversa. Mentre la politica è la mediazione – la separazione perpetuata, il cane da guardia delle separazioni, e la garanzia della loro ineliminabilità – gestita da altri o autogestita da se stessi, di momenti sociali separati l’un l’altro, la strategia è la negazione della politica ed è la strategia della negazione, della dialettica negazione-creatività, della creatività della negazione. Teoria, critica, pratica, vengono stravolte nella politica in ideologia, nel «pensiero» fissato, reificato, delle idee morte – proprio mentre tutta la società è già bloccata nel suo riprodursi in quanto ideologia e solo in quanto tale – cioè la società è la politica generalizzata – la critica politica della società capitalizzata non ha senso, non è una critica, è la «critica» costruttiva della società così come è, immutata e immutabile; la politica anche nelle sue estremizzazioni massime e terroristiche è la parte del puzzle sociale che va a comporre la finitezza e reificazione dell’ideologia generale, del puzzle sociale della politica generalizzata; anche se questa parte del puzzle si scompone violentemente, scende nella clandestinità, si dà a un terrorismo ragionato e politicamente gestito, non produce il proprio superamento e radicalizzazione – che è il superamento dell’ideologia – esso ha già lo spazio capitalistico in cui incastrarsi e farsi incastrare. Questi imbecilli in armi, che definiscono ambiguità la critica radicale della politica, mentre offrono un fiore a Lenin, preparano i crisantemi per il proletariato, in suo nome; che essi siano in buona fede non cambia molto, mentre è contro il cambiamento, fedeli alle unilateralità del capitale che tutto produce tranne il cambiamento; il rifiuto del puzz è l’accettazione interiorizzata del puzzle: non perché sia una nostra idea, ma perché così è la storia. Il dire «qui si fa politica», il dire «qui non si fa politica» sono entrambi due atteggiamenti politici: la negazione della politica non è il suo rifiuto (che è ancora un rifiuto politico, la politica e la non-politica essendo entrambi la politica dell’esistente capitalista) ma il suo superamento nella soggettività radicale e realmente sociale nella sua critica radicale all’esistente sociale reificato, soggettività che ha nella strategia il modo di portarsi e di rapportarsi, che è armata della critica radicale all’esistente sociale nella sua totalità per la totalità del suo stravolgimento; la teoria e la pratica non vengono prima o dopo la critica radicale, ma sono dialetticamente inseparabili e l’un l’altra producentisi. O così dovrebbe essere: la separazione di una dall’altra, la loro reciproca autonomizzazione crea il vuoto che nei fatti è riempito dalla ideologia e dalla politica, come una trappola per orsi riempita alla superficie. Il voler fare politica, la politicizzazione di se stessi e della propria vita quotidiana, dei propri rapporti interpersonali, del proprio corpo, è la rappresentazione – lo spettacolo vissuto come alienazione in prima persona – della propria necessità vitale di negazione dell’esistente capitalista stravolta (recuperata) come momento di riproduzione di questo esistente; ciò che spinge alla vita – la vita stessa repressa ma non soppressa – trova come espressione solo quello che il capitale vuoi fargli esprimere: su questo punto milioni di giovani e non giovani sono scoppiati ovunque negli anni precedenti; dove e in chi è mancata la radicalizzazione – la critica radicale dell’ideologia (molti scambiano la radicalizzazione per estremizzazione di una specifica ideologia…) e immediatamente la critica radicale della totalità dell’esistente sociale capitalizzato che è questa ideologia autoriproducentesi – è subentrata la politica e la non politica – momenti strategici dell’ideologia autoriproducentesi – come palliativo, come impotenza narcisisticamente ripiegata su se stessa e soddisfatta della propria rappresentazione. Una soddisfazione prodotta da nessun piacere! Che ponendosi prima di ogni piacere lo esorcizza! Se la politica è questo, gli «apolitici», gli «impolitici», i feticisti del fare, non sono diversamente: costoro credono che il riflusso sia stato prodotto da un eccesso di teoria e di critica e privilegiano immediatisticamente la pratica: ma questo spontaneismo del cazzo e tracotante ignora che a guardar bene negli anni passati poco o nulla vi è stato di teoria e di critica, solo la loro rappresentazione ideologica, il loro modello capitalista ridotto a consumo unilaterale, lo spettacolo della teoria e della critica smerciato a compensare l’assenza di teoria e di critica (questo per la «sinistra rivoluzionaria» e l’ultrasinistra; mentre il capitale è andato giù più tranquillo: egli – esso – sa che l’ideologia produce merce e null’altro). La dialettica non è un’idea ma è la storia svelata nel suo procedere, chi non vive questo, chi solo lo pensa, chi lo ignora, non coglie di essere prodotto dalla storia né coglie dialetticamente la possibilità di fare la storia, cade nell’illusione di un «fare» che è in realtà un essere fatto: egli – esso – è un semplice e semplicistico oggetto. Ciò che sfugge alla dialettica non sfugge al capitale, mentre la dialettica è proprio un non sfuggire alla determinazione del capitale rovesciandola come negazione del capitale stesso, e lo sa. Che la storia di tutti coincida infine – ma a partire da ora, nella nostra miseria! – con la storia di ognuno è la sola utopia che ci interessa, l’utopia non intesa come una fantascienza del futuro ma una prospettiva che parte qui e ora fra noi, e fra noi e noi stessi. All’autonomizzarsi – il separarsi da tutti e da tutto colmando questa separazione con il vuoto dell’ideologia, operazione in cui il capitale è maestro – si tratta di contrapporre radicalmente l’autonomia: la soggettività dialettica, fra se stessa e la storia, fra se stessa e gli altri soggetti, fra se stessa e se stessa; autoorganizzata oltre la politica e oltre il rifiuto politico della politica nella comunità in atto di un gruppo, di un nucleo, di una comune, di un luogo stabile o provvisorio e autoorganizzata come prefigurazione in atto, come inizio immediato della realizzazione della comunità futura, della comunità reale, comunista, non certo di quel «comunismo» gestito politicamente dai fascisti rossi da cui ci separa sempre più lo spazio di una pallottola proprio perché i partigiani della vita non si lasceranno pacificamente uccidere, ma non consentiranno alla morte di impadronirsi della loro «passione»; armata dialetticamente, delle armi che dialetticamente la passione la porterà ad armarsi, da fuoco o erotiche, per sconfiggere la noia e l’alienazione, la sopravvivenza bruta e la morte dei desideri; armata strategicamente e dialetticamente della critica radicale, senza separazioni; conscia di essere, e non di rappresentare, la negazione dialettica dell’esistente capitalista creativamente negato nella sua totalità e in ogni suo specifico momento, non privilegiando un momento sull’altro, scatenando la negazione della critica radicale su tutti i momenti con la stessa efficienza qualitativa con un’efficacia vissuta pienamente, non lasciandosi in nessun specifico (nelle fabbriche, nelle scuole, nel proprio corpo, nel proprio genere, maschile o femminile, nella famiglia, nel gruppo politico, o nell’antigruppo politico ecc.), in nessun ruolo né controruolo.
Da «Gatti Selvaggi» – n. 1 – dicembre ’74 – gennaio ’75 – editoriale – Milano
AUTONOMIA
Proprio in un momento difficile, come questo, è nata dentro di noi una consapevolezza irresistibile: la necessità di muoverci politicamente in modo diverso. Al di fuori di ogni «schema ideologico tradizionale». Noi non abbiamo «miti» di fronte ai quali inchinarci!!! Non siamo marxisti, tanto meno leninisti o stalinisti. Siamo delle coscienze rivoluzionarie. Ci sta bene tutto ciò che è realmente radicale. Seppelliamo i cadaveri delle vecchie ideologie!!! I rivoluzionari si stanno preparando, con ogni mezzo e nelle loro specifiche situazioni, in forma spontanea, autonoma, clandestina, allo scontro aperto contro il capitale e il suo stato-fascista. Noi non ci poniamo come «avanguardia», ma come una parte di questo movimento reale. La nostra lotta non ha come fine, semplicemente, «migliori condizioni di vita», ma ha, come obiettivo ultimo, l’abolizione della proprietà privata e del capitale di stato. La nostra lotta vuole raggiungere la libertà reale e il diritto a una nuova vita nella sua totalità. Ci opponiamo a tutte le forme di organizzazione che abbiano in sé il principio della «delega». Secondo il nostro parere è bene costruire organismi di pochi elementi nei quali o si decide tutti insieme o non si decide nulla. Questi organismi dovrebbero prendere ispirazione, per le loro azioni, dalla loro specifica realtà. Ci sarà, naturalmente, un collegamento tra questi gruppi, ma non sarà a livello di comitati con poteri decisionali, sarà solo per informazioni. Queste forme di organizzazioni devono portare a uno svolgimento della vita sociale per quartiere e, quindi, a un controllo politico e diretto della realtà. Siamo contrari ai «Comitati di Liberazione Nazionali» e alle vie «Nazionali al Socialismo». All’interno della logica capitalista non possono esserci delle «oasi di paradiso» per l’umanità ricattata dalla fame e dai cannoni. La nostra totale liberazione dipende direttamente dalla totale distruzione del capitalismo mondiale. Dobbiamo però saper riconoscere il capitale nelle sue forme più nascoste e riconoscere gli strumenti e i mezzi che esso usa per condizionare la nostra vita quotidiana. Non basta individuare i padroni, i militari, la polizia e la chiesa; bisogna smascherare i falsi partiti di «sinistra», i sindacati, le strutture staliniste di tutti i gruppi extraparlamentari, la scuola, il mito dello stato «democratico». Dobbiamo rovesciare nel loro posto naturale, cioè il cimitero, le immagini «sacre» di questa società dove tutto è merce, la nostra vita compresa. Basta col credere «religiosamente» nella famiglia, nella sicurezza del domani, nella macchina, lo stadio, le ferie ecc. ecc… Questa è la spazzatura ideologia-merce attraverso la quale il capitale ci domina!!! Ci sono ancora molti operai che si identificano negli obiettivi, nei desideri, nelle aspirazioni, negli ideali «dell’ordine costituito». Essi sono degli sfruttati che si pongono come «aspiranti borghesi». Questa è una realtà lontana dalla coscienza rivoluzionaria. Dobbiamo sradicarla perché il dovere di cambiare è maturo per tutti coloro che si pongono individualmente o come classe, di fronte alla necessità di lottare contro questa società infame. Noi siamo contro il «mito» della classe operaia perché è dannoso, soprattutto alla classe operaia. «L’operaismo» o il «populismo» è dettato solo dal disegno millenario di usare le «masse» come pedine per sporchi giochi di «potere». Diamo alla classe operaia un ruolo rivoluzionario determinante per la crescita della sovversione generale contro il capitalismo e il suo stato-fascista. Comunque non siamo per la «dittatura del proletariato», che poi si riduce sempre ad essere una dittatura sul proletariato. Dalla classe operaia, dai quartieri e dalle scuole arriva, proprio in questo momento, l’esigenza e la volontà di organizzarsi in modo autonomo, sganciati dai sindacati, dal P.C.I. e dai gruppi extraparlamentari, i quali rappresentano sempre più «l’ala sinistra del capitale». Generalizziamo la lotta autonoma contro il capitale e il suo stato-fascista!!! Nucleo Autonomo di Quarto Oggiaro
Da «Vogliamo Tutto!», n. 10, estate 1976 Milano.
CONTROCULTURA E AUTONOMIA PROLETARIA
Parlare di controcultura e di autonomia proletaria è una cosa che non si può fare in modo dogmatico e cattedrattico da buoni spacciatori di teoria. Sono fenomeni troppo complessi perché si possa avere una coscienza e una opinione in proposito senza avere vissuto i momenti di organizzazione e di lotta e soprattutto senza far parte del progetto politico che maggiormente ne esprime i contenuti: il giovane proletario, cosciente dello sfruttamento, dell’emarginazione, del rimbambimento ideologico che quotidianamente subisce, e soprattutto deciso a liberarsene respingendo ogni tentativo di recupero o di strumentalizzazione della propria soggettività rivoluzionaria. La cultura e la politica imperanti ufficialmente dal 15 giugno, disorientate e spaventate dall’ampiezza del fenomeno «giovanile», si affrettano a mistificarlo ricorrendo alle più disparate analisi sociologiche, interpretando come «crisi generazionale» momenti propriamente politici, o meglio che esprimono una nascente critica della politica e una precisa volontà di riappropriazione. Più a sinistra il panorama è ugualmente desolante: i professorini dei gruppi, in mancanza di testi storici sul giovane proletariato, oltre a ripetere continuamente che l’estremismo è malattia infantile del comunismo, si affrettano ad elaborare una linea politica, fondano commissioni e indicono seminari, reagendo al loro disorientamento e ai loro ritardi con il solito opportunismo e la solita politica strumentale, ovvero sempre pronti a intervenire imponendo la loro direzione politica quando possono, e sempre pronti a «respingere le provocazioni» quando non ci riescono. Rifiutiamo quindi a priori qualsiasi intervento estraneo, qualsiasi Montanelli o Bocca di turno, qualunque tentativo di insabbiamento o di recupero del nostro bisogno di potere e ribadiamo la nostra autonomia di proletari che vivono la rivoluzione come una realtà all’ordine del giorno, senza schemi imposti dal «partito» o dal momento storico, e soprattutto senza delegare nessuno alla soddisfazione dei nostri bisogni. Cerchiamo, invece, di sviluppare il dibattito all’interno e proporre e confrontare diverse esperienze e diverse valutazioni, ma sempre prodotti da una lotta in prima persona. Innanzitutto dichiariamo che per noi non deve esistere separazione tra cultura e politica o tra liberazione personale e liberazione collettiva. Pur considerando le diverse specificità di ogni terreno di lotta, li vediamo e li viviamo come inscindibili tra loro in un unico progetto politico: il bisogno di comunismo che contraddistingue sia la richiesta di una nuova cultura-modo di vivere-rapporti personali, sia una diversa organizzazione delle lotte in fabbrica e nel territorio. Ai nuovi modi di vivere corrispondono nuovi modi di lottare. Separare l’autonomia proletaria dall’autonomia culturale significa oltre che far arretrare il Movimento, non aver compreso il significato di liberazione totale del pensiero marxista, è importante ribadire continuamente questa inscindibilità che già caratterizza l’esplosione prepotente delle istanze giovanili, sconvolgendo le abituali forme di lotta e di organizzazione. Il dato che ci sembra più importante rilevare, è la trasformazione dell’arma della critica in critica armata, un salto qualitativo oggettivamente reale e giustificato, che poniamo come discriminante rispetto al «riformismo controculturale» dei gruppi e a chi si illude ancora che basti un festival all’anno o una rivista ben fatta al mese per cambiare il modo di pensare e di vivere dei compagni e per sconvolgere l’ordine borghese. Critica armata sono le occupazioni di case, sono i centri per i giovani proletari, sono le donne che invadono il Duomo, sono le ronde contro gli spacciatori di eroina, sono le feste selvagge per le strade del centro, è la «madonnina che piange», sono i prezzi politici e quando non bastano la riappropriazione di tutto ciò che serve. Oggi il Movimento non si accontenta più di proporre nuove istanze e di batterle cercando una teoria che giustifichi il tutto, la teoria nasce dalla prassi cosciente, dal vivere quotidianamente sulla propria pelle le forme di combattimento adeguate al processo di costruzione di momenti di contropotere proletario. Il potere risponde a tutto questo con la criminalizzazione di ogni comportamento di estraneità e di rifiuto del capitale in ogni sua forma. Chi non accetta la regola del gioco borghese o il comportamento storico o l’alternativa socialista viene dichiarato ufficialmente «fuorilegge» e diventa oggetto di linciaggio sia attraverso gli organi repressivi dello stato, sia attraverso una nascente pubblicistica sulla «questione giovanile» che vede lacchè e pennivendoli di ieri e di oggi diffamare il Movimento distorcendone il significato e negandone il carattere rivoluzionario.
Da «Puzz», giugno 1976 Milano
PROVOCAZIONE
L’aggravarsi della situazione economica planetaria, disoccupazione, caro vita, svalutazione della moneta, incertezza negli investimenti, (difficoltà di un pieno controllo politico, che pure rimane tendenziale) come esaurirsi dell’età dell’Economia Pura all’interno della preistoria è oggi il rinfocolarsi visibile dell’estremismo covante sotto braci non ancora incenerite. L’estremismo torna ad essere di massa in Italia dopo aver serrato suicidamente le fila in avanguardia distaccata. Oggi, al centro del suo occhio i Commandos dell’autonomia; in periferia i resti delle BR e NAP; nel tessuto lo spontaneismo ma anche la spontaneità che lo eccede. È il rinascere del ’68–69 di cui già da tempo cianciano gli psicosociólogi più attivi del modernismo capitalista, i Galli, gli Alberoni e i mass-media che li sostengono: Repubblica, Panorama, La Stampa, il Corriere, ecc… La contestazione anticipata, computerizzata e rinchiusa in provetta, agitata al momento giusto, deposita il nuovo assetto societario capitalistico, mentre il capitale è alle corde per impossibilità planetaria di espansione dell’Economia Pura. Capitale del ristagno, della polluzione, della crisi, necessariamente alla ricerca di nuovi valori economici con la mercificazione di ciò che eccede la materia prima (Transeconomia, fase di economicizzazione di ogni attività ed espressione umana ridotta a valore consumabile). A questo proposito sorge opportunatamente quell’Area composita di raduno che si definisce Autonomia Operaia, area di parcheggio nel politico per gli scontenti dei gruppi:
1) ex militanti di P.O., L.C., Gruppo Gramsci; 2) frange giovanili, ex freaks passati ad una mistica più materialistica, gente che non ha fatto il 68–69.
L’uso dello spontaneismo è chiaro, il tentativo di gestione politica attecchito sulla materia degli iniziali espropri, sabotaggi, assalti ai grandi magazzini. Si noti l’uso di Autonomia Operaia da parte del radicalismo borghese (es. l’apologetica di «Tempi Moderni» – settembre ’75 «Autocensimento dei gruppi di base»). Dilatazione della politicizzazione di questi momenti. Soltanto l’illusione dell’ottica alternativa tardo-proletaria, Autonomia Operaia si pone come momento di gestione complessiva della rabbia sociale con una linea populista-terrorista la cui operazione si dispiega a livello storico nei due poli della rivoluzione alienata e della controrivoluzione che la incapsula. Tale organizzazione è semplicemente il modo incanalatesi dell’autonomizzazione dello spontaneismo, che contiene oggi molto più che nel passato, i meccanismi della logica del dominio e dell’autoregolamentazione capitalistica. La caratteristica principale dell’organizzazione dell’Autonomia rispetto alle organizzazioni della destra stalino-leninista è l’abbinamento dell’ideologia collettivistica e di quella individualistica, la sua decentralizzazione. L’ammodernamento del capitale è nell’area dell’Autonomia il ritmo di scambio-ricambio ideologico, più rapido, mobile; la liberizzazione di ogni consumo di merce. Tale metodologia di controllo viene ad esplicarsi negli ambiti più inquieti, come reintroduzione del politico del bisogno di soggettività incapace di esprimersi nella critica radicale. La produzione in proprio di ideologia e la partecipatività al gruppo della possibilità qualitativa. Area dell’Autonomia:
a) Struttura neoleninista di fondo. b) Ampio spazio per l’ideologia personale in cui il singolo recupera da ambiti disparati, forme privatizzate e parcellari di alternativa, di ultramodernismo.
Il recupero non è gestito in un’unica direzione (la linea) dall’apparato gerarchico, ma dai singoli che rovesciano nel recipiente comune l’apporto dell’ideologia particolare, contenuta d’altra parte (e qui sta l’impossibilità della critica) nell’ideologia neoleninista di base che la sostiene. La specialità dell’Organizzazione dell’Autonomia Operaia sta nello sceneggiare i momenti che sfuggono alle organizzazioni ritardatarie della destra stalino-leni-nista italiana, raffinando il gioco abbozzato rozzamente da LC nel 69–70: la politicizzazione di questi momenti e la loro addomesticazione.
A Parco Lambro mi sono smontato la testa. Come tanti. Ripetere questo smontaggio per iscritto non é facile, anche perché ho ancora tutti i pezzi in giro. D’altra parte pare indispensabile di fronte a un fatto su cui molti hanno tratto “conclusioni” e pochi “aperture”. E provenendo ogni “apertura” da uno smantellamento comincio col dire cosa ho personalmente smantellato grazie al Lambro.
I MITI
a) Proletariato giovanile Se c’è una cosa certa dopo il Lambro, é che questo termine non ha senso. Attenzione: non che non abbia senso di per sé, non ha senso rispetto ai contenuti e alle prospettive che vi si supponevano inclusi. Ora: persino i radicali si accorgono dell’inconsistenza del termine (cfr. Prova radicale n. 2), però nel contesto dello stesso articolo propongono come concetto sostitutivo quello di “incazzati di tutti i tipi, di tutte le situazioni, di tutte le classi”. Il che vuol dire sostituire a un concetto impreciso, un altro anche più generico: “gli incazzati”. Incazzati di ruolo, si suppone. Forse quelli che la mattina si svegliano male, o quelli che quando gli accarezzi una spalla da dietro estraggono la Colt, si voltano e ti riducono un colabrodo (tipo Tex). Sempre i radicali, più avanti, in un altro articolo, provano a definire meglio questi “incazzati”: omosessuali, femministe e “proletari a caccia di polli”. Rieccoci da capo: riecco “il proletariato giovanile”. Allora? No. Se dobbiamo smontare un concetto, smontiamolo seriamente. Anzitutto: come mai un concetto funzionale che all’inizio voleva solo dare un vago quadro sociologico (grosso modo: “i figli degli operai” o “i giovani operai senza lavoro o a lavoro precario”) é diventato nell’uso della sinistra “rivoluzionaria” (soprattutto di Lotta Continua e dell’Autonomia Operaia) un punto di riferimento politico, una indicazione di sviluppo e di prospettiva?. Da quando la “sinistra di classe” ha scelto come nodo della sua pratica (non diciamo strategia) la realtà sociologica del “proletariato giovanile”, ecco che il termine ha acquistato valore d’indicazione di “classe” e le sue azioni coincidenza con la “lotta di classe”. Sono ormai ben più di dieci anni che sono/siamo tutti lì a cercare “la nuova classe operaia” o meglio “il nuovo soggetto storico” che la rappresenti. Ecco allora che rispetto alle varie fasi dello sviluppo della classe, una sua frazione di volta in volta é elevata a “rappresentante generale”: ieri l’operaio-massa, poi i giovani operai, infine il proletariato giovanile, strato sociale diffuso, vivo nel quartiere, spugna delle contraddizioni e di “comportamenti” anti-istituzionali. Dunque: primo gradino è l’individuazione di uno strato interno alla classe che in una fase la rappresenti o perlomeno ne rappresenti “i contenuti più avanzati”. Secondo gradino é, con la concentrazione della pratica politica e degli sforzi organizzativi sullo strato più avanzato, la definizione della classe attraverso la sua rappresentanza avanzata. Di qui all’identificazione, dello strato con la classe, il passo é breve, anzi spesso é spinto anche più in là fino all’identificazione dell’avanguardia-che-rappresenta-lo-strato-che-rappresenta-la-classe, con la classe stessa: cioè “il nucleo proletario armato” alla fine é “gli operai”. Ma c’é di più: al termine settoriale così “isolato” si attribuiscono i valori che sono propri della classe nel suo insieme e cioè: di avere un’omogeneità interna che può esprimere un’omogeneità di comportamenti quindi una direzione unitaria e perlomeno nazionale, una rappresentanza organizzata. Bene o male, anche in Re Nudo, anche nell’ideologia del grande raduno annuale del proletariato giovanile, c’era e c’è dietro questo schema logico o meglio ideologico. C’é bisogno di questo schema sennò entrerebbe in crisi “la politica” e “l’organizzazione”: se “la gente” non é riferita alla “classe” va a farsi benedire qualsiasi discorso organizzativo perchè la “classe” si organizza (esprime o subisce organizzazione), ma “la gente” non é detto. Ecco allora che tutti i comportamenti devono essere riferiti alla classe. Ci casca anche il Mario Mieli che (sempre su Prova Radicale) scrive: “forse il proletariato, la classe rivoluzionaria sono le donne e gli omosessuali; in Italia almeno non vedo altro, non credo che i maschi siano rivoluzionari, e sento contraria alla mia libertà qualsiasi azione compiuta dai maschi, anche se mi rendo conto che come appartenente al sesso maschile posso ancora essere molto controrivoluzionario nei confronti delle donne”. Qui appare chiara anche la “gerarchia degli strati rivoluzionari” che é implicita dentro ogni ricerca del “nuovo Soggetto”: il Più Oppresso di Tutti, il Cristincroce di turno. Secondo questa logica il nuovo Soggetto sarebbe probabilmente una vecchia ex-operaia negra schizofrenica e omosessuale. Nel riferire alla classe tutti i comportamenti anti-istituzionali anche Re Nudo non é stato da meno, a partire dalla stessa impostazione del giornale (e so quel che dico avendovi non poco contribuito). Un’espressione sintetica abbastanza chiara é stata quella usata da Romano Madera in un noto articolo: “la classe sfuma se non fuma”. Con questo egli probabilmente intendeva dire, nel contesto dell’articolo, che era necessario proprio che la classe “sfumasse”, ma la frase dice invece l’opposto e cioé che “fumare” é attività che contribuisce a rinsaldare la classe come unità rivoluzionaria. E dato che per Madera “fumare” é soprattutto “capire” e “ragionare”, si potrebbe dire anche che l’attività razionale (anche se intesa come sana pratica corporea) é alla fine il Soggetto rivoluzionario. Il che ha anche una sua parte di verità (assai parziale) purché non sia nuovamente riferito alla fantomatica “classe” che alla fine coinciderebbe (operazione non nuova) con lo “Spirito Assoluto” (o anche “la Materia che pensa Se Stessa”). Di qui anche non poche frustrazioni per chi si recasse a un festival pop per vedere dietro il proletariato giovanile lo Spirito del Mondo, anche perché sono secoli che lo Spirito del Mondo non si concentra più in un punto solo. (Eppure un noto idiota se ne uscì dopo il festival con questo commento: “La gente sentiva l’assenza di una Weltanschauung”, al che un “proletario giovanile” ha aggiunto: “Sì é vero, anche Alan Stivell e gli Steeleye Span li avevano promessi e invece non c’erano”). Proviamo invece, nella storia di questi dieci anni di ricerca del nuovo Soggetto, a individuare un cammino opposto, inverso: non quello dell’aggregazione rivoluzionaria della classe attorno al suo strato più avanzato e alla sua (sempre attesa) rappresentanza, ma quello della disgregazione (dello sfumare) della classe attraverso suoi strati marginali al di là di ogni rappresentanza. Proviamo insomma a rileggere una storia diversa della classe e delle sue figure: l’operaio-massa non é, in questo quadro, il soggetto che sostituendosi all’operaio professionale e alle aristocrazie operaie muta il segno riformista in rivoluzionario e dà alla classe una “nuova unità”. L’omogeneità del lavoro, la ripetitività, le grandi aggregazioni d’uomini, la fine della “qualità”, sono sì caratteristiche d’una nuova figura operaia, ma di una figura operaia ormai assimilata totalmente al ciclo. Il “rifiuto del lavoro” non sta dentro queste caratteristiche ma “oltre”: é appunto “la posizione del Soggetto”. Da questo punto in poi il cammino del Soggetto non é affatto nella direzione di una più marcata aderenza al ciclo, di una sua internità che dovrebbe alla fine riassumerlo (rovesciato) in sé, ma é invece nella sua progressiva esternità al ciclo, oltre il lavoro, oltre la produzione, oltre la merce. Appunto verso il Soggetto. Ecco allora la banalità, tanto banale quanto vera: e se il Soggetto fosse proprio il soggetto, il sé, la persona? La classe in quanto tale, l’omogeneità-lavoro uguale, non cerca una nuova rappresentanza, né la produce: la sua rappresentanza istituzionale, unitaria e nazionale, espressa dal suo essere classe, é il Partito Operaio che diventa Stato Operaio. Qui, in Italia, il PCI. La classe che si nega in quanto classe é Soggetto, l’operaio che si nega come operaio é persona. Ecco allora perché il “Proletariato Giovanile”. E’ nell’ultimo gradino della sua marginalizzazione rispetto alla macchina che l’operaio trova la sua figura lacerata tra la classe e la persona. Il termine “proletariato giovanile” esprime questa ambivalenza di direzioni, questa ambiguità: da una parte un termine (“proletariato”) che rimanda alla collocazione nel ciclo, dall’altra un termine (“giovanile”) che rimanda alla realtà del corpo. Il superamento dell’ambiguità è un problema più ampio di quello dell’abolizione del termine che nella sua imprecisione é in realtà quanto di più preciso ci sia. Il superamento dell’ambiguità può avvenire in opposte direzioni: l’assorbimento del secondo termine nei primo (del corpo nel ciclo: tentativo estremamente trasparente per esempio attraverso la cosidetta “pomografia” cioé sessualità-lavoro, ripetitività-efficienza-produttività-scomposizione dell’atto sessuale), o l’assorbimento del primo nel secondo che é poi il problema stesso della rivoluzione: la negazione della classe, della società delle classi (capovolgimento del valore in uso, emergenza del soggetto di contro all’oggetto, della diversità-individualità concreta rispetto all’omogeneità-universalità astratta). Ma dentro questa seconda prospettiva il problema è la ricerca, l’allargamento dell’area della coscienza, la comunicazione (per usare un termine vecchio, la cultura), non é l’organizzazione, l’allargamento dell’area dell’autonomia organizzata, la istituzionalità specularmente opposta quanto uguale (cioé la politica). Il che non vuoi dire negare la dialettica tra i due estremi della questione, ma vuol dire riconoscere che si tratta d’una dialettica delle opposizioni, d’una dialettica scontro, e non può trattarsi d’una dialettica della ricomposizione, dell’unità degli opposti. Questa seconda dialettica é proprio quella della perpetuazione (con il sogno/delirio dell’organizzazione) delle ambiguità non solo terminologiche.
b) Felicità Altra questione rimbalzata da Parco Lambro: il vero obiettivo sarebbe la felicità, il problema giovanile starebbe tutto qui: Felicità. La suddetta felicità sarebbe poi divisa in due rami: a) occupazione; b) stare bene insieme (“creatività”). In termini antichi: panem et circenses. E’ uno dei casi non rari in cui la sinistra é destra: tra “panem et circenses” e “ora et labora” c’é solo una piccola differenza di ottica. Tant’é vero che Comunione e Liberazione ha avuto parole di grande comprensione per l’esigenza di “felicità” che emergeva (“certo in forme paradossali”) da Parco Lambro. E Comunione e Liberazione (C.L.) é l’immagine specularmente opposta di Lotta Continua (L.C.). Questa della Felicità é la colomba o la cornacchia estratta dal cappello a cilindro di chi pensa si debba continuare sulla strada dell’ambiguità, l’unica strada che conservi qualche aiuola di parcheggio alle “organizzazioni rivoluzionarie”. La Felicità infatti, nonostante per origine sia un termine proprio del “personale” é qui assimilata al “politico” e diventa quindi felicità ideologica che si esprime in riti collettivi (felicità per il governo delle sinistre, girotondi nudi, “potere a chi lavora” gridato tutti assieme per non far piovere, grandi raduni allietati da tarantelle e chiavi inglesi nascoste sotto le camicie nel caso che qualche sconsiderato non fosse felice e si bucasse). Questa Felicità, che è anche divertente per chi vi partecipa, é l’ultima mascherata della religione: é infatti più vicina al corpo che non la politica, proprio perché vuol essere la mediazione tra il corpo e la politica, la custode dell’ambiguità. Con l’inevitabilità dell’evasione dal personale. Se infatti si rimanesse nell’ambito della persona, la felicità non potrebbe mai essere un obiettivo, dato che non si tratta d’altro che d’uno stato particolare e temporaneo che esiste solo in quanto ne esistono degli altri che hanno lo stesso identico valore euristico, ivi compreso il dolore. Sul piano generale invece, la felicità richiede una sua definizione: non é più una condizione emotiva, é il rivestimento di un contenuto preciso di cui tracciare i confini. E i confini li traccia l’organizzazione: è l’organizzazione (previa assemblea) che decide se é giusto essere felici spiando una donna che piscia (no, non é giusto, non é femminista, non si deve fare), se é giusto essere felici battendo le mani all together (sì, è giusto perché così “si partecipa”). Si tracciano le condizioni della felicità, il si può fare e il non si può fare. Ma il problema che si dovrebbe porre é: “perché sono felice a fare questo o quest’altro”, il che significa: “sentirsi”, dove le considerazioni oggettive avvengono dentro un piano di conoscenza-ricerca dei limiti e delle possibilità d’espansione del personale. Porre invece, al contrario, la felicità come obiettivo e “soluzione” del personale (invece che come oggetto d’indagine) porta all’individuazione delle “condizioni medie possibili e augurabili di felicità ora e in questo luogo” stante che la felicità é un dovere perché sei lì per quello: ecco che allora la “felicità collettiva” si manifesta come assoluta impotenza personale e totale paranoia quando si è fuori dal rito collettivo. Il rito collettivo con il suo universo chiuso di regole, valide per chi vi partecipa, é la Felicità: é il reciproco riconoscersi come identici, uguali agli altri. La diversità-individualità, la non partecipazione o il non gradimento del rito collettivo, diventa così tout court emarginazione, solitudine, impotenza. “Nessuna salvezza fuori della Chiesa”. Invece d’essere la “soluzione” all’emarginazione, la Felicità come obiettivo generale, “politico”, la rafforza e la ricrea.
I RITI
I riti, manco a dirlo, sono riti di merce. E lo dico senza scandalizzarmi. Chi si scandalizza di solito é proprio chi prepara il rito perché la merce vi sia presente, ma sfuggente, vi sia esorcizzata. Ma per chi ha presente che la merce esiste, non è la merce a costituire fonte d’irritazione, é casomai il rito che vorrebbe all’apparenza cancellarla mentre la consacra. La merce del caso non é infatti il pacchetto di Muratti o la presenza del divo x, o il mero “prezzo” del panino. La merce é il “rapporto di merce”: é merce-ideologia (la politica), é merce-cultura (la musica), é merce-soggetto (il palco). Vediamola attraverso alcuni suoi momenti simbolici al Lambro.
a) la merce-politica anzitutto: si presenta all’ingresso del prato come striscione-stand, libri riviste panini, tutti rigorosamente di sinistra e “rossi” ma perlopiù divisi per gruppo. Fenomenicamente uniti nell’immagine: uno stand vale l’altro. La gente accetta il rapporto, compra il panino. Ma é troppo caro. Il divario tra valore di mercato e prezzo imposto é troppo. Esplode la contraddizione del “prezzo politico”: il “prezzo politico” di solito tende a smussare il carattere di merce perché la presenta come “servizio”, come oggetto d’uso e non di “lucro”. Poi tutti sanno che dentro v’é ugualmente contenuto quello che metaforicamente si chiama il “giusto profitto” (c’é un profitto “giusto”?), però psicologicamente si preferisce prescinderne. Qui invece il “prezzo politico” mostra la politica con un volto diverso: quello parassitario, quello che si paga sul mangiare, anzi sull’avanzo del mangiare. Per di più la cosa è aggravata dalla gestione clientelare degli stand: chi é del gruppo o simpatizza col gruppo viene gratificato col panino migliore, chi é esterno si prende la merda. Qualcuno di fronte a tanta realtà si incazza: “Compagni se voglio sottoscrivere, sottoscrivo, ma se voglio un panino non potete aggiungerci il prezzo della sottoscrizione”. Rivendicazione giusta. Rivoluzionaria? No. Siamo sempre dentro il giusto prezzo, il giusto profitto, la giusta merce. Meno clientele, insomma, e poi non é il motivo per cui siamo tutti uniti contro la D.C.? Qui con “giusto profitto” molti intendono nient’altro che il mascheramento politico della merce, lo Stato Operaio che sul valore continua a vivere, però lo chiama “servizio”. Viene il dubbio che i più lucidi siano gli altri, i parassiti. Ecco infatti uno che dice testualmente: “ce la prendiamo perché i prezzi degli stand sono troppo alti, ma compagni non dimentichiamo che questi soldi diventano volantini, manifesti, organizzazione, lotta di classe”. Applausi. Mai frase fu più ben detta: i soldi diventano volantini, manifesti, lotta di classe. Potenza dell’equivalente generale! x sterline = 20 libbre di tela= 1 Bibbia (diceva Marx) = 400 volantini = Xn lotta di classe, si può aggiungere). Insomma: la “politica” é dentro il ciclo. La politica é merce di scambio. La politica si paga sul lavoro. Chi vorrebbe nascondere il fatto e fare “lo stand benefico”, pagato con le sottoscrizioni di qualche miliardario “democratico consegunte” (cioè: uno che paga per nascondere a sé e agli altri la natura di merce dei rapporti sociali), non é rivoluzionario: é un nostalgico d’un rito laburista che s’é rotto, d’un travestimento della merce che é caduto. La merce c’é, e si vede. E questa merce é la politica. L’ultima maschera della politica é quella dell’Autonomia Operaia. La politica qui si presenta come antagonista alla merce, si presenta come esproprio, negazione apparente del rapporto di merce: “non ti pago”. Ma questa negazione in quanto prescinde dal carattere specifico della merce (questa o quella, buona o cattiva) cioè dal suo reale godimento, nega proprio il suo lato concreto, d’uso, per affermarne il lato formale, l’astratto valore. La loro “festa” é sempre rito di merce. Assalto ai polli e polli in terra o gettati “alle masse” da qualche palchetto. I pirati amano il doblone perché sotto il doblone amano il rapporto di pirateria, il loro ruolo di espropriati-espropriatori, la loro immagine allo specchio (di subalternità rovesciata): di qui filibustiere, di là governatore. Si riappropriano con la merce, del rapporto di merce. Non sfuggono al ciclo, ci si divertono dentro. La politica qui raggiunge allora il massimo terreno di mistificazione, trasferisce la persona totalmente dentro il rito della merce (la persona, se un panino fa schifo o più semplicemente se non gli va, non lo tocca anche se é gratis, mentre il militante se ne appropria anche quando non ha fame perché ciò che serve, di cui ha fame, non é il panino, ma é il rapporto di merce amato-odiato che il panino esprime). Se bisogna contrattare il prezzo della merce oppure appropriarsene, é un problema della classe, é una variante dentro il ciclo (non é in sé più rivoluzionaria o più cosciente l’una cosa o l’altra). Il problema della persona e della coscienza rivoluzionaria, quella cioé che capovolge l’ordine di cose esistente, é la ricezione dell’oggetto, cioé la sua e la mia “qualità” che entrano in rapporto e come in questo rapporto posso far diventare la merce-cibo semplicemente cibo (gusto, nutrimento, piacere, non rapporto di classe) e la merce-politica semplicemente “liberi rapporti umani” (non pantomima speculare del rapporto di sfruttamento). La merce é là, non bisogna averne paura, né esorcizzarla anche perché ci conviviamo: bisogna frequentarla, amarla e assumerla ma non come valore bensì come uso, ricezione, stimolo, godimento, come insomma “qualità”, cioè oggetto che si fa soggetto, “natura” che si fa “coscienza”. La merce (l’ha detto Marx) esce dal ciclo quando uno la mangia, la consuma, la usa, quando ridiventa “cosa” buona o cattiva. Il rito-politica non può più permettersi di nascondere questa realtà, anche questa ambiguità al Lambro é stata rivelata.
b) la “merce-cultura” in un Festival-pop vive principalmente come musica. La polemica contro la “musica commerciale” é vecchia come il movimento giovanile e anch’essa manifesta lo stesso pavido tentativo di occultare la realtà (in ciò é stata maestra Stampa Alternativa). La musica, qualsiasi musica, in quanto dentro un rapporto di scambio. é merce, é quindi “musica commerciale”. Il problema vero é: questa musica o quella musica? Di nuovo, il problema é la sua ricezione, il suo uso. Di solito invece si contrappone alla “musica commerciale” la “musica collettiva”, quella che cioé ricrea il rito. Musica collettiva spontanea (tamburi battuti in cerchio fino alla noia) o musica cosidetta ” di partecipazione”. Questa seconda é una delle mistificazioni più grosse che il “movimento” abbia partorito. Quando Elvis Presley a Las Vegas durante l’esecuzione di “Love me tender” scendeva dal palco a baciare le giovani e a farsi baciare, questa era partecipazione. Partecipazione a un rito, a un’identificazione col divo. Il trucco di far battere le mani alla gente o di farli cantare in coro è noto alle suore quanto, sempre in campo musicale, a Bing Crosby. In gergo si dice che é una maniera per “risolvere”: molti cantanti e gruppi tengono come pezzo finale il pezzo dalla ritmica più elementare così la gente batte le mani, il pezzo finisce in un crescendo di applausi, la gente applaude il divo, il divo applaude la gente, abbiamo fatto una bella festa in famiglia e vi regalo pure il bis. La musica del Lambro io l’ho sentita fino alla noia, l’ho ascoltata e riascoltata dal vivo e sui nastri registrati: ore e ore di musica. Un’analisi particolareggiata richiederebbe un discorso a parte. Sintetizzo e vengo al nocciolo del suo contenuto “rituale”. Alla musica si chiedeva di rappresentare l’unità della gente del Lambro. Questo già costituiva una preclusione rispetto all’ascolto: la musica come espressione e comunicazione del gruppo x, come ricerca personale, partiva già compressa. Impossibile che neppure si presentasse “alla ribalta” quella che si prestava alla scomposizione del pubblico, a “ribaltare” una contraddizione tra la gente. E’ interessante notare in alcune prestazioni musicali di livello, quelle per esempio della Taberna Mylaensis, del Canzoniere del Lazio, di Don Cherry, di Toni Esposito, come in genere i momenti di maggior “successo”, individuati dalla quantità e dal calore degli applausi e dei consensi, siano inversamente proporzionali alla qualità musicale espressa. Ci sono degli ambiti d’ascolto dove si crea quella “giusta” tensione psichica e corporale, quella “comunicazione” in cui la persona che trasmette qualcosa di sé dal palco riesce non solo a esprimersi pienamente, ma a “inventare”, a comunicare oltre i confini previsti e prefissati, a scoprire se stesso, nuove parti prima all’oscuro della propria “musica interiore”. Ci sono altre atmosfere, e questo era il Lambro, dove chiarissimo a tutti i musicisti era il fatto che ogni liberazione del personale sarebbe stata confusa con egotismo e quindi s’aveva da ricorrere ai trucchi del mestiere, al pezzo facile e di sicuro effetto, al gioco di bottega, cioé alle risorse del lavoro. Di nuovo: la merce. Ogni tentativo di sortita verso dimensioni sonore più godibili in un rapporto di persone, rilassate, emotive, aperte, era bollato da indifferenza o da caduta di tensione; mentre ogni ripiegamento sulla “partecipazione” furba, sulla presentazione “politica”, sulla ritmica semplice, sull’effettismo, sulla “meccanica” professionale, sul rito collettivo suscitato dal solito atto magico sempre uguale a se stesso, era invece coronato dall’applauso, dal successo e quindi a sua volta ripagato in merce (dischi). Ma c’è un livello anche più profondo: da un paio d’anni a questa parte c’é stata in Italia a livello musicale, pilotata dai festival pop, una grossa ripresa della ritmica: ritmica chiama corpo, corpo chiama sesso. La cosa dovrebbe essere positiva. Senonché la matrice originale di tutto ciò nasconde un’ambivalenza: c’é ritmica e ritmica, c’é quella del corpo e c’é quella del lavoro. La musica primitiva dove il lavoro é creativo ed é legato al ciclo della sessualità, nasconde questa ambiguità. Ma la musica del nostro tempo non può più celarla. Nella stessa ritmica africana e orientale d’altronde, il ritmo non è mero battimento, pulsione, ma é un vero e proprio linguaggio, esprime significati, comportamenti, contenuti umani. La nostra musica, soprattutto quella italiana di ascendenza contadina, esprime talvolta attraverso suoni onomatopeici questi significati (soprattutto allusioni erotiche), ma più spesso rimanda a una significazione di fondo che é appunto il lavoro, la scansione del ritmo di lavoro. Il rituale collettivo é in questo caso scandito da un gesto ripetitivo e uguale trasmesso da lavoratore a lavoratore. Ci si identifica in quanto “lavoratori”. Questa “musica del lavoro” é inutile nascondere che é stata la matrice della musica della sinistra italiana. L’altra matrice anch’essa d’origine “popolare” é la marcia, anch’essa a ritmo costante, deciso e scandito, gesti ripetitivi e uguali, cioé la musica marziale, che non é solo musica dell’esercito, ma anche musica “di lotta”. Infine la musica da chiesa, corale, rituale, impostata anch’essa su un ritmo costante, su fasi semplici e ripetitive, slogan. Appare già una differenza sostanziale dalla ritmica africana, orientale e, in parte, afro-americana: qui proprio per un richiamo corporeo e/o “colto” più marcato, le varianti ritmiche si sovrappongono e/o trasmutano le une nelle altre. Invece nella nostra ritmica, le varianti tendono ad appiattirsi su un unico disegno battente sempre uguale a se stesso e perciò tanto più coinvolgente. Ma si tratta di coinvolgimento da “lavoro”, da “milizia” (anche in servizio d’ordine), o da “religione-ideologia” (slogan ritmato, domanda-risposta, rito simbolico). Se la musica deve esprimere l’unità politica del proletariato giovanile, é ovvio che essa deve negarsi come musica e ridursi a “suono del ciclo”: lavoro, militanza e fede. Nello stesso tempo la musica esprime in termini astratti, mediati, ma più vicini al corpo, questi tre capisaldi della “coscienza di classe” e quindi a differenza della politica si presta meno alla rilevazione della contraddizione. E infatti al Lambro se la contraddizione della politica si é espressa, quella della cultura-musica non si é espressa o si é espressa in termini vecchi identificando cioé come merce solo la musica che non tracciava legame esplicito con lavoro-militanza-fede, l’altra invece era “musica nostra”, era “partecipazione”: eppure si trattava spesso d’una partecipazione allo stesso rito politico di merce che s’era in qualche modo smascherato. Qui, nella musica, l’ambivalenza é ancora da mostrare, può ancora trattarsi d’un terreno d’apparente unità. Il che per chi fa musica e per chi ama la musica costituisce un impegno a lottare in direzione della scissione, dello scioglimento dell’ambiguità, contro il “rito del lavoro” verso la “comunicazione tra persone”. E anche al Lambro qualcuno c’é riuscito. E non é poco.
c) la “merce soggetto”. Se già passando dalla “politica” alla “cultura” la contraddizione s’ammorbidiva e si celava, qui giunta alle soglie dell’io, la contraddizione si nascondeva proprio. La pulce nell’orecchio m’é venuta dalla solita banalità fenomenica: la gente aveva preso il palco e si alternava a parlare al microfono. “Parlo io, parlo io”, “No tocca a me” e via a strapparselo. Vabbé, mi dicevo, é il solito problema delle code. Poi ognuno si presentava:“Sono un compagno di … “, oppure “sono un operaio…”: che noia ‘sti biglietti da visita. Poi “compagni” di qui, “compagni” di là. Ma che bisogno c’é… Infine il flash, l’ultima sconcertante osservazione. C’era il microfono, ben due enormi altoparlanti accesi, da supergruppo, la gente tutta sotto il palco praticamente a portata di voce naturale. Eppure chi parlava al microfono urlava. La mia stupida domanda interiore era dunque questa: il microfono é un raffinato strumento tecnologico atto ad amplificare le onde sonore: la sua specificità sta insomma nel fatto che permette di parlare a voce normale e di farsi intendere ugualmente a grandi distanze. “Ma allora perché urlano?” Urlare al microfono é un po’ come mettersi l’apparecchio acustico quando si ha un ottimo udito, o anche come guardare un elefante con la lente d’ingrandimento. Eppure no, non é cosi. A livello di espressività corporale nell’urlo al microfono s’esprime l’istinto di potenza, il potere sugli altri. Tutti piccoli Charlot che fanno Hitler. Allora: avevano preso il palco o erano stati presi dal palco? Cos’é il palco, se non qualcosa che ti mette sulla testa degli altri, e perché l’ossessione di prenderlo se non per mettersi sulla testa degli altri? Questo é il gioco del palco. Che é anche il gioco del Soggetto. II Soggetto é colui che ha potere, e il potere é un palco. Ma i soggetti mutano e cambiano, si alternano a urlare al microfono, il palco resta perché il potere è lui. Il Soggetto é una “Cosa”: il palco, e i soggetti che si definiscono tali solo in virtù della dimensione del palco sono soggetti fantasmatici, sono personaggi in cerca d’autore. E’ il palco il vero Soggetto, é l’Autore, quello che ti presta voce e atteggiamento e ti trasmette gestualità. Anche qui: il palco, nonostante tutto, unisce. E’ l’unità rituale che permette l’assemblea perché parlare in crocchio o a due, a tre, a quattro, pare non sia comunicazione interpersonale “verace”: la comunicazione é assemblea e il palco ne é il Soggetto, e il soggetto singolo si pensa tale solo quando si toglie dalla sua soggettività reale di persona e si mostra come “figura del palco”, perché la comunicazione non é da persone a persone ma da “soggetto politico” “coagulo di potere” “io urlante al microfono”, a “masse” “classe” “compagni”, unità indistinta di altri “soggetti politici” che anch’essa non s’esprime in sguardi, sensazioni tattili, parole chiare o sottintese, ma in urla applausi e fischi (o lattine). Ciclo del potere: la polvere e l’altare, con la polvere che da un momento all’altro ti può anche finire negli occhi. Altri non urlavano: erano lì a usare un microfono, una struttura casuale perché in quel momento era lì che si comunicava e comunicavano magari raccontando di sé, com’erano arrivati al parco, cosa gli era successo. Quelli sono scesi dal palco come ci sono saliti: hanno parlato lì come altrove. Anche qui, qualcuno c’é riuscito. E non é poco. Che siano sempre più soggetti a parlare e sempre meno “soggetti politici”, sempre più “persone”, e sempre meno “compagni”.
-Non credo di essere tanto cattivo, non mi considero depravato o delinquente, siamo poi sicuri che esiste un delinquente? Sono uno dei tanti, mentre tu leggi io ti passo accanto o ti guardo da un autobus. Sono uno dei tanti schiavi operosi, dei tanti esseri curvi sotto il peso dell’amarezza, dell’alienazione.Giulio Sei uomo! Amico, è per te che sono rivoluzionario
- Diritto alla gioia- Se lavoro sto male, se non lavoro è uguale
- No alla depressione di classe, no al potere triste
- A morte i biechi blu
- Pe’ fa ‘na vita meno amara; me so comprato ‘na lupara…
- Creiamo distruggendo
- Come nel ’68? No, peggio, oggi c’è la crisi
- II collettivo Indiani Metropolitani, suona i tam-tam per chiamare a raccolta tutte le tribù più selvagge degli emarginati, drogati, teppisti, freakettoni. Lunedì 14 alle 16 per un carnevale di festa e guerra in città. Custer boia
- Meglio l’erba che la televisione
- Ci hanno cacciati dall’università, ora ci prendiamo la città
- Guvernu talianu ti ringraziuca pi pisciari non si paga daziuca pi fari la bona cacatanon c’è bisognu da carta bullata
- Bombardiamo il quartier generale dell’imbecillità
- Più baracche meno case- Potere padronale
- Indiani organizzati, diritto di giocare, nelle riserve non ci vogliamo stare. Viva i sacrifici
- Vogliamo le baracche non le case
- Le persone sono sole perché costruiscono muri invece di ponti
- Noi mangiamo sandwiches di realtà
- Emarginati di tutto il mondo unitevi e divertitevi
- Tutto il potere al vizio di classe – Sto male, scusate se non c’entra niente
- Provocatori sono i corpi separati dello stato
- Portare l’attacco al cuore dello stato, tutto il potere al povero strippato
- Più lavoro meno salario- Andreotti è rosso, Fanfani lo sarà
- Legna legna legna, non smetter di legnare, la gobba di Andreotti vogliamo raddrizzare
- Processo all’università: condannate le istituzioni, assolti i compagni
- Porci baroni pagherete tutto
- Fichera
- Romani porci baroni oggi prosciutti domani
- No al numero chiuso, no alla meritocrazia, università di massa senza baroni, senza polizia, che sviluppi conoscenze legate alle lotte e ai bisogni della classe operaia in cui ci sia la totale agibilità di manifestazione politica Comitato di lotta contro le riforme
- Fuori i baroni rossi, bianchi, neri o a pallini
- La politica è impossibile e impossibile chi la pratica
- Polizia, carabinieri: assassini più di ieri- Andreotti, Berlinguer, la repressione continua
- No al governo Berlingotti
- Baroni, padroni, pompieri, aspiranti dirigenti, topi di sezione, oscuri burocrati, gente con la linea in tasca. Forse tra qualche giorno ce ne andremo e proverete a dimenticare tornando con: bacheche, circolari processo democratico, giornali registri, libri mastri, orpelli specchietti, proposte in positivo ma azioni costruttive, delegati e mozioni (ma non rompete i coglioni) Direte: era un fuoco di paglia un’oscura marmaglia senza proposizioni(ma non rompete i coglioni) ma tutto questo non è stato invano noi non dimentichiamo…Per il vostro potere fondato sulla merda per il vostro squallore odioso, sporco e brutto Pagherete caro, pagherete tutto Collettivo Resa dei conti, di Piazza Bologna
- Celerini e pompieri visite brevi- I baroni fanno la cacca rossa
- Son tornate le streghe, son tornati gli stregoni, Andreotti fuori dai cojoni
- Chiudiamo i covi di Cossiga
- La riforma Malfatti è una cacata enorme
- Malfatti ti faremo lavare i piatti, ma senza detersivo perché hai fatto il cattivo
- Ci hai rotti governo Berlingotti
- Chiudere i covi del terrore: Botteghe Oscure, Viminale, piazza del Gesù
- No alle droghe elettriche: la TV fa male. Affitto proletario = 100 % del salario
- Cattolici cristiani per voi non c’è domani, son nati i nuovi neroniani
- Tante croci per tanti ciellini
- Portare l’attacco al cuore del papato, attenti arriva il chierichetto armato
- Se tutti quelli del PCI si mettessero in fila e si passassero parola, alla fine direbbero tutti la stessa cosa
- La rivoluzione è una cosa seria e si fa con allegria.
- Amore, amore, amore, fammi venire, veniamo insieme con la rivoluzione
- Provocate emozioni
- Coloriamo i pensieri e balliamoci attorno
- Potere dromedario
- La rivoluzione è una festa o non si fa
- Riprendiamoci il mondo- … e sarà una risata che vi spazzerà via
- Ciò che non cambia è la volontà di cambiare
- Libertà dal conosciuto
- Cutrettoliamoci la vita. ( Nucleo cutrettolesi giocherecci)
- No all’ideologia, si alla comunicazione
- Succede di tutto oggigiorno, il sole è una femmina e il maschio è la luna
- II colore dei pensieri è il colore dell’universo le situazioni contingenti lo tingono di rosso- Contro la depressione fate la rivoluzione
- Oggi non sono stata triste non voglio esserlo mai più
- Chiudiamo i covi grigi che stanno a Palazzo Chigi
- Geronimo, Kocis, Nuvola Rossa tutti i giovani alla riscossa
- Affinchè la morte ci trovi vivi e la vita non ci trovi morti
- Libertà per i bidelli ingabbiati
- È bello essere famosi anonimamente
- We love you Amendola con le orecchie a svendola
- No allo spontaneismo, si alla spontaneità
- Devi inventare un mondo nuovo di colore turchino
- Quando la merda acquisterà valore i poveri nasceranno senza culo
- Durante la comune di Parigi, i comunardi prima di sparare alla gente, spararono a tutti gli orologi di Parigi e li frantumarono, volevano fermare il tempo degli altri, dei padroni. Oggi davanti a me al di là delle vostre facce io vedo una maschera…
- 500.000 ore, 35 lire, questa è la vertenza che dobbiamo aprire
- Pipe ai pensionati, canne ai ragazzini, nuclei sconvolti clandestini
- Organizziamo la nostra rabbia, occupare è bello. Non troppo
- Vampiri di tutto il mondo unitevi
- Non vogliamo università pulite ma giuste
- Volete farci vivere strisciando e piangendo, meglio alzarsi e morire ridendo
- L’inferno è rosso il paradiso lo sarà
- La rivoluzione si fa con le bolle di sapone. Meglio una fine spaventosa che uno spavento senza fine
- Potere a nessuno
- Togliamo le serrature dalle porte, le porte dai cardini
- Proletariato nostro, che sei in fabbrica, sia affermata la tua egemonia venga la tua dittatura sia fatta la tua linea cosi in fabbrica come nella scuola dacci oggi il nostro collettivo quotidiano rimetti a noi il nostro movimento di massa come noi ti rimettiamo la direzione complessiva non ci indurre in frazione ma liberaci dalla guardia estrema
- Costoro sono nati per una vita che resta da inventare nella misura in cui hanno vissuto, è per questa speranza che hanno finito con l’uccidersi…
Appesa sui muri della ‑facoltà di Lettere verso la metà perìodo dell’occupazione, questa riflessione fantapolitica del collettivo Scimmia d’oro, dal titolo Comunismo e/o barbarie, descrive l’occupazione ed i suoi sviluppi visti, a distanza di molti anni, ormai come una favola. Il manifesto si chiude però con un brusco ritorno alla realtà ed ai suoi problemi, fino alla necessità, “tutta comunista,” di “ritrovare la dura coerenza della scienza delle cose”.
Essi si stanziarono nella riserva il 2 febbraio 1977 (secondo il vecchio calendario) anno 1 della Grande Occupazione. Tale atto (che oggi viene ricordato nella celebrazione della S.S. Occupazione dell’Università) fu subito compreso nella sua essenza non di transitoria manifestazione bensì di definitiva scelta di vita (alcuni storici oggi ritengono che qualche deviante nei primi tempi della Grande Occupazione sostenesse che questa costituisse un mezzo e non un fine; noi ovviamente non accettiamo una simile assurda ipotesi). Nei primi giorni dell’Occupazione dell’Università alcuni di Essi, in accordo con le teorie del nostro studioso napoletano Giovambattista Vico, ritennero che il fenomeno dell’Occupazione dovesse inserirsi all’interno di un ciclico decennale ripetersi di avvenimenti legati al magico numero di 68. Il Pecchioli (noto filosofo e politico della cui produzione ci rimangono purtroppo solo pochi frammenti) pare sostenesse, in una sua poderosa opera di dodici volumi, trattarsi di “poche decine di provocatori”. Ora non sappiamo esattamente quali preziosi concetti nascondesse questa ardita metafora, è certo però che solo grazie allo sforzo organizzativo e teorico dell’organizzazione che il Pecchioli guidava Essi riuscirono a portare a termine la grande Occupazione. Ci rimangono, è vero, dei frammenti da cui potrebbe sembrare che anche altre organizzazioni politiche contribuissero al successo dell’iniziativa, ma sia i loro strani nomi (Ao; Pdup; Lc) sia la mancanza di ogni riscontro storico sulla loro effettiva presenza nel XX secolo (secondo il vecchio calendario) ci fa ritenere piuttosto che si tratti solo di simboli fonetici di chissà quali metafisici concetti. La grande intuizione che Essi ebbero è che non si potesse abbattere il sistema borghese senza distruggere anche tutti quei valori, quei comportamenti borghesi che, confinati nella sfera del “personale”, erano stati da tutti ritenuti non degni di menzione. Il comunismo non era dunque solo l’autogoverno dei produttori ma era anche la scoperta della propria sessualità, il diritto a godere, a giocare, il trionfo del principio del piacere sul principio della realtà. E i geloni della classe operaia? Sarebbero scomparsi anche quelli, perché l’impossibile era realistico. Purtroppo Essi si divisero subito in due grandi fazioni: coloro che volevano organizzarsi con la logica e coloro che volevano organizzarsi con la fantasia (fu solo nel Grande Concilio di Lettere che venne definito il Mistero della Santa Organizzazione). Se oggi ci sfuggono i termini di tali sottili disquisizioni non dobbiamo credere che essi si perdessero a lungo in vane dispute: decisero di non organizzarsi.Nel frattempo il Potere con inusitata solerzia diede inizio alla costruzione della nuova facoltà di Ingegneria, la cui realizzazione (della quale molti disperavano) giaceva da molto tempo nel limbo dei progetti, poi furono anche altre facoltà; ben presto (nel giro di pochi mesi) all’insaputa di tutti, fu terminato un nuovo complesso universitario nella periferia della città. Gli studenti vi presero presto le nuove lezioni nelle nuove facoltà.Intanto Essi, travagliati da molteplici divisioni interne, avevano deciso di rinchiudersi nella vecchia università fino a quando non fossero riusciti a definire se il colore dell’Utopia dovesse essere il blu turchese (come sosteneva l’ala più moderata) o il blu di Prussia (come sosteneva l’ala più intransigente). Il Potere cosi ebbe tutto il tempo di fare erigere un muro attorno all’università che divenne la Riserva La speranza era che Essi si estinguessero lentamente, ma inaspettatamente Essi iniziarono a riprodursi anche in cattività. Solo alla terza generazione (verso il 50 d.O.) qualcuno si accorse del Muro, qualcuno (di cui poi non si seppe più nulla) disse che i vecchi si erano accordati con il Potere per costruire il Muro. In breve però ci si abituò al Muro e gli ultimi di Essi chiesero a tutti di credere con un atto di fede nel Mondo Esterno. Pare risalgano a quegli anni alcuni riti, patrimonio che Essi tramandarono ai loro figli (secondo alcuni storici tramite iscrizioni murali che sarebbero poi state cancellate dall’azione erosiva delle intemperie) e da questi, di generazione in generazione, fino ai giorni nostri; già da allora i più giovani restavano affascinati dalle magiche formule di questi rituali (p.e. “casa scuola fabbrica e quartiere, la nostra lotta è per il potere” oppure “studenti e operai uniti nella lotta”); di che sesso bisognava, ad esempio, considerare “l’operai”” mitica entità misteriosa che ricorreva in tante formule? Le radici di una rivolta. L’unica regola che reggeva la comunità era il dover essere felici. Tutti gli storici sono unanimi nell’affermare che in nessuna sede si pose mai il problema di ricercare le cause, i perché dell’infelicità. Pare che bastasse dire di voler essere felici per esserlo automaticamente; secondo alcuni sembra però che taluni dotti spiegassero l’infelicità ricorrendo ad una entità metafisica chiamata “Capitalismo” (che pare si ricollegasse all’entità misterica “operaio” ricorrente nei riti); ma tali astrazioni, che non erano alla portata di tutti, rimasero nell’ambito di ristretti cenacoli che presto si estinsero senza lasciare traccia di sé. I pochi dissidenti che mostrarono di non essere felici e di non sentirsi del tutto a loro agio furono considerati sospetti. Non esistono documenti che testimonino resistenza di rapporti di qualsiasi tipo col Mondo Esterno; gli storici sono unanimi nel negare che ce ne siano mai stati.
- Le spranghe di ferro nel ’68, nel ’77 le P. 38
- Un’avventura cominciata un certo giorno e finita in un altro con idee che non sono proprio le stesse
- Spiazzati dalla piazza.
- Occupanti, disoccupati, femministe, studenti medi, precari, eccetera… le separazioni ci dividono sempre più e siamo maggiormente controllati. Questa lotta rischia di fallire se mi riconosco solo come studentessa e lotto per la riforma Malfatti, cosi fallisco se, come donna, riconosco il femminismo un metodo di liberazione di me come individuo Una compagna
- I porci hanno perso le ali. La compagna Lidia Ravera ha scritto un articolo calunnioso e provocatorio su un settimanale di Mondadori (Panorama). I compagni e le compagne di azione ne escono come personaggi deliranti non solo ma anche come anticomunisti! Lidia Ravera abituata a mercificare le sue emozioni (vedi successo pilotato dalla stampa borghese) cerca di trasformare in merce le nostre lotte, le nostre contraddizioni. È tutto molto grave perché Lidia si dice compagna e femminista. Che significa per lei essere compagna? Mercificare il culetto di Antonia? (il film in lavorazione costa 600.000.000), o offendere compagni non da indiani ma da squadristi, e la copertina di “Panorama” con i compagni con i bastoni in mano!? Forse è proprio vero che, come diceva un compagno, il libro Porci con le ali lo hanno scritto Susanna Agnelli e Ugo La Malfa
- a) Compagna che duri anche dopo l’occupazione b) Fare discorsi meno fusoni ma più concreti c) Esprimersi in tutti i modi (oltre queste cazzate) d) Vivere tutte le contraddizioni possibili ed immaginabili e) Risolverle f) Capire perché vado d’accordo solo con quelli che chiamano inetti g) Convincermi se lo siano effettivamente h) Decidere se essere matto anch’io e rimanerci sempre i) Abolire tutti i “non si deve“ 1) Scusarmi con quelli che si sono sorbiti questa lista.
- Ora sappiamo cosa fare, lottare per creare
- Marx non è un feticcio
- L’università è finalmente nostra, godiamoci l’occupazione, no alla preoccupazione
- Compagni, questo non è più il ’68, questo è il 1977
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