Riportiamo un contributo di Marcello Anselmo pubblicato sulla rivista Il Mulino che ricostruisce il clima e la situazione che si vivevano a Napoli nell’estate del 1973
Inizio anni Settanta, la metropoli mediterranea in procinto di diventare l’epicentro dell’ultima epidemia di Colera dell’Europa occidentale è teatro di due eventi che ne racchiudono tutta la contraddittorietà
Il 28 agosto del 1973, le spiagge di sabbia nera del litorale vesuviano a levante di Napoli erano piene di donne, uomini, bambini che cercavano refrigerio dall’afa, bagnandosi in un mare limaccioso, maleodorante, avvelenato.
Il mare che bagnava Napoli era lo specchio della drammatica condizione ambientale dell’intera città e provincia partenopea. Lo spazio acqueo era aggredito dalla formidabile inefficienza del sistema fognario il cui ultimo ammodernamento risaliva agli anni del Risanamento successivi alla micidiale epidemia di colera avvenuta tra il 1884 e il 1887. Il sistema fognario era articolato in un impressionante numero di alvei di raccolta scoperti (in particolare nelle periferie operaie nella parte occidentale che orientale della città) e alla presenza di decine di scarichi (autorizzati e abusivi) che rilasciavano direttamente in mare le acque nere prodotte da una città che, in poco meno di un ventennio, aveva raddoppiato la propria popolazione e la propria estensione territoriale. Alle acque di scarico fognarie si aggiungevano gli scarti di lavorazione industriale. Eppure, quel 28 agosto 1973, sul litorale vesuviano del golfo decine di persone sfidavano il divieto assoluto di balneazione piantando ombrelloni colorati sovrastati dalle ciminiere delle raffinerie, tuffandosi in un mare puntellato da decine di mercantili e navi militari Nato in attesa nel golfo all’ombra del Vesuvio.
Erano abitanti di una città dal tasso di mortalità infantile più alto d’Europa, dalla presenza endemica di malattie gastrointestinali come il tifo e l’epatite virale. Una popolazione che viveva uno spazio urbano tra i più sovraffollati del mondo e dove fenomeni come il lavoro nero, minorile, irregolare e sommerso erano fattori costitutivi di una normalità d’eccezione. Tuttavia la metropoli mediterranea in procinto di diventare l’epicentro dell’ultima epidemia di Colera dell’Europa occidentale, nelle settimane precedenti fu il teatro due eventi che ne racchiudono tutta la contraddittorietà e complessità. Quel 28 agosto 1973, sul litorale vesuviano del golfo decine di persone sfidavano il divieto assoluto di balneazione piantando ombrelloni colorati sovrastati dalle ciminiere delle raffinerie. Tra il 19 e il 21 giugno 1973 all’interno dell’autodromo per go-kart Kennedy in disuso, sito sulla collina dei Camaldoli, ebbe luogo il primo festival di rock progressivo italiano, il Napoli Be-In. Fu organizzato dal complesso degli Osanna, un’importante formazione di rock progressivo napoletana. Il pubblico del festival – proveniente da tutta Italia ‑ raggiunse le 25 mila presenze e l’evento segnò l’ingresso di Napoli nell’immaginario controculturale italiano. Nel luglio del 1973, poco dopo il Be In, ebbe luogo in tutt’altra parte della città una rivolta popolare dai tratti manzoniani. La notte del 18 luglio 1973 i panificatori di Napoli dichiarano una serrata interrompendo la produzione di pane e bloccando contemporaneamente l’approvvigionamento dei forni cittadini. L’improvvisa sparizione di un bene primario per l’alimentazione della popolazione trasformò, in poche ore, la lotta dei panificatori in un’insurrezione popolare che si manifestò attraverso un vero e proprio assalto ai forni in diverse zone della città. Nella periferia nord della città, in particolare in Calata Capodichino, per tre giorni si verificò una dura contrapposizione tra: «ragazzi e donne di estrazione popolare» a cui si mescolarono agitatori «marxisti leninisti e della sinistra extra parlamentare» con i reparti della celere, come riportano le cronache del tempo e le informative inviate dal prefetto Amari al Ministero degli interni.
Il 28 agosto del 1973, Torre del Greco è una piccola cittadina della costa vesuviana che – come il capoluogo – ha visto trasformare il proprio tessuto urbanistico e sociale dal sacco edilizio degli anni Cinquanta e Sessanta. Torre del Greco diventa il primo focolaio dell’infezione colerica certificato dalla morte di due donne al locale ospedale Maresca. Il 29 agosto «Il Mattino» parla per la prima volta di Colera. Viene organizzata in gran fretta una disinfezione straordinaria della città effettuata in parte da mezzi dell’esercito e in parte affidata alla ditta di Roma specializzata Zucchet. Nelle strade vengono irrorate 1500 tonnellate di disinfettante. L’episodio epidemico, di per sé, ebbe numeri di contagi e vittime contenuti. Complessivamente in tutti i focolai si registrarono 277 contagi e 24 morti, la maggior parte delle quali (19), avvenute a Napoli città in cui all’ospedale dedicato alle malattie infettive Cotugno diretto dal medico ed esponente del Pli Ferruccio De Lorenzo, ci furono 822 ricoverati, di cui 126 pazienti positivi, 661 negativi e 11 portatori sani. Il Nosocomio balzò agli onori delle cronache nazionali per la fotografia che immortalò il gesto scaramantico (le corna) dell’allora presidente della Repubblica Giovanni Leone durante la sua visita ufficiale dell’8 settembre del 1973, e per i reportage pubblicati dal «Times» e «Le Monde» che descrissero la confusione, l’improvvisazione e l’approssimazione che ne caratterizzarono l’attività durante l’emergenza epidemica. L’ospedale fu anche meta di ben due processioni di fedeli e devoti di santi locali, con l’intento di favorire la guarigione dei ricoverati.
In pochi giorni la città piomba in una psicosi generale. Le misure straordinarie di igiene sono adottate in modalità disorganizzata e senza un apparente coordinamento tra istituzioni locali e nazionali e provocano una catena di effetti che ha come risultato quello di amplificare le reali dimensioni dell’epidemia. L’eco suscitata dalla pressante narrazione dei mass media nazionali trasforma l’emergenza locale in un caso nazionale. Il primo settembre viene avviata la vaccinazione di massa, centri di vaccinazione sono istituiti nei luoghi più disparati (dal palazzetto dello sport alle sedi di partiti politici) dove lunghe file di uomini e donne attendono la somministrazione del vaccino. Esplodono rivolte e incidenti motivati – in gran parte – dalla lentezza delle operazioni e dalla sensazione nei quartieri popolari di ricevere un trattamento difforme rispetto ad altre zone della città. Si susseguono tentativi di assalto dei centri di vaccinazione. Nella centrale Piazza Municipio, in prossimità della sede del Comune di Napoli, la folla assalta i furgoni che trasportano il vaccino destinato ai 17 centri istituiti in città. Nel quartiere occidentale di Fuorigrotta 5000 persone sfondano i cancelli per entrare all’interno del Palazzetto dello sport dove infermieri dell’esercito Usa somministrano il siero utilizzando delle moderne pistole inoculatorie a pressione. Al 5 settembre 1973 vengono, tuttavia, vaccinate un milione e duecentomila persone.
L’epidemia, la grande paura, come la definirono roboanti titoli dei principali quotidiani italiani, fu, in realtà il passaggio nella penisola della VII pandemia di Colera (ceppo del vibrio El Tor) iniziata nel Subcontinente indiano nel 1961 e terminata nel 1975 ad Odessa, allora nel territorio dell’Urss.
Il 2 settembre viene denunziato l’estendersi dell’epidemia anche in altri luoghi del Mezzogiorno e del Centro Italia con l’ufficializzazione di casi conclamati di colera (Bari, Foggia, Cagliari). L’epidemia diventa una minaccia nazionale. L’emergenza si estende perfino nella zona periferica della capitale (afflitta a suo modo da problematiche igienico-sociali non dissimili dal capoluogo campano) così come minacce di contagio vengono registrate in più parti del Paese. Le contromisure adottate dal governo si ripercuotono sull’intero territorio nazionale: chiusura dei luoghi di intrattenimento e socialità nelle zone colpite dalla malattia, il divieto della produzione, vendita e consumo di prodotti di mitilicoltura a livello nazionale, divieto di commercializzare prodotti agricoli provenienti dalle zone infette, si tratta di una serie di atti e decisioni che stravolgono il quotidiano non solo delle città coinvolte ma di tutto il Paese. Le contromisure adottate dal governo si ripercuotono sull’intero territorio nazionale: chiusura dei luoghi di intrattenimento e socialità nelle zone colpite dalla malattia, divieto di commercializzare prodotti agricoli provenienti dalle zone infette. L’origine dell’epidemia viene frettolosamente imputata all’importazione illegale di mitili dalla Tunisia (Paese dove il colera è comparso nel mese di maggio 1973) e la cozza diventa l’untrice principale. Il 5 settembre ebbe inizio «la battaglia delle cozze». Un imponente schieramento di forza pubblica distrugge gli allevamenti autorizzati di mitili prossimi alla costa cittadina tra le proteste dei lavoratori e della popolazione della zona. La responsabilità dei mitili coltivati negli allevamenti (autorizzati ed abusivi) prossimi alla linea di costa metropolitana nella genesi dell’epidemia, fu esclusa drasticamente dai risultati della perizia della commissione di medici specialisti. Questi ultimi, oltre ad escludere la presenza del vibrione colerico di tipo El Thor nei mitili, certificarono la contaminazione delle acque marine provocata dall’inadeguatezza del sistema fognario cittadino.
Ma la cozza diventò l’untrice, anche se, in realtà, è stata solo l’incubatrice inconsapevole dei germi dell’epidemia. Divieti e restrizioni suscitano proteste e rivolte. La reazione popolare si indirizza contro le condizioni strutturali di quella che è stata definita la “fecalizzazione dell’ambiente cittadino”: barricate e rivolte scoppiano per chiedere la copertura di alvei fognari a cielo aperto, oppure la rimozione di cumuli di immondizia, e anche per l’adozione di misure contro la disoccupazione aggravata dal temporaneo divieto di traffici commerciali della città.
Il colera, dunque, fu non una catastrofe naturale ma un disastro antropico. L’epidemia fece emergere in modo drastico un insieme complesso di elementi sommersi ma, tuttavia, caratterizzanti della condizione economica, sociale e igienico-sanitaria del Mezzogiorno italiano.
La Napoli del 1973 era una metropoli in cui convivevano strati sociali eterogenei segnati da profonde disuguaglianze. A un ceto medio impiegatizio e una classe operaia «ufficiale”, corrispondeva un proletariato marginale e precario impiegato nei settori più disparati. Si tratta di una configurazione storica che trovava fonte di reddito in attività situate nella zona grigia del lavoro nero e informale. In particolar modo, il settore calzaturiero e della produzione di guanti rappresentava una realtà lavorativa estremamente articolata e basata su un forte decentramento produttivo e sulla diffusione del lavoro domiciliare. Nel centro storico napoletano decine di abitazioni erano in realtà micro-officine di una fabbrica diffusa in cui si lavorava senza alcuna garanzia e nessun controllo. Zone urbane caratterizzate da un alto indice di sovraffollamento e promiscuità, in cui la nocività dell’ambiente si mescolava alla nocività dell’attività produttiva. Bassi, sottoscala, abitazioni buie e umide erano i reparti di una fabbrica diffusa ma nascosta. Invisibile anche agli occhi del Pci e delle organizzazioni sindacali che contavano il proprio bacino elettorale, soprattutto, nella classe operaia formale, relegando i lavoratori del proletariato marginale ad una rappresentazione di plebe e sottoproletariato. La condizione del proletariato marginale si ritrovava, più che nell’attenzione del principale partito comunista dell’Europa occidentale, nelle pratiche del Psiup, de «il manifesto» nonché di gruppi della sinistra rivoluzionaria e dei cattolici del dissenso. Lotta Continua, successivamente ai fatti di Reggio Calabria del 1970, provò a radicarsi ulteriormente a Napoli individuando nel proletariato marginale il soggetto di riferimento per la sua attività.
L’emergenza sanitaria legata all’esplosione dell’epidemia di colera vide l’organizzazione di una miriade di pratiche sociali che spaziavano dall’attività di centri vaccinali così come di attività sanitarie di base (negli anni successivi, proprio a partire da quest’esperienza, iniziò la formazione della struttura dei centri sanitari popolari in tutta l’area metropolitana) fino all’organizzazione di gruppi di sostegno alla condizione femminile e del lavoro precario. Dal lavorio politico, analitico e militante emerse una configurazione sociale complessa e articolata che definiva una classe operaia marginale, precaria, sottopagata e priva di garanzie impiegata nella fabbrica diffusa nascosta tra i vicoli della città antica e i nuovi agglomerati periferici. Si trattava di decine di nuclei familiari occupati nel settore calzaturiero e della produzione di guanti che aveva ristrutturato la propria filiera attraverso il ricorso massiccio al lavoro domiciliare e al lavoro nero. A questa classe operaia sommersa, inoltre, il colera affiancò le centinaia di lavoratori del settore del commercio informale, della rivendita di cibo ambulante, impiegati nell’intrattenimento, nella ristorazione, del turismo nonché del settore ittico e della mitilicoltura che videro scomparire, in poco più di quattro settimane, ogni fonte di reddito. Un esercito di lavoratori che finì in parte con l’ingrossare il florido contrabbando di tabacchi lavorati ma che, parallelamente, iniziò a dar vita ai comitati di disoccupati organizzati.
Nell’annus horribilis dello shock petrolifero, la crisi economica, la tensione politica nell’area del mediterraneo che, proprio in quei giorni, vedeva l’esplosione della terza guerra arabo-isrealiana quella dello Yom Kippur, che finì con il ridimensionamento di Israele nel contesto mediorientale, in Italia il colera fu il detonatore di nodi irrisolti, politici, economici, sociali e cultural che attraversavano il Paese. L’epidemia mise a nudo il grado zero del malaffare e della cattiva amministrazione della terza città d’Italia e di tutto il Mezzogiorno italiano. Ma fu anche il punto da cui per il decennio successivo, si svilupparono esperienze politiche e sociali che provarono a ridisegnare il volto del Sud Italia. Un percorso di emancipazione interrotto bruscamente dal sisma del 23 novembre del 1980. Ma questa è un’altra storia.
Pubblichiamo un estratto da Gli autonomi. L’Autonomia operaia meridionale. Parte prima. vol. X
Il film I contrabbandieri di Santa Lucia[1], interpretato da uno straripante Mario Merola è un B‑movie di culto e uno dei più noti fra quelli dedicati al contrabbando di sigarette. Nello stile a metà tra la classica sceneggiata e il «poliziottesco» in voga in quegli anni, la pellicola tratta il tema del conflitto fra la guapparia storica della città e le nuove mafie. Pur nei suoi tratti oleografici il film esce in un periodo di trasformazione profonda della malavita organizzata napoletana, di pari passo con la grande ristrutturazione del capitalismo internazionale del quale la vicenda del contrabbando è una chiave di lettura molto interessante. Il contrabbando è l’attività, fra quelle che hanno storicamente impegnato il proletariato napoletano, che più di tutte ha finito per costituire un elemento iconografico. Vera e propria «industria» sommersa, ha costituito un elemento centrale dell’economia della città, talmente radicato da divenire anche uno stigma, quasi un paradigma del carattere dei napoletani che, pur di non lavorare in maniera «regolare» si sarebbero inventati questa frode alle casse dello Stato.
Nella ricostruzione di parte borghese, inoltre, si sovrappone quasi sempre questa attività a quella della camorra, operando una forzatura che a un’attenta rilettura storica mostra chiaramente il suo carattere parziale. Il ruolo della camorra, infatti, va letto dentro il progressivo trasformarsi dell’economia generale che ovviamente determina anche un cambio di passo nella struttura e nei metodi della malavita ma non riassume l’intera vicenda che è molto più complessa di quella che si pretende di rappresentare attraverso la retorica della legalità, paravento dietro cui si nasconde la materialità di questo fenomeno, la sua funzione nell’economia del proletariato urbano e anche i processi di politicizzazione che al suo interno sono avvenuti.
Per comprendere a fondo la storia del contrabbando e il suo ruolo all’interno dell’economia e della vita sociale, politica e culturale di Napoli occorre guardare all’industrializzazione «monca» rispetto alle promesse di un certo meridionalismo che per decenni ha inseguito il mito dello sviluppo ma non ha mai trasformato Napoli in una vera città industriale[2], innescando trasformazioni della struttura urbana e di quella sociale senza mai toccare le contraddizioni sociali e anzi, sottolineandone i caratteri più controversi.
È questa la chiave di lettura attraverso cui leggere la trasformazione della camorra napoletana, da fenomeno malavitoso locale a elemento di primo piano dell’economia, al centro di relazioni internazionali e legami politici e imprenditoriali, proprio a partire dall’inizio degli anni Settanta, in concomitanza con il declino delle politiche di sviluppo del sud e dello stanziamento di fondi pubblici. All’interno di questo processo che solo formalmente, o nelle pie intenzioni dei meridionalisti più onesti, poteva costituire un elemento di riscatto per la città, una grande parte della popolazione cittadina, da quei processi espulsa o da essi mai interessata, ha costruito una propria struttura economica di cui il contrabbando è stato l’elemento sicuramente più importante, arrivando a fatturare migliaia di miliardi di lire. I libri contabili del ras Michele Zaza, sequestrati in un’operazione di polizia, svelano l’entità degli affari ammontanti nel ’77 a circa 5000 tonnellate annue, per un fatturato di circa 150 miliardi di lire, una struttura di tipo industriale che arrivava a contare fino a 50.000 «impiegati»[3].
Sono, questi, i numeri di un’impresa al culmine del suo periodo d’oro, fiorito tra il ’73 e il ’74, quando l’attività perde definitivamente il carattere originario, crescendo fino a diventare «la Fiat di Napoli» e arrivando a superare il volume di vendite del Monopolio di Stato.
Iniziato nel Dopoguerra, con la presenza delle truppe americane in città, in quartieri della zona orientale con una forte presenza operaia come S. Giovanni a Teduccio e Barra, il contrabbando non era in origine un’attività di esclusivo appannaggio della criminalità organizzata, come spesso viene raccontato e l’identificazione tout court con quel mondo è una narrazione delle classi dominanti[4].
Negli anni Sessanta Napoli assunse un ruolo centrale in questa attività, grazie alla sua posizione nel Mediterraneo, resa cruciale dalla chiusura del porto franco di Tangeri e lo spostamento dei depositi di sigarette sulle coste della Jugoslavia e dell’Albania o in territori «neutrali» come la Grecia e la Turchia, dove il commercio dipendeva da contrattazioni delegate a intermediari in contatto con le multinazionali. La presenza di capimafia siciliani in domicilio coatto a Napoli all’inizio degli anni Settanta produrrà una metamorfosi della vecchia malavita locale, con la quale alcuni capi camorra già impegnati nel settore verranno affiliati a Cosa Nostra, avviando un processo di evoluzione della «vecchia camorra». È proprio grazie a questo passaggio che il contrabbando passa a un modello imprenditoriale mafioso, incredibilmente più redditizio e feroce di cui negli anni Settanta le organizzazioni criminali locali assumono il controllo totale, trasformandolo in un’industria sulla cui struttura si svilupperà il business del narcotraffico.
In questa trasformazione è leggibile anche la metamorfosi della figura del contrabbandiere che da «lavoratore autonomo» diventa dipendente dei gruppi criminali che investono nell’acquisto della merce all’ingrosso, distribuendola poi a strutture cooperative costituite da gruppi di proprietari associati dei motoscafi, scafisti «professionisti», celebrati da canzoni e pellicole cinematografiche per gli epici inseguimenti con la Guardia di Finanza attraverso il Golfo, capi paranza che mediante un walkie talkie dirigono le operazioni di sbarco da terra dove marinai addetti allo scarico della merce provvedono al trasporto in luoghi sicuri e successivamente alla distribuzione a una rete di commercianti al dettaglio, dei quali è un’icona Sofia Loren nei panni di Adelina in Ieri, oggi e domani[5].
Il boom del contrabbando si verifica fra il 1970 e il 1973, quando un esercito di manodopera trova in questa attività la propria fonte di sostentamento e proprio le azioni di contrasto delle istituzioni, in realtà, in assenza di politiche economiche e sociali in grado di intervenire sulla difficile situazione sociale napoletana, forniscono un notevole impulso allo sviluppo di forme nuove di organizzazione del fenomeno operate dalla camorra. A tale proposito è utile considerare quello che accade con la Legge 359 del 14 agosto ’74, quando si estende la territorialità da sei a dodici miglia dalla costa. Prima di questa legge le navi che trasportavano le sigarette potevano arrivare, nelle acque internazionali, a una distanza che permetteva anche a gruppi di proletari autorganizzati di raggiungerle con piccole imbarcazioni. Con la Legge 359 cambia tutto, sono ben altri gli scafi necessari a raggiungere i carichi al largo e solo i mafiosi possono investire tanto, così quel commercio diventa un affare monopolizzato dai clan marsigliesi.
La vera svolta, la ristrutturazione capitalista del contrabbando è questa. L’attività si incrementa, negli anni successivi, in seguito all’allentamento della pressione poliziesca, sostenuta dalla Legge 724 del 1975 che depenalizza l’attività, una risposta dello Stato alle lotte sociali che puntava a consentire uno sfogo alla rabbia popolare, in mancanza di investimenti nel welfare. Anche Valenzi, sindaco del Pci, si espresse pubblicamente per un allentamento della pressione delle forze dell’ordine. Dopo il 1975, in concomitanza con la crescita del potere delle organizzazioni criminali si scatena una guerra fra i clan marsigliesi e la mafia siciliana per il controllo di questo ricco settore commerciale che va incontro a una ristrutturazione dentro la quale si inserisce il fiorente mercato degli stupefacenti che comincia a prendere spazio utilizzando proprio i canali distributivi della rete del contrabbando. Dal 1979 la pressione della Polizia ricomincia a diventare alta e solo le organizzazioni camorristiche, che dispongono di capitali e mezzi possono affrontare quella guerra con lo Stato che i piccoli contrabbandieri non possono sostenere[6]. In quel periodo la città viene investita dai primi scontri della guerra fra la camorra urbana e quella legata a Raffaele Cutolo che prova a monopolizzare il settore imponendo ai contrabbandieri una «tassa» sul fatturato.
I proletari fino ad allora impegnati nell’attività si trovano quindi sospesi fra lo Stato e la malavita che da sponde apparentemente opposte richiedono sottomissione, disciplina ed estrazione di plusvalore. In questa morsa fra la repressione statale e l’espansione della malavita organizzata nascono, dall’incontro con alcuni militanti politici attivi nei quartieri popolari della città, forme di soggettivazione che provarono a sottrarsi al binomio Stato/camorra, come il Collettivo autonomo contrabbandieri, nato a Forcella nel 1974, che annuncia una delle sue prime uscite pubbliche all’Università Federico II, con un volantino su cui si scrive:
Il contrabbando a Napoli permette a 50.000 famiglie di sopravvivere a stento. Da poco meno di un anno, oltre a chiudere i posti di lavoro, lo Stato e la Finanza hanno dichiarato guerra al contrabbando. Ci sparano addosso quando usciamo con i motoscafi blu. Il contrabbando non si tocca! Fino a quando non ci daranno un altro mezzo per vivere. Dobbiamo organizzarci ed essere uniti per difendere il nostro diritto alla vita. Riunione di tutti i contrabbandieri napoletani. Giovedì 15 alle ore 10 davanti all’Università di Scienze di via Mezzocannone 16 di fronte al Cinema Astra. Collettivo autonomo contrabbandieri[7].
Il collettivo lo fondarono alcuni compagni del Vomero che facevano i contrabbandieri. In quel periodo erano molti i comunisti napoletani che vivevano da «illegali» e quella esperienza, quindi, non nacque da «avanguardie esterne» ma all’interno del loro mondo. Tra il ’72 e il ’74 furono molte le trasformazioni della città che colpirono il proletariato napoletano per il quale le attività «illegali» avevano un ruolo importante. È chiaro che di fronte a quegli attacchi i compagni sentissero l’esigenza di organizzarsi. Quel collettivo è vissuto poco perché ha subito una repressione pazzesca, appena venne fuori la notizia quasi tutti i compagni furono arrestati ma è un errore analizzarne la portata politica solo alla luce della sua «durata». Noi spesso abbiamo un’idea retrò nei confronti di questi fenomeni, pensiamo che le strutture di movimento che nascono per un’esigenza debbano avere la stessa vita di un collettivo politico o di un partito ma non è così. La storia dei movimenti che nascono nei territori è quella che è, le strutture di movimento spontanee come questo collettivo possono anche durare poco ma quella che sopravvive è l’idea di fondo. Quello che resta è la valenza politica dell’illegalità organizzata e il suo ingresso dentro il processo rivoluzionario, la fine dell’idea di sottoproletariato come elemento marginale anche nel ragionamento dei compagni.
Il collettivo dura poco in termini temporali ma le lotte del colera nascono da lì, da un percorso politico che si era avviato in seno al proletariato e al sottoproletariato urbano che si organizza dentro la crisi. Bisogna, quindi, sempre rintracciare dentro queste vicende, gli elementi politici di base, le aperture sulle quali cambia il corso degli eventi storici più che la durata della singola esperienza. Nella vicenda dei contrabbandieri è possibile leggere molto delle contraddizioni che avvenivano a Napoli in quegli anni. Nel ’73, con il colera, lo Stato avvia una guerra ai proletari della città attaccandone il sostentamento economico che consisteva nella vendita per strada di generi alimentari, fra cui le cozze. La guerra al contrabbando è dello stesso segno. Dopo la Legge 359 i compagni fino a quel momento avevano avuto un ruolo importante in quel mondo, gli operai licenziati si mettevano insieme per comprare una barca ma dopo questa legge cambia tutto e finisce la struttura cooperativa dal basso che, pur senza teorizzazioni, era la modalità su cui era organizzata quell’attività. Alla fine il contrabbando muore per interessi diversi, una volta che si sono strutturati quei canali commerciali è più conveniente trasformarlo in circuito di droga e armi. Quella non è una vicenda di scontro fra mafiosi e Stato, anzi, è la storia di trasformazione in senso capitalista di un settore dell’economia dentro cui c’erano molti compagni e dentro quelle vicende va letta la storia del collettivo autonomo di contrabbandieri che nasce per lottare contro quell’aggressione del capitalismo alla vita dei proletari. La trasformazione imposta dal Capitale pesa sui territori perché distrugge strutture sociali ed economiche che si reggevano su quello. È lo Stato che le distrugge, attaccando i proletari del centro storico nella materialità delle loro fonti di sostentamento[8].
Note
[1]I contrabbandieri di S. Lucia, regia di A. Brescia, con M. Merola e A. Sabato. Prod. Atlas, Italia 1979.
[2] G. Mazzocchi – A. Villani (a cura di), Sulla città, oggi. La periferia metropolitana. Nodi e risposte, Franco Angeli, Milano 2004.
[3] F. Barbagallo, Il potere della camorra, Einaudi, Torino 1999.
[4] Si veda L. Manunza, Geografie dell’informe. Le nuove frontiere della globalizzazione. Etnografie da Tangeri, Napoli e Istanbul, Ombre Corte, Verona 2016.
[5]Ieri, oggi e domani, regia di V. De Sica, con M. Mastroianni e S. Loren, Prod. C. Ponti, 1963.
[6] I. Sales, La camorra, le camorre, Editori Riuniti, Roma 1988.
[7] Volantino del Collettivo Autonomo Contrabbandieri, 1974.
Genealogia dei movimenti socialidi occupazione di case a Napoli dagli anni ’50 ad oggi
Riportiamo interamente il lavoro accademico svolto da un attivista del movimento napoletano che ricostruisce, a partire dagli anni ’50, e lotte e il contesto in cui si sviluppò un enorme movimento di massa che rivendicava e praticava il diritto alla casa.
Dagli anni ’50 fino ai giorni nostri viene ricostruita la genealogia dei movimenti sociali che nati come movimenti per il diritto alla casa si sono trasformati ai giorni nostri in movimento per il diritto all’abitare.
Per lo sviluppo dell’autonomia e delle sue componenti organizzate la data del 23 novembre 1980 rappresenta un punto di svolta per riprendere parola dopo le ondate repressive degli ultimi anni ’70.
Questo lavoro può aiutare alla comprensione di quanto avvenne nel tessuto sociale proletario metropolitano all’indomani del terremoto che colpì e devastò maggiormente le zone interne dell’Irpinia ma fornisce anche le coordinate per comprendere le condizioni abitative di Napoli e dei suoi quartieri che, a fronte dell’espansione urbanistica selvaggia e speculativa, determinò lo sviluppo delle prime lotte organizzate in cui la presenza delle componenti autonome risulto determinante.
Lotte che svilupparono forme organizzative capaci di far vivere sul terreno delle rivendicazioni e della pratica alcune delle parole d’ordine di quegli anni dal “prendiamoci la città” alle autoriduzioni dei beni essenziali fino alla requisizione delle case sfitte.
Questo contributo, ovviamente, non è un documento politico: la sua pubblicazione su Archivio Autonomia risponde alla necessità di far conoscere e mantenere viva la memoria delle lotte sociali che in maniera autonoma si sono sviluppate nel nostro paese laddove non si ri/trovano materiali originali .
Volantino di mobilitazione del Comitato di quartiere Sant’Erasmo ai Granili. Fonte: Luisa Maglio, archivio privato
Nell’ambito delle presentazioni del primo dei tre volumi sull’autonomia operaia meridionale delle edizioni di DeriveApprodi si è svolta, curata dal Laboratorio di Mutuo Soccorso Zero81, una “chiacchierata” tra i curatori della trilogia e Lanfranco Caminiti e Piero Despali.
L’incontro tra Lanfranco e Piero è stata un’occasione importante all’interno della riflessione sugli anni settanta e sulla storia dell’autonomia (ovviamente in maniera parziale e limitata).
Abbiamo scelto, d’accordo con i partecipanti, di restituire la “chiacchierata” trascrivendola e chiedendo loro di “riordinare” i loro interventi.
Questo per dare la possibilità, a chi non era presente a Napoli e anche a chi ha curiosità, interesse e passione, di conoscere parte di quella storia attraverso le testimonianze di Piero e Lanfranco.
Il tema che è stato scelto – “Nord-Sud uniti nella lotta” ??!! – è stata l’occasione per ripercorrere un pezzo della enorme storia della sovversione sociale in Italia ma anche lo stimolo e lo spunto per mettere a fuoco, sul tavolo dei ragionamenti, elementi di attualità che hanno una portata più ampia.
Ci auguriamo di aver reso un buon servizio e restiamo aperti a qualsiasi altro contributo/integrazione.
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