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Dossier Internazionale – Speciale Cile

  • Intro­du­zio­ne: 14 anni di lot­ta al boia Pinochet
  • Da Pote­re Ope­ra­io – Otto­bre ’73 – “Dal­la rivo­lu­zio­ne nel­la liber­tà al gol­pe reazionario”
  • Com­po­si­zio­ne di clas­se e fron­te popolare
  • Un’e­co­no­mia in trasformazione
  • ITT: socie­tà per reazioni
  • Il Cile tra arre­tra­tez­za e svi­lup­po – una cri­si eco­no­mi­ca e nes­su­na dit­ta­tu­ra operaia
  • I cor­do­nes
  • I tra­gi­ci gior­ni del Cile
  • Da Lot­ta Con­ti­nua – Set­tem­bre ’73 – “Dob­bia­mo capo­vol­ge­re la situa­zio­ne ed esse­re noi pro­le­ta­ri a fare il lupo feroce.…”
  • Armi per il MIR
  • La resi­sten­za attac­ca un repar­to del­l’e­ser­ci­to nel cen­tro di Santiago
  • Cile – Anco­ra deportazioni
  • Ono­re ai mina­to­ri di El Teniente
  • Da Pote­re Ope­ra­io – Otto­bre ’73 – Lo scon­tro arma­to con lo Sta­to dei padroni…
  • Solo la lot­ta popo­la­re por­te­rà il Cile alla liberazione
  • Nel novem­bre ’73 Enri­co Ber­lin­guer for­mu­la per la pri­ma vol­ta l’i­po­te­si poli­ti­ca del “com­pro­mes­so storico” 
  • Inter­vi­sta a Mar­ce­lo Reyes rap­pre­sen­tan­te del Fren­te Patrio­ti­co Manuel Rodri­guez – Luglio ’87

Autonomen per la ricomposizione del proletariato urbano – nn. 26/​28 – maggio/​luglio 1988

Cen­tro di stu­di poli­ti­ci e socia­li e Archi­vio sto­ri­co Il Ses­san­tot­to di Firenze

Centro sociale Leoncavallo – 1989

Comunicazione Antagonista Anno 3 Numero 8

La città infetta. Il colera a Napoli del 1973

Ripor­tia­mo un con­tri­bu­to di Mar­cel­lo Ansel­mo pub­bli­ca­to sul­la rivi­sta Il Muli­no che rico­strui­sce il cli­ma e la situa­zio­ne che si vive­va­no a Napo­li nel­l’e­sta­te del 1973

Ini­zio anni Set­tan­ta, la metro­po­li medi­ter­ra­nea in pro­cin­to di diven­ta­re l’epicentro dell’ultima epi­de­mia di Cole­ra dell’Europa occi­den­ta­le è tea­tro di due even­ti che ne rac­chiu­do­no tut­ta la contraddittorietà

Il 28 ago­sto del 1973, le spiag­ge di sab­bia nera del lito­ra­le vesu­via­no a levan­te di Napo­li era­no pie­ne di don­ne, uomi­ni, bam­bi­ni che cer­ca­va­no refri­ge­rio dall’afa, bagnan­do­si in un mare limac­cio­so, maleo­do­ran­te, avvelenato.

Il mare che bagna­va Napo­li era lo spec­chio del­la dram­ma­ti­ca con­di­zio­ne ambien­ta­le dell’intera cit­tà e pro­vin­cia par­te­no­pea. Lo spa­zio acqueo era aggre­di­to dal­la for­mi­da­bi­le inef­fi­cien­za del siste­ma fogna­rio il cui ulti­mo ammo­der­na­men­to risa­li­va agli anni del Risa­na­men­to suc­ces­si­vi alla mici­dia­le epi­de­mia di cole­ra avve­nu­ta tra il 1884 e il 1887. Il siste­ma fogna­rio era arti­co­la­to in un impres­sio­nan­te nume­ro di alvei di rac­col­ta sco­per­ti (in par­ti­co­la­re nel­le peri­fe­rie ope­ra­ie nel­la par­te occi­den­ta­le che orien­ta­le del­la cit­tà) e alla pre­sen­za di deci­ne di sca­ri­chi (auto­riz­za­ti e abu­si­vi) che rila­scia­va­no diret­ta­men­te in mare le acque nere pro­dot­te da una cit­tà che, in poco meno di un ven­ten­nio, ave­va rad­dop­pia­to la pro­pria popo­la­zio­ne e la pro­pria esten­sio­ne ter­ri­to­ria­le. Alle acque di sca­ri­co fogna­rie si aggiun­ge­va­no gli scar­ti di lavo­ra­zio­ne indu­stria­le. Eppu­re, quel 28 ago­sto 1973, sul lito­ra­le vesu­via­no del gol­fo deci­ne di per­so­ne sfi­da­va­no il divie­to asso­lu­to di bal­nea­zio­ne pian­tan­do ombrel­lo­ni colo­ra­ti sovra­sta­ti dal­le cimi­nie­re del­le raf­fi­ne­rie, tuf­fan­do­si in un mare pun­tel­la­to da deci­ne di mer­can­ti­li e navi mili­ta­ri Nato in atte­sa nel gol­fo all’ombra del Vesuvio.

Era­no abi­tan­ti di una cit­tà dal tas­so di mor­ta­li­tà infan­ti­le più alto d’Europa, dal­la pre­sen­za ende­mi­ca di malat­tie gastroin­te­sti­na­li come il tifo e l’epatite vira­le. Una popo­la­zio­ne che vive­va uno spa­zio urba­no tra i più sovraf­fol­la­ti del mon­do e dove feno­me­ni come il lavo­ro nero, mino­ri­le, irre­go­la­re e som­mer­so era­no fat­to­ri costi­tu­ti­vi di una nor­ma­li­tà d’eccezione. Tut­ta­via la metro­po­li medi­ter­ra­nea in pro­cin­to di diven­ta­re l’epicentro dell’ultima epi­de­mia di Cole­ra dell’Europa occi­den­ta­le, nel­le set­ti­ma­ne pre­ce­den­ti fu il tea­tro due even­ti che ne rac­chiu­do­no tut­ta la con­trad­dit­to­rie­tà e com­ples­si­tà. Quel 28 ago­sto 1973, sul lito­ra­le vesu­via­no del gol­fo deci­ne di per­so­ne sfi­da­va­no il divie­to asso­lu­to di bal­nea­zio­ne pian­tan­do ombrel­lo­ni colo­ra­ti sovra­sta­ti dal­le cimi­nie­re del­le raf­fi­ne­rie. Tra il 19 e il 21 giu­gno 1973 all’interno dell’autodromo per go-kart Ken­ne­dy in disu­so, sito sul­la col­li­na dei Camal­do­li, ebbe luo­go il pri­mo festi­val di rock pro­gres­si­vo ita­lia­no, il Napo­li Be-In. Fu orga­niz­za­to dal com­ples­so degli Osan­na, un’importante for­ma­zio­ne di rock pro­gres­si­vo napo­le­ta­na. Il pub­bli­co del festi­val – pro­ve­nien­te da tut­ta Ita­lia ‑ rag­giun­se le 25 mila pre­sen­ze e l’evento segnò l’ingresso di Napo­li nell’immaginario con­tro­cul­tu­ra­le ita­lia­no. Nel luglio del 1973, poco dopo il Be In, ebbe luo­go in tutt’altra par­te del­la cit­tà una rivol­ta popo­la­re dai trat­ti man­zo­nia­ni. La not­te del 18 luglio 1973 i pani­fi­ca­to­ri di Napo­li dichia­ra­no una ser­ra­ta inter­rom­pen­do la pro­du­zio­ne di pane e bloc­can­do con­tem­po­ra­nea­men­te l’approvvigionamento dei for­ni cit­ta­di­ni. L’improvvisa spa­ri­zio­ne di un bene pri­ma­rio per l’alimentazione del­la popo­la­zio­ne tra­sfor­mò, in poche ore, la lot­ta dei pani­fi­ca­to­ri in un’insurrezione popo­la­re che si mani­fe­stò attra­ver­so un vero e pro­prio assal­to ai for­ni in diver­se zone del­la cit­tà. Nel­la peri­fe­ria nord del­la cit­tà, in par­ti­co­la­re in Cala­ta Capo­di­chi­no, per tre gior­ni si veri­fi­cò una dura con­trap­po­si­zio­ne tra: «ragaz­zi e don­ne di estra­zio­ne popo­la­re» a cui si mesco­la­ro­no agi­ta­to­ri «mar­xi­sti leni­ni­sti e del­la sini­stra extra par­la­men­ta­re» con i repar­ti del­la cele­re, come ripor­ta­no le cro­na­che del tem­po e le infor­ma­ti­ve invia­te dal pre­fet­to Ama­ri al Mini­ste­ro degli interni.

Il 28 ago­sto del 1973, Tor­re del Gre­co è una pic­co­la cit­ta­di­na del­la costa vesu­via­na che – come il capo­luo­go – ha visto tra­sfor­ma­re il pro­prio tes­su­to urba­ni­sti­co e socia­le dal sac­co edi­li­zio degli anni Cin­quan­ta e Ses­san­ta. Tor­re del Gre­co diven­ta il pri­mo foco­la­io dell’infezione cole­ri­ca cer­ti­fi­ca­to dal­la mor­te di due don­ne al loca­le ospe­da­le Mare­sca. Il 29 ago­sto «Il Mat­ti­no» par­la per la pri­ma vol­ta di Cole­ra. Vie­ne orga­niz­za­ta in gran fret­ta una disin­fe­zio­ne straor­di­na­ria del­la cit­tà effet­tua­ta in par­te da mez­zi dell’esercito e in par­te affi­da­ta alla dit­ta di Roma spe­cia­liz­za­ta Zuc­chet. Nel­le stra­de ven­go­no irro­ra­te 1500 ton­nel­la­te di disin­fet­tan­te. L’episodio epi­de­mi­co, di per sé, ebbe nume­ri di con­ta­gi e vit­ti­me con­te­nu­ti. Com­ples­si­va­men­te in tut­ti i foco­lai si regi­stra­ro­no 277 con­ta­gi e 24 mor­ti, la mag­gior par­te del­le qua­li (19), avve­nu­te a Napo­li cit­tà in cui all’ospedale dedi­ca­to alle malat­tie infet­ti­ve Cotu­gno diret­to dal medi­co ed espo­nen­te del Pli Fer­ruc­cio De Loren­zo, ci furo­no 822 rico­ve­ra­ti, di cui 126 pazien­ti posi­ti­vi, 661 nega­ti­vi e 11 por­ta­to­ri sani. Il Noso­co­mio bal­zò agli ono­ri del­le cro­na­che nazio­na­li per la foto­gra­fia che immor­ta­lò il gesto sca­ra­man­ti­co (le cor­na) dell’allora pre­si­den­te del­la Repub­bli­ca Gio­van­ni Leo­ne duran­te la sua visi­ta uffi­cia­le dell’8 set­tem­bre del 1973, e per i repor­ta­ge pub­bli­ca­ti dal «Times» e «Le Mon­de» che descris­se­ro la con­fu­sio­ne, l’improvvisazione e l’approssimazione che ne carat­te­riz­za­ro­no l’attività duran­te l’emergenza epi­de­mi­ca. L’ospedale fu anche meta di ben due pro­ces­sio­ni di fede­li e devo­ti di san­ti loca­li, con l’intento di favo­ri­re la gua­ri­gio­ne dei ricoverati.

In pochi gior­ni la cit­tà piom­ba in una psi­co­si gene­ra­le. Le misu­re straor­di­na­rie di igie­ne sono adot­ta­te in moda­li­tà disor­ga­niz­za­ta e sen­za un appa­ren­te coor­di­na­men­to tra isti­tu­zio­ni loca­li e nazio­na­li e pro­vo­ca­no una cate­na di effet­ti che ha come risul­ta­to quel­lo di ampli­fi­ca­re le rea­li dimen­sio­ni dell’epidemia. L’eco susci­ta­ta dal­la pres­san­te nar­ra­zio­ne dei mass media nazio­na­li tra­sfor­ma l’emergenza loca­le in un caso nazio­na­le. Il pri­mo set­tem­bre vie­ne avvia­ta la vac­ci­na­zio­ne di mas­sa, cen­tri di vac­ci­na­zio­ne sono isti­tui­ti nei luo­ghi più dispa­ra­ti (dal palaz­zet­to del­lo sport alle sedi di par­ti­ti poli­ti­ci) dove lun­ghe file di uomi­ni e don­ne atten­do­no la som­mi­ni­stra­zio­ne del vac­ci­no. Esplo­do­no rivol­te e inci­den­ti moti­va­ti – in gran par­te – dal­la len­tez­za del­le ope­ra­zio­ni e dal­la sen­sa­zio­ne nei quar­tie­ri popo­la­ri di rice­ve­re un trat­ta­men­to dif­for­me rispet­to ad altre zone del­la cit­tà. Si sus­se­guo­no ten­ta­ti­vi di assal­to dei cen­tri di vac­ci­na­zio­ne. Nel­la cen­tra­le Piaz­za Muni­ci­pio, in pros­si­mi­tà del­la sede del Comu­ne di Napo­li, la fol­la assal­ta i fur­go­ni che tra­spor­ta­no il vac­ci­no desti­na­to ai 17 cen­tri isti­tui­ti in cit­tà. Nel quar­tie­re occi­den­ta­le di Fuo­ri­grot­ta 5000 per­so­ne sfon­da­no i can­cel­li per entra­re all’interno del Palaz­zet­to del­lo sport dove infer­mie­ri dell’esercito Usa som­mi­ni­stra­no il sie­ro uti­liz­zan­do del­le moder­ne pisto­le ino­cu­la­to­rie a pres­sio­ne. Al 5 set­tem­bre 1973 ven­go­no, tut­ta­via, vac­ci­na­te un milio­ne e due­cen­to­mi­la persone.

L’epidemia, la gran­de pau­ra, come la defi­ni­ro­no roboan­ti tito­li dei prin­ci­pa­li quo­ti­dia­ni ita­lia­ni, fu, in real­tà il pas­sag­gio nel­la peni­so­la del­la VII pan­de­mia di Cole­ra (cep­po del vibrio El Tor) ini­zia­ta nel Sub­con­ti­nen­te india­no nel 1961 e ter­mi­na­ta nel 1975 ad Odes­sa, allo­ra nel ter­ri­to­rio dell’Urss.

Il 2 set­tem­bre vie­ne denun­zia­to l’estendersi dell’epidemia anche in altri luo­ghi del Mez­zo­gior­no e del Cen­tro Ita­lia con l’ufficializzazione di casi con­cla­ma­ti di cole­ra (Bari, Fog­gia, Caglia­ri). L’epidemia diven­ta una minac­cia nazio­na­le. L’emergenza si esten­de per­fi­no nel­la zona peri­fe­ri­ca del­la capi­ta­le (afflit­ta a suo modo da pro­ble­ma­ti­che igie­ni­co-socia­li non dis­si­mi­li dal capo­luo­go cam­pa­no) così come minac­ce di con­ta­gio ven­go­no regi­stra­te in più par­ti del Pae­se. Le con­tro­mi­su­re adot­ta­te dal gover­no si riper­cuo­to­no sull’intero ter­ri­to­rio nazio­na­le: chiu­su­ra dei luo­ghi di intrat­te­ni­men­to e socia­li­tà nel­le zone col­pi­te dal­la malat­tia, il divie­to del­la pro­du­zio­ne, ven­di­ta e con­su­mo di pro­dot­ti di miti­li­col­tu­ra a livel­lo nazio­na­le, divie­to di com­mer­cia­liz­za­re pro­dot­ti agri­co­li pro­ve­nien­ti dal­le zone infet­te, si trat­ta di una serie di atti e deci­sio­ni che stra­vol­go­no il quo­ti­dia­no non solo del­le cit­tà coin­vol­te ma di tut­to il Pae­se. Le con­tro­mi­su­re adot­ta­te dal gover­no si riper­cuo­to­no sull’intero ter­ri­to­rio nazio­na­le: chiu­su­ra dei luo­ghi di intrat­te­ni­men­to e socia­li­tà nel­le zone col­pi­te dal­la malat­tia, divie­to di com­mer­cia­liz­za­re pro­dot­ti agri­co­li pro­ve­nien­ti dal­le zone infet­te. L’origine dell’epidemia vie­ne fret­to­lo­sa­men­te impu­ta­ta all’importazione ille­ga­le di miti­li dal­la Tuni­sia (Pae­se dove il cole­ra è com­par­so nel mese di mag­gio 1973) e la coz­za diven­ta l’untrice prin­ci­pa­le. Il 5 set­tem­bre ebbe ini­zio «la bat­ta­glia del­le coz­ze». Un impo­nen­te schie­ra­men­to di for­za pub­bli­ca distrug­ge gli alle­va­men­ti auto­riz­za­ti di miti­li pros­si­mi alla costa cit­ta­di­na tra le pro­te­ste dei lavo­ra­to­ri e del­la popo­la­zio­ne del­la zona. La respon­sa­bi­li­tà dei miti­li col­ti­va­ti negli alle­va­men­ti (auto­riz­za­ti ed abu­si­vi) pros­si­mi alla linea di costa metro­po­li­ta­na nel­la gene­si dell’epidemia, fu esclu­sa dra­sti­ca­men­te dai risul­ta­ti del­la peri­zia del­la com­mis­sio­ne di medi­ci spe­cia­li­sti. Que­sti ulti­mi, oltre ad esclu­de­re la pre­sen­za del vibrio­ne cole­ri­co di tipo El Thor nei miti­li, cer­ti­fi­ca­ro­no la con­ta­mi­na­zio­ne del­le acque mari­ne pro­vo­ca­ta dall’inadeguatezza del siste­ma fogna­rio cittadino.

Ma la coz­za diven­tò l’untrice, anche se, in real­tà, è sta­ta solo l’incubatrice incon­sa­pe­vo­le dei ger­mi dell’epidemia. Divie­ti e restri­zio­ni susci­ta­no pro­te­ste e rivol­te. La rea­zio­ne popo­la­re si indi­riz­za con­tro le con­di­zio­ni strut­tu­ra­li di quel­la che è sta­ta defi­ni­ta la “feca­liz­za­zio­ne dell’ambiente cit­ta­di­no”: bar­ri­ca­te e rivol­te scop­pia­no per chie­de­re la coper­tu­ra di alvei fogna­ri a cie­lo aper­to, oppu­re la rimo­zio­ne di cumu­li di immon­di­zia, e anche per l’adozione di misu­re con­tro la disoc­cu­pa­zio­ne aggra­va­ta dal tem­po­ra­neo divie­to di traf­fi­ci com­mer­cia­li del­la città.

Il cole­ra, dun­que, fu non una cata­stro­fe natu­ra­le ma un disa­stro antro­pi­co. L’epidemia fece emer­ge­re in modo dra­sti­co un insie­me com­ples­so di ele­men­ti som­mer­si ma, tut­ta­via, carat­te­riz­zan­ti del­la con­di­zio­ne eco­no­mi­ca, socia­le e igie­ni­co-sani­ta­ria del Mez­zo­gior­no italiano.

La Napo­li del 1973 era una metro­po­li in cui con­vi­ve­va­no stra­ti socia­li ete­ro­ge­nei segna­ti da pro­fon­de disu­gua­glian­ze. A un ceto medio impie­ga­ti­zio e una clas­se ope­ra­ia «uffi­cia­le”, cor­ri­spon­de­va un pro­le­ta­ria­to mar­gi­na­le e pre­ca­rio impie­ga­to nei set­to­ri più dispa­ra­ti. Si trat­ta di una con­fi­gu­ra­zio­ne sto­ri­ca che tro­va­va fon­te di red­di­to in atti­vi­tà situa­te nel­la zona gri­gia del lavo­ro nero e infor­ma­le. In par­ti­co­lar modo, il set­to­re cal­za­tu­rie­ro e del­la pro­du­zio­ne di guan­ti rap­pre­sen­ta­va una real­tà lavo­ra­ti­va estre­ma­men­te arti­co­la­ta e basa­ta su un for­te decen­tra­men­to pro­dut­ti­vo e sul­la dif­fu­sio­ne del lavo­ro domi­ci­lia­re. Nel cen­tro sto­ri­co napo­le­ta­no deci­ne di abi­ta­zio­ni era­no in real­tà micro-offi­ci­ne di una fab­bri­ca dif­fu­sa in cui si lavo­ra­va sen­za alcu­na garan­zia e nes­sun con­trol­lo. Zone urba­ne carat­te­riz­za­te da un alto indi­ce di sovraf­fol­la­men­to e pro­mi­scui­tà, in cui la noci­vi­tà dell’ambiente si mesco­la­va alla noci­vi­tà dell’attività pro­dut­ti­va. Bas­si, sot­to­sca­la, abi­ta­zio­ni buie e umi­de era­no i repar­ti di una fab­bri­ca dif­fu­sa ma nasco­sta. Invi­si­bi­le anche agli occhi del Pci e del­le orga­niz­za­zio­ni sin­da­ca­li che con­ta­va­no il pro­prio baci­no elet­to­ra­le, soprat­tut­to, nel­la clas­se ope­ra­ia for­ma­le, rele­gan­do i lavo­ra­to­ri del pro­le­ta­ria­to mar­gi­na­le ad una rap­pre­sen­ta­zio­ne di ple­be e sot­to­pro­le­ta­ria­to. La con­di­zio­ne del pro­le­ta­ria­to mar­gi­na­le si ritro­va­va, più che nell’attenzione del prin­ci­pa­le par­ti­to comu­ni­sta dell’Europa occi­den­ta­le, nel­le pra­ti­che del Psiup, de «il mani­fe­sto» non­ché di grup­pi del­la sini­stra rivo­lu­zio­na­ria e dei cat­to­li­ci del dis­sen­so. Lot­ta Con­ti­nua, suc­ces­si­va­men­te ai fat­ti di Reg­gio Cala­bria del 1970, pro­vò a radi­car­si ulte­rior­men­te a Napo­li indi­vi­duan­do nel pro­le­ta­ria­to mar­gi­na­le il sog­get­to di rife­ri­men­to per la sua attività.

L’emergenza sani­ta­ria lega­ta all’esplosione dell’epidemia di cole­ra vide l’organizzazione di una miria­de di pra­ti­che socia­li che spa­zia­va­no dall’attività di cen­tri vac­ci­na­li così come di atti­vi­tà sani­ta­rie di base (negli anni suc­ces­si­vi, pro­prio a par­ti­re da quest’esperienza, ini­ziò la for­ma­zio­ne del­la strut­tu­ra dei cen­tri sani­ta­ri popo­la­ri in tut­ta l’area metro­po­li­ta­na) fino all’organizzazione di grup­pi di soste­gno alla con­di­zio­ne fem­mi­ni­le e del lavo­ro pre­ca­rio. Dal lavo­rio poli­ti­co, ana­li­ti­co e mili­tan­te emer­se una con­fi­gu­ra­zio­ne socia­le com­ples­sa e arti­co­la­ta che defi­ni­va una clas­se ope­ra­ia mar­gi­na­le, pre­ca­ria, sot­to­pa­ga­ta e pri­va di garan­zie impie­ga­ta nel­la fab­bri­ca dif­fu­sa nasco­sta tra i vico­li del­la cit­tà anti­ca e i nuo­vi agglo­me­ra­ti peri­fe­ri­ci. Si trat­ta­va di deci­ne di nuclei fami­lia­ri occu­pa­ti nel set­to­re cal­za­tu­rie­ro e del­la pro­du­zio­ne di guan­ti che ave­va ristrut­tu­ra­to la pro­pria filie­ra attra­ver­so il ricor­so mas­sic­cio al lavo­ro domi­ci­lia­re e al lavo­ro nero. A que­sta clas­se ope­ra­ia som­mer­sa, inol­tre, il cole­ra affian­cò le cen­ti­na­ia di lavo­ra­to­ri del set­to­re del com­mer­cio infor­ma­le, del­la riven­di­ta di cibo ambu­lan­te, impie­ga­ti nell’intrattenimento, nel­la risto­ra­zio­ne, del turi­smo non­ché del set­to­re itti­co e del­la miti­li­col­tu­ra che vide­ro scom­pa­ri­re, in poco più di quat­tro set­ti­ma­ne, ogni fon­te di red­di­to. Un eser­ci­to di lavo­ra­to­ri che finì in par­te con l’ingrossare il flo­ri­do con­trab­ban­do di tabac­chi lavo­ra­ti ma che, paral­le­la­men­te, ini­ziò a dar vita ai comi­ta­ti di disoc­cu­pa­ti organizzati.

Nell’annus hor­ri­bi­lis del­lo shock petro­li­fe­ro, la cri­si eco­no­mi­ca, la ten­sio­ne poli­ti­ca nell’area del medi­ter­ra­neo che, pro­prio in quei gior­ni, vede­va l’esplosione del­la ter­za guer­ra ara­bo-isrea­lia­na quel­la del­lo Yom Kip­pur, che finì con il ridi­men­sio­na­men­to di Israe­le nel con­te­sto medio­rien­ta­le, in Ita­lia il cole­ra fu il deto­na­to­re di nodi irri­sol­ti, poli­ti­ci, eco­no­mi­ci, socia­li e cul­tu­ral che attra­ver­sa­va­no il Pae­se. L’epidemia mise a nudo il gra­do zero del malaf­fa­re e del­la cat­ti­va ammi­ni­stra­zio­ne del­la ter­za cit­tà d’Italia e di tut­to il Mez­zo­gior­no ita­lia­no. Ma fu anche il pun­to da cui per il decen­nio suc­ces­si­vo, si svi­lup­pa­ro­no espe­rien­ze poli­ti­che e socia­li che pro­va­ro­no a ridi­se­gna­re il vol­to del Sud Ita­lia. Un per­cor­so di eman­ci­pa­zio­ne inter­rot­to bru­sca­men­te dal sisma del 23 novem­bre del 1980. Ma que­sta è un’altra storia.

Contrabbandieri

Contrabbandieri

Pub­bli­chia­mo un estrat­to da Gli auto­no­mi. L’Autonomia ope­ra­ia meri­dio­na­le. Par­te pri­ma. vol. X 

Il film I con­trab­ban­die­ri di San­ta Lucia[1], inter­pre­ta­to da uno stra­ri­pan­te Mario Mero­la è un B‑movie di cul­to e uno dei più noti fra quel­li dedi­ca­ti al con­trab­ban­do di siga­ret­te. Nel­lo sti­le a metà tra la clas­si­ca sce­neg­gia­ta e il «poli­ziot­te­sco» in voga in que­gli anni, la pel­li­co­la trat­ta il tema del con­flit­to fra la guap­pa­ria sto­ri­ca del­la cit­tà e le nuo­ve mafie. Pur nei suoi trat­ti oleo­gra­fi­ci il film esce in un perio­do di tra­sfor­ma­zio­ne pro­fon­da del­la mala­vi­ta orga­niz­za­ta napo­le­ta­na, di pari pas­so con la gran­de ristrut­tu­ra­zio­ne del capi­ta­li­smo inter­na­zio­na­le del qua­le la vicen­da del con­trab­ban­do è una chia­ve di let­tu­ra mol­to inte­res­san­te. Il con­trab­ban­do è l’attività, fra quel­le che han­no sto­ri­ca­men­te impe­gna­to il pro­le­ta­ria­to napo­le­ta­no, che più di tut­te ha fini­to per costi­tui­re un ele­men­to ico­no­gra­fi­co. Vera e pro­pria «indu­stria» som­mer­sa, ha costi­tui­to un ele­men­to cen­tra­le dell’economia del­la cit­tà, tal­men­te radi­ca­to da dive­ni­re anche uno stig­ma, qua­si un para­dig­ma del carat­te­re dei napo­le­ta­ni che, pur di non lavo­ra­re in manie­ra «rego­la­re» si sareb­be­ro inven­ta­ti que­sta fro­de alle cas­se del­lo Stato. 

Nel­la rico­stru­zio­ne di par­te bor­ghe­se, inol­tre, si sovrap­po­ne qua­si sem­pre que­sta atti­vi­tà a quel­la del­la camor­ra, ope­ran­do una for­za­tu­ra che a un’attenta rilet­tu­ra sto­ri­ca mostra chia­ra­men­te il suo carat­te­re par­zia­le. Il ruo­lo del­la camor­ra, infat­ti, va let­to den­tro il pro­gres­si­vo tra­sfor­mar­si dell’economia gene­ra­le che ovvia­men­te deter­mi­na anche un cam­bio di pas­so nel­la strut­tu­ra e nei meto­di del­la mala­vi­ta ma non rias­su­me l’intera vicen­da che è mol­to più com­ples­sa di quel­la che si pre­ten­de di rap­pre­sen­ta­re attra­ver­so la reto­ri­ca del­la lega­li­tà, para­ven­to die­tro cui si nascon­de la mate­ria­li­tà di que­sto feno­me­no, la sua fun­zio­ne nell’economia del pro­le­ta­ria­to urba­no e anche i pro­ces­si di poli­ti­ciz­za­zio­ne che al suo inter­no sono avvenuti. 

Per com­pren­de­re a fon­do la sto­ria del con­trab­ban­do e il suo ruo­lo all’interno dell’economia e del­la vita socia­le, poli­ti­ca e cul­tu­ra­le di Napo­li occor­re guar­da­re all’industrializzazione «mon­ca» rispet­to alle pro­mes­se di un cer­to meri­dio­na­li­smo che per decen­ni ha inse­gui­to il mito del­lo svi­lup­po ma non ha mai tra­sfor­ma­to Napo­li in una vera cit­tà indu­stria­le[2], inne­scan­do tra­sfor­ma­zio­ni del­la strut­tu­ra urba­na e di quel­la socia­le sen­za mai toc­ca­re le con­trad­di­zio­ni socia­li e anzi, sot­to­li­nean­do­ne i carat­te­ri più controversi. 

È que­sta la chia­ve di let­tu­ra attra­ver­so cui leg­ge­re la tra­sfor­ma­zio­ne del­la camor­ra napo­le­ta­na, da feno­me­no mala­vi­to­so loca­le a ele­men­to di pri­mo pia­no dell’economia, al cen­tro di rela­zio­ni inter­na­zio­na­li e lega­mi poli­ti­ci e impren­di­to­ria­li, pro­prio a par­ti­re dall’inizio degli anni Set­tan­ta, in con­co­mi­tan­za con il decli­no del­le poli­ti­che di svi­lup­po del sud e del­lo stan­zia­men­to di fon­di pub­bli­ci. All’interno di que­sto pro­ces­so che solo for­mal­men­te, o nel­le pie inten­zio­ni dei meri­dio­na­li­sti più one­sti, pote­va costi­tui­re un ele­men­to di riscat­to per la cit­tà, una gran­de par­te del­la popo­la­zio­ne cit­ta­di­na, da quei pro­ces­si espul­sa o da essi mai inte­res­sa­ta, ha costrui­to una pro­pria strut­tu­ra eco­no­mi­ca di cui il con­trab­ban­do è sta­to l’elemento sicu­ra­men­te più impor­tan­te, arri­van­do a fat­tu­ra­re miglia­ia di miliar­di di lire. I libri con­ta­bi­li del ras Miche­le Zaza, seque­stra­ti in un’operazione di poli­zia, sve­la­no l’entità degli affa­ri ammon­tan­ti nel ’77 a cir­ca 5000 ton­nel­la­te annue, per un fat­tu­ra­to di cir­ca 150 miliar­di di lire, una strut­tu­ra di tipo indu­stria­le che arri­va­va a con­ta­re fino a 50.000 «impie­ga­ti»[3].

Sono, que­sti, i nume­ri di un’impresa al cul­mi­ne del suo perio­do d’oro, fio­ri­to tra il ’73 e il ’74, quan­do l’attività per­de defi­ni­ti­va­men­te il carat­te­re ori­gi­na­rio, cre­scen­do fino a diven­ta­re «la Fiat di Napo­li» e arri­van­do a supe­ra­re il volu­me di ven­di­te del Mono­po­lio di Stato.

Ini­zia­to nel Dopo­guer­ra, con la pre­sen­za del­le trup­pe ame­ri­ca­ne in cit­tà, in quar­tie­ri del­la zona orien­ta­le con una for­te pre­sen­za ope­ra­ia come S. Gio­van­ni a Teduc­cio e Bar­ra, il con­trab­ban­do non era in ori­gi­ne un’attività di esclu­si­vo appan­nag­gio del­la cri­mi­na­li­tà orga­niz­za­ta, come spes­so vie­ne rac­con­ta­to e l’identificazione tout court con quel mon­do è una nar­ra­zio­ne del­le clas­si domi­nan­ti[4].

Negli anni Ses­san­ta Napo­li assun­se un ruo­lo cen­tra­le in que­sta atti­vi­tà, gra­zie alla sua posi­zio­ne nel Medi­ter­ra­neo, resa cru­cia­le dal­la chiu­su­ra del por­to fran­co di Tan­ge­ri e lo spo­sta­men­to dei depo­si­ti di siga­ret­te sul­le coste del­la Jugo­sla­via e dell’Albania o in ter­ri­to­ri «neu­tra­li» come la Gre­cia e la Tur­chia, dove il com­mer­cio dipen­de­va da con­trat­ta­zio­ni dele­ga­te a inter­me­dia­ri in con­tat­to con le mul­ti­na­zio­na­li. La pre­sen­za di capi­ma­fia sici­lia­ni in domi­ci­lio coat­to a Napo­li all’inizio degli anni Set­tan­ta pro­dur­rà una meta­mor­fo­si del­la vec­chia mala­vi­ta loca­le, con la qua­le alcu­ni capi camor­ra già impe­gna­ti nel set­to­re ver­ran­no affi­lia­ti a Cosa Nostra, avvian­do un pro­ces­so di evo­lu­zio­ne del­la «vec­chia camor­ra». È pro­prio gra­zie a que­sto pas­sag­gio che il con­trab­ban­do pas­sa a un model­lo impren­di­to­ria­le mafio­so, incre­di­bil­men­te più red­di­ti­zio e fero­ce di cui negli anni Set­tan­ta le orga­niz­za­zio­ni cri­mi­na­li loca­li assu­mo­no il con­trol­lo tota­le, tra­sfor­man­do­lo in un’industria sul­la cui strut­tu­ra si svi­lup­pe­rà il busi­ness del narcotraffico. 

In que­sta tra­sfor­ma­zio­ne è leg­gi­bi­le anche la meta­mor­fo­si del­la figu­ra del con­trab­ban­die­re che da «lavo­ra­to­re auto­no­mo» diven­ta dipen­den­te dei grup­pi cri­mi­na­li che inve­sto­no nell’acquisto del­la mer­ce all’ingrosso, distri­buen­do­la poi a strut­tu­re coo­pe­ra­ti­ve costi­tui­te da grup­pi di pro­prie­ta­ri asso­cia­ti dei moto­sca­fi, sca­fi­sti «pro­fes­sio­ni­sti», cele­bra­ti da can­zo­ni e pel­li­co­le cine­ma­to­gra­fi­che per gli epi­ci inse­gui­men­ti con la Guar­dia di Finan­za attra­ver­so il Gol­fo, capi paran­za che median­te un wal­kie tal­kie diri­go­no le ope­ra­zio­ni di sbar­co da ter­ra dove mari­nai addet­ti allo sca­ri­co del­la mer­ce prov­ve­do­no al tra­spor­to in luo­ghi sicu­ri e suc­ces­si­va­men­te alla distri­bu­zio­ne a una rete di com­mer­cian­ti al det­ta­glio, dei qua­li è un’icona Sofia Loren nei pan­ni di Ade­li­na in Ieri, oggi e doma­ni[5].

Il boom del con­trab­ban­do si veri­fi­ca fra il 1970 e il 1973, quan­do un eser­ci­to di mano­do­pe­ra tro­va in que­sta atti­vi­tà la pro­pria fon­te di sosten­ta­men­to e pro­prio le azio­ni di con­tra­sto del­le isti­tu­zio­ni, in real­tà, in assen­za di poli­ti­che eco­no­mi­che e socia­li in gra­do di inter­ve­ni­re sul­la dif­fi­ci­le situa­zio­ne socia­le napo­le­ta­na, for­ni­sco­no un note­vo­le impul­so allo svi­lup­po di for­me nuo­ve di orga­niz­za­zio­ne del feno­me­no ope­ra­te dal­la camor­ra. A tale pro­po­si­to è uti­le con­si­de­ra­re quel­lo che acca­de con la Leg­ge 359 del 14 ago­sto ’74, quan­do si esten­de la ter­ri­to­ria­li­tà da sei a dodi­ci miglia dal­la costa. Pri­ma di que­sta leg­ge le navi che tra­spor­ta­va­no le siga­ret­te pote­va­no arri­va­re, nel­le acque inter­na­zio­na­li, a una distan­za che per­met­te­va anche a grup­pi di pro­le­ta­ri autor­ga­niz­za­ti di rag­giun­ger­le con pic­co­le imbar­ca­zio­ni. Con la Leg­ge 359 cam­bia tut­to, sono ben altri gli sca­fi neces­sa­ri a rag­giun­ge­re i cari­chi al lar­go e solo i mafio­si pos­so­no inve­sti­re tan­to, così quel com­mer­cio diven­ta un affa­re mono­po­liz­za­to dai clan marsigliesi. 

La vera svol­ta, la ristrut­tu­ra­zio­ne capi­ta­li­sta del con­trab­ban­do è que­sta. L’attività si incre­men­ta, negli anni suc­ces­si­vi, in segui­to all’allentamento del­la pres­sio­ne poli­zie­sca, soste­nu­ta dal­la Leg­ge 724 del 1975 che depe­na­liz­za l’attività, una rispo­sta del­lo Sta­to alle lot­te socia­li che pun­ta­va a con­sen­ti­re uno sfo­go alla rab­bia popo­la­re, in man­can­za di inve­sti­men­ti nel wel­fa­re. Anche Valen­zi, sin­da­co del Pci, si espres­se pub­bli­ca­men­te per un allen­ta­men­to del­la pres­sio­ne del­le for­ze dell’ordine. Dopo il 1975, in con­co­mi­tan­za con la cre­sci­ta del pote­re del­le orga­niz­za­zio­ni cri­mi­na­li si sca­te­na una guer­ra fra i clan mar­si­glie­si e la mafia sici­lia­na per il con­trol­lo di que­sto ric­co set­to­re com­mer­cia­le che va incon­tro a una ristrut­tu­ra­zio­ne den­tro la qua­le si inse­ri­sce il fio­ren­te mer­ca­to degli stu­pe­fa­cen­ti che comin­cia a pren­de­re spa­zio uti­liz­zan­do pro­prio i cana­li distri­bu­ti­vi del­la rete del con­trab­ban­do. Dal 1979 la pres­sio­ne del­la Poli­zia rico­min­cia a diven­ta­re alta e solo le orga­niz­za­zio­ni camor­ri­sti­che, che dispon­go­no di capi­ta­li e mez­zi pos­so­no affron­ta­re quel­la guer­ra con lo Sta­to che i pic­co­li con­trab­ban­die­ri non pos­so­no soste­ne­re[6]. In quel perio­do la cit­tà vie­ne inve­sti­ta dai pri­mi scon­tri del­la guer­ra fra la camor­ra urba­na e quel­la lega­ta a Raf­fae­le Cuto­lo che pro­va a mono­po­liz­za­re il set­to­re impo­nen­do ai con­trab­ban­die­ri una «tas­sa» sul fatturato. 

I pro­le­ta­ri fino ad allo­ra impe­gna­ti nell’attività si tro­va­no quin­di sospe­si fra lo Sta­to e la mala­vi­ta che da spon­de appa­ren­te­men­te oppo­ste richie­do­no sot­to­mis­sio­ne, disci­pli­na ed estra­zio­ne di plu­sva­lo­re. In que­sta mor­sa fra la repres­sio­ne sta­ta­le e l’espansione del­la mala­vi­ta orga­niz­za­ta nasco­no, dall’incontro con alcu­ni mili­tan­ti poli­ti­ci atti­vi nei quar­tie­ri popo­la­ri del­la cit­tà, for­me di sog­get­ti­va­zio­ne che pro­va­ro­no a sot­trar­si al bino­mio Stato/​camorra, come il Col­let­ti­vo auto­no­mo con­trab­ban­die­ri, nato a For­cel­la nel 1974, che annun­cia una del­le sue pri­me usci­te pub­bli­che all’Università Fede­ri­co II, con un volan­ti­no su cui si scrive:

Il con­trab­ban­do a Napo­li per­met­te a 50.000 fami­glie di soprav­vi­ve­re a sten­to. Da poco meno di un anno, oltre a chiu­de­re i posti di lavo­ro, lo Sta­to e la Finan­za han­no dichia­ra­to guer­ra al con­trab­ban­do. Ci spa­ra­no addos­so quan­do uscia­mo con i moto­sca­fi blu. Il con­trab­ban­do non si toc­ca! Fino a quan­do non ci daran­no un altro mez­zo per vive­re. Dob­bia­mo orga­niz­zar­ci ed esse­re uni­ti per difen­de­re il nostro dirit­to alla vita. Riu­nio­ne di tut­ti i con­trab­ban­die­ri napo­le­ta­ni. Gio­ve­dì 15 alle ore 10 davan­ti all’Università di Scien­ze di via Mez­zo­can­no­ne 16 di fron­te al Cine­ma Astra. Col­let­ti­vo auto­no­mo con­trab­ban­die­ri[7].

Il col­let­ti­vo lo fon­da­ro­no alcu­ni com­pa­gni del Vome­ro che face­va­no i con­trab­ban­die­ri. In quel perio­do era­no mol­ti i comu­ni­sti napo­le­ta­ni che vive­va­no da «ille­ga­li» e quel­la espe­rien­za, quin­di, non nac­que da «avan­guar­die ester­ne» ma all’interno del loro mon­do. Tra il ’72 e il ’74 furo­no mol­te le tra­sfor­ma­zio­ni del­la cit­tà che col­pi­ro­no il pro­le­ta­ria­to napo­le­ta­no per il qua­le le atti­vi­tà «ille­ga­li» ave­va­no un ruo­lo impor­tan­te. È chia­ro che di fron­te a que­gli attac­chi i com­pa­gni sen­tis­se­ro l’esigenza di orga­niz­zar­si. Quel col­let­ti­vo è vis­su­to poco per­ché ha subi­to una repres­sio­ne paz­ze­sca, appe­na ven­ne fuo­ri la noti­zia qua­si tut­ti i com­pa­gni furo­no arre­sta­ti ma è un erro­re ana­liz­zar­ne la por­ta­ta poli­ti­ca solo alla luce del­la sua «dura­ta». Noi spes­so abbia­mo un’idea retrò nei con­fron­ti di que­sti feno­me­ni, pen­sia­mo che le strut­tu­re di movi­men­to che nasco­no per un’esigenza deb­ba­no ave­re la stes­sa vita di un col­let­ti­vo poli­ti­co o di un par­ti­to ma non è così. La sto­ria dei movi­men­ti che nasco­no nei ter­ri­to­ri è quel­la che è, le strut­tu­re di movi­men­to spon­ta­nee come que­sto col­let­ti­vo pos­so­no anche dura­re poco ma quel­la che soprav­vi­ve è l’idea di fon­do. Quel­lo che resta è la valen­za poli­ti­ca dell’illegalità orga­niz­za­ta e il suo ingres­so den­tro il pro­ces­so rivo­lu­zio­na­rio, la fine dell’idea di sot­to­pro­le­ta­ria­to come ele­men­to mar­gi­na­le anche nel ragio­na­men­to dei compagni. 

Il col­let­ti­vo dura poco in ter­mi­ni tem­po­ra­li ma le lot­te del cole­ra nasco­no da lì, da un per­cor­so poli­ti­co che si era avvia­to in seno al pro­le­ta­ria­to e al sot­to­pro­le­ta­ria­to urba­no che si orga­niz­za den­tro la cri­si. Biso­gna, quin­di, sem­pre rin­trac­cia­re den­tro que­ste vicen­de, gli ele­men­ti poli­ti­ci di base, le aper­tu­re sul­le qua­li cam­bia il cor­so degli even­ti sto­ri­ci più che la dura­ta del­la sin­go­la espe­rien­za. Nel­la vicen­da dei con­trab­ban­die­ri è pos­si­bi­le leg­ge­re mol­to del­le con­trad­di­zio­ni che avve­ni­va­no a Napo­li in que­gli anni. Nel ’73, con il cole­ra, lo Sta­to avvia una guer­ra ai pro­le­ta­ri del­la cit­tà attac­can­do­ne il sosten­ta­men­to eco­no­mi­co che con­si­ste­va nel­la ven­di­ta per stra­da di gene­ri ali­men­ta­ri, fra cui le coz­ze. La guer­ra al con­trab­ban­do è del­lo stes­so segno. Dopo la Leg­ge 359 i com­pa­gni fino a quel momen­to ave­va­no avu­to un ruo­lo impor­tan­te in quel mon­do, gli ope­rai licen­zia­ti si met­te­va­no insie­me per com­pra­re una bar­ca ma dopo que­sta leg­ge cam­bia tut­to e fini­sce la strut­tu­ra coo­pe­ra­ti­va dal bas­so che, pur sen­za teo­riz­za­zio­ni, era la moda­li­tà su cui era orga­niz­za­ta quell’attività. Alla fine il con­trab­ban­do muo­re per inte­res­si diver­si, una vol­ta che si sono strut­tu­ra­ti quei cana­li com­mer­cia­li è più con­ve­nien­te tra­sfor­mar­lo in cir­cui­to di dro­ga e armi. Quel­la non è una vicen­da di scon­tro fra mafio­si e Sta­to, anzi, è la sto­ria di tra­sfor­ma­zio­ne in sen­so capi­ta­li­sta di un set­to­re dell’economia den­tro cui c’erano mol­ti com­pa­gni e den­tro quel­le vicen­de va let­ta la sto­ria del col­let­ti­vo auto­no­mo di con­trab­ban­die­ri che nasce per lot­ta­re con­tro quell’aggressione del capi­ta­li­smo alla vita dei pro­le­ta­ri. La tra­sfor­ma­zio­ne impo­sta dal Capi­ta­le pesa sui ter­ri­to­ri per­ché distrug­ge strut­tu­re socia­li ed eco­no­mi­che che si reg­ge­va­no su quel­lo. È lo Sta­to che le distrug­ge, attac­can­do i pro­le­ta­ri del cen­tro sto­ri­co nel­la mate­ria­li­tà del­le loro fon­ti di sosten­ta­men­to[8].

Note

[1] I con­trab­ban­die­ri di S. Lucia, regia di A. Bre­scia, con M. Mero­la e A. Saba­to. Prod. Atlas, Ita­lia 1979. 

[2] G. Maz­zoc­chi – A. Vil­la­ni (a cura di), Sul­la cit­tà, oggi. La peri­fe­ria metro­po­li­ta­na. Nodi e rispo­ste, Fran­co Ange­li, Mila­no 2004. 

[3] F. Bar­ba­gal­lo, Il pote­re del­la camor­ra, Einau­di, Tori­no 1999. 

[4] Si veda L. Manun­za, Geo­gra­fie dell’informe. Le nuo­ve fron­tie­re del­la glo­ba­liz­za­zio­ne. Etno­gra­fie da Tan­ge­ri, Napo­li e Istan­bul, Ombre Cor­te, Vero­na 2016. 

[5] Ieri, oggi e doma­ni, regia di V. De Sica, con M. Mastro­ian­ni e S. Loren, Prod. C. Pon­ti, 1963. 

[6] I. Sales, La camor­ra, le camor­re, Edi­to­ri Riu­ni­ti, Roma 1988. 

[7] Volan­ti­no del Col­let­ti­vo Auto­no­mo Con­trab­ban­die­ri, 1974. 

[8] Raf­fae­le Pau­ra, inter­vi­sta, 2019.

Dal diritto alla casa al diritto all’abitare

Dal diritto alla casa al diritto all’abitare

Genea­lo­gia dei movi­men­ti socia­li­di occu­pa­zio­ne di case a Napo­li dagli anni ’50 ad oggi

Ripor­tia­mo inte­ra­men­te il lavo­ro acca­de­mi­co svol­to da un atti­vi­sta del movi­men­to napo­le­ta­no che rico­strui­sce, a par­ti­re dagli anni ’50, e lot­te e il con­te­sto in cui si svi­lup­pò un enor­me movi­men­to di mas­sa che riven­di­ca­va e pra­ti­ca­va il dirit­to alla casa.

Dagli anni ’50 fino ai gior­ni nostri vie­ne rico­strui­ta la genea­lo­gia dei movi­men­ti socia­li che nati come movi­men­ti per il dirit­to alla casa si sono tra­sfor­ma­ti ai gior­ni nostri in movi­men­to per il dirit­to all’abitare.

Per lo svi­lup­po del­l’au­to­no­mia e del­le sue com­po­nen­ti orga­niz­za­te la data del 23 novem­bre 1980 rap­pre­sen­ta un pun­to di svol­ta per ripren­de­re paro­la dopo le onda­te repres­si­ve degli ulti­mi anni ’70.

Que­sto lavo­ro può aiu­ta­re alla com­pren­sio­ne di quan­to avven­ne nel tes­su­to socia­le pro­le­ta­rio metro­po­li­ta­no all’in­do­ma­ni del ter­re­mo­to che col­pì e deva­stò mag­gior­men­te le zone inter­ne del­l’Ir­pi­nia ma for­ni­sce anche le coor­di­na­te per com­pren­de­re le con­di­zio­ni abi­ta­ti­ve di Napo­li e dei suoi quar­tie­ri che, a fron­te del­l’e­span­sio­ne urba­ni­sti­ca sel­vag­gia e spe­cu­la­ti­va, deter­mi­nò lo svi­lup­po del­le pri­me lot­te orga­niz­za­te in cui la pre­sen­za del­le com­po­nen­ti auto­no­me risul­to determinante.

Lot­te che svi­lup­pa­ro­no for­me orga­niz­za­ti­ve capa­ci di far vive­re sul ter­re­no del­le riven­di­ca­zio­ni e del­la pra­ti­ca alcu­ne del­le paro­le d’or­di­ne di que­gli anni dal “pren­dia­mo­ci la cit­tà” alle auto­ri­du­zio­ni dei beni essen­zia­li fino alla requi­si­zio­ne del­le case sfitte.

Que­sto con­tri­bu­to, ovvia­men­te, non è un docu­men­to poli­ti­co: la sua pub­bli­ca­zio­ne su Archi­vio Auto­no­mia rispon­de alla neces­si­tà di far cono­sce­re e man­te­ne­re viva la memo­ria del­le lot­te socia­li che in manie­ra auto­no­ma si sono svi­lup­pa­te nel nostro pae­se lad­do­ve non si ri/​trovano mate­ria­li ori­gi­na­li .

Volan­ti­no di mobi­li­ta­zio­ne del Comi­ta­to di quar­tie­re San­t’E­ra­smo ai Gra­ni­li.
Fon­te: Lui­sa Maglio, archi­vio privato
Una chiacchierata tra gli anni ’70 e il presente, con uno sguardo al futuro

Una chiacchierata tra gli anni ’70 e il presente, con uno sguardo al futuro

Nell’ambito del­le pre­sen­ta­zio­ni del pri­mo dei tre volu­mi sull’autonomia ope­ra­ia meri­dio­na­le del­le edi­zio­ni di Deri­veAp­pro­di si è svol­ta, cura­ta dal Labo­ra­to­rio di Mutuo Soc­cor­so Zero81, una “chiac­chie­ra­ta” tra i cura­to­ri del­la tri­lo­gia e Lan­fran­co Cami­ni­ti e Pie­ro Despali.

L’incontro tra Lan­fran­co e Pie­ro è sta­ta un’occasione impor­tan­te all’interno del­la rifles­sio­ne sugli anni set­tan­ta e sul­la sto­ria dell’autonomia (ovvia­men­te in manie­ra par­zia­le e limitata).

Abbia­mo scel­to, d’accordo con i par­te­ci­pan­ti, di resti­tui­re la “chiac­chie­ra­ta” tra­scri­ven­do­la e chie­den­do loro di “rior­di­na­re” i loro interventi.

Que­sto per dare la pos­si­bi­li­tà, a chi non era pre­sen­te a Napo­li e anche a chi ha curio­si­tà, inte­res­se e pas­sio­ne, di cono­sce­re par­te di quel­la sto­ria attra­ver­so le testi­mo­nian­ze di Pie­ro e Lanfranco.

Il tema che è sta­to scel­to – “Nord-Sud uni­ti nel­la lot­ta” ??!! – è sta­ta l’occasione per riper­cor­re­re un pez­zo del­la enor­me sto­ria del­la sov­ver­sio­ne socia­le in Ita­lia ma anche lo sti­mo­lo e lo spun­to per met­te­re a fuo­co, sul tavo­lo dei ragio­na­men­ti, ele­men­ti di attua­li­tà che han­no una por­ta­ta più ampia.

Ci augu­ria­mo di aver reso un buon ser­vi­zio e restia­mo aper­ti a qual­sia­si altro contributo/​integrazione.

Buo­na lettura