Niente come prima
Willer Montefusco
Willer Montefusco

Claudio Calia, Gianmarco De Pieri, Piero Despali, Massimiliano Gallob, Vilma Mazza, Gli autonomi. I «padovani». Dagli anni Ottanta al G8 di Genova 2001, a cura di Mimmo Sersante, DeriveApprodi, euro 18,00 stampa 27 LUGLIO 2021 di ELISABETTA MICHIELIN
L’ironia è l’inquietudine e la vita scomoda. (V. Jankélévitch, 1964)
Nel 1975 erano 30 dalla Resistenza e nelle scuole si celebrava l’anniversario in modo meno contrastato di oggi. Io ero all’ultimo anno delle superiori e durante un’assemblea d’Istituto mi alzai – era la prima volta – per dire più o meno queste parole: basta con la Resistenza e le celebrazioni retoriche perché oggi noi studenti intendiamo protestare contro l’aumento del costo del biglietto delle corriere; sì, perché tutti abbiamo diritto allo studio e non è giusto che gli operai vedano le conquiste salariali mangiate dall’aumento del costo della vita. In corso c’era questa lotta sui trasporti che vedeva per la prima volta operai del gruppo Zanussi e studenti pendolari della provincia organizzare assieme l’autoriduzione degli abbonamenti.
Certamente la mia non era una posizione isolata o stravagante perché a condividerla erano migliaia di altri studenti e qualche centinaia di operai pendolari che in quei mesi ritrovavano finalmente la loro unità nel territorio.
Ora mi chiedo perché avevamo – evidentemente non ero la sola – questo non rapporto con la memoria. Da una parte certamente esso segnava una indubbia discontinuità rispetto a una storia – quella dei partiti comunisti del ’900 – che non riconoscevamo come nostra. Men che meno ci apparteneva il discorso sulla Resistenza tradita da raccogliere e completare. Dalla Resistenza era nata la Repubblica fondata sul lavoro salariato da cui, al pari dei giovani operai, volevamo tenerci il più lontano possibile. Dall’altra, penso che potevamo permetterci questa non memoria perché eravamo e ci percepivamo vincenti. A cosa serve la memoria se stai vincendo? Da quel passato tutt’al più si prendeva quello che sul momento ti poteva servire e, detto tra noi, non era poi molto. Altra storia sarebbe stata celebrarlo o trarne ispirazione; noi potevamo incontrarlo solo come una coincidenza o come un inerte che riattivi lì per lì. Da questo punto di vista ci piaceva di più la Comune di Parigi mentre la Rivoluzione russa era indagata e discussa nei suoi primissimi anni e per la geniale presa del potere che l’aveva resa possibile.
In aggiunta, mi sento di sostenere senza tema di smentita che mai e poi mai avremmo pensato di diventare vecchi (mi sembravano insopportabili questi ex resistenti e le loro storie gloriose che peraltro sospettavo edulcorate con tutta la libertà che chi ha tutto sommato vinto – per lo meno nella retorica – può permettersi). La rivoluzione è sempre la più giovane, no?
Mi son sentita autorizzata a cominciare con un ricordo personale/politico perché il libro è costruito come riflessione politica agganciata alle esperienze personali dei singoli autori. Un libro di memorie più che il classico saggio storico, scandito dall’entrata in campo delle diverse generazioni politiche a cui appartengono i cinque autori sulla falsariga della suggestiva immagine che usa Piero Despali (il ‘vecchio’) del non più, dell’ancora e del non ancora per riflettere sulla propria vita da comunista: una scansione temporale e concettuale che parte dagli anni Ottanta (la “controrivoluzione”) passando per gli anni Novanta (la rivoluzione dall’alto, o “rinascimento capitalistico” come preferisce chiamarla Piero) per approdare al G8 di Genova del 2001 dove si ferma. Nei vari capitoli, al memoir di Piero si aggiunge così quello di Vilma Mazza che entra in scena in piena repressione (o controrivoluzione) assumendola come un dato di fatto e come orizzonte entro il quale agire politicamente, mentre Massimiliano Gallob e Gianmarco De Pieri, più giovani, arrivano negli anni Novanta e il passato, significativamente, nelle loro parole è una dimensione di cui nulla conoscono e che scoprono più tardi.
Ogni libro è una costruzione pensata e una forma voluta e I «padovani» certo non si sottrae a una precisa progettualità che lo lega direttamente al precedente libro dei fratelli Despali Storia dei Collettivi politici veneti per il potere operaio e, credo, anche al ricco dibattito che ne è seguito nello spazio Pragma di Derive Approdi. Da questo punto di vista, penso che saranno proprio l’impianto del libro e in particolare il memoir di Piero a sollevare qualche problema di ricostruzione storica all’interno di quel sodalizio politico che a quegli eventi ha partecipato direttamente; invece a un recensore esterno quale io sono, piuttosto che il merito della ricostruzione interessa il portato generale di quel che lo compone, vale a dire le forme della militanza e la memoria. Due temi distinti ma intrecciati e intrecciati a loro volta con quella che Piero nel suo testo definisce la rivoluzione dall’alto del capitale. Di fatto, la costruzione di un mondo – e quindi di rapporti di produzione globali affatto nuovi e inediti – che ha mandato in soffitta sia la militanza sia l’attualità della rivoluzione comunista così come era intesa lungo il ’900.
Ecco quindi riemergere la parola Resistenza: “Per me la parola d’ordine del momento era resistere, un brutto verbo, lontano dalla nostra cultura politica e dalla nostra prassi. Ma tant’è. Ci eravamo costretti dalla forza delle cose.” Così Despali all’inizio della sua lunghissima latitanza (a differenza di molti compagni scampati al carcere che scelgono l’esilio francese, tornato di grottesca attualità in questi mesi) nel periodo della più cupa repressione dell’anomalia italiana e della controrivoluzione in atto a livello mondiale con Reagan e la Tatcher.
Piero è così costretto dalla sua posizione di latitante a una distanza fisica che si traduce in una distanza temporale grazie al susseguirsi frenetico di eventi e ai cambiamenti epocali in corso. In questo quadro la resistenza è sì postura etica (rispetto alla dissociazione carceraria ben distinta in tutto il testo dal pentitismo) ma anche ampia riflessione sulla sua figura di militante comunista che nel guardarsi indietro – almeno in questo primo periodo – non vede una distesa di macerie come accade al pentito di turno o al dissociato ma è un non più ancora significativo.
Le parti più interessanti del memoriale di Piero sono infatti il legame stretto fra la figura del militante e la forma del rapporto capitalistico che in Italia nella seconda metà del secolo si palesava come una vera e propria crisi di comando legittimando la convinzione di essere dentro un processo rivoluzionario effettivo. Come spiegare altrimenti repressione e controrivoluzione?
Ma quando negli anni Novanta il capitale attua la sua rivoluzione dall’alto, questa sì globale, – nuovo rinascimento la chiama Piero – tutto cambia e la militanza finisce non per impotenza temporanea ma per palese insufficienza a comprendere la nuova ragione del mondo e tentare l’assalto alle nuove forme e ai nuovi assetti di potere legati al nesso materiale tra realtà soggettiva e processi produttivi che da un lato attingono alle diverse sfere esperienziali e individuali di uomini e donne – conoscenze, emozioni, stili di vita, relazioni, linguaggi – dall’altro, cercano di imporre un unico e omogeneo dispositivo di comando sul lavoro. Non opposizione alle differenze, piuttosto la loro cattura, la loro immobilizzazione e neutralizzazione, poiché sono le differenze e il loro sfruttamento a costituire il fondo comune della ricchezza e del profitto. Una rinnovata giovinezza del capitale che sembra mandare in soffitta ogni possibilità e concetto di rivoluzione così come è stata pensata anche dalle parti più eretiche.

Ecco quindi che scompare quel nesso mezzi/fini che regolava e dava senso al militante comunista la cui azione era subordinata alla rivoluzione; cambia l’uso della forza e cambiano le forme di lotta con il passaggio all’azione diretta di chiara ascendenza anarchica, cambia il modo di fare politica come ambito separato dall’amicizia e dal privato, si passa dalla militanza alla soggettività. Su quest’ultimo punto sono significative le pagine di Massimiliano Gallob che dedica molta parte del proprio scritto proprio alla simpatia secondo lo scozzese Hume (che stava studiando proprio allora), da cui fa scaturire l’amicizia, tra gli affetti la più gioiosa e personale. E, naturalmente, le tavole di Claudio Calia che, disegnando le giornate di Genova, mescola sapientemente la casualità personale e quasi estetica dell’incontro con i «padovani» col ricordo di Carlo Giuliani, “un ragazzo generoso come tanti di noi”.
Ora si potrebbe chiosare maliziosamente Despali ricordando che le donne da tempi non sospetti avevano messo in crisi il concetto leninista di militanza difeso invece a spada tratta proprio dai Collettivi Politici Veneti per il potere operaio. Già nel precedente lavoro dedicato alla sua storia, i due fratelli avevano detto con molta tranquillità che il movimento del ’77 aveva appena sfiorato la loro organizzazione che infatti non aveva prestato ascolto alle donne di quel movimento e al loro grido: non è la mia rivoluzione se non si balla. Che dire? Che solo uno con la testa bassa sull’organizzazione non poteva accorgersene? Sarebbe ingeneroso perché bisogna dare atto a Piero di aver fatto una riflessione profonda, credo definitiva e non priva di sincerità sul proprio essere stato un dirigente dei Collettivi Politici e sullo sforzo personale, politico ed etico, di stare in mezzo alle cose reali per cercare di comprenderle e di cambiarle parlandone e scrivendone senza uno sguardo ex post. Le cose si manifestano infatti sporche e complesse nel loro accadere e anche le catastrofi quali quelle iniziate il 7 aprile del 1979 e proseguite per buona parte degli anni ’80 fino alla loro fine simbolica con la caduta del muro di Berlino esattamente 10 anni dopo, non sono mai tagli netti a meno che non si scelga di fare il salto della quaglia vendendo sé stessi e la propria anima.
Vilma Mazza significativamente parla rispetto al proprio agire politico di lineare presente, di non aver vissuto il 7 aprile come una cesura non essendoci proprio stata politicamente prima. Evidentemente una continuità della struttura organizzativa che, seppure gravemente mutilata, è anche quella che sorregge la latitanza di Piero, o per meglio dire, il senso della latitanza di Piero. Una struttura che permette ai «padovani» nel bene e nel male di aprirsi al nuovo: nuove tecnologie, nuove forme di aggregazione come i centri sociali e gli esperimenti di municipalismo mutuati dagli zapatisti in una nuova visione dell’internazionalismo, nuova riflessione e nuova pratica sul terreno del reddito di cittadinanza, nuova ecologia e nuove forme dell’agire e dello stare in piazza. Ambiti che cominciavano ad affacciarsi sulla scena e a delinearsi come punti nodali di una inedita complessità donde l’urgenza a dotarsi di nuovi strumenti politici per cambiare l’ordine delle cose.

Sono 20 anni da Genova. I «padovani» parlano poco del massacro della Diaz, di più del venerdì in cui il corteo viene attaccato per ore dalla polizia fino all’epilogo di piazza Alimonda e la morte di Carlo Giuliani che è rimasta sanguinosa memoria per quella generazione. Non si può che rilevare una ingenuità politica (la mancanza di un piano B), sconcertante, che porta a riflettere su quanto l’organizzazione fosse al tempo stesso superflua in quanto retaggio del passato eppure necessaria soprattutto in quella specifica circostanza quando via Tolemaide diventa una imprevista zona rossa e per ore viene praticato il “diritto di resistenza”. Una contraddizione irrisolta che il Genova Social Forum non riuscirà a sciogliere e che si rivelerà drammatica dopo le torri gemelle di lì a pochi mesi e l’entrata prepotente della guerra come orizzonte e altra faccia della globalizzazione.
Eppure se tutto è cambiato, non è cambiata quella violenza istituzionale e dello Stato che si riproduce uguale nelle carceri di Santa Maria Capua Vetere. Una memoria che non vorremmo, che non serve a nulla se non a misurare l’impotenza e la rabbia.
Quindi io dico – nonostante li legga tutti, questi libri – basta con la memoria. Se è vero che si dice prima le lotte poi la teoria, allo stesso modo si deve dire prima le lotte poi la memoria come dispositivo attivo e produttivo.
Per tutte queste ragioni, nonostante riconosca la lodevole intenzione della casa editrice Derive Approdi, la lettura di tutti questi libri che vogliono ricostruire una storia dei movimenti radicali del ’900 italiano di parte e fuori dai tribunali, ogni volta mi è personalmente urticante, e questo di Piero lo trovo il memoir definitivo di quella stagione. Un memoir che non è nostalgico – per fortuna – ma venato anche di ironia, compagna perfetta dell’intelligenza politica.
dalle pagine Cultura de Il Mattino.it – 25 Gennaio 2022

«Gli Autonomi, volume X» è il primo libro di una serie di tre volumi edito da Deriveapprodi e dedicato all’Autonomia Operaia Meridionale. Nessuno sino ad oggi aveva mai ricostruito tutte le vicende e tracciato un filo conduttore. Già solo per questo l’intera collana è da considerarsi un’impresa. Gli autonomi sono stati protagonisti di una stagione controversa del decennio rivoluzionario italiano aperto dal Biennio Rosso. «Vogliamo tutto» è stato il loro programma politico semplice e tragico.
In quel Mezzogiorno sorsero così collettivi autonomi che diedero vita a lotte e rivendicazioni che hanno segnato un’intera generazione raccolte per la prima volta in questa ricerca per comporre una cartografia di quegli anni, senza la pretesa di essere un «manuale», anzi il fondamento di questo lavoro è proprio la frammentarietà della materia in oggetto e tutti i suoi limiti rappresentano spiragli attraverso i quali guardare a quelle esperienze provando a ridefinirne i contorni.
Questo primo volume, acquistabile in tutte le librerie o direttamente dall’editore è il primo di una serie da tre libri dedicata al meridione. Nelle sue pagine si ricostruisce la vicenda storica dell’autonomia a Napoli, dalle lotte operaie del Biennio Rosso alla nascita dei Comitati di Quartiere, esperienza centrale nelle lotte per la casa, le autoriduzioni dei consumi contro il carovita. Il lavoro ricostruisce la nascita e lo sviluppo dei movimenti dei disoccupati, fino allo snodo degli anni Ottanta, segnati dalla repressione giudiziaria e dal terremoto.
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di Francesco Cirillo
Un lavoro monumentale di circa 900 pagine che uscirà in tre volumi e che oggi vede l’uscita in tutte le librerie del primo volume.
Si tratta della storia quasi sconosciuta dell’Autonomia Meridionale raccontata dai suoi stessi militanti. Una storia avvincente che dimostra come il sud dagli anni Settanta in poi sia stato una fucina di lotte autonome e clamorose che hanno visto lo Stato pronto alla repressione ed alla carcerazione di centinaia di attivisti in prima linea nelle lotte di operai, contadini, proletariato in genere.
Il primo volume edito da Derive ed Approdi è curato da Antonio Bove, medico napoletano del collettivo politico Csoa Officina 99 e dell’area antagonista napoletana e Francesco Festa lucano anch’egli di officina 99 e del movimento no global meridionale.
Il volume è il decimo del lavoro complesso fatto dalla casa editrice sull’autonomia operaia italiana, ed è il primo su quella meridionale. Al primo lavoro hanno partecipato Alfonso Natella, salernitano , che racconta del libro “Vogliamo Tutto” di Nanni Balestrini del quale è stato il protagonista ; Antonio Bove e Francesco Festa con un saggio sulle origini del meridionalismo; Francesco Caruso che parla del Sud ribelle e delle sue origini; Giso Amendola che affronta la questione del rifiuto del lavoro al sud; Claudio Dionesalvi che conversa con Franco Piperno sull’autonomia; Lanfranco Caminiti che parla dei “Primi fuochi di guerriglia” l’unica organizzazione autonoma extra legale del sud e chiudono Antonio Bove e Francesca Festa sulle lotte avvenute a Napoli fra Bagnoli e i contrabbandieri autonomi.
Un volume estremamente interessante ed unico che rompe un luogo comune, spesso esistente anche fra gli stessi attivisti dell’estrema sinistra che al sud non si sia mosso niente in quei favolosi anni 70.

dalla Redazione de Il Riformista – 26 Gennaio 2022
Il giorno 7 Aprile 1979 un’imponente iniziativa giudiziaria mette alla sbarra decine di dirigenti e militanti di un’organizzazione rivoluzionaria contro la quale opinionisti, dirigenti di partito, intellettuali e sindacalisti avevano utilizzato decine di termini dispregiativi, tra cui violenti, terroristi e squadristi, evitando di chiamarli per quello che erano. Autonomi.
Il tribunale del linguaggio aveva emesso la sua sentenza attraverso la demonizzazione mediatica prima della criminalizzazione giudiziaria. E’ anche per questo che la ricostruzione delle vicende legate all‘Autonomia operaia messa in atto dagli autori nella collana “Gli autonomi”, è da considerarsi un’impresa.
Gli autonomi sono stati protagonisti di una stagione controversa e gioiosa del decennio rivoluzionario italiano aperto dal Biennio Rosso. “Vogliamo tutto” è stato il loro programma politico semplice e tragico. Nel Sud Italia della falsa industrializzazione, povero, dissanguato dall’emigrazione e dalla ristrutturazione economica del Dopoguerra, l’autonomia è stata una stagione politica intensa, che ha preso forma in un mosaico di movimenti spontanei che hanno scompaginato i vecchi equilibri della politica partitica, lenta e bigotta.
Questa ricerca che penetra nell’epicentro di quelle battaglie sociali estraendone biografie e personaggi, per portare alla luce la storia sconosciuta e inedita degli anni Settanta al Sud, un insieme di condotte, modi di pensare, pratiche, comportamenti che, con tutti i limiti, hanno provato a farla finita con la “questione meridionale”, e le sue narrazioni assistenzialistiche e parassitarie. In quel Mezzogiorno che si voleva narcotizzato sorsero così collettivi autonomi che diedero vita a lotte e rivendicazioni che hanno segnato un’intera generazione raccolte per la prima volta in questa ricerca per comporre una cartografia di quegli anni, senza la pretesa di essere un «manuale», anzi il fondamento di questo lavoro è proprio la frammentarietà della materia in oggetto e tutti i suoi limiti rappresentano spiragli attraverso i quali guardare a quelle esperienze provando a ridefinirne i contorni.
Questo primo volume, acquistabile in tutte le librerie o direttamente dall’editore (www.deriveapprodi.com) è il primo di una serie da tre libri dedicata al meridione.
Nelle sue pagine si ricostruisce la vicenda storica dell’autonomia a Napoli, dalle lotte operaie del Biennio Rosso alla nascita dei Comitati di Quartiere, esperienza centrale nelle lotte per la casa, le autoriduzioni dei consumi contro il carovita. Il lavoro di ricostruzione storica ricostruisce la nascita e lo sviluppo dei movimenti dei disoccupati, fino allo snodo degli anni Ottanta, segnati dalla repressione giudiziaria e dal terremoto.
Antonio Bove è nato nel 1975 a Napoli, dove vive e lavora come medico. Incontra i movimenti napoletani nel 1994, durante il Movimento Sabotax cui partecipa con il Collettivo di Medicina. Ha fatto parte del collettivo politico del CSOA Officina 99. È tra i fondatori dell’Istituto Italiano per gli Studi Europei di Giugliano (NA) ed ha fatto parte del collettivo redazionale di Metrovie, supplemento napoletano del Manifesto. Suoi articoli sono apparsi su: Il Manifesto, Limes – rivista di geopolitica italiana, Liberazione, Napoli Monitor, Dinamopress. Ha pubblicato “Vai Mo. Storie di rap a Napoli e dintorni.” (Monitor ed., Napoli 2016)
Francesco Antonio Festa, lucano, vive in Irpinia insieme a tre figli e una compagna e si occupa di marketing. Durante gli anni universitari ha scoperto la mlitanza grazie all’attivo politico di Officina99/SKA di Napoli, ha partecipato attivamente al movimento NoGlobal. Ha dato vita ai progetti “Orizzonti Meridiani” ed “Euronomade”. Di formazione storica, ha curato con altri il volume “Briganti o emigranti. Sud e movimenti fra conricerca e studi subalterni”. Ha scritto numerosi articoli sulla storia del Sud Italia, sui movimenti sociali e sui dispositivi di razzializzazione. Scrive sulle pagine culturali de il Manifesto.

di Giovanni Iozzoli *
In questo volume, dedicato all’autonomia operaia meridionale, il primo di una serie di tre, Francesco Festa e Antonio Bove, ricercatori militanti (cioè, non foraggiati dai soldi pubblici) offrono al lettore un’opera ricchissima in cui storia, storiografia, biografie, teorie e prassi, si intrecciano su un terreno delicatissimo, anzi inafferrabile, che si può ricondurre ad una domanda retorica: è esistita una forma specificamente meridionale dell’autonomia operaia? E in che modo questa categoria – così legata alla storia del neocapitalismo fordista padano – può essere piegata e riadattata al contesto del mezzogiorno? E farlo, è un’attribuzione legittima o una forzatura ideologica? I due autori, attingendo a molti contributi intellettuali e/o militanti, sembrano interrogare e interrogarsi sulla liceità di tale operazione.
Partiamo, quindi, da una questione sostanziale: cos’è l’autonomia operaia meridionale? È davvero esistita? Basta definirla come l’insieme dei comportamenti operai e proletari fuori e contro le compatibilità capitalistiche e completamente indipendenti da ogni legame con il riformismo? Per provare a rispondere bisogna tracciare una «cartografia tematica» e ripensare l’idea stessa di Mezzogiorno, dell’aggressione capitalistica alle sue regioni, prendere distanza dal pietismo meridionalistico e dal marxismo storicista: la linea del progresso in ascesa con il timone retto dalla borghesia illuminata, senza la quale il Sud sarebbe ostaggio di lazzari, plebaglia e lumpenproletariat. Linea che ha segnato, per oltre cinquant’anni, l’azione politica e culturale del Pci. (pag. 9)
Il libro è la risposta a quella domanda retorica: è legittimo parlare di una autonomia operaia meridionale e tale categoria non va considerata un’appendice di quella nata nel cuore del triangolo industriale, nella misura in cui la storia economica e sociale del mezzogiorno può sottrarsi alla narrazione “storicista” del sottosviluppo cronico del nostro Sud, eternamente etichettato come ritardo, risacca e zavorra malata del processo unitario. Questione di sguardi, di punti di vista, di approccio alla lettura storica. Se il Sud smette di essere considerato una escrescenza incompiuta del processo unitario e del neocapitalismo, allora i suoi movimenti autonomi non vanno considerati una riproduzione delle lotte dell’operaio massa, bensì il bacino di creazione di figure e conflitti originali. Il sottoproletariato – fantasma e coscienza sporca del movimento operaio – esce da se stesso, dai suoi stereotipi lumpen, supera lo stigma plebeo e si presenta come proletariato diffuso, creatore di plusvalore sociale nella nuova fabbrica-metropoli. Non ritardo, quindi, ma nuova e diversa realtà che richiede nuove e diverse chiavi interpretative. Gli anni 70 dei movimenti antagonisti napoletani, raccontano proprio il processo di autovalorizzazione – l’assalto alla spesa pubblica, la riappropriazione del patrimonio abitativo, il rivendicazionismo incessante sulla linea reddito/lavoro – di questo soggetto che raramente la sinistra era riuscita a intercettare. Autonomia a sud come nuova chiave di lettura di questo sud.
Gli autori rimarcano più volte questa tesi, come un filo conduttore che deve reggere la frenesia centrifuga delle storie e dei movimenti.
Nei primi anni Settanta, i riflessi sui consumi della crisi economica e dello sviluppo caotico dei trent’anni precedenti riportano il Mezzogiorno al centro delle riflessioni del Pci e della sinistra rivoluzionaria, riabilitando la «questione meridionale». Le letture della situazione, tuttavia, sono insufficienti a chiarire gli spunti relativi alla composizione sociale, all’industrializzazione e al ruolo delle regioni meridionali nella programmazione capitalistica. Nella lettura del Pci, ma anche in settori alla sua sinistra, il Sud è visto da sempre come una «distorsione», l’elemento arretrato dello sviluppo generale, frutto di un «problema», di un «ritardo» o di una serie di «errori di programmazione». Da tale assunto emerge che, alla base, il processo di sviluppo capitalista possa intervenire per rimuovere gli agenti di freno allo «sviluppo». Una discussione, in verità, tutta interna alle logiche del capitalismo che purtroppo ancor oggi occupa gran parte dei dibattiti sul tema, partendo da due errori enormi. Uno è l’idea che il problema sia il mancato sviluppo e non la sua stessa natura, cioè la sua matrice capitalista; l’altro è la considerazione del Mezzogiorno come «tema», mentre la discussione dovrebbe, in altro senso, vertere sulle modalità del processo economico, politico, sociale e culturale che ha creato il Mezzogiorno come visione. Il capitalismo è il vero tema. (pag. 31)
L’autonomia, l’operaismo, le metropoli slabbrate e purulente del mezzogiorno, le campagne dell’entroterra, l’appennino e le terre dell’osso: se Lenin veniva portato a spasso in Inghilterra, sarebbe legittimo traslocare Panzieri a sud di Latina?
Inquadrare quella storia con le lenti dell’operaismo è un procedimento controverso. Festa e Bove restano fedeli a un metodo: leggere i cicli dell’ intervento straordinario nel mezzogiorno alla luce della sequenza sviluppo/crisi dello Stato Piano, legando composizione di classe, conflitti, investimenti e spesa pubblica, dentro un’unica chiave di lettura. Il programma non scritto dell’autonomia operaia meridionale sta tutto dentro questo groviglio.
«Soltanto a livello di classe operaia si può parlare in senso specifico di processo rivoluzionario, di rivoluzione, di rottura rivoluzionaria», si diceva, ma la classe operaia, nelle metropoli e nei territori meridionali stravolti dal capitalismo della crisi non è solo quella della linea di montaggio, anzi, a Napoli e in tutto il Mezzogiorno questo paradigma non regge. L’operaismo è un punto di vista di parte, cui ha attinto – chi più, chi meno – tutta l’area dell’Autonomia operaia ed è inevitabile riflettere sui problemi che l’incontro fra la storia del Sud e questa corrente di pensiero genera. Leggendo quelle vicende dentro le loro specificità è evidente che si finisca per individuare un vulnus, un cortocircuito nel paradigma operaista le cui specificità vanno rimodulate attraverso i comportamenti e le soggettività dell’Autonomia meridionale: in particolare, rispetto alla composizione di classe di quei territori e ai processi di produzione e valorizzazione delle comunità. Detto fuori dai denti: l’operaismo è nato nel Nord Italia, davanti ai cancelli delle fabbriche del «triangolo industriale», in particolare a Mirafiori con al centro l’operaio massa, giovane meridionale «deportato» per sostenere lo sviluppo capitalistico dei gloriosi Settanta. A Sud questa linea di pensiero ha avuto la funzione di “cassetta degli attrezzi” concettuale per gruppi ristretti di intellettuali e avanguardie militanti, ma non è mai esistita una sua tradizione teorica né una sua traduzione. (pag. 11)
Questa traduzione/traslazione la opereranno i proletari nella prassi, senza porsi tante questioni epistemologiche: nel Mezzogiorno l’autonomia dell’interesse di classe e dei bisogni di massa non ha bisogno di adattarsi al “calco” operaista, ma lo reinventa, ne forza il perimetro costringendo le stesse soggettività organizzate a ridefinire se stesse in rapporto ad una movimentazione sociale ricchissima e radicale. Raccontare quel clima è difficile e necessario. E per provare a farlo, gli autori si affidano a molti contributi, di taglio e registro assai differente (per soddisfare ogni palato). Contributi di alto profilo, quali quello di Lanfranco Caminiti, che racconta della nascita di Primi Fuochi di Guerriglia, il tentativo di praticare il “diritto alla guerra” dentro l’oppressione stagnante della società meridionale e rifondare una dialettica nuova tra iniziativa armata e pratica di massa, tra soggettività autonoma e comunità/territori.
Indicare lo Stato come nemico, indirizzare contro lo Stato la sintesi dell’antagonismo al Sud, non sarebbe stato un «valore aggiunto» – accadeva già. Il fatto nuovo, a noi sembrava, era che le funzioni dello Stato si andavano dislocando dentro la società, i corpi intermedi e la distribuzione dei poteri, e una semplificazione società vs. Stato o classe vs. Stato non coglieva le modificazioni. Bisognava perciò «portare» l’antagonismo dentro la società, dentro la statualizzazione della società; cioè, dentro una dinamica, un processo, e non una struttura e le sue articolazioni. (…) Non eravamo clandestini. Con quella stessa faccia facevamo assemblee e rapine, riunioni e attentati. In guerra, d’altronde, si combatte a viso aperto. (pag. 96)
Napoli, all’inizio degli anni ’70, è comunque la quarta città industriale d’Italia. E l’Italsider e l’Alfasud vengono pienamente investite dal vento dell’autunno caldo, della stagione dei consigli e dell’autonomia dei comportamenti operai in direzione del rifiuto del lavoro salariato – non come programma o teoria, ma come prassi ed esigenza di vita. Anche qui ci si interroga retoricamente sul rapporto tra lotte di fabbrica e lotte sociali: sono i contenuti del ’69 operaio a rovesciarsi sui quartieri, o al contrario, è la maturazione delle lotte popolari sul territorio, sul terreno della riproduzione e del reddito sociale, a tenere acceso il fuoco nei reparti della produzione industriale? In ogni caso, anche a Napoli alcuni grandi stabilimenti diventeranno scuole di comunismo per una generazione di quadri operai, sempre in bilico tra sindacalismo radicale e insurrezione.
Interessante, da questo punto di vista, il recupero della storia dimenticata dell’Unione Sindacale dei Comitati di Lotta, una rete di nuclei di fabbrica – ostili al nuovo corso consiliare post-69 – e riconducibile ad una piccola formazione marxista-leninista (guidata dal non dimenticato Gustavo Herman): paradossi napoletani, per raccontare l’autonomia, nel groviglio di storie, facce e processi, devi parlare degli emme-elle…
Franco e importante, il contributo di Raffaele Paura, amatissima figura tutt’ora attiva dentro il movimento napoletano; da lui arriva un frammento relativo alla storia dei Comitati di Quartiere (l’autonomia con la a minuscola), del loro apogeo e della loro rapida decrescita. Organismi popolari, centrati sull’autoriduzione e la vertenzialità di quartiere, nei quali però una generazione di militanti dovrà fare i conti con il nodo più drammatico di quella fase storica:
Intorno al ’74 un gruppo di militanti attivi nel Comitato del quartiere Porto, sulla scia di un ragionamento interno e sulla spinta di quello che accadeva intorno, abbandona il lavoro di massa e si struttura come gruppo armato. È stata una scelta complicata e sicuramente un errore politico. Il gruppo non aveva un nome, usavamo diverse sigle anche perché nel momento in cui si diffondeva un certo innamoramento per la lotta armata noi cerchiamo di evitare la deriva avanguardista anche se questa cosa poi, di fatto, accade. Il nostro gruppo, come altre formazioni affini sparse nel Meridione, non aveva nemmeno una composizione stabile, i compagni si spostavano e attraversavano diversi ambiti del movimento e pensavamo che questo potesse evitare il distacco dalle lotte sociali. Nessuno di noi, infatti, è mai stato clandestino, anche quando eravamo latitanti continuavamo a stare nel movimento perché l’idea dell’avanguardia esterna non ci ha mai attratto. Alcuni compagni, inoltre, sono andati in galera per rapina o altri «crimini» ma erano proletari che stavano con noi e molte rapine etichettate come crimini «comuni» in realtà non lo erano, ma si trattava di azioni di compagni e proletari politicamente schierati dentro quella forte quota di «illegalità sociale» che si incrociava con quello che facevamo noi.
Nonostante la disponibilità all’uso di armi e della forza, comunque, fra tutti gli errori che abbiamo commesso non abbiamo mai avuto come obiettivo quello di colpire le persone, l’omicidio politico non è mai stato nel nostro orizzonte. L’attività era rivolta prevalentemente al controllo dei territori che le lotte sociali stavano liberando, con le campagne contro i delatori nei quartieri, e poi ad azioni come la spesa politica che non era solo l’attacco ai supermercati ma anche iniziative più eclatanti. Nel ’75, quando Sergio Romeo era ancora vivo viene bloccato a Forcella un camion che trasportava pasta e il carico viene distribuito ai proletari del quartiere. Questo era il tipo di azioni che ritenevamo centrali. Sergio in quella occasione era già nei Nap e voglio ricordare questo particolare perché nonostante le sigle di appartenenza il dato politico è che noi compagni ci riunivamo sulle azioni, non c’erano compartimentazioni stagne. In quel periodo anche gli stessi militanti dei Nap agivano in questo modo, pure perché quella organizzazione nasce dentro i movimenti, prima dell’impazzimento organizzativo che avviene quasi per necessità, dopo la morte e gli arresti di molti compagni e compagne e le fasi drammatiche che la loro organizzazione si trovò ad affrontare.(…) È anche sulla base di questi eventi che avvertiamo la spinta a costruire un gruppo che di fatto si distacca dal lavoro nei quartieri, veniamo coinvolti da quella spinta soggettiva che porta a un «gioco al rialzo», pensiamo che ormai i proletari siano pronti a reggere in autonomia le strutture territoriali e ci dedichiamo a costruire un’altra organizzazione, invece di ripensare e rilanciare il lavoro di massa. (…)
L’abbandono delle lotte sociali, comunque, anche se non era nostra intenzione c’è stato, dovendo affrontare un percorso di quel tipo che è stato un punto di non ritorno. Nella zona del centro avevamo costruito, negli anni, una struttura autorganizzata a partire dalle autoriduzioni che doveva essere funzionale alla costruzione di un contropotere territoriale. Il risultato di quella scelta, invece, è che come prima cosa viene tagliata subito la corrente elettrica a tutti. Mia mamma non mi ha mai perdonato per quella cosa. Il nostro ruolo in quei Comitati non era secondario, anzi, nel momento in cui siamo passati alla clandestinità, consegnando il lavoro di massa e l’organizzazione in mano ai proletari che avevano fatto le lotte fino a quel momento insieme a noi è scomparso tutto e l’ esperienza dell’autoriduzione si è esaurita. Tutto quel processo, i Comitati per l’autoriduzione, la difesa del territorio, i Comitati di quartiere alla fine è andato perduto. (pag. 200)
Alfonso Natella, Franco Piperno, Francesco Caruso e Giso Amendola arricchiscono il racconto corale di una epopea che solo apparentemente ha il sapore della sconfitta o dell’occasione mancata: c’è un sedimento di memoria, di verità, di sapienza sovversiva, che riemerge carsicamente, fino a sfidare il presente davanti ai cancelli della logistica, nei territori stuprati, nelle metropoli slabbrate e violente che ci tocca attraversare.
Nella capitale della fluidità sociale, le formazioni dell’Autonomia organizzata – Rosso, Senza Tregua, Mco – proveranno a costruire legami solidi con l’autonomia diffusa napoletana e meridionale. Ma per tutto il decennio ’70, gli autonomi del sud non riescono a definire dei perimetri organizzativi e programmatici stabili: come se il montare dei cicli di lotta impedisse non solo le sclerotizzazioni gruppettare, ma anche qualsiasi sedimentazione virtuosa, qualsiasi passaggio che evitasse i salti e le rotture generazionali, che saranno così tipiche di questa storia e di questi territori.
Gli autonomi furono i primi a lottare contro se stessi, a provare a mettere ordine nei processi caotici che erano stati così bravi ad evocare o abitare. Ma risulta difficile ricostruire una cornice adeguata, rispetto a questa eccedenza, a questa ricchezza: tanto più nel sud Italia, e nella sua sgangherata capitale. E’ per questo che ancora oggi continuiamo a leggere libri su questa storia così presente, così irrisolta, che preme con urgenza sulla nostra intelligenza e sull’agenda dell’oggi.
Del resto, in ognuno dei nove volumi precedenti (una serie editoriale dalla longevità incredibile, per la quale non si smetterà mai di essere abbastanza grati a DeriveApprodi) il problema “ontologico” dell’autonomia operaia permane ostinato – fino alla difficoltà nella scelta della A maiuscola o minuscola, nel racconti di molti contesti. L’ A/autonomia inafferrabile, che non si fa catturare, catalogare, su cui non solo storici e saggisti continuano a sbattere la testa, ma anche tanti solerti magistrati che hanno provato attraverso centinaia di migliaia di pagine di atti istruttori a ricondurre a categorie penali quella che è stata una esplosiva complessità.
Questo libro è forse il più dinamico e “difficile” di tutta la serie, quello che esige più dedizione, quello in cui lo sforzo di contestualizzazione storico-politica è più alto. Ma anche quello che offre di più al lettore che, a seconda delle sue preferenze, troverà storie di vita ed elementi alti dibattito teorico, intrecciati nel classico bailamme mediterraneo: come nei vecchi assetti urbani napoletani, dove i bassi del piano terra convivono col piano nobile e tutti gli odori e i rumori si mescolano apparentemente senza principio.
Un libro che resterà – oltre l’orizzonte facile della memorialistica – e che siamo sicuri troverà la sua collocazione non solo nelle biblioteche di movimento, ma anche negli archivi di istituti e centri studi che non hanno abdicato alla necessità della memoria critica.
*pubblicato su Carmillaonline