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Autonomi. I «padovani». Dal 1980 al G8 di Genova del 2001

Argo­men­ti: 2021, Por­de­no­ne

Clau­dio Calia, Gian­mar­co De Pie­ri, Pie­ro Despa­li, Mas­si­mi­lia­no Gal­lob, Vil­ma Maz­za, Gli auto­no­mi. I «pado­va­ni». Dagli anni Ottan­ta al G8 di Geno­va 2001, a cura di Mim­mo Ser­san­te, Deri­veAp­pro­di, euro 18,00 stam­pa 27 LUGLIO 2021 di ELISABETTA MICHIELIN

L’ironia è l’inquietudine e la vita sco­mo­da. (V. Jan­ké­lé­vitch, 1964)

Nel 1975 era­no 30 dal­la Resi­sten­za e nel­le scuo­le si cele­bra­va l’anniversario in modo meno con­tra­sta­to di oggi. Io ero all’ultimo anno del­le supe­rio­ri e duran­te un’assemblea d’Istituto mi alzai – era la pri­ma vol­ta – per dire più o meno que­ste paro­le: basta con la Resi­sten­za e le cele­bra­zio­ni reto­ri­che per­ché oggi noi stu­den­ti inten­dia­mo pro­te­sta­re con­tro l’aumento del costo del bigliet­to del­le cor­rie­re; sì, per­ché tut­ti abbia­mo dirit­to allo stu­dio e non è giu­sto che gli ope­rai veda­no le con­qui­ste sala­ria­li man­gia­te dall’aumento del costo del­la vita. In cor­so c’era que­sta lot­ta sui tra­spor­ti che vede­va per la pri­ma vol­ta ope­rai del grup­po Zanus­si e stu­den­ti pen­do­la­ri del­la pro­vin­cia orga­niz­za­re assie­me l’autoriduzione degli abbonamenti.

Cer­ta­men­te la mia non era una posi­zio­ne iso­la­ta o stra­va­gan­te per­ché a con­di­vi­der­la era­no miglia­ia di altri stu­den­ti e qual­che cen­ti­na­ia di ope­rai pen­do­la­ri che in quei mesi ritro­va­va­no final­men­te la loro uni­tà nel territorio.

Ora mi chie­do per­ché ave­va­mo – evi­den­te­men­te non ero la sola – que­sto non rap­por­to con la memo­ria. Da una par­te cer­ta­men­te esso segna­va una indub­bia discon­ti­nui­tà rispet­to a una sto­ria – quel­la dei par­ti­ti comu­ni­sti del ’900 – che non rico­no­sce­va­mo come nostra. Men che meno ci appar­te­ne­va il discor­so sul­la Resi­sten­za tra­di­ta da rac­co­glie­re e com­ple­ta­re. Dal­la Resi­sten­za era nata la Repub­bli­ca fon­da­ta sul lavo­ro sala­ria­to da cui, al pari dei gio­va­ni ope­rai, vole­va­mo tener­ci il più lon­ta­no pos­si­bi­le. Dall’altra, pen­so che pote­va­mo per­met­ter­ci que­sta non memo­ria per­ché era­va­mo e ci per­ce­pi­va­mo vin­cen­ti. A cosa ser­ve la memo­ria se stai vin­cen­do? Da quel pas­sa­to tutt’al più si pren­de­va quel­lo che sul momen­to ti pote­va ser­vi­re e, det­to tra noi, non era poi mol­to. Altra sto­ria sareb­be sta­ta cele­brar­lo o trar­ne ispi­ra­zio­ne; noi pote­va­mo incon­trar­lo solo come una coin­ci­den­za o come un iner­te che riat­ti­vi lì per lì. Da que­sto pun­to di vista ci pia­ce­va di più la Comu­ne di Pari­gi men­tre la Rivo­lu­zio­ne rus­sa era inda­ga­ta e discus­sa nei suoi pri­mis­si­mi anni e per la genia­le pre­sa del pote­re che l’aveva resa possibile.

In aggiun­ta, mi sen­to di soste­ne­re sen­za tema di smen­ti­ta che mai e poi mai avrem­mo pen­sa­to di diven­ta­re vec­chi (mi sem­bra­va­no insop­por­ta­bi­li que­sti ex resi­sten­ti e le loro sto­rie glo­rio­se che peral­tro sospet­ta­vo edul­co­ra­te con tut­ta la liber­tà che chi ha tut­to som­ma­to vin­to – per lo meno nel­la reto­ri­ca – può per­met­ter­si). La rivo­lu­zio­ne è sem­pre la più gio­va­ne, no?

Mi son sen­ti­ta auto­riz­za­ta a comin­cia­re con un ricor­do personale/​politico per­ché il libro  è costrui­to come rifles­sio­ne poli­ti­ca aggan­cia­ta alle espe­rien­ze per­so­na­li dei sin­go­li auto­ri. Un libro di memo­rie più che  il clas­si­co sag­gio sto­ri­co, scan­di­to dall’entrata in cam­po del­le diver­se gene­ra­zio­ni poli­ti­che a cui appar­ten­go­no i cin­que auto­ri sul­la fal­sa­ri­ga del­la sug­ge­sti­va imma­gi­ne che usa Pie­ro Despa­li (il ‘vec­chio’) del non più, dell’anco­ra e del non anco­ra per riflet­te­re sul­la pro­pria vita da comu­ni­sta: una scan­sio­ne tem­po­ra­le e con­cet­tua­le che par­te dagli anni Ottan­ta (la “con­tro­ri­vo­lu­zio­ne”) pas­san­do per gli anni Novan­ta (la rivo­lu­zio­ne dall’alto, o “rina­sci­men­to capi­ta­li­sti­co” come pre­fe­ri­sce chia­mar­la Pie­ro) per appro­da­re al G8 di Geno­va del 2001 dove si fer­ma. Nei vari capi­to­li, al memoir di Pie­ro si aggiun­ge così quel­lo di Vil­ma Maz­za che entra in sce­na in pie­na repres­sio­ne (o con­tro­ri­vo­lu­zio­ne) assu­men­do­la come un dato di fat­to e come oriz­zon­te entro il qua­le agi­re poli­ti­ca­men­te, men­tre Mas­si­mi­lia­no Gal­lob e Gian­mar­co De Pie­ri, più gio­va­ni, arri­va­no negli anni Novan­ta e il pas­sa­to, signi­fi­ca­ti­va­men­te, nel­le loro paro­le è una dimen­sio­ne di cui nul­la cono­sco­no e che sco­pro­no più tardi.

Ogni libro è una costru­zio­ne pen­sa­ta e una for­ma volu­ta e I «pado­va­ni» cer­to non si sot­trae a una pre­ci­sa pro­get­tua­li­tà che lo lega diret­ta­men­te al pre­ce­den­te libro dei fra­tel­li Despa­li Sto­ria dei Col­let­ti­vi poli­ti­ci vene­ti per il pote­re ope­ra­io e, cre­do, anche al ric­co dibat­ti­to che ne è segui­to nel­lo spa­zio Prag­ma di Deri­ve Appro­di. Da que­sto pun­to di vista, pen­so che saran­no pro­prio l’impianto del libro e in par­ti­co­la­re il memoir di Pie­ro a sol­le­va­re qual­che pro­ble­ma di rico­stru­zio­ne sto­ri­ca all’interno di quel soda­li­zio poli­ti­co che a que­gli even­ti ha par­te­ci­pa­to diret­ta­men­te; inve­ce a un recen­so­re ester­no qua­le io sono, piut­to­sto che il meri­to del­la rico­stru­zio­ne inte­res­sa il por­ta­to gene­ra­le di quel che lo com­po­ne, vale a dire le for­me del­la mili­tan­za e la memo­ria. Due temi distin­ti ma intrec­cia­ti e intrec­cia­ti a loro vol­ta con quel­la che Pie­ro nel suo testo defi­ni­sce la rivo­lu­zio­ne dall’alto del capi­ta­le.  Di fat­to, la costru­zio­ne di un mon­do – e quin­di di rap­por­ti di pro­du­zio­ne glo­ba­li affat­to nuo­vi e ine­di­ti – che ha man­da­to in sof­fit­ta sia la mili­tan­za sia l’attua­li­tà del­la rivo­lu­zio­ne comu­ni­sta così come era inte­sa lun­go il ’900.

Ecco quin­di rie­mer­ge­re la paro­la Resi­sten­za: “Per me la paro­la d’ordine del momen­to era resi­ste­re, un brut­to ver­bo, lon­ta­no dal­la nostra cul­tu­ra poli­ti­ca e dal­la nostra pras­si. Ma tant’è. Ci era­va­mo costret­ti dal­la for­za del­le cose.” Così Despa­li all’inizio del­la sua lun­ghis­si­ma lati­tan­za (a dif­fe­ren­za di mol­ti com­pa­gni scam­pa­ti al car­ce­re che scel­go­no l’esilio fran­ce­se, tor­na­to di grot­te­sca attua­li­tà in que­sti mesi) nel perio­do del­la più cupa repres­sio­ne dell’anomalia ita­lia­na e del­la con­tro­ri­vo­lu­zio­ne in atto a livel­lo mon­dia­le con Rea­gan e la Tatcher.

Pie­ro è così costret­to dal­la sua posi­zio­ne di lati­tan­te a una distan­za fisi­ca che si tra­du­ce in una distan­za tem­po­ra­le gra­zie al sus­se­guir­si fre­ne­ti­co di even­ti e ai cam­bia­men­ti epo­ca­li in cor­so. In que­sto qua­dro la resi­sten­za è sì postu­ra eti­ca (rispet­to alla dis­so­cia­zio­ne car­ce­ra­ria ben distin­ta in tut­to il testo dal pen­ti­ti­smo) ma anche ampia rifles­sio­ne sul­la sua figu­ra di mili­tan­te comu­ni­sta che nel guar­dar­si indie­tro – alme­no in que­sto pri­mo perio­do – non vede una diste­sa di mace­rie come acca­de al pen­ti­to di tur­no o  al dis­so­cia­to ma è un non più anco­ra significativo.

Le par­ti più inte­res­san­ti del memo­ria­le di Pie­ro sono infat­ti il lega­me stret­to fra la figu­ra del mili­tan­te e la for­ma del rap­por­to capi­ta­li­sti­co che in Ita­lia nel­la secon­da metà del seco­lo si pale­sa­va come una vera e pro­pria cri­si di coman­do legit­ti­man­do la con­vin­zio­ne di esse­re den­tro un pro­ces­so rivo­lu­zio­na­rio effet­ti­vo. Come spie­ga­re altri­men­ti repres­sio­ne e controrivoluzione?

Ma quan­do negli anni Novan­ta il capi­ta­le attua la sua rivo­lu­zio­ne dall’alto, que­sta sì glo­ba­le,  – nuo­vo rina­sci­men­to la chia­ma Pie­ro – tut­to cam­bia e la mili­tan­za fini­sce non per impo­ten­za tem­po­ra­nea ma per pale­se insuf­fi­cien­za a com­pren­de­re la nuo­va ragio­ne del mon­do e ten­ta­re l’assalto alle nuo­ve for­me e ai nuo­vi asset­ti di pote­re lega­ti al nes­so mate­ria­le tra real­tà sog­get­ti­va e pro­ces­si pro­dut­ti­vi che da un lato  attin­go­no alle diver­se sfe­re espe­rien­zia­li e indi­vi­dua­li di uomi­ni e don­ne – cono­scen­ze, emo­zio­ni, sti­li di vita, rela­zio­ni, lin­guag­gi – dall’altro, cer­ca­no di impor­re un uni­co e omo­ge­neo dispo­si­ti­vo di coman­do sul lavo­ro. Non oppo­si­zio­ne alle dif­fe­ren­ze, piut­to­sto la loro cat­tu­ra, la loro immo­bi­liz­za­zio­ne e neu­tra­liz­za­zio­ne, poi­ché sono le dif­fe­ren­ze e il loro sfrut­ta­men­to a costi­tui­re il fon­do comu­ne del­la ric­chez­za e del pro­fit­to. Una rin­no­va­ta gio­vi­nez­za del capi­ta­le che sem­bra man­da­re in sof­fit­ta ogni pos­si­bi­li­tà e con­cet­to di rivo­lu­zio­ne così come è sta­ta pen­sa­ta anche dal­le par­ti più eretiche.

Tail­pie­ce o the bathos , Wil­liam Hogarth, 1764

Ecco quin­di che scom­pa­re quel nes­so mezzi/​fini che rego­la­va e dava sen­so al mili­tan­te comu­ni­sta la cui azio­ne era subor­di­na­ta alla rivo­lu­zio­ne; cam­bia l’uso del­la for­za e cam­bia­no le for­me di lot­ta con il pas­sag­gio all’azio­ne diret­ta di chia­ra ascen­den­za anar­chi­ca, cam­bia il modo di fare poli­ti­ca come ambi­to sepa­ra­to dall’amicizia e dal pri­va­to, si pas­sa dal­la mili­tan­za alla sog­get­ti­vi­tà. Su quest’ultimo pun­to sono signi­fi­ca­ti­ve le pagi­ne di Mas­si­mi­lia­no Gal­lob che dedi­ca mol­ta par­te del pro­prio scrit­to pro­prio alla sim­pa­tia secon­do lo scoz­ze­se Hume (che sta­va stu­dian­do pro­prio allo­ra), da cui fa sca­tu­ri­re l’amicizia, tra gli affet­ti la più gio­io­sa e per­so­na­le. E, natu­ral­men­te, le tavo­le di Clau­dio Calia che, dise­gnan­do le gior­na­te di Geno­va, mesco­la sapien­te­men­te la casua­li­tà per­so­na­le e qua­si este­ti­ca dell’incontro con i «pado­va­ni» col ricor­do di Car­lo Giu­lia­ni, “un ragaz­zo gene­ro­so come tan­ti di noi”.

Ora si potreb­be chio­sa­re mali­zio­sa­men­te Despa­li ricor­dan­do che le don­ne da tem­pi non sospet­ti ave­va­no mes­so in cri­si il con­cet­to leni­ni­sta di mili­tan­za dife­so inve­ce a spa­da trat­ta pro­prio dai Col­let­ti­vi Poli­ti­ci Vene­ti per il pote­re ope­ra­io. Già nel pre­ce­den­te lavo­ro dedi­ca­to alla sua sto­ria, i due fra­tel­li ave­va­no det­to con mol­ta tran­quil­li­tà che il movi­men­to del ’77 ave­va appe­na sfio­ra­to la loro orga­niz­za­zio­ne che infat­ti non ave­va pre­sta­to ascol­to alle don­ne di quel movi­men­to e al loro gri­do: non è la mia rivo­lu­zio­ne se non si bal­la. Che dire? Che solo uno con la testa bas­sa sull’organizzazione non pote­va accor­ger­se­ne? Sareb­be inge­ne­ro­so per­ché biso­gna dare atto a Pie­ro di aver fat­to una rifles­sio­ne pro­fon­da, cre­do defi­ni­ti­va e non pri­va di sin­ce­ri­tà sul pro­prio esse­re sta­to un diri­gen­te dei Col­let­ti­vi Poli­ti­ci e sul­lo sfor­zo per­so­na­le, poli­ti­co ed eti­co, di sta­re in mez­zo alle cose rea­li per cer­ca­re di com­pren­der­le e di cam­biar­le par­lan­do­ne e scri­ven­do­ne sen­za uno sguar­do ex post. Le cose si mani­fe­sta­no infat­ti spor­che e com­ples­se nel loro acca­de­re e anche le cata­stro­fi qua­li quel­le ini­zia­te il 7 apri­le del 1979 e pro­se­gui­te per buo­na par­te degli anni ’80 fino alla loro fine sim­bo­li­ca con la cadu­ta del muro di Ber­li­no esat­ta­men­te 10 anni dopo, non sono mai tagli net­ti a meno che non si scel­ga di fare il sal­to del­la qua­glia ven­den­do sé stes­si e la pro­pria ani­ma.
Vil­ma Maz­za signi­fi­ca­ti­va­men­te par­la rispet­to al pro­prio agi­re poli­ti­co di linea­re pre­sen­te, di non  aver vis­su­to il 7 apri­le come una cesu­ra non essen­do­ci pro­prio sta­ta poli­ti­ca­men­te pri­ma. Evi­den­te­men­te una con­ti­nui­tà del­la strut­tu­ra orga­niz­za­ti­va che, sep­pu­re gra­ve­men­te muti­la­ta, è anche quel­la che sor­reg­ge la lati­tan­za di Pie­ro, o per meglio dire, il sen­so del­la lati­tan­za di Pie­ro. Una strut­tu­ra che per­met­te ai «pado­va­ni» nel bene e nel male di aprir­si al nuo­vo: nuo­ve tec­no­lo­gie, nuo­ve for­me di aggre­ga­zio­ne come i cen­tri socia­li e gli espe­ri­men­ti di muni­ci­pa­li­smo mutua­ti dagli zapa­ti­sti in una nuo­va visio­ne dell’internazionalismo, nuo­va rifles­sio­ne e nuo­va pra­ti­ca sul ter­re­no del red­di­to di cit­ta­di­nan­za, nuo­va eco­lo­gia e nuo­ve for­me dell’agire e del­lo sta­re in piaz­za. Ambi­ti che comin­cia­va­no ad affac­ciar­si sul­la sce­na e a deli­near­si come pun­ti noda­li di una ine­di­ta com­ples­si­tà don­de l’urgenza a dotar­si di nuo­vi stru­men­ti poli­ti­ci per cam­bia­re l’ordine del­le cose.

Clau­dio Calia, Ricor­da­ti per­ché lo fai

Sono 20 anni da Geno­va. I «pado­va­ni» par­la­no poco del mas­sa­cro del­la Diaz, di più del vener­dì in cui il cor­teo vie­ne attac­ca­to per ore dal­la poli­zia fino all’epilogo di piaz­za Ali­mon­da e la mor­te di Car­lo Giu­lia­ni che è rima­sta san­gui­no­sa memo­ria per quel­la gene­ra­zio­ne. Non si può che rile­va­re una inge­nui­tà poli­ti­ca (la man­can­za di un pia­no B), scon­cer­tan­te, che por­ta a riflet­te­re su quan­to l’orga­niz­za­zio­ne fos­se al tem­po stes­so super­flua in quan­to retag­gio del pas­sa­to eppu­re neces­sa­ria soprat­tut­to in quel­la spe­ci­fi­ca cir­co­stan­za quan­do via Tole­mai­de diven­ta una impre­vi­sta zona ros­sa e per ore vie­ne pra­ti­ca­to il “dirit­to di resi­sten­za”.  Una con­trad­di­zio­ne irri­sol­ta che il Geno­va Social Forum non riu­sci­rà a scio­glie­re e che si rive­le­rà dram­ma­ti­ca dopo le tor­ri gemel­le di lì a pochi mesi e l’entrata pre­po­ten­te del­la guer­ra come oriz­zon­te e altra fac­cia del­la globalizzazione.

Eppu­re se tut­to è cam­bia­to, non è cam­bia­ta quel­la vio­len­za isti­tu­zio­na­le e del­lo Sta­to che si ripro­du­ce ugua­le nel­le car­ce­ri di San­ta Maria Capua Vete­re. Una memo­ria che non vor­rem­mo, che non ser­ve a nul­la se non a misu­ra­re l’impotenza e la rabbia.

Quin­di io dico – nono­stan­te li leg­ga tut­ti, que­sti libri – basta con la memo­ria. Se è vero che si dice pri­ma le lot­te poi la teo­ria, allo stes­so modo si deve dire pri­ma le lot­te poi la memo­ria come dispo­si­ti­vo atti­vo e produttivo.

Per tut­te que­ste ragio­ni, nono­stan­te rico­no­sca la lode­vo­le inten­zio­ne del­la casa edi­tri­ce Deri­ve Appro­di, la let­tu­ra di tut­ti que­sti libri che voglio­no rico­strui­re una sto­ria dei movi­men­ti radi­ca­li del ’900 ita­lia­no di par­te e fuo­ri dai tri­bu­na­li, ogni vol­ta mi è per­so­nal­men­te urti­can­te, e que­sto di Pie­ro lo tro­vo il memoir defi­ni­ti­vo di quel­la sta­gio­ne. Un memoir che non è nostal­gi­co – per for­tu­na – ma vena­to anche di iro­nia, com­pa­gna per­fet­ta dell’intelligenza politica.

«Gli Autonomi, volume X», Antonio Bove e Francesco Festa raccontano gli anni Settanta nel Sud Italia

«Gli Autonomi, volume X», Antonio Bove e Francesco Festa raccontano gli anni Settanta nel Sud Italia

dal­le pagi­ne Cul­tu­ra de Il Mattino.it – 25 Gen­na­io 2022

«Gli Auto­no­mi, volu­me X» è il pri­mo libro di una serie di tre volu­mi edi­to da Deri­veap­pro­di e dedi­ca­to all’Au­to­no­mia Ope­ra­ia Meri­dio­na­le. Nes­su­no sino ad oggi ave­va mai rico­strui­to tut­te le vicen­de e trac­cia­to un filo con­dut­to­re. Già solo per que­sto l’in­te­ra col­la­na è da con­si­de­rar­si un’im­pre­sa. Gli auto­no­mi sono sta­ti pro­ta­go­ni­sti di una sta­gio­ne con­tro­ver­sa del decen­nio rivo­lu­zio­na­rio ita­lia­no aper­to dal Bien­nio Ros­so. «Voglia­mo tut­to» è sta­to il loro pro­gram­ma poli­ti­co sem­pli­ce e tragico. 

In quel Mez­zo­gior­no sor­se­ro così col­let­ti­vi auto­no­mi che die­de­ro vita a lot­te e riven­di­ca­zio­ni che han­no segna­to un’intera gene­ra­zio­ne rac­col­te per la pri­ma vol­ta in que­sta ricer­ca per com­por­re una car­to­gra­fia di que­gli anni, sen­za la pre­te­sa di esse­re un «manua­le», anzi il fon­da­men­to di que­sto lavo­ro è pro­prio la fram­men­ta­rie­tà del­la mate­ria in ogget­to e tut­ti i suoi limi­ti rap­pre­sen­ta­no spi­ra­gli attra­ver­so i qua­li guar­da­re a quel­le espe­rien­ze pro­van­do a ride­fi­nir­ne i contorni. 

Que­sto pri­mo volu­me, acqui­sta­bi­le in tut­te le libre­rie o diret­ta­men­te dal­l’e­di­to­re è il pri­mo di una serie da tre libri dedi­ca­ta al meri­dio­ne. Nel­le sue pagi­ne si rico­strui­sce la vicen­da sto­ri­ca dell’autonomia a Napo­li, dal­le lot­te ope­ra­ie del Bien­nio Ros­so alla nasci­ta dei Comi­ta­ti di Quar­tie­re, espe­rien­za cen­tra­le nel­le lot­te per la casa, le auto­ri­du­zio­ni dei con­su­mi con­tro il caro­vi­ta. Il lavo­ro rico­strui­sce la nasci­ta e lo svi­lup­po dei movi­men­ti dei disoc­cu­pa­ti, fino allo sno­do degli anni Ottan­ta, segna­ti dal­la repres­sio­ne giu­di­zia­ria e dal terremoto. 

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L’Autonomia meridionale in tre volumi

di Fran­ce­sco Cirillo

Un lavo­ro monu­men­ta­le di cir­ca 900 pagi­ne che usci­rà in tre volu­mi e che oggi vede l’uscita in tut­te le libre­rie del pri­mo volume. 

Si trat­ta del­la sto­ria qua­si sco­no­sciu­ta dell’Autonomia Meri­dio­na­le rac­con­ta­ta dai suoi stes­si mili­tan­ti. Una sto­ria avvin­cen­te che dimo­stra come il sud dagli anni Set­tan­ta in poi sia sta­to una fuci­na di lot­te auto­no­me e cla­mo­ro­se che han­no visto lo Sta­to pron­to alla repres­sio­ne ed alla car­ce­ra­zio­ne di cen­ti­na­ia di atti­vi­sti in pri­ma linea nel­le lot­te di ope­rai, con­ta­di­ni, pro­le­ta­ria­to in genere. 

Il pri­mo volu­me edi­to da Deri­ve ed Appro­di è cura­to da Anto­nio Bove, medi­co napo­le­ta­no del col­let­ti­vo poli­ti­co Csoa Offi­ci­na 99 e dell’area anta­go­ni­sta napo­le­ta­na e Fran­ce­sco Festa luca­no anch’egli di offi­ci­na 99 e del movi­men­to no glo­bal meridionale. 

Il volu­me è il deci­mo del lavo­ro com­ples­so fat­to dal­la casa edi­tri­ce sull’autonomia ope­ra­ia ita­lia­na, ed è il pri­mo su quel­la meri­dio­na­le. Al pri­mo lavo­ro han­no par­te­ci­pa­to Alfon­so Natel­la, saler­ni­ta­no , che rac­con­ta del libro “Voglia­mo Tut­to” di Nan­ni Bale­stri­ni del qua­le è sta­to il pro­ta­go­ni­sta ; Anto­nio Bove e Fran­ce­sco Festa con un sag­gio sul­le ori­gi­ni del meri­dio­na­li­smo; Fran­ce­sco Caru­so che par­la del Sud ribel­le e del­le sue ori­gi­ni; Giso Amen­do­la che affron­ta la que­stio­ne del rifiu­to del lavo­ro al sud; Clau­dio Dio­ne­sal­vi che con­ver­sa con Fran­co Piper­no sull’autonomia; Lan­fran­co Cami­ni­ti che par­la dei “Pri­mi fuo­chi di guer­ri­glia” l’unica orga­niz­za­zio­ne auto­no­ma extra lega­le del sud e chiu­do­no Anto­nio Bove e Fran­ce­sca Festa sul­le lot­te avve­nu­te a Napo­li fra Bagno­li e i con­trab­ban­die­ri autonomi. 

Un volu­me estre­ma­men­te inte­res­san­te ed uni­co che rom­pe un luo­go comu­ne, spes­so esi­sten­te anche fra gli stes­si atti­vi­sti dell’estrema sini­stra che al sud non si sia mos­so nien­te in quei favo­lo­si anni 70.

Gli autonomi, primo volume della serie dedicata all’Autonomia Operaia meridionale

Gli autonomi, primo volume della serie dedicata all’Autonomia Operaia meridionale

dal­la Reda­zio­ne de Il Rifor­mi­sta – 26 Gen­na­io 2022

Il gior­no 7 Apri­le 1979 un’imponente ini­zia­ti­va giu­di­zia­ria met­te alla sbar­ra deci­ne di diri­gen­ti e mili­tan­ti di un’organizzazione rivo­lu­zio­na­ria con­tro la qua­le opi­nio­ni­sti, diri­gen­ti di par­ti­to, intel­let­tua­li e sin­da­ca­li­sti ave­va­no uti­liz­za­to deci­ne di ter­mi­ni dispre­gia­ti­vi, tra cui vio­len­ti, ter­ro­ri­sti e squa­dri­sti, evi­tan­do di chia­mar­li per quel­lo che era­no. Auto­no­mi. 

Il tri­bu­na­le del lin­guag­gio ave­va emes­so la sua sen­ten­za attra­ver­so la demo­niz­za­zio­ne media­ti­ca pri­ma del­la cri­mi­na­liz­za­zio­ne giu­di­zia­ria. E’ anche per que­sto che la rico­stru­zio­ne del­le vicen­de lega­te all‘Auto­no­mia ope­ra­ia  mes­sa in atto dagli auto­ri nel­la col­la­na “Gli auto­no­mi”, è da con­si­de­rar­si un’impresa.

Gli auto­no­mi sono sta­ti pro­ta­go­ni­sti di una sta­gio­ne con­tro­ver­sa e gio­io­sa del decen­nio rivo­lu­zio­na­rio ita­lia­no aper­to dal Bien­nio Ros­so. “Voglia­mo tut­to” è sta­to il loro pro­gram­ma poli­ti­co sem­pli­ce e tra­gi­co. Nel Sud Ita­lia del­la fal­sa indu­stria­liz­za­zio­ne, pove­ro, dis­san­gua­to dall’emigrazione e dal­la ristrut­tu­ra­zio­ne eco­no­mi­ca del Dopo­guer­ra, l’autonomia è sta­ta una sta­gio­ne poli­ti­ca inten­sa, che ha pre­so for­ma in un mosai­co di movi­men­ti spon­ta­nei che han­no scom­pa­gi­na­to i vec­chi equi­li­bri del­la poli­ti­ca par­ti­ti­ca, len­ta e bigotta.

Que­sta ricer­ca che pene­tra nell’epicentro di quel­le bat­ta­glie socia­li estraen­do­ne bio­gra­fie e per­so­nag­gi, per por­ta­re alla luce la sto­ria sco­no­sciu­ta e ine­di­ta degli anni Set­tan­ta al Sud, un insie­me di con­dot­te, modi di pen­sa­re, pra­ti­che, com­por­ta­men­ti che, con tut­ti i limi­ti, han­no pro­va­to a far­la fini­ta con la “que­stio­ne meri­dio­na­le”, e le sue nar­ra­zio­ni assi­sten­zia­li­sti­che e paras­si­ta­rie. In quel Mez­zo­gior­no che si vole­va nar­co­tiz­za­to sor­se­ro così col­let­ti­vi auto­no­mi che die­de­ro vita a lot­te e riven­di­ca­zio­ni che han­no segna­to un’intera gene­ra­zio­ne rac­col­te per la pri­ma vol­ta in que­sta ricer­ca per com­por­re una car­to­gra­fia di que­gli anni, sen­za la pre­te­sa di esse­re un «manua­le», anzi il fon­da­men­to di que­sto lavo­ro è pro­prio la fram­men­ta­rie­tà del­la mate­ria in ogget­to e tut­ti i suoi limi­ti rap­pre­sen­ta­no spi­ra­gli attra­ver­so i qua­li guar­da­re a quel­le espe­rien­ze pro­van­do a ride­fi­nir­ne i contorni. 

Que­sto pri­mo volu­me, acqui­sta­bi­le in tut­te le libre­rie o diret­ta­men­te dall’editore (www.deriveapprodi.com) è il pri­mo di una serie da tre libri dedi­ca­ta al meridione. 

Nel­le sue pagi­ne si rico­strui­sce la vicen­da sto­ri­ca dell’autonomia a Napo­li, dal­le lot­te ope­ra­ie del Bien­nio Ros­so alla nasci­ta dei Comi­ta­ti di Quar­tie­re, espe­rien­za cen­tra­le nel­le lot­te per la casa, le auto­ri­du­zio­ni dei con­su­mi con­tro il caro­vi­ta. Il lavo­ro di rico­stru­zio­ne sto­ri­ca rico­strui­sce la nasci­ta e lo svi­lup­po dei movi­men­ti dei disoc­cu­pa­ti, fino allo sno­do degli anni Ottan­ta, segna­ti dal­la repres­sio­ne giu­di­zia­ria e dal terremoto. 

Anto­nio Bove è nato nel 1975 a Napo­li, dove vive e lavo­ra come medi­co. Incon­tra i movi­men­ti napo­le­ta­ni nel 1994, duran­te il Movi­men­to Sabo­tax cui par­te­ci­pa con il Col­let­ti­vo di Medi­ci­na. Ha fat­to par­te del col­let­ti­vo poli­ti­co del CSOA Offi­ci­na 99. È tra i fon­da­to­ri dell’Istituto Ita­lia­no per gli Stu­di Euro­pei di Giu­glia­no (NA) ed ha fat­to par­te del col­let­ti­vo reda­zio­na­le di Metro­vie, sup­ple­men­to napo­le­ta­no del Mani­fe­sto. Suoi arti­co­li sono appar­si su: Il Mani­fe­sto, Limes – rivi­sta di geo­po­li­ti­ca ita­lia­na, Libe­ra­zio­ne, Napo­li Moni­tor, Dina­mo­press. Ha pub­bli­ca­to “Vai Mo. Sto­rie di rap a Napo­li e din­tor­ni.” (Moni­tor ed., Napo­li 2016) 

Fran­ce­sco Anto­nio Festa, luca­no, vive in Irpi­nia insie­me a tre figli e una com­pa­gna e si occu­pa di mar­ke­ting. Duran­te gli anni uni­ver­si­ta­ri ha sco­per­to la mli­tan­za gra­zie all’attivo poli­ti­co di Officina99/​SKA di Napo­li, ha par­te­ci­pa­to atti­va­men­te al movi­men­to NoGlo­bal. Ha dato vita ai pro­get­ti “Oriz­zon­ti Meri­dia­ni” ed “Euro­no­ma­de”. Di for­ma­zio­ne sto­ri­ca, ha cura­to con altri il volu­me “Bri­gan­ti o emi­gran­ti. Sud e movi­men­ti fra con­ri­cer­ca e stu­di subal­ter­ni”. Ha scrit­to nume­ro­si arti­co­li sul­la sto­ria del Sud Ita­lia, sui movi­men­ti socia­li e sui dispo­si­ti­vi di raz­zia­liz­za­zio­ne. Scri­ve sul­le pagi­ne cul­tu­ra­li de il Manifesto.

Autonomi a sud. Storia di un’aporia militante

Autonomi a sud. Storia di un’aporia militante

di Gio­van­ni Ioz­zo­li *

In que­sto volu­me, dedi­ca­to all’autonomia ope­ra­ia meri­dio­na­le, il pri­mo di una serie di tre, Fran­ce­sco Festa e Anto­nio Bove, ricer­ca­to­ri mili­tan­ti (cioè, non forag­gia­ti dai sol­di pub­bli­ci) offro­no al let­to­re un’opera ric­chis­si­ma in cui sto­ria, sto­rio­gra­fia, bio­gra­fie, teo­rie e pras­si, si intrec­cia­no su un ter­re­no deli­ca­tis­si­mo, anzi inaf­fer­ra­bi­le, che si può ricon­dur­re ad una doman­da reto­ri­ca: è esi­sti­ta una for­ma spe­ci­fi­ca­men­te meri­dio­na­le dell’autonomia ope­ra­ia? E in che modo que­sta cate­go­ria – così lega­ta alla sto­ria del neo­ca­pi­ta­li­smo for­di­sta pada­no – può esse­re pie­ga­ta e ria­dat­ta­ta al con­te­sto del mez­zo­gior­no? E far­lo, è un’attribuzione legit­ti­ma o una for­za­tu­ra  ideo­lo­gi­ca? I due auto­ri, attin­gen­do a mol­ti con­tri­bu­ti intel­let­tua­li e/​o mili­tan­ti, sem­bra­no inter­ro­ga­re e inter­ro­gar­si sul­la licei­tà di tale operazione.

Par­tia­mo, quin­di, da una que­stio­ne sostan­zia­le: cos’è l’autonomia ope­ra­ia meri­dio­na­le? È dav­ve­ro esi­sti­ta? Basta defi­nir­la come l’insieme dei com­por­ta­men­ti ope­rai e pro­le­ta­ri fuo­ri e con­tro le com­pa­ti­bi­li­tà capi­ta­li­sti­che e com­ple­ta­men­te indi­pen­den­ti da ogni lega­me con il rifor­mi­smo? Per pro­va­re a rispon­de­re biso­gna trac­cia­re una «car­to­gra­fia tema­ti­ca» e ripen­sa­re l’idea stes­sa di Mez­zo­gior­no, dell’aggressione capi­ta­li­sti­ca alle sue regio­ni, pren­de­re distan­za dal pie­ti­smo meri­dio­na­li­sti­co e dal mar­xi­smo sto­ri­ci­sta: la linea del pro­gres­so in asce­sa con il timo­ne ret­to dal­la bor­ghe­sia illu­mi­na­ta, sen­za la qua­le il Sud sareb­be ostag­gio di laz­za­ri, ple­ba­glia e lum­pen­pro­le­ta­riat. Linea che ha segna­to, per oltre cinquant’anni, l’azione poli­ti­ca e cul­tu­ra­le del Pci. (pag. 9)

Il libro è la rispo­sta a quel­la doman­da reto­ri­ca: è legit­ti­mo par­la­re di una auto­no­mia ope­ra­ia meri­dio­na­le e tale cate­go­ria non va con­si­de­ra­ta un’appendice di quel­la nata nel cuo­re del trian­go­lo indu­stria­le, nel­la misu­ra in cui la sto­ria eco­no­mi­ca e socia­le del mez­zo­gior­no può sot­trar­si alla nar­ra­zio­ne “sto­ri­ci­sta” del sot­to­svi­lup­po cro­ni­co del nostro Sud, eter­na­men­te eti­chet­ta­to come ritar­do, risac­ca e zavor­ra mala­ta del pro­ces­so uni­ta­rio. Que­stio­ne di sguar­di, di pun­ti di vista, di approc­cio alla let­tu­ra sto­ri­ca. Se il Sud smet­te di esse­re con­si­de­ra­to una escre­scen­za incom­piu­ta del pro­ces­so uni­ta­rio e del neo­ca­pi­ta­li­smo, allo­ra i suoi movi­men­ti auto­no­mi non van­no con­si­de­ra­ti una ripro­du­zio­ne del­le lot­te dell’operaio mas­sa, ben­sì il baci­no di crea­zio­ne di figu­re e con­flit­ti ori­gi­na­li. Il sot­to­pro­le­ta­ria­to – fan­ta­sma e coscien­za spor­ca del movi­men­to ope­ra­io – esce da se stes­so, dai suoi ste­reo­ti­pi lum­pen, supe­ra lo stig­ma ple­beo e si pre­sen­ta come pro­le­ta­ria­to dif­fu­so, crea­to­re di plu­sva­lo­re socia­le nel­la nuo­va fab­bri­ca-metro­po­li. Non ritar­do, quin­di, ma nuo­va e diver­sa real­tà che richie­de nuo­ve e diver­se chia­vi inter­pre­ta­ti­ve. Gli anni 70 dei movi­men­ti anta­go­ni­sti napo­le­ta­ni, rac­con­ta­no pro­prio il pro­ces­so di auto­va­lo­riz­za­zio­ne – l’assalto alla spe­sa pub­bli­ca, la riap­pro­pria­zio­ne del patri­mo­nio abi­ta­ti­vo, il riven­di­ca­zio­ni­smo inces­san­te sul­la linea reddito/​lavoro – di que­sto sog­get­to che rara­men­te la sini­stra era riu­sci­ta a inter­cet­ta­re. Auto­no­mia a sud come nuo­va chia­ve di let­tu­ra di que­sto sud.
Gli auto­ri rimar­ca­no più vol­te que­sta tesi, come un filo con­dut­to­re che deve reg­ge­re la fre­ne­sia cen­tri­fu­ga del­le sto­rie e dei movimenti.

Nei pri­mi anni Set­tan­ta, i rifles­si sui con­su­mi del­la cri­si eco­no­mi­ca e del­lo svi­lup­po cao­ti­co dei trent’anni pre­ce­den­ti ripor­ta­no il Mez­zo­gior­no al cen­tro del­le rifles­sio­ni del Pci e del­la sini­stra rivo­lu­zio­na­ria, ria­bi­li­tan­do la «que­stio­ne meri­dio­na­le». Le let­tu­re del­la situa­zio­ne, tut­ta­via, sono insuf­fi­cien­ti a chia­ri­re gli spun­ti rela­ti­vi alla com­po­si­zio­ne socia­le, all’industrializzazione e al ruo­lo del­le regio­ni meri­dio­na­li nel­la pro­gram­ma­zio­ne capi­ta­li­sti­ca. Nel­la let­tu­ra del Pci, ma anche in set­to­ri alla sua sini­stra, il Sud è visto da sem­pre come una «distor­sio­ne», l’elemento arre­tra­to del­lo svi­lup­po gene­ra­le, frut­to di un «pro­ble­ma», di un «ritar­do» o di una serie di «erro­ri di pro­gram­ma­zio­ne». Da tale assun­to emer­ge che, alla base, il pro­ces­so di svi­lup­po capi­ta­li­sta pos­sa inter­ve­ni­re per rimuo­ve­re gli agen­ti di fre­no allo «svi­lup­po». Una discus­sio­ne, in veri­tà, tut­ta inter­na alle logi­che del capi­ta­li­smo che pur­trop­po ancor oggi occu­pa gran par­te dei dibat­ti­ti sul tema, par­ten­do da due erro­ri enor­mi. Uno è l’idea che il pro­ble­ma sia il man­ca­to svi­lup­po e non la sua stes­sa natu­ra, cioè la sua matri­ce capi­ta­li­sta; l’altro è la con­si­de­ra­zio­ne del Mez­zo­gior­no come «tema», men­tre la discus­sio­ne dovreb­be, in altro sen­so, ver­te­re sul­le moda­li­tà del pro­ces­so eco­no­mi­co, poli­ti­co, socia­le e cul­tu­ra­le che ha crea­to il Mez­zo­gior­no come visio­ne. Il capi­ta­li­smo è il vero tema. (pag. 31)

L’autonomia, l’operaismo, le metro­po­li slab­bra­te e puru­len­te del mez­zo­gior­no, le cam­pa­gne dell’entroterra, l’appennino e le ter­re dell’osso: se Lenin veni­va por­ta­to a spas­so in Inghil­ter­ra, sareb­be legit­ti­mo tra­slo­ca­re Pan­zie­ri a sud di Lati­na?
Inqua­dra­re quel­la sto­ria con le len­ti dell’operaismo è un pro­ce­di­men­to con­tro­ver­so. Festa e Bove resta­no fede­li a un meto­do: leg­ge­re i cicli dell’ inter­ven­to straor­di­na­rio nel mez­zo­gior­no alla luce del­la sequen­za sviluppo/​crisi del­lo Sta­to Pia­no, legan­do com­po­si­zio­ne di clas­se, con­flit­ti, inve­sti­men­ti e spe­sa pub­bli­ca, den­tro un’unica chia­ve di let­tu­ra. Il pro­gram­ma non scrit­to dell’autonomia ope­ra­ia meri­dio­na­le sta tut­to den­tro que­sto groviglio.

«Sol­tan­to a livel­lo di clas­se ope­ra­ia si può par­la­re in sen­so spe­ci­fi­co di pro­ces­so rivo­lu­zio­na­rio, di rivo­lu­zio­ne, di rot­tu­ra rivo­lu­zio­na­ria», si dice­va, ma la clas­se ope­ra­ia, nel­le metro­po­li e nei ter­ri­to­ri meri­dio­na­li stra­vol­ti dal capi­ta­li­smo del­la cri­si non è solo quel­la del­la linea di mon­tag­gio, anzi, a Napo­li e in tut­to il Mez­zo­gior­no que­sto para­dig­ma non reg­ge. L’operaismo è un pun­to di vista di par­te, cui ha attin­to – chi più, chi meno – tut­ta l’area dell’Autonomia ope­ra­ia ed è ine­vi­ta­bi­le riflet­te­re sui pro­ble­mi che l’incontro fra la sto­ria del Sud e que­sta cor­ren­te di pen­sie­ro gene­ra. Leg­gen­do quel­le vicen­de den­tro le loro spe­ci­fi­ci­tà è evi­den­te che si fini­sca per indi­vi­dua­re un vul­nus, un cor­to­cir­cui­to nel para­dig­ma ope­rai­sta le cui spe­ci­fi­ci­tà van­no rimo­du­la­te attra­ver­so i com­por­ta­men­ti e le sog­get­ti­vi­tà dell’Autonomia meri­dio­na­le: in par­ti­co­la­re, rispet­to alla com­po­si­zio­ne di clas­se di quei ter­ri­to­ri e ai pro­ces­si di pro­du­zio­ne e valo­riz­za­zio­ne del­le comu­ni­tà. Det­to fuo­ri dai den­ti: l’operaismo è nato nel Nord Ita­lia, davan­ti ai can­cel­li del­le fab­bri­che del «trian­go­lo indu­stria­le», in par­ti­co­la­re a Mira­fio­ri con al cen­tro l’operaio mas­sa, gio­va­ne meri­dio­na­le «depor­ta­to» per soste­ne­re lo svi­lup­po capi­ta­li­sti­co dei glo­rio­si Set­tan­ta. A Sud que­sta linea di pen­sie­ro ha avu­to la fun­zio­ne di “cas­set­ta degli attrez­zi” con­cet­tua­le per grup­pi ristret­ti di intel­let­tua­li e avan­guar­die mili­tan­ti, ma non è mai esi­sti­ta una sua tra­di­zio­ne teo­ri­ca né una sua tra­du­zio­ne. (pag. 11)

Que­sta traduzione/​traslazione la ope­re­ran­no i pro­le­ta­ri nel­la pras­si, sen­za por­si tan­te que­stio­ni epi­ste­mo­lo­gi­che: nel Mez­zo­gior­no l’autonomia dell’interesse di clas­se e dei biso­gni di mas­sa non ha biso­gno di adat­tar­si al “cal­co” ope­rai­sta, ma lo rein­ven­ta, ne for­za il peri­me­tro costrin­gen­do le stes­se sog­get­ti­vi­tà orga­niz­za­te a ride­fi­ni­re se stes­se in rap­por­to ad una movi­men­ta­zio­ne socia­le ric­chis­si­ma e radi­ca­le. Rac­con­ta­re quel cli­ma è dif­fi­ci­le e neces­sa­rio. E per pro­va­re a far­lo, gli auto­ri si affi­da­no a mol­ti con­tri­bu­ti, di taglio e regi­stro assai dif­fe­ren­te (per sod­di­sfa­re ogni pala­to). Con­tri­bu­ti di alto pro­fi­lo, qua­li quel­lo di Lan­fran­co Cami­ni­ti, che rac­con­ta del­la nasci­ta di Pri­mi Fuo­chi di Guer­ri­glia, il ten­ta­ti­vo di pra­ti­ca­re il “dirit­to alla guer­ra” den­tro l’oppressione sta­gnan­te del­la socie­tà meri­dio­na­le e rifon­da­re una dia­let­ti­ca nuo­va tra ini­zia­ti­va arma­ta e pra­ti­ca di mas­sa, tra sog­get­ti­vi­tà auto­no­ma e comunità/​territori.

Indi­ca­re lo Sta­to come nemi­co, indi­riz­za­re con­tro lo Sta­to la sin­te­si dell’antagonismo al Sud, non sareb­be sta­to un «valo­re aggiun­to» – acca­de­va già. Il fat­to nuo­vo, a noi sem­bra­va, era che le fun­zio­ni del­lo Sta­to si anda­va­no dislo­can­do den­tro la socie­tà, i cor­pi inter­me­di e la distri­bu­zio­ne dei pote­ri, e una sem­pli­fi­ca­zio­ne socie­tà vs. Sta­to o clas­se vs. Sta­to non coglie­va le modi­fi­ca­zio­ni. Biso­gna­va per­ciò «por­ta­re» l’antagonismo den­tro la socie­tà, den­tro la sta­tua­liz­za­zio­ne del­la socie­tà; cioè, den­tro una dina­mi­ca, un pro­ces­so, e non una strut­tu­ra e le sue arti­co­la­zio­ni. (…) Non era­va­mo clan­de­sti­ni. Con quel­la stes­sa fac­cia face­va­mo assem­blee e rapi­ne, riu­nio­ni e atten­ta­ti. In guer­ra, d’altronde, si com­bat­te a viso aper­to. (pag. 96)

Napo­li, all’inizio degli anni ’70, è comun­que la quar­ta cit­tà indu­stria­le d’Italia. E l’Italsider e l’Alfasud ven­go­no pie­na­men­te inve­sti­te dal ven­to dell’autunno cal­do, del­la sta­gio­ne dei con­si­gli e dell’autonomia dei com­por­ta­men­ti ope­rai in dire­zio­ne del rifiu­to del lavo­ro sala­ria­to – non come pro­gram­ma o teo­ria, ma come pras­si ed esi­gen­za di vita. Anche qui ci si inter­ro­ga reto­ri­ca­men­te sul rap­por­to tra lot­te di fab­bri­ca e lot­te socia­li: sono i con­te­nu­ti del ’69 ope­ra­io a rove­sciar­si sui quar­tie­ri, o al con­tra­rio, è la matu­ra­zio­ne del­le lot­te popo­la­ri sul ter­ri­to­rio, sul ter­re­no del­la ripro­du­zio­ne e del red­di­to socia­le, a tene­re acce­so il fuo­co nei repar­ti del­la pro­du­zio­ne indu­stria­le? In ogni caso, anche a Napo­li alcu­ni gran­di sta­bi­li­men­ti diven­te­ran­no scuo­le di comu­ni­smo per una gene­ra­zio­ne di qua­dri ope­rai, sem­pre in bili­co tra sin­da­ca­li­smo radi­ca­le e insur­re­zio­ne.
Inte­res­san­te, da que­sto pun­to di vista, il recu­pe­ro del­la sto­ria dimen­ti­ca­ta dell’Unione Sin­da­ca­le dei Comi­ta­ti di Lot­ta, una rete di nuclei di fab­bri­ca – osti­li al nuo­vo cor­so con­si­lia­re post-69 – e ricon­du­ci­bi­le ad una pic­co­la for­ma­zio­ne mar­xi­sta-leni­ni­sta (gui­da­ta dal non dimen­ti­ca­to Gusta­vo Her­man): para­dos­si napo­le­ta­ni, per rac­con­ta­re l’autonomia, nel gro­vi­glio di sto­rie, fac­ce e pro­ces­si, devi par­la­re degli emme-elle…

Fran­co e impor­tan­te, il con­tri­bu­to di Raf­fae­le Pau­ra, ama­tis­si­ma figu­ra tutt’ora atti­va den­tro il movi­men­to napo­le­ta­no; da lui arri­va un fram­men­to rela­ti­vo alla sto­ria dei Comi­ta­ti di Quar­tie­re (l’autonomia con la a minu­sco­la), del loro apo­geo e del­la loro rapi­da decre­sci­ta. Orga­ni­smi popo­la­ri, cen­tra­ti sull’autoriduzione e la ver­ten­zia­li­tà di quar­tie­re, nei qua­li però una gene­ra­zio­ne di mili­tan­ti dovrà fare i con­ti con il nodo più dram­ma­ti­co di quel­la fase storica:

Intor­no al ’74 un grup­po di mili­tan­ti atti­vi nel Comi­ta­to del quar­tie­re Por­to, sul­la scia di un ragio­na­men­to inter­no e sul­la spin­ta di quel­lo che acca­de­va intor­no, abban­do­na il lavo­ro di mas­sa e si strut­tu­ra come grup­po arma­to. È sta­ta una scel­ta com­pli­ca­ta e sicu­ra­men­te un erro­re poli­ti­co. Il grup­po non ave­va un nome, usa­va­mo diver­se sigle anche per­ché nel momen­to in cui si dif­fon­de­va un cer­to inna­mo­ra­men­to per la lot­ta arma­ta noi cer­chia­mo di evi­ta­re la deri­va avan­guar­di­sta anche se que­sta cosa poi, di fat­to, acca­de. Il nostro grup­po, come altre for­ma­zio­ni affi­ni spar­se nel Meri­dio­ne, non ave­va nem­me­no una com­po­si­zio­ne sta­bi­le, i com­pa­gni si spo­sta­va­no e attra­ver­sa­va­no diver­si ambi­ti del movi­men­to e pen­sa­va­mo che que­sto potes­se evi­ta­re il distac­co dal­le lot­te socia­li. Nes­su­no di noi, infat­ti, è mai sta­to clan­de­sti­no, anche quan­do era­va­mo lati­tan­ti con­ti­nua­va­mo a sta­re nel movi­men­to per­ché l’idea dell’avanguardia ester­na non ci ha mai attrat­to. Alcu­ni com­pa­gni, inol­tre, sono anda­ti in gale­ra per rapi­na o altri «cri­mi­ni» ma era­no pro­le­ta­ri che sta­va­no con noi e mol­te rapi­ne eti­chet­ta­te come cri­mi­ni «comu­ni» in real­tà non lo era­no, ma si trat­ta­va di azio­ni di com­pa­gni e pro­le­ta­ri poli­ti­ca­men­te schie­ra­ti den­tro quel­la for­te quo­ta di «ille­ga­li­tà socia­le» che si incro­cia­va con quel­lo che face­va­mo noi.
Nono­stan­te la dispo­ni­bi­li­tà all’uso di armi e del­la for­za, comun­que, fra tut­ti gli erro­ri che abbia­mo com­mes­so non abbia­mo mai avu­to come obiet­ti­vo quel­lo di col­pi­re le per­so­ne, l’omicidio poli­ti­co non è mai sta­to nel nostro oriz­zon­te. L’attività era rivol­ta pre­va­len­te­men­te al con­trol­lo dei ter­ri­to­ri che le lot­te socia­li sta­va­no libe­ran­do, con le cam­pa­gne con­tro i dela­to­ri nei quar­tie­ri, e poi ad azio­ni come la spe­sa poli­ti­ca che non era solo l’attacco ai super­mer­ca­ti ma anche ini­zia­ti­ve più ecla­tan­ti. Nel ’75, quan­do Ser­gio Romeo era anco­ra vivo vie­ne bloc­ca­to a For­cel­la un camion che tra­spor­ta­va pasta e il cari­co vie­ne distri­bui­to ai pro­le­ta­ri del quar­tie­re. Que­sto era il tipo di azio­ni che rite­ne­va­mo cen­tra­li. Ser­gio in quel­la occa­sio­ne era già nei Nap e voglio ricor­da­re que­sto par­ti­co­la­re per­ché nono­stan­te le sigle di appar­te­nen­za il dato poli­ti­co è che noi com­pa­gni ci riu­ni­va­mo sul­le azio­ni, non c’erano com­par­ti­men­ta­zio­ni sta­gne. In quel perio­do anche gli stes­si mili­tan­ti dei Nap agi­va­no in que­sto modo, pure per­ché quel­la orga­niz­za­zio­ne nasce den­tro i movi­men­ti, pri­ma dell’impazzimento orga­niz­za­ti­vo che avvie­ne qua­si per neces­si­tà, dopo la mor­te e gli arre­sti di mol­ti com­pa­gni e com­pa­gne e le fasi dram­ma­ti­che che la loro orga­niz­za­zio­ne si tro­vò ad affron­ta­re.(…) È anche sul­la base di que­sti even­ti che avver­tia­mo la spin­ta a costrui­re un grup­po che di fat­to si distac­ca dal lavo­ro nei quar­tie­ri, venia­mo coin­vol­ti da quel­la spin­ta sog­get­ti­va che por­ta a un «gio­co al rial­zo», pen­sia­mo che ormai i pro­le­ta­ri sia­no pron­ti a reg­ge­re in auto­no­mia le strut­tu­re ter­ri­to­ria­li e ci dedi­chia­mo a costrui­re un’altra orga­niz­za­zio­ne, inve­ce di ripen­sa­re e rilan­cia­re il lavo­ro di mas­sa. (…)
L’abbandono del­le lot­te socia­li, comun­que, anche se non era nostra inten­zio­ne c’è sta­to, doven­do affron­ta­re un per­cor­so di quel tipo che è sta­to un pun­to di non ritor­no. Nel­la zona del cen­tro ave­va­mo costrui­to, negli anni, una strut­tu­ra autor­ga­niz­za­ta a par­ti­re dal­le auto­ri­du­zio­ni che dove­va esse­re fun­zio­na­le alla costru­zio­ne di un con­tro­po­te­re ter­ri­to­ria­le. Il risul­ta­to di quel­la scel­ta, inve­ce, è che come pri­ma cosa vie­ne taglia­ta subi­to la cor­ren­te elet­tri­ca a tut­ti. Mia mam­ma non mi ha mai per­do­na­to per quel­la cosa. Il nostro ruo­lo in quei Comi­ta­ti non era secon­da­rio, anzi, nel momen­to in cui sia­mo pas­sa­ti alla clan­de­sti­ni­tà, con­se­gnan­do il lavo­ro di mas­sa e l’organizzazione in mano ai pro­le­ta­ri che ave­va­no fat­to le lot­te fino a quel momen­to insie­me a noi è scom­par­so tut­to e l’ espe­rien­za dell’autoriduzione si è esau­ri­ta. Tut­to quel pro­ces­so, i Comi­ta­ti per l’autoriduzione, la dife­sa del ter­ri­to­rio, i Comi­ta­ti di quar­tie­re alla fine è anda­to per­du­to. (pag. 200)

Alfon­so Natel­la, Fran­co Piper­no, Fran­ce­sco Caru­so e Giso Amen­do­la arric­chi­sco­no il rac­con­to cora­le di una epo­pea che solo appa­ren­te­men­te ha il sapo­re del­la scon­fit­ta o dell’occasione man­ca­ta: c’è un sedi­men­to di memo­ria, di veri­tà, di sapien­za sov­ver­si­va, che rie­mer­ge car­si­ca­men­te, fino a sfi­da­re il pre­sen­te davan­ti ai can­cel­li del­la logi­sti­ca, nei ter­ri­to­ri stu­pra­ti, nel­le metro­po­li slab­bra­te e vio­len­te che ci toc­ca attraversare.

Nel­la capi­ta­le del­la flui­di­tà socia­le, le for­ma­zio­ni dell’Autonomia orga­niz­za­ta – Ros­so, Sen­za Tre­gua, Mco – pro­ve­ran­no a costrui­re lega­mi soli­di con l’autonomia dif­fu­sa napo­le­ta­na e meri­dio­na­le. Ma per tut­to il decen­nio ’70, gli auto­no­mi del sud non rie­sco­no a defi­ni­re dei peri­me­tri orga­niz­za­ti­vi e pro­gram­ma­ti­ci sta­bi­li: come se il mon­ta­re dei cicli di lot­ta impe­dis­se non solo le scle­ro­tiz­za­zio­ni grup­pet­ta­re, ma anche qual­sia­si sedi­men­ta­zio­ne vir­tuo­sa, qual­sia­si pas­sag­gio che evi­tas­se i sal­ti e le rot­tu­re gene­ra­zio­na­li, che saran­no così tipi­che di que­sta sto­ria e di que­sti territori.

Gli auto­no­mi furo­no i pri­mi a lot­ta­re con­tro se stes­si, a pro­va­re a met­te­re ordi­ne nei pro­ces­si cao­ti­ci che era­no sta­ti così bra­vi ad evo­ca­re o abi­ta­re. Ma risul­ta dif­fi­ci­le rico­strui­re una cor­ni­ce ade­gua­ta, rispet­to a que­sta ecce­den­za, a que­sta ric­chez­za: tan­to più nel sud Ita­lia, e nel­la sua sgan­ghe­ra­ta capi­ta­le. E’ per que­sto che anco­ra oggi con­ti­nuia­mo a leg­ge­re libri su que­sta sto­ria così pre­sen­te, così irri­sol­ta, che pre­me con urgen­za sul­la nostra intel­li­gen­za e sull’agenda dell’oggi.

Del resto, in ognu­no dei nove volu­mi pre­ce­den­ti (una serie edi­to­ria­le dal­la lon­ge­vi­tà incre­di­bi­le, per la qua­le non si smet­te­rà mai di esse­re abba­stan­za gra­ti a Deri­veAp­pro­di) il pro­ble­ma “onto­lo­gi­co” dell’autonomia ope­ra­ia per­ma­ne osti­na­to – fino alla dif­fi­col­tà nel­la scel­ta del­la A maiu­sco­la o minu­sco­la, nel rac­con­ti di mol­ti con­te­sti. L’ A/​autonomia inaf­fer­ra­bi­le, che non si fa cat­tu­ra­re, cata­lo­ga­re, su cui non solo sto­ri­ci e sag­gi­sti con­ti­nua­no a sbat­te­re la testa, ma anche tan­ti soler­ti magi­stra­ti che han­no pro­va­to attra­ver­so cen­ti­na­ia di miglia­ia di pagi­ne di atti istrut­to­ri a ricon­dur­re a cate­go­rie pena­li quel­la che è sta­ta una esplo­si­va complessità.

Que­sto libro è for­se il più dina­mi­co e “dif­fi­ci­le” di tut­ta la serie, quel­lo che esi­ge più dedi­zio­ne, quel­lo in cui lo sfor­zo di con­te­stua­liz­za­zio­ne sto­ri­co-poli­ti­ca è più alto. Ma anche quel­lo che offre di più al let­to­re che, a secon­da del­le sue pre­fe­ren­ze, tro­ve­rà sto­rie di vita ed ele­men­ti alti dibat­ti­to teo­ri­co, intrec­cia­ti nel clas­si­co bai­lam­me medi­ter­ra­neo: come nei vec­chi asset­ti urba­ni napo­le­ta­ni, dove i bas­si del pia­no ter­ra con­vi­vo­no col pia­no nobi­le e tut­ti gli odo­ri e i rumo­ri si mesco­la­no appa­ren­te­men­te sen­za principio.

Un libro che reste­rà – oltre l’orizzonte faci­le del­la memo­ria­li­sti­ca – e che sia­mo sicu­ri tro­ve­rà la sua col­lo­ca­zio­ne non solo nel­le biblio­te­che di movi­men­to, ma anche negli archi­vi di isti­tu­ti e cen­tri stu­di che non han­no abdi­ca­to alla neces­si­tà del­la memo­ria critica.

*pub­bli­ca­to su Car­mil­laon­li­ne