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da – Storia del sessantotto -

di Miche­le Bram­bil­la

“Quan­do il cie­lo si svuo­ta di Dio, la ter­ra si popo­la di ido­li“
Karl Barth

XIII – VERSO LA FINE

Il 1976 è l’an­no in cui il Ses­san­tot­to entra in ago­nia. Cer­to, gran par­te del­le bat­ta­glie comin­cia­te otto anni pri­ma era­no sta­te vin­te: il divor­zio era diven­ta­to leg­ge del­lo Sta­to, già dal 1970 era sta­to vara­to lo Sta­tu­to dei lavo­ra­to­ri, nel 1975 era sta­to rifor­ma­to il dirit­to di fami­glia, la scuo­la e l’u­ni­ver­si­tà era­no sta­te sen­si­bil­men­te modi­fi­ca­te. E cer­to mol­ti degli sti­li di vita e del­le idee dei ses­san­tot­ti­ni si era­no ormai radi­ca­ti nel­la men­ta­li­tà comu­ne: dai com­por­ta­men­ti ses­sua­li al lin­guag­gio all’at­teg­gia­men­to ver­so l’au­to­ri­tà. Per­si­no il cosid­det­to appa­ra­to era sta­to intac­ca­to dal­la «rivo­lu­zio­ne» ses­san­tot­ti­na, e di que­sto l’e­sem­pio for­se più rile­van­te è costi­tui­to dal­la for­te influen­za, nel siste­ma giu­di­zia­rio, del­la cor­ren­te di sini­stra dei giu­di­ci, Magi­stra­tu­ra demo­cra­ti­ca, e del feno­me­no dei «pre­to­ri d’as­sal­to». Di tut­ti que­sti cam­bia­men­ti nei costu­mi, del resto, è rima­sta fino ai gior­ni nostri una trac­cia che appa­re inde­le­bi­le. Ma per quan­to riguar­da il suo obiet­ti­vo prin­ci­pa­le, il Ses­san­tot­to è sta­to inne­ga­bil­men­te scon­fit­to. Il fine dichia­ra­to dei con­te­sta­to­ri, soprat­tut­to dopo l’in­ca­na­la­men­to ideo­lo­gi­co del­la pro­te­sta, era una radi­ca­le tra­sfor­ma­zio­ne del siste­ma poli­ti­co ed eco­no­mi­co; un rin­ne­ga­men­to del capi­ta­li­smo, l’in­stau­ra­zio­ne di una demo­cra­zia «dal bas­so». Mol­ti ses­san­tot­ti­ni il pote­re l’han­no pure pre­so, come si può oggi facil­men­te con­sta­ta­re dan­do uno sguar­do a mol­ti orga­ni­gram­mi: ma per far­lo han­no dovu­to abiu­ra­re l’an­ti­ca fede, e accet­ta­re di esse­re stru­men­ti di quel capi­ta­li­smo che vole­va­no distrug­ge­re.

LA CRISI DEI GRUPPI

Di que­sta scon­fit­ta, nel 1976 c’e­ra già mol­to più di qual­che sem­pli­ce segno pre­mo­ni­to­re. L’av­vi­sa­glia prin­ci­pa­le fu la cri­si dei grup­pi rivo­lu­zio­na­ri orga­niz­za­ti, che comin­cia­ro­no allo­ra la pro­pria dis­so­lu­zio­ne. I grup­pi ave­va­no fal­li­to su tut­ti i fron­ti: non era­no riu­sci­ti a sot­trar­re la clas­se ope­ra­ia alla fedel­tà al Par­ti­to comu­ni­sta e al sin­da­ca­to tra­di­zio­na­le; e, sul ver­san­te oppo­sto, non era­no sta­ti in gra­do di inter­pre­ta­re fino in fon­do lo spi­ri­to «movi­men­ti­sta» del­l’ul­ti­ma gene­ra­zio­ne. «I grup­pi» ha scrit­to Paul Gin­sborg «era­no set­ta­ri, domi­na­ti da model­li rivo­lu­zio­na­ri ter­zo­mon­di­sti, inca­pa­ci di trar­re con­clu­sio­ni rea­li­sti­che dai segna­li che veni­va­no dal­la socie­tà ita­lia­na.»
Dice­va­no di com­bat­te­re l’au­to­ri­ta­ri­smo, ma cer­ca­ro­no di impor­re a tut­ti le loro for­me di lot­ta, i loro sti­li di vita e le loro idee poli­ti­che: «Il lavo­ra­to­re» era scrit­to su un docu­men­to pro­gram­ma­ti­co del Cub del­la Pirel­li nel 1972, «deve con­ce­pi­re se stes­so come pro­dut­to­re ed acqui­si­re coscien­za del­la sua fun­zio­ne, deve aver coscien­za di clas­se e diven­ta­re comu­ni­sta, deve ren­der­si con­to che la pro­prie­tà pri­va­ta è un peso mor­to, è un ingom­bro che biso­gna eli­mi­na­re».
Dice­va­no di dete­sta­re la for­ma-par­ti­to, ma cad­de­ro qua­si tut­ti nel­la ten­ta­zio­ne di ripro­dur­re in foto­co­pia l’or­ga­niz­za­zio­ne di quei par­ti­ti che vole­va­no spaz­za­re via. Uno degli esem­pi più ecla­tan­ti fu, nel 1973, la nomi­na di Adria­no Sofri a segre­ta­rio del­la «movi­men­ti­sta» Lot­ta con­ti­nua. E fu pro­prio nel 1976 che Lot­ta con­ti­nua, for­se il più impor­tan­te dei grup­pi del Ses­san­tot­to, si sciol­se.
Il 20 giu­gno c’e­ra­no sta­te le ele­zio­ni poli­ti­che, e i risul­ta­ti era­no sta­ti, per l’e­stre­ma sini­stra, disa­stro­si. Demo­cra­zia pro­le­ta­ria, l’u­ni­ca lista che avreb­be dovu­to rap­pre­sen­ta­re gli ere­di del­la con­te­sta­zio­ne del Ses­san­tot­to, ave­va pre­so solo 557.000 voti, l’1,5 per cen­to, meno del­la metà di quan­ti spe­ra­va. E i radi­ca­li, pur entran­do per la pri­ma vol­ta in Par­la­men­to, non era­no anda­ti oltre l’1,1 per cen­to. Ma più che la con­sta­ta­zio­ne del­la mode­stia del­la pro­pria for­za, a depri­me­re l’a­rea del­la sini­stra rivo­lu­zio­na­ria fu lo straor­di­na­rio con­sen­so elet­to­ra­le ‑e quin­di popo­la­re- anco­ra una vol­ta riscos­so dal­la Demo­cra­zia cri­stia­na, che ave­va otte­nu­to il 38,7 per cen­to, cioè il 3,7 per cen­to in più rispet­to alle ele­zio­ni ammi­ni­stra­ti­ve del­l’an­no pre­ce­den­te. Un risul­ta­to che smen­ti­va la pre­vi­sio­ne, più vol­te espres­sa, di un ormai immi­nen­te crol­lo del­la Dc, e che costrin­ge­va a un rin­vio sine die del­la rivo­lu­zio­ne. Cer­to: ave­va gua­da­gna­to anche il Pci, in con­ti­nua cre­sci­ta, pas­san­do dal già rile­van­tis­si­mo 33 per cen­to del 15 giu­gno 1975 al 34,4 per cen­to del 20 giu­gno 1976. Ma que­sto non era, per l’e­stre­ma sini­stra, una con­so­la­zio­ne. Anzi: come ricor­da l’ex di Lot­ta con­ti­nua Lui­gi Bob­bio, «l’ul­te­rio­re raf­for­za­men­to del Pci non apre la stra­da a un’al­ter­na­ti­va di pote­re alla Demo­cra­zia cri­stia­na, ma pre­fi­gu­ra piut­to­sto un pro­ces­so di sta­bi­liz­za­zio­ne gio­ca­to su due gros­si poli con­ver­gen­ti. Il qua­dro che esce dal 20 giu­gno non è quel­lo del “gover­no del­le sini­stre”; se mai, è quel­lo del “com­pro­mes­so sto­ri­co”» (Sto­ria di Lot­ta Con­ti­nua). Lo smac­co fu tale che Adria­no Sofri par­lò, al Comi­ta­to nazio­na­le, di «scon­fit­ta poli­ti­ca» e defi­nì le pre­vi­sio­ni elet­to­ra­li di Lc «l’er­ro­re più cla­mo­ro­so del­la nostra sto­ria». Ancor più dra­sti­co fu Mar­co Boa­to, che lasciò intra­ve­de­re l’or­mai pros­si­mo auto­scio­gli­men­to: «Sia­mo a una svol­ta sto­ri­ca in cui si deci­de del­la vita e del­la mor­te di Lot­ta con­ti­nua. Abbia­mo sba­glia­to tut­to. Un par­ti­to rivo­lu­zio­na­rio che sba­glia tut­to nel­la fase che ha defi­ni­to sto­ri­ca e deci­si­va del­la lot­ta di clas­se nel nostro Pae­se non può per­met­ter­si di uscir­ne con qual­che aggiu­sta­men­to di tiro».

EUTANASIA DI LOTTA CONTINUA

La bato­sta elet­to­ra­le di Demo­cra­zia pro­le­ta­ria non era l’u­ni­co grat­ta­ca­po di Sofri e com­pa­gni. All’in­ter­no del movi­men­to il dis­sen­so cre­sce­va, anche e soprat­tut­to per­ché mal si tol­le­ra­va la scim­miot­ta­tu­ra dei par­ti­ti tra­di­zio­na­li, che come det­to ave­va sna­tu­ra­to l’o­ri­gi­na­le spi­ri­to movi­men­ti­sta. E’ anco­ra Lui­gi Bob­bio a ricor­da­re: «Il par­ti­to… divie­ne il prin­ci­pa­le ber­sa­glio dei mili­tan­ti, non tan­to per le scel­te com­piu­te, quan­to per esser­si costi­tui­to come auto­ri­tà supe­rio­re e aver­li quin­di tra­sci­na­ti in quel­l’av­ven­tu­ro­sa sepa­ra­zio­ne. Il ter­mi­ne “espro­pria­zio­ne” è quel­lo che ricor­re di più nel­le requi­si­to­rie, spes­so cari­che di recri­mi­na­zio­ni, for­mu­la­te dai com­pa­gni del­la base». E ad aggra­va­re la situa­zio­ne inter­na si aggiun­se la que­stio­ne del­le don­ne e degli ope­rai. Le pri­me ‑si era ormai in pie­no cli­ma fem­mi­ni­sta- da un anno ave­va­no pre­so a riu­nir­si da sole e a pra­ti­ca­re l’«autocoscienza». I secon­di rim­pro­ve­ra­va­no al nucleo diri­gen­te di aver smar­ri­to la «cen­tra­li­tà ope­ra­ia». Don­ne e ope­rai si era­no così posti alla testa del­la rivol­ta con­tro la linea dei ver­ti­ci di Lc.
Fu in que­sto cli­ma che si aprì a Rimi­ni, il 31 otto­bre 1976, il secon­do con­gres­so nazio­na­le di Lot­ta con­ti­nua, a cui par­te­ci­pa­ro­no un miglia­io di mili­tan­ti. Inva­no Sofri cer­cò di ricom­pat­ta­re le for­ze. Don­ne e ope­rai con­ti­nua­ro­no a riu­nir­si, anche duran­te il con­gres­so, in assem­blee sepa­ra­te. Sul ban­co degli impu­ta­ti, la diri­gen­za di Lc. La com­pa­gna Vichi di Tori­no inter­ven­ne invi­tan­do gli ope­rai «a met­ter­si in discus­sio­ne a par­ti­re dal loro rap­por­to ses­sua­le e dal­la loro vita», e la com­pa­gna Lau­ra, anche lei di Tori­no, dichia­rò che «non è pos­si­bi­le nes­su­na allean­za in que­sto momen­to fra ope­rai e don­ne». Il con­gres­so finì sen­za alcun ricom­pat­ta­men­to. Il gior­na­le «Lot­ta con­ti­nua» lo defi­nì, il gior­no dopo la chiu­su­ra, una «straor­di­na­ria espe­rien­za poli­ti­ca e uma­na». Il tito­lo del gior­na­le del 6 novem­bre 1976 fu: Apria­mo ovun­que le nostre con­trad­di­zio­ni. Por­tia­mo ovun­que la ric­chez­za del nostro con­gres­so. Ma il desti­no di Lot­ta con­ti­nua era segna­to. Pur sen­za alcun atto uffi­cia­le, il movi­men­to si sciol­se. Il comi­ta­to nazio­na­le smi­se di riu­nir­si, gli orga­ni diri­gen­ti non ven­ne­ro rin­no­va­ti, le fede­ra­zio­ni furo­no abban­do­na­te a se stes­se. Rima­se in vita il gior­na­le, che con­ti­nuò a usci­re fino al 1982; si vide­ro anco­ra, nei cor­tei, gli stri­scio­ni con la scrit­ta «Lot­ta con­ti­nua». Mol­ti gio­va­ni con­ti­nua­ro­no a riven­di­ca­re la pro­pria appar­te­nen­za a quel movi­men­to. Ma il movi­men­to, inte­so come orga­niz­za­zio­ne, non c’e­ra più. Mol­to si è discus­so sul per­ché del­la fine di Lot­ta con­ti­nua. Cer­to la strut­tu­ra, da par­ti­to, era rifiu­ta­ta da gran par­te del­la base. Cer­to la que­stio­ne fem­mi­ni­sta ebbe un peso rile­van­te. Ma il fat­to che i ver­ti­ci di Lc non fece­ro, dopo Rimi­ni, alcun ten­ta­ti­vo di sal­va­re il movi­men­to, e anzi lo lascia­ro­no deli­be­ra­ta­men­te mori­re, dà cre­di­to alla ver­sio­ne secon­do cui il vero moti­vo del­l’au­to­scio­gli­men­to di Lot­ta con­ti­nua sta nel­l’in­quie­tu­di­ne di mol­ti mili­tan­ti che «spin­ge­va­no» affin­ché si pas­sas­se deci­sa­men­te alla lot­ta arma­ta. Sofri, già da tem­po dra­sti­ca­men­te riso­lu­to nel con­dan­na­re la scel­ta del­le Bri­ga­te ros­se, cer­cò di fre­na­re que­ste pul­sio­ni, ten­tò di iso­la­re colo­ro che chie­de­va­no di tra­sfor­ma­re Lc in un grup­po clan­de­sti­no ter­ro­ri­sti­co. Ma non ci riu­scì. E allo­ra sciol­se il movi­men­to. E’ una ver­sio­ne, que­sta, mai uffi­cia­liz­za­ta, e anzi smen­ti­ta dai capi di Lc, che asso­cia­no sem­pre la fine dei movi­men­to alla «que­stio­ne fem­mi­ni­sta». A dimo­stra­re però che la spin­ta ver­so la lot­ta arma­ta c’e­ra, sta il fat­to che gran par­te dei com­po­nen­ti del­la nascen­te Pri­ma linea veni­va da Lot­ta con­ti­nua.

PROLIFERA IL PARTITO ARMATO

Non era un pro­ble­ma solo di Lot­ta con­ti­nua. Il par­ti­to arma­to sta­va facen­do pro­se­li­ti un po’ dap­per­tut­to, ed ebbe la sua par­te nel­lo sfal­da­men­to dei vari movi­men­ti. Pare­va non aves­se più sen­so, infat­ti, chia­mar­si «grup­pi rivo­lu­zio­na­ri», distin­guen­do­si dai par­ti­ti del­la sini­stra tra­di­zio­na­le, e non fare la rivo­lu­zio­ne. Sem­bra­va più logi­ca una scel­ta net­ta: o di qua, con il Pci, o di là, con le Bri­ga­te ros­se. E infat­ti, in quel­lo stes­so 1976 in cui i grup­pi si sciol­se­ro, creb­be­ro sia il Pci che le azio­ni dei ter­ro­ri­sti di sini­stra.
Costo­ro ave­va­no subi­to un duro col­po, all’i­ni­zio del­l’an­no, con la cat­tu­ra (a Mila­no) di Rena­to Cur­cio e Nadia Man­to­va­ni. Ma ave­va­no in que­gli stes­si mesi ingros­sa­to le file, pro­prio attin­gen­do nel gran­de mare dei «delu­si» dai grup­pi tipo Lot­ta con­ti­nua. Fra le azio­ni più impor­tan­ti com­piu­te nel ’76, una serie di atten­ta­ti alle fab­bri­che (il più gra­ve fu for­se l’in­cen­dio alla Fiat Mira­fio­ri, 3 apri­le, un miliar­do di dan­ni di allo­ra), che indus­se­ro gli ope­rai di mol­te azien­de a tra­scor­re­re la Pasqua negli sta­bi­li­men­ti per orga­niz­za­re dei «pre­si­di volon­ta­ri». E poi l’uc­ci­sio­ne, ad ope­ra di mili­tan­ti del­l’Au­to­no­mia che sta­va­no per costi­tui­re Pri­ma linea, del con­si­glie­re pro­vin­cia­le del Msi mila­ne­se Enri­co Pede­no­vi (29 apri­le); l’o­mi­ci­dio del pro­cu­ra­to­re gene­ra­le di Geno­va Fran­ce­sco Coco e dei due cara­bi­nie­ri del­la scor­ta, com­piu­to dal­le Bri­ga­te ros­se a Geno­va l’8 giu­gno; l’o­mi­ci­dio, il 1° set­tem­bre a Biel­la, del vice­que­sto­re Fran­ce­sco Cusa­no, anche lui vit­ti­ma del­le Br; l’ag­gua­to dei Nap al capo del nucleo anti­ter­ro­ri­smo del Lazio Alfon­so Noce (a Roma, il 14 dicem­bre) che finì in una spa­ra­to­ria in cui rima­se­ro ucci­si l’a­gen­te Pri­sco Palum­bo e il ter­ro­ri­sta Mar­ti­no Zichi­tel­la; l’al­tra tra­gi­ca spa­ra­to­ria, il gior­no dopo a Sesto San Gio­van­ni, in cui il bri­ga­ti­sta Wal­ter Ala­sia ucci­se il vice­que­sto­re Vit­to­rio Pado­va­ni e il mare­scial­lo Ser­gio Baz­ze­ga, pri­ma di rima­ne­re a sua vol­ta ful­mi­na­to dai poli­ziot­ti. Il par­ti­to arma­to ‑e in par­ti­co­la­re le Br, deci­sa­men­te pas­sa­te sot­to la gui­da di Mario Moret­ti- sta­va pre­pa­ran­do il «sal­to di qua­li­tà» che lo avreb­be più vol­te por­ta­to, negli anni suc­ces­si­vi, a met­te­re in ginoc­chio lo Sta­to.

BERLINGUER E IL COMUNISMO MODERATO

Pro­prio men­tre i grup­pi rivo­lu­zio­na­ri dichia­ra­va­no la ban­ca­rot­ta e le Br diven­ta­va­no sem­pre più effi­cien­ti, il Par­ti­to comu­ni­sta si tro­vò vici­no alla pre­sa del pote­re come mai era sta­to in pre­ce­den­za, e come mai più accad­de in segui­to. Le ele­zio­ni del 1975, oltre a far com­pie­re al Pci un bal­zo di 6 pun­ti e mez­zo in per­cen­tua­le (rispet­to alle ammi­ni­stra­ti­ve del 1970), ave­va­no por­ta­to i comu­ni­sti al gover­no di Lom­bar­dia, Pie­mon­te e Ligu­ria, oltre che a quel­lo di regio­ni già «ros­se» come l’E­mi­lia Roma­gna, la Tosca­na e l’Um­bria. Non solo: tut­te le gran­di cit­tà ita­lia­ne, ad ecce­zio­ne di Paler­mo e Bari, era­no pas­sa­te sot­to la gui­da di giun­te di sini­stra. A favo­ri­re que­sto gran­de bal­zo del Pci ave­va con­tri­bui­to in modo sen­si­bi­le la linea poli­ti­ca del suo segre­ta­rio, Enri­co Ber­lin­guer, che si era con­qui­sta­to la bene­vo­len­za di una discre­ta par­te dei ceti bor­ghe­si, rin­ne­gan­do espli­ci­ta­men­te il socia­li­smo rea­le e dichia­ran­do­si dispo­ni­bi­le a una col­la­bo­ra­zio­ne con i cat­to­li­ci. Già nel­l’ot­to­bre del 1973, con un arti­co­lo su «Rina­sci­ta», Ber­lin­guer ave­va pro­po­sto il «com­pro­mes­so sto­ri­co» fra le due for­ze popo­la­ri del Pae­se, quel­la del­la sini­stra e quel­la appun­to cat­to­li­ca. Un’i­dea matu­ra­ta dopo il col­po di Sta­to che in Cile ave­va spaz­za­to via il gover­no socia­li­sta di Sal­va­dor Allen­de: Ber­lin­guer era con­vin­to che il gol­pe era sta­to favo­ri­to dal­la man­ca­ta uni­tà dei par­ti­ti demo­cra­ti­ci. L’ar­ti­co­lo su «Rina­sci­ta» si inti­to­la­va appun­to Rifles­sio­ni sul­l’I­ta­lia dopo i fat­ti del Cile. E a que­sta pro­po­sta di abbrac­cio con la Dc, Ber­lin­guer fece segui­re, insie­me con i segre­ta­ri dei par­ti­ti comu­ni­sti fran­ce­se e spa­gno­lo, la crea­zio­ne dell’«eurocomunismo», ossia di una via occi­den­ta­le al socia­li­smo, net­ta­men­te diver­sa dal­le spie­ta­te dit­ta­tu­re del­l’E­st. Il docu­men­to che i segre­ta­ri comu­ni­sti ita­lia­no e spa­gno­lo fir­ma­ro­no insie­me il 12 luglio 1975 era un’au­ten­ti­ca apo­sta­sia del mar­xi­smo-leni­ni­smo.
Ma se in Ita­lia par­te del­la bor­ghe­sia smi­se di asso­cia­re il Pci allo spau­rac­chio del­l’Ar­ma­ta Ros­sa, negli Sta­ti Uni­ti l’eu­ro­co­mu­ni­smo non ven­ne accol­to bene. Anzi, fu rite­nu­to peri­co­lo­sis­si­mo e desta­bi­liz­zan­te. Il 14 giu­gno 1976, a pochi gior­ni dal­le ele­zio­ni poli­ti­che, il pre­sti­gio­so set­ti­ma­na­le ame­ri­ca­no «Time» pub­bli­cò in coper­ti­na una foto di Ber­lin­guer e il signi­fi­ca­ti­vo tito­lo: Ita­lia: la minac­cia ros­sa. Ber­lin­guer si die­de subi­to da fare per tran­quil­liz­za­re gli ita­lia­ni, e il gior­no dopo rila­sciò a Giam­pao­lo Pan­sa, sul «Cor­rie­re del­la Sera», un’in­ter­vi­sta in cui si impe­gna­va, in caso di vit­to­ria elet­to­ra­le, a man­te­ne­re l’I­ta­lia all’in­ter­no del­la Nato. «Mi sen­to più sicu­ro stan­do di qua» dis­se. Un’af­fer­ma­zio­ne sto­ri­ca per il segre­ta­rio di un par­ti­to comu­ni­sta.
La tra­di­zio­na­le avver­sio­ne degli ita­lia­ni al comu­ni­smo rima­ne­va tut­ta­via mol­to for­te, e se è vero che da un lato una cer­ta par­te del­la bor­ghe­sia cre­det­te che il Pci fos­se ormai un par­ti­to social­de­mo­cra­ti­co, dal­l’al­tra si fece muro con­tro il «peri­co­lo ros­so». La Dc fu rite­nu­ta da tut­ti la bar­rie­ra più effi­ca­ce, anzi la sola bar­rie­ra pos­si­bi­le: e anche gra­zie alla cam­pa­gna pro­mos­sa dal lai­co Indro Mon­ta­nel­li («Que­ste non sono ele­zio­ni, sono un refe­ren­dum: turia­mo­ci il naso e votia­mo Dc» scris­se sul «Gior­na­le»), alla mobi­li­ta­zio­ne dei cat­to­li­ci di Comu­nio­ne e libe­ra­zio­ne e al tra­va­so di voti dal­l’e­stre­ma destra (il Msi per­se un 3 per cen­to che affluì, evi­den­te­men­te, alle liste demo­cri­stia­ne), la Dc riu­scì a con­te­ne­re l’a­van­za­ta del Pci e a resta­re sal­da­men­te il par­ti­to di mag­gio­ran­za rela­ti­va. Nono­stan­te la sfi­da elet­to­ra­le, subi­to dopo si aprì la sta­gio­ne del­la col­la­bo­ra­zio­ne fra demo­cri­stia­ni e comu­ni­sti, che cul­mi­nò nei vari gover­ni del­la «non sfi­du­cia» e del­la «soli­da­rie­tà nazio­na­le»: ese­cu­ti­vi a gui­da Dc a cui il Pci die­de un appog­gio ester­no.

ARRIVA L’AUTONOMIA

Dopo la fine dei grup­pi orga­niz­za­ti la sini­stra, come abbia­mo visto, si era divi­sa in due: da una par­te il Pci, ormai ben inse­ri­to nel pote­re gra­zie alla con­qui­sta di gran par­te del­le ammi­ni­stra­zio­ni loca­li e alla col­la­bo­ra­zio­ne di gover­no con la Dc; dal­l’al­tra il par­ti­to arma­to. Ma la distan­za fra Pci e Br era trop­po gran­de, e in mez­zo resta­va comun­que un vuo­to. Un vuo­to in cui si infi­lò la cosid­det­ta auto­no­mia, un’a­rea mol­to com­ples­sa e in real­tà spes­so con­ti­gua alle for­ma­zio­ni ter­ro­ri­sti­che vere e pro­prie. Rispet­to alle Br, l’au­to­no­mia non face­va un’e­spli­ci­ta scel­ta di lot­ta arma­ta, non era costret­ta alla clan­de­sti­ni­tà e pote­va agi­re alla luce del sole. Era però, come si dice­va allo­ra, «l’ac­qua dove nuo­ta­no i pesci»: l’am­bien­te, insom­ma, dove il par­ti­to arma­to pote­va reclu­ta­re i suoi mili­tan­ti e otte­ne­re impor­tan­ti appog­gi e coper­tu­re. Secon­do alcu­ni osser­va­to­ri, l’in­cu­ba­tri­ce del­l’au­to­no­mia fu l’oc­cu­pa­zio­ne del­la Fiat Mira­fio­ri del 1973: sia per­ché sfug­gì total­men­te alla gui­da del sin­da­ca­to e del Pci, sia per­ché a gestir­la furo­no, più che i tra­di­zio­na­li ope­rai Fiat emi­gra­ti dal Sud, gio­va­ni del­la «cin­tu­ra» tori­ne­se pro­ta­go­ni­sti, cin­que anni pri­ma, del Ses­san­tot­to nel­le scuo­le. «Le urla sen­za sen­so, sen­za più slo­gan, sen­za più minac­ce né pro­mes­se dei gio­va­ni ope­rai con il faz­zo­let­to ros­so lega­to intor­no alla fron­te, i pri­mi india­ni metro­po­li­ta­ni, quel­le urla annun­cia­va­no che una nuo­va sta­gio­ne si apri­va per il movi­men­to rivo­lu­zio­na­rio in Ita­lia. Una fase sen­za ideo­lo­gie pro­gres­si­ste né fidu­cia nel socia­li­smo, sen­za alcu­na affe­zio­ne per il siste­ma demo­cra­ti­co, ma anche sen­za rispet­to per i miti del­la rivo­lu­zio­ne pro­le­ta­ria, mostra­va le sue pro­spet­ti­ve. Fu in que­sto muta­men­to di sce­na­rio che pre­se for­ma il nuo­vo feno­me­no poli­ti­co-cul­tu­ra­le del­l’au­to­no­mia ope­ra­ia» han­no scrit­to Nan­ni Bale­stri­ni e Pri­mo Moro­ni. Un altro sin­to­mo pre­mo­ni­to­re del­lo sti­le del­l’au­to­no­mia furo­no for­me di pro­te­sta tipo l’«autoriduzione» e gli «espro­pri pro­le­ta­ri». L’au­to­ri­du­zio­ne nac­que nel­l’a­go­sto del 1974 su ini­zia­ti­va di alcu­ni ope­rai del­la Fiat Rival­ta che, rifiu­tan­do­si di paga­re le nuo­ve tarif­fe degli auto­bus, spe­di­ro­no alla socie­tà dei tra­spor­ti pub­bli­ci l’e­qui­va­len­te dei vec­chi abbo­na­men­ti, e con­ti­nua­ro­no a usa­re i mez­zi pub­bli­ci sen­za fare il bigliet­to. Dai pull­man si pas­sò all’au­to­ri­du­zio­ne del­le bol­let­te del­la luce e del tele­fo­no. Que­sta pra­ti­ca si este­se poi alle altre cit­tà, diven­tan­do spes­so un puro pre­te­sto per non paga­re il bigliet­to: non solo sugli auto­bus, ma anche, ad esem­pio, al cine­ma, dove grup­pi di estre­mi­sti assi­ste­va­no alle pri­me visio­ni pagan­do 500 lire, e i gesto­ri del­le sale lascia­va­no cor­re­re temen­do ritor­sio­ni dai dan­ni ben più gra­vi. Così come gli «espro­pri pro­le­ta­ri» ai dan­ni dei nego­zian­ti (qual­cu­no arri­vò a chia­mar­li «riap­pro­pria­zio­ni») furo­no in real­tà auten­ti­ci fur­ti, o addi­rit­tu­ra rapi­ne quan­do com­piu­ti con minac­ce e vio­len­ze.
Fare una map­pa del­l’a­rea auto­no­ma è ben più dif­fi­ci­le che non fare quel­la dei grup­pi nati dopo il 1968. Anzi, è un’im­pre­sa impos­si­bi­le, essen­do gli auto­no­mi per loro stes­sa defi­ni­zio­ne sgan­cia­ti da qual­sia­si orga­niz­za­zio­ne. Si pos­so­no tut­ta­via, sche­ma­tiz­zan­do, ricor­da­re tre filo­ni. Il pri­mo è quel­lo cosid­det­to «crea­ti­vo», «spon­ta­neo», alie­no da ogni for­ma di gerar­chia. Di que­sto filo­ne, gli ele­men­ti più rap­pre­sen­ta­ti­vi furo­no gli «india­ni metro­po­li­ta­ni», gio­va­ni che si dipin­ge­va­no il viso, appun­to, come i pel­le­ros­sa, e che rifiu­ta­va­no, fra le tan­te eti­chet­te, anche quel­la di esse­re «di sini­stra». Il secon­do filo­ne è quel­lo del­le teste d’uo­vo: intel­let­tua­li che teo­riz­za­ro­no il nuo­vo mes­sag­gio, e che era­no con­cen­tra­ti soprat­tut­to all’U­ni­ver­si­tà di Pado­va e in una serie di libre­rie nel­le mag­gio­ri cit­tà. Il ter­zo filo­ne è quel­lo che fa capo all’Au­to­no­mia ope­ra­ia orga­niz­za­ta (con la A maiu­sco­la; quan­do scri­via­mo auto­no­mia con l’i­ni­zia­le minu­sco­la inten­dia­mo inve­ce tut­ta l’a­rea che sta­va in mez­zo fra Pci e Br; l’a­rea, insom­ma, che com­pren­de tut­ti e tre i filo­ni di cui stia­mo par­lan­do). L’Au­to­no­mia ope­ra­ia orga­niz­za­ta con­ser­vò una linea leni­ni­sta e mili­ta­ri­sta, espli­ci­ta­men­te favo­re­vo­le alla cul­tu­ra del­la vio­len­za e all’or­ga­niz­za­zio­ne del­la «bat­ta­glia con­tro lo Sta­to». Que­sto ter­zo filo­ne, stret­ta­men­te lega­to al secon­do, ave­va come lea­der ex espo­nen­ti di Pote­re ope­ra­io, qua­li il docen­te uni­ver­si­ta­rio Toni Negri e Ore­ste Scal­zo­ne. A sua vol­ta, l’Au­to­no­mia ope­ra­ia orga­niz­za­ta ave­va varie sfu­ma­tu­re al suo inter­no, che si espri­me­va­no in un’in­con­trol­la­bi­le quan­ti­tà di cor­ren­ti, fra le qua­li ricor­dia­mo i Comi­ta­ti auto­no­mi roma­ni; i Comi­ta­ti comu­ni­sti rivo­lu­zio­na­ri; le Assem­blee auto­no­me ope­ra­ie; i Cps, Col­let­ti­vi poli­ti­ci stu­den­te­schi; i Col­let­ti­vi auto­no­mi, pre­sen­ti nel­le gran­di cit­tà (famo­so quel­lo di via dei Vol­sci a Roma).
L’a­rea del­l’au­to­no­mia pro­dus­se anche una miria­de di gior­na­li: alcu­ni di fab­bri­ca come «Sen­za Padro­ni» all’Al­fa Romeo, «Lavo­ro Zero» a Por­to Mar­ghe­ra, «Mira­fio­ri Ros­sa» a Tori­no; e altri di mag­gio­re dif­fu­sio­ne come «Aut Aut», «Pri­mo Mag­gio», «Ros­so» e «Sen­za Tre­gua» a Mila­no, «Pote­re Ope­ra­io per il Comu­ni­smo» (poi tra­sfor­ma­to in «Auto­no­mia») in Vene­to, «Rivol­ta di Clas­se» (poi diven­ta­to «I Vol­sci»), «Metro­po­li» e «Pre-print» a Roma. Quel­lo che ebbe mag­gio­re for­tu­na fu «A/​traverso», fat­to a Bolo­gna dal grup­po di Fran­ce­sco Berar­di det­to «Bifo», che nel ’77 arri­ve­rà alle 20.000 copie. Que­sta nascen­te area del­l’au­to­no­mia si pone­va in for­te con­tra­sto con il Pci, cui rim­pro­ve­ra­va di esse­re ormai «siste­ma». La sini­stra si spac­cò fra «garan­ti­ti» e «non garan­ti­ti», cioè fra colo­ro che nel­le fab­bri­che pote­va­no con­ta­re sull’«ombrello» del Pci e i gio­va­ni che, vice­ver­sa, non tro­va­va­no lavo­ro o per­de­va­no quel­lo che ave­va­no appe­na tro­va­to. Arri­va­to ormai nel «palaz­zo», il Pci non vol­le, o non poté, caval­ca­re la pro­te­sta dei «non garan­ti­ti», e anzi pas­sò al pugno di fer­ro con­tro que­sti nuo­vi con­te­sta­to­ri: ad esem­pio, schie­ran­do­si a favo­re del rin­no­vo di quel­la leg­ge Rea­le sul­l’or­di­ne pub­bli­co con­tro la qua­le ave­va inve­ce nel 1975 vota­to «no».
Lo scon­tro fra auto­no­mi e Pci esplo­de­rà dram­ma­ti­ca­men­te nel 1977, e risul­te­rà, alla fine, anco­ra più gra­ve e più vio­len­to di quel­lo fra lo stes­so Par­ti­to comu­ni­sta e i ses­san­tot­ti­ni.

XIV – IL SETTANTASETTE

Men­tre sono ormai con­sue­te, alle ricor­ren­ze cano­ni­che, le rie­vo­ca­zio­ni del Ses­san­tot­to, qua­si mai si ricor­da il movi­men­to del 1977.
Eppu­re, quel­lo fu l’an­no più bur­ra­sco­so del decen­nio. Le occu­pa­zio­ni del­le scuo­le e del­le uni­ver­si­tà tor­na­ro­no a un rit­mo mol­to vici­no a quel­lo del 1968; e, rispet­to al 1968, le mani­fe­sta­zio­ni di piaz­za furo­no mol­to più vio­len­te: basti pen­sa­re che, alla fine del­l’an­no, ci furo­no qua­ran­ta­mi­la denun­cia­ti, quin­di­ci­mi­la arre­sta­ti, quat­tro­mi­la con­dan­na­ti e deci­ne di mor­ti e feri­ti. Auto­no­mi e india­ni metro­po­li­ta­ni si sen­ti­va­no taglia­ti fuo­ri da tut­to e da tut­ti. Non solo dal Pci, che ave­va conia­to lo slo­gan «la clas­se ope­ra­ia si fa Sta­to» e che pote­va offri­re ai suoi iscrit­ti la tute­la del posto di lavo­ro; ma anche dai ses­san­tot­ti­ni, visti come pate­ti­ci redu­ci che s’ap­pun­ta­va­no sul pet­to meda­glie di una rivo­lu­zio­ne mai fat­ta, e che ormai bene­fi­cia­va­no a loro vol­ta del nuo­vo siste­ma. All’U­ni­ver­si­tà Sta­ta­le di Mila­no il Movi­men­to lavo­ra­to­ri per il socia­li­smo, nato dal­le cene­ri del Movi­men­to stu­den­te­sco, ave­va acqui­si­to posi­zio­ni impor­tan­ti in ter­mi­ni di pote­re ma anche di posti di lavo­ro, essen­do­si assi­cu­ra­ta la gestio­ne del­la libre­ria e del­la coo­pe­ra­ti­va uni­ver­si­ta­ria. E’ solo un esem­pio, per far capi­re come i «set­tan­ta­set­ti­ni» si sen­tis­se­ro dimen­ti­ca­ti e tra­di­ti non solo dal­lo Sta­to, ma anche da quel­la sini­stra ‑Pci e grup­pi del ’68- che ave­va pro­mes­so il cam­bia­men­to e che si era inve­ce limi­ta­ta, ai loro occhi, a gua­da­gna­re posi­zio­ni all’in­ter­no del­l’o­dia­to «regi­me». Per que­sto la loro rab­bia esplo­se vio­len­tis­si­ma.

LA CACCIATA DI LAMA

La recru­de­scen­za degli scon­tri di piaz­za del ’77 ave­va avu­to un pro­lo­go il 7 dicem­bre del ’76 a Mila­no, quan­do i Cir­co­li pro­le­ta­ri gio­va­ni­li e i Cir­co­li gio­va­ni­li (il let­to­re non pen­si a un erro­re: era­no pro­prio due for­ma­zio­ni diver­se) ave­va­no boi­cot­ta­to la tra­di­zio­na­le «pri­ma» del­la Sca­la. Come otto anni pri­ma, si vole­va con­te­sta­re lo spre­co di dena­ro del­l’al­ta bor­ghe­sia mila­ne­se, che in pie­na cri­si occu­pa­zio­na­le si per­met­te­va cen­to­mi­la lire ‑di allo­ra- per un bigliet­to del­lo spet­ta­co­lo di ini­zio sta­gio­ne (que­sta vol­ta era di sce­na l’O­tel­lo), e chis­sà quan­t’al­tro dena­ro per le spe­se di sar­to­ria. Que­sta vol­ta, però, i con­te­sta­to­ri di San­t’Am­bro­gio non si limi­ta­ro­no al tut­to som­ma­to inno­cuo lan­cio di uova di Capan­na e com­pa­gni; que­sta vol­ta fu una guer­ri­glia, che impe­gnò cin­que­mi­la fra poli­ziot­ti e cara­bi­nie­ri, e che si con­clu­se con 250 fer­ma­ti, 30 arre­sta­ti, 21 feri­ti e deci­ne di tram e di auto­mo­bi­li incen­dia­te.
Nel ’77 la ten­sio­ne si spo­stò però soprat­tut­to a Roma e a Bolo­gna. A Roma, il pri­mo feb­bra­io era sta­ta occu­pa­ta l’U­ni­ver­si­tà. Il pre­te­sto era una cir­co­la­re del mini­stro del­la Pub­bli­ca Istru­zio­ne Fran­co Maria Mal­fat­ti, demo­cri­stia­no, che vie­ta­va agli stu­den­ti uni­ver­si­ta­ri di soste­ne­re più esa­mi nel­la stes­sa mate­ria. Che di un pre­te­sto si trat­tas­se, lo dimo­stra il fat­to che l’oc­cu­pa­zio­ne con­ti­nuò anche dopo il riti­ro del­la cir­co­la­re da par­te del­lo stes­so Mal­fat­ti. Gli occu­pan­ti non era­no però uni­ti. Pci, Demo­cra­zia pro­le­ta­ria e Avan­guar­dia ope­ra­ia con­te­sta­va­no la linea del­l’Au­to­no­mia, pro­ta­go­ni­sta di scon­tri in cit­tà con estre­mi­sti di destra e poli­zia. Ma era pro­prio l’Au­to­no­mia ad ave­re in pugno la gestio­ne del­l’oc­cu­pa­zio­ne. Il 9 feb­bra­io, il movi­men­to del ’77 fece il suo esor­dio con un cor­teo, per le stra­de di Roma, di tren­ta­mi­la stu­den­ti. «Il Mani­fe­sto» cri­ti­cò («Gli auto­no­mi sono la fac­cia più nega­ti­va, e vec­chia, del­la nuo­va sini­stra»), la Cgil e il Pci orga­niz­za­ro­no un comi­zio di Lucia­no Lama, per il gior­no 17, all’in­ter­no del­l’U­ni­ver­si­tà, nel ten­ta­ti­vo di ripren­de­re in mano la situa­zio­ne. Ma Lama, il 17, non riu­scì pra­ti­ca­men­te a par­la­re. Gli auto­no­mi glie­lo impe­di­ro­no, ingag­gian­do una furio­sa bat­ta­glia con il ser­vi­zio d’or­di­ne del Pci, al gri­do «Via, via, la nuo­va poli­zia». Alla fine di scon­tri vio­len­tis­si­mi, con deci­ne e deci­ne di feri­ti, i comu­ni­sti dovet­te­ro abban­do­na­re l’U­ni­ver­si­tà. La mano­vra del Pci era fal­li­ta, gli auto­no­mi si era­no rive­la­ti «inge­sti­bi­li»: per i ver­ti­ci di Bot­te­ghe Oscu­re, era­no «i nuo­vi squa­dri­sti». La cac­cia­ta di Lama dal­l’U­ni­ver­si­tà ave­va così dato vigo­re al movi­men­to degli auto­no­mi, che alla fine di feb­bra­io si era già dif­fu­so in mol­te cit­tà ita­lia­ne, in par­ti­co­la­re a Pado­va, dove l’U­ni­ver­si­tà era sta­ta occu­pa­ta. Il 5 mar­zo il movi­men­to die­de una pro­va di for­za sca­te­nan­do per le stra­de di Roma quat­tro ore di guer­ri­glia, per pro­te­sta con­tro la con­dan­na di Fabri­zio Pan­zie­ri per l’o­mi­ci­dio del­lo stu­den­te mis­si­no Mikis Man­ta­kas. I raid degli estre­mi­sti furo­no coor­di­na­ti da un’e­mit­ten­te pri­va­ta, Radio Cit­tà Futu­ra, che inau­gu­rò così una stra­te­gia desti­na­ta a più d’u­na repli­ca nel cor­so del­l’an­no. Gra­zie alla radio, gli auto­no­mi sape­va­no dov’e­ra la poli­zia, dove pote­va­no rag­giun­ge­re i com­pa­gni, dove con­ve­ni­va orga­niz­za­re bar­ri­ca­te e met­te­re fuo­ri uso i sema­fo­ri.

GUERRIGLIA A BOLOGNA


E guer­ri­glia anco­ra più gra­ve fu quel­la scop­pia­ta l’11 mar­zo a Bolo­gna. All’i­sti­tu­to di ana­to­mia del­l’U­ni­ver­si­tà era in pro­gram­ma un’as­sem­blea dei cat­to­li­ci di Comu­nio­ne e libe­ra­zio­ne. Fat­to asso­lu­ta­men­te intol­le­ra­bi­le, per un movi­men­to che si riem­pi­va la boc­ca con la paro­la «demo­cra­zia» ma che non ammet­te­va altre mani­fe­sta­zio­ni di pen­sie­ro al di fuo­ri del­la pro­pria. E infat­ti i ciel­li­ni furo­no asse­dia­ti e costret­ti a bar­ri­car­si all’in­ter­no del­l’i­sti­tu­to. Anco­ra oggi cir­co­la la ver­sio­ne secon­do cui gli inci­den­ti sareb­be­ro scop­pia­ti per­ché i ciel­li­ni avreb­be­ro mal­me­na­to alcu­ni stu­den­ti del movi­men­to che si era­no sem­pli­ce­men­te pre­sen­ta­ti all’in­gres­so del­l’au­la dov’e­ra in cor­so l’as­sem­blea. Ma per male che si pos­sa o si voglia dire dei ciel­li­ni, non s’è mai sen­ti­to di pestag­gi da loro com­piu­ti. Val­ga il volan­ti­no dif­fu­so lo stes­so pome­rig­gio dal Pci e dal­la Fgci, che par­la­va di «un’i­nam­mis­si­bi­le deci­sio­ne di un grup­po del­la cosid­det­ta Auto­no­mia di impe­di­re l’as­sem­blea di CL». E comun­que la real­tà fu quel­la: i ciel­li­ni bar­ri­ca­ti in un’au­la, e fuo­ri gli stu­den­ti del movi­men­to, arma­ti e ben più nume­ro­si, a sfer­ra­re l’at­tac­co. Ine­vi­ta­bi­le l’in­ter­ven­to dei cara­bi­nie­ri, con­tro i qua­li gli auto­no­mi lan­cia­ro­no parec­chie molo­tov, a dimo­stra­zio­ne del fat­to che all’U­ni­ver­si­tà non era­no giun­ti impre­pa­ra­ti. La bat­ta­glia si allar­gò, e alla fine negli scon­tri rima­se ucci­so il gio­va­ne di Lot­ta con­ti­nua Fran­ce­sco Lorus­so. Comin­ciò così il «sac­co» del cen­tro di Bolo­gna. Gli auto­no­mi, che oltre alle molo­tov ave­va­no già le fami­ge­ra­te pisto­le «P38», ingag­gia­ro­no spa­ra­to­rie ovun­que; distrus­se­ro deci­ne di nego­zi, innal­za­ro­no bar­ri­ca­te, appic­ca­ro­no incen­di. Fu occu­pa­ta la sta­zio­ne fer­ro­via­ria; furo­no assal­ta­ti due com­mis­sa­ria­ti di poli­zia, la reda­zio­ne del «Resto del Car­li­no» e la sede pro­vin­cia­le del­la Dc; fu deva­sta­ta la libre­ria di CL «Ter­ra Pro­mes­sa». I guer­ri­glie­ri si sfa­ma­ro­no, ed evi­den­te­men­te non male, al «Can­tun­zein», uno dei più noti risto­ran­ti del­la cit­tà, le cui riser­ve furo­no ripu­li­te con un «espro­prio» pro­le­ta­rio. Anche qui gli inci­den­ti furo­no coor­di­na­ti via ete­re: e la magi­stra­tu­ra ordi­nò l’ar­re­sto di Fran­ce­sco Berar­di det­to «Bifo», il ven­tot­ten­ne inse­gnan­te di let­te­re ani­ma­to­re di Radio Ali­ce. Era sta­to lui, attra­ver­so i micro­fo­ni, a gui­da­re assal­ti e distru­zio­ni, soste­ne­va la pro­cu­ra del­la Repub­bli­ca. Radio Ali­ce ven­ne chiu­sa, ma Bifo riu­scì a sfug­gi­re all’ar­re­sto e a rifu­giar­si a Pari­gi.
Il sac­cheg­gio di Bolo­gna durò tre gior­ni, e per rista­bi­li­re l’or­di­ne dovet­te­ro inter­ve­ni­re ‑cosa mai suc­ces­sa nep­pu­re nel ’68- i mez­zi blin­da­ti, con tre­mi­la uomi­ni a pre­si­dia­re il cen­tro. Alla fine di quei tre gior­ni di guer­ra si con­ta­ro­no 131 arre­sti. Fu uno smac­co sto­ri­co per il Pci, che van­ta­va la «sua» Bolo­gna come fio­re all’oc­chiel­lo, come dimo­stra­zio­ne di cit­tà comu­ni­sta, effi­cien­te, ordi­na­ta e feli­ce. Il 12 mar­zo, gior­no suc­ces­si­vo alla mor­te di Lorus­so, anche Roma diven­ne un cam­po di bat­ta­glia: gli auto­no­mi sac­cheg­gia­ro­no due arme­rie e par­ti­ro­no all’as­sal­to del­la cit­tà. Attac­ca­ro­no l’am­ba­scia­ta cile­na in Vati­ca­no, la sede del quo­ti­dia­no demo­cri­stia­no «Il Popo­lo», la caser­ma dei cara­bi­nie­ri di piaz­za del Popo­lo, la sede del­la Gulf, una con­ces­sio­na­ria del­la Fiat, alcu­ne ban­che. Cen­ti­na­ia di vetri­ne di nego­zi ven­ne­ro abbat­tu­te. Spa­ra­to­rie e incen­di si pro­tras­se­ro fino a not­te. E, nel­lo stes­so 12 mar­zo, inci­den­ti gra­vi scop­pia­ro­no anche a Napo­li, Pado­va, Firen­ze, Paler­mo e Mila­no, dove a col­pi di P38 furo­no man­da­te in fran­tu­mi le vetra­te del­l’As­so­lom­bar­da, la sede regio­na­le degli indu­stria­li.

UN PROBLEMA PER LA SINISTRA

Il cli­ma era tale che il 16 mar­zo l’U­ni­ver­si­tà di Roma, quan­do ria­prì, restò pre­si­dia­ta dal­la poli­zia. L’at­ti­vi­tà pote­va comun­que ripren­de­re rego­lar­men­te. Ma gli stu­den­ti del movi­men­to vol­le­ro impor­re le loro con­di­zio­ni: imme­dia­to allon­ta­na­men­to degli agen­ti, uni­ver­si­tà aper­ta dal­le 8 alle 22, libe­ra scel­ta del­l’ar­go­men­to da por­ta­re all’e­sa­me e 27 tren­te­si­mi come voto mini­mo garan­ti­to. Di fron­te allo scon­ta­to «no» che fu oppo­sto a que­ste richie­ste, gli auto­no­mi rioc­cu­pa­ro­no l’U­ni­ver­si­tà. Il 21 apri­le la poli­zia inter­ven­ne e riu­scì a sgom­be­rar­la, in mat­ti­na­ta, sen­za par­ti­co­la­ri inci­den­ti. Nel pome­rig­gio, però, gli auto­no­mi pas­sa­ro­no al con­trat­tac­co. Assal­ta­ro­no l’U­ni­ver­si­tà arma­ti di molo­tov e di P38, ucci­se­ro un agen­te di poli­zia ‑Set­ti­mio Pas­sa­mon­ti, ven­ti­tré anni- e ne feri­ro­no gra­ve­men­te altri due. Il gior­no dopo, vista l’ec­ce­zio­na­le gra­vi­tà del­la situa­zio­ne del­l’or­di­ne pub­bli­co, il gover­no proi­bì ogni mani­fe­sta­zio­ne pub­bli­ca, a Roma, per un mese. Incu­ran­ti del divie­to, i radi­ca­li orga­niz­za­ro­no pro­prio a Roma, per il 12 mag­gio, una mani­fe­sta­zio­ne pub­bli­ca per il ter­zo anni­ver­sa­rio del­la vit­to­ria nel refe­ren­dum sul divor­zio. La poli­zia inter­ven­ne e furo­no altri scon­tri, fino a tar­da sera: e a cade­re, ucci­sa da un col­po di pisto­la spa­ra­to da un agen­te, que­sta vol­ta fu una dimo­stran­te, Gior­gia­na Masi, ven­t’an­ni, sim­pa­tiz­zan­te radi­ca­le.
Due gior­ni dopo a Mila­no, duran­te un cor­teo di pro­te­sta per l’ar­re­sto di due avvo­ca­ti di Soc­cor­so ros­so, gli auto­no­mi ucci­se­ro in via De Ami­cis il bri­ga­die­re di poli­zia Anto­ni­no Custrà. Fu in quel­l’oc­ca­sio­ne che un dilet­tan­te scat­tò la foto­gra­fia dive­nu­ta l’im­ma­gi­ne-sim­bo­lo degli anni di piom­bo: un gio­va­ne auto­no­mo, con il vol­to coper­to, spa­ra­va impu­gnan­do la pisto­la con entram­be le mani. L’Au­to­no­mia era ormai un pro­ble­ma gra­ve anche per i grup­pi alla sini­stra del Pci. «Di Auto­no­mia ope­ra­ia e non solo del­le sue vio­len­ze ulti­me occor­re libe­rar­si» scris­se Ros­sa­na Ros­san­da sul «Mani­fe­sto» del 17 mag­gio. E Luca Cafie­ro, segre­ta­rio nazio­na­le del Mls: «Noi toglie­re­mo le pisto­le agli auto­no­mi e glie­le fare­mo ingo­ia­re».

AL BAR SI MUORE

Che il 1977 sia sta­to un anno di guer­ra lo testi­mo­nia­no, oltre al nume­ro degli scon­tri di piaz­za, anche le azio­ni del­le Bri­ga­te ros­se e del­le altre for­ma­zio­ni clan­de­sti­ne, che in quel­l’an­no si era­no fat­te ancor più effi­cien­ti e spie­ta­te. Il 28 apri­le, a Tori­no, le Br ucci­se­ro il pre­si­den­te del­l’Or­di­ne degli avvo­ca­ti Ful­vio Cro­ce: un omi­ci­dio-avver­ti­men­to nel più clas­si­co sti­le mafio­so, per­ché Cro­ce avreb­be dovu­to desi­gna­re i difen­so­ri d’uf­fi­cio al pro­ces­so con­tro Cur­cio e altri ter­ro­ri­sti; si vol­le in que­sto modo inti­mi­di­re avvo­ca­ti e giu­di­ci popo­la­ri, e infat­ti que­sti ulti­mi, il 31 mag­gio, rifiu­ta­ro­no l’in­ca­ri­co, pro­vo­can­do il rin­vio del pro­ces­so. Anche i gior­na­li­sti fini­ro­no nel miri­no del­le Br. Nel mese di giu­gno ne furo­no feri­ti alle gam­be dodi­ci, fra cui Indro Mon­ta­nel­li, il diret­to­re del Tg 1 Emi­lio Ros­si e il vice­di­ret­to­re del «Seco­lo XIX» di Geno­va Vit­to­rio Bru­no. E il 16 novem­bre, a Tori­no, anco­ra le Br ucci­se­ro il vice­di­ret­to­re del­la «Stam­pa» Car­lo Casa­le­gno, defi­ni­to un «ser­vo del­lo Sta­to». Quan­to alle fab­bri­che, i diri­gen­ti e i capi­re­par­to «gam­biz­za­ti» in quel­l’an­no furo­no deci­ne. Ma per dare un’i­dea di quan­to que­sta guer­ra fos­se una minac­cia costan­te per tut­ti, si pen­si che il peri­co­lo pote­va rag­giun­ge­re chiun­que e ovun­que. Come dimo­stra­no la mor­te di Rober­to Cre­scen­zio e i set­te feri­ti del bar di lar­go Por­to di Clas­se.
L’as­sal­to al bar di lar­go Por­to di Clas­se a Mila­no, zona Cit­tà Stu­di, fu ope­ra di com­man­do di Avan­guar­dia ope­ra­ia e dei Caf, i comi­ta­ti anti­fa­sci­sti. Scat­tò il 31 mar­zo 1976, alle sei di sera. Il bar era rite­nu­to un covo di «neri». Quel­la sera, però, di fasci­sti all’in­ter­no del loca­le non ce n’e­ra nean­che uno. Gli estre­mi­sti ‑in buo­na par­te era­no gli stes­si che un anno pri­ma ave­va­no ucci­so Ramel­li- incen­dia­ro­no il bar lan­cian­do bot­ti­glie molo­tov, e spran­ga­ro­no gli avven­to­ri in fuga. In set­te rima­se­ro feri­ti in modo gra­ve, e tre di loro por­ta­no anco­ra oggi i segni del pestag­gio. Un atto tan­to vile da pro­vo­ca­re, nei gior­ni seguen­ti, una discus­sio­ne inter­na che fu uno dei pri­mi sin­to­mi del­la cri­si di Avan­guar­dia ope­ra­ia. Mas­si­mo Bogni, uno dei respon­sa­bi­li del­l’as­sal­to, in segui­to con­ver­ti­to­si al cat­to­li­ce­si­mo e sin­ce­ra­men­te pen­ti­to (si pre­sen­tò spon­ta­nea­men­te al giu­di­ce istrut­to­re), ha rac­con­ta­to al pro­ces­so, cele­bra­to nell’87: «Emu­la­va­mo gli eroi, Gari­bal­di e Gue­va­ra, e poi era­va­mo vigliac­chi».
Anche Rober­to Cre­scen­zio non era un fasci­sta. Ave­va ven­ti­due anni, ed era un peri­to chi­mi­co disoc­cu­pa­to. Ebbe la tra­gi­ca sfor­tu­na di tro­var­si, il l° otto­bre 1977, al bar l’«Angelo azzur­ro» di Tori­no. Quel gior­no Tori­no, come Roma e altre cit­tà ita­lia­ne, fu scon­vol­ta da nuo­vi, furi­bon­di scon­tri fra la poli­zia e i gio­va­ni di estre­ma sini­stra, infe­ro­ci­ti per l’uc­ci­sio­ne avve­nu­ta il gior­no pri­ma a Roma, ad ope­ra di neo­fa­sci­sti, del mili­tan­te di Lot­ta con­ti­nua Wal­ter Ros­si. A un cer­to pun­to il cor­teo pas­sò vici­no all’«Angelo azzur­ro» e qual­cu­no rife­rì di aver visto, al liceo Gio­ber­ti, una scrit­ta secon­do cui quel bar era un pun­to di ritro­vo dei fasci­sti. Tan­to bastò per sca­te­na­re l’at­tac­co.
Il loca­le fu incen­dia­to e gli avven­to­ri costret­ti a fug­gi­re all’e­ster­no. Un bim­bo di tre anni e la sua baby-sit­ter sedi­cen­ne rima­se­ro semia­sfis­sia­ti e furo­no por­ta­ti in ospe­da­le. Rober­to Cre­scen­zio restò intrap­po­la­to nel­la toi­let­te. Quan­do, con le ulti­me ener­gie, riu­scì a spa­lan­ca­re l’u­scio, ad attra­ver­sa­re la sala del bar, a sfon­da­re una vetra­ta e a get­tar­si sul­l’a­sfal­to, all’a­per­to, il suo cor­po era ormai deva­sta­to dal fuo­co. Ed era trop­po tar­di.
Anche in que­sto caso la mor­te di un inno­cen­te (ammes­so che altri pos­sa­no esse­re con­si­de­ra­ti col­pe­vo­li) pro­vo­cò una cri­si all’in­ter­no del movi­men­to. Pro­prio pochi gior­ni dopo il rogo dell’«Angelo azzur­ro» in cor­so Val­doc­co qual­cu­no trac­ciò su un muro una gran­de scrit­ta: «E’ un momen­tac­cio». Un pic­co­lo, ma non insi­gni­fi­can­te indi­zio di un tra­va­glio che i più sen­si­bi­li comin­cia­va­no ad avver­ti­re, e che avreb­be por­ta­to, di lì a poco, a un ripen­sa­men­to da par­te di tut­ti. In fon­do non solo la gen­te comu­ne, ma anche la mag­gio­ran­za dei gio­va­ni che anda­va­no in cor­teo comin­cia­va a esse­re stan­ca di tan­to san­gue e di tan­ti lut­ti.

GLI INTELLETTUALI E LA REPRESSIONE

Ma, con­tra­ria­men­te alla gen­te comu­ne, gli intel­let­tua­li ‑o alme­no cer­ti intel­let­tua­li- rima­ne­va­no con­vin­ti che tut­ta quel­la vio­len­za fos­se frut­to del­la repres­sio­ne orga­niz­za­ta da un siste­ma che anda­va sem­pre più assu­men­do la sostan­za di una nuo­va dit­ta­tu­ra. Così pen­sa­va­no, ad esem­pio, Nan­ni Bale­stri­ni ed Elvio Fac­chi­nel­li, i qua­li chie­se­ro, pole­mi­ca­men­te, che un padi­glio­ne del­la Bien­na­le di Vene­zia venis­se riser­va­to al dis­sen­so in Ita­lia. E altri uomi­ni di cul­tu­ra, fra cui Leo­nar­do Scia­scia, si man­ten­ne­ro in una posi­zio­ne che il comu­ni­sta Gior­gio Amen­do­la, con un duro arti­co­lo sull’«Unità», defi­nì ambi­gua. Ma fu da Pari­gi, dove l’in­tel­li­ghen­zia ita­lia­na cer­ca soli­ta­men­te la pro­pria con­sa­cra­zio­ne, che ven­ne l’at­tac­co più duro con­tro il nuo­vo «regi­me» Dc-Pci.
L’8 luglio, pro­prio a Pari­gi, era sta­to arre­sta­to Bifo, l’a­ni­ma­to­re di Radio Ali­ce e del­le rivi­ste «A/​traverso» e «Zut», accu­sa­to, come abbia­mo visto, di ave­re inci­ta­to e pro­mos­so, via radio, gli inci­den­ti dell’11 mar­zo a Bolo­gna («Ammaz­za­te, ammaz­za­te, abbia­mo biso­gno di cada­ve­ri», una del­le fra­si che gli furo­no con­te­sta­te). A Pari­gi, dov’e­ra scap­pa­to per sot­trar­si al man­da­to di cat­tu­ra fir­ma­to dal tri­bu­na­le di Bolo­gna, Bifo ave­va tro­va­to allog­gio nien­te­me­no che a casa del pro­fes­sor Felix Guat­ta­ri, lo psi­ca­na­li­sta diret­to­re del­la rivi­sta «Recher­ches» e auto­re, con il filo­so­fo Gil­les Deleu­ze, del­l’An­ti-Edi­po.
L’8 luglio, come det­to, fu arre­sta­to. Poco impor­ta­va che solo tre gior­ni dopo le auto­ri­tà fran­ce­si l’a­ves­se­ro rimes­so in liber­tà, negan­do l’e­stra­di­zio­ne alla giu­sti­zia ita­lia­na e impo­nen­do all’im­pu­ta­to l’u­ni­co vin­co­lo del­la fir­ma da appor­re, ogni quin­di­ci gior­ni, su un regi­stro al palaz­zo del­la pre­fet­tu­ra di poli­zia di Pari­gi. Il man­da­to di cat­tu­ra con­tro Bifo con­vin­se un grup­po di intel­let­tua­li fran­ce­si a invia­re a Bel­gra­do, dov’e­ra in cor­so una con­fe­ren­za Est-Ove­st, un «appel­lo con­tro la repres­sio­ne in Ita­lia». «Noi voglia­mo atti­ra­re l’at­ten­zio­ne» era scrit­to nel­l’ap­pel­lo «sui gra­vi avve­ni­men­ti che si svol­go­no attual­men­te in Ita­lia e, più par­ti­co­lar­men­te, sul­la repres­sio­ne che si sta abbat­ten­do sui mili­tan­ti ope­rai e sui dis­si­den­ti intel­let­tua­li in lot­ta con­tro il com­pro­mes­so sto­ri­co. «In que­ste con­di­zio­ni» pro­se­gui­va l’ap­pel­lo «che vuol dire oggi, in Ita­lia, “com­pro­mes­so sto­ri­co”? Il “socia­li­smo dal vol­to uma­no” ha, negli ulti­mi mesi, sve­la­to il suo vero aspet­to: da un lato svi­lup­po di un siste­ma di con­trol­lo repres­si­vo su una clas­se ope­ra­ia e un pro­le­ta­ria­to gio­va­ni­le che rifiu­ta­no di paga­re il prez­zo del­la cri­si; dal­l’al­tro, pro­get­to di spar­ti­zio­ne del­lo Sta­to con la Dc (ban­che ed eser­ci­to alla Dc; poli­zia, con­trol­lo socia­le e ter­ri­to­ria­le al Pci) per mez­zo di un rea­le par­ti­to “uni­co”; è con­tro que­sto sta­to di fat­to che si sono ribel­la­ti in que­sti ulti­mi mesi i gio­va­ni pro­le­ta­ri e i dis­si­den­ti intel­let­tua­li. (…)
«I sot­to­scrit­ti» ter­mi­na­va poi l’ap­pel­lo «esi­go­no la libe­ra­zio­ne imme­dia­ta di tut­ti i mili­tan­ti arre­sta­ti, la fine del­la per­se­cu­zio­ne e del­la cam­pa­gna di dif­fa­ma­zio­ne con­tro il movi­men­to e la sua atti­vi­tà cul­tu­ra­le pro­cla­man­do la loro soli­da­rie­tà con tut­ti i dis­si­den­ti attual­men­te sot­to inchie­sta.» Segui­va­no le fir­me di Jean-Paul Sar­tre, Michel Fou­cault, Felix Guat­ta­ri, Gil­les Deleu­ze, Roland Bar­thes, Phi­lip­pe Sol­lers, Fra­nçois Cha­te­let, Clau­de Mau­riac, Pier­re Cle­men­ti, Maria Anto­niet­ta Mac­cioc­chi e in segui­to anche Dario Fo e altre per­so­na­li­tà del­la cul­tu­ra e del­lo spet­ta­co­lo. L’ap­pel­lo fu com­men­ta­to mol­to dura­men­te in Ita­lia. Il «Cor­rie­re del­la Sera» osser­vò: «Imma­gi­na­re [alla Bien­na­le di Vene­zia, n.d.a.] un padi­glio­ne del dis­sen­so ita­lia­no, maga­ri a due pas­si da quel­lo sovie­ti­co, è assur­do. Man­dar peti­zio­ni alla con­fe­ren­za di Bel­gra­do, dove il pro­ble­ma mag­gio­re è quel­lo di ridur­re il nume­ro degli inter­na­ti negli asi­li psi­chia­tri­ci e di impe­di­re che l’Urss met­ta a tace­re una vol­ta per sem­pre la voce di Sacha­rov, rive­la una mio­pia libre­sca che non gio­va a chi se ne fa pro­mo­to­re». Ma anche i gior­na­li comu­ni­sti, «l’U­ni­tà» e «Pae­se Sera», furo­no duris­si­mi; e pure «il Mani­fe­sto» ebbe paro­le seve­re. Il fat­to è che il Pci, entran­do nel­la gestio­ne del­lo Sta­to, ave­va dovu­to per for­za di cose abbas­sa­re la voce del­la pro­te­sta, mode­rar­ne i toni, distin­gue­re fra ciò che era pos­si­bi­le con­qui­sta­re subi­to e ciò che anda­va rin­via­to e atte­so con pazien­za. E alla sua sini­stra s’e­ra crea­to lo spa­zio per riven­di­ca­zio­ni liber­ta­rie e uto­pi­sti­che.

IL CONVEGNO DI BOLOGNA

Pro­prio Guat­ta­ri e gli altri intel­let­tua­li, comun­que, era­no riu­sci­ti a dare il la a quel­lo che si rive­lò poi l’ul­ti­mo gran­de avve­ni­men­to del­la sta­gio­ne del­la con­te­sta­zio­ne: il con­ve­gno di Bolo­gna sul­la repres­sio­ne. Il 23, 24 e 25 set­tem­bre nel capo­luo­go emi­lia­no cala­ro­no chi dice cen­to, chi dice cin­quan­ta, chi dice ven­ti­cin­que­mi­la gio­va­ni pro­ve­nien­ti da tut­ta Ita­lia e in pic­co­la par­te anche dal­l’e­ste­ro. C’e­ra­no ovvia­men­te gli auto­no­mi e gli india­ni metro­po­li­ta­ni; ma anche ciò che resta­va dei grup­pi orga­niz­za­ti. E non man­ca­va­no ‑lo accer­te­ran­no poi diver­se inchie­ste giu­di­zia­rie- «osser­va­to­ri» del­le Br e di altre for­ma­zio­ni, venu­ti a cac­cia di nuo­ve reclu­te. Il Pci accet­tò la sfi­da: «Bolo­gna è la cit­tà più libe­ra del mon­do» dis­se il sin­da­co comu­ni­sta Rena­to Zan­ghe­ri. Ma è ovvio che la pau­ra di una repli­ca del­la guer­ri­glia di mar­zo era enor­me. Pro­prio in quei gior­ni, fra l’al­tro, Ber­lin­guer get­tò ben­zi­na sul fuo­co defi­nen­do gli auto­no­mi «pove­ri unto­rel­li».
Bolo­gna fu inva­sa anche da poli­zia e cara­bi­nie­ri. Ma non ci fu, con­tra­ria­men­te ai timo­ri, alcun inci­den­te. I tre gior­ni tra­scor­se­ro fra bivac­chi e spet­ta­co­li nel­le piaz­ze e le assem­blee al Palaz­zet­to del­lo Sport. Ecco, le uni­che vio­len­ze furo­no pro­prio lì den­tro, al Palaz­zet­to del­lo Sport, dove si tro­va­ro­no a con­vi­ve­re deci­ne di posi­zio­ni diver­se, a vol­te radi­cal­men­te diver­se: dal­l’i­deo­lo­gia anco­ra impre­gna­ta di mar­xi­smo-leni­ni­smo dei vec­chi grup­pi alla tema­ti­ca del «rifiu­to del lavo­ro» degli auto­no­mi e degli india­ni metro­po­li­ta­ni. Diver­gen­ze che si mani­fe­sta­ro­no spes­so con bot­te da orbi, a col­pi di sedia in testa, per strap­par­si il micro­fo­no. Alla fine, l’Au­to­no­mia ope­ra­ia orga­niz­za­ta riu­scì a pren­de­re in mano il con­trol­lo del­l’as­sem­blea, dal­la qua­le furo­no espul­si, nel­l’or­di­ne, pri­ma il Mls, poi Avan­guar­dia ope­ra­ia e infi­ne Lot­ta con­ti­nua.
Tut­ti quan­ti, poi, si ritro­va­ro­no insie­me nel gran­de cor­teo (tren­ta­cin­que­mi­la per­so­ne, secon­do la sti­ma del­la que­stu­ra) che il gior­no 25 con­clu­se il con­ve­gno. C’e­ra­no tut­ti, e quel­li dei grup­pi ten­ta­ro­no, in real­tà sen­za riu­scir­ci trop­po, di tene­re gli auto­no­mi al cen­tro del cor­teo, per con­trol­lar­li meglio. Comun­que, non ci furo­no inci­den­ti. E gli stes­si slo­gan urla­ti in quel­l’oc­ca­sio­ne mostra­ro­no l’e­te­ro­ge­nei­tà del cor­teo. C’e­ra­no quel­li che agi­ta­va­no le mani con le dita a pisto­la e gri­da­va­no «Con la P38 /​ ti spun­ta un foro in boc­ca», «Lot­ta arma­ta /​ per la rivo­lu­zio­ne», «Per il comu­ni­smo /​ per la rivo­lu­zio­ne», «Cara­bi­nie­re, basco nero /​ il tuo posto è al cimi­te­ro». Quel­li che cer­ca­va­no la sati­ra: «Cara­bi­nie­re leva­ti il cap­pel­lo /​ e fuma­ti con noi uno spi­nel­lo». Le fem­mi­ni­ste che pen­sa­va­no soprat­tut­to alle pro­prie riven­di­ca­zio­ni: «Nel­le case e nel­le gale­re /​ sia­mo sem­pre pri­gio­nie­re». Gli omo­ses­sua­li che ave­va­no tro­va­to la for­mu­la per vin­ce­re la rivo­lu­zio­ne: «Coi­to ana­le /​ abbat­te il capi­ta­le».
Nono­stan­te la straor­di­na­ria mas­sa nume­ri­ca, il con­ve­gno di Bolo­gna non rap­pre­sen­tò una vit­to­ria del movi­men­to, ma una scon­fit­ta. L’ul­ti­ma scon­fit­ta, quel­la deci­si­va. Il movi­men­to ave­va radu­na­to cen­ti­na­ia di voci di rifiu­to, di dis­sen­so, di rivol­ta, ma non era riu­sci­to a coa­gu­lar­le. Era emer­sa, in modo ancor più net­to che in pas­sa­to, l’im­pos­si­bi­li­tà di un’a­zio­ne uni­ta­ria. I nou­veaux phi­lo­so­phes fran­ce­si che era­no venu­ti a caval­ca­re la rivol­ta fece­ro la mise­ra figu­ra degli oppor­tu­ni­sti, e non tro­va­ro­no alcun segui­to fra quei gio­va­ni che ave­va­no cer­ca­to di blan­di­re. Anche l’in­ter­ven­to che Bifo ave­va invia­to dal­la sua lati­tan­za di Pari­gi, e che fu let­to duran­te l’as­sem­blea al Pala­sport, ven­ne sono­ra­men­te fischia­to. Pri­vo di una gui­da, pri­vo di uni­tà ma ancor più pri­vo di fon­da­men­ta vera­men­te soli­de, il movi­men­to si sciol­se. E il Ses­san­tot­to finì vera­men­te lì, quel 25 set­tem­bre 1977.

EPILOGO

S’è det­to che, con­tra­ria­men­te ai moti del 1968, quel­li del 1977 rara­men­te han­no dirit­to di cit­ta­di­nan­za nel­le rie­vo­ca­zio­ni e negli stes­si libri di sto­ria. For­se, la dif­fe­ren­za di atten­zio­ne è moti­va­ta dal fat­to che il pri­mo fu un feno­me­no mon­dia­le, e il secon­do qua­si esclu­si­va­men­te ita­lia­no, e come tale meno impor­tan­te. Ma for­se c’è anche, da par­te di mol­ti, una sor­ta di ten­ta­ti­vo di rimo­zio­ne. Il movi­men­to del 1977 non ha godu­to ‑a par­te le sno­bi­sti­che pre­se di posi­zio­ne di cer­ti intel­let­tua­li- del­la bene­vo­len­za e degli ammic­ca­men­ti che era­no sta­ti elar­gi­ti, nove anni pri­ma, ai ses­san­tot­ti­ni; i suoi pro­ta­go­ni­sti era­no dei «veri» pro­le­ta­ri, e non figli del­la bor­ghe­sia come furo­no, nel­la stra­gran­de mag­gio­ran­za, gli uni­ver­si­ta­ri del ’68; per cer­ti ver­si la pro­te­sta del ’77 era, come vedre­mo, più giu­sti­fi­ca­ta; e a caval­car­la non c’e­ra più, non pote­va più esser­ci quel Pci ormai entra­to nel Palaz­zo, e ben più riso­lu­to nel chie­de­re le manie­re for­ti con­tro i «sedi­zio­si» di quan­to non fos­se­ro sta­ti, in pre­ce­den­za, i vari pre­si­den­ti del Con­si­glio e mini­stri demo­cri­stia­ni.
Gli auto­no­mi e gli india­ni metro­po­li­ta­ni del 1977 ven­go­no rimos­si anche per­ché la loro deva­stan­te vio­len­za, in mol­ti casi pale­se­men­te com­pli­ce del peg­gio­re bri­ga­ti­smo, è un fan­ta­sma ingom­bran­te per una sini­stra che pri­ma ha pre­di­ca­to la lot­ta di clas­se e la rivo­lu­zio­ne (chi stan­do nel par­ti­to, chi stan­do nei salot­ti) e poi ha det­to che la rivo­lu­zio­ne non anda­va fat­ta più (chi per­ché ormai arri­va­to den­tro il siste­ma, chi per­ché anco­ra ben inse­ri­to nei salot­ti). Per buo­na par­te del­la sini­stra, gli auto­no­mi e gli india­ni metro­po­li­ta­ni sono quin­di figli, o nipo­ti, con cui non si vuo­le ave­re nul­la a che fare, e che è meglio disco­no­sce­re. E non è un caso che si ten­ti sem­pre di scin­de­re i due feno­me­ni, e dire che il Ses­san­tot­to è una cosa, il Set­tan­ta­set­te un’al­tra. Pur nel­le loro dif­fe­ren­ze, le due pro­te­ste sono inve­ce stret­ta­men­te lega­te fra loro, anzi sono l’i­ni­zio e la fine del mede­si­mo avve­ni­men­to. Come ha scrit­to Toni Negri: “In Ita­lia il ’77 è la secon­da fase del ’68. (…). Il ’77 è l’ul­ti­ma data den­tro la qua­le que­sto pro­ces­so [quel­lo ini­zia­to nel ’68, n.d.a.] vie­ne com­plen­do­si, un pro­ces­so per­ciò di rot­tu­ra ma soprat­tut­to di con­ti­nui­tà, work in pro­gress”.
Del Ses­san­tot­to, i «set­tan­ta­set­ti­ni» han­no paga­to gli erro­ri più evi­den­ti: se Capan­na e soci ave­va­no tro­va­to una scuo­la vec­chia e imbal­sa­ma­ta, loro ne han­no tro­va­ta una ine­si­sten­te, tra­sfor­ma­ta gra­zie alla logi­ca tut­ta ses­san­tot­ti­na del «sei poli­ti­co» e degli esa­mi di grup­po in una fab­bri­ca di disoc­cu­pa­ti. Posti di fron­te a una cri­si eco­no­mi­ca più gra­ve di quel­la di nove anni pri­ma, i gio­va­ni pro­le­ta­ri del 1977 fati­ca­va­no a tro­va­re lavo­ro, e si accor­ge­va­no che nem­me­no impe­gnan­do­si a fon­do in un’u­ni­ver­si­tà ormai a pez­zi pote­va­no spe­ra­re di eman­ci­par­si. Ma c’è un altro moti­vo ‑più pro­fon­do, anche se for­se meno evi­den­te- per cui i gio­va­ni del 1977, ne sia­no o no con­sa­pe­vo­li, sono sta­ti i veri «fre­ga­ti» dal Ses­san­tot­to. Del Ses­san­tot­to han­no infat­ti ere­di­ta­to la scon­fit­ta più gra­ve, e cioè il nul­la con cui si cer­cò di col­ma­re un vuo­to esi­stan­zia­le. A una gene­ra­zio­ne che non si accon­ten­ta­va degli ido­li offer­ti dal mon­do bor­ghe­se ‑una «posi­zio­ne», una bel­la mac­chi­na, un’a­man­te- il Ses­san­tot­to ha offer­to altri ido­li, non meno fal­la­ci.
Il movi­men­to del 1977 cer­cò, pate­ti­ca­men­te, di accre­di­tar­si come gio­io­so, iro­ni­co, crea­ti­vo, tra­boc­can­te di alle­gria, e si inven­tò la reto­ri­ca del­le «feste» qua­le arma con­tro l’a­lie­na­zio­ne. In real­tà il gio­va­ne del ’77 ‑nono­stan­te la regia del­le soli­te teste d’uo­vo mar­xi­ste-leni­ni­ste- nei cor­tei non urla­va con­tro lo Sta­to o con­tro il capi­ta­li­smo, e nean­che con­tro il com­pro­mes­so sto­ri­co, ma, più tra­gi­ca­men­te, con­tro la sua noia e la sua dispe­ra­zio­ne. Si leg­ga­no le mol­te let­te­re giun­te in quel­l’an­no a quel­la spe­cie di con­fes­sio­na­le pub­bli­co che era diven­ta­to il quo­ti­dia­no «Lot­ta con­ti­nua». In una di que­ste let­te­re, pub­bli­ca­ta il 29 otto­bre 1977 e fir­ma­ta «Anto­nel­la, una quat­tor­di­cen­ne stan­ca di vive­re», è scrit­to: «Sono arri­va­ta al pun­to di non poter più usci­re da que­sta tre­men­da sen­sa­zio­ne qua­le è la soli­tu­di­ne. Que­sto mi ha fat­to pen­sa­re al sui­ci­dio, ma for­se ho pau­ra di aver pau­ra di mori­re. Per­so­nal­men­te lot­te­rò fin­ché que­sta mia lun­ga vita non si fer­me­rà. Salu­ti rivo­lu­zio­na­ri».
Ha scrit­to allo­ra Mino Moni­cel­li (L’ul­tra­si­ni­stra in Ita­lia): «La nuo­va eti­ca pur­trop­po non è nata; e poi­ché quel­la vec­chia, del­lo stu­dio, del lavo­ro, del­la fami­glia, del­la mili­tan­za è sem­pre più rifiu­ta­ta, pas­sa solo l’e­ti­ca del­la mor­te. Sic­co­me ‘la vita non ha alcun valo­re e non me ne fre­ga nien­te’ si è dispo­sti anche a rischiar­la. Que­sta è l’e­la­bo­ra­zio­ne teo­ri­ca che oggi espri­mo­no set­to­ri impor­tan­ti del movi­men­to: una spe­cie di eti­ca del nega­ti­vo che coin­vol­ge, in modo più o meno serio, mol­ti gio­va­ni, dal­la base del­la Fgci all’Au­to­no­mia». Non è un caso se i gio­va­ni eroi­no­ma­ni sia­no pas­sa­ti, in Ita­lia, dai die­ci­mi­la del 1976 ai set­tan­ta­mi­la del 1978. Non è un caso se fu pro­prio in quel 1977 che nac­que­ro, pri­ma in Inghil­ter­ra e poi un pò ovun­que, quei movi­men­ti dei «punk», dei «dark», degli «skin» che (fra l’al­tro con una sin­go­la­re litur­gia fune­rea, evi­den­tis­si­ma già nel­l’ab­bi­glia­men­to e nei sim­bo­li) incar­na­no il disa­gio spro­fon­dan­do nel più tota­le nichi­li­smo.
Pas­sa­to il con­ve­gno sul­la repres­sio­ne di Bolo­gna, il movi­men­to del ’77 si dis­sol­ve­rà. Dopo di che, reste­rà solo la lot­ta arma­ta di un mani­po­lo di uomi­ni che con­ti­nue­ran­no a cre­de­re nel­la rivo­lu­zio­ne. Ma nel­le stra­de e nel­le piaz­ze, più nien­te. E i ven­ten­ni del 1968 saran­no i qua­ran­ten­ni che gesti­ran­no, negli anni Ottan­ta, la più spie­ta­ta­men­te egoi­sti­ca ed edo­ni­sti­ca del­le socie­tà, quel­la del «rea­ga­ni­smo» e del­lo «yup­pi­smo» ram­pan­te. Una con­trad­di­zio­ne? Del resto, l’e­re­di­tà del Ses­san­tot­to pare tut­ta con­trad­di­re le atte­se di chi fu pro­ta­go­ni­sta di quel­la pro­te­sta. Il Ses­san­tot­to ‑par­lia­mo del noc­cio­lo, del­l’es­sen­za del­l’i­deo­lo­gia del Ses­san­tot­to- vole­va spaz­za­re via il capi­ta­li­smo ed edi­fi­ca­re un uomo nuo­vo e una socie­tà giu­sta ed egua­li­ta­ria. Vole­va, con la rivo­lu­zio­ne ses­sua­le, met­te­re final­men­te sul­lo stes­so pia­no i rap­por­ti fra uomo e don­na. Vole­va, riven­di­can­do il dirit­to di cia­scu­no di fare ciò che vuo­le pur­ché non dan­neg­gi gli altri, por­ta­re final­men­te alla feli­ci­tà una gio­ven­tù che si sen­ti­va sgo­men­ta di fron­te alla pro­spet­ti­va di una vita bor­ghe­se. Ma per otte­ne­re tut­to que­sto ha sba­rac­ca­to quei resi­dui valo­ri tra­di­zio­na­li che, for­se, era­no pro­prio l’ul­ti­mo fre­no allo sca­te­na­men­to del­la par­te peg­gio­re del capi­ta­li­smo.
La mes­sa in liqui­da­zio­ne di una cer­ta reli­gio­si­tà, di un pre­va­le­re del tra­scen­den­te sul mate­ria­le e, non ulti­mo, di un cer­to sen­so del­la par­si­mo­nia e del­la rinun­cia, han­no con­sen­ti­to l’e­splo­sio­ne del con­su­mi­smo più sfre­na­to. Il crol­lo di quel­li che veni­va­no chia­ma­ti «tabù ses­sua­li» ha por­ta­to a un’e­span­sio­ne sen­za pre­ce­den­ti del mer­ca­to del­la por­no­gra­fia e a un’im­pen­na­ta dei rea­ti di stu­pro, cioè a quan­to di meno rispet­to­so del­la digni­tà del­la don­na. La cadu­ta di quel sag­gio sen­so di auto­di­fe­sa che veni­va con­si­de­ra­to una bar­rie­ra con­tro il pro­prio pia­ce­re, ha indot­to una gene­ra­zio­ne dispe­ra­ta­men­te alla ricer­ca del­la feli­ci­tà a cade­re nel­la schia­vi­tù del­la dro­ga.
Sem­bra insom­ma che ogni spe­ran­za del Ses­san­tot­to si sia rove­scia­ta nel suo con­tra­rio. Ma que­sto, a ben pen­sar­ci, è sta­to il desti­no di tut­ti i ten­ta­ti­vi del­l’uo­mo di sta­bi­li­re lui cosa sia il bene e cosa sia il male, e di costrui­re in ter­ra il suo para­di­so. Ten­ta­ti­vi di cui la sto­ria è pie­na, e che sono sem­pre, miste­rio­sa­men­te ma impla­ca­bil­men­te, fal­li­ti.

Da Sto­ria del Ses­san­tot­to, Riz­zo­li, Mila­no 1994

Recensione a Storming Heaven

di Ser­gio Bolo­gna
(Stor­ming Hea­ven. Class com­po­si­tion and strug­gle in Ita­lian Auto­no­mi­st Mar­xi­sm, by Ste­ve Wright, Plu­to Press, Lon­don 2002)

È il risul­ta­to del­la ricer­ca con­dot­ta per una tesi di lau­rea e come tale è il pri­mo lavo­ro che affron­ta una rico­stru­zio­ne sto­ri­ca del pen­sie­ro e del­la pra­ti­ca mili­tan­te del­l’o­pe­rai­smo ita­lia­no secon­do i cri­te­ri di ana­li­si cri­ti­ca del­le fon­ti, con il neces­sa­rio distac­co dal­le vicen­de ma anche con una capa­ci­tà di com­pren­sio­ne, che deri­va da un for­te sen­ti­men­to di par­te­ci­pa­zio­ne per­so­na­le e di con­di­vi­sio­ne del­le ragio­ni dei movi­men­ti rivo­lu­zio­na­ri.
È il pri­mo libro di sto­ria sul­l’o­pe­rai­smo ita­lia­no, che inter­rom­pe la linea memo­ria­li­sti­co-auto­bio­gra­fi­ca dei mate­ria­li fino­ra dispo­ni­bi­li e la dif­fu­sa pro­du­zio­ne di giu­di­zi som­ma­ri e gene­ral­men­te liqui­da­to­ri. Doven­do sce­glie­re un filo con­dut­to­re attra­ver­so que­sta sin­go­la­re vicen­da intel­let­tua­le e poli­ti­ca, Wright ha opta­to per il con­cet­to di “com­po­si­zio­ne di clas­se”, rico­no­scen­do­ne in tal modo quel valo­re che una par­te degli ope­rai­sti stes­si ha avu­to dif­fi­col­tà a rico­no­scer­gli, per­ché lo met­te­va­no in secon­do pia­no, come cri­te­rio di pura ricer­ca empi­ri­ca, rispet­to alla “gran­de teo­ria poli­ti­ca” (sul­lo sta­to, sul par­ti­to, sul­la rivo­lu­zio­ne, sul­la clas­se, sul gene­ral intel­lect e così via).
Giu­sta­men­te Wright sot­to­li­nea che il con­cet­to di “com­po­si­zio­ne di clas­se” ha uno stret­to lega­me con l’ap­proc­cio del­la “con­ri­cer­ca” ed ambe­due riman­da­no ad un modo, carat­te­ri­sti­co degli ope­rai­sti ita­lia­ni, di instau­ra­re una col­la­bo­ra­zio­ne tra intel­let­tua­li e ope­rai o tra intel­let­tua­li e pro­le­ta­ri in sen­so lato, fon­da­ta su del­le ragio­ni diver­se da quel­le che han­no carat­te­riz­za­to il rap­por­to tra par­ti­to e clas­se nel­la II, III e IV Inter­na­zio­na­le. Gli ope­rai­sti ita­lia­ni non han­no volu­to esse­re “la gui­da” del­la clas­se, non han­no volu­to esse­re ceto poli­ti­co, non han­no volu­to esse­re un “par­ti­ti­no”, viven­do fino in fon­do la con­trad­di­zio­ne tra chi eser­ci­ta teo­ria poli­ti­ca ed al tem­po stes­so rifiu­ta i model­li orga­niz­za­ti­vi tra­di­zio­na­li.
Chie­den­do­si per­ché l’o­pe­rai­smo ita­lia­no è rima­sto a lun­go igno­to nel mon­do anglo­sas­so­ne, Wright nota che solo gra­zie all’o­pe­ra di alcu­ni volon­ta­ri, come Ed Eme­ry, sono sta­te crea­te le con­di­zio­ni lin­gui­sti­che per­ché gli scrit­ti di Negri, di Tron­ti, di Alqua­ti, di Vir­no abbia­no potu­to cir­co­la­re. A que­sto pro­ba­bil­men­te dob­bia­mo aggiun­ge­re oggi lo straor­di­na­rio suc­ces­so di pub­bli­co di “Empi­re” di Toni Negri e Michael Hardt.
Il pri­mo capi­to­lo del libro è dedi­ca­to ad una bre­ve rico­stru­zio­ne del­le cor­ren­ti e del­le per­so­na­li­tà poli­ti­che che nel pri­mo dopo­guer­ra, anni ’40 e ’50, in Ita­lia han­no cer­ca­to un’al­ter­na­ti­va “di sini­stra” alla poli­ti­ca del PCI e di Togliat­ti in par­ti­co­la­re. Ven­go­no in luce subi­to le figu­re di Moran­di e di Ranie­ro Pan­zie­ri, fon­da­to­re e ani­ma­to­re del­la rivi­sta “Qua­der­ni Ros­si”, nel­la cui reda­zio­ne si sono ritro­va­ti per la pri­ma vol­ta tut­ti i pro­ta­go­ni­sti del­la vicen­da del­l’o­pe­rai­smo ita­lia­no.
Il capi­to­lo suc­ces­si­vo è di note­vo­le rilie­vo, per­ché espo­ne con mol­ta chia­rez­za il qua­dro teo­ri­co fon­da­men­ta­le del­l’o­pe­rai­smo ita­lia­no attra­ver­so una let­tu­ra intel­li­gen­te degli scrit­ti di Mario Tron­ti su fab­bri­ca e socie­tà, pub­bli­ca­ti nei “Qua­der­ni Ros­si”. Sono scrit­ti che inno­va­no il mar­xi­smo del Nove­cen­to, attra­ver­so una rilettura/​reinterpretazione del II libro de “Il Capi­ta­le” di Marx, riu­scen­do a intro­dur­re ele­men­ti di gran­de ori­gi­na­li­tà (Tron­ti’s disco­ve­ries). Tron­ti pone i “fon­da­men­ta­li” del­l’o­pe­rai­smo. Lo stes­so con­cet­to di “com­po­si­zio­ne di clas­se” non è che un ten­ta­ti­vo di tra­dur­re in pra­ti­ca alcu­ni con­cet­ti che Tron­ti per pri­mo ha espli­ci­ta­to. Aver capi­to appie­no l’im­por­tan­za e il signi­fi­ca­to degli scrit­ti di Tron­ti in quel perio­do dà a Ste­ve Wright la chia­ve di let­tu­ra giu­sta per rico­strui­re la sto­ria del­l’o­pe­rai­smo ita­lia­no. Al tem­po stes­so Wright coglie la “novi­tà” dei “Qua­der­ni ros­si” e la “scos­sa” che que­sta pub­bli­ca­zio­ne impo­ne al movi­men­to ope­ra­io ita­lia­no per risve­gliar­lo dal­la cri­si che lo ave­va col­pi­to, anche sul pia­no intel­let­tua­le, dopo le scon­fit­te dei pri­mi Anni 50. Que­sta “novi­tà” è rap­pre­sen­ta­ta dall’ ”inchie­sta ope­ra­ia”. Da dove biso­gna ripar­ti­re? Dal­la cono­scen­za del­la clas­se ope­ra­ia, del­la “nuo­va” clas­se ope­ra­ia, anzi dal­la com­pren­sio­ne del­le men­ta­li­tà del­le nuo­ve gene­ra­zio­ni, di quel­le che ave­va­no dife­so la demo­cra­zia dai rigur­gi­ti neo-fasci­sti, scon­tran­do­si in piaz­za con la poli­zia nel luglio del 1960. La figu­ra cen­tra­le dell’ ”inchie­sta ope­ra­ia” (cioé del­l’ap­proc­cio mar­xia­no, anche in que­sto caso) è Roma­no Alqua­ti, che met­te a pun­to la meto­do­lo­gia del­la “con­ri­cer­ca” assie­me a Romo­lo Gob­bi e Gian­fran­co Fai­na (un nome che non com­pa­re nel libro di Wright ma che ha avu­to un’e­nor­me impor­tan­za in que­sta pri­mis­si­ma fase del­l’o­pe­rai­smo ita­lia­no). Fai­na era un docen­te di sto­ria del­l’U­ni­ver­si­tà di Geno­va, (la cit­tà epi­cen­tro dei moti di piaz­za del luglio 60 che han­no bloc­ca­to l’e­spe­ri­men­to neo-auto­ri­ta­rio del Gover­no Tam­bro­ni), pren­de­rà par­te all’e­spe­rien­za di “clas­se ope­ra­ia” ma non a quel­la di Pote­re Ope­ra­io, negli Anni 70 avrà dei rap­por­ti anche con grup­pi di ori­gi­ne anar­chi­ca che pra­ti­ca­va­no for­me di lot­ta arma­ta, ver­rà rin­chiu­so in car­ce­re e mori­rà di can­cro in car­ce­re nel 1981 (v. il ricor­do pub­bli­ca­to su “Pri­mo Mag­gio”, n. 19/​20, inver­no 1983/​84 da Rinal­do Man­stret­ta e Pier­pao­lo Pog­gio). Al con­tri­bu­to di Alqua­ti, in que­sta fase che pre­ce­de la nasci­ta del­l’o­pe­rai­smo vero e pro­prio, Wright dedi­ca le pp. 46–58 del suo volu­me, men­tre le pagi­ne pre­ce­den­ti (41–46) sono dedi­ca­te al con­tri­bu­to di Pan­zie­ri. Il qua­le ave­va aper­to nuo­vi oriz­zon­ti teo­ri­ci con la rilet­tu­ra del I Libro del Capi­ta­le e quin­di ave­va foca­liz­za­to il suo ragio­na­men­to sul rap­por­to tra clas­se ope­ra­ia e inno­va­zio­ne tec­no­lo­gi­ca (“il pro­ble­ma del­le mac­chi­ne”), traen­do­ne con­clu­sio­ni di for­te cri­ti­ca alla cul­tu­ra sin­da­ca­le del­la CGIL per la sua subal­ter­na accet­ta­zio­ne del­lo svi­lup­po capi­ta­li­sti­co. Pan­zie­ri pone un pro­ble­ma che avrà impor­tan­ti svi­lup­pi nei “Qua­der­ni ros­si” e dopo: è pos­si­bi­le una socio­lo­gia del lavo­ro e del­l’in­du­stria che non sia al ser­vi­zio del­l’in­no­va­zio­ne tec­no­lo­gi­ca ma al ser­vi­zio del­le lot­te ope­ra­ie? Com’è noto, da que­sta sol­le­ci­ta­zio­ne di Pan­zie­ri nasce un modo di fare socio­lo­gia diver­so, che sarà di rife­ri­men­to ad alcu­ni dei mag­gio­ri socio­lo­gi ita­lia­ni (Rie­ser, Mot­tu­ra, Paci ed altri) pre­sen­ti allo­ra nel­la reda­zio­ne dei “Qua­der­ni ros­si”.
Per­ché Pan­zie­ri rom­pe con tut­ti quel­li che suc­ces­si­va­men­te daran­no vita a “clas­se ope­ra­ia”, la rivi­sta con cui nasce l’o­pe­rai­smo ita­lia­no? Per­chè Tron­ti, Negri, Alqua­ti esco­no da “Qua­der­ni ros­si”? Ste­ve Wright dà una rispo­sta sfu­ma­ta a que­sto inter­ro­ga­ti­vo ma quel poco che dice cor­ri­spon­de alla real­tà: il pro­get­to poli­ti­co di Pan­zie­ri era quel­lo di pro­dur­re una svol­ta “all’in­ter­no” del movi­men­to ope­ra­io, del­la CGIL, del PSI (dove era sta­to mem­bro del Comi­ta­to Cen­tra­le) e del PCI. Il pro­get­to degli altri era quel­lo di spe­ri­men­ta­re un nuo­vo modo di fare poli­ti­ca con la clas­se ope­ra­ia, di crea­re un nuo­vo movi­men­to che apris­se l’è­ra post-comu­ni­sta. Qui la figu­ra ed il ruo­lo di Toni Negri diven­ta­no cen­tra­li, deci­si­ve. Nes­su­no come lui ave­va la “volon­tà” di but­tar­si in un’im­pre­sa del gene­re, anche se egli in tut­ti i modi cer­cò di con­vin­ce­re Pan­zie­ri e Rie­ser che la sua era la stra­da giu­sta (la rot­tu­ra defi­ni­ti­va, nei pri­mi di set­tem­bre del 1963, si con­su­mò a casa mia a Mila­no, anzi, più che una casa era una stan­za del­l’ap­par­ta­men­to che divi­de­vo con altri due com­pa­gni del grup­po dei “Qua­der­ni ros­si”). Sce­glie­re o meno di col­lo­car­si den­tro la tra­di­zio­ne del movi­men­to ope­ra­io signi­fi­ca­va anche con­di­vi­de­re o meno cer­te for­me di lot­ta sel­vag­gia in fab­bri­ca o vio­len­te di piaz­za, come quel­le che scos­se­ro Tori­no nel­l’e­sta­te del 1962, cono­sciu­te come gli “scon­tri di Piaz­za Sta­tu­to”, dove gli ope­rai die­de­ro anche l’as­sal­to alla sede di un sin­da­ca­to accu­sa­to di schie­rar­si dal­la par­te del padro­na­to.
Il ter­zo capi­to­lo è dedi­ca­to inte­ra­men­te all’a­na­li­si degli scrit­ti di Tron­ti e Alqua­ti nel­la rivi­sta “clas­se ope­ra­ia” ed alle discus­sio­ni, alle pole­mi­che che que­sti scrit­ti han­no susci­ta­to. Man­ca inve­ce una sto­ria del­la rivi­sta in tut­te le sue sfac­cet­ta­tu­re, man­ca in manie­ra evi­den­te un’a­na­li­si del ruo­lo e del con­tri­bu­to di Toni Negri, man­ca una mes­sa in rilie­vo del­l’in­ter­na­zio­na­li­smo degli ope­rai­sti ita­lia­ni, quin­di del­la for­ma­zio­ne del­l’i­dea del­l’o­pe­ra­io mul­ti­na­zio­na­le, man­ca l’in­ten­si­fi­ca­zio­ne dei rap­por­ti con la sini­stra di clas­se ame­ri­ca­na, dove Fer­ruc­cio Gam­bi­no svol­se un ruo­lo fon­da­men­ta­le. Tut­ti aspet­ti che in segui­to carat­te­riz­ze­ran­no for­te­men­te l’a­zio­ne e soprat­tut­to la pre­sa del­la meto­do­lo­gia ope­rai­sta pres­so il movi­men­to stu­den­te­sco del ’68, i comi­ta­ti di base del ’68/​’69 e i movi­men­ti degli Anni 70. Ne vie­ne fuo­ri un ope­rai­smo ridot­to a poche tema­ti­che, sia pure essen­zia­li.
Essen­zia­le indub­bia­men­te fu la svol­ta che Tron­ti impres­se al suo stes­so pen­sie­ro con l’ar­ti­co­lo di fon­do del n. 1 di “clas­se ope­ra­ia” inti­to­la­to “Lenin in Inghil­ter­ra”. Que­sto arti­co­lo apri­va la fase “for­te” del­l’o­pe­rai­smo e al tem­po stes­so pone­va le pre­mes­se per la sua pri­ma cri­si, che si con­clu­se con una nuo­va rot­tu­ra, la chiu­su­ra del­la rivi­sta due anni dopo e l’in­gres­so (o il ritor­no) di per­so­na­li­tà di rilie­vo, come Tron­ti stes­so, Asor Rosa e Rita Di Leo nel PCI. Quel­l’ar­ti­co­lo ripor­ta­va in cam­po la tema­ti­ca del par­ti­to (chia­ma­ta allo­ra la tema­ti­ca del­la “tat­ti­ca”) e richia­ma­va i mili­tan­ti a misu­rar­si con la poli­ti­ca isti­tu­zio­na­le. D’al­tro lato si arric­chi­va lo stru­men­ta­rio teo­ri­co con il para­dig­ma del­la “socie­tà-fab­bri­ca”. Roma­no Alqua­ti e altri, in par­ti­co­la­re i com­pa­gni che agi­va­no nel­le cit­tà con for­te pre­sen­za ope­ra­ia (Mila­no, Tori­no, Por­to Mar­ghe­ra), cer­ca­va­no di capi­re le dina­mi­che dei movi­men­ti del­la clas­se ope­ra­ia, per anti­ci­pa­re i momen­ti di rivol­ta, di scio­pe­ro, e poter­li col­le­ga­re tra loro. Gli ope­rai­sti si sen­ti­va­no al ser­vi­zio del­la “ricom­po­si­zio­ne di clas­se”. “clas­se ope­ra­ia” non solo fu uno straor­di­na­rio labo­ra­to­rio di idee ma mise in moto nel­le cit­tà in cui c’e­ra­no dei mili­tan­ti atti­vi una serie di espe­rien­ze poli­ti­che di avan­guar­dia che si dif­fu­se­ro in mol­ti ambien­ti. A Mila­no nel 1964 i volan­ti­ni di “clas­se ope­ra­ia” nel­le fab­bri­che (si copri­va­no con azio­ni di inter­ven­to poli­ti­co al pri­mo tur­no anche 15 gran­di fab­bri­che simul­ta­nea­men­te, tra Mila­no, Sesto San Gio­van­ni ed altre zone del­l’­Hin­ter­land!) con­tri­bui­va­no a far par­ti­re lot­te improv­vi­se all’In­no­cen­ti, fab­bri­ca di moto­leg­ge­re e di auto­mo­bi­li, con cor­tei ope­rai che inva­de­va­no la cit­tà. Il movi­men­to stu­den­te­sco di Tren­to, l’U­ni­ver­si­tà fon­da­ta nel 1965 che sarà uno degli epi­cen­tri del­la lot­ta degli stu­den­ti nel 1968, cono­sce­rà Jim­my Boggs gra­zie a “clas­se ope­ra­ia” in un’as­sem­blea-dibat­ti­to entu­sia­sman­te (ricor­do la fac­cia feli­ce di Jim­my che mi abbrac­cia­va dopo l’en­tu­sia­sti­ca acco­glien­za che riser­va­ro­no a lui ed a Gra­ce Lee gli stu­den­ti), il grup­po di gio­va­ni filo­so­fi del­l’U­ni­ver­si­tà di Mila­no, allie­vi di Enzo Paci (Nan­ni Filip­pi­ni, Giai­ro Daghi­ni, Pao­lo Gam­baz­zi, Gui­do Neri, Pao­lo Caru­so) e di psi­co­lo­gi allie­vi di Cesa­re Musat­ti (Rena­to Roz­zi) avran­no stret­ti rap­por­ti con “clas­se ope­ra­ia”. L’o­pe­rai­smo eser­ci­ta­va per le sue posi­zio­ni inno­va­ti­ve un for­te fasci­no su tan­ti gio­va­ni intel­let­tua­li già pri­ma del ’68. Oppu­re gli archi­tet­ti, gli urba­ni­sti e gli stu­dio­si del ter­ri­to­rio che intro­dur­ran­no nel­la loro disci­pli­na le tema­ti­che del­l’o­pe­rai­smo, come Alber­to Magna­ghi, di Tori­no, che sarà segre­ta­rio gene­ra­le di Pote­re ope­ra­io nel 1971, e tan­ti altri. Quan­do chiu­de, nel 1966, “clas­se ope­ra­ia” ha già for­ma­to un nucleo di “nuo­vi” mili­tan­ti del­la gene­ra­zio­ne più gio­va­ne che svol­ge­ran­no un ruo­lo deci­si­vo nel ’68 e per tut­ti gli Anni 70. Mol­ti di essi sono anco­ra sul­la brec­cia. Quan­do il grup­po del­la reda­zio­ne di “clas­se ope­ra­ia” si scio­glie, ini­zia­no, per così dire, i pre­pa­ra­ti­vi per il ’68. Ste­ve Wright met­te in evi­den­za due aspet­ti impor­tan­ti, l’in­tro­du­zio­ne del­la tema­ti­ca dei “tec­ni­ci” (che avrà mol­ta pre­sa nel­le facol­tà scien­ti­fi­che e nei Poli­tec­ni­ci) e la par­te­ci­pa­zio­ne di alcu­ni ope­rai­sti ita­lia­ni al mag­gio fran­ce­se, segui­ta dal­la pub­bli­ca­zio­ne di arti­co­li che offri­va­no una let­tu­ra com­ples­si­va del­la rivol­ta degli stu­den­ti e degli ope­rai di Pari­gi. L’e­spe­rien­za fran­ce­se vie­ne tra­smes­sa e “fil­tra­ta” in Ita­lia dagli ope­rai­sti. Altre lacu­ne nel libro di Wright riguar­da­no la dina­mi­ca che por­tò all’in­ter­ven­to alla Fiat di Tori­no nel­la pri­ma­ve­ra del 1969. Pro­ba­bil­men­te, per rico­strui­re con pre­ci­sio­ne que­sto, che fu un pas­sag­gio fon­da­men­ta­le per l’o­pe­rai­smo ita­lia­no, anzi, sen­za dub­bio, la sua mag­gio­re vit­to­ria, sareb­be sta­to neces­sa­rio ave­re a dispo­si­zio­ne mate­ria­li d’ar­chi­vio dif­fi­cil­men­te repe­ri­bi­li, in par­ti­co­la­re i volan­ti­ni che si distri­bui­va­no allo­ra nel­le fab­bri­che (que­sti mate­ria­li si tro­va­va­no nel­le col­le­zio­ni pri­va­te dei sin­go­li mili­tan­ti, ma per la mag­gior par­te sono sta­ti seque­stra­ti e distrut­ti duran­te e dopo l’on­da­ta di arre­sti del 1979). Un ruo­lo fon­da­men­ta­le ebbe­ro anche i due opu­sco­li di Linea di mas­sa. Il pri­mo, “Lot­te alle Pirel­li”, fu scrit­to sul­la base del­la testi­mo­nian­za di uno dei fon­da­to­ri del Comi­ta­to di Base del­la Pirel­li di Mila­no, il com­pa­gno Raf­fael­lo De Mori, il secon­do “Lot­te dei tec­ni­ci alla Snam Pro­get­ti”, il labo­ra­to­rio di ricer­che del­l’En­te Nazio­na­le Idro­car­bu­ri (ENI) di San Dona­to Mila­ne­se, fu scrit­to sul­la base del­le testi­mo­nian­ze dei tec­ni­ci del Comi­ta­to di Base (l’E­NI è l’in­du­stria petro­li­fe­ra di Sta­to), che han­no man­te­nu­to una pre­sen­za mili­tan­te sul ter­ri­to­rio fino ai nostri gior­ni. Que­sti due opu­sco­li insie­me al gior­na­le “La Clas­se”, il cui pri­mo nume­ro fu dif­fu­so il 1 mag­gio 1969, un mese pri­ma del­lo scop­pio del­le lot­te spon­ta­nee alla Fiat di Tori­no (giu­gno-luglio 1969), rap­pre­sen­ta­no l’a­pi­ce del­la para­bo­la del­l’o­pe­rai­smo ita­lia­no. Negli anni cru­cia­li per il desti­no del movi­men­to rivo­lu­zio­na­rio in Ita­lia, 1967, 1968, pri­ma­ve­ra 1969, Mila­no e il suo Hin­ter­land sono i luo­ghi dove si incro­cia­no e con­vi­vo­no tut­te le espe­rien­ze più avan­za­te, dai grup­pi che si ricol­le­ga­no alla rivo­lu­zio­ne cine­se (Edi­zio­ni Orien­te), alle reti di soste­gno alla guer­ri­glia lati­no-ame­ri­ca­na in Vene­zue­la, Boli­via, Perù (Cen­tro Fran­tz Fanon), dal­le case edi­tri­ci e dai cen­tri di ricer­ca sto­ri­ca (Fel­tri­nel­li Edi­to­re, Biblio­te­ca G.G. Fel­tri­nel­li, Edi­zio­ni Avan­ti!) alle reda­zio­ni di rivi­ste d’a­van­guar­dia come “Qua­der­ni Pia­cen­ti­ni”, dai cen­tri di stu­dio del­le cul­tu­re con­ta­di­ne (Isti­tu­to Erne­sto de Mar­ti­no) ai cen­tri di rac­col­ta dei can­ti popo­la­ri (Nuo­vo Can­zo­nie­re Ita­lia­no), dal­le con­cen­tra­zio­ni ope­ra­ie del ciclo del­l’au­to (Alfa Romeo, Inno­cen­ti, O.M., Pirel­li, Magne­ti Marel­li), alle fab­bri­che chi­mi­che e far­ma­ceu­ti­che (Snia Visco­sa, Mon­te­ca­ti­ni, Far­mi­ta­lia, Car­lo Erba), dal­le fab­bri­che del­la mec­ca­ni­ca pesan­te e del­la mec­ca­ni­ca fine (Sie­mens, Bre­da, Falck, T.I.B.B.) ai labo­ra­to­ri del­l’in­du­stria petro­li­fe­ra del­l’E­NI e agli uffi­ci di desi­gn indu­stria­le e di gra­fi­ca pub­bli­ci­ta­ria del­l’O­li­vet­ti. Tut­ti que­sti luo­ghi sono sta­ti attra­ver­sa­ti o sono sta­ti con­ta­mi­na­ti dal­l’o­pe­rai­smo negli Anni 60. Dopo lo scop­pio del­le lot­te Fiat e del ciclo di scio­pe­ri del cosid­det­to “Autun­no Cal­do” (giu­gno-dicem­bre 1969), non è un caso che pro­prio a Mila­no ini­zi­no le stra­gi del ter­ro­ri­smo di sta­to (12 dicem­bre 1969, bom­ba di Piaz­za Fon­ta­na). Qual­che set­ti­ma­na pri­ma era sta­to arre­sta­to Fran­ce­sco Tolin, diret­to­re respon­sa­bi­le di “Pote­re Ope­ra­io”.
La sto­ria degli ope­rai­sti negli Anni 70 – quan­do pochi tra loro si defi­ni­va­no anco­ra “ope­rai­sti” – è la sto­ria di un para­dos­so. Sul pia­no del­l’or­ga­niz­za­zio­ne dei movi­men­ti il loro ruo­lo fu deci­sa­men­te mino­ri­ta­rio. Ma pro­prio la demo­niz­za­zio­ne di “Pote­re Ope­ra­io” e poi del­l’Au­to­no­mia Ope­ra­ia da par­te dei media per­mi­se all’o­pe­rai­smo di soprav­vi­ve­re a se stes­so. Ste­ve Wright coglie giu­sta­men­te l’in­trin­se­ca debo­lez­za teo­ri­ca e poli­ti­ca di “Pote­re Ope­ra­io”. Il grup­po di mili­tan­ti, ormai emar­gi­na­to dal­le lot­te di fab­bri­ca, gira a vuo­to, cer­can­do nuo­vi pun­ti di rife­ri­men­to (le lot­te dei neri afroa­me­ri­ca­ni, dei disoc­cu­pa­ti meri­dio­na­li) e, non tro­van­do­li, accen­tua il carat­te­re volon­ta­ri­sti­co, tar­do­le­ni­ni­sta, del­la sua azio­ne mili­tan­te. La rivol­ta del­le don­ne, che par­te dal­l’in­ter­no di “Pote­re Ope­ra­io” e por­ta alla for­ma­zio­ne del pri­mo grup­po fem­mi­ni­sta ita­lia­no, comin­cia a ren­de­re evi­den­te la cri­si del­l’or­ga­niz­za­zio­ne. A mol­ti anni di distan­za si può dire vera­men­te che la fon­da­zio­ne del grup­po poli­ti­co “Pote­re Ope­ra­io” fu una for­za­tu­ra (di cui io stes­so sono sta­to respon­sa­bi­le). Essa appa­re tan­to più gra­ve se met­tia­mo a con­fron­to la pover­tà di “Pote­re Ope­ra­io” con la ric­chez­za ine­sau­ri­bi­le del­le espe­rien­ze dif­fu­se degli Anni 70, con la crea­ti­vi­tà e l’ot­ti­mi­smo con cui si cer­cò di “rove­scia­re il mon­do”, cioè di cam­bia­re il segno del­le cose, nel­le pro­fes­sio­ni, nel­la vita quo­ti­dia­na. L’or­ga­niz­za­zio­ne di base nel­le fab­bri­che, rico­no­sciu­ta dai sin­da­ca­ti, coin­vol­se deci­ne di miglia­ia di ope­rai e impie­ga­ti. Le lot­te nel­l’i­sti­tu­zio­ne ospe­da­lie­ra, nel­la scuo­la, nel mon­do dei tra­spor­ti deter­mi­na­ro­no un ciclo decen­na­le. Cos’e­ra di fron­te a que­sto l’a­zio­ne di un pic­co­lo grup­po, che ave­va avu­to il meri­to di fecon­da­re lo spi­ri­to di rivol­ta ma che non ave­va l’u­mil­tà di rico­no­scer­lo e di scio­glier­si den­tro que­sta real­tà infi­ni­ta­men­te più ric­ca dei suoi asfit­ti­ci pro­cla­mi? A par­ti alcu­ni, come me ed altri, che usci­ro­no dopo pochi mesi, fu Toni Negri ad accor­ger­se­ne per pri­mo, quan­do riu­scì a costrui­re quel note­vo­le labo­ra­to­rio di for­ma­zio­ne e di tra­smis­sio­ne di idee che si rac­col­se attor­no alla col­la­na “Mate­ria­li mar­xi­sti” del­l’E­di­to­re Fel­tri­nel­li. Testi come Ope­rai e Sta­to, Cri­si e orga­niz­za­zio­ne ope­ra­ia, L’o­pe­ra­io mul­ti­na­zio­na­le ed altri lascia­ro­no il segno. Eppu­re va rico­no­sciu­to anche che “Pote­re Ope­ra­io” mar­chiò i com­pa­gni che ne fece­ro par­te, segnò la loro vita per sem­pre, lasciò l’im­pron­ta di un radi­ca­li­smo del­le idee che nes­su­n’al­tra espe­rien­za in nes­sun altro grup­po ha potu­to o volu­to egua­glia­re. Fu però un fat­to “pri­va­to”, il movi­men­to anda­va avan­ti per con­to suo, sen­za biso­gno degli ope­rai­sti. S’in­stau­ra quin­di una dina­mi­ca, che Wright non ha dif­fi­col­tà a indi­vi­dua­re, di for­ma­zio­ne di un “ceto poli­ti­co” come cor­po sepa­ra­to. La tema­ti­ca dell’ ”insur­re­zio­ne all’or­di­ne del gior­no” ripor­ta “Pote­re Ope­ra­io” indie­tro di 50 anni, con la ripro­po­si­zio­ne di atteg­gia­men­ti “bol­sce­vi­chi”, che sono la nega­zio­ne del­le pre­mes­se stes­se del­l’o­pe­rai­smo. Se aves­se potu­to resta­re il più “a sini­stra” dei grup­pi extra­par­la­men­ta­ri, for­se “Pote­re Ope­ra­io” avreb­be sapu­to rita­gliar­si un suo spa­zio, ma da quan­do comin­cia­no ad agi­re i grup­pi del­la cosid­det­ta “lot­ta arma­ta”, le Bri­ga­te Ros­se ed altri, per “Pote­re Ope­ra­io” è fini­ta. “The most valua­ble les­son on 1960s – the atten­ti­ve stu­dy of wor­king-class beha­viour – was to be sacri­fi­ced in a grea­ter or les­ser degree to poli­ti­cal impa­tien­ce and an increa­sin­gly rigid con­cep­tual appa­ra­tus” (p. 151).
I due capi­to­li suc­ces­si­vi del libro sono dedi­ca­ti rispet­ti­va­men­te a Toni Negri ed alle sue teo­rie del­l’o­pe­ra­io socia­le ed al lavo­ro del­la rivi­sta “Pri­mo Mag­gio”. E’ una scel­ta curio­sa e inte­res­san­te quel­la di met­te­re insie­me in un uni­co per­cor­so poli­ti­co l’a­zio­ne mili­tan­te di un grup­po, quel­lo che face­va capo a Toni Negri ed alla rivi­sta Ros­so, che con­ce­pi­va la pro­pria mis­sio­ne anco­ra in ter­mi­ni di orga­niz­za­zio­ne poli­ti­ca (per quan­to non sepa­ra­ta dal movi­men­to ma intrin­se­ca al movi­men­to stes­so) e l’a­zio­ne di un grup­po che con­ce­pi­va se stes­so come sem­pli­ce reda­zio­ne di una rivi­sta. Si trat­ta di due pia­ni com­ple­ta­men­te diver­si per­ché all’o­ri­gi­ne ci sono impo­sta­zio­ni poli­ti­che dif­fe­ren­ti e diver­gen­ti. Quan­to il let­to­re rie­sca a per­ce­pir­lo leg­gen­do la rico­stru­zio­ne di Ste­ve Wright, rima­ne dub­bio. Per­ciò è una scel­ta che a pri­ma vista scon­cer­ta. Il capi­to­lo su Toni Negri sod­di­sfa bene il biso­gno di com­pren­de­re cos’e­ra que­sta “Auto­no­mia Ope­ra­ia”, sia come for­ma del­la poli­ti­ca sia come teo­ria del­la rivo­lu­zio­ne. Ma occor­re sepa­ra­re bene la fase di incu­ba­zio­ne di que­sta nuo­va ten­den­za (1973–75) dal­la fase in cui essa si incon­tra con un movi­men­to “nuo­vo”, con il pri­mo movi­men­to post-68, con una gene­ra­zio­ne diver­sa da quel­la che si era for­ma­ta die­ci anni pri­ma. La rivi­sta Ros­so sta al movi­men­to del ’77 (fu chia­ma­to così dal­l’an­no in cui esplo­se in Ita­lia per bre­ve dura­ta) quan­to “clas­se ope­ra­ia” sta­va al movi­men­to del ’68. A Pado­va e nel suo Hin­ter­land si for­ma una nuo­va strut­tu­ra orga­niz­za­ti­va, in par­te dal­le cene­ri di “Pote­re Ope­ra­io”, in par­te da que­sta nuo­va gene­ra­zio­ne di mili­tan­ti cre­sciu­ta dopo il ’68, che si defi­ni­sce “Auto­no­mia Ope­ra­ia” ma è for­ma­ta in gran par­te da stu­den­ti e pro­le­ta­ria­to gio­va­ni­le. Anche se ana­lo­ghe strut­tu­re nasco­no in altre cit­tà, in par­te dal­le cene­ri dei grup­pi extra­par­la­men­ta­ri, in par­te dal­le nuo­ve gene­ra­zio­ni, quel­la di Pado­va (e poi di Mestre-Vene­zia), mal­gra­do l’in­car­ce­ra­zio­ne di qua­si tut­ti i suoi par­te­ci­pan­ti negli anni 1979, 1980 e 1981 (chi non fu arre­sta­to si rifu­giò all’e­ste­ro) rima­se la più for­te e la più dura­tu­ra, crean­do quel tes­su­to che a tut­t’og­gi rap­pre­sen­ta una del­le real­tà più for­ti del movi­men­to ita­lia­no, un movi­men­to che negli anni ha cam­bia­to radi­cal­men­te la sua natu­ra, in par­ti­co­la­re nel rifiu­to del­la vio­len­za e del­le azio­ni di lot­ta vio­len­ta.
“Pri­mo Mag­gio” è tut­ta un’al­tra sto­ria. E’ vero che fu fon­da­to da alcu­ni com­pa­gni di “Pote­re Ope­ra­io” (Lapo Ber­ti, Fran­co Gori, Andrea Bat­ti­nel­li, Gui­do de Masi, io stes­so) ma la sua carat­te­ri­sti­ca fu quel­la di impian­tar­si su una rete di ini­zia­ti­ve di auto­ge­stio­ne del­la cul­tu­ra poli­ti­ca e del­la for­ma­zio­ne “a ser­vi­zio del movi­men­to”. La libre­ria Calu­sca di Pri­mo Moro­ni a Mila­no fu la più ori­gi­na­le e impor­tan­te di que­ste ini­zia­ti­ve. Se “Pri­mo Mag­gio” non si fos­se inne­sta­to in que­sta rete, non avreb­be mai eser­ci­ta­to l’in­fluen­za che solo oggi le vie­ne rico­no­sciu­ta. Da que­sto pun­to di vista, Ste­ve Wright ha ragio­ne a inse­rir­lo nel­la tra­di­zio­ne del­l’o­pe­rai­smo ita­lia­no, anzi, men­tre “Pri­mo Mag­gio” si rico­no­sce­va espli­ci­ta­men­te in quel­la espe­rien­za e ne riven­di­ca­va aper­ta­men­te la con­ti­nui­tà, per Negri già nel 1973 l’o­pe­rai­smo era mor­to, per Negri la sto­ria del­l’o­pe­rai­smo si era con­clu­sa con la fine di “clas­se ope­ra­ia”. La secon­da ragio­ne per la qua­le “Pri­mo Mag­gio” fu una rivi­sta che sep­pe pro­dur­re qual­co­sa di nuo­vo e di inte­res­san­te per il futu­ro, sul pia­no del­l’a­na­li­si del capi­ta­le finan­zia­rio, del wel­fa­re sta­te, del­la sto­rio­gra­fia, del­la com­po­si­zio­ne di clas­se, va indi­vi­dua­ta nel­la pre­sen­za, all’in­ter­no del­la sua reda­zio­ne, di com­pa­gni che pro­ve­ni­va­no (anche per ragio­ni di età) da espe­rien­ze diver­se da quel­le del­l’o­pe­rai­smo “clas­si­co”, come Cesa­re Ber­ma­ni, Bru­no Car­to­sio, Mar­co Revel­li, Chri­stian Maraz­zi, Mar­cel­lo Mes­so­ri. Ma qua­le era la fon­da­men­ta­le dif­fe­ren­za tra “Pri­mo Mag­gio” e l’Au­to­no­mia Ope­ra­ia, tan­to che mi sem­bra scor­ret­to e fuor­vian­te met­ter­li nel­lo stes­so cal­de­ro­ne? La dif­fe­ren­za di fon­do sta­va nel­la con­ce­zio­ne del pro­prio ruo­lo di intel­let­tua­li. A noi di “Pri­mo Mag­gio” inte­res­sa­va cam­bia­re le rego­le del­lo sta­tu­to del­le disci­pli­ne, inte­res­sa­va inno­va­re il meto­do del­la sto­rio­gra­fia, del­la socio­lo­gia, del­l’e­co­no­mia, del­la poli­to­lo­gia. Ci sen­ti­va­mo mol­to vici­ni a rivi­ste come “Sape­re”, che svol­ge­va ana­lo­go ruo­lo nei con­fron­ti del­le disci­pli­ne scien­ti­fi­che (la fisi­ca, la medi­ci­na ecc.) ma poi­ché nes­su­no di noi pen­sa­va di esse­re un nuo­vo Brau­del o un nuo­vo Ein­stein o un nuo­vo Weber, rite­ne­va­mo, come i com­pa­gni di “Sape­re”, che alla fine l’ob­biet­ti­vo più impor­tan­te fos­se quel­lo di cam­bia­re il “ruo­lo socia­le” del docen­te uni­ver­si­ta­rio, del medi­co, del fisi­co, del socio­lo­go, del­l’av­vo­ca­to, del­l’ar­chi­tet­to. In tal sen­so anda­va cam­bia­to anche il ruo­lo socia­le dell’ ”intel­let­tua­le poli­ti­co”, che non dove­va esse­re un nuo­vo Lenin o un nuo­vo Robe­spier­re, ma un “pre­sta­to­re di ser­vi­zi” al movi­men­to dif­fu­so, in gra­do di offri­re al movi­men­to una miglio­re com­pren­sio­ne di se stes­so, di aprir­gli nuo­vi oriz­zon­ti. Nac­que così la pre­co­ce per­ce­zio­ne che il modo di pro­du­zio­ne for­di­sta sta­va esau­ren­do­si per lascia­re il posto a un nuo­vo modo di pro­du­zio­ne, per con­ven­zio­ne ormai chia­ma­to “post­for­di­sta”, che con­te­ne­va in sé sia ele­men­ti di libe­ra­zio­ne dal lavo­ro sia ele­men­ti di mag­gio­re sfrut­ta­men­to capitalistico.

Ste­ve Wright di que­sta com­ples­sa para­bo­la (“Pri­mo Mag­gio” apre nel 1973 e chiu­de nel 1986) coglie alcu­ni aspet­ti essen­zia­li, in par­ti­co­la­re sot­to­li­nea il modo carat­te­ri­sti­co e ori­gi­na­le in cui “Pri­mo Mag­gio” affron­tò il pro­ble­ma del­la sto­ria e del­la memo­ria, anti­ci­pan­do la bat­ta­glia su un tema che alcu­ni anni dopo diven­te­rà esplo­si­vo in segui­to all’of­fen­si­va del revi­sio­ni­smo sto­ri­co.
Nel­l’ul­ti­mo capi­to­lo, “The col­la­pe of wor­ke­ri­sm”, Wright pren­de in con­si­de­ra­zio­ne l’at­teg­gia­men­to ver­so il movi­men­to del ’77 dei grup­pi poli­ti­ci del­l’Au­to­no­mia Ope­ra­ia e del­le for­ze intel­let­tua­li attor­no a “Pri­mo Mag­gio”. Sem­bra l’ul­ti­mo sfor­zo di una gene­ra­zio­ne poli­ti­ca nata negli Anni 60 di tene­re il pas­so degli even­ti, con fati­ca ma, a rileg­ge­re quan­to scri­vem­mo allo­ra, con digni­tà. Gli even­ti però cor­re­va­no trop­po e ci tra­vol­se­ro. Nel 1978 il rapi­men­to di Aldo Moro da par­te del­le Bri­ga­te Ros­se cam­bia com­ple­ta­men­te il cli­ma all’in­ter­no dei grup­pi del­l’Au­to­no­mia Ope­ra­ia, che si sen­to­no schiac­cia­ti tra lo Sta­to che si rior­ga­niz­za per rispon­de­re all’at­tac­co ter­ro­ri­sti­co e i grup­pi arma­ti che “alza­no il tiro”. Nel 1979 Toni Negri e tut­ti i com­pa­gni che ave­va­no fat­to par­te di “Pote­re Ope­ra­io” fino al 1973 ven­go­no arre­sta­ti, altri fug­go­no all’e­ste­ro (alcu­ni si tro­va­no anco­ra in esi­lio). Nel 1980, in autun­no, la Fiat deci­de di licen­zia­re in mas­sa, nasce una lot­ta che ormai è per­du­ta in par­ten­za, uno scio­pe­ro che dura 35 gior­ni e che si con­clu­de con la più cru­da e pro­fon­da scon­fit­ta ope­ra­ia in Ita­lia dal 1950. Per capi­re con qua­le dram­ma­ti­ci­tà gli ope­rai Fiat vis­se­ro uma­na­men­te que­sta scon­fit­ta, baste­rà dire che nei mesi suc­ces­si­vi si regi­stra­ro­no più di un cen­ti­na­io di casi di sui­ci­dio. I mili­tan­ti dei movi­men­ti arre­sta­ti o costret­ti a fug­gi­re all’e­ste­ro furo­no cir­ca 5.000, cir­ca 1.000 quel­li che subi­ro­no ai pro­ces­si con­dan­ne supe­rio­ri ai 10 anni di car­ce­re. Inve­ce di sof­fer­mar­si su que­sti even­ti, che sono noti e sui qua­li esi­ste un’am­pia let­te­ra­tu­ra, Wright pre­fe­ri­sce sof­fer­mar­si in det­ta­glio sul­la dina­mi­ca che ha por­ta­to all’ul­ti­mo scon­tro di clas­se alla Fiat (1978–80), nel para­gra­fo inti­to­la­to “The fami­ly Gaspa­raz­zo goes to Fiat”. E’ sta­ta anche l’ul­ti­ma “inchie­sta” del­l’o­pe­rai­smo con­dot­ta alla Fiat.
Nel­le sue bre­vi con­clu­sio­ni Wright enu­me­ra i lati debo­li del­l’o­pe­rai­smo, che sono for­se alla base del­la sua estin­zio­ne come teo­ria poli­ti­ca del pre­sen­te: “The fir­st of the­se con­sists in its pen­chant for all-embra­cing cate­go­ries that, in see­king to explain eve­ry­thing, too often would cla­ri­fy very lit­tle (…) ano­ther of the more obvious wea­k­nes­sess of Ita­lian wor­ke­ri­sm …would be a too nar­row focus upon what Marx ter­med the imme­dia­te pro­cess of pro­duc­tion as the essen­tial sour­ce of wor­king-class expe­rien­ce and strug­gle” (p. 225) E il ter­zo lato debo­le sareb­be la “poli­ti­cal impa­tien­ce”. Non si può che esse­re d’ac­cor­do con lui, cio­no­no­stan­te è anche vero, come aggiun­ge in segui­to, citan­do un com­pa­gno ingle­se che “the que­stions that it posed then, as two deca­des befo­re, stub­born­ly refu­se to go away” e che, citan­do un com­pa­gno ita­lia­no, “the best way to defend wor­ke­ri­sm today is to go beyond it” (p. 227).
Per con­clu­de­re que­sta recen­sio­ne che, for­za­ta­men­te, oltre che una recen­sio­ne è una testi­mo­nian­za, dire­mo che il meri­to mag­gio­re del libro è l’a­ver capi­to lo spi­ri­to (e la let­te­ra) degli scrit­ti del­l’o­pe­rai­smo, com­pi­to non faci­le per uno stra­nie­ro. Non mino­re è il meri­to di aver sapu­to col­lo­ca­re que­sti scrit­ti in rap­por­to con gli even­ti che li ave­va­no deter­mi­na­ti, ed infi­ne – cosa per cui tut­ti gli ope­rai­sti dovreb­be­ro esse­re gra­ti a Wright – di aver rico­no­sciu­to lo spes­so­re, la com­ples­si­tà dei ragio­na­men­ti, spez­zan­do in tal modo una tra­di­zio­ne dove l’o­pe­rai­smo o era pre­so a cal­ci o era idea­liz­za­to, sen­za entra­re nel meri­to del­le sue ragio­ni. Ovvia­men­te le lacu­ne sono mol­te, riguar­da­no soprat­tut­to il con­te­sto socia­le e poli­ti­co, ma ciò è giu­sti­fi­ca­bi­le per­ché di quel­la ric­chis­si­ma arti­co­la­zio­ne di espe­rien­ze del movi­men­to in Ita­lia, negli Anni 70, ben poco è rima­sto come testi­mo­nian­za scrit­ta e quel che è rima­sto o pec­ca di ecces­si­vo sog­get­ti­vi­smo o di ecces­si­vo sche­ma­ti­smo. I libri di sto­ria sugli Anni 70 in Ita­lia man­ca­no, men­tre abbon­da­no le defor­ma­zio­ni e su tut­to incom­be la ver­sio­ne uffi­cia­le che sono sta­ti solo “anni di piom­bo”. Né Ste­ve Wright ha potu­to uti­liz­za­re le cir­ca 50 testi­mo­nian­ze che gli ope­rai­sti degli Anni 60 han­no rila­scia­to a dei gio­va­ni stu­dio­si, mili­tan­ti dei movi­men­ti del nuo­vo mil­len­nio, allie­vi di Roma­no Alqua­ti. Un fat­to curio­so e sin­go­la­re, che ha stu­pi­to gli stes­si, se si pen­sa che ci sono tra noi per­so­ne che da decen­ni non si par­la­va­no o non ave­va­no più alcun rap­por­to per­so­na­le, nem­me­no sul pia­no uma­no, tan­to diver­gen­ti sono sta­ti i per­cor­si indi­vi­dua­li. Ed un bel gior­no del 2000 accet­ta­no di rico­no­scer­si in una comu­ne tra­di­zio­ne, sen­za rin­ne­ga­re il pas­sa­to, pur cri­ti­can­do le pro­prie espe­rien­ze. Que­sto volu­me, “Futu­ro Ante­rio­re. Dai ’ ”Qua­der­ni ros­si“ ‘ ai movi­men­ti glo­ba­li: ric­chez­ze e limi­ti del­l’o­pe­rai­smo ita­lia­no”, a cura di Gui­do Borio, Fran­ce­sca Poz­zi, Gigi Rog­ge­ro, pub­bli­ca­to dal­le edi­zio­ni Deri­veAp­pro­di nel feb­bra­io 2002, con alle­ga­to CD Rom del­le inter­vi­ste, meri­te­reb­be una recen­sio­ne, se lo spa­zio- di cui già trop­po ho abu­sa­to – lo per­met­tes­se. E’ un caso se gli stes­si auto­ri di que­sto volu­me sono oggi tra quel­li che mag­gior­men­te con­tri­bui­sco­no alla for­ma­zio­ne dei gio­va­ni dei “nuo­vi movi­men­ti” par­ti­ti da Seat­tle e da Geno­va (v. il sito www.conricerca.it)? Il seme del­l’o­pe­rai­smo quin­di può esse­re anco­ra fecon­do, pro­prio nel momen­to in cui – ven­det­ta del­la sto­ria! – col­las­sa la Fiat, distrut­ta da un mana­ge­ment inca­pa­ce e irre­spon­sa­bi­le, ina­ri­di­ta da una for­za-lavo­ro pas­si­va e subal­ter­na, com­pli­ce una Sini­stra poli­ti­ca e sin­da­ca­le che ha con­di­vi­so le scel­te stra­te­gi­che del padro­na­to ita­lia­no, limi­tan­do­si a rica­var­ne qual­che uti­le per sé, com­pli­ci i gover­ni di cen­tro-sini­stra che han­no spin­to al mas­si­mo la finan­zia­riz­za­zio­ne del­l’e­co­no­mia. La Fiat uscì pie­na di ener­gie inno­va­ti­ve dopo die­ci anni di con­flit­tua­li­tà ope­ra­ia (1969–1980), dopo ven­ti­due anni di pace socia­le (1980–2002) ne esce a pez­zi. (Non era­no sta­ti gli ope­rai­sti a dire che la lot­ta ope­ra­ia acce­le­ra lo svi­lup­po capi­ta­li­sti­co?)
Con­clu­do con un inter­ro­ga­ti­vo, che inte­res­sa colo­ro, se ci saran­no, che in futu­ro ripren­de­ran­no in mano la sto­ria del­l’o­pe­rai­smo. E’ pos­si­bi­le appli­ca­re la cate­go­ria del­la con­ti­nui­tà a que­sto movi­men­to? La cate­go­ria del­la con­ti­nui­tà non fa par­te del modo tra­di­zio­na­le di fare sto­ria? Non è pro­pria del­la sto­ria del­le dina­stie, dei par­ti­ti? Ma chi si è mes­so fuo­ri sin dal­l’i­ni­zio da una pro­spet­ti­va di par­ti­to, chi ha con­si­de­ra­to la rivo­lu­zio­ne come una lin­fa piut­to­sto che un even­to, ha dirit­to alla con­ti­nui­tà, deve subir­la? For­se l’e­splo­ra­zio­ne sui meto­di del­la sto­rio­gra­fia, sul mestie­re del­lo sto­ri­co, ini­zia­ta con “Pri­mo Mag­gio”, ripre­sa negli Anni 90 con “Altre Ragio­ni” e poi con LUMHI (Libe­ra Uni­ver­si­tà di Mila­no e del suo Hin­ter­land) – pro­get­to sof­fo­ca­to sul nasce­re ma oggi for­se desti­na­to a risor­ge­re nel nuo­vo cli­ma poli­ti­co ita­lia­no – non è anco­ra conclusa.

Senza fine con Primo l’orda d’oro galoppa

Senza fine con Primo l’orda d’oro galoppa

Dal nostro archi­vio abbia­mo sele­zio­na­to mate­ria­li spar­si su Pri­mo Moro­ni (alcu­ni dei qua­li ine­di­ti) accu­mu­la­ti nell’arco del tem­po in cui ci è sta­ta data la for­tu­na di una sua inten­sa fre­quen­ta­zio­ne: dal­la secon­da metà degli anni Ottan­ta alla sua scom­par­sa. Che signi­fi­ca dal pro­get­to e rea­liz­za­zio­ne con Nan­ni Bale­stri­ni del sag­gio L’Orda d’oro alla fon­da­zio­ne del­la casa edi­tri­ce DeriveApprodi.

Que­sto è il nostro con­tri­bu­to alla sua memoria

[S.B.]

Con­te­nu­ti

Nan­ni Bale­stri­ni: A Primo

Pao­lo Capuz­zo: Cen­ni bio­gra­fi­ci di Pri­mo Moroni

A cura di Cesa­re Ber­ma­ni: Da «Don Lisan­der» alla «Calu­sca». Auto­bio­gra­fia di Pri­mo Moroni

Emi­na Cevro-Vuko­vic: Pri­mo e Sabi­na del­la libre­ria Calu­sca di Milano

Pri­mo Moro­ni: Ma l’amor mio non muore

Pri­mo Moro­ni: Un’altra via per le Indie. 
Intor­no alle pra­ti­che e alle cul­tu­re del ’77

Ser­gio Bian­chi: Mesco­lan­do il riso alle lacri­me. In ono­re e memo­ria di Pri­mo Moroni

Fran­co Berar­di Bifo: L’angelo del­la stam­pa impossibile

Umber­to Luca­rel­li: Vico­lo Calusca

Pri­mo Moro­ni: Docu­men­to «fon­da­ti­vo» del­la rivi­sta «Deri­veAp­pro­di»

Pri­mo Moro­ni: L’avventura del­la transizione

Pri­mo Moro­ni: Sul­le nuo­ve fun­zio­na­li­tà del­la mer­ce droga

Pri­mo Moro­ni: I tre segre­ti. Sog­get­to per un film sull’omicidio Toba­gi (ine­di­to)

Pri­mo Moro­ni: I rac­con­ti del Dott. Pin­kus (rac­con­ti ero­ti­ci inediti)

Pri­mo Moro­ni: Sto­ria vis­su­ta. Sini­stra mili­tan­te e storiografia

Bellissimo Luciano

Chi era Lucia­no Fer­ra­ri Bra­vo*

Nato a Vene­zia nel 1940 e cre­sciu­to tra Castel­lo e il Lido, lau­rea­to in giu­ri­spru­den­za all’Università degli stu­di di Pado­va, è sta­to a par­ti­re dai pri­mi anni Ses­san­ta uno dei pro­ta­go­ni­sti di quel pen­sie­ro poli­ti­co ere­ti­co che ha pre­so il nome di «mar­xi­smo ope­rai­sta». Atti­vo fin da stu­den­te nell’organizzazione del­le lot­te di fab­bri­ca a Por­to Mar­ghe­ra, poi espo­nen­te di Pote­re ope­ra­io fino al suo scio­gli­men­to, fu negli anni Set­tan­ta tra i docen­ti e ricer­ca­to­ri del Col­let­ti­vo di Scien­ze Poli­ti­che e tra i fon­da­to­ri di Radio Sher­wood. Arre­sta­to nel qua­dro dell’operazione poli­ti­co-giu­di­zia­ria del 7 apri­le 1979, dopo cin­que anni e mez­zo di car­ce­re spe­cia­le e due tra con­fi­no e sor­ve­glian­za, è sta­to assol­to da tut­te le accu­se e rein­te­gra­to nel suo posto di lavo­ro uni­ver­si­ta­rio. Docen­te di Isti­tu­zio­ni poli­ti­che com­pa­ra­te alla Facol­tà di Scien­ze Poli­ti­che, nel­la secon­da metà degli anni Novan­ta ave­va rico­min­cia­to a con­tri­bui­re, con la con­sue­ta com­pe­ten­za, pas­sio­ne e gene­ro­si­tà, al dibat­ti­to nei movi­men­ti. Lucia­no è man­ca­to il 26 apri­le del 2000.

*Da: Archi­vio Lucia­no Fer­ra­ri Bravo

Nel­la tar­da pri­ma­ve­ra del 2000, a poche set­ti­ma­ne dal­la scom­par­sa di Lucia­no Fer­ra­ri Bra­vo la rivi­sta «Deri­veAp­pro­di» gli dedi­cò un dos­sier dal tito­lo Bel­lis­si­mo Lucia­no.

Di quel dos­sier ripor­tia­mo qui il mio testo dal tito­lo pan­te­ra rosa.

Ho cono­sciu­to Lucia­no negli affol­la­ti cor­ti­li del car­ce­re spe­cia­le di Tra­ni, una ven­ti­na di anni fa. Di lui mi ha col­pi­to la magliet­ta blu impia­stric­cia­ta di mac­chie inde­fi­ni­bi­li, i capel­li lun­ghi un poco argen­ta­ti, i fol­ti baf­fi, il toc­co deli­ca­to del pal­lo­ne, l’astuzia nel mer­can­teg­gia­re le razio­ni di vino, gli occhi riden­ti, iro­ni­ci, discre­ti ma acu­ti. La sua figu­ra, e in par­ti­co­la­re il viso, ricor­da­va­no un mani­fe­sto in cir­co­la­zio­ne all’epoca che raf­fi­gu­ra­va l’arresto di un anar­chi­co dal­la postu­ra spa­val­da tenu­to sal­da­men­te per le brac­cia da due gen­dar­mi. La scrit­ta reci­ta­va: «Una risa­ta vi seppellirà!».

Era dun­que quel­lo sva­ga­to frea­ket­to­ne uno dei padri nobi­li dell’«operaismo» ita­lia­no e insie­me, a det­ta di alcu­ni «magi­stra­ti demo­cra­ti­ci», uno di quei ter­ri­bi­li «cat­ti­vi mae­stri» accu­sa­ti di aver diret­to per un decen­nio tut­te le orga­niz­za­zio­ni arma­te e la sov­ver­sio­ne socia­le del movi­men­to autonomo.

Del­le quin­ta­la­te di rea­ti da plu­rier­ga­sto­lo di cui era accu­sa­to, il mostro sghi­gnaz­za­va scher­nen­do­si die­tro bat­tu­te e impre­ca­zio­ni in dia­let­to vene­to. Nel­le con­ver­sa­zio­ni usa­va espri­mer­si in modo essen­zia­le, paca­to, sem­pli­ce ma pro­fon­da­men­te rifles­si­vo. E in lui si coglie­va bene che agli astrat­ti discor­si poli­ti­ci pre­fe­ri­va di gran lun­ga la con­cre­tez­za di quel­li per­so­na­li e affet­ti­vi, ver­so i qua­li dimo­stra­va un’attenta e diver­ti­ta curiosità.

Insom­ma, Lucia­no, come il Pip­po del gran­de Andrea Pazien­za, sem­bra­va uno sbal­la­to per­ché era, per dav­ve­ro, uno sbal­la­to. Non a caso si era inna­mo­ra­to del movi­men­to del ’77, che di sbal­la­ti stra­bor­da­va, al pun­to di rimet­ter­si, dopo anni di pau­sa, a far qual­co­sa di poli­ti­co nel­la sua Pado­va con il gior­na­le «Auto­no­mia» e «Radio Sher­wood», vin­cen­do così alme­no in par­te una pigri­zia che gli era soa­ve­men­te connaturata.

Maci­nan­do «vasche» su «vasche», chi­lo­me­tri avan­ti e indie­tro in que­gli angu­sti cor­ti­li di cemen­to arma­to, sco­prii di quell’uomo un mite can­do­re coniu­ga­to però a una tena­cia fer­rea. Sco­prii, cioè, che Pip­po si pote­va coniu­ga­re a Lenin. Il frea­ket­to­ne si pote­va mischia­re con scon­cer­tan­te disin­vol­tu­ra al seris­si­mo, clas­si­co, mili­tan­te comu­ni­sta. La sua era una filo­so­fia di resi­sten­za all’annientamento fon­da­ta su uno sti­le sem­pli­ce ma rigo­ro­so: una fer­ma e orgo­glio­sa coe­ren­za cul­tu­ra­le. Insom­ma Lucia­no, in modo non dis­si­mi­le da tut­ti i gran­di pen­sa­to­ri del­la sov­ver­sio­ne cre­sciu­ti a con­fron­to e den­tro le lot­te ope­ra­ie degli anni Ses­san­ta in Ita­lia, ave­va il dono di espri­me­re un sape­re scien­ti­fi­co sen­za sfog­gia­re mai i toni sac­cen­ti e muf­fi dell’accademia. Ed era pro­prio que­sto dono a esse­re meschi­na­men­te invi­dia­to allo­ra da que­gli intel­let­tua­li «orga­ni­ci di par­ti­to» che conia­ro­no la vol­ga­ris­si­ma tesi dei «cat­ti­vi mae­stri» cor­rut­to­ri di gio­va­ni men­ti incolte.

Diven­tam­mo pian pia­no pri­ma ami­ci, poi fra­tel­li, per sem­pre. Lui fece richie­sta di tra­sfe­rir­si dal «locu­lo» (la cel­la sin­go­la) nel mio «came­ron­ci­no» (la cel­la “col­let­ti­va” che divi­de­vo con altri tre compagni).

Al risve­glio la mat­ti­na indu­gia­va gat­to­ne­sca­men­te a let­to. Caf­fè con siga­ret­ta e attac­ca­va a leg­giuc­chia­re alter­na­ti­va­men­te due libri: Mil­les Pla­teaux di Gil­les Deleu­ze e Félix Guat­ta­ri e L’uomo sen­za qua­li­tà di Robert Musil. Poi i gior­na­li, i cui arti­co­li scor­re­va in pochi secon­di miran­do subi­to a quel che gli interessava.

Duran­te l’«ora d’aria» par­te­ci­pa­va alle par­ti­tel­le a pal­lo­ne dove si destreg­gia­va con l’eleganza risa­pu­ta. La mede­si­ma che usa­va per evi­ta­re ogni tipo di riu­nio­ne sull’andazzo rivo­lu­zio­na­rio che annu­sa­va come ines­sen­zia­le. Man­gia­va di tut­to sen­za lamen­tar­si, moti­van­do la cosa col fat­to che non gli veni­va da cuci­na­re nep­pu­re un uovo sodo. La sera in cel­la, in grup­po, si gio­ca­va a car­te e si scri­ve­va agli ami­ci, libe­ri e pri­gio­nie­ri, ma soprat­tut­to alle ragaz­ze. Più rara­men­te si guar­da­va qual­che vec­chio film dal­la tele­vi­sion­ci­na scas­sa­ta che pas­sa­va la «casan­za».

Un ricor­do che non mi ha mai abban­do­na­to è di una pio­vo­sa dome­ni­ca pome­rig­gio, quan­do rinun­cian­do all’ora d’aria io e Lucia­no era­va­mo rima­sti insie­me in cel­la a dar fon­do ai bic­chie­ri e alle chiac­chie­re ascol­tan­do una musi­ca strug­gen­te di Keith Jar­ret e imma­gi­nan­do un viag­gio in mon­ta­gna che poi, tan­ti anni dopo, ormai libe­ri, riu­scim­mo effet­ti­va­men­te a fare. A un trat­to, sic­co­me mi era par­so di coglie­re nei suoi linea­men­ti un velo di tri­stez­za che non gli era usua­le gli allun­gai una leg­ge­ra pac­ca sul­la spal­la a mo’ di inco­rag­gia­men­to. Lui mi guar­dò subi­to iro­ni­co: «Va là che ne devi man­gia­re anco­ra così di pani­ni!». Fu l’unico rim­brot­to bona­rio che mi indi­riz­zò in tut­to il tem­po divi­so insie­me per un gesto che inten­de­va esor­ciz­za­re la tri­stez­za. Vole­va dir­mi che non ce n’era biso­gno, o che sem­mai quel ruo­lo spet­ta­va a lui, fra­tel­lo maggiore.

In quel car­ce­re, in quel perio­do, si con­den­sò uno stram­bo assem­bra­men­to di indi­vi­dui chias­so­si che mal sop­por­ta­va­no l’appartenenza ai vin­co­li e ai ritua­li del­le orga­niz­za­zio­ni com­bat­ten­ti, da cui peral­tro qua­si tut­ti pro­ve­ni­va­no. Una com­po­nen­te infor­ma­le che ave­va la sua for­za nel­le inten­se rela­zio­ni affet­ti­ve più che nel­le con­di­vi­sio­ni ideo­lo­gi­che. Lucia­no, il «Vec­chio», «Mine­stri­na» o la «Pan­te­ra rosa» come lo chia­ma­va­mo, si mischia­va con natu­ra­lez­za a quel grup­po di scia­man­na­ti irri­ve­ren­ti del­la «scuo­la di Tra­ni». Una defi­ni­zio­ne da pre­sa in giro conia­ta da male­lin­gue ami­che, ma un po’ invi­dio­se, che allu­de­va­no mali­zio­sa­men­te a una scuo­la di com­por­ta­men­ti tra­sgres­si­vi e alquan­to ambi­gui nel­le incli­na­zio­ni sessuali.

Mi sono sem­pre chie­sto per­ché Lucia­no, a dif­fe­ren­za dei suoi coe­ta­nei, spon­ta­nea­men­te e con disin­vol­tu­ra, divi­des­se la sua quo­ti­dia­ni­tà, e quin­di i sen­ti­men­ti, «le cose penul­ti­me, quel­le quo­ti­dia­ne e deci­si­ve», con ragaz­zi come noi che ave­va­no la metà dei suoi anni e che sicu­ra­men­te per for­ma­zio­ne cul­tu­ra­le non pote­va­no soste­ne­re con lui un con­fron­to mol­to pro­fi­cuo sul pia­no intel­let­tua­le. Sono con­vin­to che la rispo­sta sta­va nel­la sua acu­ta sen­si­bi­li­tà nel coglie­re una fra­gi­li­tà con­na­tu­ra­ta alla nostra gene­ra­zio­ne. Lucia­no era con­sa­pe­vo­le di una debo­lez­za insi­ta nel­la nostra «gio­ven­tù bru­cia­ta» da even­ti gran­di e dram­ma­ti­ci e sot­to­po­sta a una repres­sio­ne impla­ca­bi­le. Il suo star­ci vici­no, con­di­vi­den­do appie­no il nostro tem­po e le nostre pas­sio­ni, anche le più minu­te, era un modo per ten­ta­re di capi­re le ragio­ni di quel­la nostra fra­gi­li­tà e for­se tro­va­re solu­zio­ni alme­no per tam­po­na­re il peg­gio. Un peg­gio che avan­za­va gior­no per gior­no. Un cedi­men­to gene­ra­liz­za­to che assu­me­va le sem­bian­ze ingiu­sti­fi­ca­bi­li e odio­se del­la dela­zio­ne e del tra­di­men­to. Men­tre fuo­ri dal­le mura del­le for­tez­ze spe­cia­li in cui era­va­mo rin­chiu­si, eroi­na e lot­ta arma­ta esi­sten­zia­li­sta era­no le due varian­ti con cui la nostra gene­ra­zio­ne misu­ra­va la pro­pria ver­ti­gi­no­sa auto­di­stru­zio­ne. Davan­ti al nostro sgo­men­to, alla nostra rab­bia cie­ca gene­ra­ta dall’impotenza, e quel che più con­ta alla ver­go­gna di esse­re par­te­ci­pi di una gene­ra­zio­ne infe­sta­ta di impro­ba­bi­li «pen­ti­ti», Lucia­no non smet­te­va, con la sua soli­ta pazien­za e discre­zio­ne, di avan­za­re ipo­te­si di inter­pre­ta­zio­ne razio­na­le di quel disa­stro uma­no, pri­ma che politico.

Poi, alla fine dell’anno ci fu la rivol­ta. Il seque­stro di una ven­ti­na di guar­die. Il bli­tz del­le «teste di cuo­io». La not­te del­la mat­tan­za. Mol­to sangue.

Lucia­no fu tra­sfe­ri­to a Rebib­bia, a Roma, e da quel momen­to nac­que il nostro scam­bio di cor­ri­spon­den­za che pro­se­guì inin­ter­rot­ta­men­te per tut­to il tem­po che gli toc­cò di scon­ta­re e che alla fine risul­tò esse­re di cin­que anni, cin­que mesi e cin­que gior­ni. Pri­ma di esse­re scar­ce­ra­to e alla fine, dopo altri anni di stra­sci­chi pro­ces­sua­li, assol­to da tut­te le accuse.

Il pli­co con le let­te­re di Lucia­no [non tut­te quel­le rice­vu­te, pur­trop­po] (…) mi ha segui­to in que­sti decen­ni con­tras­se­gna­ti anche da fughe, esi­li, eso­di, tra­slo­chi. È soprav­vis­su­to anche a per­qui­si­zio­ni e a seque­stri, a dis­se­que­stri e rise­que­stri ope­ra­ti dagli epi­go­ni del­la gran­de inqui­si­zio­ne. Non l’ho mai mol­la­to e non le mol­le­rò mai per­ché rap­pre­sen­ta, a mio pare­re, una testi­mo­nian­za ecce­zio­na­le non solo di un sal­do e dol­ce rap­por­to di ami­ci­zia, ma anche di un momen­to sto­ri­co dif­fi­ci­le e dolo­ro­so che ha coin­vol­to due gene­ra­zio­ni di mili­tan­ti. […] Non ho dub­bi riguar­do la dif­fi­col­tà da par­te del let­to­re di com­pren­de­re uni­ta­ria­men­te que­sti bra­ni, soprat­tut­to nel caso di un let­to­re gio­va­ne e non a cono­scen­za dei det­ta­gli di quel fran­gen­te sto­ri­co. Ho quin­di rite­nu­to oppor­tu­no inse­ri­re del­le note uti­li a faci­li­ta­re la com­pren­sio­ne dei con­te­nu­ti del dibat­ti­to poli­ti­co di allo­ra e di una ger­ga­li­tà nota solo a colo­ro che sono pas­sa­ti per il cir­cui­to carcerario.

Pragma: per un dibattito sull’Autonomia

Pub­bli­chia­mo una serie di inter­ven­ti cri­ti­ci, rac­col­ti a segui­to del­la pub­bli­ca­zio­ne de Gli auto­no­mi. Sto­ria dei col­let­ti­vi poli­ti­ci vene­ti per il pote­re ope­ra­io di Gia­co­mo e Pie­ro Despa­li, avve­nu­ta nel gen­na­io 2020.

Indi­ce dei contributi:

• Prag­ma: per un dibat­ti­to sull’Autonomia

Tra il movi­men­to e la Lega, di Gian­fran­co Bettin

Pado­va, Vene­to, la lezio­ne dell’Autonomia, di Gian­mar­co De Pieri

Guar­da­re avan­ti con le spal­le al futu­ro, di Gigi Roggero

«tous ensemble»…per il pote­re ope­ra­io, di Toni Negri

Le lot­te ter­ri­to­ria­li vene­te sul tema del­la salu­te negli anni ’70, di Gian­ni Cavallini

Un rac­con­to straor­di­na­ria­men­te comu­ne, di Gior­gio Moroni

Luo­ghi di comu­ni­tà, di Lan­fran­co Caminiti

Ricor­da­re l’ignoto, di Giu­lia Page

L’immanenza del­la pra­ti­ca, di Ade­li­no Zanini

Pie­ro e Gia­co­mo, sedi­ci gen­na­io due­mi­la­ven­ti, di Clau­dio Calia

Una disci­pli­na di pro­get­to, di Chic­co Funaro

Così vici­no, così lon­ta­no, di Vale­rio Romitelli

Il Vene­to e la «rivo­lu­zio­ne mon­dia­le», di Mau­ri­zio Lazzarato

Vite paral­le­le, di Rache­le Colella

Prag­ma. Sto­ria o rac­con­to?, di Wil­ler Montefusco

L’autonomia con la let­te­ra minu­sco­la, di Fede­ri­co Battistutta

L’ «Auto­no­mia» come atti­tu­di­ne, come postu­ra uma­na e sti­le del­la mili­tan­za, di Omid Firou­zi Tabar

La natu­ra­lez­za e l’impazienza, di Elia Rosati

Sca­va­re nel cie­lo aper­to del­le pos­si­bi­li­tà, di Vero­ni­ca Mar­chio e Giu­sep­pe Molinari

Una rispo­sta ai recen­so­ri, di Mim­mo Ser­san­te, Gia­co­mo Despa­li, Pie­ro Despali

Dall’operaio socia­le all’operaio socia­le: ripas­sa­re all’attacco, di Fran­ce­sco Bedani

Sco­stu­ma­tez­ze. Appun­ti su auto­no­mia e Mez­zo­gior­no, di Anto­nio Bove e Fran­ce­sco Festa

L’Autonomia impos­si­bi­le, di Gio­van­ni Iozzoli

L’inchiesta operaia nei microterritori

Tradate. Ristrutturazione del mercato del lavoro e nuova composizione di classe

Ricer­ca con­dot­ta da Ser­gio Bian­chi per con­to del­la segre­te­ria Fim-Cisl Vare­se-Laghi (1991)

Que­sta ricer­ca mi fu com­mis­sio­na­ta trent’anni fa da un ambi­to sin­da­ca­le del mio ter­ri­to­rio di ori­gi­ne. Nel cor­so degli anni Set­tan­ta non poche era­no sta­te le pole­mi­che, e anche gli scon­tri, tra la que­sta e le altre aree sin­da­ca­li e la com­po­nen­te poli­ti­ca nel­la qua­le mili­ta­vo. Uno scon­tro inter­no al movi­men­to ope­ra­io, quel­lo isti­tu­zio­na­le e l’altro, il nostro, quel­lo autonomo.

Ma poi, sul fini­re del decen­nio, nei con­fron­ti dei padro­ni per­dem­mo comun­que sia noi che loro, e gli Ottan­ta furo­no gli anni di una ristrut­tu­ra­zio­ne radi­ca­le del mer­ca­to del lavo­ro che ridi­se­gnò la com­po­si­zio­ne di clas­se e poi la socie­tà nel suo com­ples­so, impian­tan­do le con­di­zio­ni mate­ria­li che deter­mi­na­ro­no la rivol­ta leghi­sta lom­bar­da che vedrà la luce pro­prio in que­gli spe­ci­fi­ci luoghi.

L’affido da par­te sin­da­ca­le di una simi­le ricer­ca a un «auto­no­mo», pure giu­ri­di­ca­men­te cri­mi­na­liz­za­to per anni come «ter­ro­ri­sta», anche se poi seguì un hap­py end asso­lu­to­rio, dimo­stra­va, piut­to­sto con­trad­dit­to­ria­men­te, il rico­no­sci­men­to di un sape­re comun­que uti­le alla com­pren­sio­ne di ciò che nel­la real­tà pro­dut­ti­va ter­ri­to­ria­le era anda­to trasformandosi.

D’altra par­te nel­la stes­sa con­tin­gen­za tem­po­ra­le era acca­du­to un altro fat­to che con­tro­ver­ti­va la cri­mi­na­liz­za­zio­ne di quel movi­men­to auto­no­mo. «Biso­gna con­si­de­ra­re che in quei pae­si di pro­vin­cia [nel­la secon­da metà degli anni Set­tan­ta] mes­si tut­ti assie­me costi­tui­va­mo un aggre­ga­to che con­ta­va, com­pre­sa l’aria ami­ca­le varia, 500 per­so­ne (…) Que­sto è signi­fi­ca­ti­vo del­la quan­ti­tà di sog­get­ti con cui sia­mo entra­ti in rap­por­to, al tipo di espan­sio­ne e di real­tà socia­le che rap­pre­sen­ta­va­mo. Facen­do una diva­ga­zio­ne, si pen­si che a distan­za i die­ci anni dal­la repres­sio­ne [nel mag­gio 1990] e dal­le altre cose che han­no azze­ra­to tut­to, comun­que dal­la fine di quell’aggregato con quel­le carat­te­ri­sti­che, un po’ per gio­co e un po’ sul serio alcu­ni di noi han­no dato vita a una lista elet­to­ra­le nel­la cit­ta­di­na di Tra­da­te che ha gua­da­gna­to il 10,5% dei voti, cioè qual­che pun­to in meno del Par­ti­to comu­ni­sta, e una par­te di que­ste per­so­ne ave­va­no vis­su­to anche la sto­ria del­la gale­ra, era­no sta­ti addi­ta­ti come ter­ro­ri­sti (da: Ser­gio Bian­chi, Figli di nes­su­no. Sto­ria di un movi­men­to auto­no­mo, Milieu, Mila­no 2016)».

Quel­la ricer­ca non die­de comun­que cor­so ad alcun suc­ces­si­vo rap­por­to di col­la­bo­ra­zio­ne. A quel­la com­po­nen­te sin­da­ca­le inte­res­sa­va un’analisi con­dot­ta con cri­te­ri ester­ni ai suoi ambi­ti tra­di­zio­na­li per cer­ca­re di com­pren­de­re le ragio­ni del­la pro­gres­si­va cri­si di rap­pre­sen­tan­za che sta­va scon­tan­do, a me (a noi), ser­vi­va piut­to­sto per veri­fi­ca­re una serie di ipo­te­si che in quel perio­do anda­va­no matu­ran­do in ambi­ti di rifles­sio­ne inter­ni alla ripre­sa di quel lavo­ro teo­ri­co che assu­me­rà negli anni suc­ces­si­vi la nomi­na­zio­ne, non so quan­to appro­pria­ta, di post-operaismo.

Del­la ricer­ca in que­stio­ne non ven­go­no qui ripro­dot­te le par­ti rela­ti­ve ai dati statistici.

S.B.