Gruppo Gramsci, Quaderni di Rassegna comunista n. 1, Crisi del capitale e compiti dei comunisti, Sapere Edizioni, Milano 1972
Il capitalismo sta andando verso una nuova crisi generale. Da qualche anno i miti della raggiunta stabilità economica e politica nei paesi a capitalismo avanzato stanno saltando uno ad uno. In un primo tempo, le lotte studentesche e antimperialiste, le lotte del proletariato afro-americano, le lotte del proletariato europeo hanno fatto saltare il mito dell’integrazione delle masse popolari in un capitalismo riformato. Allo stesso tempo si sviluppava una crisi dei meccanismi di accumulazione che avevano dato al capitalismo un ventennio di espansione economica senza precedenti. Lentamente questa crisi e venuta alla superficie: nel cuore stesso dell’accumulazione capitalistica, (gli USA), all’espansione è subentrato il ristagno, mentre l’inflazione, caratteristica dei periodi di forte espansione, ha continuato a galoppare apparentemente contro la volontà stessa di chi controlla Ie leve del potere. I tentativi di piegare l’inflazione e di rilanciare l’espansione non han fatto altro che estendere e generalizzare la crisi ad altri centri dell’accumulazione, acuendo i conflitti all’interno del capitale stesso, scoppiati drammaticamente con la recente «guerra» dei cambi, delle restrizioni alle importazioni, degli appoggi alle industrie esportatrici e del folklore dei dibattiti parlamentari sugli interessi nazionali, continentali, mondiali… L’Italia è uno degli anelli deboli nella situazione di generale instabilità economica e politica nella quale i centri dell’accumulazione capitalistica, i moderni paesi imperialisti, si sentono sprofondare. Qui le lotte operaie e di altri strati popolari sono state particolarmente intense ed estese; qui la crisi economica si preannuncia acuta. Davanti a questa situazione, la sinistra rivoluzionaria è disorientata. Le interpretazioni delle lotte, della crisi e del rapporto tra le due sono discordi. C’è chi vede la crisi come il risultato delle lotte (in Italia e all’estero); c’è chi la vede come il risultato di una volontà della borghesia e chi la vede come il risultato di errori della borghesia; c’è chi ne ha negato 1’esistenza, finché l’evidenza è diventata troppo schiacciante; c’è chi la vede come fenomeno soprattutto o esclusivamente internazionale; c’è chi la vede sfociare nella rivoluzione e chi la vede sfociare in un ritorno a un mondo di guerre interimperialiste e di aperta repressione operaia. A questo caos teorico non può corrispondere che una pratica caotica, oscillante continuamente tra spontaneismo e dogmatismo. Questi testi vogliono essere da un lato un contributo al chiarimento teorico per tutta la sinistra rivoluzionaria, dall’altro lato il punto di riferimento teorico per il lavoro politico dei compagni organizzati nei gruppi Gramsci di Varese, Milano, Pinerolo e Torino (C.A.I.P. K. Marx). Esse rispondono ad esigenze nate dalla pratica passata di questi gruppi e dovranno essere continuamente arricchite, approfondite e messe in discussione dalla loro pratica futura e da confronti sempre più sistematici con la pratica e 1’analisi di quei gruppi che si muovono nella stessa prospettiva strategica.
…] nel 1973, nasce a Roma «Rivolta di classe» [2] un «foglio aperto al contributo dell’autonomia operaia interessata al processo di centralizzazione nazionale e a quelle forze politiche intenzionate ad un serio e costruttivo confronto interno alla necessità pratica di costruire il partito armato proletario» [3]. Rispetto al suo corrispondente milanese, il giornale è inizialmente molto essenziale e stringato sia nell’analisi che nell’impaginazione (eccettuate alcune copie uscirà sempre come foglio in attesa di registrazione, né datato né numerato), e rimarrà comunque sempre fedele all’iniziale obiettivo programmatico, cioè produrre un lavoro collettivo frutto della fusione di militanza, teoria e pratica, nell’ambito dell’area dell’autonomia operaia. Quest’esperienza si concluderà nel 1975 con il merito di aver saputo riunire in un’unica testata le istanze plurime di quella che era la frammentata area dell’autonomia romana: dal sottoproletariato urbano organizzato ai comitati per la casa, dal movimento di lotta dei carcerati agli ospedalieri del Policlinico, prestando sempre maggiore attenzione alla nuova realtà dei lavoratori del terziario, il settore dei servizi infatti stava divenendo il nuovo teatro di scontro delle rivendicazioni dell’area. Una nuova serie comincerà ad essere stampata a partire dal 1976: rimanendo sempre legato agli aspetti pratico-teorici della militanza, e per questioni oggettive con particolare attenzione al mondo carcerario, e al movimento studentesco. La redazione del nuovo «Rivolta di classe» [4], contigua alla precedente, trova legittimazione all’interno dei Collettivi Autonomi Operai (CAO), più vicina per impostazione analitica a quella del milanese «Rosso», con il quale collaborerà come corrispondente romano per un breve periodo nello stesso anno; è dell’ ottobre 1976, infatti, il comunicato che annuncia sulle pagine del giornale la chiusura della «breve ma pur fruttuosa collaborazione dei compagni della redazione romana» [5]. Anche la redazione di «Rivolta di classe» non riuscirà ad arrivare alla fine del ’77, in questo caso per portare a compimento il progetto del movimento dell’Autonomia Operaia, che agisse da raccordo dell’area a livello nazionale; nel 1978 infatti la stessa redazione darà il via alla pubblicazione della rivista «I Volsci» [6], nata con ampi spazi di approfondimento teorico all’interno della oramai lacerata area autonoma romana che trovava base ideale tra i lavoratori del settore terziario e dei servizi. […]
[…] «I primi collettivi autonomi nascono all’inizio degli anni Settanta da alcuni gruppi di transfughi dal Pci e dal Manifesto e, soprattutto, dal filone operaista. [… ] A Roma, all’origine di tutto c’è l’alleanza lavoratori-studenti del Collettivo di Medicina, che si riconosce nelle posizioni del Manifesto; ed è dal Collettivo che si separa un nucleo di infermieri, portantini e tecnici guidato da Daniele Pifano [… ] che nel ’72 fonda, insieme ad altre componenti (Enel, Fiat di Grottarossa, Cub dei ferrovieri), i Comitati autonomi operai di via dei Volsci» [7] «che sviluppano da subito una tematica fortemente spontaneista, erede di una impostazione luxemburghiana» [8] e che assieme a quelli di via di Donna Olimpia diventeranno i referenti principali dell’intera area dell’autonomia romana. Lo scioglimento di Potere operaio, del Gruppo Gramsci, e della Federazione comunista libertaria romana portano nell’area nuovi militanti che giungono anche da un’organizzazione ormai in crisi di identità come Lotta continua. […] un cenno a parte occorre dedicarlo a «I Volsci». La rivista esce dal febbraio 1978 come continuazione della precedente «Rivolta di classe»; la sua cadenza ha carattere mensile ma irregolare e, in totale, usciranno undici numeri, l’ultimo nell’ottobre 1981. «I Volsci» sono l’espressione del collettivo di via dei Volsci, un gruppo che si forma a cavallo del ’71 e ’72 per una scissione dal Manifesto, quando fallisce la fusione di quest’ultimo con Potere Operaio. Inizialmente il collettivo collabora con «Rosso», ma quasi subito se ne stacca a causa di profondi contrasti e inizia una pubblicazione propria, «Rivolta di classe». Il successivo cambiamento del nome segue la durissima campagna di criminalizzazione e repressione attuata dal Pci in particolare durante tutto l’arco del ’77 [9]. «I Volsci» è una sfida alla campagna di criminalizzazione dei media nella quale più volte ricorre il nome di via dei Volsci (una strada del popolare quartiere romano di San Lorenzo) sovente associata alla parola “covo”» [10]. Alla fine del ’78 il gruppo partecipa attivamente al dibattito in seno a tutta l’Autonomia di un ulteriore salto di qualità organizzativo e prospetta la costituzione di una struttura accentrata che organizzi tutte le forme di spontaneismo antagonista, il Movimento dell’Autonomia Operaia (MAO). «I Volsci» risente indubbiamente della realtà romana più legata al settore terziario che alla dimensione della fabbrica. Un’attenzione particolare è dedicata alle condizioni di lavoro di settori quali ospedalieri, ferrovieri, lavoratori dell’Enel e della Sip colpiti dalla piaga del lavoro nero, dalla crescente precarizzazione e dimenticati dalle politiche del sindacato indicato come «un soggetto istituzionale integrato in un progetto di programmazione capitalistica» [11] di cui fa parte anche il Pci «[… ] fautore di una socialdemocrazia oppressiva, [… ] asservito all’imperialismo sovietico, [… ] ormai entrato nell’ apparato repressivo dello Stato» [12] . Gli articoli dedicati alle problematiche della donna sono esclusivamente a firma dei Collettivi femministi. La recente approvazione della legge che legalizza l’aborto è solo un primo passo verso l’emancipazione della donna: «Il tipo di “emancipazione” che il capitale offre alle donne è, in termini di mercato del lavoro, lavoro nero, a domicilio, precarietà, sottoccupazione, o, nel caso di regolari rapporti di dipendenza, lavoro parcellare, ripetitivo, dequalificato […]» [13]. Occorre rimuovere gli ostacoli burocratici che, rendendo difficile e lungo il processo dell’interruzione di gravidanza, costringeranno le donne a tornare sul tavolo delle «mammane». Un’altra proposta è quella di migliorare il funzionamento dei consultori, visti come «momenti di assorbimento dello «scontento» femminile, dei canali di collegamento tra le donne e le istituzioni politiche» [14]. Tutte le recenti politiche statali hanno causato, a parere de «I Volsci», un allargamento delle fasce di emarginazione sociale in grado di trasformarsi, attraverso una loro organizzazione, identificabile nell’Autonomia operaia, in forze rivoluzionarie. Di fronte a tutto questo e ad una conseguente ripresa della conflittualità, la classe politica è stata soltanto capace o di inasprire le già dure misure repressive, o di disaggregare la nascente organizzazione attraverso la deliberata introduzione delle droghe pesanti. «Riteniamo che una delle ragioni fondamentali dell’introduzione dell’eroina sia stato il pericolo che il capitale avvertiva nella tendenza all’integrazione tra fasce di proletariato espulso dal processo produttivo; integrazione che offriva grosse potenzialità rivoluzionarie» [15]. Il principale strumento repressivo rimane comunque il carcere; a questo proposito il punto di vista della redazione è di un netto rifiuto dell’istituto carcerario in generale, visto come misura repressiva che colpisce soprattutto il proletariato; in particolare c’è un rifiuto per le carceri «speciali», luoghi di detenzione dei detenuti politici, che rispondono «alla necessità di colpire le avanguardie comuniste combattenti e funzionare come punto di partenza per la militarizzazione del territorio e di divisione del proletariato in buoni e cattivi, i criminali e i ragionevoli, i brigatisti, gli autonomi, i moderati, in definitiva chi si ribella, e rifiuta i patti sociali per i proletari, e chi li accetta […]» [16]. La condanna dello sfruttamento ambientale è parte integrante della lotta rivoluzionaria, in quanto la distruzione delle risorse è una componente essenziale dello sviluppo capitalistico. «[…] Come non abbiamo mai creduto alla lotta antinucleare di tipo ecologico, separata dal resto della lotta di classe, così non abbiamo creduto nemmeno alla possibilità di misurarla istituzionalmente attraverso il referendum [… ]» [17]. La dimensione internazionale è analizzata sotto diversi aspetti: l’internazionalismo proletario si deve opporre all’imperialismo «tradizionale», quello legato agli Usa, e al «socialimperialismo» che caratterizza la politica estera sovietica; si riscontrano, inoltre, dure critiche a quello che è definito «l’impero delle multinazionali». […] Sono frequenti gli appelli alla mobilitazione: «Occorre realizzare la messa in movimento di tutti gli strati sociali in funzione antagonista all’attuale regime; fare avanzare, cioè, il fronte di classe […]» [18] e «[…] è necessario riuscire a ricomporre i vari settori comunisti del proletariato nella lotta contro il capitale e lo Stato» [19]. Indubbiamente in ogni articolo traspare un’analisi della conflittualità sociale, la cui risoluzione è vista sempre in prospettiva rivoluzionaria. Ogni articolo non è firmato dal redattore, come se ogni pezzo volesse caratterizzarsi come il prodotto di una singola voce collettiva, quella de «I Volsci» appunto. […] la rivista copre una tiratura di 5000 copie circa. Accanto a «I Volsci» opera, inoltre, la libera Radio Onda Rossa, che ancora oggi prosegue le sue trasmissioni.
[1] Tratto da «Rosso», «Rivolta di classe», «Metropoli», i periodici dell’autonomia a Milano e Roma dal 1974 al 1981, di Tiziana Rondinella e da «I Volsci» e l’autonomia operaia, a cura di Andrea Barbera e Luisella Quaglia, rispettivamente consultabili su: http://w3.uniroma1.it/dsmc/ricerca/Allegati/425_442.pdf e http://w3.uniroma1.it/dsmc/ricerca/Allegati/407_424.pdf [2] «Rivolta di classe,», Roma, 1973–75. [3] «Rivolta di classe», Roma, 1975. [4] «Rivolta di classe», Roma, 1976–78. [5[ «Rosso», Roma, ottobre 1976, n. 12. [6] «Rivolta di classe», Roma, 1978–81. [7] M. Monicelli, L’ultrasinistra in Italia 1969–1978, Laterza, Roma-Bari 1978, p. 116. [8[ Nanni Balestrini, Primo Moroni, L’orda d’oro. La grande ondata rivoluzionaria e creativa, politica ed esistenziale, Feltrinelli, Milano 1997, p. 445. [9[ Cfr. Giorgio Bocca, Il caso 7 aprile, Feltrinelli, Milano 1980, pp. 87–102; A. Mangano, Le riviste degli anni Settanta. Gruppi, movimenti e conflitti sociali, Massari, Bolsena (VT) 1998, pp. 276–277. [10[ A. Mangano, op. cit., p. 276. [11[ «I Volsci», Inchiesta: per conoscere la nuova realtà di classe dentro cui far crescere l’Autonomia, n. 6, ottobre 1978, pp. 2 sgg [12[ «I Volsci», Quelli che vengono da lontano, n. 10, marzo 1980, p. 16. [13[ «I Volsci», Operaie negate di un lavoro emarginato, n. 9, luglio 1979, p. 20. [14[ «I Volsci», Aborto. Una legge sul controllo dei meno garantiti: le donne, n. 4, mag./giu.1978, p. 4. [15[ «I Volsci», La trappola dell’eroina, 1979, n. 9, luglio, p. 22. [16[ «I Volsci», Siamo tutti prigionieri politici, 1978, n. 4, mag./giu, p. 10. [17[ «I Volsci», Estate antinucleare, n. 9, luglio 1979, p. 15. [18] «I Volsci», Il piano per lo sfruttamento, n. 7 nov./dic. 1978, p. 2. [19] «I Volsci», Le gabbie speciali, n. 4, mag./giu. 1978, p. 10.
da Atti del seminario di Padova (28 luglio – 4 agosto 1973), Editoriale di Potere operaio n. 50
Ricominciare da capo non significa tornare indietro
Perchè usciamo dal gruppo Perchè scegliamo l’ Autonomia organizzata Non torniamo indietro andiamo avanti
Perchè ricominciamo daccapo dopo dieci anni da quella Piazza Statuto, mai abbastanza maledetta da padroni e riformisti, che è stata il nostro congresso di fondazione? Perchè crediamo oggi fondamentale una radicale campagna di rettifica di linea e di dissoluzione della «struttura di gruppo», una vera e propria rivoluzione culturale nell’ambito della organizzazione della sinistra rivoluzionaria? Perchè e come riproponiamo il tema dell’organizzazione di classe, dopo questi dieci anni di crescita del movimento e alcuni momenti di egemonia sul movimento rivoluzionario complessivo? Quali sono le prime scadenze, i primi elementi di programma e le forme di organizzazione che una fase di chiarimento, di dibattito e di lotta politica ha enucleato e sulla quale dobbiamo provarci? Autonomia operaia e rifiuto del lavoro sono la forma e il contenuto del formidabile salto in avanti che, da Piazza Statuto a Corso Traiano, da Via Tibaldi all’11 marzo ’72, dalle prime azioni di lotta armata al marzo ’73 di Mirafiori, la classe operaia, e l’intero movimento rivoluzionario del proletariato sotto la sua direzione, hanno compiuto. Ma autonomia operaia e rifiuto del lavoro non sono mai riusciti a trovare una mediazione organizzativa che non fosse momentanea e spontanea. Ogni tentativo organizzativo ha al contrario scisso e separato questi termini complementari: questa scissione è stata il fondamento dell’opportunismo di destra e di sinistra. L’opportunismo di destra ha esaltato l’autonomia, rinnegando i contenuti materiali di cui questa si nutriva: al rifiuto del lavoro, agli obiettivi comunisti di appropriazione ha di nuovo sostituito l’orizzonte socialista della contrattazione istituzionale, la cosiddetta autonomia del politico e un conseguente programma di più equa ripartizione dei redditi. L’opportunismo di sinistra ha istericamente esaltato la volontà di rottura e di scontro delle avanguardie del rifiuto del lavoro, disperdendo tuttavia nel delirio gauchista ogni capacità di interpretare il movimento di massa, cedendo alla tentazione di un terrorismo senza principi, preda perciò di nuovo dell’iniziativa provocatoria dei livelli istituzionali del capitale. Sul piano politico sia l’opportunismo di destra che quello di sinistra sono quindi necessariamente scivolati in una pratica burocratica, delegata, tardocomunista: i gruppi sono oggi extraparlamentari solo di nome, in realtà tutte le loro scadenze hanno finito con l’essere parlamentari e istituzionali e ogni loro struttura ha finito per ripetere i modelli obsoleti della rappresentanza politica, della delega, della tradizione terzinternazionalista. Migliaia di compagni sono stati costretti a una piccola e meschina pratica minoritaria laddove poche decine di operai, negli anni ’60, legati alle masse, ogni giorno rinnovando la scoperta del rifiuto del lavoro, erano riusciti a formare l’avanguardia maggioritaria del proletariato, a imporre un salto in avanti qualitativo, fondamentale e irreversibile, ai comportamenti operai e alle lotte. Solo una direzione operaia, diretta e immediata, può oggi ricongiungere autonomia e rifiuto del lavoro. La direzione operaia si esercita prima di tutto nel mantenimento dei livelli di potere raggiunti nel rapporto tra operai e capitale. Livelli di potere che si chiamano assenteismo, sabotaggio, rifiuto di tutte le forme incentivanti e nocive del lavoro, soldi; che si chiamano capacità di lotta contro la crisi e contro lo sviluppo, contro ogni forma del comando capitalistico; che si chiamano rifiuto di ogni forma di contrattazione e di partecipazione, di ogni tentativo istituzionale, sindacale o partitico, di controllo dell’autonomia. Ma tutto ciò non basta. La direzione operaia non si svolge oggi solamente sul terreno dei rapporti di forza fra operai e capitale. Essa affronta anche i problemi della seconda fase: i problemi cioè del rapporto classe-partito. I livelli di potere che l’autonomia operaia sa tenere in fabbrica e nella società tendono necessariamente a trasformarsi in livelli di attacco. La coscienza di massa del potere operaio si traduce in forza soggettiva e in iniziativa di avanguardia. Il rifiuto della contrattazione si trasforma in comportamento di appropriazione. La lotta contro gli infiniti tentativi padronali di repressione, si sviluppa in capacità di sostenere e dirigere primi momenti di lotta armata anticapitalistica. Il tempo è maturo perchè questa seconda fase sia percorsa interamente dalle forze di massa autonome della classe operaia. Operai e capitale, classe e partito; autonomia e rifiuto del lavoro, appropriazione e militarizzazione: questi sono i temi su cui si prova la maturità della direzione di classe operaia. Il loro legame è dialettico, e cioè unitario e articolato: solo una direzione operaia centralizzata può dominare questa articolazione e imporre questa unità. Ciò significa che la parola d’ordine della centralizzazione, maturata attraverso l’esperienza dei gruppi, non è da noi abbandonata. Ma si tratta di dare carne e sangue a quella che è stata una parola d’ordine puramente ideologica. È per questo che, di fronte al fallimento necessario dei gruppi, la fusione materiale del potenziale di direzione può darsi solo alla base, solo dentro l’autonomia operaia. La centralizzazione, il partito non sono dei miti, non sono la soluzione delegata del problema della direzione collettiva del proletariato: sono invece un processo di lotte e di organizzazione, vissuto ogni giorno, nel difficile cammino della formazione organizzativa del programma. Il nostro problema non è altro che quello di congiungere in modo corretto, e quindi efficace, la compatta autonomia della classe operaia e i movimenti della sua avanguardia. La classe operaia si fa partito attraverso la centralizzazione dei propri movimenti. Questo processo di partito può essere anticipato solo attraverso la centralizzazione di base, pratica e non ideologica, attuata nella concentrazione di una forza di massa e di un’iniziativa di attacco. È per questo che la centralizzazione che proponiamo e cominciamo a mettere in atto per noi stessi si presenta come forza espansiva, come struttura espansiva, che raccoglie per esaltare (e non per illanguidire, come avviene nei gruppi) ogni iniziativa proletaria contro il lavoro. Ciò nondimeno questa centralizzazione è un fatto reale: è fusione di volontà soggettiva, è capace di battere la ciclicità delle lotte dominate dal sindacato e dal padrone, per imporre sempre l’iniziativa di attacco. Ma quello che deve essere chiaro è di nuovo questo: che la mediazione teorica, l’articolazione pratica, la centralizzazione decisionale di attacco contro la ciclicità del movimento, noi non le riconosciamo a nessun meccanismo delegato, non le poniamo dentro a nessuna divisione del lavoro, non le fissiamo in nessuna struttura verticale. Se un partito operaio adeguato all’attuale composizione politica della classe operaia, e cioè impiantato sull’esperienza che le lotte e il rifiuto del lavoro hanno determinato nella classe operaia, deve nascere, esso nascerà solo dalla diretta capacità operaia di appropriarsi prima di tutto della propria organizzazione.
L’Autonomia organizzata
Prime esperienze dell’autonomia organizzata, nelle grandi fabbriche e sul terreno sociale, sono date. Un primo processo di organizzazione nazionale di queste emergenze dell’autonomia è cominciato. Noi riconosciamo in questo primo processo un’indicazione organizzativa valida e quindi una sede di lavoro politico. Noi riteniamo che l’inserimento di quadri esterni nel lavoro politico delle assemblee e dei comitati autonomi debba portare a una fusione completa, e che questo sia importantissimo per la costruzione di una capacità generale di direzione e di egemonia politica sul movimento da parte degli operai d’avanguardia. Il processo dell’autonomia organizzata va ulteriormente spinto in avanti, accelerato dentro le scadenze di lotta e di organizzazione che l’autonomia si dà. La campagna di massa per l’affermazione della direzione operaia sul movimento, per la dissoluzione di ogni esternità o delega organizzativa va immediatamente sviluppata. Nella formidabile continuità del movimento italiano abbiamo la possibilità di usare la crisi dei gruppi come momento positivo per l’allargamento della concezione e dell’organizzazione della gestione autonoma del potere operaio: questa possibilità non dobbiamo perderla! Se organizzazione operaia è organizzazione dell’organizzazione, se lotte e organizzazione operaia in termini di gestione, di potere, sono la stessa cosa, il processo di partito è interamente un processo di lotte. Oggi a noi spetta di vedere assieme la soluzione iniziale del problema dell’organizzazione, così come siamo venuti affrontandolo, e il progetto di riaprire la lotta per l’organizzazione? La scadenza è vicina. Il riformismo tenta disperatamente di stabilizzarsi: ma tutto ci dimostra come il tentativo sia vano. Il problema non è di sapere se il riformismo riuscirà a passare oppure no: questo problema lo abbiamo risolto con le lotte degli anni ’60, dimostrando la definitiva sconfitta storica di ogni proposta di accompagnare lo sviluppo dello sfruttamento al consenso della classe operaia. Il problema è di sapere se la sconfitta del riformismo troverà la classe operaia pronta a gestire il processo rivoluzionario della presa del potere e dell’instaurazione del comunismo. È questa l’ultima scadenza che ci interessa. Il nostro sforzo organizzativo è quindi volto alla preparazione di questo momento, attraverso un esercizio continuo del potere operaio nelle fabbriche e nella società, insieme causa della crisi capitalistica e processo di organizzazione operaia per il comunismo. Le lotte che stanno aprendosi, sul salario contro gli effetti repressivi dell’inflazione, contro il lavoro sull’orario e la giornata lavorativa, queste lotte ci impegnano a svilupparle in questo senso radicale, come prefigurazione dello sbocco rivoluzionario. Lotte e organizzazione sono tutt’uno perchè vincere e sviluppare l’organizzazione comunista della società è tutt’uno. Questo è l’ultimo numero di «Potere Operaio». La crescita della direzione operaia delle lotte e dell’organizzazione ha dissolto le istanze organizzative dei gruppi. Parte dei compagni che oggi sottoscrivono quest’ultimo numero di «Potere Operaio» ne hanno vissuto l’intera esperienza. E non la rinnegano. I gruppi, interpretando in maniera sbagliata un problema vero, quello cioè dell’omogeneizzazione nazionale dell’intervento, hanno permesso a noi tutti di crescere nella coscienza di classe e nella disciplina dell’organizzazione. Ma ora i compagni debbono di nuovo, come sempre hanno fatto, confrontare gli esiti della loro esperienza alle esigenze dell’organizzazione operaia e al processo della sua crescita: con determinazione, senza timidezza, senza rimorsi ognuno deve decidere da che parte stare. Noi abbiamo scelto l’autonomia organizzata e la direzione operaia. Se gli altri compagni intendono continuare a gridare lo slogan «potere operaio», si rallegrino, anche noi continueremo a farlo: qui non ci sono maggioranze o minoranze, la nostra esperienza riconosce questi rapporti di comando e di disciplina solo alla e nei confronti della direzione operaia. Potere operaio, dunque, ma – e in questo siamo settari – solo nella forma e nei tempi riconosciuti e guidati dall’autonomia operaia organizzata. Abbiamo rifiutato il gruppo e la sua logica per essere nel movimento reale per essere nell’Autonomia organizzata
da Atti del seminario di Padova (28 luglio – 4 agosto 1973), Editoriale di Potere operaio n. 50
Tesi e proposte del Gruppo Gramsci, Quaderni di Rassegna comunista n. 2, Lotte operaie, organizzazione dell’autonomia e problema del partito, Rassegna comunista, Milano 1973
II confronto con la realtà, con gli altri che vivono con noi in questa realtà; il rifuggire il dogma che fossilizza il pensiero e imprigiona I’azione; il coraggio quindi di distruggere i miti e di essere nella storia così come si sviluppa, parte viva nella storia, non demiurghi che risolvono con benedizioni o formule. Questo e lo sforzo che si intende fare come gruppo Gramsci. Ma già dire come gruppo Gramsci ci sembra limitativo – e in parte contraddittorio -. II gruppo c’è, esiste solo nei confronti del movimento, solo se la sua esistenza può portare un aiuto alla creazione della testa operaia, all’organizzazione di ciò che già c’è e vive nel movimento e nella classe. Le masse – coscientemente o no – sono più avanti di noi. Da qui occorre partire sia con l’attività «politica» che nel leggere queste pagine. Ma guai se ciò venisse interpretato come accettazione del ruolo pigro di chi si mette alla coda delle masse a «contemplarne le terga». Vuol dire invece coscienza dei limiti del proprio ruolo, necessità di capire la realtà che viviamo, di sistematizzare ciò che ci sembra di aver compreso andando, per dirla con Mao, « alla scuola delle masse ». E allora ci sembra utile e necessario portare a conoscenza del più largo numero possibile di militanti, di compagni operai dentro e fuori le organizzazioni dei gruppi politici, quanto dalla riflessione teorica su una esperienza compiuta, da una discussione e da un confronto all’interno di questa esperienza ci sembra sia emerso…
Da «Rivolta di classe. Giornale dell’autonomia romana»
Di nuovo nella crisi si fa avanti il ricatto del lavoro come condizione per un’efficace politica dei redditi. Cassa integrazione e rivalutazione della contingenza si fondono come un unico strumento di ricatto e controllo sul comportamento operaio. La cassa integrazione ha una sua ragione d’essere alla luce della crisi petrolifera e della scelta inflazionistica operata dai governi occidentali: è vero che il mercato dell’auto va a rilento in tutto il mondo, ma è altrettanto vero che attraverso quest’arma Agnelli cerca di conquistarsi: 1) il sostegno statale alla sua produzione (la messa in crisi del settore); 2) una larga fetta dei 5000 miliardi decisi dallo Stato per ospedali, trasporti, case; 3) una mobilità del lavoro che gli permetta di ristrutturare come e quando gli pare. La rivalutazione della contingenza serve a calmierare le esigenze salariali espresse dai lavoratori. Serve a ridare fiducia al sindacato della tregua sociale e dei decreti fiscali. Serve a riaprire in maniera controllata il credito per gli investimenti e a indirizzare la domanda di questo programmato afflusso di denari in mano operaia. Serve soprattutto a vietare che si riapra in modo virulento la lotta aziendale che assumerebbe immediatamente il punto di riferimento per tutta una serie di forze sociali, dai disoccupati ai proletari agli studenti. Come Autonomia operaia organizzata individuiamo nella ripresa generalizzata delle lotte aziendali il dato politico centrale di questa fase dello scontro di classe, nella rottura reale cioè della tregua sociale in atto da due anni. Per questo mobilitiamo tutte le nostre forze a sostegno delle forme di riappropriazione e autoriduzione che sono andate sviluppandosi e centralizzandosi in questi ultimi a partire dalla fabbrica. Sappiamo bene che per il sindacato del Nord è stato un modo come un altro di recuperare quello che aveva già espresso il movimento oltre a interpretare quel massimalismo risorgente nei momenti di massima crisi nei partiti parlamentari (non a caso il maggior appoggio alla «disobbedienza civile» viene dalla Cisl), ma questa lotta è fonte di grandi contraddizioni nella struttura sindacale che ne vieta l’estensione sul territorio nazionale perché non arriva più a controllarla e non sa bene come si concluderà. Questo terreno va percorso anche se c’è il pericolo che il sindacato indirizzi questa lotta per fini riformisti, riforma dei trasporti, del sistema tariffario ecc.; il terreno per il sindacato non è dei più facili quando è entrata nella coscienza operaia la possibilità di fare a meno della contrattazione per una lotta che si identifica immediatamente con l’obiettivo. Rifiuto di pagare gli aumenti dei trasporti, riduzione al 50 per cento delle bollette della luce ma anche e contemporaneamente trasporti gratis e luce a 8 lire Kw/h (come la pagano Agnelli, Pirelli, Monti, Pesenti) e autoriduzione delle bollette gas, telefono, Tv, del fitto di casa e ancora: occupazione delle case sfitte, spesa politica nei supermercati. Non ci può essere separazione tra questi momenti perché allora si cadrebbe nella trappola sindacale con quel gradualismo anticipatore di grosse sconfitte politiche per tutto il movimento. Questa è la tendenza. Lo hanno dimostrato le lotte iniziate a Roma due anni fa sull’autoriduzione delle bollette della luce e del telefono, che sono state il supporto a quel grande movimento di occupazione di case dell’inverno del 1974; lo dimostrano oggi di fronte a un attacco senza limiti alle condizioni di vita dei lavoratori, gli episodi di spesa politica, di scovamento di depositi di pasta, olio, zucchero ecc. La riappropriazione è un livello più alto di lotta che senza la continuità delle iniziative in fabbrica contro le qualifiche, l’orario, l’ambiente, il salario differito ci immette in uno scontro prematuro con lo Stato con il relativo passaggio dal terreno d’attacco a quello di difesa. Praticare il terreno della riappropriazione significa intanto realizzare un dato sostanziale del programma del salario garantito: legare cioè intorno agli interessi e ai bisogni della classe operaia interessi più generali delle masse sfruttate – disoccupati, sottoccupati, massaie, giovani, sottoproletari – su cui fa facile presa l’ideologia piccolo borghese con i suoi miti d’ordine soprattutto nei momenti più cruciali per il capitale. Il salario, nel momento in cui è minacciato anche agli operai delle grandi aziende, è rimettere al centro dello scontro politico la fabbrica e la direzione operaia. Il ricatto del lavoro esercitato dai padroni con la cassa integrazione generalizzata, con la minaccia dei licenziamenti, ripropone per gli operai un terreno su cui finora sono stati sempre sconfitti. La difesa del lavoro è la risposta con cui il sindacato, sposando il terreno scelto dal padrone, è riuscito a svolgere i momenti alti del movimento, a ristrutturarli, a integrarli. Non è questo il momento. Lo sa bene anche il sindacato quando accetta i 24 giorni di sospensione invece dei 31 voluti da Agnelli ma poi è costretto a lottare poiché oggi lo scontro è sempre più politico. Padroni e sindacato hanno davanti agli occhi lo spettro di Mirafiori, la formidabile indicazione di occupazione delle fabbriche, sabotaggio della produzione, neutralizzazione dei capi. Questo si propone al movimento nella sua generalizzazione. No al ricatto del lavoro, no alla cassa integrazione. Abbiamo gli strumenti per attaccare, per prenderci il salario garantito, per affrontare con continuità il nostro diritto di classe al rifiuto del lavoro salariato.
Ancora una volta, lotta a oltranza alla Fiat. Come sempre, la lotta degli operai Fiat è, per la classe operaia in Italia, il segnale dell’attacco. E infatti, appena iniziata la oltranza e il blocco di Mirafiori, il movimento si è esteso rapidamente all’Alfa Romeo di Arese e di Pomigliano, all’Italsider di Taranto, Trieste, Genova, Bagnoli; all’Olivetti di Ivrea, alla Zoppas, alla Fiat di Cento. Un meccanismo generale di ripresa dell’offensiva operaia – che già si era da parecchie settimane rimessa in moto a partire dalla Fiat, dalla Pirelli, dall’Alfa Romeo – ha ricevuto la sua decisiva accelerazione. Una cosa è certa: è fallito il tentativo dei padroni di assicurarsi la tregua sociale e su questa base di avviare un processo di generale ristrutturazione della fabbrica e della società, per ribadire il loro dominio sugli operai, per distruggere l’unità e la forza che la classe operaia ha accumulato in questi anni di lotte. Una cosa è chiara: non è passata la manovra dei padroni, che tendeva a rovesciare contro gli operai gli effetti della crisi economica e politica a cui in primo luogo le lotte, in secondo luogo le loro contraddizioni interne hanno inchiodato il sistema capitalistico. Lo scorso autunno doveva essere l’autunno dei padroni, l’occasione buona per sconfiggere lo straordinario movimento nato nel ’68–69 nelle fabbriche italiane. A questo, a mettere in ginocchio gli operai, doveva servire la crisi energetica, e l’inflazione. Dovevano servire a dire agli operai: «Se volete mantenere le vostre attuali condizioni di vita, dovete lavorare di più, tornare a farvi sfruttare al limite delle vostre possibilità. La “festa” è finita». Ma gli operai non hanno nessuna voglia di aiutare il padrone per farsi mettere i piedi sulla testa. E così la risposta è arrivata, l’iniziativa è tornata in mano agli operai. È possibile parlare di apertura di un nuovo ciclo di lotte operaie. Ma la lotta operaia nella crisi ha un carattere particolare: è necessariamente lotta politica, non semplicemente rivendicativa. Si gioca sul terreno del potere, non della trattativa. Da che esiste il capitalismo, quando il padrone non ha margini riformistici (cioè non può e non vuole concedere nulla), o gli operai piegano la testa e accettano la sconfitta, o devono organizzarsi sul terreno dello scontro violento. In altre parole: nella crisi, o la lotta è generale, politica, organizzata e armata, o non è. Gli operai si trovano di fronte tutta la struttura di comando dei padroni, dalla fabbrica allo Stato: e allora è il terreno del potere, dei rapporti di forza generali, è il problema della guerra di classe che viene in primo piano. Questa è la situazione attuale dello scontro di classe in Italia. I padroni e i loro rappresentanti politici, da un lato, hanno continuato a provocare la collera operaia con una serie continua di manovre di aperta violenza anti-operaia: il razionamento, la austerity, l’attacco forsennato al potere d’acquisto dei salari, i licenziamenti, l’intensifìcazione dello sfruttamento in fabbrica. Gli operai, dal canto loro, hanno ricominciato con gli scioperi, con le fermate selvagge, i cortei che spazzano le fabbriche; i pestaggi dei capi, dei crumiri, dei dirigenti, i picchetti duri, i cortei «armati», dentro e fuori la fabbrica. Tutto questo esprime la volontà degli operai di rompere la camicia di forza della tregua, del cedimento, che il sindacato e i partiti riformisti vogliono stringere attorno alle lotte. Gli operai hanno ben chiaro in testa che il «compromesso storico» con il padrone rappresenterebbe la loro sconfitta generale, la liquidazione di tutto quanto in questi anni si sono conquistati come potere di organizzazione e di lotta. Per questo hanno cominciato a preparare lo sciopero del 27, rilanciando la massiccia offensiva di questi giorni. Il 27 doveva essere l’occasione – passaggio iniziale ma essenziale – di un rilancio della contrattazione della tregua fra sindacati, padroni, governo; gli operai vogliono farne un’occasione di scontro che indichi quale dovrà essere la qualità, il percorso, il tipo di lotta nella fase che si apre. Questo foglio d’agitazione, che Potere operaio propone come strumento di organizzazione a tutte le avanguardie comuniste, vuole essere un frammento di iniziativa in questa direzione. Questo strumento ha un senso, se viene sottratto a una dimensione di gruppo e diventa voce di un processo, ben più ampio e significativo, di organizzazione operaia. Questo strumento ha un senso, se si lega alla costruzione di momenti organizzati: di unità delle avanguardie, di elementi di organizzazione operaia di attacco. È di qui che si comincia a costruire il partito della guerra al lavoro, il partito armato degli operai comunisti. A un nuovo ciclo di lotte deve oggi corrispondere un nuovo ciclo di organizzazione. Vogliamo raccogliere e rilanciare il segnale d’attacco delle avanguardie operaie della Fiat, che preparano per il 27 una grande giornata di lotta, un momento di scontro politico che mandi all’aria il piano padronale di sconfitta operaia, il piano sindacale di tregua e di cedimento. In questa settimana, prima e dopo lo sciopero generale del 27, questo giornale uscirà ogni giorno, per costruire dentro il movimento delle lotte una scadenza significativa, che sposti, ancora una volta in avanti il terreno dello scontro.
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