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Crisi del capitale e compiti dei comunisti

Grup­po Gram­sci, Qua­der­ni di Ras­se­gna comu­ni­sta n. 1, Cri­si del capi­ta­le e com­pi­ti dei comu­ni­sti, Sape­re Edi­zio­ni, Mila­no 1972



Il capi­ta­li­smo sta andan­do ver­so una nuo­va cri­si gene­ra­le. Da qual­che anno i miti del­la rag­giun­ta sta­bi­li­tà eco­no­mi­ca e poli­ti­ca nei pae­si a capi­ta­li­smo avan­za­to stan­no sal­tan­do uno ad uno. In un pri­mo tem­po, le lot­te stu­den­te­sche e antim­pe­ria­li­ste, le lot­te del pro­le­ta­ria­to afro-ame­ri­ca­no, le lot­te del pro­le­ta­ria­to euro­peo han­no fat­to sal­ta­re il mito del­l’in­te­gra­zio­ne del­le mas­se popo­la­ri in un capi­ta­li­smo rifor­ma­to. Allo stes­so tem­po si svi­lup­pa­va una cri­si dei mec­ca­ni­smi di accu­mu­la­zio­ne che ave­va­no dato al capi­ta­li­smo un ven­ten­nio di espan­sio­ne eco­no­mi­ca sen­za pre­ce­den­ti. Len­ta­men­te que­sta cri­si e venu­ta alla super­fi­cie: nel cuo­re stes­so del­l’ac­cu­mu­la­zio­ne capi­ta­li­sti­ca, (gli USA), all’e­span­sio­ne è suben­tra­to il rista­gno, men­tre l’in­fla­zio­ne, carat­te­ri­sti­ca dei perio­di di for­te espan­sio­ne, ha con­ti­nua­to a galop­pa­re appa­ren­te­men­te con­tro la volon­tà stes­sa di chi con­trol­la Ie leve del pote­re. I ten­ta­ti­vi di pie­ga­re l’in­fla­zio­ne e di rilan­cia­re l’e­span­sio­ne non han fat­to altro che esten­de­re e gene­ra­liz­za­re la cri­si ad altri cen­tri del­l’ac­cu­mu­la­zio­ne, acuen­do i con­flit­ti all’in­ter­no del capi­ta­le stes­so, scop­pia­ti dram­ma­ti­ca­men­te con la recen­te «guer­ra» dei cam­bi, del­le restri­zio­ni alle impor­ta­zio­ni, degli appog­gi alle indu­strie espor­ta­tri­ci e del fol­klo­re dei dibat­ti­ti par­la­men­ta­ri sugli inte­res­si nazio­na­li, con­ti­nen­ta­li, mon­dia­li… L’I­ta­lia è uno degli anel­li debo­li nel­la situa­zio­ne di gene­ra­le insta­bi­li­tà eco­no­mi­ca e poli­ti­ca nel­la qua­le i cen­tri del­l’ac­cu­mu­la­zio­ne capi­ta­li­sti­ca, i moder­ni
pae­si impe­ria­li­sti, si sen­to­no spro­fon­da­re. Qui le lot­te ope­ra­ie e di altri stra­ti popo­la­ri sono sta­te par­ti­co­lar­men­te inten­se ed este­se; qui la cri­si eco­no­mi­ca si pre­an­nun­cia acu­ta.
Davan­ti a que­sta situa­zio­ne, la sini­stra rivo­lu­zio­na­ria è diso­rien­ta­ta. Le inter­pre­ta­zio­ni del­le lot­te, del­la cri­si e del rap­por­to tra le due sono discor­di. C’è chi vede la cri­si come il risul­ta­to del­le lot­te (in Ita­lia e all’e­ste­ro); c’è chi la vede come il risul­ta­to di una volon­tà del­la bor­ghe­sia e chi la vede come il risul­ta­to di erro­ri del­la bor­ghe­sia; c’è chi ne ha nega­to 1’esistenza, fin­ché l’e­vi­den­za è diven­ta­ta trop­po schiac­cian­te; c’è chi la vede come feno­me­no soprat­tut­to o esclu­si­va­men­te inter­na­zio­na­le; c’è chi la vede sfo­cia­re nel­la rivo­lu­zio­ne e chi la vede sfo­cia­re in un ritor­no a un mon­do di guer­re inte­rim­pe­ria­li­ste e di aper­ta repres­sio­ne ope­ra­ia. A que­sto caos teo­ri­co non può cor­ri­spon­de­re che una pra­ti­ca cao­ti­ca, oscil­lan­te con­ti­nua­men­te tra
spon­ta­nei­smo e dog­ma­ti­smo. Que­sti testi voglio­no esse­re da un lato un con­tri­bu­to al chia­ri­men­to teo­ri­co per tut­ta la sini­stra rivo­lu­zio­na­ria, dal­l’al­tro lato il pun­to di rife­ri­men­to teo­ri­co per il lavo­ro poli­ti­co
dei com­pa­gni orga­niz­za­ti nei grup­pi Gram­sci di Vare­se, Mila­no, Pine­ro­lo e Tori­no (C.A.I.P. K. Marx). Esse rispon­do­no ad esi­gen­ze nate dal­la pra­ti­ca pas­sa­ta di
que­sti grup­pi e dovran­no esse­re con­ti­nua­men­te arric­chi­te, appro­fon­di­te e mes­se in discus­sio­ne dal­la loro pra­ti­ca futu­ra e da con­fron­ti sem­pre più siste­ma­ti­ci con la pra­ti­ca e 1’analisi di quei grup­pi che si muo­vo­no nel­la stes­sa pro­spet­ti­va strategica.

I periodici ”Rivolta di classe” e ”I Volsci” [1]

…] nel 1973, nasce a Roma «Rivol­ta di clas­se» [2] un «foglio aper­to al con­tri­bu­to del­l’au­to­no­mia ope­ra­ia inte­res­sa­ta al pro­ces­so di cen­tra­liz­za­zio­ne nazio­na­le e a quel­le for­ze poli­ti­che inten­zio­na­te ad un serio e costrut­ti­vo con­fron­to inter­no alla neces­si­tà pra­ti­ca di costrui­re il par­ti­to arma­to pro­le­ta­rio» [3]. Rispet­to al suo cor­ri­spon­den­te mila­ne­se, il gior­na­le è ini­zial­men­te mol­to essen­zia­le e strin­ga­to sia nel­l’a­na­li­si che nel­l’im­pa­gi­na­zio­ne (eccet­tua­te alcu­ne copie usci­rà sem­pre come foglio in atte­sa di regi­stra­zio­ne, né data­to né nume­ra­to), e rimar­rà comun­que sem­pre fede­le all’i­ni­zia­le obiet­ti­vo pro­gram­ma­ti­co, cioè pro­dur­re un lavo­ro col­let­ti­vo frut­to del­la fusio­ne di mili­tan­za, teo­ria e pra­ti­ca, nel­l’am­bi­to del­l’a­rea del­l’au­to­no­mia ope­ra­ia. Que­st’e­spe­rien­za si con­clu­de­rà nel 1975 con il meri­to di aver sapu­to riu­ni­re in un’u­ni­ca testa­ta le istan­ze plu­ri­me di quel­la che era la fram­men­ta­ta area del­l’au­to­no­mia roma­na: dal sot­to­pro­le­ta­ria­to urba­no orga­niz­za­to ai comi­ta­ti per la casa, dal movi­men­to di lot­ta dei car­ce­ra­ti agli ospe­da­lie­ri del Poli­cli­ni­co, pre­stan­do sem­pre mag­gio­re atten­zio­ne alla nuo­va real­tà dei lavo­ra­to­ri del ter­zia­rio, il set­to­re dei ser­vi­zi infat­ti sta­va dive­nen­do il nuo­vo tea­tro di scon­tro del­le riven­di­ca­zio­ni del­l’a­rea. Una nuo­va serie comin­ce­rà ad esse­re stam­pa­ta a par­ti­re dal 1976: rima­nen­do sem­pre lega­to agli aspet­ti pra­ti­co-teo­ri­ci del­la mili­tan­za, e per que­stio­ni ogget­ti­ve con par­ti­co­la­re atten­zio­ne al mon­do car­ce­ra­rio, e al movi­men­to stu­den­te­sco. La reda­zio­ne del nuo­vo «Rivol­ta di clas­se» [4], con­ti­gua alla pre­ce­den­te, tro­va legit­ti­ma­zio­ne all’in­ter­no dei Col­let­ti­vi Auto­no­mi Ope­rai (CAO), più vici­na per impo­sta­zio­ne ana­li­ti­ca a quel­la del mila­ne­se «Ros­so», con il qua­le col­la­bo­re­rà come cor­ri­spon­den­te roma­no per un bre­ve perio­do nel­lo stes­so anno; è dell’ otto­bre 1976, infat­ti, il comu­ni­ca­to che annun­cia sul­le pagi­ne del gior­na­le la chiu­su­ra del­la «bre­ve ma pur frut­tuo­sa col­la­bo­ra­zio­ne dei com­pa­gni del­la reda­zio­ne roma­na» [5]. Anche la reda­zio­ne di «Rivol­ta di clas­se» non riu­sci­rà ad arri­va­re alla fine del ’77, in que­sto caso per por­ta­re a com­pi­men­to il pro­get­to del movi­men­to del­l’Au­to­no­mia Ope­ra­ia, che agis­se da rac­cor­do del­l’a­rea a livel­lo nazio­na­le; nel 1978 infat­ti la stes­sa reda­zio­ne darà il via alla pub­bli­ca­zio­ne del­la rivi­sta «I Vol­sci» [6], nata con ampi spa­zi di appro­fon­di­men­to teo­ri­co all’in­ter­no del­la ora­mai lace­ra­ta area auto­no­ma roma­na che tro­va­va base idea­le tra i lavo­ra­to­ri del set­to­re ter­zia­rio e dei ser­vi­zi. […]

[…] «I pri­mi col­let­ti­vi auto­no­mi nasco­no all’i­ni­zio degli anni Set­tan­ta da alcu­ni grup­pi di tran­sfu­ghi dal Pci e dal Mani­fe­sto e, soprat­tut­to, dal filo­ne ope­rai­sta. [… ] A Roma, all’o­ri­gi­ne di tut­to c’è l’al­lean­za lavo­ra­to­ri-stu­den­ti del Col­let­ti­vo di Medi­ci­na, che si rico­no­sce nel­le posi­zio­ni del Mani­fe­sto; ed è dal Col­let­ti­vo che si sepa­ra un nucleo di infer­mie­ri, por­tan­ti­ni e tec­ni­ci gui­da­to da Danie­le Pifa­no [… ] che nel ’72 fon­da, insie­me ad altre com­po­nen­ti (Enel, Fiat di Grot­ta­ros­sa, Cub dei fer­ro­vie­ri), i Comi­ta­ti auto­no­mi ope­rai di via dei Vol­sci» [7] «che svi­lup­pa­no da subi­to una tema­ti­ca for­te­men­te spon­ta­nei­sta, ere­de di una impo­sta­zio­ne luxem­bur­ghia­na» [8] e che assie­me a quel­li di via di Don­na Olim­pia diven­te­ran­no i refe­ren­ti prin­ci­pa­li del­l’in­te­ra area del­l’au­to­no­mia roma­na. Lo scio­gli­men­to di Pote­re ope­ra­io, del Grup­po Gram­sci, e del­la Fede­ra­zio­ne comu­ni­sta liber­ta­ria roma­na por­ta­no nel­l’a­rea nuo­vi mili­tan­ti che giun­go­no anche da un’or­ga­niz­za­zio­ne ormai in cri­si di iden­ti­tà come Lot­ta con­ti­nua.
[…] un cen­no a par­te occor­re dedi­car­lo a «I Vol­sci». La rivi­sta esce dal feb­bra­io 1978 come con­ti­nua­zio­ne del­la pre­ce­den­te «Rivol­ta di clas­se»; la sua caden­za ha carat­te­re men­si­le ma irre­go­la­re e, in tota­le, usci­ran­no undi­ci nume­ri, l’ul­ti­mo nel­l’ot­to­bre 1981. «I Vol­sci» sono l’e­spres­sio­ne del col­let­ti­vo di via dei Vol­sci, un grup­po che si for­ma a caval­lo del ’71 e ’72 per una scis­sio­ne dal Mani­fe­sto, quan­do fal­li­sce la fusio­ne di que­st’ul­ti­mo con Pote­re Ope­ra­io. Ini­zial­men­te il col­let­ti­vo col­la­bo­ra con «Ros­so», ma qua­si subi­to se ne stac­ca a cau­sa di pro­fon­di con­tra­sti e ini­zia una pub­bli­ca­zio­ne pro­pria, «Rivol­ta di clas­se». Il suc­ces­si­vo cam­bia­men­to del nome segue la duris­si­ma cam­pa­gna di cri­mi­na­liz­za­zio­ne e repres­sio­ne attua­ta dal Pci in par­ti­co­la­re duran­te tut­to l’ar­co del ’77 [9]. «I Vol­sci» è una sfi­da alla cam­pa­gna di cri­mi­na­liz­za­zio­ne dei media nel­la qua­le più vol­te ricor­re il nome di via dei Vol­sci (una stra­da del popo­la­re quar­tie­re roma­no di San Loren­zo) soven­te asso­cia­ta alla paro­la “covo”» [10]. Alla fine del ’78 il grup­po par­te­ci­pa atti­va­men­te al dibat­ti­to in seno a tut­ta l’Au­to­no­mia di un ulte­rio­re sal­to di qua­li­tà orga­niz­za­ti­vo e pro­spet­ta la costi­tu­zio­ne di una strut­tu­ra accen­tra­ta che orga­niz­zi tut­te le for­me di spon­ta­nei­smo anta­go­ni­sta, il Movi­men­to del­l’Au­to­no­mia Ope­ra­ia (MAO). «I Vol­sci» risen­te indub­bia­men­te del­la real­tà roma­na più lega­ta al set­to­re ter­zia­rio che alla dimen­sio­ne del­la fab­bri­ca. Un’at­ten­zio­ne par­ti­co­la­re è dedi­ca­ta alle con­di­zio­ni di lavo­ro di set­to­ri qua­li ospe­da­lie­ri, fer­ro­vie­ri, lavo­ra­to­ri del­l’E­nel e del­la Sip col­pi­ti dal­la pia­ga del lavo­ro nero, dal­la cre­scen­te pre­ca­riz­za­zio­ne e dimen­ti­ca­ti dal­le poli­ti­che del sin­da­ca­to indi­ca­to come «un sog­get­to isti­tu­zio­na­le inte­gra­to in un pro­get­to di pro­gram­ma­zio­ne capi­ta­li­sti­ca» [11] di cui fa par­te anche il Pci «[… ] fau­to­re di una social­de­mo­cra­zia oppres­si­va, [… ] asser­vi­to all’im­pe­ria­li­smo sovie­ti­co, [… ] ormai entra­to nell’ appa­ra­to repres­si­vo del­lo Sta­to» [12] .
Gli arti­co­li dedi­ca­ti alle pro­ble­ma­ti­che del­la don­na sono esclu­si­va­men­te a fir­ma dei Col­let­ti­vi fem­mi­ni­sti. La recen­te appro­va­zio­ne del­la leg­ge che lega­liz­za l’a­bor­to è solo un pri­mo pas­so ver­so l’e­man­ci­pa­zio­ne del­la don­na: «Il tipo di “eman­ci­pa­zio­ne” che il capi­ta­le offre alle don­ne è, in ter­mi­ni di mer­ca­to del lavo­ro, lavo­ro nero, a domi­ci­lio, pre­ca­rie­tà, sot­toc­cu­pa­zio­ne, o, nel caso di rego­la­ri rap­por­ti di dipen­den­za, lavo­ro par­cel­la­re, ripe­ti­ti­vo, dequa­li­fi­ca­to […]» [13]. Occor­re rimuo­ve­re gli osta­co­li buro­cra­ti­ci che, ren­den­do dif­fi­ci­le e lun­go il pro­ces­so del­l’in­ter­ru­zio­ne di gra­vi­dan­za, costrin­ge­ran­no le don­ne a tor­na­re sul tavo­lo del­le «mam­ma­ne». Un’al­tra pro­po­sta è quel­la di miglio­ra­re il fun­zio­na­men­to dei con­sul­to­ri, visti come «momen­ti di assor­bi­men­to del­lo «scon­ten­to» fem­mi­ni­le, dei cana­li di col­le­ga­men­to tra le don­ne e le isti­tu­zio­ni poli­ti­che» [14]. Tut­te le recen­ti poli­ti­che sta­ta­li han­no cau­sa­to, a pare­re de «I Vol­sci», un allar­ga­men­to del­le fasce di emar­gi­na­zio­ne socia­le in gra­do di tra­sfor­mar­si, attra­ver­so una loro orga­niz­za­zio­ne, iden­ti­fi­ca­bi­le nel­l’Au­to­no­mia ope­ra­ia, in for­ze rivo­lu­zio­na­rie. Di fron­te a tut­to que­sto e ad una con­se­guen­te ripre­sa del­la con­flit­tua­li­tà, la clas­se poli­ti­ca è sta­ta sol­tan­to capa­ce o di ina­spri­re le già dure misu­re repres­si­ve, o di disag­gre­ga­re la nascen­te orga­niz­za­zio­ne attra­ver­so la deli­be­ra­ta intro­du­zio­ne del­le dro­ghe pesan­ti. «Rite­nia­mo che una del­le ragio­ni fon­da­men­ta­li del­l’in­tro­du­zio­ne del­l’e­roi­na sia sta­to il peri­co­lo che il capi­ta­le avver­ti­va nel­la ten­den­za all’in­te­gra­zio­ne tra fasce di pro­le­ta­ria­to espul­so dal pro­ces­so pro­dut­ti­vo; inte­gra­zio­ne che offri­va gros­se poten­zia­li­tà rivo­lu­zio­na­rie» [15].
Il prin­ci­pa­le stru­men­to repres­si­vo rima­ne comun­que il car­ce­re; a que­sto pro­po­si­to il pun­to di vista del­la reda­zio­ne è di un net­to rifiu­to del­l’i­sti­tu­to car­ce­ra­rio in gene­ra­le, visto come misu­ra repres­si­va che col­pi­sce soprat­tut­to il pro­le­ta­ria­to; in par­ti­co­la­re c’è un rifiu­to per le car­ce­ri «spe­cia­li», luo­ghi di deten­zio­ne dei dete­nu­ti poli­ti­ci, che rispon­do­no «alla neces­si­tà di col­pi­re le avan­guar­die comu­ni­ste com­bat­ten­ti e fun­zio­na­re come pun­to di par­ten­za per la mili­ta­riz­za­zio­ne del ter­ri­to­rio e di divi­sio­ne del pro­le­ta­ria­to in buo­ni e cat­ti­vi, i cri­mi­na­li e i ragio­ne­vo­li, i bri­ga­ti­sti, gli auto­no­mi, i mode­ra­ti, in defi­ni­ti­va chi si ribel­la, e rifiu­ta i pat­ti socia­li per i pro­le­ta­ri, e chi li accet­ta […]» [16].
La con­dan­na del­lo sfrut­ta­men­to ambien­ta­le è par­te inte­gran­te del­la lot­ta rivo­lu­zio­na­ria, in quan­to la distru­zio­ne del­le risor­se è una com­po­nen­te essen­zia­le del­lo svi­lup­po capi­ta­li­sti­co. «[…] Come non abbia­mo mai cre­du­to alla lot­ta anti­nu­clea­re di tipo eco­lo­gi­co, sepa­ra­ta dal resto del­la lot­ta di clas­se, così non abbia­mo cre­du­to nem­me­no alla pos­si­bi­li­tà di misu­rar­la isti­tu­zio­nal­men­te attra­ver­so il refe­ren­dum [… ]» [17].
La dimen­sio­ne inter­na­zio­na­le è ana­liz­za­ta sot­to diver­si aspet­ti: l’in­ter­na­zio­na­li­smo pro­le­ta­rio si deve oppor­re all’im­pe­ria­li­smo «tra­di­zio­na­le», quel­lo lega­to agli Usa, e al «socia­lim­pe­ria­li­smo» che carat­te­riz­za la poli­ti­ca este­ra sovie­ti­ca; si riscon­tra­no, inol­tre, dure cri­ti­che a quel­lo che è defi­ni­to «l’im­pe­ro del­le mul­ti­na­zio­na­li».
[…] Sono fre­quen­ti gli appel­li alla mobi­li­ta­zio­ne: «Occor­re rea­liz­za­re la mes­sa in movi­men­to di tut­ti gli stra­ti socia­li in fun­zio­ne anta­go­ni­sta all’at­tua­le regi­me; fare avan­za­re, cioè, il fron­te di clas­se […]» [18] e «[…] è neces­sa­rio riu­sci­re a ricom­por­re i vari set­to­ri comu­ni­sti del pro­le­ta­ria­to nel­la lot­ta con­tro il capi­ta­le e lo Sta­to» [19]. Indub­bia­men­te in ogni arti­co­lo tra­spa­re un’a­na­li­si del­la con­flit­tua­li­tà socia­le, la cui riso­lu­zio­ne è vista sem­pre in pro­spet­ti­va rivo­lu­zio­na­ria.
Ogni arti­co­lo non è fir­ma­to dal redat­to­re, come se ogni pez­zo voles­se carat­te­riz­zar­si come il pro­dot­to di una sin­go­la voce col­let­ti­va, quel­la de «I Vol­sci» appun­to. […] la rivi­sta copre una tira­tu­ra di 5000 copie cir­ca. Accan­to a «I Vol­sci» ope­ra, inol­tre, la libe­ra Radio Onda Ros­sa, che anco­ra oggi pro­se­gue le sue tra­smis­sio­ni.

[1] Trat­to da «Ros­so», «Rivol­ta di clas­se», «Metro­po­li», i perio­di­ci del­l’au­to­no­mia a Mila­no e Roma dal 1974 al 1981, di Tizia­na Ron­di­nel­la e da «I Vol­sci» e l’au­to­no­mia ope­ra­ia, a cura di Andrea Bar­be­ra e Lui­sel­la Qua­glia, rispet­ti­va­men­te con­sul­ta­bi­li su: http://w3.uniroma1.it/dsmc/ricerca/Allegati/425_442.pdf e http://w3.uniroma1.it/dsmc/ricerca/Allegati/407_424.pdf
[2] «Rivol­ta di clas­se,», Roma, 1973–75.
[3] «Rivol­ta di clas­se», Roma, 1975.
[4] «Rivol­ta di clas­se», Roma, 1976–78.
[5[ «Ros­so», Roma, otto­bre 1976, n. 12.
[6] «Rivol­ta di clas­se», Roma, 1978–81.
[7] M. Moni­cel­li, L’ul­tra­si­ni­stra in Ita­lia 1969–1978, Later­za, Roma-Bari 1978, p. 116.
[8[ Nan­ni Bale­stri­ni, Pri­mo Moro­ni, L’or­da d’o­ro. La gran­de onda­ta rivo­lu­zio­na­ria e crea­ti­va, poli­ti­ca ed esi­sten­zia­le, Fel­tri­nel­li, Mila­no 1997, p. 445.
[9[ Cfr. Gior­gio Boc­ca, Il caso 7 apri­le, Fel­tri­nel­li, Mila­no 1980, pp. 87–102; A. Man­ga­no, Le rivi­ste degli anni Set­tan­ta. Grup­pi, movi­men­ti e con­flit­ti socia­li, Mas­sa­ri, Bol­se­na (VT) 1998, pp. 276–277.
[10[ A. Man­ga­no, op. cit., p. 276.
[11[ «I Vol­sci», Inchie­sta: per cono­sce­re la nuo­va real­tà di clas­se den­tro cui far cre­sce­re l’Au­to­no­mia, n. 6, otto­bre 1978, pp. 2 sgg
[12[ «I Vol­sci», Quel­li che ven­go­no da lon­ta­no, n. 10, mar­zo 1980, p. 16.
[13[ «I Vol­sci», Ope­ra­ie nega­te di un lavo­ro emar­gi­na­to, n. 9, luglio 1979, p. 20.
[14[ «I Vol­sci», Abor­to. Una leg­ge sul con­trol­lo dei meno garan­ti­ti: le don­ne, n. 4, mag./giu.1978, p. 4.
[15[ «I Vol­sci», La trap­po­la del­l’e­roi­na, 1979, n. 9, luglio, p. 22.
[16[ «I Vol­sci», Sia­mo tut­ti pri­gio­nie­ri poli­ti­ci, 1978, n. 4, mag./giu, p. 10.
[17[ «I Vol­sci», Esta­te anti­nu­clea­re, n. 9, luglio 1979, p. 15.
[18] «I Vol­sci», Il pia­no per lo sfrut­ta­men­to, n. 7 nov./dic. 1978, p. 2.
[19] «I Vol­sci», Le gab­bie spe­cia­li, n. 4, mag./giu. 1978, p. 10.

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Atti del seminario di Padova

da Atti del semi­na­rio di Pado­va (28 luglio – 4 ago­sto 1973), Edi­to­ria­le di Pote­re ope­ra­io n. 50

Rico­min­cia­re da capo non signi­fi­ca tor­na­re indietro


Per­chè uscia­mo dal grup­po
Per­chè sce­glia­mo l’ Auto­no­mia orga­niz­za­ta
Non tor­nia­mo indie­tro andia­mo avan­ti

Per­chè rico­min­cia­mo dac­ca­po dopo die­ci anni da quel­la Piaz­za Sta­tu­to, mai abba­stan­za male­det­ta da padro­ni e rifor­mi­sti, che è sta­ta il nostro con­gres­so di fon­da­zio­ne?
Per­chè cre­dia­mo oggi fon­da­men­ta­le una radi­ca­le cam­pa­gna di ret­ti­fi­ca di linea e di dis­so­lu­zio­ne del­la «strut­tu­ra di grup­po», una vera e pro­pria rivo­lu­zio­ne cul­tu­ra­le nell’ambito del­la orga­niz­za­zio­ne del­la sini­stra rivo­lu­zio­na­ria?
Per­chè e come ripro­po­nia­mo il tema dell’organizzazione di clas­se, dopo que­sti die­ci anni di cre­sci­ta del movi­men­to e alcu­ni momen­ti di ege­mo­nia sul movi­men­to rivo­lu­zio­na­rio com­ples­si­vo?
Qua­li sono le pri­me sca­den­ze, i pri­mi ele­men­ti di pro­gram­ma e le for­me di orga­niz­za­zio­ne che una fase di chia­ri­men­to, di dibat­ti­to e di lot­ta poli­ti­ca ha enu­clea­to e sul­la qua­le dob­bia­mo pro­var­ci?
Auto­no­mia ope­ra­ia e rifiu­to del lavo­ro sono la for­ma e il con­te­nu­to del for­mi­da­bi­le sal­to in avan­ti che, da Piaz­za Sta­tu­to a Cor­so Tra­ia­no, da Via Tibal­di all’11 mar­zo ’72, dal­le pri­me azio­ni di lot­ta arma­ta al mar­zo ’73 di Mira­fio­ri, la clas­se ope­ra­ia, e l’intero movi­men­to rivo­lu­zio­na­rio del pro­le­ta­ria­to sot­to la sua dire­zio­ne, han­no com­piu­to. Ma auto­no­mia ope­ra­ia e rifiu­to del lavo­ro non sono mai riu­sci­ti a tro­va­re una media­zio­ne orga­niz­za­ti­va che non fos­se momen­ta­nea e spon­ta­nea.
Ogni ten­ta­ti­vo orga­niz­za­ti­vo ha al con­tra­rio scis­so e sepa­ra­to que­sti ter­mi­ni com­ple­men­ta­ri: que­sta scis­sio­ne è sta­ta il fon­da­men­to dell’opportunismo di destra e di sini­stra.
L’opportunismo di destra ha esal­ta­to l’autonomia, rin­ne­gan­do i con­te­nu­ti mate­ria­li di cui que­sta si nutri­va: al rifiu­to del lavo­ro, agli obiet­ti­vi comu­ni­sti di appro­pria­zio­ne ha di nuo­vo sosti­tui­to l’orizzonte socia­li­sta del­la con­trat­ta­zio­ne isti­tu­zio­na­le, la cosid­det­ta auto­no­mia del poli­ti­co e un con­se­guen­te pro­gram­ma di più equa ripar­ti­zio­ne dei red­di­ti. L’opportunismo di sini­stra ha iste­ri­ca­men­te esal­ta­to la volon­tà di rot­tu­ra e di scon­tro del­le avan­guar­die del rifiu­to del lavo­ro, disper­den­do tut­ta­via nel deli­rio gau­chi­sta ogni capa­ci­tà di inter­pre­ta­re il movi­men­to di mas­sa, ceden­do alla ten­ta­zio­ne di un ter­ro­ri­smo sen­za prin­ci­pi, pre­da per­ciò di nuo­vo dell’iniziativa pro­vo­ca­to­ria dei livel­li isti­tu­zio­na­li del capi­ta­le. Sul pia­no poli­ti­co sia l’opportunismo di destra che quel­lo di sini­stra sono quin­di neces­sa­ria­men­te sci­vo­la­ti in una pra­ti­ca buro­cra­ti­ca, dele­ga­ta, tar­do­co­mu­ni­sta: i grup­pi sono oggi extra­par­la­men­ta­ri solo di nome, in real­tà tut­te le loro sca­den­ze han­no fini­to con l’essere par­la­men­ta­ri e isti­tu­zio­na­li e ogni loro strut­tu­ra ha fini­to per ripe­te­re i model­li obso­le­ti del­la rap­pre­sen­tan­za poli­ti­ca, del­la dele­ga, del­la tra­di­zio­ne ter­zin­ter­na­zio­na­li­sta.
Miglia­ia di com­pa­gni sono sta­ti costret­ti a una pic­co­la e meschi­na pra­ti­ca mino­ri­ta­ria lad­do­ve poche deci­ne di ope­rai, negli anni ’60, lega­ti alle mas­se, ogni gior­no rin­no­van­do la sco­per­ta del rifiu­to del lavo­ro, era­no riu­sci­ti a for­ma­re l’avanguardia mag­gio­ri­ta­ria del pro­le­ta­ria­to, a impor­re un sal­to in avan­ti qua­li­ta­ti­vo, fon­da­men­ta­le e irre­ver­si­bi­le, ai com­por­ta­men­ti ope­rai e alle lot­te. Solo una dire­zio­ne ope­ra­ia, diret­ta e imme­dia­ta, può oggi ricon­giun­ge­re auto­no­mia e rifiu­to del lavo­ro.
La dire­zio­ne ope­ra­ia si eser­ci­ta pri­ma di tut­to nel man­te­ni­men­to dei livel­li di pote­re rag­giun­ti nel rap­por­to tra ope­rai e capi­ta­le.
Livel­li di pote­re che si chia­ma­no assen­tei­smo, sabo­tag­gio, rifiu­to di tut­te le for­me incen­ti­van­ti e noci­ve del lavo­ro, sol­di; che si chia­ma­no capa­ci­tà di lot­ta con­tro la cri­si e con­tro lo svi­lup­po, con­tro ogni for­ma del coman­do capi­ta­li­sti­co; che si chia­ma­no rifiu­to di ogni for­ma di con­trat­ta­zio­ne e di par­te­ci­pa­zio­ne, di ogni ten­ta­ti­vo isti­tu­zio­na­le, sin­da­ca­le o par­ti­ti­co, di con­trol­lo dell’autonomia. Ma tut­to ciò non basta. La dire­zio­ne ope­ra­ia non si svol­ge oggi sola­men­te sul ter­re­no dei rap­por­ti di for­za fra ope­rai e capi­ta­le. Essa affron­ta anche i pro­ble­mi del­la secon­da fase: i pro­ble­mi cioè del rap­por­to clas­se-par­ti­to.
I livel­li di pote­re che l’autonomia ope­ra­ia sa tene­re in fab­bri­ca e nel­la socie­tà ten­do­no neces­sa­ria­men­te a tra­sfor­mar­si in livel­li di attac­co.
La coscien­za di mas­sa del pote­re ope­ra­io si tra­du­ce in for­za sog­get­ti­va e in ini­zia­ti­va di avan­guar­dia. Il rifiu­to del­la con­trat­ta­zio­ne si tra­sfor­ma in com­por­ta­men­to di appro­pria­zio­ne.
La lot­ta con­tro gli infi­ni­ti ten­ta­ti­vi padro­na­li di repres­sio­ne, si svi­lup­pa in capa­ci­tà di soste­ne­re e diri­ge­re pri­mi momen­ti di lot­ta arma­ta anti­ca­pi­ta­li­sti­ca. Il tem­po è matu­ro per­chè que­sta secon­da fase sia per­cor­sa inte­ra­men­te dal­le for­ze di mas­sa auto­no­me del­la clas­se ope­ra­ia. Ope­rai e capi­ta­le, clas­se e par­ti­to; auto­no­mia e rifiu­to del lavo­ro, appro­pria­zio­ne e mili­ta­riz­za­zio­ne: que­sti sono i temi su cui si pro­va la matu­ri­tà del­la dire­zio­ne di clas­se ope­ra­ia.
Il loro lega­me è dia­let­ti­co, e cioè uni­ta­rio e arti­co­la­to: solo una dire­zio­ne ope­ra­ia cen­tra­liz­za­ta può domi­na­re que­sta arti­co­la­zio­ne e impor­re que­sta uni­tà. Ciò signi­fi­ca che la paro­la d’ordine del­la cen­tra­liz­za­zio­ne, matu­ra­ta attra­ver­so l’esperienza dei grup­pi, non è da noi abban­do­na­ta. Ma si trat­ta di dare car­ne e san­gue a quel­la che è sta­ta una paro­la d’ordine pura­men­te ideo­lo­gi­ca. È per que­sto che, di fron­te al fal­li­men­to neces­sa­rio dei grup­pi, la fusio­ne mate­ria­le del poten­zia­le di dire­zio­ne può dar­si solo alla base, solo den­tro l’autonomia ope­ra­ia.
La cen­tra­liz­za­zio­ne, il par­ti­to non sono dei miti, non sono la solu­zio­ne dele­ga­ta del pro­ble­ma del­la dire­zio­ne col­let­ti­va del pro­le­ta­ria­to: sono inve­ce un pro­ces­so di lot­te e di orga­niz­za­zio­ne, vis­su­to ogni gior­no, nel dif­fi­ci­le cam­mi­no del­la for­ma­zio­ne orga­niz­za­ti­va del pro­gram­ma.
Il nostro pro­ble­ma non è altro che quel­lo di con­giun­ge­re in modo cor­ret­to, e quin­di effi­ca­ce, la com­pat­ta auto­no­mia del­la clas­se ope­ra­ia e i movi­men­ti del­la sua avan­guar­dia. La clas­se ope­ra­ia si fa par­ti­to attra­ver­so la cen­tra­liz­za­zio­ne dei pro­pri movi­men­ti.
Que­sto pro­ces­so di par­ti­to può esse­re anti­ci­pa­to solo attra­ver­so la cen­tra­liz­za­zio­ne di base, pra­ti­ca e non ideo­lo­gi­ca, attua­ta nel­la con­cen­tra­zio­ne di una for­za di mas­sa e di un’iniziativa di attac­co.
È per que­sto che la cen­tra­liz­za­zio­ne che pro­po­nia­mo e comin­cia­mo a met­te­re in atto per noi stes­si si pre­sen­ta come for­za espan­si­va, come strut­tu­ra espan­si­va, che rac­co­glie per esal­ta­re (e non per illan­gui­di­re, come avvie­ne nei grup­pi) ogni ini­zia­ti­va pro­le­ta­ria con­tro il lavo­ro.
Ciò non­di­me­no que­sta cen­tra­liz­za­zio­ne è un fat­to rea­le: è fusio­ne di volon­tà sog­get­ti­va, è capa­ce di bat­te­re la cicli­ci­tà del­le lot­te domi­na­te dal sin­da­ca­to e dal padro­ne, per impor­re sem­pre l’iniziativa di attac­co. Ma quel­lo che deve esse­re chia­ro è di nuo­vo que­sto: che la media­zio­ne teo­ri­ca, l’articolazione pra­ti­ca, la cen­tra­liz­za­zio­ne deci­sio­na­le di attac­co con­tro la cicli­ci­tà del movi­men­to, noi non le rico­no­scia­mo a nes­sun mec­ca­ni­smo dele­ga­to, non le ponia­mo den­tro a nes­su­na divi­sio­ne del lavo­ro, non le fis­sia­mo in nes­su­na strut­tu­ra ver­ti­ca­le. Se un par­ti­to ope­ra­io ade­gua­to all’attuale com­po­si­zio­ne poli­ti­ca del­la clas­se ope­ra­ia, e cioè impian­ta­to sull’esperienza che le lot­te e il rifiu­to del lavo­ro han­no deter­mi­na­to nel­la clas­se ope­ra­ia, deve nasce­re, esso nasce­rà solo dal­la diret­ta capa­ci­tà ope­ra­ia di appro­priar­si pri­ma di tut­to del­la pro­pria orga­niz­za­zio­ne.

 L’Autonomia orga­niz­za­ta

Pri­me espe­rien­ze dell’autonomia orga­niz­za­ta, nel­le gran­di fab­bri­che e sul ter­re­no socia­le, sono date. Un pri­mo pro­ces­so di orga­niz­za­zio­ne nazio­na­le di que­ste emer­gen­ze dell’autonomia è comin­cia­to.
Noi rico­no­scia­mo in que­sto pri­mo pro­ces­so un’indicazione orga­niz­za­ti­va vali­da e quin­di una sede di lavo­ro poli­ti­co.
Noi rite­nia­mo che l’inserimento di qua­dri ester­ni nel lavo­ro poli­ti­co del­le assem­blee e dei comi­ta­ti auto­no­mi deb­ba por­ta­re a una fusio­ne com­ple­ta, e che que­sto sia impor­tan­tis­si­mo per la costru­zio­ne di una capa­ci­tà gene­ra­le di dire­zio­ne e di ege­mo­nia poli­ti­ca sul movi­men­to da par­te degli ope­rai d’avanguardia.
Il pro­ces­so dell’autonomia orga­niz­za­ta va ulte­rior­men­te spin­to in avan­ti, acce­le­ra­to den­tro le sca­den­ze di lot­ta e di orga­niz­za­zio­ne che l’autonomia si dà. La cam­pa­gna di mas­sa per l’affermazione del­la dire­zio­ne ope­ra­ia sul movi­men­to, per la dis­so­lu­zio­ne di ogni ester­ni­tà o dele­ga orga­niz­za­ti­va va imme­dia­ta­men­te svi­lup­pa­ta.
Nel­la for­mi­da­bi­le con­ti­nui­tà del movi­men­to ita­lia­no abbia­mo la pos­si­bi­li­tà di usa­re la cri­si dei grup­pi come momen­to posi­ti­vo per l’allargamento del­la con­ce­zio­ne e dell’organizzazione del­la gestio­ne auto­no­ma del pote­re ope­ra­io: que­sta pos­si­bi­li­tà non dob­bia­mo per­der­la! Se orga­niz­za­zio­ne ope­ra­ia è orga­niz­za­zio­ne dell’organizzazione, se lot­te e orga­niz­za­zio­ne ope­ra­ia in ter­mi­ni di gestio­ne, di pote­re, sono la stes­sa cosa, il pro­ces­so di par­ti­to è inte­ra­men­te un pro­ces­so di lot­te. Oggi a noi spet­ta di vede­re assie­me la solu­zio­ne ini­zia­le del pro­ble­ma dell’organizzazione, così come sia­mo venu­ti affron­tan­do­lo, e il pro­get­to di ria­pri­re la lot­ta per l’organizzazione? La sca­den­za è vici­na.
Il rifor­mi­smo ten­ta dispe­ra­ta­men­te di sta­bi­liz­zar­si: ma tut­to ci dimo­stra come il ten­ta­ti­vo sia vano. Il pro­ble­ma non è di sape­re se il rifor­mi­smo riu­sci­rà a pas­sa­re oppu­re no: que­sto pro­ble­ma lo abbia­mo risol­to con le lot­te degli anni ’60, dimo­stran­do la defi­ni­ti­va scon­fit­ta sto­ri­ca di ogni pro­po­sta di accom­pa­gna­re lo svi­lup­po del­lo sfrut­ta­men­to al con­sen­so del­la clas­se ope­ra­ia.
Il pro­ble­ma è di sape­re se la scon­fit­ta del rifor­mi­smo tro­ve­rà la clas­se ope­ra­ia pron­ta a gesti­re il pro­ces­so rivo­lu­zio­na­rio del­la pre­sa del pote­re e dell’instaurazione del comu­ni­smo. È que­sta l’ultima sca­den­za che ci inte­res­sa.
Il nostro sfor­zo orga­niz­za­ti­vo è quin­di vol­to alla pre­pa­ra­zio­ne di que­sto momen­to, attra­ver­so un eser­ci­zio con­ti­nuo del pote­re ope­ra­io nel­le fab­bri­che e nel­la socie­tà, insie­me cau­sa del­la cri­si capi­ta­li­sti­ca e pro­ces­so di orga­niz­za­zio­ne ope­ra­ia per il comu­ni­smo.
Le lot­te che stan­no apren­do­si, sul sala­rio con­tro gli effet­ti repres­si­vi dell’inflazione, con­tro il lavo­ro sull’orario e la gior­na­ta lavo­ra­ti­va, que­ste lot­te ci impe­gna­no a svi­lup­par­le in que­sto sen­so radi­ca­le, come pre­fi­gu­ra­zio­ne del­lo sboc­co rivo­lu­zio­na­rio.
Lot­te e orga­niz­za­zio­ne sono tutt’uno per­chè vin­ce­re e svi­lup­pa­re l’organizzazione comu­ni­sta del­la socie­tà è tutt’uno.
Que­sto è l’ultimo nume­ro di «Pote­re Ope­ra­io».
La cre­sci­ta del­la dire­zio­ne ope­ra­ia del­le lot­te e dell’organizzazione ha dis­sol­to le istan­ze orga­niz­za­ti­ve dei grup­pi. Par­te dei com­pa­gni che oggi sot­to­scri­vo­no quest’ultimo nume­ro di «Pote­re Ope­ra­io» ne han­no vis­su­to l’intera espe­rien­za. E non la rin­ne­ga­no.
I grup­pi, inter­pre­tan­do in manie­ra sba­glia­ta un pro­ble­ma vero, quel­lo cioè dell’omogeneizzazione nazio­na­le dell’intervento, han­no per­mes­so a noi tut­ti di cre­sce­re nel­la coscien­za di clas­se e nel­la disci­pli­na dell’organizzazione.
Ma ora i com­pa­gni deb­bo­no di nuo­vo, come sem­pre han­no fat­to, con­fron­ta­re gli esi­ti del­la loro espe­rien­za alle esi­gen­ze dell’organizzazione ope­ra­ia e al pro­ces­so del­la sua cre­sci­ta: con deter­mi­na­zio­ne, sen­za timi­dez­za, sen­za rimor­si ognu­no deve deci­de­re da che par­te sta­re.
Noi abbia­mo scel­to l’autonomia orga­niz­za­ta e la dire­zio­ne ope­ra­ia. Se gli altri com­pa­gni inten­do­no con­ti­nua­re a gri­da­re lo slo­gan «pote­re ope­ra­io», si ral­le­gri­no, anche noi con­ti­nue­re­mo a far­lo: qui non ci sono mag­gio­ran­ze o mino­ran­ze, la nostra espe­rien­za rico­no­sce que­sti rap­por­ti di coman­do e di disci­pli­na solo alla e nei con­fron­ti del­la dire­zio­ne ope­ra­ia.
Pote­re ope­ra­io, dun­que, ma – e in que­sto sia­mo set­ta­ri – solo nel­la for­ma e nei tem­pi rico­no­sciu­ti e gui­da­ti dall’autonomia ope­ra­ia orga­niz­za­ta.
Abbia­mo rifiu­ta­to il grup­po e la sua logi­ca per esse­re nel movi­men­to rea­le per esse­re nell’Autonomia orga­niz­za­ta

da Atti del semi­na­rio di Pado­va (28 luglio – 4 ago­sto 1973), Edi­to­ria­le di Pote­re ope­ra­io n. 50

Lotte operaie, organizzazione dell’autonomia e problema del partito

Tesi e pro­po­ste del Grup­po Gram­sci, Qua­der­ni di Ras­se­gna comu­ni­sta n. 2, Lot­te ope­ra­ie, orga­niz­za­zio­ne del­l’au­to­no­mia e pro­ble­ma del par­ti­to, Ras­se­gna comu­ni­sta, Mila­no 1973



II con­fron­to con la real­tà, con gli altri che vivo­no con noi in que­sta real­tà; il rifug­gi­re il dog­ma che fos­si­liz­za il pen­sie­ro e impri­gio­na I’a­zio­ne; il corag­gio quin­di di distrug­ge­re i miti e di esse­re nel­la sto­ria così come si svi­lup­pa, par­te viva nel­la sto­ria, non demiur­ghi che risol­vo­no con bene­di­zio­ni o for­mu­le. Que­sto e lo sfor­zo che si inten­de fare come grup­po Gram­sci. Ma già dire come grup­po Gram­sci ci sem­bra limi­ta­ti­vo – e in par­te con­trad­dit­to­rio -. II grup­po c’è, esi­ste solo nei con­fron­ti del movi­men­to, solo se la sua esi­sten­za può por­ta­re un aiu­to alla crea­zio­ne del­la testa ope­ra­ia, all’or­ga­niz­za­zio­ne di ciò che già c’è e vive nel movi­men­to e nel­la clas­se. Le mas­se – coscien­te­men­te o no – sono più avan­ti di noi. Da qui occor­re par­ti­re sia con l’at­ti­vi­tà «poli­ti­ca» che nel leg­ge­re que­ste pagi­ne. Ma guai se ciò venis­se inter­pre­ta­to come accet­ta­zio­ne del ruo­lo pigro di chi si met­te alla coda del­le mas­se a «con­tem­plar­ne le ter­ga». Vuol dire inve­ce coscien­za dei limi­ti del pro­prio ruo­lo, neces­si­tà di capi­re la real­tà che vivia­mo, di siste­ma­tiz­za­re ciò che ci sem­bra di aver com­pre­so andan­do, per dir­la con Mao, « alla scuo­la del­le mas­se ». E allo­ra ci sem­bra uti­le e neces­sa­rio por­ta­re a cono­scen­za del più lar­go nume­ro pos­si­bi­le di mili­tan­ti, di com­pa­gni ope­rai den­tro e fuo­ri le orga­niz­za­zio­ni dei grup­pi poli­ti­ci, quan­to dal­la rifles­sio­ne teo­ri­ca su una espe­rien­za com­piu­ta, da una discus­sio­ne e da un con­fron­to all’in­ter­no di que­sta espe­rien­za ci sem­bra sia emerso…

Riappropriazione e salario garantito

Da «Rivol­ta di clas­se. Gior­na­le del­l’au­to­no­mia romana»


Di nuo­vo nel­la cri­si si fa avan­ti il ricat­to del lavo­ro come con­di­zio­ne per un’ef­fi­ca­ce poli­ti­ca dei red­di­ti.
Cas­sa inte­gra­zio­ne e riva­lu­ta­zio­ne del­la con­tin­gen­za si fon­do­no come un uni­co stru­men­to di ricat­to e con­trol­lo sul com­por­ta­men­to ope­ra­io.
La cas­sa inte­gra­zio­ne ha una sua ragio­ne d’es­se­re alla luce del­la cri­si petro­li­fe­ra e del­la scel­ta infla­zio­ni­sti­ca ope­ra­ta dai gover­ni occi­den­ta­li: è vero che il mer­ca­to del­l’au­to va a rilen­to in tut­to il mon­do, ma è altret­tan­to vero che attra­ver­so que­st’ar­ma Agnel­li cer­ca di con­qui­star­si:
1) il soste­gno sta­ta­le alla sua pro­du­zio­ne (la mes­sa in cri­si del set­to­re); 2) una lar­ga fet­ta dei 5000 miliar­di deci­si dal­lo Sta­to per ospe­da­li, tra­spor­ti, case; 3) una mobi­li­tà del lavo­ro che gli per­met­ta di ristrut­tu­ra­re come e quan­do gli pare.
La riva­lu­ta­zio­ne del­la con­tin­gen­za ser­ve a cal­mie­ra­re le esi­gen­ze sala­ria­li espres­se dai lavo­ra­to­ri. Ser­ve a rida­re fidu­cia al sin­da­ca­to del­la tre­gua socia­le e dei decre­ti fisca­li. Ser­ve a ria­pri­re in manie­ra con­trol­la­ta il cre­di­to per gli inve­sti­men­ti e a indi­riz­za­re la doman­da di que­sto pro­gram­ma­to afflus­so di dena­ri in mano ope­ra­ia.
Ser­ve soprat­tut­to a vie­ta­re che si ria­pra in modo viru­len­to la lot­ta azien­da­le che assu­me­reb­be imme­dia­ta­men­te il pun­to di rife­ri­men­to per tut­ta una serie di for­ze socia­li, dai disoc­cu­pa­ti ai pro­le­ta­ri agli stu­den­ti. Come Auto­no­mia ope­ra­ia orga­niz­za­ta indi­vi­duia­mo nel­la ripre­sa gene­ra­liz­za­ta del­le lot­te azien­da­li il dato poli­ti­co cen­tra­le di que­sta fase del­lo scon­tro di clas­se, nel­la rot­tu­ra rea­le cioè del­la tre­gua socia­le in atto da due anni. Per que­sto mobi­li­tia­mo tut­te le nostre for­ze a soste­gno del­le for­me di riap­pro­pria­zio­ne e auto­ri­du­zio­ne che sono anda­te svi­lup­pan­do­si e cen­tra­liz­zan­do­si in que­sti ulti­mi a par­ti­re dal­la fab­bri­ca. Sap­pia­mo bene che per il sin­da­ca­to del Nord è sta­to un modo come un altro di recu­pe­ra­re quel­lo che ave­va già espres­so il movi­men­to oltre a inter­pre­ta­re quel mas­si­ma­li­smo risor­gen­te nei momen­ti di mas­si­ma cri­si nei par­ti­ti par­la­men­ta­ri (non a caso il mag­gior appog­gio alla «disob­be­dien­za civi­le» vie­ne dal­la Cisl), ma que­sta lot­ta è fon­te di gran­di con­trad­di­zio­ni nel­la strut­tu­ra sin­da­ca­le che ne vie­ta l’e­sten­sio­ne sul ter­ri­to­rio nazio­na­le per­ché non arri­va più a con­trol­lar­la e non sa bene come si con­clu­de­rà. Que­sto ter­re­no va per­cor­so anche se c’è il peri­co­lo che il sin­da­ca­to indi­riz­zi que­sta lot­ta per fini rifor­mi­sti, rifor­ma dei tra­spor­ti, del siste­ma tarif­fa­rio ecc.; il ter­re­no per il sin­da­ca­to non è dei più faci­li quan­do è entra­ta nel­la coscien­za ope­ra­ia la pos­si­bi­li­tà di fare a meno del­la con­trat­ta­zio­ne per una lot­ta che si iden­ti­fi­ca imme­dia­ta­men­te con l’o­biet­ti­vo. Rifiu­to di paga­re gli aumen­ti dei tra­spor­ti, ridu­zio­ne al 50 per cen­to del­le bol­let­te del­la luce ma anche e con­tem­po­ra­nea­men­te tra­spor­ti gra­tis e luce a 8 lire Kw/​h (come la paga­no Agnel­li, Pirel­li, Mon­ti, Pesen­ti) e auto­ri­du­zio­ne del­le bol­let­te gas, tele­fo­no, Tv, del fit­to di casa e anco­ra: occu­pa­zio­ne del­le case sfit­te, spe­sa poli­ti­ca nei super­mer­ca­ti. Non ci può esse­re sepa­ra­zio­ne tra que­sti momen­ti per­ché allo­ra si cadreb­be nel­la trap­po­la sin­da­ca­le con quel gra­dua­li­smo anti­ci­pa­to­re di gros­se scon­fit­te poli­ti­che per tut­to il movi­men­to. Que­sta è la ten­den­za. Lo han­no dimo­stra­to le lot­te ini­zia­te a Roma due anni fa sul­l’au­to­ri­du­zio­ne del­le bol­let­te del­la luce e del tele­fo­no, che sono sta­te il sup­por­to a quel gran­de movi­men­to di occu­pa­zio­ne di case del­l’in­ver­no del 1974; lo dimo­stra­no oggi di fron­te a un attac­co sen­za limi­ti alle con­di­zio­ni di vita dei lavo­ra­to­ri, gli epi­so­di di spe­sa poli­ti­ca, di sco­va­men­to di depo­si­ti di pasta, olio, zuc­che­ro ecc. La riap­pro­pria­zio­ne è un livel­lo più alto di lot­ta che sen­za la con­ti­nui­tà del­le ini­zia­ti­ve in fab­bri­ca con­tro le qua­li­fi­che, l’o­ra­rio, l’am­bien­te, il sala­rio dif­fe­ri­to ci immet­te in uno scon­tro pre­ma­tu­ro con lo Sta­to con il rela­ti­vo pas­sag­gio dal ter­re­no d’at­tac­co a quel­lo di dife­sa. Pra­ti­ca­re il ter­re­no del­la riap­pro­pria­zio­ne signi­fi­ca intan­to rea­liz­za­re un dato sostan­zia­le del pro­gram­ma del sala­rio garan­ti­to: lega­re cioè intor­no agli inte­res­si e ai biso­gni del­la clas­se ope­ra­ia inte­res­si più gene­ra­li del­le mas­se sfrut­ta­te – disoc­cu­pa­ti, sot­toc­cu­pa­ti, mas­sa­ie, gio­va­ni, sot­to­pro­le­ta­ri – su cui fa faci­le pre­sa l’i­deo­lo­gia pic­co­lo bor­ghe­se con i suoi miti d’or­di­ne soprat­tut­to nei momen­ti più cru­cia­li per il capi­ta­le. Il sala­rio, nel momen­to in cui è minac­cia­to anche agli ope­rai del­le gran­di azien­de, è rimet­te­re al cen­tro del­lo scon­tro poli­ti­co la fab­bri­ca e la dire­zio­ne ope­ra­ia. Il ricat­to del lavo­ro eser­ci­ta­to dai padro­ni con la cas­sa inte­gra­zio­ne gene­ra­liz­za­ta, con la minac­cia dei licen­zia­men­ti, ripro­po­ne per gli ope­rai un ter­re­no su cui fino­ra sono sta­ti sem­pre scon­fit­ti. La dife­sa del lavo­ro è la rispo­sta con cui il sin­da­ca­to, spo­san­do il ter­re­no scel­to dal padro­ne, è riu­sci­to a svol­ge­re i momen­ti alti del movi­men­to, a ristrut­tu­rar­li, a inte­grar­li. Non è que­sto il momen­to. Lo sa bene anche il sin­da­ca­to quan­do accet­ta i 24 gior­ni di sospen­sio­ne inve­ce dei 31 volu­ti da Agnel­li ma poi è costret­to a lot­ta­re poi­ché oggi lo scon­tro è sem­pre più poli­ti­co. Padro­ni e sin­da­ca­to han­no davan­ti agli occhi lo spet­tro di Mira­fio­ri, la for­mi­da­bi­le indi­ca­zio­ne di occu­pa­zio­ne del­le fab­bri­che, sabo­tag­gio del­la pro­du­zio­ne, neu­tra­liz­za­zio­ne dei capi.
Que­sto si pro­po­ne al movi­men­to nel­la sua gene­ra­liz­za­zio­ne. No al ricat­to del lavo­ro, no alla cas­sa inte­gra­zio­ne.
Abbia­mo gli stru­men­ti per attac­ca­re, per pren­der­ci il sala­rio garan­ti­to, per affron­ta­re con con­ti­nui­tà il nostro dirit­to di clas­se al rifiu­to del lavo­ro salariato.

L’offensiva degli operai Fiat indica al movimento un nuovo terreno di lotta e di organizzazione

da «Fuo­ri dal­le linee» n. 1

Anco­ra una vol­ta, lot­ta a oltran­za alla Fiat. Come sem­pre, la lot­ta degli ope­rai Fiat è, per la clas­se ope­ra­ia in Ita­lia, il segna­le del­l’at­tac­co. E infat­ti, appe­na ini­zia­ta la oltran­za e il bloc­co di Mira­fio­ri, il movi­men­to si è este­so rapi­da­men­te all’Al­fa Romeo di Are­se e di Pomi­glia­no, all’I­tal­si­der di Taran­to, Trie­ste, Geno­va, Bagno­li; all’O­li­vet­ti di Ivrea, alla Zop­pas, alla Fiat di Cen­to. Un mec­ca­ni­smo gene­ra­le di ripre­sa del­l’of­fen­si­va ope­ra­ia – che già si era da parec­chie set­ti­ma­ne rimes­sa in moto a par­ti­re dal­la Fiat, dal­la Pirel­li, dal­l’Al­fa Romeo – ha rice­vu­to la sua deci­si­va acce­le­ra­zio­ne.
Una cosa è cer­ta: è fal­li­to il ten­ta­ti­vo dei padro­ni di assi­cu­rar­si la tre­gua socia­le e su que­sta base di avvia­re un pro­ces­so di gene­ra­le ristrut­tu­ra­zio­ne del­la fab­bri­ca e del­la socie­tà, per riba­di­re il loro domi­nio sugli ope­rai, per distrug­ge­re l’u­ni­tà e la for­za che la clas­se ope­ra­ia ha accu­mu­la­to in que­sti anni di lot­te. Una cosa è chia­ra: non è pas­sa­ta la mano­vra dei padro­ni, che ten­de­va a rove­scia­re con­tro gli ope­rai gli effet­ti del­la cri­si eco­no­mi­ca e poli­ti­ca a cui in pri­mo luo­go le lot­te, in secon­do luo­go le loro con­trad­di­zio­ni inter­ne han­no inchio­da­to il siste­ma capi­ta­li­sti­co. Lo scor­so autun­no dove­va esse­re l’au­tun­no dei padro­ni, l’oc­ca­sio­ne buo­na per scon­fig­ge­re lo straor­di­na­rio movi­men­to nato nel ’68–69 nel­le fab­bri­che ita­lia­ne. A que­sto, a met­te­re in ginoc­chio gli ope­rai, dove­va ser­vi­re la cri­si ener­ge­ti­ca, e l’in­fla­zio­ne. Dove­va­no ser­vi­re a dire agli ope­rai: «Se vole­te man­te­ne­re le vostre attua­li con­di­zio­ni di vita, dove­te lavo­ra­re di più, tor­na­re a far­vi sfrut­ta­re al limi­te del­le vostre pos­si­bi­li­tà. La “festa” è fini­ta». Ma gli ope­rai non han­no nes­su­na voglia di aiu­ta­re il padro­ne per far­si met­te­re i pie­di sul­la testa. E così la rispo­sta è arri­va­ta, l’i­ni­zia­ti­va è tor­na­ta in mano agli ope­rai. È pos­si­bi­le par­la­re di aper­tu­ra di un nuo­vo ciclo di lot­te ope­ra­ie.
Ma la lot­ta ope­ra­ia nel­la cri­si ha un carat­te­re par­ti­co­la­re: è neces­sa­ria­men­te lot­ta poli­ti­ca, non sem­pli­ce­men­te riven­di­ca­ti­va. Si gio­ca sul ter­re­no del pote­re, non del­la trat­ta­ti­va. Da che esi­ste il capi­ta­li­smo, quan­do il padro­ne non ha mar­gi­ni rifor­mi­sti­ci (cioè non può e non vuo­le con­ce­de­re nul­la), o gli ope­rai pie­ga­no la testa e accet­ta­no la scon­fit­ta, o devo­no orga­niz­zar­si sul ter­re­no del­lo scon­tro vio­len­to. In altre paro­le: nel­la cri­si, o la lot­ta è gene­ra­le, poli­ti­ca, orga­niz­za­ta e arma­ta, o non è. Gli ope­rai si tro­va­no di fron­te tut­ta la strut­tu­ra di coman­do dei padro­ni, dal­la fab­bri­ca allo Sta­to: e allo­ra è il ter­re­no del pote­re, dei rap­por­ti di for­za gene­ra­li, è il pro­ble­ma del­la guer­ra di clas­se che vie­ne in pri­mo pia­no.
Que­sta è la situa­zio­ne attua­le del­lo scon­tro di clas­se in Ita­lia. I padro­ni e i loro rap­pre­sen­tan­ti poli­ti­ci, da un lato, han­no con­ti­nua­to a pro­vo­ca­re la col­le­ra ope­ra­ia con una serie con­ti­nua di mano­vre di aper­ta vio­len­za anti-ope­ra­ia: il razio­na­men­to, la auste­ri­ty, l’at­tac­co for­sen­na­to al pote­re d’ac­qui­sto dei sala­ri, i licen­zia­men­ti, l’in­ten­si­fì­ca­zio­ne del­lo sfrut­ta­men­to in fab­bri­ca. Gli ope­rai, dal can­to loro, han­no rico­min­cia­to con gli scio­pe­ri, con le fer­ma­te sel­vag­ge, i cor­tei che spaz­za­no le fab­bri­che; i pestag­gi dei capi, dei cru­mi­ri, dei diri­gen­ti, i pic­chet­ti duri, i cor­tei «arma­ti», den­tro e fuo­ri la fab­bri­ca.
Tut­to que­sto espri­me la volon­tà degli ope­rai di rom­pe­re la cami­cia di for­za del­la tre­gua, del cedi­men­to, che il sin­da­ca­to e i par­ti­ti rifor­mi­sti voglio­no strin­ge­re attor­no alle lot­te. Gli ope­rai han­no ben chia­ro in testa che il «com­pro­mes­so sto­ri­co» con il padro­ne rap­pre­sen­te­reb­be la loro scon­fit­ta gene­ra­le, la liqui­da­zio­ne di tut­to quan­to in que­sti anni si sono con­qui­sta­ti come pote­re di orga­niz­za­zio­ne e di lot­ta. Per que­sto han­no comin­cia­to a pre­pa­ra­re lo scio­pe­ro del 27, rilan­cian­do la mas­sic­cia offen­si­va di que­sti gior­ni. Il 27 dove­va esse­re l’oc­ca­sio­ne – pas­sag­gio ini­zia­le ma essen­zia­le – di un rilan­cio del­la con­trat­ta­zio­ne del­la tre­gua fra sin­da­ca­ti, padro­ni, gover­no; gli ope­rai voglio­no far­ne un’oc­ca­sio­ne di scon­tro che indi­chi qua­le dovrà esse­re la qua­li­tà, il per­cor­so, il tipo di lot­ta nel­la fase che si apre.
Que­sto foglio d’a­gi­ta­zio­ne, che Pote­re ope­ra­io pro­po­ne come stru­men­to di orga­niz­za­zio­ne a tut­te le avan­guar­die comu­ni­ste, vuo­le esse­re un fram­men­to di ini­zia­ti­va in que­sta dire­zio­ne. Que­sto stru­men­to ha un sen­so, se vie­ne sot­trat­to a una dimen­sio­ne di grup­po e diven­ta voce di un pro­ces­so, ben più ampio e signi­fi­ca­ti­vo, di orga­niz­za­zio­ne ope­ra­ia.
Que­sto stru­men­to ha un sen­so, se si lega alla costru­zio­ne di momen­ti orga­niz­za­ti: di uni­tà del­le avan­guar­die, di ele­men­ti di orga­niz­za­zio­ne ope­ra­ia di attac­co.
È di qui che si comin­cia a costrui­re il par­ti­to del­la guer­ra al lavo­ro, il par­ti­to arma­to degli ope­rai comu­ni­sti. A un nuo­vo ciclo di lot­te deve oggi cor­ri­spon­de­re un nuo­vo ciclo di orga­niz­za­zio­ne. Voglia­mo rac­co­glie­re e rilan­cia­re il segna­le d’at­tac­co del­le avan­guar­die ope­ra­ie del­la Fiat, che pre­pa­ra­no per il 27 una gran­de gior­na­ta di lot­ta, un momen­to di scon­tro poli­ti­co che man­di all’a­ria il pia­no padro­na­le di scon­fit­ta ope­ra­ia, il pia­no sin­da­ca­le di tre­gua e di cedi­men­to.
In que­sta set­ti­ma­na, pri­ma e dopo lo scio­pe­ro gene­ra­le del 27, que­sto gior­na­le usci­rà ogni gior­no, per costrui­re den­tro il movi­men­to del­le lot­te una sca­den­za signi­fi­ca­ti­va, che spo­sti, anco­ra una vol­ta in avan­ti il ter­re­no del­lo scontro.