Iniziò con una Jacquerie, quante volte ce lo siamo ripetuto, ed entrammo nella storia. Volevamo eliminare tutti i miti, ne abbiamo distrutti tanti, ma anche costruiti di nuovi, a tal punto che finita la meravigliosa illusione, il sogno, ci siamo trovati schiacciati dalla storia, quella pubblica, degli altri. La nostra, fatta di tenerezze, scritte sui muri, cortei gioiosi e militari, tensioni, rimane nostalgico ricordo, per alcuni neanche consapevole memoria. L’ironia spaventò il potere, l’incontrollabile lo spiazzò, ma con abilità esso iniziò il lungo corteggiamento, si rese disponibile, offri spazi. Tanti compagni rimasero invischiati, e, pure attraverso loro, il potere fattosi consumabile riadattò rapidamente le sue forme di controllo alla nuova realtà. La ricerca della mediazione e del consenso intellettuale, fra chi aveva già da tempo fatto le sue scelte, ridussero come un tumore maligno a storia borghese l’incommensurabile e mai trascrivibile poesia dei nostri gesti di rivolta. Attualmente fioriscono i fogli, piacerebbe scrivere d’agitazione, ma non è possibile, altro non contengo-no che: privato, centri alternativi, qualche elucubrazione. La conoscenza si impone su tutto, giovani desiderosi di giocare a fare gli intellettuali, scrittori in erba, poeti in ritardo che parlano del ’77, dopo che i muri sono stati ripuliti, sono interessanti ma non sufficienti. Non ci si sente liberi quando solo si legge o si scrive o si seguono i vari dibattiti accademici, si è più liberi in un carcere organizzandosi con i detenuti, per migliorare le condizioni di esistenza, che continuare a circolare fra fantasmi lamentosi della mancanza di certezze. Ebbene, mai come ora la situazione è eccellente, la fine delle ideologie costringe, finalmente, ad affrontare il sociale armati solo della nostra soggettività, e questa è l’arma migliore. Non più passato né futuro, entrambi ci ricondurrebbero a cercare la mediazione mentre l’unica alternativa risiede nella ricerca di una continua rottura immediata e nella soddisfazione delle proprie azioni, siano esse pacifiche o violente, poco importa se gratuite. Non c’è più vita, a meno di essere Potere, senza ritorno alla prassi, alla sperimentazione della libertà attraverso l’autovalorizzazione dell’antagonismo quotidiano. L’autovalorizzazione (conquista di libertà, superamento degli schemi) è possibile se fondata sulla ripetizione ritmica, di massa, dei gesti che distruggono il Potere. Stiamo inoltre guarendo dalla malattia delle ideologie, di fronte al crollo dei punti di riferimento, dal niente realizzato altrove, possiamo ergerci consapevoli che l’unico vero ribaltamento è la rivoluzione del tutto. E’ in questo che sentiamo e viviamo lucidamente, che diveniamo storici ed entriamo in scena come protagonisti. Innanzitutto perché non stando con nessuno scegliamo la strada di chi dice no a qualsiasi potere-oppressione, quella dei rivoltosi. Da questa strada è difficile uscire, dato che la fonte delle lotte, le radici delle contraddizioni sono pure in noi, quando la si inizia bisogna percorrerla fino in in fondo. Chi vive lo sfruttamento tutti i giorni, chi non ha la possibilità di godersi un’esistenza decente, chi sente l’oppressione sul suo corpo, nella sua mente, nel suo sangue, non può che vivere senza riserve perché questa è la sua ultima possibilità. Chi lascerà la strada buttando via il fardello delle sue esigenze e della sua violenza di opposizione non potrà che finire avvelenato dalle proprie verità uccise. Per gli avvelenati sarà allora l’inizio del quotidiano della rinuncia, una morte senza fine, a questo vuole portarci il Potere. Certo ci offre i miraggi della produzione e del consumo. Non facciamoci fregare, non fermiamoci, liberiamo continuamente la passione creativa d’amore e di ribellione, questo l’unico modo per battere la diffusa coscienza a livello di massa delle costrizioni necessario. L’industrializzazione, il necessario controllo limitativo dello sviluppo tecnico-scientifico da parte del Potere, lo costringono ad uniformare gli strumenti del controllo, dello sfruttamento, del dominio: parcellizzandoli, articolandoli, automatizzandoli. Ed è proprio in questa diffusione molecolare del potere che emerge la possibilità reale di una permanente lotta di liberazione, è la grande occasione storica per una battaglia per una libertà sostanziale. Non a caso è esistito un rapporto diretto, nel l’esperienza del ’77 e nelle recenti lotte degli ospedalieri, fra liberazione di creatività individuale e collettiva, fondamenti di nuove dinamiche di libertà e la disarticolazione del controllo diffuso e lo smascheramento delle pratiche di democrazia autoritaria portata avanti dai partiti. Nella fase della mediazione, post-marzo ’77, i cavalli di troia del potere nel movimento hanno permesso a questi di recuperare allo spettacolo le forme più emergenti della creatività collettiva. Ma per fortuna nei sotterranei della nostra civiltà, nel nostro popolo, continua a procedere il fiume impetuoso di ciò che ognuno di noi fa nascondendosi. Quello che è emerso nel passato non è nulla rispetto al turbinare di contraddizioni, pensieri, energie che ci agitano ininterrottamente giorno dopo giorno.Questo fiume è ingovernabile ed ha ripreso a scorrere, è un fluido composito di fantasticherie, desideri insoddisfatti, idee, sensazioni, è la preparazione dell’irrazionale magmatico di razionali gesti sconvolgenti. Consumare è accumulare di tutto: amore, danaro, miti, conoscenze, politica, questa la proposta per illuderci di essere liberi. Ma il tempo dell’illusione è breve ed effimero, crescono il senso di malessere e i conati di vomito, cresce la rete di libertà totale.Fare dimenticare all’uomo di essere un produttore, alienato nella creatività del lavoro forzato, dello sfruttamento, ecco le ragioni per cui il sistema ripiega nel consumo e nella piccola accumulazione bottegaia. Guai a farsi invischiare in questa dimensione, il cui centro progetta di controllare nello spazio di tempo libero dal lavoro, la creatività dell’uomo. Dobbiamo assolutamente finalizzare i nostri sforzi cercando una risposta credibile, di vita, per negare il controllo per tutto il tempo sulla nostra creatività. Ciò è fondabile a partire dal rifiuto dell’ideologia del lavoro, non c’è alternativa senza questo essenziale presupposto che si concretizza, per ora, nella critica distruttiva dell’attuale assetto sociale e della struttura di produzione e consumo. Il potere cibernetico tenta di trasformare ciascuno in singolo organizzatore della propria disponibilità, sia alla produzione che al consumo. Rifiutiamo questo ruolo di passività con una ricerca continua di quei gesti spontanei, conseguenza della nostra canalizzazione della creatività. Questo è possibile attraverso una permanente e lunga resistenza alla penetrazione del potere in noi. Da qui riemerge quella autovalorizzazione, tanto necessaria per vivere. Diamo l’ultimo colpo di piccone affinchè il fiume torni in superficie per un’altra Jacquerie.
CONTRO L’ESISTENTE PER IL POSSIBILE
di Franco Berardi Bifo
Non sarà certo con ordine che procederemo. Procederemo per allusioni e approssimazioni. Per domande e per ipotesi. In questa situazione in cui chi pretende di spacciare con arroganza nuove certezze è generalmente un imbecille, e chi si acqueta all’interno dell’incertezza facendone motivo di sicurezza, magari professionale e giornalistica è un opportunista. Una osservazione per cominciare. Molto simili per certi versi, sono i giorni presenti ai giorni che seguirono l’insurrezione di Mirafiori. Due anni nei quali ogni battaglia si svolgeva su un terreno inadeguato, in cui il movimento reale non si riconosceva nelle rappresentazioni politiche (gruppi, organismi di massa) che.erano eredità del passato e ostacolo al movimento possibile. Oggi certo la crisi che attraversiamo è più grave, più profonda. Coinvolge radicalmente il concetto stesso di rivoluzione, mette in crisi la possibilità di fondare il processo di autonomizzazione su un soggetto ben definito. Oggi si tratta di riconoscere lo scollamento e la distanza fra immaginario reale di massa e il simbolico trasformativo e rivoluzionario. E su tutto questo si tratta di puntare senza pudore la nostra attenzione. Ma un dato appare analogo ad allora. E questo dato è la sclerosi culturale delle forme di rappresentazione (politica, ideologica) rispetto al movimento reale. E, se le forme di rappresentazione del dopo 68–69 erano i gruppi e i loro organismi di massa, oggi le forme di rappresentazione sono più complesse e sfrangiate ma non meno deformanti. Guardiamo alla situazione di Bologna, per molti versi ancora la più vivace. Il «movimento di Bologna» è divenuto — nel complesso quadro che lo costituisce — una rappresentazione politica o militare che continua a parlare «a nome» di una base sociale che è scomparsa dai luoghi di aggregazione delegata, per fuggire in mille direzioni ben più interessanti di Piazza Verdi o di Radio Alice. Verso la fabbrica o verso la rete diffusa del lavoro nero o mobile, verso lo studio e la poesia, verso l’eroina o il punkrock, verso l’India o verso la deriva. È sconfortante, ma è così: il movimento di Bologna, che era il punto di aggregazione di forze suscitate per disgregazione, che era il punto di arrivo di una critica di massa alle forme di rappresentazione politica, in quanto tali ripetitive ed impotenti, ora finisce per riprodursi esattamente come rappresentazione politica, esattamente come ostacolo all’insorgere di nuove possibilità di ricomposizione e di invenzione. La forma politica di rappresentazione che ci troviamo di fronte come ostacolo è in primo luogo l’Autonomia. E quando parliamo di autonomia organizzata non ci riferiamo ai diversi partiti realizzati o in pectore che a mala pena reggono al ridicolo, ma parliamo proprio di un atteggiamento, di un comportamento, di un modo di pensare all’organizzazione, che è diffusa fra i residui autonomi del movimento del ’77. Non è possibile non essere colpiti dalla rozzezza e dall’arroganza del quadro medio dell’autonomia, oggi. Ma questa non è che una conseguenza di una carenza analitica e strategica, di un rifiuto di misurarsi coi temi della controrivoluzione planetaria in corso, delle forme di rivoluzione dall’alto capitalistico, e della cosiddetta restaurazione culturale (o piuttosto della distonia fra immaginario reale delle masse e simbolico trasformativo). Sostituire a una analisi di questi processi assolutamente determinanti la cocciutaggine di una pratica arrogante e cieca non è che segno di arteriosclerosi galoppante o, il che è lo stesso, di infantilismo insuperabile. Dobbiamo riconoscerlo e dirlo ad alta voce: l’autonomia possibile, la liberazione di processi di autonomizzazione trova oggi sulla sua strada come ostacolo attivo e non solo come ritardo l’autonomia esistente, rappresentazione politica e culturale del passato. Occorre rompere la crosta culturale e organizzativa dell’autonomia esistente il suo permanere nell’ambito della tradizione del «movimento comunista» se si vuole delineare il campo di emergenza dell’autonomia possibile. Occorre riconoscere nella rivoluzione dall’alto del capitale l’unico terreno interessante per una riorganizzazione della pratica rivoluzionaria della liberazione. Ogni riferimento ed ogni legame alle forme esistenti dell’ideologia socialista, del movimento e della classe non è che un blocco all’autonomizzazione. Che pratica autonoma è possibile svolgere, che processo di autonomizzazione è possibile suscitare, fin quando non avremo definitivamente spazzato via ogni residuo delle ipotesi che hanno prodotto il socialismo esistente, quello dell’URSS, della Cina, del Vietnam o della Cambogia? Fin quando non avremo riconosciuto che ogni identificazione del processo rivoluzionario col potere non è che violenza smisurata sulla vita, sulla socialità reale? Fin quando non avremo, in ultima analisi, riconosciuto che solo lo sviluppo del capitalismo, che solo la rivoluzione dall’alto ininterrotta è terreno percorribile dall’iniziativa di autonomizzazione.
Corrente trasversale e insurrezione
La ricchezza trasformativa ed innovativa che la forma dominio comprime, e che viene poi annichilita e svilita dall’organizzazione del lavoro che coniuga il massimo di decentramento produttivo con il massimo di concentrazione formativa e tecnico-scientifica (oltre che finanziaria) tende e premere contro le pareti del l’organizzazione esistente del Sapere e del Lavoro. E questa pressione, questa volontà di rompere la struttura esistente del Sapere è la forma in cui si darà il movimento rivoluzionario post-comunista, dopo la fine di ogni possibile ideologia sul socialismo o su una gestione del potere che non sia quel che è da sempre la gestione del potere: violenza, oppressione, menzogna, riproduzione dell’esistente. Su questo tracciato, di rottura del limite del possibile, deve riuscire a muoversi il percorso insurrezionale attraverso il quale l’autonomia possibile potrà emergere. Ma proprio su questo nesso di problemi, sul concatenarsi della rottura insurrezionale con la rottura del Sapere e con la sperimentazione di altri sistemi semiotici possibili, si tratta di riprendere in mano il filo della proposta. Su questo terreno la corrente trasversale ha scoperto dal ’77 la sua specificità, rimanendo però finora incapace di liberarsi definitivamente dall’intralcio della politica, del movimento esistente, ed anche di garantire coerenza e continuità alla sua pratica disseminata e molteplice nella produzione d’immaginario. La corrente trasversale non è che l’insieme di operazioni, strumenti, rotture, spostamenti che determinano le condizioni di formazione di un terreno culturale capace di produrre l’emergenza e la ricomposizione nel soggetto e di esplicitare tutte le potenzialità che l’intelligenza sociale contiene. Questa emergenza si dà come insurrezione, cioè rottura dell’equilibrio esistente della forma dominio, e quindi dispiegamento delle potenzialità accumulate nell’intelligenza sociale. Nel marzo ’77 credo siamo riusciti a concepire l’insurrezione in questi termini post-politici. E questa curva teorica è tutta iscritta nel percorso teorico che va da «A/traverso» del ’75-’76 fino a Finalmente il cielo è caduto sulla Terra nel febbraio, aprile ’77, fino a La rivoluzione è finita abbiamo vinto del giugno ’77. Dapprima il percorso sotterraneo di accumulazione delle condizioni di urgenza soggettiva della rottura; poi la forma e il senso della rottura del marzo; poi la percezione dell’impraticabilità di un passaggio necessario, indicato nervosamente, ma non esplicitabile praticamente, perché tutto da costruire attraverso la produzione delle condizioni di conoscenza della rottura. L’ultimo numero di «Finalmente», nell’aprile ’77 indica già un’alternativa: o la capacità di ricomporre le forze sociali della trasformazione nella prospettiva dell’insurrezione o la prospettiva dello sfilacciamento della guerra civile. La Rivoluzione è finita indica la traccia di un percorso tutto da compiere: accumulare le condizioni di possibilità della rottura del limite. Conoscere la struttura del Sapere-controllo, simulare altre concatenazioni del Sapere. Ed è ancora su questa traccia che ci aggiriamo. La rottura era intesa in modo esplicitamente post-politico. Come il momento in cui la tensione e la dirompenza delle potenzialità della socialità reale giungono a premere incontenibilmente contro le condizioni determinate della forma data del dominio e debbono romperla, insorgendo, e dunque dandosi le possibilità di dispiegarsi e realizzandosi come soggettività. L’insurrezione esprime ciò che la socialità reale conteneva ed era compresso, ma al contempo moltiplica le capacità produttive dei soggetti sociali che scoprendo direzioni di dispiegamento possibile la forma dominio occultava. Il marzo ’77 ha rotto la forma dominio del compromesso storico e della giunzione fra DC e PCI, la forma totalitaria della socialdemocrazia stalinista. Questo è un fatto. Ma il problema posto allora, dopo quella rottura resta interamente da svolgere, nella pratica teorica, nella critica del Sapere, e nella pratica di organizzazione delle forze sociali capaci di produrre un Sapere autonomo dalla valorizzazione. La cosa più urgente per poterci muovere su questo terreno è però rimuovere l’ostacolo da questo vero e proprio oscurantismo che è oggi rappresentato dall’autonomia esistente che si oppone, con la sua pratica infantile ed arteriosclerotica ad un tempo, tanto più arrogante quanto più vuota, gradualista e minimalista, ad una rifondazione radicale dei processi di autonomizzazione.
Sballati produttivi e operai parassiti
È su una analisi della composizione di classe e delle sue modificazioni che, oggi come sempre, va fondata una critica delle forme di rappresentazione politica. Ebbene, proprio su questo terreno si fonda oggi la contraddizione fra autonomia possibile — ovvero i processi di autonomizzazione che la socialità reale può dispiegare — e autonomia esistente — ovvero il precipitato politico, organizzativo, sociale e culturale delle figure sociali emerse nel passato e travolte dalla rivoluzione dall’alto. Vediamo ad esempio il tema della rigidità della forza-lavoro; su questo terreno si è costituito una sorta di «fronte garantista» che va da settori di sinistra sindacale, a settori della base anziana del PCI, all’area «estremista», intenta a difendere la struttura della forza-lavoro e la stabilità del posto di lavoro, e nello imporre al capitale il congelamento di condizioni produttive che perpetuano la struttura industriale al di là della sua obsolescenza tecnologica. Ovviamente si trattava di una battaglia difensiva tesa a coprire una incapacità operaia di rovesciare la ristrutturazione capitalistica nel suo stesso compiersi, e quindi si limitava ad opporsi puramente a questa ristrutturazione. Ma come ogni battaglia difensiva non è riuscita a comprendere tutto lo spazio sociale su cui il movimento reale del capitale si svolgeva. E la resistenza operaia ha sortito un effetto paradossale ma profondissimo di ridislocazione della produzione nel corpo sociale, di cui oggi dobbiamo valutare a pieno la portata. La classe operaia di fabbrica ha finito per diventare un nodo troppo duro per essere piegato alla rivoluzione dall’alto, ma non, nel senso di una capacità autonoma di imposizione di condizioni offensive, di trasformazione, di liberazione dal lavoro; piuttosto nel seno di un sostanziale immobilismo che permette alla rivoluzione dall’alto del capitale di aggirare la resistenza operaia, di determinare un aumento della produttività media sociale attraverso uno smisurato allargamento dell’area del lavoro decentrato. Il risultato di questo aggiramento (che emerge, oggi, in forma apparentemente contraddittoria, con la ripresa degli indici di produttività media sociale mentre la produttività delle grandi fabbriche, considerata nel suo insieme salvo alcune eccezioni ristagna) è un risultato paradossale; la classe operaia di fabbrica diviene uno strato sociale semiparassitario dal punto di vista di produzione di plusvalore relativo, mentre gli strati che rifiutano (o che sono esclusi) dal lavoro fisso (i marginali, i giovani, i teppisti, i drogati, i vagabondi) sono i veri attori di una ripresa di produttività che passa attraverso una rete diffusissima di lavoro irregolare. Nessun orgoglio produttivo, naturalmente, da parte della base sociale del movimento degli emarginati. Diciamo semplicemente che il marginale è al centro, ma al centro della organizzazione capitalistica del lavoro. Ma se andiamo a considerare quali sono poi i settori su cui strategicamente questa sorta di convergenza fra settori di capitale più dinamici e strati di classe più mobili e più «autonomi» si configura come prospettiva strategica, scopriamo che questi settori sono proprio quelli dell’elettronica, del lavoro informativo e del lavoro intellettuale, della ricerca e della invenzione. Insomma sono i settori in cui viene occupato quel lavoro particolare che è il lavoro che sopprime lavoro… Su questo terreno intelligenza proletaria e intelligenza capitalistica hanno già stabilito una convergenza di lungo periodo, mentre noi ci attardiamo dietro al garantismo sindacale, o all’elaborazione un pò idiota di nuovi socialismi veri contrapposti a quelli falsi, o di nuovi movimenti proletari dell’autonomia e chi più sciocchezze ha più ne metta. L’autonomia esistente, su questo terreno, ha prodotto infatti un discorso ed una pratica di sconcertante ottusità. Da un lato difesa (sindacale e corporativa) della rigidità della forza-lavoro. Dall’altro «attacco ai covi del lavoro nero», cioè, esattamente, rivendicazione di un corretto funzionamento del mercato del lavoro. E nel frattempo i fratelli scemi di quel che resta del movimento del ’77 difendono la loro particolare rigidità: il diritto dei marginali a fare i marginali, a essere felici o disperati, a barricarsi in Piazza Verdi o farsi venire le malinconie. Gli autonomi cattivi vogliono restaurare un mercato del lavoro che non c’è più. I proletarizzati se ne fottono e circolano nel territorio complesso del lavoro diffuso. Senza organizzazione, senza identità culturale, senza autonomia, perché il movimento non ha saputo trasformarsi in organizzatore consapevole di questi strati di lavoro che sopprime lavoro. L’autonomia esistente diviene cosi rappresentazione politica un po’ ottusa perché non riesce ad individuare un asse strategico che colleghi la mobilità del lavoro irregolare all’insubordinazione, e soprattutto che colleghi questa insubordinazione alla forza-invenzione che questi strati possono sviluppare e autonomizzare fino al punto di scagliarla contro l’organizzazione del lavoro esistente, e di rompere in continuazione la forma del dominio che garantisce il funzionamento del Sapere dentro il limite della legge della valorizzazione. Ma la rottura deve essere continuamente legata all’apertura di possibilità di concatenazione produttiva intelligente e non mera pressione sindacale sulle condizioni di uso della forza-lavoro. È dunque nella potenzialità inventiva che il lavoro mobile (altamente scolarizzato, portatore dell’intelligenza tecnico-scientifica) esprime, e che la forma di dominio e di organizzazione del nesso Sapere-Tecnologia-Lavoro comprimono, che si tratta di puntare la nostra attenzione. Dal momento in cui i proletari mobili e non garantiti non sono più intesi come marginali espulsi o autoespulsi dalla produzione, bensì come strati più altamente produttivi e più elastici, una volta che si veda come la mobilità consente ad un tempo di sottrarsi alla totale dipendenza salariale e di entrare come elemento fondamentale nella struttura produttiva, ecco che l’asse strategico che ci interessa all’interno della composizione di classe complessiva è quello che collega i proletari mobili ai produttori dell’innovazione ed ai detentori della conoscenza tecnico-scientifica. Sottolineiamo per altro il fatto che il proletariato mobile viene per gran parte occupato nei settori a più alta composizione organica e dove più intensa è rinnovazione e l’applicazione del lavoro tecnico-scientifico, dunque il proletariato mobile è detentore di un alto grado di forza-invenzione, compressa e dissipata dalla forma del dominio capitalistico.
1) Il fenomeno lotta armata «Uso della forza», «comportamento di violenza organizzata», «nuova legalità operaia», «appropriazione di massa della ricchezza sociale»; «propaganda armata»: questi gli enunciati che negli ultimi anni hanno caratterizzato le avanguardie dell’autonomia di classe, orientando, direttamente o indirettamente, le tensioni rivoluzionarie, verso la confluenza strategica della lotta politico-militare. È ormai innegabile che il processo di contrapposizione reale alle classi dominanti trae continuità dalle insorgenze di classe più radicali e aggressive (resistenza operaia informale; nuclei di autonomia; movimenti di liberazione…), che stentano però a trovare una cifra politica attraverso cui centralizzare e disciplinare le tensioni eterogenee che vivono al loro interno. In quanto parte integrante di un ordine sociale altro da quello dominante, da costruire sulla «negazione della realtà esistente», il bisogno tendenziale di un «partito combattente» è ormai componente insopprimibile della coscienza rivoluzionaria prima ancora della sua compiuta realizzazione. Una rapida valutazione della germinazione dei gruppi che formano la più recente costellazione della avanguardie che teorizzano la lotta armata conferma tale ipotesi. Pur sotto la tempesta dei colpi repressivi, delle persecuzioni e delle sconfitte capillari, che hanno spesso fatto registrare un pesante consuntivo di sangue, i gruppi politico-militari non solo sopravvivono ma proliferano. Sigle come «lotta armata per il comunismo», «guerra di classe per il comunismo», «mai più senza fucile» «senza tregua per il comunismo» «Formazioni comuniste armate», e innumerevoli altri aggregati senza nome si sono affiancati da tempo alle due organizzazioni storiche Nuclei armati proletari e Brigate rosse.
2) Le cause oggettive II fenomeno della lotta violenta contro il sistema capitalistico non nasce come sostiene qualche «acuto» sociologo borghese o qualche «illuminato» magistrato di sinistra dai tessuti cancerosi del corpo sociale o dalla degradazione dei valori e della razionalità collettivi. «La guerra civile» che, secondo gli osservatori stranieri, sconvolge i fragili equilibri istituzionali del paese, nasce da cause oggettive, riconducibili a rapporti di produzione determinanti. Lo spettro della guerra interna aleggia su una società disgregata e dilacerata nelle sue connessioni di classe fondamentali. Sempre più ampie quote di lavoratori subalterni, assai giovani e non irreggimentabili né attraverso la disciplina di fabbrica né con le intimidazioni esistenziali – famiglia, benessere avvenire… – vanno a ingrossare le sacche del mercato del lavoro marginale e clandestino. La violenza che essi esprimono dalle profondità del ghetto è in sé ineliminabile come manifestazione di una resistenza biologica, antica e muta, contro la classe dominante. Ciò che attualmente la rende qualitativamente differente, collocabile in una tendenza rivoluzionaria, è il carattere strategico e irreversibile delle condizioni emarginanti create dalla ristrutturazione imperialista. Per tutti questi strati Non-Garantiti non esiste più possibilità di essere riassorbiti nel mantice del ciclo capitalistico, in funzione di relativa stabilità. Il «soffietto» della produzione «periferica» tipico degli anni ’50 e ’60 è stato attualmente distrutto dalla disseminazione intenzionale della fabbrica e delle sue induzioni sull’intero territorio. La ricomposizione di queste masse come figure contrattualmente garantite è pressoché impossibile. Oggettivamente fanno parte del proletariato industriale e sociale; soggettivamente ricalcano però spesso comportamenti sottoproletari ed extralegali. La loro violenza ha iniziato dunque ad avere una cifra politica, quando attraverso la giungla dell’autonomia proletaria si è ricongiunta oggettivamente con la violenza organizzata e i comportamenti illegali della classe operaia centrale. Diverse sono le cause storiche e strutturali della violenza maturata da queste componenti nelle grandi fabbriche. Lo stillicidio di azioni organizzate dentro e fuori i luoghi di produzione ha come costante politica il legame evidente tra interessi determinanti di massa e iniziativa delle avanguardie. La scansione della violenza operaia è determinata da un ritmo interno alla classe che, col tempo, ha selezionato i suoi diretti protagonisti. Dalla marea indistinta del ’69 alle squadre del ’72–73 fino ai nuclei clandestini degli ultimi anni, la violenza operaia, avanzando, e assumendo forma organizzata, ha aggregato interno a sé tematiche e ipotesi diverse, spesso contrastanti, che caratterizzano bisogni e soggetti diversi in seno alla classe. Non ha operato una spaccatura che già esisteva, fomentata dall’unanimismo sindacale e revisionista, ma ne ha polarizzato gli elementi attivi e i detriti. Chi sono i suoi referenti oggettivi nella complessa serpentina del ciclo centrale? Gli operai dequalificati e massificati, cui è negato ogni risarcimento sia economico che ideologico, le fasce più basse del terziario di fabbrica, i quadri di lotta delle strutture consiliari che hanno bruciato con l’esperienza ogni illusione nel riformismo operaio.
3) Guerra interna o guerra di classe? L’irreversibilità delle condizioni oggettive che alimentano le ipotesi rivoluzionarie sostanziate nei molteplici embrioni di organizzazione armata non celebra tuttavia la realizzazione politica soggettiva di questi principi. Lo scontro di classe sempre più si configura come guerra interna condotta contro le masse subalterne, ma questo non implica meccanicamente la costituzione della classe in Stato operaio armato. Infatti, da un lato esistono potenti tensioni disgregatrici all’interno della comune condizione oggettiva, fomentate dal riformismo, che producono fratture nella compagine di classe (nuove aristocrazie terziarie e operaie, contrapposizioni ideologiche tra garantiti e non-garantiti ecc.): plasmate dal potere sulla matrice opportunista e corporativa esse ne riproducono e veicolano il modello. Dall’altra parte, la difficoltà di compenetrare istanze soggettive provenienti da terreni di lotta differenti a loro volta spesso rappresentati da organizzazioni diverse, attinge al divario tra soggettività e soggettività rivoluzionaria. Lo spazio tra avanguardia e massa e tra avanguardia e avanguardia non è colmabile né col puro riscontro delle condizioni oggettive né con il volontarismo organizzativo. La traduzione della realtà in programma rivoluzionario si caratterizza come processo incessante di chiarificazione teorico-pratica, in cui l’azione non è totalità di lotta ma strumento strategico. Lo spartiacque della «lotta armata», se non risulta in grado di promuovere un processo di chiarificazione e di aggregazione evolutiva rispetto alle tensioni dell’autonomia di classe, può scadere a mera esaltazione delle contraddizioni di classe.
4) II fucile non parla È evidente che l’azione in sé non è in grado, sia nella forma di esempio, sia nella forma di propaganda, di orientare e guidare, secondo le linee di un programma strategico, la dinamica molecolare delle avanguardie proletarie. Per quanto riguarda in specifico le forze che praticano la violenza proletaria, si nota che tutte le esperienze armate riconoscono la priorità dell’azione come unico criterio fondante e discriminante della pratica rivoluzionaria; d’altro canto sul piano politico programmatico le differenze d’analisi e gli scarti ideologici determinano spesso una chiara moltiplicazione dei moduli organizzativi e una rilevante diaspora delle iniziative. Ciò significa che l’azione armata, lungi dall’essere la sintesi univoca dei problemi politici che agita e rappresenta, produce ampi margini di ambiguità interpretativa e propositiva. Com’è possibile che la centralità dell’azione si concili con organizzazioni di matrice di classe differenti, con molte chiavi di lettura politica e con le molteplici formulazioni ideologiche e teoriche da essa stessa proposte?
5) Per uno schema di lettura Riteniamo che per rispondere a questa apparente contraddittorietà sia necessario partire proprio dall’azione armata come fulcro delle teorie politico-militari. Poiché l’azione si presenta essenzialmente come un fenomeno militare che vuole avere in sé tutte le categorie dell’evidenza e della verifica politica, per renderla interpretabile all’analisi occorre disaggregarla nei suoi costituenti generali.
6) L’azione armata: sue componenti L’azione considerata come insieme organico di aspetti tecnici, militari e politici può essere scomposta sempre in tre elementi fondamentali. - Forme - Contenuti - Obiettivi Dalla realizzazione o dallo scardinamento del loro equilibrio interno possono derivare interpretazioni politiche assai diverse. Per questo motivo viene raggiunto l’allineamento dialettico tra forme-contenuti-obiettivi corrispondente al programma strategico e al giudizio politico di fase, rispecchiante la realtà oggettiva dello scontro; non può esistere alcuna sfasatura tra l’azione armata (forma e contenuti) i fini perseguiti (obiettivi) e l’organizzazione che li attua. In questo caso l’azione militare è «la continuazione della lotta politica con altri mezzi». Viceversa quando si verifica – ed è la maggior parte dei casi – lo scardinamento di un tale allineamento, l’azione diventa una copiosa sorgente di interpretazione e di ideologie soggettive spesso antitetiche.
7) Forme (e comportamenti) Un esempio evidente di squilibrio tra le varie componenti l’azione e di sviante interpretazione che ne consegue, è rappresentato dalla esaltazione della lotta violenta spontanea. Queste forme di resistenza e di contrapposizione radicale della classe, pur non essendo azione armata ne contengono, comunque le caratteristiche. (…) Blocchi ferroviari, presidi di fabbrica, occupazioni di case, ecc. o sono assolutizzati nel loro contesto e quindi nel loro significato tattico, oppure non sono immediatamente riconducibili a un programma rivoluzionario di respiro strategico. L’esperienza storica insegna che la radicalizzazione e l’espansione dei comportamenti antagonisti non determinano di per sé un nuovo livello di coscienza, una nuova soggettività rivoluzionaria dispiegata. Al contrario, quelle teorie che esaltano acriticamente l’esuberanza e la incisività irriducibili di tale violenza spontanea mettono al centro del loro abbaglio politico l’errata deduzione di contenuti immediatamente rivoluzionari dai comportamenti di classe più infuocati. Secondo quest’ottica la tendenza sempre più pronunciata verso la conflittualità extralegale è sintomo inequivocabile di una nuova fase politica, armata, dello scontro.
Il partito Il comunismo vive già come strategia dentro questi comportamenti della classe. Per conseguire il totale successo del programma rivoluzionario mancano solo la guida e la rigorizzazione tattica – compito del partito – dei molteplici fuochi spontanei e disseminati che costituiscono le nuove emergenze antagoniste. Le forme dunque comprendono già ogni contenuto e ogni obiettivo genericamente come «volontà e bisogni immediati di comunismo». Il problema allora non è di combinare le forme con i contenuti, la spontaneità con il programma strategico: esigenze queste di una concezione che afferma i contenuti come prodotto politico cosciente e non come istinti del bisogno; ma di coordinare le forze disperse nei mille rivoli del movimento con le nuove forme di lotta internamente unitarie. Tante forme che rimandano, quindi, a un unico contenuto – il comunismo – conseguibile mediante la «centralizzazione dell’espansività». In ultima analisi da queste considerazioni riaffiorano il dirigismo e il militarismo: dirigismo e verticismo, a livello di massa perché il nucleo del «problema strategico» si riduce a come legare insieme esperienze diverse. Secondo questa concezione però, dal momento che il contenuto di queste esperienze è uno solo, il partito non deve fare altro che organizzarle in un unico fronte allargato di attacco al potere. A livello di avanguardia, poi, si impone il militarismo. Questa concezione apprezza in termini puramente quantitativi il significato dell’azione. Qualitativamente, l’azione, resa atto simbolico della «liturgia del comunismo», conta in sé e per sé come anticipazione parziale del movimento comunista reale. Nell’azione forme e forza si fondono perfettamente. Compito del programma è solo moltiplicare questi episodi fino a farli divenire pratica corrente e generale di offensiva rivoluzionaria.
Ideologia e propaganda Con la teoria del «focolaio guerrigliero» tale formulazione ha pochi punti di contatto pratico-organizzativo ma numerose analogie ideologiche. Qui come là, la pratica rivoluzionaria è di limitarsi all’esaltazione dell’episodio armato fine a sé stesso, nella «mistica del fatto», che sussume ogni valutazione critica sui contenuti, sugli obiettivi e sul loro allineamento (…). Diviene così impossibile distinguere nei comportamenti i contenuti di attacco da quelli di difesa, la conflittualità oggettiva da quella soggettiva, la trincea della sopravvivenza dalla barricata dell’insurrezione. Succede quindi che la più esasperata esaltazione del gesto, dell’azione e del comportamento totalmente risolti nella forma violenta, paradossalmente si rovescia nell’impotenza operativa (l’azione propone sé stessa) e nella diaspora delle iniziative e delle interpretazioni politiche: la diversificazione delle forme finisce per diversificare in modo permanente le forze.
8) I contenuti I contenuti, pur essendo fondamentalmente la loro illuminazione in rapporto alle più radicali espressioni di avanguardia rimangono il più delle volte prigionieri o sussunti o derivati dalle forme di lotta, risultandone quindi subalterni. (…) Anche nel caso di quelle organizzazioni che apparentemente fanno nette distinzioni tra forme e contenuti sottolineando, con la propaganda e l’elaborazione teorica, i contenuti specifici delle azioni e facendo un gran uso dell’aggettivo «strategico», si nota in realtà l’assolutizzazione delle forme. Quando si considera l’obiettivo militare come caratterizzante il contenuto dell’azione e questo è tanto più importante quanto è più impegnativo quello, si finisce per sdrucciolare ancora una volta nella mistica delle forme di lotta. (…) Esistono tanti contenuti quante sono le forme dell’azione armata che finiscono per darne la misura qualitativa. Praticando questa convinzione si scivola facilmente nel soggettivismo militarista. Se contenuti e forme di azione sono un tutt’uno politico-militare, ogni azione è già un episodio rivoluzionario compiuto (se il significato politico è determinato innanzitutto dal successo militare). Ogni azione messa ad effetto è già una parte realizzata del programma rivoluzionario, una espressione di lotta armata in atto, che mira a costruire le condizioni politico-militari per l’atto finale: la presa armata del potere. (…) L’offensiva è tattica o strategica – nei contenuti perseguiti e propagandati – essenzialmente in relazione alla propria realizzazione militare. Viene considerata tattica quell’azione diretta a punire ed epurare la gerarchia di fabbrica; a colpire i fascisti ecc.; mentre viene considerata strategica ogni azione svolta a disarticolare il potere centrale, con mezzi armati più elevati. Va da sé che l’uso dell’ordigno incendiario o del gruppo a elevata capacità di fuoco, situandosi su livelli diversi della scala di scontro, determinano perciò stesso la differenza qualitativa nei contenuti dell’azione.
Il partito combattente II soggettivismo dell’azione armata impronta una concezione organizzativa inevitabilmente fuochista. L’avanguardia, che è l’unica a condurre lo scontro armato, viene considerata come un distaccamento compiutamente formato all’interno della classe (…). Il partito combattente, allora, essendo il nucleo armato che solo può elevare militarmente lo scontro (intensificando le azioni strategiche) diventa per ciò stesso anche l’unità di misura politica della guerra di classe. Il partito guerriglia che si identifica col nucleo guerrigliero ne è il depositario politico-militare. Il suo compito è di aggregare attorno a sé nuove forze, di accrescere quantitativamente il programma rivoluzionario che incarna senza più mettere in discussione la sua rispondenza alla realtà contraddittoria di classe. Sul partito, catalizzatore politico in divenire dell’esercito proletario, prevale di fatto il nucleo militare, inteso come comando indiscusso delle forme di lotta armata. Il processo di sviluppo dello scontro di classe viene commisurato dunque sulla quantità delle forze, poiché la qualità rivoluzionaria è immanente alla colonna mobile strategica del partito combattente.
Ideologia e propaganda Sul piano ideologico e propagandistico un tale ragionamento ingenera notevoli incongruenze politiche. Si viene a negare l’importanza della partecipazione generale di classe nella determinazione delle fasi di scontro. Infatti, come è stato visto, la differenza tra tattica e strategia è determinata esclusivamente in termini di azione militare dall’avanguardia armata. Questo fatto produce anche una grossa ambiguità nella distinzione necessaria tra «propaganda e lotta armata». Propaganda armata diviene sinonimo di «azione tattica» a bassa capacità di fuoco e quindi a scarso contenuto di lotta. Lotta armata, all’opposto, diviene sinonimo di azione strategica, ad alto impegno militare e quindi ad elevato contenuto politico. È questo un macroscopico esempio di fuochismo: propaganda armata e lotta armata corrispondenti a due fasi ben distinte della conflittualità di classe (difensiva strategica e offensiva generale), divengono due gradazioni militari dell’iniziativa guerrigliera, reversibili e contemperabili.
9) Gli obiettivi Questi schemi ideologici politici e organizzativi esaltano entrambi, pur con modalità diverse, le «forme di lotta» a scapito del contenuto unico e universale per gli uni: il bisogno di comunismo, molteplice e militare per gli altri: il graduale sviluppo dell’attacco. Un ruolo di chiarificazione e verifica viene dunque assunto dalla collocazione e dal significato degli obiettivi nell’allineamento dell’azione armata. Vediamo così come, rispetto al primo schema, l’obiettivo di fase (il bisogno di comunismo) si identifica con l’obiettivo finale (il comunismo maturo) ed entrambi siano dati come contenuto assimilato alle forme di lotta e ai comportamenti rivoluzionari. L’obiettivo quindi è forzatamente strategico e offensivo, come i contenuti e le forme di lotta; ma l’allineamento dialettico è fittizio: infatti l’azione armata rispecchia innanzitutto se stessa mentre l’unico collegamento con la realtà contraddittoria di classe avviene attraverso la generalizzazione e l’intensificazione delle forme, cioè attraverso un processo di espansione delle forze. Lo sbocco della pratica, dispiegata e progressiva, di un tale contropotere rivoluzionario, non può essere altro a ben vedere, che un processo insurrezionale costruito a frammenti e per addizione delle forze già singolarmente realizzate. L’obiettivo «comunismo» verrebbe così ad essere conseguito per aggregazione molecolare delle varie forze di classe che praticano le più svariate forme di lotta violenta accomunate però dalla caratterizzazione strategico-offensiva del loro contenuto. La palma del protagonista va dunque ai «cento fiori delle avanguardie armate» mentre il partito non ne è che il centralizzatore e il moltiplicatore strategico. Rispetto al secondo schema individuato, l’obiettivo di fase è il rafforzamento e l’allargamento delle condizioni favorevoli alla conquista armata del potere in un contesto di guerra di classe in atto (guerra civile). I contenuti offensivi e difensivi, tattici e strategici, sono le forme di lotta più elevate, che danno l’impronta politica alle varie manifestazioni della «lotta armata». In entrambi i casi, la mistica dell’azione armata rischia di chiudersi in una sua logica interna praticamente impenetrabile dalle istanze che le sono ideologicamente e organizzativamente esterne. Questo percorso, come è stato più volte sottolineato storicamente da esperienze analoghe, conduce alla militarizzazione della politica e alla indifferenza per la coscienza possibile di classe, attraverso l’apologia del fucile. Sulla china dell’involuzione tale pratica politica comporta l’esaltazione dell’esistenza guerrigliera come fatto in sé strategico; ove sopravvivere all’attacco del potere significa già dispiegare un attacco vittorioso.
10) Conclusioni: contro la cattiva unità Guardando alla pratica di movimento, alle sue espressioni politiche, si può notare come indubitabilmente esista, e sia in veloce espansione, un’area che guarda alle espressioni di lotta violenta, politico-militare, sbrigativamente definita «lotta armata», come a un programma politico già compiuto e definito. Qui si incontrano l’oggettivismo più determinista, che basa le sue valutazioni essenzialmente sugli aspetti quantitativi che assume il fenomeno dell’illegalità violenta, e il soggettivismo più sfrenato, che considera essenzialmente il peso dell’iniziativa volontarista e giacobina di una minuscola avanguardia cosciente. La «lotta armata», come è stato rapidamente analizzato nella nostra disamina, si mostra quindi per lo più come estremizzazione dei comportamenti di classe potenzialmente eversivi, o come assolutizzazione delle forme di lotta soggettive. Dalla confluenza di queste due tendenze, unificate dalla considerazione dell’azione armata come unico criterio di definizione di una pratica realmente rivoluzionaria e sintesi politico-militare perfetta, si origina l’unità dell’area che si richiama alla «lotta armata». Noi riteniamo quest’unità, basata sulla mistica dell’azione armata, falsa e deleteria, una cattiva unità. Falsa, perché accomuna indiscriminatamente Nap, alcune frazioni dell’Autonomia operaia, Br, spezzoni irrequieti di servizi d’ordine, nuclei informali di fabbrica e di quartiere, giovani dei ghetti, fino a semplici individui assetati di «rivoluzione» e alle esperienze di minor spessore e significato, ai detriti del movimento… in un fragilissimo mosaico. Deleteria, perché stempera, senza alcun risarcimento, le caratteristiche teorico-pratiche di ciascuna organizzazione o gruppo, il suo riferimento a un determinato strato o esperienza della massa subalterna, e impedisce un processo di confronto reale tra proposte differenti e distinte. Ciò che manca, e che nessuna alchimia d’avanguardia può trasfondere immediatamente e magicamente nell’«azione armata», è il programma, la mediazione politica che renda realmente possibile l’egemonia rivoluzionaria sul movimento, che trasformi in ricomposizione soggettiva, cosciente, il processo che scuote e sommuove oggettivamente la struttura di classe operaia e proletaria. L’urgenza è forte: l’aggravarsi della crisi e la molteplicità – spesso convulsa – delle risposte di classe determinano una situazione in cui – come dimostra la confusione dettata da alcune delle ultime azioni – una lunga serie di nodi teorici irrisolti vengono al pettine della storia. Il rapporto tra avanguardie e massa, tra strategia e tattica, tra lavoro legale e lavoro illegale, rischiano di diventare altrettanti sviluppi irrisolti e incancreniti, se non vengono opportunamente collocati e organizzati in una pratica rivoluzionaria in cui la coerenza dell’azione rispecchi la coerenza progressiva di un programma in costruzione.
OLTRE LA GUERRA DEI SESSANTA GIORNI
Da «Controinformazione», n. 11–12, Luglio 1978
Lo stato della crisi e il movimento di classe
In relazione agli avvenimenti politici degli ultimi mesi si è svolto, all’interno della redazione, un dibattito che ha fatto emergere posizioni e tesi differenti. L’editoriale che segue riporta questa discussione che, per evitare falsi unanimismi o convergenze politiche al livello più basso, è stata sintetizzata in tre differenti interventi, che corrispondono sia alle convinzioni che allo stile dei rispettivi estensori.
La funzione spettacolare del sequestro Moro Baudillard analizzando la strage di Mogadiscio ha parlato di teatro della crudeltà. Violenza rivoluzionaria e violenza controrivoluzionaria entrerebbero in cortocircuito facendo esplodere il non-senso. Che ci sia spettacolo in queste azioni è fuori dubbio. Giustamente Eric Hobsbawm parla di pubblicità dell’azione. Però è stato fatto notare, che esiste anche un simbolico rovesciato, una trasformazione dell’uomo colpito o sequestrato in non-persona, in funzione intercambiabile della macchina. Anatomizzare l’obiettivo, in uno Stato disseminato, come il nostro, è impossibile; ma più assurdo ancora è ritenere che al personaggio chiave corrisponda una funzione chiave insostituibile. Quasi a dire che il presidente della Dc è una «memoria» della macchina Stato, un organo senza il quale il congegno si ferma. Il software del potere, ovviamente, non è cosi centralizzato… Occorrerebbe sottolineare due aspetti che per la fretta o per l’isteria sono stati spesso sottovalutati. Da una parte il fatto che la riduzione di Moro a pura funzione intercambiabile, a non-persona, ha permesso alla Dc di sacrificare il suo presidente salvando l’autorità e l’immagine del partito. Dall’altro la linea della fermezza, il partito della morte – come è stato scritto con indubbia efficacia – che ha però avuto cura di immolare l’uomo incensandone la persona, la virtù, il sacrificio. Ha così ottenuto l’appoggio morale dell’opinione pubblica. L’uomo è stato sacrificato sugli altari. È diventato un martire. Moro come «corpo mistico» ha magnetizzato l’elettorato. La linea dura è stata così ricompensata con una cospicua gratificazione elettorale. L’astuzia machiavellica, dunque, è consistita nel separare l’uomo dalla funzione, facendo mostra di operare l’impossibile, cioè di sacrificare la non-persona e salvare la persona. Chiaro che è stata una scena assurda e macabra perché dentro la funzione del presidente c’era l’uomo. All’uomo è stata tributata l’immortalità del lutto nazionale, della memoria pubblica. E, oggi, con l’esaltazione del pensiero dello statista, con l’eredità politica dello scomparso, rivendicata dalla segreteria, con il rito dell’unanimismo, si sta giungendo addirittura a una forma di beatificazione politica del presidente Dc: Moro come tutore spirituale e politico del partito, della sua linea. La Dc si rilancia come associazione integralista che ha il potere per investitura divina o, se non altro, per superiorità morale. In questo senso se è fuori dubbio che lo Stato è stato colpito non è altrettanto certo che sia stato messo fuori uso. Il significato simbolico è caduto del resto, sia perché è stato rifiutato lo scambio coi prigionieri, sia perché immediatamente è stato detto dalla Dc che Moro era una funzione intercambiabile. Anche le prime «rivelazioni»: l’attacco a Zaccagnini a Cossiga a Taviani, non hanno sortito il risultato voluto. Tant’è che le Br, alla fine, hanno affermato che avrebbero usato le notizie e le informazioni in mano loro per portare avanti la lotta. Che è a dire: mettiamo il silenzio stampa, noi, sul «processo spettacolare» al presidente Dc. Il significato, perciò, da questo momento, non è più stato né simbolico, né esemplare, ma letterale. Il sequestro di Moro come un momento della strategia di guerriglia condotta dall’organizzazione clandestina.
Reazioni e «dialogo a distanza» tra le Br e il movimento di classe antagonista Sostanzialmente si sono avute due posizioni, una di tipo moralistico, umanitario, portata avanti da Lc e un’altra politica, di netto dissenso, fatta propria dall’autonomia. Rispetto alla prima, le argomentazioni umanitarie non hanno sfondato come si è voluto fare credere. Da anni la violenza è un comportamento di classe, da anni si grida «pagherete caro pagherete tutto». Molti compagni della sinistra non hanno avuto niente da ridire sul fatto Moro, in termini morali. Che la morale rivoluzionaria sia tutta idillica è ancora da dimostrare, specie in una società classista. Queste sono posizioni da falsa rivoluzione culturale che possono ipnotizzare alcuni settori del movimento ma non altri. E questo riguarda, in particolare, chi vive sulla propria pelle lo sfruttamento quotidiano e sa che in Italia c’è un’ecatombe di operai uccisi dalla fabbrica e dal sistema ogni anno: un morto all’ora, per essere precisi, un ferito al minuto, per non parlare degli incidenti stradali e dello stritolamento quotidiano… Come giudizio morale vale ancora ciò che scrisse Marx, sulla rivoluzione sanguinosa del giugno 1848: Lo Stato ne assisterà le vedove e gli orfani (dei soldati uccisi, n.d.r.), la stampa li proclamerà immortali. Ma i plebei straziati dalla fame, insultati dalla stampa, bollati come incendiari e galeotti, le loro mogli, i loro figli, precipitati in una miseria indicibile (…)?». L’atteggiamento proletario in genere, quello meno emotivizzato dalle chiamate antifasciste e dalle adunate oceaniche, ha dunque saputo distinguere la linea di classe che passa tra la vita e la morte, il lutto e il compianto, il movimento dei padroni e quello dei proletari. Qui l’identificazione forzata in molti casi si è ribaltata in non-identificazione viscerale. «Ma come», dicevano molti operai, «quando qualcuno di noi muore, nessuno ne parla… se dovessero fare sciopero per ognuno di noi che ci lascia la pelle nessuno lavorerebbe più ». Questa, senza dubbio, è stata una reazione istintiva che non ha alcun rapporto con la teoria sul valore astratto della vita umana, sulla morale non violenta, sulla tesi del diritto uguale. ecc. La seconda reazione, invece, quella politica, evidenziava molto bene certi fantasmi del passato terzintenazionalista, fantasmi autoritari, dirigistici, che la gestione Br del sequestro Moro, ha resuscitato di fronte agli occhi di migliaia di compagni. Mi riferisco a quello che è stato definito il problema della legittimità. Stato imperialista/Stato guerrigliero; processo di Torino/controprocesso Moro; prigione borghese/prigione del popolo. La questione del ripristino della pena di morte, la questione della violenza rivoluzionaria, come norma contro chiunque si opponga a una linea che si autoproclama strategica e vincente, stava dentro questo dibattito per intero. L’escalation della violenza astratta, il ragionamento del fucile sono stati criticati duramente, non tanto per opportunismo, ma perché ci si è domandati, credo, che senso abbia misurare politicamente la giustezza di un programma solo in base alla capacità tecnica, militare. Ma come, chi si richiama al leninismo, non sa che le dispute e la polemica anche feroce tra bolscevichi e menscevichi, socialisti rivoluzionari, anarchici, non vertevano su quale obiettivo sparare, bensì su quale tattica e su quali parole d’ordine adottare nei confronti del popolo? In sintesi, quindi, la critica più dura alla gestione e alla sordità politica delle Br è nata da questa obiezione: la distanza e il percorso di una strategia rivoluzionaria di classe non si misurano con la gittata di una pallottola. L’alternativa globale, poi, non si costruisce presentando un modello di potere antitetico ma speculare a quello che si combatte. Dato che l’argomento è delicato la cosa migliore è fare parlare questa organizzazione, attraverso i documenti. Scorrendo i comunicati si nota che è stato lanciato un ardito ponte tra avanguardia armata e movimento rivoluzionario nel comunicato n. 2 scrivendo: «onore ai compagni Lorenzo Jannucci e Fausto Tinelli». Riconoscimento subito respinto al mittente dal circolo Leoncavallo. La circostanza però non è né accidentale né marginale. Infatti nel comunicato n. 4, parlando del partito si dice che «agire da partito» vuol dire dare all’iniziativa armata un duplice carattere (…) «disarticolare e rendere disfunzionale la macchina dello Stato e proiettarsi nel movimento, essere di indicazione politico militare per dirigere e organizzare il MRPO verso la guerra civile antimperialista». Ebbene, le Br puntano a organizzare quella che definiscono «guerra civile strisciante», per impedire che le mille iniziative scoordinate nebulizzino nel nulla la carica di contropotere del movimento. Ma per fare questo ci vuole Autorità. E siamo al punto cruciale.
Il partito L’autorità ce l’ha il partito, ma se non c’è il partito chi se la arroga? Ecco la loro risposta; «agire da partito»: cioè a partire dal nucleo combattente Br costruire il partito combattente nel movimento di resistenza. È leninismo dottrinario, astratto, che postula: «trasformare il processo di guerra civile ancora disorganizzato in un’offensiva generale». È qui l’origine del dirigismo armato delle Br. Pretendere che il «partito» – esterno al movimento, non per la sua dislocazione fisica, strategia della clandestinità, ma per la estraneità agli obiettivi materiali alla coscienza possibile della classe – possa dirigere tutta l’opposizione, tutto il dissenso, tutto l’antagonismo che si sostanzia in comportamenti molto sfumati e contraddittori. La classe viene vista, in ultima analisi, come massa da dirigere: ovvio che questa concezione eteronoma della lotta sia sgradita a chi, da anni, sta cercando l’autoricomposizione, non la delega. Per contro, le Br calcano sempre di più, con tutto il loro peso militare, che è indubbio, per ottenere un riconoscimento, per imporre l’autorità politica sul movimento, sotto forma di egemonia militare. Ma per la natura stessa dell’errore che essi compiono: scambiare una forma di lotta con l’essenza dello scontro, scambiare lo strumento dell’attacco con il programma complessivo, le possibilità di instaurare realmente tale autorità sono minime. Dietro il loro impianto infatti c’è una scommessa millenaristica: o terza guerra mondiale o guerra civile che ben poco si lega all’esperienza culturale, alla verifica empirica degli ultimi anni, durante i quali la normalizzazione è apparsa come un processo ben più sottile e dialettico… Solo due modelli di guerriglia sociale, cioè di lotta militare strettamente intrecciata alla lotta sociale sono stati rilevanti. Il primo è quello cinese che si avvalse però di zone libere, cioè di microstati nello Stato. Zone dove il popolo non solo guerreggiava ma lavorava, viveva, procreava in modo alternativo contro il sistema dominante. Questo è un retroterra valido, perché è un retroterra complessivo, non solo militare, ma materiale e ideale… Il secondo esempio ci porta al dramma dell’Uruguay. Il regime di Bordaberry ha soffocato nel sangue, versato dalla dittatura, un grande movimento di lotta che aveva nei tupamaros il suo epicentro. Laggiù questi compagni tentarono di radicare un modello di guerriglia inedito, legale e illegale, militare e sociale. Il fronte ampio non fu certo la vittoria della linea morbida bensì della linea dispiegata. Ciò che propugnano le Br, invece, non ha ne retroterra né proiezione. Viene spontaneo domandarsi, dove pensano che si riproducano le avanguardie rivoluzionarie di massa, in quale terreno…
Lo stato Quale teoria dello Stato le Br mostrano di avere? Alla teoria del cuore dello Stato imperialista non si può contrapporre né quella dei due cuori, uno nel partito e uno negli apparati, propria della Dc; né quella del cuore operaio e democratico tipica del Pci. Sempre per restare nella metafora sarebbe più giusto, forse, parlare di uno Stato senza cuore. Ovvero di uno Stato che pulsa di una vita economica, politica, sociale e istituzionale non propriamente localizzata in un organo vitale. Il continuo riferimento delle Br all’esecutivo parla chiaro: per prendere il potere occorre colpire, disarticolare e abbattere questo motore. Ma una tale concezione nasce da una contaminazione assai confusa tra la teoria del superimperialismo (un paese imperialista egemone) con quella dell’ultraimperialismo (armonia conflittuale tra le superpotenze). Da questo offuscamento, poi, prende corpo la tesi della guerra di lunga durata come «insurrezione progressiva» contro i poteri dello Stato imperialista. Insomma lo Stato o si abbatte o si disarticola e se lo si disarticola nel corso di questo «corpo a corpo» si trasformerà. È inevitabile. Ma come? Dunque, per restare alla sostanza dello Stato, va detto che l’analisi che le Br fanno della Dc e del Pci è quantomeno nebulosa. Se la Dc è asse portante della ristrutturazione e il Pci ne è l’altra faccia, allora è come dire che ci sono solo diversità di forma. Riformismo e annientamento – scrivono le Br – sono complementari. Il punto, invece, è che la ristrutturazione dello Stato in Sim non è affatto chiara neppure per il «personale imperialista» che deve gestirla. In breve: mentre per buona parte del Pci (per i quadri duri e la base sincera, almeno) la conquista dello Stato viene intesa come statalizzazione dei monopoli, come politicizzazione revisionista delle istituzioni dominanti, per la Dc, invece, è l’opposto. Non di statalizzazione del capitale si tratterà, bensì di capitalizzazione dello Stato, di monopolizzazione delle istituzioni, del parlamento, ecc. Nasce di qui una contrapposizione non solo distintiva ma antagonistica tra concezione dello Stato democristiana e revisionista. Quella che si può chiamare, per gli uni, i Dc, concezione extranazionale e per gli altri, i Pci, sovranazionale. Terza guerra mondiale? Benissimo, ma allora occorre includere tra le metropoli dell’imperialismo anche le capitali dell’Est. E con la guerra civile nel cuore del socialimperialismo come la mettiamo? Sono i processi di classe, peculiari, certo anche nazionali; è la microfisica del potere; sono le trasformazioni molecolari del tessuto di classe a darci come «risultante» un certo Stato e il suo funzionamento. Uno Stato determinato che non esce da un laboratorio americano o sovietico. L’unico laboratorio è la storia. Il moloch è solo una metafora. Le Br attaccano le teorie «dell’involuzione autoritaria e della generazione dei corpi separati». Giusto, ma poi leggendo la ristrutturazione degli apparati di sicurezza in chiave di funzionalizzazione alla superstruttura imperialista, non fanno che ripetere, su grande scala, lo stesso errore. Qui non si tratta di mutamenti istituzionali, separati dal corpo sociale, dai processi molecolari di classe; si tratta, invece, di interazione profonda, storico-politica, tra strutture e istituzioni. Marx l’ha detto chiaramente: «È sempre il rapporto diretto tra i proprietari della condizione di produzione e i produttori diretti (…) in cui noi troviamo l’intimo arcano, il fondamento nascosto di tutta la costruzione sociale e quindi anche della forma specifica dello Stato in quel momento». Vediamo quindi quali sono i rapporti di produzione, qual è il modo di produzione e di qui, caso mai, deriveremo la «metamorfosi» delle istituzioni, la forma-Stato presente… È doveroso sottolineare la priorizzazione della rivoluzione politica tipica delle Br. Rovesciare uno Stato con un altro Stato sembrerebbe una tappa fondamentale del loro programma. Cambiare il segno del potere, non il principio. Su questa concezione hegeliana dello Stato che fonda i rapporti sociali (forse involontariamente rivisitata dal linguaggio «legalitario» contenuto nella sfida dello Stato degli oppressi contro lo Stato degli oppressori – ma compito della rivoluzione non è distruggere ogni forma-Stato?) è fin troppo facile polemizzare…
Lo sviluppo dello scontro di classe culminato, sul piano istituzionale, con l’azione condotta contro il presidente della Democrazia cristiana, ha prodotto nel Movimento un singolare balbettio più o meno confuso a seconda che prevalessero interessi d’identità politica di gruppo o preoccupazioni di natura squisitamente personale di questo o quel leader «storico». Comune a tutti è l’assenza di qualsivoglia analisi di classe. Al pari della borghesia, che in nome della «ragion di Stato» ha affossato senza traumi visibili il principio liberale della salvaguardia della vita del singolo cittadino (premessa di ogni altro diritto), la sinistra sembra aver dimesso nel momento della prima verifica seria tutto il patrimonio teorico e di esperienze di analisi accumulato dal Movimento in questi ultimi dieci anni. L’unica preoccupazione sembra essere – se si lasciano da parte le discussioni gesuitiche sulla violenza – la rivendicazione di un proprio e diverso terreno dello scontro, affermato apoditticamente come l’unico e il risolutorio. Lo scopo è – nonostante i successivi aggiustamenti «tattici» – chiaro, né si può tacere per carità di patria: sottrarsi preventivamente all’ondata repressiva in atto ed ai suoi prevedibili sviluppi. Una posizione, sia detto per inciso, tanto difensiva quanto miope, che, come è stato esperimentato innumerevoli volte, dà respiro alla repressione presente e pone le premesse per ulteriori e più allargate azioni del potere. Ma al di là della miseria delle motivazioni immediate deve essere chiaro che la scelta, che si pretende di compiere, è in realtà una scelta imposta dal potere costituito, tendente a stabilire una spaccatura artificiale tra il terreno istituzionale e il livello strutturale in analogia al modello di scomposizione che i processi di ristrutturazione in atto vanno prefigurando. Si lascia, in altre parole, all’avversario il compito di delimitare l’area dello scontro, se non di stabilirne le modalità, quasi esistessero articolazioni del comando capitalistico da «risparmiare», terreni «propri» e «impropri» allo scontro di classe nell’era della sussunzione reale, dell’identità tra politico e sociale.
L’articolazione del comando complessivo Che il ristabilimento del controllo su ogni forma di autonomia di classe e l’esigenza di spezzare ogni residuo di rigidità, conquistato e difeso con i denti negli ultimi dieci anni di lotte, come anche tutte quelle nuove forme di rigidità sociale che il proletariato non-garantito va sviluppando a dispetto delle più cervellotiche costruzioni degli «ingegneri sociali», non possa compiersi senza una profonda trasformazione dello Stato in termini terroristici è da considerarsi scontato. Altrettanto pacifico è che tale trasformazione non può non avvenire se non in un quadro sovranazionale, quantomeno europeo. Ciò che, invece, non può essere dato per scontato è che tale processo proceda e si compia senza smagliature e contraddizioni laceranti, tanto sul piano strutturale, quanto sul piano istituzionale. Il nuovo modello di scomposizione in garantiti e non-garantiti fatica sempre più, come avevamo previsto, a trovare un’area di consenso reale, e le periodiche e ricorrenti chiamate alle adunate oceaniche ne sono la manifestazione più evidente. L’area di privilegio dei «garantiti» si dimostra sempre più evanescente, il consenso, senza contropartite consistenti, è sempre più aleatorio, dopo che la stessa promessa «egemonia» politica è stata sacrificata sull’altare della subordinazione più totale alla DC. Ciò non toglie, però, che l’avanzato processo di segmentazione del ciclo produttivo, il blocco prolungato del turn-over, i licenziamenti e la continua erosione del reddito prodotto dall’inflazione monetaria e dal blocco degli aumenti salariali, abbiano di fatto delineato una profonda spaccatura a livello di classe. Tale nuova scomposizione determina il quadro dello scontro di classe al di là delle posizioni programmatiche e della pratica politica soggettiva. Si presentano dunque due ordini di contraddizioni all’interno della classe e nell’ambito del dominio capitalista. All’evidente interesse dei settori più garantiti di proletariato di congelare o quantomeno rallentare i processi di ristrutturazione in corso si contrappone la spinta crescente degli strati non-garantiti, oggettivamente destabilizzante, ad appropriarsi di una quota sempre maggiore di ricchezza sociale, sottraendosi non solo ai classici meccanismi di sfruttamento nel sistema produttivo, ma anche a tutte le nuove forme di sfruttamento sociale. Il settore garantito maggioritario delega al PCI e al sindacato il compito di rallentare la ristrutturazione (rallentamento che attualmente rappresenta l’unica forma di garanzia occupazionale) attraverso una politica deflazionistica (a dir poco) «selvaggia», ben definita dallo slogan dei «sacrifici». È evidente che la prosecuzione dei processi di segmentazione e di diffusa computerizzazione del ciclo significherebbe non solo il ridimensionamento di importanti categorie professionali di classe operaia, ma il loro completo annientamento fisico, come già avviene in altri paesi (Germania, Stati Uniti). La dimensione prettamente istituzionale di tali scelte si scontra da un lato, come è stato accennato, con una realtà politica, caratterizzata dal fatto che le organizzazioni tradizionali del movimento operaio si pongono in una posizione subordinata, oggettivamente incapace di surrogare ai bisogni degli strati «garantiti», e dall’altro con le forme di acquisizione di reddito degli strati non-garantiti, riottose ad essere ricondotte nell’ambito di una regolamentazione sociale da mercato del lavoro fluidificato, che rappresenterebbe, infine, il prezzo da pagare per il congelamento dei processi di ristrutturazione in corso. In tale contesto si situa la tendenza, che coinvolge settori significativi dei «garantiti», di prospettare un’alternativa istituzionale di tipo escatologico, impropriamente definita «vetero-stalinista». Nell’ambito del dominio capitalista, di converso, l’impossibilità di riversare su settori di classe circoscritti (come è avvenuto in Germania nel caso degli immigrati) l’onere dell’emarginazione, in una prima fase del processo di segmentazione del ciclo, e la necessità di imporre nei singoli segmenti consistenti incrementi di produttività ai fini di un riequilibrio del sistema complessivo, produce una crescente pressione sul settore «garantito», che PCI e sindacato con l’offerta di un maggior numero di ore lavorate non riescono a compensare in forma soddisfacente. L’esigenza di un incremento della produttività si stempera quindi nella necessità della ricerca del consenso di un settore di classe garantito, mediato dalle proprie organizzazioni, con il magro compenso di una relativa migliore utilizzazione degli impianti, con il prezzo di un decremento della produttività media, e con il rischio che l’auspicato nuovo mercato del lavoro fluidificato risulti ingovernabile. I tempi della verifica politica, da parte capitalistica, di PCI e sindacato rischiano infatti di approfondire quei fenomeni di degenerazione del mercato del lavoro, che, sempre dal punto di vista del capitale, caratterizzano la situazione italiana; il prolungato blocco del turn-over e la concentrazione, quindi, della maggior parte dei disoccupati nella forza-lavoro giovanile (negli altri paesi tale fenomeno è molto meno accentuato), hanno prodotto uno spostamento quasi insanabile della scala delle età della forza-lavoro occupata verso l’alto, dalle conseguenze terrificanti e non solo per ogni buon sociologo borghese. Tale situazione ha imposto ed impone con sempre maggior urgenza una accelerazione di tutte le iniziative soggettive, atte a trasformare in termini terroristici il contesto istituzionale, ad accentuare, nell’accezione capitalistica dello slogan dei «sacrifici», i termini della subordinazione politica di PCI e sindacato. Il riconoscimento, peraltro oltremodo tardivo, della «destabilizzazione» come prodotto dallo scontro istituzionale ha portato alcuni settori dell’autonomia ad assumere – acriticamente ed opportunisticamente – la definizione dell’organizzazione rivoluzionaria come «articolazione strumentale del movimento» (da noi proposta nel numero precedente), proponendo quindi, nella sostanza, una sorta di «divisione dei compiti». Ma «la trasformazione della guerra istituzionale in guerra rivoluzionaria» è da considerarsi uno slogan oltreché paradossale anche semplicistico: riduce una realtà di classe composita ad uno schema di comodo nel quale sistemare tutte le forme di lotta e qualsivoglia azione in un’astrazione omnicomprensiva. I meccanismi di riunificazione e la riappropriazione di un terreno di scontro complessivo che colga tutti i nodi del comando capitalistico non vengono innescati da nuove parole d’ordine, distillate da una logica astratta. Il modulo interpretativo che viene riproposto è quello solito: nell’ambito istituzionale il movimento di classe sarebbe l’immagine speculare delle strutture di potere capitalistico, ovvero di come questo ama costituirsi verso l’esterno, attraverso le proprie strutture «rappresentative». Ma è un’immagine parziale e falsata allo stesso modo di quella che identifica il movimento di classe, la contraddizione tra capitale e lavoro, con le forme organizzative del movimento di classe e la loro storia politica. La «moroteizzazione della conflittualità sociale», come è stata definita, se coinvolge indubbiamente quei settori di classe (ciò sia da un punto di vista riformista, quanto da un punto di vista «escatologico») in via di emarginazione nel quadro dei processi di ristrutturazione e del diffondersi a livello di classe di forme di contropotere reale, ha, d’altro canto, il compito di ricondurre ad uno sbocco politico tradizionale ogni tensione e contraddizione. Gli sviluppi collegati alla «vicenda Moro» nei loro aspetti meramente politico- istituzionali ne sono una conferma lampante. L’azione condotta contro il vertice democristiano più che essere uno strumento di «destabilizzazione», come vogliono dare ad intendere i settori più forcaioli della borghesia e (all’opposto) quei segmenti del movimento rivoluzionario che si muovono sul terreno istituzionale, è stato l’espressione di una realtà «destabilizzata» in atto, caratterizzata dall’incapacità degli organi dello Stato di gestione attraverso i tradizionali meccanismi di regolamentazione istituzionali ed economici. Tale constatazione è importante perché proprio contro tali meccanismi è rivolta l’azione di quei settori e segmenti di classe garantita che fanno da supporto alle organizzazioni che hanno scelto la lotta armata istituzionale, e, viceversa, a favore di tali meccanismi – è opportuno sottolinearlo ancora una volta – viene indirizzata la strategia del revisionismo che pretende di «rappresentare» i medesimi strati. Ma la realtà del comando sul lavoro si fonda oramai, come le lotte degli ultimi dieci anni hanno ampiamente svelato, su ben altri meccanismi nel piano istituzionale-sovrastrutturale, che lo scenario politico tradizionale. Attaccare la facciata del comando sul lavoro senza intaccarne la sostanza, ma legittimando implicitamente persino nel linguaggio pseudolegalitario, è per certi versi la dimostrazione di quanto sia avanzato il processo di scomposizione, la spaccatura tra chi individua una controparte – anche se da abbattere -, nei poteri politici costituiti e chi ne attua un superamento nella quotidiana distruzione dello stato presente delle cose. Lo scontro in atto è quindi non solo uno scontro a base di cadaveri, ma anche uno scontro tra cadaveri, un conflitto tra le marionette del potere e un settore di classe in via di emarginazione, la cui caratteristica è quella, come osservavamo per il caso Schleyer, che l’una parte cerca di superare l’altra in bestialità, senza peraltro riuscirci compiutamente. Si è detto all’inizio che il terreno istituzionale, ove la controffensiva proletaria investe, distrugge e supera tutte le articolazioni del comando sul lavoro, includendo in esso anche e non secondariamente la dittatura del lavoro garantito sul lavoro non-garantito, costituisce il luogo di riproduzione del movimento di classe. Mentre il ministero degli interni faceva scattare il «piano Zero», con grande imbarazzo di prefetti e questori, all’Alfa Romeo si sperimentava, con ben altro successo, quella nuova forma di comando sul lavoro, che nell’isolamento politico delle avanguardie si costituisce sul piano istituzionale come gestione sociale del lavoro garantito sul lavoro non-garantito: questo è il vero significato della «centralità operaia» riscoperta dal PCI e la dimensione concreta attraverso la quale si attua il progetto di controllo nel momento presente. Ai giochi formali istituzionali scanditi dai comunicati reciproci, tra ritirate strategiche e fughe in avanti, tra richieste apparentemente ultimative e controfferte, tra mediazioni e submediazioni, si contrappone la distruzione reale dei residui di rigidità operaia, la premessa per una scomposizione sempre più netta e tesa al ridimensionamento e all’isolamento di ogni forma d’autonomia. Ma se il «cuore dello Stato» continuava a battere con rinnovato vigore, lo scompiglio creato nell’area rivoluzionaria dalle ultime vicende non sembra averne favorito l’identificazione anatomica. Mentre la persona Moro veniva sacrificata in nome di una astratta ragion di Stato e di una non meno astratta morale rivoluzionaria, tutte le faticose conquiste del Movimento ed ogni forma d’autonomia raggiunta venivano implicitamente negate e ricacciate a forza in uno schema ottocentesco che ci si era illusi di aver superato per sempre. Due sono perciò diventati i compiti più urgenti: rifiutare la logica restrittiva e sviante della «guerra privata», della repressione e della controrepressione; e riproporre quella pratica dei bisogni proletari, che oltre ad essere stata l’unica a produrre «aritmie» nel «cuore dello Stato», è il solo ambito – anche istituzionale – nel quale il comunismo vive come processo e non muore come utopia.
* * *
Nessun organismo, nessuna frazione della sinistra rivoluzionaria, del movimento di classe antagonista non clandestino. ha riconosciuto nel cadavere del presidente della Democrazia cristiana il «più alto atto di umanità possibile in questa società», o un avanzamento della lotta di classe in ogni possibile accezione. Al contrario, il ritrovamento del corpo spettacolarmente martoriato di uno dei più grossi e irriducibili nemici del proletariato ha sanato molte delle contraddizioni aperte nei 54 giorni della operazione Moro, fra i partiti e interne ai partiti; ha ricompattato a destra l’intero asse politico istituzionale di dominio; ha permesso l’inizio di una campagna repressiva, liberticida, antiproletaria e controrivoluzionaria accelerata, ampia e profonda; ha contribuito ad aumentare gli spazi nemicali di vuoto, di disorientamento, di isolamento, di emarginazione, di divisione nei confronti e in seno al movimento di classe sia da parte dell’organizzazione statuale vera e propria, sia da parte della corrispondente e parallela organizzazione interna alle classi subalterne (PCI e OO.SS. e, fra queste, CGIL in primo luogo); l’episodio di via Caetani, e la campagna su di esso abilmente orchestrata, consente infine una paurosa e colossale inversione di tendenza nel processo di liberazione «culturale» della società civile, nella presa di coscienza e di autonomia delle classi subalterne rispetto ai valori dominanti della società borghese, prospettando il riemergere di abitudini, comportamenti, mentalità e stati d’animo creduti sepolti dopo gli scontri referendari del ’74 ed elettorali del ’75 e del ’76, dopo la ininterrotta rivoluzione culturale di questi ultimi 10 anni. Di ciò i risultati elettorali del 14 maggio 1978 costituiscono una pur piccola (in termini qualitativi, si intende, e non quantitativi), ma sempre significativa, dura, aperta, violenta e sconfortante proiezione (la più schiacciante affermazione democristiana dopo il 18 aprile 1948). Il processo proletario di liberazione e di emancipazione, insomma, segna il passo e con esso lo segna l’intero movimento di classe che non ha scelto (in tutto o in parte) gli indirizzi «tattici» delle organizzazioni armate e, in particolare, tempi, modi e «vedute» delle Brigate rosse. Ma non è questa, certamente, la convinzione e/o la preoccupazione delle Brigate rosse. Non vi è convinzione che il movimento di classe abbia segnato il passo perché per le Br il «movimento di classe» si identifica, si totalizza, non solo sostanzialmente, ma anche formalmente, nell’area della lotta armata (e ciò indipendentemente da certe dichiarazioni contenute in alcuni comunicati emessi durante l’operazione Moro – vedi in particolare il n. 2 – dettate probabilmente da motivi di opportunità politica, più che da una precisa volontà di confronto con le altre articolazioni del movimento rivoluzionario che non siano i gruppi armati); nel febbraio 1978 la Risoluzione della Direzione Strategica afferma nel capitolo sul rapporto «Guerriglia e Potere Proletario»: « Bisogna prendere coscienza che nella nuova fase l’unica possibilità di sviluppare l’antagonismo e l’iniziativa proletaria si dà con il fucile in mano ed i nuovi compiti delle avanguardie comuniste riguardano la organizzazione della lotta armata per il comunismo», dopo avere specificato, onde evitare qualsiasi fraintendimento, che «… tra tutte le forze produttive, noi, l’avanguardia rivoluzionaria del proletariato metropolitano, siamo la principale» (le considerazioni più generose nei confronti dei vari segmenti dell’autonomia organizzata sostengono che «sarebbe un vero e proprio suicidio politico – oltre che fisico – [dopo la chiusura delle sedi dell’autonomia, il confino per i suoi militanti, lo stato d’assedio per i centri urbani] ostinarsi su posizioni legalitarie che se non sono opportunistiche marce indietro, si riducono a puro avventurismo velleitario»). Se si accetta questa premessa non vi è dubbio che il movimento rivoluzionario non solo non abbia segnato il passo, ma sia stato uno dei tre grandi protagonisti usciti vincitori dallo scontro di questi due mesi: la catalizzazione della attenzione mondiale per un periodo così lungo, la derisione e l’umiliazione immediata dello Stato, unita a un’offensiva «terroristica» senza precedenti durante e dopo la vicenda Moro, hanno significato un successo, un prestigio, un incoraggiamento (non esclusi i livelli del «mito» e della «leggenda»), un consolidamento dei gruppi armati e in primo luogo, ovviamente, delle Brigate rosse che in tal modo sembrano aver imposto «definitivamente» la propria egemonia sull’ormai vasto, «scoordinato» ed (apparentemente) disarticolato fronte della clandestinità. Il rapimento Moro ha inoltre de facto ratificato la «ufficializzazione», la «legalizzazione» delle Br come nucleo strategico del «Partito Comunista Combattente», come punto di riferimento necessario, «obbligato» di ogni frazione armata che svolga il proprio lavoro esclusivamente sul piano della clandestinità. Ma anche a livello nemicale il clamore enorme della cassa di risonanza Moro, la elevata e intensa concentrazione indotta di attenzione e di tensione da parte della società civile e dei poteri pubblici (da Paolo VI a Waldheim, dalla Democrazia cristiana al Partito Comunista) hanno prodotto sui piani politico-istituzionale, terroristico-repressivo, manipolatorio-opinionale quegli effetti, di sostanziale riconoscimento della propria «valenza politica» che le Brigate perseguivano e avevano deciso di ottenere ora, preannunciandolo nella «Risoluzione» di febbraio. Da qui, per linee di svolgimento interne a tale logica, la assenza di «preoccupazioni» per l’incremento e l’accelerazione dei processi repressivi che tendono a liquidare quote rilevanti di movimento reale di classe che ancora usano i residui spazi di «legalità democratica» e di agibilità politica per avanzare e diffondere quegli elementi strategici di insubordinazione sociale, di comportamenti «illegali», di autonomia e pratica dei bisogni, elementi ancora sofferenti, nelle circostanze storiche in cui si danno attualmente, di una evidente dimensione minoritaria. Il comunismo è allo stato nascente. Il grande messaggio di cui è portatore il proletariato, in lotta per la propria e altrui emancipazione, gode ancora di un piccolo sviluppo. Sviluppo che viene pericolosamente messo in stato di precarietà quando di esso si danno letture e rappresentazioni mitiche, irreali, volontarie, presuntuose, assolute. Mettere sullo stato della difensiva vaste quote del movimento reale di classe; contribuire alla edificazione della campagna di liquidazione precoce dei comunisti; facilitare il drenaggio dell’acqua nella quale nuotano i pesci della rivoluzione, significa agire in un’ottica di gruppo, chiusa alla logica della dialettica di movimento, nella persuasione unica, assoluta, indiscutibile della verità propria e sacrosanta, e della incorreggibile e definitiva stupidità degli «altri». Per le Brigate rosse questo significa agire in opposizione alle acquisizioni più sane e incontrovertibili del patrimonio teorico appartenente al Movimento Operaio, pure riaffermate nella «Risoluzione»: «assumere il criterio della prassi sociale come criterio di verità e perciò anche di validità dell’azione rivoluzionaria ci porta ad affermare questo principio generale: “quando i proletari conducono una lotta contro la borghesia se agiscono isolatamente o in maniera dispersiva la loro lotta fallisce: vince se essi agiscono unanimemente e nell’unità”». Ma il documento si affretta a precisare che gli intenti di unanimità e di unità si riferiscono unicamente ai gruppi armati che praticano esclusivamente la lotta clandestina, per cui è «dispersivo» ogni altro lavoro politico, è fuori dall’area della lotta per il comunismo ogni altra frazione proletaria. Vi è dunque una lettura della realtà data da una sussunzione di elementi derivanti prevalentemente dalle proprie volontà soggettive, da apodittiche asserzioni sulla teoria e sulla pratica rivoluzionaria nella attuale congiuntura politica; essa è incontestabilmente «caratterizzata dal passaggio della fase della pace armata a quella della guerra»; per le Brigate rosse il criterio della prassi sociale non è confronto con i diversificati livelli e settori del vasto fronte rivoluzionario nella pluriarticolata, complessa e ricca situazione italiana; non è insegnamento scaturente dalle diverse configurazioni assunte dalla lotta proletaria complessiva contro la borghesia e dagli effettivi rapporti di forza fra le classi; non è innesco nell’intreccio dialettico fra lotte di massa e azioni d’avanguardia, fra lotte legali e lotte illegali, in un mutuo rapporto di stimolo, di crescita e di sviluppo, così come si sono originalmente evolute nel nostro paese in questi ultimi anni. Al contrario, per le Brigate rosse «il criterio della prassi sociale» sembra essere il criterio della propria prassi e, marginalmente, degli altri gruppi armati. La congiuntura politica diventa il rapporto fra la propria organizzazione e l’apparato statuale-istituzionale in un’ottica militaristica per la quale si stravolgono antichi assiomi della teoria rivoluzionaria marxista («incidere militarmente per poter incidere politicamente») o si getta a mare la elementare funzione dialettica fra azione militare e lavoro politico, volume di fuoco e livello di coscienza e di preparazione delle classi subalterne. La assenza di «preoccupazioni» sulla intensificazione accelerata dei processi repressivi (che si danno anche per le ridotte possibilità di resistenza del movimento di classe in seguito al rapimento del presidente democristiano, operazione di un livello tale da trovare il movimento stesso sorpreso e sprovveduto, elementi che tuttavia non sono imputabili, almeno in parte, alle sue frazioni organizzate, bensì ad una mancata dialettizzazione delle Brigate con la situazione generale, il che ripropone la questione dell’essere uno e non dieci passi «avanti» rispetto alla classe e che postula l’efficacia e l’opportunità tattica della medesima operazione o, se si preferisce, la non possibilità di affiancarla e cogestirla) non è pressapochismo, leggerezza, superficialità dei brigatisti, ma è carente con la loro interpretazione del fenomeno «repressione », ovvero con la negazione di essa e anzi con l’affermazione che si tratta di «stanare la controrivoluzione», di togliere la maschera democratica allo stato antiproletario, di accelerare il passaggio dalla «pace armata» alla «guerra guerreggiata». Si esplicita insomma, in tutta la sua interezza, la secondarietà, per le BR, del movimento di classe nel suo complesso; le Br non si rivolgono, non si confrontano, non si dialettizzano con il movimento se non per spingerlo alla precoce clandestinizzazione forzata; i loro veri interlocutori sono lo Stato e le istituzioni in una visione polarizzata dello scontro che esclude la capacità e la possibilità di ergersi a protagonisti per vaste quote di classe, e tiene conto unicamente del «nucleo strategico del P.C.C.», cioè di se stessi. Questa visione dello scontro è verificata dalla scelta dell’obbiettivo nell’operazione di marzo e dalla gestione dell’ostaggio catturato; questa scelta si inquadra in una ottica tutta politico-istituzionale. Dopo l’operazione Amerio, ormai lontana quattro anni e mezzo, nessun altro rapimento è stato in seguito attuato allo scopo di penetrare ed incidere nella dinamica conflittuale di classe che avesse per oggetto elementi di contrattazione, di rivendicazione economica, «sindacale», occupazionale o salariale. Prima con Sossi, poi con Moro, le richieste, seppure necessario e irrinunciabili, si sono limitate ad uno scambio di prigionieri politici con l’effetto di restringere ad un angusto limite classicamente militare (o militare-politico) il respiro di una azione che avrebbe potuto, in tutto o in parte, avere effetti o puntare a sbocchi politici, sociali, «sindacali» e militari. Non vi è stato alcun tentativo di rapportarsi ai grandi temi delle rivendicazioni della classe in questa fase: dalla riduzione generalizzata dell’orario di lavoro, all’ampliamento della base occupazionale, dalla riduzione della fatica al problema dei prezzi e dei salari, per non parlare delle grandi lotte sui temi «civili», sulla salute e le connesse questioni energetiche, sui ladri e delinquenti di stato, sulle carceri di vario genere (manicomi, ospedali, lager), ecc. In altri termini, che effetti avrebbe avuto, nei confronti della classe e del nemico, per una destabilizzazione attiva, propositiva e costruttiva, la richiesta di assumere, a mo’ di esempio, centomila giovani disoccupati? Ci sarebbe stato un mutuo rafforzamento reciproco, una saldatura fra reparti di massa ed «avanguardie» armate dell’esercito proletario?, avrebbe dato tutto ciò maggiore e più reale credibilità alla rivoluzione, oppure no? In realtà le operazioni Br e la loro dinamica di svolgimento sono interne ad una logica di partito obsoleta ed avulsa dalla realtà. Esse sono in qualche modo coerenti con le concettualizzazioni sullo «SIM», ma distanti dalla quasi totalità del movimento reale di classe ed in quanto tali non producenti quegli «effetti di cumulo con l’antagonismo proletario di massa» che taluni hanno voluto sostenere. La stessa logica di organizzazione sulla quale ci si muove, di criptopartitismo di maniera, che dovrebbe raccogliere le istanze provenienti dalla classe per dettarne la strada e guidarla, mortifica l’enorme patrimonio di intelligenza teorica acquisita negli ultimi dieci anni di lotte, la carica energetica di antagonismo diffusa socialmente, la autonomia di massa nella teoria, nella pratica e nella organizzazione proletaria, il contropotere ramificato e reticolato che già germoglia ed edifica la società comunista. Il modo schematico ortodosso nell’analisi e nella proposta operativa delle Br è dato vieppiù dalla loro pratica quotidiana: la loro attenzione prevalentemente rivolta alle grandi fabbriche metropolitane, ai funzionari del partito democristiano, ai manipolatori dell’opinione pubblica, ai carcerieri di vario rango, misconosce macroscopicamente il rilievo assunto negli ultimi anni dalla scomposizione di classe e dalle nuove realtà emergenti, per le quali l’articolazione della violenza organizzata si è esplicitata in una multiformità ben più ricca e complessa, come è dimostrato dalle incursioni nei centri di lavoro nero, dalle punizioni dei carnefici appartenenti alla corporazione medica, e così via; solo assumendo un punto di vista sufficientemente ampio da contenere tutte queste coordinate della eversione di classe si può pensare di dar vita ad una strategia maggioritaria per la rivoluzione comunista. Ma così non è per chi ha eluso ideologicamente (costrettovi peraltro da un irreversibile meccanismo messo in moto) critiche e suggerimenti di altri rivoluzionari scegliendo di portare alle estreme conseguenze l’operazione Moro. La morte del presidente democristiano ha ridato slancio e lustro alla maggiore, peggiore e delinquenziale organizzazione terroristica legale della borghesia italiana, sanandone molte crepe e contraddizioni storiche, rinvigorendo la destra più ferocemente antiproletarìa: le contraddizioni nuove e la destabilizzazione che l’operazione primaverile delle Brigate rosse avrebbe prodotto, secondo molti, sono più un aspetto fenomenico che un momento reale; la Democrazia cristiana è maestra storica nel ricucirsi e nel mediare, nel sacrificare ogni contrasto all’altare della conservazione del potere. Ma la morte di Moro ha prodotto anche un ricompattamento su posizioni reazionarie dell’intero asse politico nazionale e condotto su posizioni conservatrici larga parte della sinistra di classe nella sua accezione più vasta; ancora, Moro morto è servito ad accelerare troppo repentinamente, troppo anticipatamente, la trasformazione autoritaria, poliziesca, repressiva del partito comunista*. Questi in seno alle masse subalterne, come partito istituzionalmente preposto al controllo e alla repressione (in altri termini ad assolvere la funzione interna alla classe per la controrivoluzione), la Democrazia cristiana in seno alla borghesia, infine le Brigate rosse per le ragioni elencate all’inizio sono i tre grandi vincitori della battaglia di primavera sul fronte della «guerra di classe» italiana. Il movimento di classe, più che altro, è stato a guardare, ed ora sopporta le conseguenze repressive. Ma questo è solo uno dei problemi. Al fondo ce ne sta un altro ben più importante ed è il problema della dialettica fra i rivoluzionari (l’isolamento e l’autoritarismo operativo e decisionale delle Br dovrebbero far riflettere, dopo le critiche ad esse mosse, gli stessi brigatisti), del processo rivoluzionario, dell’analisi di classe, della strategia, della tattica, il problema stesso di concezioni radicalmente diverse del comunismo. È ora di aprire su questo un dibattito non certo in termini settari, non certo in termini di «neo»-cattolicesimo, come fa spesso la quinta pagina di un noto quotidiano extra-parlamentare. Questo vuole essere un primo parziale contributo nella direzione di tale improcrastinabile riflessione critica.
* Nella Risoluzione del febbraio 1978 le Brigate rosse scrivono: «La precarietà del quadro politico fondato sull’accordo di maggioranza parlamentare (appena nato e già in crisi) ne fa testo (delle possibilità di scontro fra le componenti della borghesia). In pratica però queste contraddizioni possono evolversi solo in conseguenza dell’iniziativa delle forze rivoluzionarie». Tale evoluzione si è rivelata una pia illusione; tutti i partiti, la stampa, l’«opinione pubblica» interna ed internazionale hanno fatto quadrato attorno al governo, allo Stato, alla linea della fermezza (neppure vale la pena di soffermarsi sulle poco serie posizioni del PSI). Il PCI in particolare si è mostrato più realista del Re, documentando praticamente di essersi fatto più che Stato. Il 9 maggio, Longo e Berlinguer arrivavano al punto di inviare un telegramma a Zaccagnini nel quale si affermava: «continuiamo assieme la politica tracciata da Aldo Moro». Questi i fatti. Ora il movimento rivoluzionario aspetta, per fornire armi alla sua indefessa opera di destabilizzazione e di apertura di contraddizioni, le famose rivelazioni contenute negli interrogatori del presidente defunto.
Da «pre-print 1/4», supplemento al n. 0 di «Metropoli», 1978 Roma
di Franco Piperno
Chiamiamo autonomia la forma politica dentro cui si esprime e cresce il movimento del lavoro non-operaio. Si intende per lavoro non-operaio sia il lavoro indirettamente produttivo, sia il lavoro produttivo le cui prestazioni prescindono dalla modificazione – più o meno meccanizzata – della merce. Questo segmento di forza-lavoro si caratterizza per essere la materiale articolazione dell’«intelletto generale» nel senso che solo a partire dalla sua presenza dentro il flusso produttivo allargato, il lavoro vivo assume la forma di attività generalmente e compiutamente sociale, attività in sé conclusa, che non ha bisogno di alcun «fattore esterno» per dispiegare nella sua interezza la potenza del lavoro come allargamento indefinito della ricchezza o, se si vuole, del processo di riproduzione sociale. In questo senso, il lavoro non-operaio – nel suo congiungersi al lavoro operaio, continuamente innovandolo e riducendolo – dà al lavoro sociale una dimensione di attività autonoma già dentro il processo di riproduzione capitalistico. La via maestra attraverso cui questa «autonomizzazione» avviene è certamente quella che potremmo chiamare di «incorporamento» della forza produttiva-scienza dentro la forza-lavoro, fino a dar luogo a un vero processo di sostituzione. L’aspetto più significativo, a livello di rapporti di produzione, è quello di riappropriazione da parte del lavoro vivo della «potenza» e della «socialità» con cui il capitale – in quanto soggetto di «scienza» – si presenta dentro il processo di produzione e riproduzione sociale. Infatti, quando il coordinamento e l’innovazione produttiva hanno luogo via l’impiego della razionalità scientifica; quando, per meglio dire, la stessa dinamica conflittuale con i movimenti della forza-lavoro è costretta a svolgersi sul terreno della scienza come forza produttiva; quando, di conseguenza, «l’incessante trasformazione della natura in industria» assume la forma di lavoro «non operaio», si danno le condizioni per cui gli elementi di comando sul lavoro vivo, che pure la forza produttiva-scienza incorpora, possano trapassare a elementi residuali rispetto all’unità potente «conoscenza e trasformazione» che questa stessa forza produttiva comporta. La forma di capitale allora può essere ricondotta a una dimensione di puro dominio, di arbitrio monetario estraneo alla produzione di ricchezza. In altri termini: il passaggio tendenziale, rilevabile empiricamente, al livello del processo produttivo moderno, del lavoratore come erogatore di fatica (tempo di lavoro) in «sorvegliante e regolatore» tecnico, fonda la possibilità di un’autonomizzazione del processo produttivo rispetto al processo di valorizzazione – proprio perché si dà un’unità fra lavoro e coordinamento del lavoro, materialmente realizzata dal massiccio ingresso, nella produzione sociale, del lavoro non-operaio come segmento crescente della forza-lavoro. Come ognuno vede, la tendenza sopra delineata è operante in tutta l’area del capitalismo maturo. La specificità della situazione italiana sta invece nell’anticipo con cui il lavoro non-operaio ha imposto se stesso, come interno alla composizione di classe operaia storicamente data, prima ancora che lo sviluppo delle forze produttive dentro la sezione italiana di capitale fondasse l’oggettiva possibilità dell’internità stessa. L’intelletto generale, vivo, vuole vivere – sia pure di vita fragile e inquieta – dentro il lavoro vivo. La pratica del rifiuto del lavoro ricompone il «sapere sociale» frantumato Diverse sono le ragioni che hanno provocato questo anticipo (che ha giocato e gioca come fattore “principe” nella destrutturazione dell’assetto di capitale in Italia). Impossibile, in questa sede, elencarle tutte. Basterà ricordare il ruolo decisivo svolto dal ’68 – e più specificatamente la diffusione e la continuità con cui l’esperienza del ’68 è penetrata in questi dieci anni nei comparti del lavoro sociale diversi dalla fabbrica. Mette conto delineare brevemente quale conseguenza – in termini di rapporti di forza fra le classi dentro la produzione sociale – comporti questo rovesciamento anticipato per cui la delega del dominio all’intelletto generale, volta ad assicurare il carattere molecolare del processo di valorizzazione, funziona all’inverso, ricomponendo sulla base del sapere sociale accumulato tutta l’intelligenza produttiva del lavoro vivo contro le condizioni di produzione. A partire dal ’70, sia pure con ritmo ineguale, pieno di pause, arretramenti e cadute improvvise (valga per tutti la paralisi del movimento nei mesi successivi alla rivoluzione dei prezzi petroliferi) gli elementi di rigidità introdotti dalle lotte hanno inceppato e poi scardinato il mercato del lavoro. Un rapido confronto tra il tasso di crescita dei salari, della produttività e dell’inflazione testimonia come nello scontro tra il tentativo capitalistico – organizzato su scala multinazionale, in primo luogo Usa e Rft – di contenere il lavoro necessario per aumentare il pluslavoro in quanto plusvalore, e la pratica operaia di ridurre il lavoro necessario per assicurarsi più tempo libero (come tempo otium o come tempo per un’attività appropriante altra ricchezza), ha prevalso, sul trend della produzione e riproduzione sociale, il comportamento di parte operaia. È così sotto gli occhi di tutti la diminuzione drastica dell’orario di lavoro effettivo rispetto a quello ufficiale (per via di assenteismo, pause più o meno concordate, rigida attinenza alla mansione e alla collocazione anche fisica), e l’aumento vertiginoso del doppio lavoro, soprattutto come «part-time». Si badi: il fenomeno odierno non ha alcuna analogia con quello – di proporzioni raffrontabili – degli anni Cinquanta. Lì infatti il secondo lavoro si presentava come del tutto annesso alla dinamica della produzione di plusvalore (assoluto in primo luogo). Si trattava allora di prolungamento della giornata lavorativa strettamente intesa, in cui – stanti i livelli della produttività sociale dell’Italia post-bellica, nonché i rapporti di forza fra le classi – il doppio lavoro era dilatazione del «tempo immediato di lavoro» – perché il rapporto di lavoro necessario-pluslavoro si desse nelle proporzioni richieste dall’accumulazione capitalistica. Insomma: il doppio lavoro veniva vissuto da parte operaia come lavoro necessario, mera occasione di sopravvivenza, costrizione imposta dal nemico sociale. Del resto, a riprova di questa considerazione, basterebbe ricordare il carattere rigido del doppio lavoro, il suo essere, cioè, tempo interamente regolato e ritmato della logica del processo di valorizzazione, impermeabile a ogni tentativo di autoregolazione o solo di fluidificazione operaia. Assai diversa è la situazione presente: qui siamo di fronte a una riproduzione «garantita» ottenuta tramite una pratica sociale di rifiuto del lavoro, che per estensione e profondità è senza precedenti nell’Occidente capitalistico. Questo è un passaggio decisivo, il cui possesso è indispensabile per la comprensione della situazione di classe in Italia. Nuova socialità della cooperazione lavorativa Quando, infatti, si insiste, nel rappresentare la congiuntura italiana, sugli elementi di rapina che la forma di produzione della «fabbrica diffusa» comporta; quando il doppio lavoro appare come mera estensione di sfruttamento, rastrellamento «sordidamente giudaico», negli interstizi della società – ecco che vengono a essere rimosse proprio le caratteristiche soggettive, di parte operaia, che storicamente hanno determinato, in qualche modo, in avanti le condizioni di produttività date. E questo è vero non solo per il lavoro «part-time» (che, come ognuno sa, postula un alto grado di socializzazione e automazione dei settori produttivi o dei servizi che lo richiedono); ma è vero perfino per il «lavoro a domicilio» – la vacca sacra di tutte le interpretazioni pauperistiche e regressive dell’economia italiana. Giacché, come è possibile non vedere che se elemento fondante del recente e massiccio allargamento del «part-time» del lavoro a domicilio è stata la lotta al lavoro produttivo da parte dell’operaio massa, la formazione stessa ha avuto tuttavia luogo dentro «l’incessante trasformazione della natura dell’industria» – anzi addirittura come ulteriore sollecitazione della stessa? Qui non si tratta di un regressione nella forma della cooperazione sociale, di un ritorno a forme che precedono la manifattura (humus desiderato del rivoluzionarismo protocomunista italiano che, giustamente, vede il proprio possibile successo affidato alla «infinita potenza» della povertà, al regresso, alla barbarie). Il lavoro a domicilio di cui si sta discutendo è sempre organizzato dalla grande impresa sulla scala della cooperazione sociale – e richiede quindi un ulteriore salto in avanti nei processi di automazione nonché nell’integrazione fabbrica-società. Il lamento sulla contrazione del «fattore di scala» che comporterebbe il passaggio dalla fabbrica, come luogo murario del ciclo lavorativo, allo «sminuzzamento» dello stesso ciclo nel lavoro a domicilio, non tiene conto della circostanza che questa disseminazione è solo decentralizzazione fisica – essa avviene infatti forzando il carattere organico della cooperazione lavorativa e materializzando comando e coordinamento dentro la tecnologia dell’automazione; così la divisione del lavoro procede nella sua sussunzione assolutamente classica, progressiva, delle forze produttive e in primo luogo dei comportamenti della forza-lavoro, rovesciando le difficoltà politiche in un allargamento assoluto del processo di valorizzazione, e per questa via potenziando il lavoro sociale come base materiale della ricchezza. Se è vero, infatti, che nel lavoro a domicilio il calcolatore sostituisce le fragili gambe del capo reparto, e la prestazione a cottimo aggira la viscosità dell’erogazione lavorativa di fabbrica, è soprattutto vero che il lavoro a domicilio non è, esaminato nel suo «trend», lavoro necessario; nasce «a valle» della giornata lavorativa tradizionale, e quindi dopo che il problema della riproduzione ha ricevuto una soluzione positiva per la forza-lavoro. E d’altro canto le forme in cui il lavoro a domicilio si svolge, la stessa base tecnica della strumentazione fa sì che non si riapre l’era del lavoro parcellizzato, dell’uomo appendice della macchina: anche qui prevalenti sono gli elementi di sorveglianza sulla macchina, e quindi di autoregolazione del tempo di lavoro e di fluidificazione e intercambiabilità delle mansioni. Ancor più emblematica è la forma di lavoro «part-time». Non si tratta infatti dell’eterno «part-time» del bracciante di Cerignola chiamato a surrogare il mulo per qualche ora – laddove il suo bisogno di reddito gli fa desiderare d’essere definitivamente mulo. Se guardiamo i saggi di sviluppo dei diversi settori che utilizzano il «part-time», ci accorgiamo che il più significativo (fino al punto di essere in realtà l’unico esistente) è quello che impiega il «part-time» utilizzando l’intercambiabilità e l’autoregolazione, sulla base della relativa automazione del flusso produttivo, la qualificazione richiesta sembra presupporre, più che una formazione specialistica, il possesso di quella anonima conoscenza sommersa che assicura l’adattabilità come capacità di apprendere puro lavoro in quanto sapere sociale. Mette conto insistere ancora su alcuni tratti «operai» di queste relazioni produttive, che hanno silenziosamente mutato le condizioni dentro cui si svolgono i movimenti delle classi sociali in Italia. Una critica al concetto di «emarginazione» Intanto, diciamo subito che non c’è «emarginazione», disoccupazione e repressione nel senso forte che questi termini hanno nella storia delle relazioni industriali. La raffigurazione del Paese in preda alla miseria crescente e alla ferocia dei nuovi e vecchi governanti, anche quando appaiono sui fogli dei radicals nostrani, sono pure idiozie: gravi solo perché testimoniano quanto separato, ottuso, inutilmente soddisfatto di sé sia quello «spicchio» di cielo della politica che appartiene ai nostri compagni rivoluzionari di ruolo e ai loro «compagni di strada» – posseduti da «delirio repressivo». Sopravvivono perché «controreazionandosi» a vicenda la paura delle proprie paure, coltivano la «volontà d’impotenza», l’orrore per la vittoria e il successo come materialità che si impone. Non si vuole con ciò negare che esista in Italia la logica del mondo «altro dalla ricchezza»: marginalità, disoccupazione, repressione non vogliono morire, si nutrono di lavoro vivo e sopravvivono come possono. Ma tutto questo è banale – vuol dire ripetere ossessivamente una verità vuota: il carattere contraddittorio del «progresso» capitalistico, il suo continuo mortificare e distruggere la «vita possibile» dei produttori come riaffermazione delle proprie condizioni di sviluppo. Ma il punto decisivo è oltre il banale. Come dire: oltre Seveso. Di chi è l’iniziativa che attraversa e sommuove, ormai pressoché ininterrottamente da dieci anni, tutto il tessuto produttivo? O, se si vuole: come si è andata configurando, nel rapporto fra le classi, la distribuzione della ricchezza in Italia? Quale soggetto è andato affermando il proprio diritto come «diritto nuovo» alla garanzia, all’automatismo della riproduzione senza accettare condizioni sul versante dell’interesse generale – ovvero della produttività sociale intesa come incremento del valore realizzato «pro capite»? Tutta la pubblicistica e la letteratura corrente danno una risposta inequivocabile. La vita quotidiana si incarica da parte sua di «zittire il lamento delle statistiche», facendo penetrare nella testa dei singoli questa «sicurezza bella» del diritto automatico alla vita come diritto imposto. Per capire questo generale sommovimento non basta tenere d’occhio gli indici «classici» della scienza economica; il quadro si è fatto più complesso e ricco di variabili sconosciute. Vediamo la cosa da più vicino. Si dice: oltre due milioni di disoccupati, soprattutto giovani. Reinnescato dal «ritardo semantico» delle parole un «pianto costernato» inonda i fogli progressisti e «rivoluzionari». A prendere sul serio i termini (che informano perché richiamano analogia) ci sarebbe da aspettarsi che due milioni di persone vivano nell’indigenza, e una percentuale così cospicua (diciamo centomila) sia prossima all’inedia. Come ognuno può vedere si tratta di una rappresentazione distorta dell’uso di vecchie parole per denotare fatti nuovi. Il «soggetto sfruttato» considerato dal punto di vista della sua ricchezza L’attuale disoccupazione italiana ha luogo in condizioni affatto originali. Il livello della spesa pubblica, in specie per sanità, scuola, servizi è di tale portata da sdrammatizzare alla radice il fenomeno. E il fatto che tutto questo poggi su un apparato pubblico «improduttivo» al quale va destinata una fetta del plusvalore sociale, è fatto – dal punto di vista dell’interesse di classe – assolutamente secondario a fronte del «valore d’uso» di questi servizi e anche dell’effetto di alleggerimento che l’occupazione in essi esercita sul mercato del lavoro, concorrendo in modo non secondario a impedire il formarsi di un esercito industriale di riserva. Da questo punto di vista, si può dire che la contraddizione passa attraverso le spese dello Stato; e che si dà un preciso interesse operaio al mantenimento delle funzioni definibili come «improduttive». D’altro canto le occasioni – più o meno legali – di reddito che un sistema produttivo a capitalismo maturo genera di continuo, rendono la disoccupazione in certa misura, un «tempo di lavoro» autoregolato, saltuario, non irrigidito. Del resto, basta osservare che la stessa categoria anagrafica del disoccupato è, nelle statistiche, definita per negazione – in quanto condizione che difetta nella regolarità e continuità della prestazione lavorativa. Ma mentre questa condizione denotava in passato, ad esempio negli anni Cinquanta, estraneità al processo produttivo o comunque alla distribuzione del reddito, questo non è più vero, almeno nella generalità dei casi, dentro una produzione sociale così elastica e insinuante – in cui fabbrica e società diventano sinonimi. Forse bisognerebbe cominciare a pensare alla disoccupazione non come «mancanza» come «difetto», ma come «presenza», come «pienezza». Giacché solo gli ideologi del lavoro produttivo – specie zoologica in estinzione confinata ormai in quegli spogli parchi che sono gli uffici studi del sindacato e del Partito comunista – rimuovono, mentendo per omissione, la componente di rifiuto del lavoro produttivo che v’è nel fenomeno della disoccupazione giovanile. Anche qui il comportamento soggettivo è un «indizio forte» di questa asserzione. Al di là della rilevanza statistica dei dati – che pure testimoniano un allargamento a forbice tra giovani disoccupati anagraficamente censiti e occasioni di lavoro precario, nella forma giusta, non utilizzata – assai più probante è la fuga della fabbrica, tipica di quella nuova generazione di operai che sono, a un tempo, studenti un po’ balordi delle scuole di ogni ordine e grado. Qui siamo di fronte a una novità di comportamento di grande rilievo. Negli anni Sessanta la fabbrica era, in specie per la forza-lavoro giovanile, un’occasione privilegiata di reddito e, per una minoranza politicizzata numericamente significativa, anche sede, orgogliosa e decisiva, della lotta e dell’organizzazione politica di classe. Insomma «militanti e produttori» insieme si era solo nella fabbrica. Qualcosa in questo registro così lineare si è ora irrimediabilmente rotto. Il giovane operaio guarda fuori dalla fabbrica alle occasioni più fluide e meno rigide di reddito – ma guarda fuori anche con gli occhi del corteo duro che spazza il centro cittadino, con l’ansia dell’espropriatore-ladro, con la vigile attenzione del terrorista: anche qui si tratta di una minoranza, in vero numericamente ridotta, ma la sua stessa esistenza come «distribuzione normale» in ogni agglomerato operaio attesta la non interpretabilità in termini di devianza, di scarto statistico; e ciò è, di per se stesso, un salto rispetto al passato. Certo, tutto questo è anche risultato del processo inflazionistico, della progressiva importanza del «capitale produttivo di interesse», del risarcimento consumato dai circuiti monetari come risposta padronale all’egemonia dell’operaio in fabbrica. Ma appunto è la straordinaria continuità dell’innovazione produttiva operaia che va sottolineata come chiave di comprensione del presente – rattrappimento dell’erogazione lavorativa in fabbrica, utilizzazione delle occasioni fluide di lavoro che il capitale è costretto ad approntare dentro la produzione allargata. L’incessante erosione del pluslavoro A ben guardare la «porta stretta» attraverso cui passare per comprendere la situazione italiana è data dalla «genesi» delle condizioni, dentro le relazioni produttive, che consentono l’affermarsi della rigidità operaia (vera e propria erosione progressiva di plusvalore) senza che la macchina produttiva precipiti verso la paralisi – con conseguenze che finirebbero per schiacciare lo stesso contropotere operaio. Il che equivale a interrogarsi sul «segreto» che ha permesso di incrementare il rapporto lavoro necessario/pluslavoro in una misura senza precedenti nella storia italiana e senza confronti nell’Occidente capitalistico – tenendo tuttavia il debito complessivo del Paese verso l’estero entro i 20 milioni di dollari: che vuol dire il 10% del G.N.P. annuale e appena 1/5 dell’ammontare di capitale trafugato all’estero in soli sette anni (dati del 1976). Bene: ricorrendo per brevità d’esposizione a una risposta schematica si può affermare, in primo luogo, che la lotta operaia contro il pluslavoro in fabbrica ha potuto imporsi, ben al di là dei risultati contrattuali, perché il lavoro non-operaio dentro e fuori la fabbrica ha progressivamente desistito dai suoi compiti di comando e controllo per configurarsi tendenzialmente come «coordinamento e innovazione». Non si insisterà mai abbastanza sul fatto che è il comportamento molecolare di milioni di uomini, che dovrebbero «sorvegliare e punire» altri uomini, a permettere la sottrazione alla costrizione del «ritmo», il fiorire delle pause, il ridimensionamento della fatica. Il lavoro non-operaio che vede se stesso dentro la composizione di classe operaia assicura, nella quotidianità della produzione sociale, l’espandersi dell’erosione del pluslavoro. Tempo di lavoro / tempo di non lavoro D’altro canto questo comportamento soggettivo del lavoro non-operaio spinge all’automazione della produzione come tentativo di oggettivare il comando nel capitale costante; ma anche come mera condizione di sopravvivenza del ciclo produttivo. A sua volta l’allargarsi dell’automazione offre altre occasioni all’intelligenza produttiva di sfuggire al «tempo immediato di lavoro», contrae assolutamente e relativamente la presenza della forza-lavoro in generale e di quella produttiva in particolare nel processo produttivo diretto, pone le basi per una ulteriore riduzione che può assumere l’aspetto di pluslavoro o di «tempo libero» a seconda dei rapporti di forza tra le classi. Vale la pena ricordare, a proposito del tempo libero, che anche qui qualcosa è mutata; non è tempo libero dell’impiegato svizzero impaniato dalle agenzie di viaggio: tempo che «trascorre senza senso restando tuttavia soggetto ai ritmi del mondo del lavoro salariato e alla sua ideologia». Il tempo libero se è in parte tempo di lavoro (ma autoregolato) per procurarsi reddito, è anche «otium» in quanto tempo dedicato ad attività più alte; ad esempio: all’organizzazione e all’allargamento della lotta – per quanto ingenue possano essere le forme che tutto questo «mediamente» assume. D’altro canto il «tempo libero ha naturalmente trasformato colui che ne dispone in un soggetto diverso; ed è come tale che egli entra poi anche nell’immediato processo di produzione». Insomma questo «feed-back» positivo che si è istituito tra rifiuto operaio del lavoro produttivo – comportamento dentro la produzione del lavoro non-operaio – automazione (feed-back che rende vischiosa e qualche volta arresta, stante la relativa arretratezza delle forze produttive, la connessione processo di valorizzazione-processo di produzione) trova il suo «spunto iniziale» nel comportamento del lavoro non-operaio che ormai sembra guidare tutta la dinamica. Si è già accennato alla complessità della ricostruzione storica di questo comportamento – probabilmente analogo a quello di altri Paesi a capitalismo maturo ma, certamente, specificatamente italiano per diffusione e profondità. Si è già richiamato il ’68. Ma ovviamente è un riferimento che a sua volta andrebbe spiegato. Su questo discorso bisognerà tornare. Qui ci interessa evidenziare come sia insufficiente vedere nella «nuova composizione di classe» la base materiale della crisi italiana. Giacché quando si parla di modificazione nella composizione di classe si sottolinea in genere l’ingresso (o il diverso peso relativo) di un segmento di forza-lavoro dentro il corpo complessivo di classe operaia. Muta la composizione tecnica di classe ma, in qualche modo, si tratta di un’aggiunta, o, come è uso dire, di «proletarizzazione» di altri strati sociali che nel loro ridursi a «classe operaia» si impadroniscono della memoria storica di lotte, comportamenti e istituti organizzativi precedenti. Oggi invece in Italia c’è rottura, c’è mutamento nella composizione politica di classe – il dislocarsi del lavoro operaio non significa assorbimento e mimetizzazione del primo nel secondo, non è una sorta di «reductio ad unum». Comando del valore d’uso sul lavoro sociale L’ingresso soggettivo del lavoro non-operaio dentro il corpo di classe operaia pone un drammatico problema di rottura del comportamento produttivo e politico nella prassi totale del lavoro vivo; che genera – non serve nasconderlo – anche tragiche forzature, lacerazioni nonché tentativi di rigetto. Il che è del resto assai ragionevole – purché si tenga presente che i soggetti denotati con astrazioni (lavoro operaio, lavoro non-operaio) sono in realtà soggetti reali e cioè uomini che intrattenendo reciprocamente nuove relazioni mutano, sono costretti a mutare, radicalmente se stessi. È una problematica assai vasta; e in questa sede è possibile indicare solo uno dei fili conduttori. L’idea forza con cui il lavoro non-operaio va costruendosi come soggettività è quella del comando del valore d’uso sul lavoro sociale. Malgrado che spesso questa idea-forza non sia penetrata dentro il singolo a mo’ di coscienza, i movimenti produttivi e i gesti di lotta del lavoro non-operaio corrono lungo questo filo. Si pensi alle lotte sui servizi sanitari, sulla scuola, sul problema dell’energia. E tuttavia questo valore d’uso non ha un significato protosocialista, artigianale, di possesso intellettuale e controllo da parte del singolo produttore della specifica mediazione tecnica con la natura relativa a una particolare attività lavorativa. In altri termini non è una riedizione del movimento hippie, divinizzazione fantastica del singolo e disprezzo reazionario per la ricchezza. Comando del valore d’uso vuol dire richiesta di «lavoro utile» come possibilità materiale di usare, per i soggetti che producono, della ricchezza sociale – usare nel senso di godere di essa. Da questo punto di vista la divisione del lavoro, l’organizzazione scientifica della cooperazione lavorativa, la «natura come industria», in una parola la potenza del lavoro astratto, costituiscono il presupposto, il terreno stesso su cui la pratica del valore d’uso s’impianta. Si potrebbe dire che il valore d’uso pretende uno smisurato allargamento di questo stesso processo, desidera la «società umana come racket di massa della natura» – al limite spinge alla riproduzione sociale come processo garantito, meramente automatico, immediato e quieto nella sua anomia: come l’atto naturale del respirare. Bisogna insistere: l’idea-forza del lavoro d’uso non va ricercata nei documenti che i gruppi politici preparano o nella rappresentazione individuale che il militante ha del movimento. Essa «non si fa vedere a occhio nudo e chiede quindi l’occhio della mente e la presa della teoria». E la mente può ricercarla solo nella fattualità dei processi – purché si intenda per processi la totalità della prassi umana; ma in primo luogo il movimento produttivo del lavoro vivo e i comportamenti politici di massa. Valore d’uso è Valore d’uso è il disgusto del posto fisso, magari sotto casa: è l’orrore per il mestiere; è mobilità; è fuga dalla prestazione stupidamente irrigidita come resistenza attiva alla merce, a farsi merce, a essere posseduto interamente dai movimenti della merce. Valore d’uso è la complicità sociale che il lavoro non-operaio offre, lungo gli interminabili attimi della giornata lavorativa, al comportamento operaio che rifiuta la «cieca fatica» propria del lavoro di fabbrica. Valore d’uso è la volontà di sapere nel suo «attraversare calpestando», con la dolce ottusità dei giovani, il corpo della «madre scuola»; che boccheggia e ansima perché strutturalmente incapace di dare, di rispondere a un bisogno di conoscenza che non si configuri come richiesta di inserimento nei ranghi del lavoro salariato – e se, dio non voglia, anche qualche rosa viene calpestata tanto peggio per le rose. Valore d’uso è il desiderio di apprendere con tutto il corpo questa nuova sensibilità che emerge da quel continente ricco di toni, sfumature, emozioni sensibili che è l’associazionismo giovanile nel suo rapporto particolare con la musica, il cinema, la pittura, insomma con «l’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica». Valore d’uso è la ricerca caparbia di nuove relazioni tra gli uomini, di modo «trasversale di comunicare», di sperimentare, di crescere sulle proprie diversità – e insieme la capacità di non rimuovere la sofferenza, le miserie e le sconfitte di questa ricerca lasciandosi assorbire dalla vecchia norma, reinventando tartufescamente la domenica; bensì cercando ancora, procedendo «a testa alta». Valore d’uso è la «pensosa allegria» propria del furto di oggetti utili, desiderati – che è rapporto diretto con le cose, libero dalla mediazione sporca perché inutile del denaro; ma anche «nostalgia della ricchezza», del vivere gratis, di una pienezza di consumo e godimento come possibilità latente, materiale della società moderna – che forse è aspirazione al paradiso ma solo in quanto disprezzo per le difficoltà inutili perché già superabili; solo in quanto odio per un purgatorio che, nel suo trascinarsi oltre il giusto, cessa di essere preparazione, attesa per diventare privazione giustificata, sofferenza superflua. Valore d’uso è la speranza ingenua con cui nell’agricoltura, nei servizi, nei quartieri, nascono, per vivere fragilmente e poi morire, cento, mille esperienze di «controeconomia», di lavoro utile – come allusione tenera a un’altra forma di lavoro sociale, a un’altra distribuzione del tempo del lavoro in quanto costo sociale; desiderio di conoscere, bisogno di scegliere la destinazione della propria fatica; in qualche modo stima e protezione audace dell’unicità della propria vita. Valore d’uso è la disumana astrattezza dell’omicidio, dell’attentato – soluzione fantastica di un problema reale, rimpianto denso dell’interezza delle proprie possibilità, disperato tentativo di far valere, con orgoglio impaziente, la propria forza sociale; che però, nella forma cortocircuitata della violenza militare, finisce col premiare esattamente il contrario di ciò di cui parla. Valore d’uso è tutto questo e insieme altre cose: difficilmente verbalizzabili ma certo osservabili dentro la nuova giornata lavorativa, dentro la vita quotidiana – purché cessi il vezzo di ascoltare con un orecchio solo: e avvertire così il rumore dei cristalli rotti ma non lo strofinio di «tutta la tavola trascinata irresistibilmente verso il futuro». Inadeguatezza della categoria-denaro a sintetizzare i nuovi bisogni Forse il richiamo alla Roma del 12 marzo 1977 può rendere nella sua complessità – come ricchezza e indigenza insieme – l’immagine della pratica sociale del valore d’uso. Tutti i tratti prima delineati erano presenti – si davano simultaneamente e nello stesso luogo come in una prova generale, in una scena di massa con centomila attori. Forse bisognerebbe ripartire da lì, dalla «cattiveria sognante» di quel black-out assai meno popolato che quello di New York ma in qualche modo più gravido di conseguenze perché costruito da una «minoranza di massa», perché praticato servendosi della luce. Ripartire da lì, da quell’accaduto, da quella presenza per riannodare i fili del discorso sulla forma denaro, sulla forma stato, sulla forma pensiero, sul sindacato, sul partito e così via. Qui possiamo solo tratteggiare l’approccio che deriva, nell’affrontare alcuni di questi temi, dell’avere l’occhio al «movimento reale che trasforma». Innanzi tutto il valore di scambio o meglio il denaro come capitale. Nella pratica della nuova giornata lavorativa, in questo singolare modo di contrapporsi al movimento della categoria denaro, v’è appena la traccia della tradizione nazional-popolare della cultura cattolica che sente il denaro come colpa, come cosa immonda, come catastrofe dell’essenza umana. Lo scambio lavoro contro denaro viene vissuto come scambio di fatica contro reddito. Ma si dirà: questa è una pratica antica quanto la forza-lavoro. Si può rispondere: la novità risiede nella circostanza che comportamenti produttivi di interi segmenti di forza-lavoro (in particolare il lavoro non-operaio) tendono a imporre, nel funzionamento della macchina economica, questo tipo di scambio. Per dir meglio: il denaro pretende il lavoro che valorizza, impone che la produzione sociale sia dominata dall’atto di scambio lavoro contro capitale: potrebbe dirsi che il motore segreto della dinamica capitalistica, di questo spirito animale mai sazio che sommuove la storia moderna, è piantato in questo atto di scambio. Di qui potrebbero derivarsi, come altrove è stato chiarito, con passaggi rigorosamente algebrici, tutti i comportamenti dei soggetti sul mercato: compresa la forza-lavoro nei suoi movimenti politici e produttivi. Denaro come costo sociale eccessivo La pratica sindacale di privilegiare l’aspetto reddito sull’aspetto capitale non contraddice questo svolgersi della categoria denaro – stante la capacità del capitale di presentarsi come reddito denaro, reddito astratto che produce esso stesso bisogno astratto di ricchezza, bisogno astratto di godere più che godimento fattuale. È questa la chiave per capire la sostanziale simpatia con cui gli operai dell’Occidente (ma forse anche quelli dei Paesi a socialismo realizzato) hanno guardato e guardano allo sviluppo capitalistico – ed è ancora questo il passaggio necessario per ricostruire la cosiddetta «degenerazione revisionista» in tutto il movimento operaio; senza ricorrere a schemi interpretativi moralistici tipo «tradimento» che per essere convincenti, dato il carattere ripetitivo e onnipresente del tradimento stesso, richiederebbero una teoria genetica sui funzionari dei partiti operai. Del resto, niente di irragionevole: l’opzione di massa a favore dello sviluppo capitalistico proviene dalla consapevolezza, anch’essa di massa, che – sia pure a prezzo dell’astrattizzazione dei bisogni, sia pur facendo emergere un’«umanità capovolta» – questo modo di produzione assicura, magari con le scorie produttive, l’appagamento di bisogni concreti, l’espansione del processo di vita, il ricambio ricco con la natura. La rottura si delinea quando, sulla base composita, universale, egualitaria, comunicabile, assicurata dal denaro in quanto misura e scopo delle cose, emergono bisogni nuovi, radicali – qualche volta nel senso che non sopportano ontologicamente rappresentazione in termini di denaro: spesso nel senso che avvertono come non più necessaria una loro traduzione in denaro. Si porrebbe dire: il denaro come costo sociale eccessivo nell’epoca in cui è la stessa natura a funzionare da industria. Bisogni radicali e desiderio di sovversione È qui che si evidenzia quel bisogno di non farsi merce che sta a fondamento della pratica della lotta illegale e delle sue forme violente. Bisogno che, a sua volta, è sintesi di bisogni peculiari, diversi, non commensurabili: ultimo bisogno astratto ma scagliato contro l’astrazione come regola; e, per ciò stesso, retroterra reale dell’organizzazione rivoluzionaria post-leninista. Mette conto sottolineare che quando si discorre di bisogni radicali non ci si riferisce a nascoste positive latenze della natura umana, auspicabili ma di esistenza incerta – come le risorse petrolifere non ancora scoperte. Questi bisogni radicali stanno lì “sotto le chiappe” di tutti. Si chiamano con nomi diversi, spesso hanno odore sgradevole, comportano qualche orrenda formazione e si fanno valere con modi poco civili. Ma ci sono. Il movimento delle donne ad esempio – ripulito da quella malattia ideologica, che lo perseguita come un vizio di cuore, di proporsi come rivendicazione un po’ rancorosa l’uguaglianza ossessiva con l’uomo – il movimento delle donne, si diceva, in quanto afferma la diversità della donna, la peculiarità dei suoi bisogni non genericamente umani, e la precisa determinazione di far posto, dentro le «relazioni industriali», a questa diversità senza che essa sia costretta a mimetizzarsi nella forma «uguale» il denaro. Non sta qui un fondamento, non elucubrativo, del «diritto ineguale» come possibilità attuale? Ancora: le pratiche lavorative, soprattutto nella riproduzione sociale, che si svolgono attorno alla solidarietà piuttosto che alla concorrenza, assumono una forma «altra» del lavoro salariato: sono qualche volta lavoro socialmente utile, più spesso attività con scopo – in cui bisogno e lavoro coincidono. Pratiche sempre esistenti è vero, ma costrette a vivere ieri negli interstizi, negli angoli bui della produzione sociale – come parenti deformi. Oggi tendono a emergere, ad allargarsi innovandosi, a ritagliarsi propri spazi di esistenza e di legittimazione. La «società sommersa» Quando si dice che il rapporto tra un soggetto sociale costituito sul valore d’uso e la categoria di valore di scambio tende a porsi come mera occasione di reddito si vuole significare due concetti. Alla forma impresa il lavoro vivo (o meglio la parte non irrilevante di esso) chiede garanzia di vita, soluzione automatica del problema della riproduzione. L’orgoglio produttivo, l’erogazione con inventiva, se può, si applica altrove – dopo che è trascorso il tempo immediato di lavoro. Così se i torni, i forni, le caldaie, gli scambi, il sistema macchine nel suo insieme funzionasse da solo ben pochi si sentirebbero diminuiti per questo. Invece dentro la forma valore d’uso segmenti via via più larghi di lavoro vivo applicano la loro forza invenzione, la loro intelligenza produttiva – con risultati non sempre apprezzabili ma con una continuità di sperimentazione che attesta la radicalità del bisogno. Questa «società sommersa» non fonda kibbutz, non popola riserve in cui si pratichi virtuosamente il baratto. Essa è impiantata come un tumore dentro la società del lavoro salariato – e organizza la sua metastasi, articolandosi, succhiando tutto quello che può col minimo sforzo, badando in ogni circostanza ai rapporti di forza e sottraendosi con grande intelligenza alle battaglie campali, agli scontri decisivi per evitare che l’impiego massiccio di tutti gli anticorpi di cui la società è capace, blocchi la metastasi stessa. Non emarginazione, ma estraneità ostile Come ognuno può vedere siamo ben lontani dal modello esplicativo Asor Rosa – che ha avuto le sue vittime dentro il movimento. Per Asor Rosa la forma impresa è prima società ricca ed equilibrata assediata da ciompi senza mestiere, temibili solo per la loro miseria morale e materiale che è loro propria. Laddove i ricchi non sono certo coloro che vivono dentro e per l’impresa – semmai essi hanno diritto a tutta la pietà, non scevra di preoccupazione, dei giovani. Ed è ancora alla complessità del 12 marzo del ’77 che bisognerà riandare per ricostruire l’intreccio tra nuovi comportamenti del lavoro vivo (in particolare del lavoro non-operaio) e strategia sindacale. Tutto ciò che prima è stato scritto sulla pratica del valore d’uso, ancorché incompleto, è sufficiente tuttavia a dare le dimensioni del problema. Il rapporto è di estraneità profonda e, nell’immediato, esso assume la forma di un’ostilità reciproca. La cacciata di Lama dall’Università di Roma, lungi dall’essere una bizzarria estremista, è una spia di questa situazione. Del resto non può che essere così. Il sindacato interpreta sul terreno contrattuale, come autorità salariale, i movimenti della forza-lavoro volti alla propria valorizzazione in quanto merce. Questi movimenti non sono un’invenzione del sindacato. Sono movimenti indotti dallo svolgersi della categoria denaro, ma essendo movimenti reali che trascinano milioni di uomini, hanno aspetti contraddittori. Il sindacato per sua fondazione mette in rilievo i tratti di movimento autovalorizzante di merce. Il conflitto, la lotta che esso rappresenta e conduce si svolge dentro i limiti dello scambio lavoro produttivo-capitale. Oltre questi limiti la forma stessa di sindacato non si dà. Sicché, quando in Inghilterra o in Italia i bonzi sindacali concordano sacrifici con le imprese per salvare l’economia, bisognerebbe smetterla di gridare allo scandalo. Fanno il loro mestiere; difendono insieme il loro posto di lavoro; e gli operai, che sanno apprezzare la divisione del lavoro, non menano alcuna meraviglia. Ma questo movimento autovalorizzante di merce si svolge secondo una dinamica affatto diversa da quella che presiede alla pratica del valore d’uso – nella crisi poi questa diversità tende a porsi come opposizione, come ostilità. E questa ostilità, occorre ricordarlo, non contrappone un pugno di burocrati sindacali al popolo lavoratore. Essa divide il lavoro vivo, si rappresenta come contrasto produttivo, politico, culturale tra segmenti diversi del lavoro – insomma contrappone uomini ad altri uomini sulla scala dei grandi numeri. Il comportamento dominato dal valore di scambio si oppone, è costretto a opporsi al comportamento dominato dal valore d’uso. È una lacerazione che attraversa il corpo del lavoro vivo, schiera moltitudini da una parte e dall’altra spesso senza continuità o confini tracciabili in base alle mansioni espletate. E tuttavia si può dire che, mediamente, quello che chiamiamo comportamento dominato dal valore d’uso si ritrova di preferenza tra i giovani che esplicano il lavoro non-operaio; e quello che chiamiamo comportamento dominato dal valore di scambio si ritrova più frequentemente nel lavoro operaio della grande fabbrica. Dunque la lacerazione esiste: e tutto fa pensare che sia destinata ad approfondirsi. Né serviranno a lenire il dolore le comuni reliquie: la notevole omogeneità di lessico e il paradossale rifarsi alle stesse icone (oh, il ritardo della «politica»!) nascondono in realtà universi inconciliabili. E d’altro canto questa lacerazione non sarà certo rimaneggiata dal probabile successo della strategia del Pci mirante a porre l’ipotesi diretta del lavoro produttivo sul governo del Paese – è facile prevedere infatti che la «centralità operaia» come riferimento per la macchina statuale non può che comportare, almeno nell’immediato, l’accentuarsi della pressione volta a ricondurre a forza-lavoro produttiva il lavoro non-operaio, e in genere il lavoro produttivo. Riconduzione che, se non ha alcun respiro strategico dentro lo sviluppo capitalistico – giacché il livello delle forze produttive, la composizione di classe, l’obsolescenza della dimensione nazionale la rendono retrodatata – ha tuttavia la capacità di scompaginare il significato sovversivo dei nuovi comportamenti dentro la produzione sociale, compromettendo una ricomposizione di classe nella crisi attorno alla pratica del valore d’uso. Sembra quindi di poter concludere che la contrapposizione tra segmenti diversi del lavoro vivo è destinata, almeno in Italia, ad accentuarsi – alimentando uno scontro che, in quanto coinvolge milioni di uomini, può essere riguardato come una forma, sia pure sotterranea, di guerra civile.
DAL TERRORISMO ALLA GUERRIGLIA
di Franco Piperno
1. Per il concorrere di cause diverse, non esaminabili in questa sede, ha avuto luogo nell’ultimo decennio un silenzioso sommovimento «nel modo di produrre la ricchezza». Il circuito produttivo utilizza prevalentemente la natura come industria, piuttosto che l’erogazione di pluslavoro ed il conseguente furto del tempo di lavoro. Per dirla in gergo: le diverse forme della produzione sociale non sono più organicamente saldate dalla legge del valore. Tutto questo comporta delle conseguenze di grande rilievo, che investono i soggetti sociali nonché la stessa cooperazione lavorativa. Intanto emerge un soggetto proletario nuovo, artefice sì della ricchezza ma non più interpretabile (anche ai fini del calcolo economico) in termini di lavoro produttivo e improduttivo. Muta quindi la composizione di classe del proletariato. L’intellighentsia tecnico-scientifica in particolare (che rozzamente possiamo chiamare «lavoro non-operaio») viene ad occupare una posizione di centralità nella produzione della ricchezza sociale. E non si tratta, si badi, della disattesa aspettativa sulla proletarizzazione dei ceti medi – come mera riduzione di altre figure sociali a lavoro salariato. Il lavoro non-operaio – agendo non più come ceto residuale, bensì in quanto soggetto materiale di un nuovo modo di produzione – porta con sé comportamenti, riferimenti culturali, ideologie, non riconducibili alla memoria storica delle lotte operaie.
2. Il mutamento nella composizione del proletariato induce una «nuova spontaneità» che appare sulla scena per la prima volta nell’indimenticabile ’68. La nuova spontaneità ha il suo tratto caratteristico nel rapporto che intrattiene con la ricchezza sociale. Quest’ultima, infatti, viene vissuta come valore d’uso – nel senso che appropriarsene vuol dire godere di essa. La produzione cessa così di essere sentita come una sorta di attributo «a priori» dell’essenza umana – quasi una necessità morale; essa viene indagata e ridimensionata in quanto produzione di ricchezza umanamente fruibile: cioè, appunto, di valori d’uso. Ecco allora dispiegarsi i comportamenti tipici di questa nuova spontaneità: l’assenteismo come sabotaggio di massa della costrizione al lavoro; il furto nei supermarket come riappropriazione individuale di oggetti il cui godimento è impedito dalla mediazione monetaria; l’occupazione come semplice occasione di reddito; la disponibilità «generosa ed incantata» nei confronti di quei momenti dell’attività sociale in cui «lavoro e bisogno coincidono»; le mille forme di ribellione in cui si consuma «nell’anonimato del quotidiano» una insofferenza sociale radicale e qualche volta violenta. Questi comportamenti rompono ogni rapporto di proporzionalità tra partecipazione alla produzione e quota di reddito fruita; tra tempo di lavoro erogato e quantità di oggetti di cui si pretende la disponibilità. Va da sé che, trattandosi di comportamenti (e non di innocue idee), il loro manifestarsi impone la pratica dell’illegalità come condizione necessaria di esistenza.
3. A sottendere questi comportamenti v’è una cultura che, malgrado evidenti ingenuità, vistose lacune, super-semplificazioni, non può essere tuttavia liquidata come falsa coscienza. È una cultura che, pur nutrendosi di indigenza ed alienazione, ha tuttavia speranza: nel senso che ritiene materialmente ed immediatamente superabile quella stessa indigenza ed alienazione. Da qui la tematica dell’immediatismo: quel mettere al primo posto il proprio corpo, i propri bisogni, la propria diversità ed irripetibilità; con la presunzione – per lo più irriflessa – che la pienezza dei tempi sia giunta: il godimento concreto della ricchezza è a portata di mano, giacché è possibile qui ed ora rovesciare «la ricchezza oggettiva in ricchezza dei soggetti»; ed il prolungarsi della condizione di indigenza è frutto d’arbitrio, tecnicamente e socialmente non spiegabile, non giustificabile.
4. Del resto, non v’è solo l’urgenza di nuovi bisogni che premono alla ricerca di un appagamento che il vecchio mondo non sa dare. Muta anche la morfologia dello Stato moderno. Il deperire «dell’economia come struttura»; o meglio: lo smarrimento – a seguito dello stesso sviluppo – di ogni regola economica, comporta l’ergersi autonomo del potere politico, arbitro unico sull’impiego dei frutti della cooperazione sociale. Esso sembra così definirsi come la sede entro cui trova una formalizzazione la guerra tra le corporazioni per la spartizione del «surplus» sociale nella sua forma monetaria. Il nuovo Stato corporativo si rivela di conseguenza incapace di una attività progettuale in grado di perseguire, materialmente e coerentemente, l’interesse generale in quanto distinto dalle esigenze voraci delle corporazioni. Nello stesso tempo, gli istituti stessi della democrazia rappresentativa risultano svuotati di ogni contenuto decisionale e sopravvivono come costosi apparati ideologici che registrano ed acclamano operazioni maturate altrove. La politica svolge i suoi esiti senza alcuna regola che non sia la mera misura del rapporto di forza – cioè, come è stato detto, la politica è guerra sotto altra forma.
5. In questo quadro, i bisogni sociali non rappresentabili dal sistema delle corporazioni – vuoi perché non monetizzabili, vuoi perché, più semplicemente, asincroni – tendono a farsi valere sfuggendo come nemica la mediazione politica e ricorrendo, senza alcuna riserva morale, alla guerra in forma propria. La nuova spontaneità ha perfezionato infatti una sorta, di «senso comune» diffuso soprattutto tra le donne ed i giovani, siano essi impiegati o operai, disoccupati o studenti. È un «senso comune» che vive lo Stato come insieme di apparati sordamente amministrativi: da un lato arbitrari perché superflui, e dall’altro assolutamente estranei ed ostili. L’insieme di questi apparati (e delle operazioni che producono) appare ai giovani proletari (o almeno ad una parte significativa di essi) come dispotico. Dispotico non significa, in questo caso, «limitativo delle tradizionali libertà individuali» – habeas corpus e così via. Il potere è dispotico perché impone e legalizza una arbitraria e lancinante separazione tra individuo e ricchezza sociale, tra ricchezza oggettiva e godimento di essa da parte dei soggetti, tra ricchezza «esistente» e ricchezza «possibile».
6. II Movimento Operaio è incapace non solo di tradurre politicamente questa nuova spontaneità; ma perfino di riconoscerla ed entrare in contatto con essa. E tutto questo per motivi assai meno peregrini che i presunti tradimenti del «gruppo dirigente». È quella del Movimento Operaio – infatti – un’esperienza politica che si è consumata attorno ad altri soggetti sociali, ad altra morfologia del processo produttivo, ad altra spontaneità – in altri termini, attorno ad un’epoca storica in cui il mancato sviluppo delle forze produttive, ovvero la miseria come fame, faceva aggio sul tema della divisione del lavoro e sul bisogno di auto-realizzazione dell’individuo. Ecco allora che l’agire del Movimento Operaio si dipana in un tempo retrodatato: inneggia al profitto come sorgente di ricchezza quando è andata in rovina, per eccesso di sviluppo, la forma-impresa; difende l’indipendenza nazionale quando non si da più un mercato nazionale; promuove il lavoro manuale nell’epoca dell’automazione; predica la mistica del sacrificio a fronte di una vita quotidiana delle masse che pratica il consumo come libertà. Così, in un tempo irreale, matura nella retorica la tragedia del Movimento Operaio: le stesse variegate aspettative di massa – che appena due anni fa ancora si erano fissate sulla sinistra tradizionale – tendono, a fronte dell’impotenza, a rifluire o separarsi. Alla fine, quell’orgogliosa iniziativa denominata «operaio che si fa Stato», residua solo il malconcio tentativo di una nuova legittimazione sociale al moderno Stato corporativo. Mentre per parte sua un altro, un secondo «movimento operaio» va emergendo, innervato da altri bisogni ed altre forme di lotta. Esso non solo si autonomizza dal primo, ma ormai vi si contrappone e lo combatte apertamente.
7. Così stando le cose, l’esistenza – in dimensioni ridotte ma significative – di un «movimento» che pratica la violenza armata per conseguire i propri obiettivi risulta, in qualche misura, ovvia: quasi come accade ai fenomeni naturali. Ci si dovrebbe meravigliare del contrario. Dentro il movimento armato, la presenza delle Brigate Rosse si caratterizza – (rispetto ad altre formazioni combattenti, che sono significative per il rapporto che a volte hanno stabilito con i contenuti programmatici del movimento) per un discorso (pratico) sull’efficacia: vale a dire, non solo per l’uso coerente ed efficace del terrorismo (inteso, secondo la tradizione rivoluzionaria, come strumento atto ad intimidire e paralizzare più che a distruggere materialmente il nemico); ma anche per il tentativo di legittimare l’esistenza stessa dell’organizzazione militare in quanto momento indispensabile nella lotta per l’emancipazione sociale. Nasce qui, ad esempio, la richiesta brigatista – formale forse, ma certo ragionevole – del riconoscimento del loro status di combattenti).
8. Fissati così i termini del discorso, è possibile affrontare la questione politica centrale: il rapporto tra violenza armata e movimento o, se si vuole, tra terrorismo ed emergere di quella nuova spontaneità prima, a grandi tratti, delineata. Intanto, vale la pena di riformulare la questione in maniera «chiara e distinta». Indagare la corrispondenza (sia come data che come possibile) tra terrorismo e nuova spontaneità vuol dire verificare l’ipotesi di interfunzionalità tra i due fenomeni. Più correttamente, si tratta di scoprire i nessi (se ci sono) attraverso cui la nuova spontaneità può giovarsi del terrorismo e più in generale della lotta armata nel suo dispiegarsi come processo emancipativo pratico, quotidiano. La soluzione del problema contiene in sé la «catena di soluzioni» per i sotto-problemi che da quello derivano: ricomposizione o disarticolazione dello Stato; espropriazione o rafforzamento della lotta di massa. Insomma, rispondendo al quesito sopra proposto si finisce col dare un segno univoco al terrorismo. Va da sé che non è possibile formulare questa risposta ricorrendo agli «universali» evangelici o ad iper-ipotesi inverificabili – tipo «la sacralità della vita umana», «la furia omicida dei terroristi»; «la congiura delle superpotenze contro l’eurocomunismo», e così via. Sceverando le parole dalle cose, l’indagine empirica può delineare il rapporto di contro-reazione che si istituisce tra i fatti in esame, in quanto cause ed effetti insieme.
9. Nell’indagine empirica conviene riferirsi ad episodi certi. Agli inizi degli anni ’70, nelle grandi fabbriche, la lotta di reparto ha «svelato» il ruolo del capo come privo di significato tecnico-produttivo. Il capo, infatti, non svolge alcuna reale funzione di coordinamento del processo produttivo; bensì ha compiti di divisione degli operai e di comando su di essi. Egli appare (ed è) un agente del processo di valorizzazione, estraneo al processo di produzione – nel reparto tutti gli atti produttivi vengono compiuti dentro la cooperazione operaia prescindendo dal capo e dalla sua funzione di pura coazione al ritmo di lavoro. A seguito di questa «scoperta di massa» si è cominciato ad intimidire in vario modo i capi, e qualche volta a sparare su di essi. È una storia accaduta agli inizi degli anni ’70; ma fornisce ancora oggi una chiara esemplificazione dell’intreccio possibile tra movimento e terrorismo. La lotta di massa può isolare, ed isola, articolazioni del potere in quanto pure funzioni di comando destituite di ogni fondamento tecnico e quindi prive di consenso nel tessuto produttivo (il loro esistere è spiegabile come imposizione arbitraria, come effetto di forza del nemico; il loro perire è a questo punto un problema di distruzione materiale). Così, questo affare dei capi evidenzia il possibile rapporto di efficacia reciproca tra lotta di massa e terrorismo, cui sopra si accennava. Quella rete di controllo molecolare sui comportamenti operai costituita dal micropotere dei capi è oggi, almeno nelle grandi fabbriche, in più punti smagliata. Di questo v’è perfino una «prova contabile»: le ore effettivamente lavorate sono significativamente inferiori a quelle contrattualmente previste, anche quando si tien conto delle ore dedicate ad officiare la liturgia sindacale: scioperi ufficiali, manifestazioni, comizi delle autorità e così via.
10. Esaminiamo ora i fatti di via Fani. Conviene avanzare subito un’osservazione, marginale ma non irrilevante. Non c’è contrapposizione tra il sequestro di Moro e gli atti terroristici contro i capi. È lo stesso percorso della lotta di massa: dalla fabbrica al potere politico. A tracciare questo percorso ha certo contribuito quella nuova spontaneità di cui già prima si è detto; ma tuttavia è stato il successo conseguito dalla manovra inflattiva nell’attacco alla vita quotidiana delle masse a renderlo un percorso obbligato. Del resto non si spiega anche così l’idolatria statalista che oggi pervade il Pci fino ad assumere in alcuni suoi dirigenti punte di vera e propria isteria? Anche il terrorismo ha compiuto il cammino che dal comando di fabbrica porta al comando sociale. Così, l’analisi critica svela il segno implicito nell’azione di via Fani. A fronte di un potere che limita i processi di emancipazione e interdice, soprattutto ai giovani, «l’illimitato godimento della ricchezza sociale», il terrorismo opera per intimidire a sua volta, per «interdire un potere di interdizione». E negli spazi che così si aprono v’è una obiettiva possibilità di crescita per il movimento. Certo, non si possono ancora individuare tutti gli esiti di questo atto terroristico. E tuttavia esistono, sono sotto gli occhi di tutti, indizi sufficienti per affermare che questo Stato non viene fuori dall’affare-Moro più articolato e legittimato – ma solo più impotente e feroce.
11. Lo Stato corporativo ha subito avvertito lo spessore sovversivo, la minaccia per l’assetto sociale insita nei fatti di via Fani. Ma anziché «stare ai fatti», e muoversi tra di essi in maniera adeguata, dubitando della legittimità della sua stessa esistenza ha preferito trattare i brigatisti come belve sanguinarie sfuggite ai guardiani dello zoo. Ecco allora che la riduzione del terrorismo a problema di ordine pubblico e di igiene mentale ha svuotato d’effetto i comportamenti repressivi rendendoli, peraltro, ridicoli. Tutto è avvenuto come se un elefante inseguisse per i vicoli della vecchia Roma una zanzara – guai ai passanti! È stato uno spettacolo tragico ed esilarante ad un tempo. Intanto i sacerdoti del regime inondavano la stampa e la televisione di richiami ai primi principi, lanciavano tra le lacrime appelli umanitari, proclamavano solennemente il valore assoluto della vita umana – diarrea declamatoria che non impediva loro di adoperarsi, con cinica doppiezza, perché il sangue di Moro scongiurasse, misticamente, quella resa dei conti che ormai sembra gravare sulle «vite probe» degli uomini del regime.
12. Non è difficile capire che i brigatisti, con il sequestro Moro, hanno inteso mostrare come i grandi sacerdoti che officiano i riti del moderno Stato corporativo non sono intoccabili, né godono di alcuna impunità. L’«infinita potenza dello Stato» poggia, infatti, sui piedi d’argilla della passività dei «sudditi». Oltre a ciò, i brigatisti – una volta catturato Moro – si sono riproposti di conseguire un ulteriore risultato (la scarcerazione di alcuni militanti) che rafforzasse materialmente l’organizzazione e ne legittimasse, in qualche misura, l’esistenza in quanto organizzazione militare che rompe il monopolio statale della violenza armata. Ma catturare vivo un «personaggio reale» come Moro comportava la neutralizzazione fulminea della scorta armata. Dunque, una volta dentro la macchina bellica del sequestro, l’eccidio dei cinque agenti era una mossa obbligata – lo scontro si è svolto infatti sulla linea del fuoco. D’altro canto, a seguito del rifiuto da parte del potere non solo dello scambio ma perfino della trattativa, l’uccisione di Moro era divenuta una altra mossa obbligata – pena la perdita, per il futuro, di forza contrattuale e di credibilità per l’organizzazione brigatista. Così, in un susseguirsi di mosse obbligate, l’esito dell’azione intrapresa il 16 marzo è davvero singolare: i brigatisti sembrano contribuire con il cadavere di Moro a quel nuovo equilibrio politico che da due mesi il sistema dei partiti e delle corporazioni stava affannosamente cercando – scongiurando l’eventualità più pericolosa ed ingarbugliata per il potere: dover trascinare con sé un Moro fisicamente vivo ma politicamente «immondo», vera «mina vagante» per le procedure del Palazzo. Dove, allora, l’errore che ha finito col ridimensionare il senso del sequestro Moro? In primo luogo, appunto, nell’uso del sequestro, del ricatto: uso ricorrente nella pratica terroristica, ma già inadeguato quando – come accade oggi – il fenomeno ha raggiunto tali livelli di potenza da imporre il passaggio a forme proprie di guerriglia. In secondo luogo, nell’aver consegnato un’azione di siffatta potenza ad un obiettivo minimale, quasi privato, ed insieme tutt’altro che «realistico»: la scarcerazione di alcuni detenuti politici. In questa sfasatura tra efficacia destabilizzante dovuta all’impiego intelligente delle regole militari e gestione politica sprovveduta degli esiti provocati, si sono inseriti – sotto gli occhi di tutti – quegli elementi ambigui, spettacolari, degenerativi esemplarmente rappresentati nell’atto finale: la riconsegna, ingegneristica e beffarda, del cadavere di Moro in prossimità del Palazzo. Così, travolte in qualche modo da una sorta di boomerang, le BR sono rimaste segnate di ferocia impotente: come accade a tutti coloro che provocano morti inutili.
13. II dibattito sull’affare-Moro ha messo alla prova la «cultura di sinistra» come ideologia dominante. È emersa la sua strutturale incapacità di scoprire le cause che stanno dietro la pratica terroristica e che continuamente la rigenerano. I brigatisti, perché lucidi «dispensatori di morte», sono stati additati come burattini in mano a potenti – ma, ovviamente, segreti – burattinai; come ricettacolo, al più, dei passati errori del movimento comunista; come sempre e comunque nemici ed estranei al processo di emancipazione sociale. Qualcuno – come Scalfari, curioso erede dei «distinti crociani» – si è spinto anche oltre: li ha espulsi geneticamente dalla specie umana, e li considera sbrigativamente alla stregua di lupi impazziti – insomma, la materializzazione del male come categoria infantile. Laddove ognuno sa che un branco di lupi riuscirebbe a mala pena a terrorizzare una sperduta comunità agreste; mentre, d’altro canto, una società complessa e malata come la nostra, in grado di tollerare con rassegnata passività la ferocia senza senso che punteggia l’anonimia della vita quotidiana, avrebbe rapidamente sminuzzato e digerito tutti i guasti inferti da un comportamento statisticamente bizzarro e crudele. Ma v’è di più: la cultura di sinistra, ricorrendo all’uso superstizioso di categorie astoriche e pietrificate (la «vita», la «convivenza civile», gli «eterni valori», «l’umanità») ha denunciato il suo spasmodico bisogno di durare, il rigetto fisiologico dell’autocritica, l’odio per gli eventi che minacciano quelle minime virtù sulle quali un intero ceto politico ha costruito in questo dopoguerra la sua minimale fortuna. Si veda, a mo’ d’esempio, la questione – sollevata da più parti – dei «mezzi di lotta» come spia della vera natura della violenza armata. Questo rovesciamento un po’ peregrino – al tradizionale culto dei fini è subentrata ed infuria tutt’ora una sorta di idolatria dei mezzi – rivela, nell’intolleranza che gli è propria, uno stolto disegno ideologico: rimuovere ed esorcizzare il nuovo per santificare i mezzi, le scelte politiche nonché la pratica di vita «volgare e soddisfatta di sé» della borghesia rossa. Così, tutto quel discorrere sulla vita a cui, da spettatori allibiti, abbiamo assistito nelle settimane del caso Moro, puzza irreparabilmente di retorica e di morte. Lo attestano, nella loro generosità sprovveduta, proprio i compagni di Lotta Continua che, impegnati in una inedita missione sacerdotale, hanno riscoperto recentemente la sacralità della vita in quanto vita biologica – ed arretrano con orrore morale di fronte all’eventualità di «dare o subire» la morte – vissuta come catastrofe dell’essenza umana. In verità la vita umana non è poveramente un miracolo biologico. Essa vive perché nodo di relazioni sociali; e nel caso dei «funzionari del dominio» comporta un adeguato potere di innovazione o interdizione sulla vita di altri uomini. Così può, scandalosamente, accadere che la morte di un uomo si traduca in libertà e vita per altri. Si tratta di una «evidenza banale», secca come un fatto; essa determina invero il comportamento di tutti noi di fronte alla morte come evento quotidiano. Perché la disuguaglianza che gerarchizza la vita degli uomini conferisce ovviamente un peso diverso alle loro morti. Così vanno le cose del mondo. E fingere che «le regole» siano diverse, che «l’umanità sia già realizzata» è espressione dei puri ‘desiderata’ quando non si tratta di volgare menzogna ideologica. E poiché il futuro si annuncia, fin da subito, disumano, decenza vuole che ognuno si scelga i suoi feriti ed i suoi morti; e questi pianga e quelli – se può – curi.
14. Si è spesso insistito sull’inconsistenza del programma politico delle formazioni armate a fronte di una indubbia capacità operativa che – ad esempio – nel caso delle Br ha raggiunto effetti di potenza senza precedenti. Ma questo divario tra intenzioni e potenza delle azioni non è, a ben guardare, un limite. La caratteristica affatto moderna del terrorismo in Italia è che non abbisogna di un progetto per affermarsi ed espandersi; non ha (anche se, magari, lo crede) un modello sociale da proporci (o, se si vuole, da imporci). Infatti se, di nuovo, nell’approccio critico si distingue tra l’ideologia dei terroristi che partorisce documenti teoricamente pasticciati e non privi di allucinazioni, e la catena di eventi che gli atti terroristici mettono in moto, è agevole desumere quanto segue: il piano che presiede alla pratica terroristica – nonché al suo successo – è una strategia militare in senso proprio – rivolta alla distruzione materiale del nemico (lo Stato in tutte le sue articolazioni) secondo le regole dell’intelligenza militare. Questa strategia non abbisogna di un programma politico (inteso come indicazione progettuale delle forme di produzione e di potere proprie della società che si intende costruire) – per il buon motivo che essa vive, in modo irriflesso, dentro al movimento del valore d’uso cui già si accennava; costituendone una, sia pure estrema, articolazione. Infatti la coscienza critica della possibilità di impadronirsi, «qui ed ora», della ricchezza sociale arbitrariamente negata, penetra tra i giovani come senso comune – in grado, quindi, non solo di surrogare il tradizionale programma politico, ma anche di farsi regola immediata di vita che presiede e spinge all’agire. In altri termini se la nuova spontaneità, il movimento del valore d’uso, viene visto come un plurisoggetto, un plurisapere, un pluricomportamento, il terrorismo non è di necessità altro dal movimento, bensì può essere una delle sue funzioni; e precisamente la funzione di distruzione del potere statale in quanto potere che impedisce ai mille saperi, ai mille bisogni concreti, particolari, locali che costituiscono il movimento di emergere e realizzarsi.
15 Va da sé che questo rapporto di interfunzionalità tra nuova spontaneità e terrorismo, vivendo in forma cieca, irriflessa, non è dato una volta per tutte; è assai critico: dipende dai modi e dai tempi secondo i quali entrambi i termini si sviluppano. In particolare mette conto rilevare come la situazione sia ad un bivio. L’affare-Moro ha segnato infatti, per molti versi, il punto più alto e, ad un tempo, i limiti del terrorismo. Esso è oggi costretto a scegliere. O si fissa e, magari, si perfeziona come pratica separata, popolar-giustizialista, con forme, tempi ed obiettivi quasi privati – per esempio insistendo sulla ossessiva tematica della scarcerazione dei prigionieri. In questo caso, come è già accaduto in altri paesi, il fenomeno della violenza politica finirà col collocarsi dentro la variegata casistica dell’insofferenza sociale nel tardocapitalismo – uno dei costi sociali che il dominio quotidianamente paga o, meglio, fa pagare per la propria sopravvivenza. Oppure esso trapassa a forme di guerriglia in senso proprio – inseguendo consapevolmente un suo radicamento dentro la nuova spontaneità. Questo, però, comporta una profonda ristrutturazione dell’organizzazione militare, la cui capacità di durare ed estendersi viene affidata alla «complicità sociale» più che all’autosufficienza dell’organizzazione stessa. Va da sé che un successo su questo piano comporterebbe un salto nella capacità offensiva della lotta armata. Nel breve periodo, cioè nei prossimi mesi, il radicamento non potrà certo avvenire sul terreno dei comportamenti: qui la diversità tra il vivere ricco ed immediato dei giovani e l’astrattezza militare, rigida, disumana del terrorismo è irriducibile. Viceversa, la saldatura come operazione soggettiva potrebbe aver luogo assumendo gli obiettivi che il movimento ha praticato in questi anni: in primo luogo, l’idea-forza «lavorare meno, lavorare tutti». Nella consapevolezza che rilevare con intelligenza alcuni degli obiettivi di massa e praticarli, vorrebbe dire scaricare su di essi l’indubbia potenza della lotta armata. D’altro canto i nuovi comportamenti sociali – costretti ad un impatto molecolare (e non spettacolare) col terrorismo – ne uscirebbero profondamente modificati ed ispessiti. Nel senso che prevarrebbe, minacciosa, la qualità di sovversione dell’ordine esistente che la nuova spontaneità contiene e cela dentro di sé: qualità che – per farsi valere – abbisogna di conseguire successi, di vincere, di sottrarsi a quell’aria tra la marginalità permissiva ed il dissenso innocuo che oggi la limita ed affligge come un vizio di cuore. Non si può infatti dimenticare che l’«espropriazione della lotta» e dell’iniziativa di massa interviene laddove il movimento cozza contro ostacoli che non riesce a rimuovere con azioni adeguate; e, inutilmente sazio del suo «buon diritto», non si attrezza per importo; sicché la sua tensione si consuma in una vuota «coazione a ripetere» che è solo prologo di impotenza e passività. Ecco perché coniugare insieme la terribile bellezza di quel 12 marzo del ’77 per le strade di Roma con la geometrica potenza dispiegata in via Fani diventa la porta stretta attraverso cui può crescere o perire il processo di sovversione in Italia.
16. A mo’ di provvisoria conclusione, si può affermare che la «particolarità felice» della situazione italiana risiede in queste circostanze. Esiste e si va tumultuosamente diffondendo tra i giovani una pratica di vita centrata sul bisogno, «cioè» sul valore d’uso. A questo si accompagna, in un rapporto non privo di scontri e lacerazioni, il delinearsi di un soggetto politico che pone in termini militari la questione della rottura della macchina dello Stato. Di conseguenza, in Italia, la pratica sociale del valore d’uso si carica di significato offensivo, di mutamento del modo di produzione; laddove, in altri paesi, quella stessa pratica – magari più ampia e ricca – vive di vita virtuale, interstiziale, in qualche modo effimera «accanto» alla società del capitale ed al suo Stato. D’altro canto il nuovo Stato corporativo non è in grado, almeno nel medio periodo, di far posto ai nuovi comportamenti, mediandone e governandone la dinamica. Il regime è così costretto a contrapporsi frontalmente alla nuova spontaneità – la rigetta perfino come mero dato, come esistenza; e si affanna per distruggerla desiderando solo una risposta in termini di interdizione e di morte. E tuttavia questa risposta – nel generale sommovimento che in dieci anni ha mutato il paese alterando i soggetti sociali, spezzando gli equilibri politici, svuotando alleanze secolari tra classi e ceti – non può articolarsi tramite una base sociale reazionaria perché inconsistente e già sconfitta, o ricorrendo ai corpi separati perché mangiati essi stessi dalle corporazioni. In verità, questa operazione di morte e restaurazione deve far perno fin da subito sulla rete sociale rappresentata politicamente dal Pci. Ma il precipitare del processo di statalizzazione di questo partito (ed il contemporaneo esaurirsi nell’impotenza del suo ruolo riformista-progressista) libera le contraddizioni sociali che vivono al suo interno e che l’ingegneria togliattiana era riuscita in questi anni a contenere ed amministrare. I costi dell’operazione sono talmente alti da essere, forse, insopportabili. Il Pci rischia di tagliare il ramo su cui è seduto. Come ognuno vede «grande è il disordine sotto il cielo, e per questo la situazione è eccellente». 1a parte, maggio 1978 («pre-print 1/4», supplemento al n. 0 di «Metropoli», Roma, dicembre 1978) Vivere con la guerriglia Lucio Castellano L’anno scorso in Inghilterra è stato pubblicato uno studio interessante: alcuni statistici hanno ordinato le differenti professioni secondo la durata media della vita di chi le praticava. Ne è venuto fuori che i minatori sono quelli che vivono di meno e – seguendo una scala che va dal lavoro manuale a quello intellettuale – per ultimi vengono i professori, gli avvocati e gli uomini politici. È un’osservazione, in parte banale, che bisognerebbe però far presente agli improvvisati elogiatori del lavoro manuale, e che comunque a torto è stata tenuta fuori dal dibattito in corso sulla democrazia, la violenza e la morte, di qui sul corpo e i bisogni, il personale e la vita quotidiana. Per essere acidi, si potrebbe metterla cosi: è fondato il rischio che Colletti viva più a lungo della stragrande maggioranza dei suoi studenti. C’è di che riflettere molto. Ma è meglio riprendere il problema dagli inizi, dai termini in cui è stato posto. Il ’77 ha visto l’emergere prepotente di una categoria centrale – la fisicità, il corpo, i bisogni, i desideri: cioè l’individuo – e con esso le differenze, il particolare, che cercano di definire il loro posto dentro un processo collettivo di liberazione. La critica della politica – intesa come quel processo che eguaglia gli uomini nella astrazione dello Stato, isolandoli nella concretezza delle loro diversità, contrapponendosi ad ognuno di essi come «interesse generale» che li domina – è l’immagine sintetica di questo passaggio. Dietro ci stanno, ancora, la rivalutazione della concretezza della vita quotidiana contro l’astrazione totalitaria dei «grandi ideali»; il rifiuto della subordinazione del presente al futuro; la rivendicazione della materialità della propria esistenza; l’odio al sacrificio, all’eroismo, alla retorica. Non è importante tracciare in questa sede la genealogia di questo immediatismo: c’è l’impronta operaia, radicale ed egalitaria del «tutto e subito», ed il ruolo cruciale del movimento di liberazione della donna; è essenziale – in questo discorso – la rottura, non la continuità, il fatto che per la prima volta questo blocco tematico diviene il punto di aggregazione, il momento di identità di un soggetto politico articolato e potente. Il soggetto generale sfruttato Sono questi i termini della questione che innovano profondamente il dibattito sullo Stato e la politica, la rivoluzione e la guerra, il processo di liberazione e i bisogni. C’è un nodo, però, che bisogna capire preliminarmente, per comprendere quanta banalità e tediosità riesumate, quanto cattolicesimo protervo, siano potute venire fuori da una base così ricca, da premesse tanto eversive: perché un percorso misterioso, nel giro di pochi mesi, ha fatto di questo insieme di tematiche il terreno di fondazione di un’inedita cultura dell’emarginazione, di un linguaggio di piccolo gruppo, ripetitivo, petulante e barocco, il linguaggio di chi dell’«esclusione» ha fatto una professione di fede. C’è stata una rimozione all’inizio, e di questa bisogna rendere conto: non è vero che tra il movimento del ’77 e le lettere a Lotta continua ci sia un filo semplice e diretto di continuità: c’è, viceversa, una selezione, un filtro politico preciso e determinante. Il movimento del ’77 non è stato, socialmente, un movimento di emarginati e neanche – in senso stretto – di «non garantiti»: ci stavano dentro fette rilevanti di lavoratori dei servizi, di tecnici e impiegati, di giovani lavoratori delle piccole fabbriche e studenti, di lavoratori a tempo parziale e disoccupati, ed aveva un rapporto stretto, tematico e politico, con il movimento di lotta delle donne. Un soggetto sociale unito dal suo essere in larga parte esterno ai meccanismi di cooptazione del sistema dei partiti e portatore di istanze estremamente avanzate, però ben addentro ai processi di produzione e riproduzione della ricchezza sociale, fortemente interrelato con l’insieme del tessuto sociale, non isolabile, socialmente potente perché detentore di conoscenza e informazioni, perché interno – e alcune volte inserito nel cuore – dei meccanismi riproduttivi. Non è stata la rivolta del ghetto, ma l’emergenza di processi di modificazione profondi che hanno percorso in questi anni l’insieme del tessuto sociale e di classe nel nostro paese: l’esternità di questo soggetto politico al sistema dei partiti non è interpretabile come sua emarginazione, ma come debolezza profonda dell’assetto politico e istituzionale dell’«anello Italia». Contro la falsa coscienza di marginali La tematica dell’emarginazione non è stata un’identità naturale per questo movimento; è stata il prodotto faticoso di una gestione politica che ha smussato dentro una facile identità la radicalità dei problemi difficili che si erano posti, che ha ricondotto l’emergenza delle nuove tematiche dentro l’ossatura delle vecchie ideologie, che nella sostanza ha spaccato il movimento isolandone una componente, sciogliendo il problema della sua identità di soggetto politico in quello dell’identità sociale di una parte di esso. Con questo tramite, la critica della politica ha perso lo spessore che le avrebbe permesso di essere anche critica pratica del potere e dello Stato, per ridursi ad una pratica di esclusione dall’uno e dall’altro; e l’emergenza dell’individuale e del quotidiano dentro il processo collettivo di liberazione è stata ricacciata nel ghetto garantista del «lasciateci vivere», nella ricerca degli spazi marginali, mentre il problema della «legittimazione» politica della radicalità dei comportamenti e delle forme d’azione trovava la fondazione più tradizionale e povera: l’esclusione, la disperazione, la rabbia. La disperazione come identità collettiva, come segno di riconoscimento, e con essa l’impotenza. È un’identità rassicurante, per sé e per gli altri: «sono un emarginato arrabbiato, non ho bisogno di correggere i miei errori, quando ho fame urlo»; «è un povero emarginato, il male che può fare è poco, lo fa soprattutto a sé». È a questo punto che le lettere a Lotta continua diventano un caso nazionale, un boom letterario, escono sulle pagine dell’Espresso. Emarginazione e disperazione esistono, certo, ma non è questo il punto, qui si tratta di altro, di una cultura, di un linguaggio, di una professione: è un grande filtro ideologico attraverso il quale deve passare tutto quanto voglia stare «dentro il movimento», una forma obbligata di espressione, un linguaggio che dà legittimità e costringe al mimetismo. Questo linguaggio ha i suoi cultori ed amministratori, i sacri maestri inflessibili ed autoritari nel dettare le regole del gioco, i patiti dello ‘sballo’ e gli ex cantori dei servizi d’ordine, gli esperti in «rapporti umani» e le professioniste del femminismo. Critica della distinzione tra pace e guerra Il dibattito sulla violenza appare la prima grande vittima di questa situazione infelice. Ha un punto di partenza che è importante: la rivendicazione del diritto alla vita, il rifiuto del sacrificio e dell’eroismo, della retorica bellicista. La critica della politica è anche critica della guerra, rifiuto della distruzione in nome dell’ideale futuro, rifiuto della subordinazione di sé ai «superiori interessi di tutti»: è rifiuto di quel momento dell’emergenza in cui la donna si comporta come l’uomo, e tutti come soldati, dove non c’è posto per il gioco e lo scherzo, per la festa, dove non esistono i diritti della vita quotidiana, e tutte le potenze distruttrici della società si concentrano «per costruire un futuro migliore». Ma il discorso non può finire qui, altrimenti diventa retorica natalizia. Perché la critica della guerra è anche critica della pace che la guerra produce e riproduce dal suo interno, ed è critica di quella parte della società che è sempre in armi per garantire la pace. È in realtà – non può non esserlo – critica della distinzione forzosa tra pace e guerra, tra esercito e società, tra soldato e civile. Ed anche qui c’è un problema, centrale, di rimozione del soggetto, della nostra storia, collettiva come personale. Se lo guardiamo infatti con l’occhio del militante e dell’ideologo, il movimento del ’77 è stato il campo di battaglia di linee politiche ferocemente avverse – militariste alcune, pacifiste altre: organizzazioni di diversa natura, dentro quest’ottica – alcune fatte per la guerra, altre fatte per la pace – si sono disputate lo spazio politico al suo interno. Se lo guardiamo, però, dall’esterno (per così dire: dalla faccia che ha mostrato di sé), o se guardiamo, oltre allo scontro, alla convivenza di tendenze di diversa natura e alle stesse biografie dei compagni, vediamo che, al di là dei veti e delle prescrizioni categoriche, che slittano da un ruolo all’altro, che mescolano e tengono insieme storie ed esperienze normalmente incompatibili, allora ci accorgiamo che il movimento di questi anni, in Italia come in Europa, ha intrecciato intimamente, in modo continuo e sistematico, iniziativa legale ed illegale, violenta e non violenta, di massa e di piccoli gruppi, muovendosi ora secondo le leggi dello stato di pace, ora dello stato di guerra: questo dato non è vissuto all’interno di una organizzazione, ma le ha attraversate tutte, superandole e imponendo la convivenza di momenti organizzativi diversi all’interno del medesimo soggetto sociale. Questa caratteristica, questa capacità di mescolare insieme pace e guerra, di sviluppare iniziativa offensiva senza produrre soldati, non soltanto ha costruito la sua forza, ma è elemento centrale del suo essere movimento comunista ed eversivo. Erodere la distinzione tra pace e guerra vuol dire infatti porsi sul terreno della critica dello stato, mettere in forse i principi della legittimazione del potere politico, che afferma infatti una distinzione fra «Stato» e «società», «pubblico» e «privato», «generale» e «particolare». L’interesse generale è armato, gli interessi particolari si confrontano secondo le leggi che governano la pace. L’armamento dello Stato garantisce il disarmo della società; il fatto che una parte della società – l’apparato repressivo e militare – si erga come corpo separato e funzioni secondo le leggi della «guerra», garantisce che il resto della società viva nella «pace». E «pace» vuol dire soltanto che la «guerra» è diventata un «affare particolare», di alcuni uomini che ne vivono (poliziotti e militari), o di quei particolari momenti in cui questi uomini particolari prendono il comando su tutti gli altri, dimostrando nei fatti che – essendo loro i garanti della pace di tutti – la governano anche, ne sono la parte dirigente. La guerra garantisce la pace, la minaccia di essa la conserva, all’interno degli Stati o nei rapporti tra Stati, e nella distinzione tra pace e guerra appare fondarsi, nella cultura politica occidentale, il concetto di Stato. La violenza domina i rapporti sociali È una distinzione che impone la definizione della violenza in termini categoriali e, facendone «affare particolare di un gruppo di uomini particolari», ne tronca i nessi con le altre forme dell’agire e della comunicazione sociale: la «violenza» si presenta non per quello che è – una faccia di ogni attività umana dentro il rapporto di capitale, presente in ogni forma di espressione e comunicazione, dove porta il segno del rapporto di potere – ma appare un’attività accanto alle altre, specializzata e mostruosa, che tutte le ricatta. Ogni rapporto di potere ha la sua faccia militare, ed ogni rapporto umano è, dentro il capitale, rapporto di potere: per questo la macchina da guerra affonda le sue radici nei rapporti di pace, e la violenza che li domina si dà la sua rappresentazione generale nell’«infinita potenza distruttrice» dello Stato moderno. L’apparato repressivo, con i suoi specialisti della guerra, è sintesi della violenza che domina i rapporti sociali, ed è la garanzia armata della loro riproduzione: perché il lavoro salariato non si scopra come violenza, la violenza si presenta come un lavoro accanto agli altri; perché il lavoratore non scopra di essere immerso nella violenza quotidiana, questa gli si presenta come professione di un altro «lavoratore», il poliziotto. Rimettere sui piedi «questo mondo capovolto» vuol dire andare a svelare la violenza nascosta nella vita quotidiana ed affrontarla per quello che è, senza cedere al ricatto del terrore, attaccandone la macchina per sabotarla: vuol dire imparare ad usare la violenza, per non doverla delegare, per non esserne ricattati; imparare a riconoscerla, o a viverci insieme. Chi scioglierà l’armata rossa? Il movimento di questi anni non è stato insurrezionalista o militarista perché non è stato pacifista, perché non ha rispettato la successione della pace che prepara la guerra o il suo apparato, il suo esercito ordinato, e quella della guerra che prepara la nuova pace; perché non ha visto la violenza concentrata nell’ora X della resa dei conti – la cieca, disumana e astratta violenza degli eserciti -, ma l’ha vista dispiegata e appresa lungo tutto l’arco della lotta politica di liberazione. Perché due sono le strade (e i «pacifisti» di turno lo dimostrano sempre): a) la lotta politica esclude l’uso della violenza dal suo orizzonte, e allora rispetta l’apparato militare esistente, oppure si appresta ad organizzarne uno alternativo ed equivalente per passare poi ad una fase di guerra, aperta o «legittima», esercito contro esercito. Stato contro Stato (è una storia che già conosciamo, ed abbiamo imparato a porci le domande: chi scioglierà l’Armata Rossa? chi lotterà contro lo Stato quando la classe operaia si sarà fatta Stato?); b) il processo di liberazione non è prima «politico» e poi «militare»; apprende l’uso delle armi lungo tutto il suo corso; scioglie l’esercito nelle mille funzioni della lotta politica; mescola nella vita di ognuno il civile ed il combattente, impone ad ognuno di imparare l’arte della guerra e quella della pace. Non si può pretendere di vivere il processo di liberazione comunista, ed avere lo stesso rapporto con la violenza, la stessa idea di bello, e buono, e giusto, e desiderabile, la stessa idea di normalità, le stesse abitudini, di un impiegato di banca torinese di mezz’età: vivere col terremoto è sempre – anche – vivere col terrorismo, e per non avere un’idea «eroica» della guerra bisogna innanzitutto evitare un’idea pezzente della pace. I pacifisti come Lama arruolano poliziotti, quelli «più a sinistra» chiedono la legittimazione della «violenza di massa», del «proletariato in armi». Il movimento reale è stato più realista e meno bellicoso, più umano e meno eroico: è perché ha criticato la guerra che ha messo in discussione la pace, ed è perché ha rifiutato l’esercito che ha spezzato il criterio della delega e della legittimazione; con errori ed approssimazioni, e con deviazioni terribili, e coltivando miti assurdi, e dentro una storia, contraddittoria, ma imparando, e migliorando in un processo che ha modificato la realtà più di un’insurrezione. Critica comunista della democrazia Critica della politica è dunque anche critica della separatezza guerra/pace. La pace di cui parliamo, è la pace della democrazia, e la violenza che usa è «violenza legittima», che la maggioranza ha delegato alle istituzioni dello Stato: criticare quella violenza vuol dire criticare il principio più sviluppato della legittimazione politica, la democrazia. Perché il problema della legittimità è il problema della maggioranza, e il problema della maggioranza è quello degli istituti in cui si esprimono, cioè dello Stato: «maggioranza» e «minoranza» appartengono all’universo del pensiero politico, si spartiscono il comando sull’«interesse generale», vivono della separazione di «pubblico» e «privato», di Stato e società, affondando le radici dentro i rapporti di dominio che soli impongono agli uomini di confrontarsi come quantità. La maggioranza si costituisce per amministrare il potere: quanto più il potere è concentrato, tanto più può la maggioranza, tanto meno può ognuno; tanto più ricco è il «pubblico», l’«interesse di tutti», tanto più povero, espropriato, è il «privato»; tanto più spossessato, privo di espressione, è l’interesse di ognuno. La democrazia è insieme il massimo sviluppo del potere statale, il massimo momento di concentrazione del potere politico, e il luogo dell’incontrastato comando del principio di maggioranza: il punto non è che nello Stato moderno vi sia poca democrazia, che non siano tutelate le minoranze; ma – al contrario – che è condotta una lotta a morte contro tutto ciò che non si esprime nei termini di maggioranza o minoranza, che non si esprime in termini di potere e di gestione. È per questo che ovunque il movimento di liberazione comunista è fuorilegge, perché si pone al di fuori del codice democratico, e questo codice definisce in modo esclusivo l’universo della politica. La radicale critica marxiana della democrazia individua le categorie che fondano la lotta a morte fra democrazia e comunismo, fra potere democratico e liberazione comunista. Il resto sono miserie, imbrogli ad usum delphini. In democrazia è obbligatorio «lottare per la maggioranza» perché senza maggioranza non si può fare nulla, neanche produrre uno spillo, o suonare il clarino. Allo Stato si può chiedere tutto, ma senza lo Stato non si può fare nulla, e il rapporto di potere si presenta come il linguaggio universale in cui tutti si condensano e traducono. La lotta per la maggioranza è obbligatoria, di qualsiasi maggioranza si tratti; e la maggioranza di un insieme piccolo rimanda alla maggioranza di un insieme più vasto, come la maggioranza del Pdup rimanda alla maggioranza di DP, mentre le istituzioni parlamentari si sviluppano su tutto il tessuto sociale, ed eserciti crescenti di delegati apprendono il mistero della conciliazione della massima divisibilità del potere con la sua massima concentrazione. Con la maggioranza si può tutto, senza la maggioranza non si può nulla: la sola azione sociale riconosciuta è la lotta per la maggioranza («è la dittatura degli avvocati sulla società americana», scriveva anni fa un giornalista a proposito del Congresso Usa); il solo rapporto sociale riconosciuto è quello assembleare, di maggioranza e minoranza. Massima concentrazione del potere, sua ottima amministrazione. Il capitale concentra i mezzi di produzione, la ricchezza sociale, la democrazia li amministra secondo un codice, quello del rapporto di maggioranza e minoranza: è il codice migliore, ma è il mondo del capitale. Non conosciamo un altro codice per «legittimare» il potere politico; lo Stato socialista si muove all’interno di questo stesso orizzonte. Questo vuol dire che stiamo lottando contro il potere politico, contro la forma-Stato, contro la democrazia, contro l’universo dei rapporti capitalistici di produzione, «per il comunismo».
A cura della redazione di «Quaderni del Territorio»
Nel Luglio scorso si è tenuto a Milano, a cura della redazione dei «Quaderni del territorio» un seminario su “inchiesta operaia e composizione di classe”. Obiettivo del seminario è stato il coordinamento delle inchieste e delle ricerche in corso (sull’organizzazione del lavoro nella fabbrica diffusa, sulla composizione sociale e lavorativa degli studenti, sulla propensione al lavoro dei giovani, sulla riorganizzazione del lavoro nei servizi e nel pubblico impiego, sui centri sociali e le forme associative metropolitane, sul mercato del lavoro femminile, ecc.), in preparazione di un convegno che discuta i primi risultati e approfondisca il dibattito teorico sulla composizione di classe. Riassumiamo qui in modo schematico le acquisizioni del dibattito e i problemi aperti a partire dalle analisi sviluppate nel numero 4/5 dei QdT. A) Il sistema post-tayloristico di produzione, che investe la riorganizzazione capitalistica delle aree di comando del capitale, distrugge le tradizionali funzioni di controllo del “macchinario” sulla forza lavoro, esemplificate dall’ ”intelligenza” della catena di montaggio applicata al controllo di frazioni molecolari e scomposte di lavoro astratto. Il sistema post-tayloristico si fonda a partire da una profonda mutazione di ruolo, nella divisione internazionale del lavoro, delle aree metropolitane, sempre più connotate come “fabbriche del comando sulla produzione mondiale”, caratteristiche dalla produzione di servizi all’impresa, di funzioni di controllo e programmazione di cicli produttivi complessi e diffusi, di funzioni connesse alla razionalizzazione dei processi di circolazione, alla produzione di servizi-merce come strumenti di controllo sui fattori riproduttivi della forza lavoro; nel contesto di un gigantesco trasferimento di investimenti per la produzione di merci (e conseguente creazione di classe operaia) nella periferia. I “figli” dell’operaio-massa sono dunque, da una parte gli operai in formazione delle fabbriche dei paesi emergenti e di alcune aree del sottosviluppo, dall’altra l’enorme massa di proletariato urbano scolarizzato (e, comunque, di provenienza “urbana”) presente come residuo vivo, agente, del rifiuto del lavoro astratto della grande fabbrica tayloristica. Nelle aree metropolitane è questo “mercato del lavoro” la quota di proletariato “centrale” nella ridefinizione della composizione di classe; sia per il capitale, in quanto è sui comportamenti sociali di questa sezione di forza lavoro che tende a modellarsi la forma del ciclo produttivo post-tayloristico attraverso la riappropriazione di nuove qualità cooperative e dell’intelligenza tecnica in rapporto alle nuove funzioni “produttive”; sia per lo scontro di classe in quanto è questa “sezione di proletariato” a guidare i movimenti antagonistici alla riorganizzazione del sistema di produzione e riproduzione sociale del capitale. In questo quadro l’analisi della “fabbrica diffusa” non può essere ricondotta all’analisi del decentramento produttivo (semmai assumibile per studiare i processi di divisione del lavoro su scala internazionale), ma è analisi di un diverso modo di organizzazione del comando sul lavoro vivo, in rapporto sia alla mutazione di funzioni delle “aree centrali”, sia in rapporto alla mutazione della composizione di classe nelle stesse aree. B) Dunque, mutazione della forma, del processo di valorizzazione del capitale e mutazione delle merci prodotte, costituiscono due momenti inscindibili dell’analisi del processo di ristrutturazione; solo a partire da questa inscindibilità è possibile affrontare un dibattito non astratto sul problema della “centralità operaia”. L’ipostatizzazione, nell’analisi sulla composizione di classe, della centralità politica degli operai delle grandi fabbriche si presenta come forzatura ideologica e “normativa”, non tanto perché questa sezione di classe non ha rappresentato in questa fase l’elemento trainante, egemonico dei comportamenti antagonistici, ma soprattutto in quanto è stata minata dal capitale la funzione di “cuore della produzione mondiale di merci” che la grande fabbrica metropolitana aveva nel ciclo di accumulazione che si è chiuso negli anni ’60, riducendone drasticamente il peso relativo rispetto alla “grande fabbrica di produzione di comando” che, come abbiamo detto, produce “altre” merci in “forma” diversa. Oggi semmai, l’interesse dell’inchiesta sulla grande fabbrica, “residuata” nelle aree metropolitane dal processo di ristrutturazione sovranazionale, consiste nel verificare in che misura, sul piano produttivo e politico, la “generazione operaia” degli anni ’60 è partecipe, è contagiata dai modi di produzione e riproduzione, dai bisogni emergenti, dai comportamenti collettivi che investono la “generazione operaia” degli anni ’70 nella fabbrica diffusa. Si tratta in sostanza di un percorso inverso a quello che ha caratterizzato la costruzione dell’egemonia operaia, alla fine degli anni ’60, dai grandi poli di classe verso l’intero sistema del lavoro salariato; in quanto procede dalle emergenze politiche che si sviluppano nel cuore della produzione sociale e investe specifici “segmenti” della produzione a partire dai connotati nuovi della composizione di classe e di capitale. C) La “fabbrica diffusa” distrugge la figura dell’operaio “professionista” (unico lavoro, riproduzione e consumi regolati dalla disciplina del sistema di fabbrica), nel tentativo di modellare la produzione di merci servizio e di funzioni-comando sulla nuova composizione tecnica e politica del mercato del lavoro metropolitano. Gli aspetti fenomenici di questa modificazione strutturale dei rapporti di produzione sono noti: riutilizzo massiccio del lavoro autonomo, di nuove forme di cooperazione, del part-time, del doppio e triplo lavoro, del lavoro a termine, del lavoro nero e clandestino; mobilità orizzontale della forza lavoro, alternanza, nell’uso delle stesse figure sociali di produttori, di lavoro manuale e intellettuale; profondo salto tecnologico in atto nell’organizzazione del comando sul lavoro e nel controllo della produzione (rivoluzione informatica) a partire dall’esigenza di governare cicli di produzione diffusi (circolazione delle merci, stoccaggio, distribuzione, ecc.) e le forme più svariate di rapporto lavorativo, rispetto a cui il lavoro salariato e contrattualizzato non costituisce più l’esclusivo momento definitorio dei rapporti sociali di produzione (né è più misura della distribuzione del reddito fra le classi). Le inchieste, le ricerche, le stesse analisi politiche condotte all’interno del movimento hanno evidenziato, rispetto a questa evoluzione della forma dei rapporti di produzione, nuove e più profonde contraddizioni, in una fase di non dispiegata ricomposizione di classe: – da una parte sulla “esplosione” del tessuto produttivo e sulla modificazione dei rapporti di produzione si sono innestati processi di autoregolazione della giornata lavorativa e del tempo di lavoro, di formazione del reddito in forme complesse ed autoregolate, di riappropriazione del tempo di non lavoro come emergenza di valori associativi, di rapporti sociali non mercificati, e di nuovi bisogni; vale a dire di processi di autovalorizzazione che hanno reso inefficiente la regolazione della giornata lavorativa e dei processi riproduttivi a partire dalla disciplina di fabbrica e dalle sue proiezioni statuali; – dall’altra si è verificata, almeno nella fase di attacco alla composizione di classe precedente e di trasformazione del tessuto produttivo, la perdita del terreno della contrattazione collettiva delle condizioni di erogazione del lavoro (salario e orario), la perdita di cono-scienza (coscienza) dei modi e delle forme di appropriazione del plusvalore e di organizzazione del controllo tramite macchinario informatico; l’aumento della giornata lavorativa sociale, la dispersione e il “decentramento” delle diverse sezioni di movimento e delle loro controparti. D) A fronte di questi processi e di queste contraddizioni l’inchiesta (la cui utilità è data proprio dal fatto di trovarci in una fase in cui non si danno in forma esplicita processi di ricomposizione di classe) dovrebbe sostanzialmente misurarsi su tre ordini di problemi: 1) come si organizzano i rapporti di produzione nel sistema postayloristico? Le analisi fino ad ora condotte sulla “fabbrica diffusa” ne hanno sostanzialmente evidenziato la fenomenologia; si tratta di condurre analisi più sistematiche sull’organizzazione del lavoro, sul sistema del macchinario, sui processi di valorizzazione e di circolazione del capitale, riconducendo all’unità reale dei processi di decisione e di comando una struttura di produzione e di riproduzione altamente complessa, apparentemente disgregata, dispersa e in parte occulta. 2) come si ridefinisce oggi il concetto di centralità operaia? C’è un modo sbrigativo quanto mistificante di riferirsi alla categorie di “operai, impiegati, tecnici; occupati, disoccupati, marginali,” ecc. e rispetto a queste categorie “certe” interpretare i movimenti dell’intero sistema della forza lavoro. È un modo che configura oggi, a fronte delle trasformazioni profonde che hanno investito l’organizzazione sociale della produzione una lettura interamente ideologica della “centralità operaia” (vedasi ad esempio l’uso, da parte del PCI del concetto di centralità operaia per motivare un’investitura dell’organizzazione operaia come agente di normalizzazione e controllo sulla “seconda società”). C’è dunque un modo più complesso, che tiene conto della trasformazione del ruolo delle diverse sezioni di forza lavoro nel processo complessivo di valorizzazione del capitale. 3) quali elementi di programma sono leggibili nei comportamenti autonomi di classe? È indubbio che l’interpretazione dei comportamenti collettivi riferiti ai caratteri nuovi della composizione di classe nelle aree metropolitane, se non vuole essere pura ripetizione di ciò che già i singoli movimenti conoscono di sé, deve assumere come obiettivo generale la verifica di quanto e come i processi di autovalorizzazione proletaria si pongono come embrioni fondativi di un sistema sociale antagonistico (in alternativa al “farsi Stato”); discorso che in alcune sezioni di movimento rischia il soggettivismo più sfrenato se non si “àncora” l’inchiesta ai rapporti contradditori fra comportamenti autonomi, espressioni latenti o organizzate di valori d’uso, emergenti dalla rottura della “giornata lavorativa di fabbrica”, e modi e forme di sussunzione della potenzialità produttiva di tali comportamenti nei rapporti sociali di produzione. Risulterebbe infatti errato parlare di “movimento del valore d’uso”, di autonomizzazione proletaria nell’uso selvaggio del reddito, se tutto ciò fosse “capitalisticamente” riconducibile al tempo di non lavoro anche se dilatato ed autogestito, al tempo di consumo anche se organizzato collettivamente. La “rivolta dei consumatori” non ha mai portato lontano, se i bisogni espressi nel tempo di non lavoro non alludono, non costituiscono in embrione una potenzialità positiva, progettuale di rottura dei rapporti di produzione, non indicano “come” produrre, insieme a “cosa” produrre. E) Su questo terreno il discorso è ancora molto indietro. La varietà e la contraddittorietà di esperienze di movimenti rende complessa (e anche scorretta) la “reductio ad unum” della analisi sulla composizione di classe. Non si dà, nella fase attuale, una “scheda d’inchiesta” unificante, ma la necessità di procedere ancora per specificità, cominciando a tessere gli intrecci e le relazioni possibili, nella fabbrica sociale, delle diverse sezioni di movimento. Così, non si può non procedere ancora in modo analitico a partire da una rozza articolazione di problemi d’inchiesta connessi a diverse “sezioni” di comportamento politico di classe. Per esempio: – forme di resistenza alla ristrutturazione, alla riduzione del costo del lavoro; lotte sulla riduzione dell’orario; forme che investono soprattutto il dibattito sulle grandi fabbriche a partire dai fermenti organizzativi autonomi in atto e rispetto a cui l’inchiesta dovrebbe soprattutto incentrarsi sull’analisi dei comportamenti operai in quanto “sezione della fabbrica diffusa” evidenziando sia gli intrecci oggettivi (formazione complessa del reddito, doppio lavoro, part-time, mobilità e polivalenza nel lavoro sommerso, ecc) che soggettivi (modi di circolazione delle informazioni e dei comportamenti dalla fabbrica diffusa al “lavoro operaio”). In questo senso ad esempio, un’inchiesta sulla Fiat non può essere soltanto inchiesta su Mirafiori e Rivalta, ma sul tessuto produttivo riproduttivo e sociale in cui l’operaio FIAT è materialmente coinvolto. – forme di autogestione, di cooperazione, di “controeconomia”, di sviluppo del lavoro autonomo, che investono in forma diffusa e attraverso sezioni consistenti di proletariato giovanile (cooperative in agricoltura, nei servizi, nella distribuzione; radio alternative, centri sociali autogestiti, librerie; editoria, ecc.), che, al di là della loro scontata marginalità economica, presentano un interesse politico nel rapporto che determinano fra produzione di valori d’uso, modo di produzione e organizzazione del lavoro. L’espansione del lavoro autonomo e artigiano in tutti i settori richiede poi un’analisi più generale sulle propensioni al lavoro dei giovani rispetto a cui i primi contributi sono venuti dall’analisi delle iscrizioni alle liste speciali della legge Anselmi (vedasi QdT N4/5). – forme di economia illegale, di appropriazione violenta di reddito (delinquenza diffusa) che al di là della loro ambiguità di collocazione rispetto alle istituzioni, e pur essendo in gran parte prodotto endemico della crisi urbana e della marginalizzazione del “ghetto”, investano in quanto comportamento massificato sezioni consistenti di proletariato giovanile, non più relegabile nella marginalità in quanto profondamente intrecciato con il modo di produzione e di riproduzione nella fabbrica diffusa, in particolare per quanto riguarda il lavoro precario. Il modo di formazione del reddito nella fabbrica diffusa non può essere indagato se non a partire da un’area territoriale di produzione e riproduzione intesa come “fabbrica totale”. – forme di lotta e di organizzazione dei “senza salario” e del lavoro precario che, dopo il movimento del ’77, hanno trovato un punto di massificazione nelle lotte dei servizi e del pubblico impiego contro il piano Pandolfi, alludendo a significativi momenti di ricomposizione (coordinamenti di lotta fra precari della scuola, ospedalieri, precari della 285, degli enti locali, ecc.). Le lotte nei servizi rivestono, rispetto all’analisi della composizione di classe un interesse centrale in quanto: – al di là di una valutazione attenta del fenomeno di rottura del sindacalismo confederale e dei processi di autorganizzazione, che poco hanno a che vedere col sindacalismo autonomo, rappresentano un primo momento di massificazione politica dì quote rilevanti dei “non garantiti” nella fabbrica diffusa; – riguardano la sezione di classe (proletariato urbano scolarizzato polivalente e mobile) che riteniamo rivesta importanza centrale nei processi di riorganizzazione del ruolo “produttivo” delle aree metropolitane; – presentano significativi intrecci fra elementi rivendicativi (salario, contrattualizzazione, mansionari, ecc.) e elementi politici (contestazione dell’organizzazione del lavoro in rapporto alla produzione di merci-servizi, evidenziazione del rapporto fra bisogni sociali e attività lavorativa) che alludono in modo concreto al rapporto fra emergenza di valori d’uso collettivi e strutture produttive organizzate per la loro mercificazione. Tutte queste forme ed altre in cui si esprime la conflittualità “spontanea” del proletariato metropolitano, lungi dal costituire un quadro dispiegato di ricomposizione di classe, tendono, dopo la rottura dell’egemonia dell’operaio massa, a configurarsi come movimenti separati, con possibili esiti settoriali o corporativi, e in ciò sta il carattere transitorio della fase che stiamo attraversando. Il problema dell’inchiesta è dunque anticipare, interpretare i luoghi e i modi possibili di formazione della nuova centralità operaia nella metropoli del capitale; interpretare, nei mille rivoli della contrattazione, dei processi di formazione del reddito e di autovalorizzazione, contenuti di programma in grado rompere la disgregazione in atto del tessuto proletario.
MOVIMENTO FEMMINISTA: UN GIUDIZIO DI FASE
di Alisa del Re
Non si può parlare oggi di movimento femminista senza accennare al libro di Annie Le Brun (nella edizione del sole nero – 1978 – ha per titolo: Mollate tutto, e come sottotitolo: Facciamola finita con il femminismo), che tanta fortuna sta avendo in questo momento. Non so bene in Francia, ma in Italia sicuramente è il libro più inutile che ci sia in commercio, è una vera frode politico-letteraria: e, guarda caso, proprio perché parte da problemi veri e reali del movimento femminista, del movimento delle donne: direi addirittura che va a toccare il punto più dolente della fase attuale, e cioè che cos’è il femminismo oggi, se essere femministe significa ancora essere dentro un progetto di liberazione. Il tema è dunque attuale. Dove sta allora la mistificazione, che rende questo libro così ipocrita e così «gioco letterario» con malafede politica? La cosa più evidente è che Annie Le Brun parla di femminismo in rapporto alle «donne», entità, da un punto di vista politico, metafisica, astratta, senza nessun referente storicamente determinato. In rapporto alle donne, dicevo, e non in rapporto alle lotte delle donne, che sono un dato storico certo e politicamente rilevante. Non parla di ciò che è stato il femminismo, né di ciò che potrà essere nella sua evoluzione (e non certo in una sua fissazione strutturale). Non entra in un gioco dialettico in cui farsi eventualmente controparte, ma resta stupidamente allo stesso balcone delle «papesse» femministe che critica, impantanandosi nel loro stesso terreno, la letteratura. E allora libro inutile, ma allora tema di cui parlare: Il movimento femminista oggi. Ma perché parlarne? Proprio per la violenza e la vastità delle lotte delle donne in contrapposizione al silenzio totale e bruciante dei gruppi femministi; gruppi che avevano caratterizzato il movimento fino a qualche anno fa. Si avverte la mancanza di una linea politica egemone, la mancanza di un dibattito politico all’interno dei gruppi e in generale; si ha come l’impressione di una sclerosi delle idee, di un inaridimento, di un ripiegarsi su se stesse in isole che si autocontemplano. Il merito in passato dei gruppi femministi è stato proprio quello di dispiegare pubblicamente, brutalmente l’intera tematica dell’oppressione femminile, il forzare una consapevolezza collettiva e non più individuale di quest’oppressione, il far sorgere concrete speranze di liberazione. Ma è evidente che questo ora non basta più: la speranza deve diventare certezza, l’oppressione scomparire, la consapevolezza diventare organizzazione e lotta. Lo richiedono le stesse donne che già sono scese a migliaia in piazza per gridare la loro rabbia, il desiderio di una vita diversa, contro i tabù, contro le violenze quotidianamente perpetrate nei loro confronti, contro il loro sfruttamento. Non basta perché non è mai bastato gridare contro, né scrivere contro. E qui, indubbiamente, al femminismo «storico» dei gruppi è mancata una molla, una spinta, la capacità politica di fare un passo avanti nella storia. E non solo, ma quella che poteva essere inizialmente un’arma offensiva di estrema efficacia come la denuncia della condizione femminile, si è spuntata restando tale e favorendo – caso mai – solo situazioni di denuncia e di autocommiserazione collettiva. C’è un’analogia evidente con il movimento dei giovani proletari che per un certo periodo ha teorizzato la propria reale oggettiva emarginazione come terreno proprio, da rivendicare. Ma a un certo punto qualcuno si è stancato e s’è detto: sono stufo di compiacermi di essere un emarginato, sono stufo di piangere insieme agli altri la mia miseria; assieme agli altri io voglio ridere, godere, avere uno spazio intero e non ritagliato dentro un ghetto. Per le donne si è creata una situazione in un certo senso simile eppure diversa. Vediamo di chiarire. Bisogna innanzitutto partire dalla definizione di movimento femminista: esso si è configurato storicamente come la punta di un iceberg che ha tali vaste e palpabili proporzioni da renderlo non paragonabile a nessun altro movimento di massa. Ecco: il corpo sotterraneo, nascosto, la sostanza di questo iceberg è: la «lotta delle donne». Ed è successo prima del femminismo (e succederà dopo il femminismo) che le donne abbiano lottato e lottino in maniera non subalterna, riconoscendosi come soggetti autonomi, su esigenze proprie specifiche, legate alla propria condizione. Cos’è allora che ha connotato il femminismo? È stata la capacità di unificazione delle varie istanze di lotta, l’aver determinato lo specifico donna astraendolo da una realtà dispersa e disorganica, l’aver assunto la preminenza politica su un movimento sotterraneo portandolo così alla luce, l’aver creato intime relazioni tra forme di lotta diverse, in un certo senso l’aver creato da un processo una realtà unificante. Un esempio può essere dato dall’autocoscienza, pratica che è nelle donne da sempre, proprio nella forma della «separazione autonoma» che le femministe si sono date in questo periodo storico: la differenza tra le «confidenze consolatorie» tra donne di ogni epoca, nei salotti, nei lavatoi, nelle cucine e l’autocoscienza di oggi consiste proprio nella forzatura che di questa è stata fatta in un’epoca di apparente egualitarismo, e quindi dell’uso provocatorio sia della separazione sia della «conoscenza di se stesse e dei propri problemi». Un altro elemento determinante è stato l’aver imposto l’abbandono di ogni delega per quanto riguarda la gestione delle proprie questioni e quindi di aver innescato un processo di autonomizzazione delle lotte non solo nella fase organizzativa, ma anche nella fase di contrattazione e di pressione politica per la risoluzione degli obiettivi posti dal movimento. Questo ha fatto emergere una nuova soggettività tra le donne, cumulo di antiche capacità materiali di gestione delle lotte stesse e di nuova invenzione di modi di essere dentro le lotte, di modi di esprimere se stesse e la propria rabbia. Tutto ciò ha segnato l’espressione più alta del movimento femminista in Italia: ma ha anche mostrato i limiti che una simile posizione aveva dentro di sé, e la necessità di un superamento. I limiti erano e sono oggettivi: la ghettizzazione dei comportamenti (fatto che usato provocatoriamente poteva servire; diventava inutile e dannoso come elemento di programma) si è prestata a una ghettizzazione di obiettivi e di linea politica. Per spiegarci, il recupero della «condizione femminile» come arma offensiva ha degenerato in autoriconoscimento di comportamenti leziosi; la non aggressività, la sorellanza sono diventate un pacioso stagno in cui tutto il putridume deposita in nome di non so bene cosa; nel nome donna si è annegata ogni professionalità, e ciò è servito a giustificare tutte le speculazioni. L’immagine del movimento è arretrata all’immagine dei gruppi, i quali rispecchiano ormai solo il dissolvimento di se stessi. Antinomia tra femminismo e lotta delle donne o nascita del nuovo femminismo? Dentro questo quadro di desolante immiserimento le donne hanno comunque continuato a produrre lotte e strumenti organizzativi, al di là e oltre la volontà e il progetto dei gruppi femministi. La spinta iniziale è servita a introdurre un processo a valanga di iniziative politiche in ogni situazione: nei partiti, nelle organizzazioni extraparlamentari, nei sindacati, in tutti i posti di lavoro, in ogni luogo di aggregazione di questa nuova soggettività. Queste iniziative si fondano decisamente su elementi materiali all’interno del rapporto di sfruttamento e vengono arricchite dalla estrema consapevolezza e realismo delle donne. Lo scollamento avviene da un lato sull’inadeguatezza dei programmi dei gruppi, in quanto le determinazioni di potere e gli obiettivi di fatto si esplicitano a partire da una coscienza acquisita dalla pratica quotidiana dei rapporti, e ora liberata, con un superamento di fatto di slogan arretrati e fortemente ideologizzati («l’utero è mio e me lo gestisco io», «salario al lavoro domestico», «siamo donne, siamo tante, siamo stufe», tanto per citare i più noti): si materializzano infatti su conquiste di spazi concreti, sia personali soggettivi (rifiuto del lavoro), sia sociali (richiesta di servizi, loro efficiente funzionamento). D’altro lato si misura anche l’inadeguatezza organizzativa dei gruppi: infatti essi prevedevano il movimento di piazza come base fluttuante, il gruppo come struttura rigida e referente generale. L’organizzazione politica delle donne nelle lotte pare invece vada sviluppandosi nel senso di ritrovare sempre più elementi materiali di organizzazione permanente nelle condizioni specifiche in cui la struttura sociale della produzione e della riproduzione della forza lavoro le ha oggi collocate. Quindi nei posti di lavoro e nelle situazioni di aggregazione sociale, che le vedono principali utenti dell’organizzazione capitalistica di controllo sulla riproduzione della forza lavoro, cioè i servizi. Sono strutture organizzative le più diverse, che hanno mutuato dal femminismo solo la più rigorosa autonomia; fondano la loro esistenza su obiettivi materiali precisi: dalla riduzione della giornata lavorativa, alla gratuità e ampliamento dei servizi sociali (dalle case agli asili, mense, lavanderie ecc.), alla qualità di un benessere di vita misurato dalla qualità del lavoro gratuito fornito fino a oggi dalle donne. In ogni fabbrica, in ogni scuola, in ogni ospedale cominciano a costituirsi comitati, coordinamenti di lavoratrici; negli asili (nidi e scuole materne), coordinamenti di madri; la cosa più recente: negli ospedali, i comitati per l’applicazione della legge sull’aborto, costituiti da donne ospedaliere e da utenti del servizio. Tutto ciò garantisce un forte sviluppo di lotte in senso orizzontale – diffusivo; e ogni situazione organizzata è in grado di farsi latrice di un progetto politico più ampio, come di recepire istanze simili dall’esterno e farsene carico. È indubbiamente vero che anche questo tra non molto non sarà più sufficiente: la necessità di confronto politico organizzato tra le varie situazioni di lotta diventa sempre più impellente. Sempre più tra le donne si affaccia la richiesta di coordinamento e di direzione e ciò non può avvenire se non attraverso un ampio dibattito che agiti le acque ora troppo chete del femminismo. Provocatoriamente buttiamo un sasso nello stagno: compagne usciamo dal ghetto della nostra specificità! Ma uscirne per le donne non significa – l’abbiamo già visto – abbandonare temi e forme organizzative che sono loro proprie. Significa invece usare della propria condizione gli elementi più totalizzanti ed eversivi; significa da un lato essere nella posizione più favorevole per farsi soggetto attivo nelle lotte che sembrano dare un segno distintivo a questo periodo: le lotte per il reddito garantito contro il salario reso variabile dipendente; d’altro lato significa ribaltare tutta la concezione, comunemente utilizzata dal capitale, della contrapposizione tra soggetti in lotta e popolazione, creando elementi di aggregazione e di compattazione che rendano immediatamente impraticabile questo progetto; in terzo luogo la possibilità, data dalla propria situazione soggettiva, di ricostruire gli obiettivi parziali dei «lavoratori» trasformandoli in obiettivi che comprendano lo stravolgimento, la riduzione, il pagamento in salario, beni e servizi dell’intera giornata lavorativa comandata dal capitale, fatta sia dal lavoro per la produzione di merci che dal lavoro per riprodurre se stessi e la propria razza. E questa nuova soggettività ha la possibilità, io credo, di uscire dalla propria specificità proprio usandola fino in fondo, espandendola, imponendo gli «obiettivi delle donne», proprio perché così larghi, così «totali», in fondo così poco specifici. Quando tutto il lavoro legato alla riproduzione comincia a venir rigettato tra le braccia dei «riprodotti» dove è soggettivamente possibile, in braccio allo Stato dove è organizzativamente possibile, contro l’organizzazione capitalistica della produzione dove è politicamente fattibile, allora comincia ad essere difficile a chicchessia trovare argomenti a favore del lavoro salariato, a favore del «giusto sfruttamento», che non siano mera ideologia. (…)
NEOLOGISMI
Valorizzazione Per valorizzazione si intende il processo di sviluppo capitalistico in quanto messa a valore del capitale e delle sue parti componenti. Logicamente il processo di valorizzazione capitalistico è distinto dal processo lavorativo; ma, storicamente, i due processi sono venuti man mano sovrapponendosi. Quando il processo lavorativo è completamente dominato dal processo di valorizzazione si dice attuata la sussunzione reale del lavoro sotto il capitale. Il processo di valorizzazione capitalistica è dinamico ed estensivo: l’intera società è assoggettata e riorganizzata dal capitale, tanto più quanto più il capitale diviene esso stesso una categoria sociale. In questo quadro .la classe operaia ha una composizione tecnica che, sul piano nazionale (mercato del lavoro) e sul piano internazionale (divisione internazionale del lavoro), è adeguata alle necessità della valorizzazione capitalistica. Il fine della valorizzazione capitalistica è la produzione e la riproduzione del valore di scambio nella forma del profitto: nelle fasi di crisi, fine della valorizzazione è la semplice riproduzione delle condizioni di produzione del profitto, la semplice riproduzione dei rapporti sociali che sono sottesi alla produzione del profitto. In questo senso il processo di valorizzazione è processo di continua disciplinarizzazione della forza lavoro, a tutti i livelli sui quali la disciplina può essere imposta, dalla fabbrica singola allo Stato. Nei periodi di crisi la valorizzazione tende a divenire sempre più decisamente processo di comando puro e semplice Autovalorizzazione Per autovalorizzazione si intendono tutti quei processi di sviluppo della composizione di classe operaia che non sono riducibili immediatamente alla dialettica della valorizzazione capitalistica. L’autovalorizzazione operaia consiste nell’accumulo, dentro la classe operaia, di livelli irriducibili di salario relativo, di livelli di sapere generalizzati, di livelli di espressione politica e di lotta, e di esercizio di contropotere. L’autovalorizzazione operaia è un elemento antagonistico dello sviluppo capitalistico: è la sintesi di tutti gli elementi (sabotaggio della produzione, lotta sul salario, conquista di salario sociale, indipendenza nella riproduzione, riappropriazione, espressione di bisogni politici e di organizzazione, “the making of working class”) che non sono riducibili al valore di scambio. Lo sviluppo capitalistico è un continuo tentativo di dominare i momenti storici della autovalorizzazione di classe, le ristrutturazioni capitalistiche sono operazioni intese a riformare la produzione e le condizioni sociali di produzione per comprendervi la forza autovalorizzante della classe operaia. Quando i livelli di autovalorizzazione giungono a consolidarsi su altissimi limiti di espressione, l’autovalorizzazione si sviluppa in transizione: ciò significa che la classe operaia e proletaria comincia allora a sviluppare momenti di egemonia e ad esprimere in maniera permanente il suo contropotere contro il potere del capitale. È evidente che a questo punto tutte le categorie del capitale vanno in crisi perchè la dialettica del valore non riesce più a dispiegarsi: essa è sostituita dall’antagonismo delle forze soggettive (le due classi), ognuna delle quali tenta di espandere e di esaltare la propria indipendenza soggettiva in maniera dinamica, fino alla distruzione dell’avversario. Autodeterminazione Per autodeterminazione si intende la forza normativa dell’autovalorizzazione. Questa forza normativa si esprime in due sensi. In primo luogo, essa è processo cosciente di ricomposizione di classe, di “Ausgleichung” (eguagliamento) delle sue differenze, è fenomeno di riappropriazione di identità politica della classe operaia e proletaria, è sintesi delle diverse autonomie: in un primo senso l’autodeterminazione è un processo intensivo di classe, dentro la classe. In un secondo senso, autodeterminazione è un processo volto contro la classe nemica. L’organizzazione di classe, come elemento determinato e necessario per sviluppare la lotta, il rapporto fra strategia e tattica – rapporto fino in fondo condizionato dalla dinamica autovalorizzante della composizione di classe data – bene, tutti questi elementi vengono riassunti nella autodeterminazione di classe. L’autodeterminazione di classe è dunque in questo secondo senso la forza innovativa in termini propri, il rovescio dell’imprenditorialità capitalistica, la funzione fondamentale perchè si attui il processo rivoluzionario. Tutta la storia del movimento operaio rivoluzionario può essere studiata come storia del rapporto fra dimensioni determinate dell’autovalorizzazione e forme storiche dell’autodeterminazione. Riscoprire questo rapporto, in forma adeguata all’attuale livello della composizione di classe ed alla straordinaria attuale altezza del processo di autovalorizzazione, è il compito di massa che dobbiamo espletare.
Da «Magazzino», n. 2, maggio 1979
DAL TAYLORISMO AL POST-TAYLORISMO
Di Sandra Bonfiglioli Perelli e Alberto Magnaghi
RISTRUTTURAZIONE E DECONCENTRAZIONE TERRITORIALE DEL CICLO PRODUTTIVO. DALLA METROPOLI INDUSTRIALE ALLA FORMAZIONE DELLA FABBRICA DIFFUSA. UN PASSAGGIO STORICO NELLA FORMA DELL’ACCUMULAZIONE COME RISPOSTA ALLA LOTTA DELL’OPERAIO MASSA. DECENTRAMENTO PRODUTTIVO SU SCALA MONDIALE E MODIFICAZIONE DI RUOLO DELLE AREE METROPOLITANE. LE AREE METROPOLITANE COME FABBRICA DEL COMANDO SULLA PRODUZIONE MONDIALE. LA PRODUZIONE DIFFUSA: STRATEGIA NON CONGIUNTURALE DEL CAPITALE. CARATTERISTICHE DELLA PRODUZIONE DELL’IMPRESA POST-TAYLORISTA. LA NUOVA COMPOSIZIONE DI CLASSE E LE MODIFICAZIONI DEL MERCATO DEL LAVORO. LA “FORMA URBANA” DELLA METROPOLI POST-TAYLORISTA. LE MODIFICAZIONI DEL GOVERNO LOCALE. Relazione tenuta al convegno sul Mediterraneo, organizzato dalla Facoltà di Architettura del Politecnico di Milano il 27 novembre 1978.
Ci proponiamo con questa relazione di delineare alcune linee interpretative del passaggio storico dalla metropoli industriale, fase avanzata della “città-fabbrica”, caratterizzata dalla presenza regolatrice della grande fabbrica tayloristica, alla fabbrica diffusa, intesa come una riorganizzazione tendenziale, di tipo post-tayloristico, delle funzioni e dei modi di produzione nella metropoli capitalistica. La situazione italiana, ed in particolare la regione industriale del Nord, in cui sono concentrati investimenti produttivi e forza-lavoro, rappresenta in modo esemplare questo processo, in rapporto anche alle rapide trasformazioni provocate dal ciclo di lotte operaie e proletarie degli anni ’60 e ’70. La crisi della metropoli industriale si determina negli anni ’70 non solo come crisi tecnica di una forma determinata di organizzazione territoriale della produzione, ma soprattutto come espressione materiale della crisi di un intero ciclo di accumulazione e della sua forma storica; per questo è necessario risalire alle forme generali della risposta capitalistica a tale crisi per comprendere a fondo i significati delle modificazioni territoriali che ne derivano. La rivolta degli operai-massa nella metropoli industriale, verificatasi a partire dal ’68, ha rovesciato i rapporti di produzione sulla cui base il dominio capitalistico si era fondato distruggendo la funzione del salario come variabile dipendente, scaricando i costi sociali di riproduzione sulla spesa pubblica, trasformando il ghetto metropolitano in momento di organizzazione politica e sociale, vanificando attraverso il rifiuto del lavoro le forme del comando d’impresa sull’erogazione di lavoro e sulla produttività, ribaltando la mobilità territoriale in fattore di diffusione dei processi d’organizzazione e di omogeneizzazione dei livelli di lotta, determinando una rigidità totale del mercato del lavoro industriale. Questo ciclo di lotte che ha investito le principali “cittadelle” della produzione mondiale, ha introdotto per il capitale l’urgenza di una risposta strategica, di un passaggio storico nella forma dell’accumulazione. Il passaggio dalla metropoli industriale alla fabbrica diffusa deve dunque essere analizzato come tentativo di rottura del “potere operaio” sul ciclo di produzione e riproduzione di capitale, come processo generale di trasformazione, nella crisi, delle condizioni generali di erogazione della forza-lavoro. Consideriamo allora le caratteristiche costitutive della “fabbrica diffusa”, a partire dal “modello italiano” sviluppatosi nelle aree metropolitane negli anni ’70. Possiamo identificare due livelli di diffusione della struttura produttiva metropolitana: Un primo livello riguarda il decentramento produttivo su scala mondiale che, a partire dal ’69, ha determinato un rovesciamento del modello di accumulazione basato sulla concentrazione in alcune regioni mondiali. Questo modello è venuto sviluppandosi attraverso la migrazione internazionale della forza-lavoro dalla periferia mondiale verso la metropoli. Un secondo livello riguarda le modificazioni dei modi e delle forme d’organizzazione del ciclo produttivo all’interno delle aree metropolitane, una volta che determinate funzioni produttive sono state trasferite verso la periferia mondiale. Tali modificazioni del ruolo delle aree metropolitane si sono sviluppate secondo le linee seguenti: – riduzione del peso relativo e assoluto delle grandi concentrazioni operaie in rapporto ai processi di riproduzione su scala sociale; questa riduzione è stata realizzata attraverso un insieme di operazioni del tipo: riduzione massiccia dell’occupazione (licenziamenti, “cassa integrazione”, blocco del “turn-over”, pensionamento anticipato) in particolare nei settori di produzione dei beni di consumo: introduzione di nuovi macchinari nelle grandi fabbriche (automazione crescente di tutte le fasi produttive, introduzione nel lavoro meccanico di robot “intelligenti” della terza generazione in sostituzione del lavoro alle linee di saldatura, verniciatura e prova, introduzione delle “isole di montaggio”, computerizzazione dei processi di circolazione delle merci e di controllo dei “flux productifs”). - diversificazione produttiva da parte delle holding multinazionali, che sviluppano nelle aree metropolitane i settori relativi ai beni d’investimento (macchine utensili), alla produzione di energia (nucleare), ai sistemi di comunicazione e controllo (elettronica, telecomunicazioni), ai sistemi sofisticati di programmazione e gestione (engeenering) e le fasi dei cicli produttivi ad alta composizione organica, in presenza di lavoro qualificato. – sviluppo del terziario “avanzato” relativo all’aumento delle funzioni di comando e di gestione dei cicli produttivi su scala multinazionale (produzione di servizi per l’impresa, di funzioni di programmazione cibernetica dei cicli produttivi diffusi, di funzioni relative alla razionalizzazione dei processi di circolazione, produzione di servizi pubblici e sociali, di processi formativi e di strumenti di controllo del mercato del lavoro ecc.). A partire dallo sviluppo di queste funzioni si assiste a un cambiamento radicale del ruolo delle aree metropolitane che risultano sempre più caratterizzate, nel contesto della nuova divisione internazionale del lavoro, come centri d’organizzazione della “fabbrica di comando sulla produzione mondiale”. - “diffusione” del processo produttivo (così modificato nelle funzioni e nella composizione dei settori merceologici) nel territorio metropolitano, non solo attraverso il decentramento delle unità produttive e la riutilizzazione della piccola e media impresa nel circuito finanziario e di gestione della grande holding, ma anche attraverso l’espansione del part-time, del lavoro nero, del lavoro a domicilio, del doppio o triplo lavoro, del lavoro autonomo, del lavoro clandestino. Questo processo che investe tutti i settori (agricoltura, industria, terziario), non guarda un utilizzo congiunturale di quote del mercato marginale, ma si sviluppa come fenomeno interno alle modificazioni strutturali dell’apparato produttivo, attraversando tutti i settori avanzati (meccanica, elettromeccanica, elettronica, chimica), il pubblico impiego e le attività terziarie in generale; questo processo determina una nuova forma generalizzata dei rapporti di produzione che tende a ribaltare la rigidità del lavoro salariato tramite forme più articolate di forza-lavoro e di controllo della produzione, sottraendo terreno alla contrattazione, determinando forme altissime di mobilità e di autosfruttamento, prolungando la giornata lavorativa sociale. A partire dalle inchieste condotte sulla formazione della fabbrica diffusa nella regione lombarda, un ciclo produttivo “tipo” di una grande impresa può essere scomposto nelle seguenti sezioni produttive: – sezioni produttive composte di unità medio-grandi, dove le condizioni di erogazione del lavoro sono garantite istituzionalmente tramite i contratti di lavoro. In questi settori la composizione della forza-lavoro subisce un progressivo invecchiamento (età media 30/40 anni), una riduzione dell’occupazione dovuta ai processi d’automazione e cibernetizzazione delle fasi produttive specifiche e al blocco del turn-over, un aumento della produttività del lavoro. Il comando sul lavoro in questi settori del ciclo è affidato, oltre che ai capi tradizionali, alle nuove strutture di organizzazione sindacale (delegati) e all’ulteriore trasferimento di “intelligenza” ai macchinari. - sezioni produttive decentrate dì tipo artigianale o di piccole unità produttive in cui, a fianco di alcuni operai a contratto, gravita forza lavoro che viene assunta (stagionale, a cottimo) o licenziata secondo le oscillazioni della produzione. Il lavoro erogato da queste figure operaie precarie non è soggetto ad alcuna normativa o garanzia istituzionale. La figura sociale presente in questi settori è costituita in parte da operai di fabbrica (lavoratori turnisti, assenteisti o lavoratori in “cassa integrazione”) che fanno un doppio lavoro, in parte da studenti (che lavorano i giorni festivi o orari extrascolastici), in parte da giovani proletari che hanno interrotto gli studi, in parte da donne e da una forza-lavoro espulsa dal mercato del lavoro ufficiale. La composizione della forza-lavoro è dunque, in questi settori, continuamente variabile; il comando sul lavoro viene esercitato in parte dalla presenza diretta del padrone ed in parte tramite una cooperazione spontanea tra gli operai stabili che organizzano l’intera unità produttiva regolando l’immissione e l’espulsione della forza-lavoro precaria. - sezioni produttive diffuse all’interno dei luoghi di riproduzione (appartamenti, cantine, solai, magazzini riadattati ecc.) in cui la forza-lavoro è composta in parte da operai di fabbrica che fanno il doppio lavoro e, prevalentemente, da donne, da vecchi, da ex-operai, da giovani; l’organizzazione del lavoro e l’imposizione ad esso si determinano attraverso la gerarchia della struttura familiare che agisce essenzialmente su due figure sociali: donne, vecchi e marginali, che erogano lavoro senza alcuna garanzia contrattuale, e i giovani, spesso già inseriti nel mercato del lavoro o nella scuola, che vengono indotti al lavoro saltuario dalla necessità di soddisfare bisogni non primari. In questo settore del ciclo produttivo sparisce qualsiasi contrattazione esplicita sul terreno salariale (e con ciò la coscienza di partecipare al processo di valorizzazione del capitale). - sezioni produttive di tipo “mobile”, esemplificati dalle “carovane” come forma precaria d’organizzazione del lavoro di mantenimento delle istallazioni produttive, organizzato a partire da un’impresa con un nucleo di operai specializzati con l’utilizzo flessibile e mobile di forza-lavoro decontrattualizzata. - sezioni produttive dì tipo “cooperativo”, che, al di là delle forme più tradizionali di cooperazione, hanno avuto un nuovo sviluppo soprattutto tra i giovani nel quadro dell’espansione del lavoro autonomo e del rifiuto del lavoro salariato. In questi settori sia l’organizzazione del lavoro che i rapporti con i committenti sono autogestiti. A partire da questa descrizione molto schematica delle tipologie della struttura produttiva, ciò che ci preme qui sottolineare sono determinati effetti generali di questa organizzazione del lavoro sulla forma del processo di accumulazione, sulla riorganizzazione tecnologica, sul mercato del lavoro ed infine sul ruolo del territorio nel processo di produzione. I settori “esterni” alla fabbrica tradizionale nella quale si ha il lavoro istituzionalizzato, hanno assunto un’importanza crescente (qualitativa e quantitativa) nel processo di valorizzazione capitalistica, in modo tale che le quote tradizionalmente deboli del mercato del lavoro, in particolare le donne, non risultano più marginali; in questi settori un enorme processo di appropriazione capitalistica della cooperazione sociale si realizza attraverso il prolungamento della giornata lavorativa sociale e l’integrazione delle forme più diverse di utilizzo del lavoro e dei rapporti di produzione (decentramento e diffusione del ciclo e centralizzazione del comando sono due facce del medesimo processo di ristrutturazione); non c’è dunque alcun motivo di parlare di due sistemi produttivi (uno “centrale”, l’altro “marginale”) dal momento che si tratta della stessa impresa del settore centrale del ciclo produttivo che si organizza assorbendo, sviluppando e integrando il sistema marginale di produzione in un unico processo di valorizzazione. La fabbrica diffusa non si presenta come fabbrica “da quattro soldi” a fianco di un sistema centrale ad alta produttività (non vi sono due modi di produzione), ma è essa stessa il prodotto della riorganizzazione tecnologica e della gestione d’impresa di un sistema in cui, nelle aree metropolitane, la grande fabbrica tayloristica non è più il centro della valorizzazione. Nella fabbrica diffusa si realizza un notevole salto tecnologico; questo non è più leggibile solamente all’interno dei soli laboratori di produzione, ma soprattutto nella riorganizzazione delle forme di gestione, dei processi di circolazione dell’informazione, delle merci, del comando, nel contesto dell’integrazione sociale delle diverse forme di rapporto di lavoro, delle differenti tipologie dei settori produttivi a seconda delle diverse composizioni tecniche di capitale a cui ci siamo riferiti in precedenza. Tale riorganizzazione tecnologica si realizza dunque essenzialmente attraverso i differenti modi di circolazione delle merci e dell’informazione (sistemi cibernetici di controllo e di gestione del ciclo produttivo, informatica finalizzata alla riorganizzazione di informazione e di gestione dei processi, ecc.) che determina un “comando strisciante” sulla struttura della produzione decentrata. Nel sistema produttivo post-tayloristico sparisce la ”continuità” fisica del ciclo di produzione e del sistema delle macchine; la struttura del comando non è più costituita, come nel sistema di macchinari precedente, da una struttura gerarchica riconosciuta e visibile ma è costituita da un insieme complesso di strumenti di regolamento, di forme autogestite e decentrate della struttura produttiva. Il mercato del lavoro “centrale” nelle aree metropolitane non è più costituito dalla forza-lavoro emigrata e non scolarizzata che caratterizzava nel ciclo precedente l’operaio massa delle grandi concentrazioni produttive, ma dall’enorme massa del proletariato urbano scolarizzato (o comunque di formazione urbana) presente nella metropoli come residuo del rifiuto del lavoro astratto nella grande fabbrica tayloristica. Nelle aree metropolitane, questa sezione del mercato del lavoro tende a configurarsi come figura centrale nella ridefinizione della composizione di classe: sia dal punto di vista capitalistico, dal momento che i suoi comportamenti sociali sono determinanti per la ricomposizione del ciclo produttivo tramite la riappropriazione delle nuove qualità cooperative e d’intelligenza tecnica in rapporto con le nuove funzioni “produttive” (mobilità, polivalenza, alternanza tra lavoro manuale e intellettuale, autoregolamentazione della giornata lavorativa); sia per la lotta di classe, dal momento che questo settore proletario ha diretto in questi ultimi anni i movimenti antagonisti alla riorganizzazione del sistema di produzione e di riproduzione sociale del capitale. La forma urbana della metropoli post-taylorista presenta le seguenti caratteristiche generali: – riduzione dei processi migratori “ufficiali” dalla periferia verso il centro, e riutilizzo del mercato urbano “interno” alle aree metropolitane unito a fenomeni di immigrazione straniera “clandestina”. – blocco e riduzione della produzione nelle zone centrali delle regioni metropolitane e riutilizzo delle aree periferiche secondo i modelli di decentramento produttivo descritti più sopra; riutilizzo dei centri urbani preesistenti e del tessuto rurale; la metropolizzazione non consiste nella semplice riproduzione decentrata dei fattori territoriali inerenti al sistema della grande fabbrica (decentramento ma nel riutilizzo, sotto il comando della grande impresa, del tessuto produttivo diffuso con la conseguente riduzione della mobilità infraregionale verso il polo centrale metropolitano e l’aumento della mobilità all’interno di queste zone). Il territorio della regione metropolitana diviene sempre più la sede nella quale “si occulta” la grande produzione, il luogo diffuso nel quale si organizza la giornata lavorativa sociale. Cadono allora i rigidi criteri di “zoning” che erano rappresentativi della divisione funzionale e spaziale tra produzione e riproduzione, in un contesto nel quale cambiano i ruoli dei fattori di produzione nel processo di valorizzazione del capitale, aumenta la mobilità e la precarietà della forza lavoro ed interviene una più alta integrazione fra attività produttive e riproduttive. Il territorio metropolitano diviene così un mezzo di produzione su scala sociale e s’identifica, nella sua complessità di funzione integrata, con la fabbrica post-tayloristica. S’accentuano i processi di terziarizzazione e d’espansione delle aree centrali metropolitane in rapporto con le funzioni centralizzate del comando, della gestione, dell’informazione, della circolazione. La riorganizzazione su base “industriale” di queste funzioni segue i criteri della ristrutturazione della produzione (riduzione del lavoro contrattualizzato, espansione della mobilità e del lavoro precario, decentramento-diffusione dei cicli di produzione ecc.). In questo progetto non ci sono frontiere rigide tra lavoro terziario e industriale: difatti la stessa figura di operaio sociale, anche se essa è articolata su diversi livelli di formazione tecnica, presenta un’alta mobilità fra operaio industriale e operaio terziario, fra lavoro manuale e lavoro intellettuale; spesso questa mobilità si realizza nella stessa persona attraverso il doppio lavoro. In tal modo non si ha una determinazione rigida e ghettizzata del mercato del lavoro dell’area centrale a fronte di quello della periferia, ma – al contrario – una notevole permeabilità reciproca nel quadro di una figura sociale della forza lavoro tendenzialmente unificato. Se il territorio metropolitano è l’elemento costitutivo della fabbrica post-tayloristica, ne deriva conseguentemente la modificazione del ruolo del governo del territorio, non più limitato alla gestione di qualche aspetto dei processi di riproduzione e degli effetti indotti sull’organizzazione territoriale delle scelte produttive bensì relazionato alla gestione delle condizioni generali di funzionamento della fabbrica diffusa, – tanto per quello che riguarda le condizioni sociali di utilizzo della forza lavoro (controllo della mobilità, formazione professionale, controllo e gestione del mercato del lavoro), quanto come intervento diretto e indiretto del governo del territorio (dalla regione e dal comune agli organismi intermedi e alla rete diffusa di organismi di pianificazione, decentramento e partecipazione) s’è sviluppata nelle aree metropolitane italiane in rapporto con la crisi del sistema di impresa e con la necessità di rendere profittevole una gestione sociale della forza lavoro. A fronte di questi problemi, il governo locale tende sempre più a presentarsi come strumento di regolazione dei fattori territoriali inerenti alla gestione del mercato del lavoro e come strumento di mediazione politica e sociale dinnanzi alle scelte produttive e riproduttive del capitale, modificando radicalmente il ruolo “separato” ed esterno che esso aveva nel precedente modello di accumulazione, e ciò vale sia a fronte della dinamica dei rapporti di offerta e domanda di forza lavoro, sia a fronte del governo dell’economia.
GRANDE FABBRICA E OPERAIO SOCIALE: LA COOPERAZIONE SOVVERSIVA
Di Collettivi Politici Operai (Milano)
1. CONTRATTI 1979: SVOLTA CAPITALISTICA E RIVOLTA DELL’OPERAIO SOCIALE Questa campagna contrattuale segna il primo momento della rivolta dell’operaio sociale all’interno della grande fabbrica. Si afferma questo non perché si ritengano i contratti momenti decisivi della lotta di classe operaia ma perché spesso essi rivelano elementi emblematici di questa lotta e della fase attraversata. In particolare: a) dal punto di vista del capitale. Il 1978 rappresenta il momento di una fondamentale inversione di tendenza, concepita come passaggio politico. Le condizioni sono poste sia sul livello della ristrutturazione (genericamente: avvio della campagna di ristrutturazione sui settori portanti ed adeguatamente alla nuova divisione internazionale del lavoro – energia, automazione, decentramento come schema multinazionale della ristrutturazione e della nuova gerarchia, specificamente: riorganizzazione del tessuto produttivo italiano secondo quelle grandi linee e fissazione, nelle grandi fabbriche, di elementi di ristrutturazione adeguati – il centro energetico, la struttura multinazionale della dequalificazione attraverso robotizzazione; la struttura combinata dell’informazione e del decentramento produttivo, l’attacco alla fabbrica assistita e la ripresa dell’iniziativa di pianificazione generale); sia sul livello politico (consolidamento della nuova struttura amministrativa, completamente subordinata alla regola della produttività; adeguamento e garanzia del livello di produttività alla regola delle multinazionali, fatta valere dallo SME; rafforzamento della struttura corporativa della contrattazione, sia sul livello della grande e media industria, sia sul livello della gestione della spesa pubblica). Come vedremo, i contratti debbono significare, per i padroni, un primo risalto istituzionale di questo nuovo livello di equilibrio del profitto;
b) dal punto di vista operaio. Anche in questa prospettiva i contratti del ’78–79 rappresentano un decisivo passaggio. Si chiede agli operai di sanzionare b1 la loro divisione nella fabbrica, b2 la divisione di gran parte di loro, che pure hanno gli stessi interessi degli operai nella società (lavoro nero, part-time, lavoro diffuso, ecc.), dall’operaio sociale. Ma la situazione delle grandi fabbriche è già divenuta tale da rendere questo passaggio estremamente difficile. Nelle grandi fabbriche è infatti cresciuta in questi anni la coscienza dell’unità dell’interesse operaio. Il tentativo contrattuale non si incontra dunque con la mistificazione egemone bensì si scontra con la nuova coscienza operaia, rappresentata dal sempre più diffuso rifiuto del lavoro, dalla sempre più potente rinuncia alla delega, dal sempre più forte impulso all’aumento dei valori del lavoro necessario (e comunque dal rifiuto del loro abbassamento). Si scontra anche con la consapevolezza che nella figura dell’operaio socialmente mobile si riuniscono oggi tutte le pretese sacrosante all’autovalorizzazione operaia. Da questo punto di vista non si tratta dunque di vincere o perdere sui contratti (anche se su singoli punti di questo si tratta): si tratta piuttosto di distruggere la figura contrattuale come tale.
2. LE FASI DELLA LOTTA DELL’OPERAIO SOCIALE CONTRO E NELLA FABBRICA Questa fase contrattuale è preceduta da tre grandi fasi di lotta. La prima è quella della primavera del ’77. L’espulsione di Lama dall’Università di Roma è un fatto operaio. Con l’espulsione di Lama l’unità dei primi frammenti dell’operaio diffuso sul territorio si mostrava per la prima volta come unità politica ed espansiva. Unità politica che doveva sviluppare gli interessi di classe e di lotta contro lo sfruttamento, ricomponendo intensivamente la nuova composizione della classe operaia. Unità espansiva che doveva percorrere la via dall’esterno sull’interno della fabbrica. I disoccupati organizzati che chiedevano e ottenevano lavoro in fabbrica, studenti e operai neri che circondavano la fabbrica, operai dal 1° al 3° livello che scoprivano che la fabbrica non era un privilegio professionale ma essa stessa un ghetto di emarginazione: questi sono stati i portatori della prima grande ondata di ricomposizione sociale della classe. Espellere Lama dall’Università del lavoro nero fu per gli operai rientrare nella fabbrica con l’interezza dell’interesse proletario nella coscienza. La seconda fase di lotta è estensiva. S’è sviluppata fra il 1977 e il 1978 con grande forza. È la fase della lotta contro il lavoro nero, la territorializzazione dell’insubordinazione dell’operaio sociale. Azione di denuncia ed azione di contropotere si sono mescolate con grande forza in questo periodo. Ma soprattutto si è svolta qui un’azione formidabile di ricongiungimento delle avanguardie. Lo sviluppo territoriale della lotta ha inoltre offerto il terreno proprio ed insostituibile della ricomposizione dell’operaio sociale. La terza fase della lotta è quella che mostra il primo processo di accerchiamento della grande fabbrica da parte delle avanguardie dell’operaio sociale. Che questo avvenga, come a Milano, con l’assemblarsi delle avanguardie territoriali del lavoro nero davanti alle porte dell’Alfa, insieme contro padrone e sindacato corporativo: o che avvenga, come alla Rivalta, nella fabbrica-città piemontese, attraverso l’azione del nuovo operaio di 2–3° livello, dell’operaio sociale di fabbrica, unico vero portatore dell’interesse generale del proletariato, – poco cambia. L’accerchiamento è l’ultima indicazione di un processo che comincia a diventare reale dentro la grande fabbrica capitalistica; è il fuori che diventa l’elemento fondamentale della lotta contro la grande fabbrica del capitale. La fase contrattuale che si apre, ma soprattutto le lotte che le avanguardie vanno a costruire in questo periodo, rappresentano una quarta fase se considerate rispetto al passato: in realtà, rispetto al presente ed al futuro, si tratta di una prima grande scadenza che porta tutto il proletariato sociale, interno ed esterno alla fabbrica, contro il disegno della ristrutturazione multinazionale e contro il progetto di nuova divisione internazionale del lavoro.
3. COOPERAZIONE SOCIALE SOVVERSIVA CONTRO CORPORATIVISMO SINDACALE L’obiettivo strategico delle avanguardie comuniste è la ricomposizione della forza operaia al livello dell’attuale cooperazione produttiva, è il rovesciamento sovversivo delle condizioni di sfruttamento oggi imposte dal capitale e dal suo piano. Quali sono queste condizioni? Sono quelle di uno sfruttamento sociale che va a rimpinguare, gratis, le casse dei padroni dell’industria, sono quelle di un’accumulazione sociale che si sviluppa sui tempi della produttività aziendale ed è da questa comandata. Allo Stato l’accumulazione, alla società operaia lo sfruttamento, al capitale il comando. Come si vede mai come oggi la contraddizione fra forze produttive sociali e rapporti di produzione capitalistici è diventata profonda ed antagonistica. Il padrone ruba il lavoro fatto in tutta la società, ruba la produttività (potenziale ed attuale: scuola e scienza) che si sviluppa nella società, impone costi generali per il suo proprio sviluppo (ed è rubare di nuovo per la terza volta). Non contento di aver determinato questa scissione, fra fabbrica e società, oggi il padrone – anche in Italia come già altrove – tenta di importare nella fabbrica e di scaricare sulle grandi masse del lavoro subordinato di fabbrica lo stesso modello di sfruttamento sociale della forza lavoro (mobilità altissima, dentro e dentro/fuori la fabbrica). La funzione delle istituzioni statali, ed in particolare dall’istituzione sindacale, non è più – in questa situazione – quella mercantile classica della vendita della forza lavoro, ma quella corporativa – di stampo autoritario e francamente fascista – dell’organizzazione del lavoro per l’accumulazione capitalista. Per questa accumulazione e non per altre. La funzione della divisione dell’associazione cooperativa di tutto il lavoro produttivo è quindi organicamente assunta dalla corporazione sindacale. L’interesse generale del sindacato è la divisione della classe operaia, secondo le regole della professionalità: vale a dire secondo la regola della rappresentanza per gli interessi direttamente collegati al comando sulla cooperazione sociale. Di contro l’allargamento della cooperazione sociale produttiva presenta grandi possibilità di lotta comunista. È obiettivo primario e fondamentale dei comunisti quello di opporre l’organizzazione sociale della cooperazione produttiva, quale più alta forza produttiva, al corporativismo sindacale e al socialismo di Stato. Non di alleanze, parlano dunque i lavoratori, ma della possibilità di mostrare – contro gli attuali rapporti di produzione – come la cooperazione sociale del lavoro permetta di procedere verso alte realizzazioni del programma comunista: l’abolizione del lavoro salariato, l’organizzazione sociale progressiva dell’abolizione del lavoro. Nella nuova forma della cooperazione sociale il lavoro assume una ricca complessità – insieme forza intellettuale e scientifica, capacità di organizzazione e di produzione materiale, larga compenetrazione sociale di funzioni -, che si tratta di organizzare subito in forma sovversiva, nella rottura di ogni connessione produttiva di sfruttamento che il capitale scarica contro la classe operaia. Nella fabbrica sociale, così come nella grande fabbrica, il contenuto comunista della cooperazione sociale lavorativa deve subito mostrarsi nelle forme più alte ed aggressive: contro l’organizzazione produttiva, contro gli agenti sindacali della divisione di classe, contro l’organizzazione capitalistica del comando. La positività di contenuti della lotta comunista va sempre ritenuta al centro di ogni iniziativa, sia nella forma che negli obiettivi della lotta. Il punto centrale sul quale insistere è la nuova forma della cooperazione sociale: la lotta deve mostrarlo in tutta la sua potenza.
4. IL NUOVO MODELLO DI SFRUTTAMENTO NELLE PIATTAFORME CONTRATTUALI Le piattaforme contrattuali presentate dal sindacato per la tornata ’78–79 sono pienamente coerenti con la linea EUR. Questa linea è quella dell’assorbimento corporativo del sindacato nello sviluppo capitalistico a questo livello. Due sono fondamentalmente gli obiettivi contrattuali del padrone di fabbrica, uniti ad un obiettivo politico. Il primo obiettivo contrattuale è quello di garantire la professionalità. Che cosa significa professionalità in questo contesto? Significa divisione della classe, significa assorbimento di uno stato operaio sul livello del comando produttivo, in una situazione di produzione ristrutturata che vede da un lato l’oggettività della divisione entrata e consolidata nella fabbrica (linee robotizzate ed in generale strumenti del comando automatico), dall’altro la divisione estendersi dal comando di fabbrica, attraverso la professionalità, alla grande massa del lavoro in fabbrica, fuori della fabbrica, sul terreno metropolitano e multinazionale, – l’intera pianificazione capitalistica del mercato del lavoro funziona per la determinazione del comando secondo lo schema della divisione professionale. Riparametrazione e blocco del salario (come base per superminimi e pratiche padronali del salario: secondo la linea Eur il salario è una variabile indipendente del comando capitalistico) funzionano in questo senso. Il secondo obiettivo contrattuale del padrone è quello della mobilità più superata. Sotto il IV livello c’è forza lavoro sociale. Questo riconoscimento va utilizzato. La cooperazione sociale allargata va organizzata come mobilità, dal comando, per il comando. Mobilità aziendale, infraziendale, settoriale, infrasettoriale, regionale, metropolitana, nazionale, multinazionale: non di un esercito di riserva (che deve comunque pagare) ma di un esercito mobile, adatto per i suoi blitz ha bisogno oggi il capitale. A fianco della forza lavoro professionalizzata e corporativizzata (assunta perciò nella gerarchia immediata del comando produttivo) il capitale vuole una grande massa, un’enorme massa di forza-lavoro mobile, disponibile, comandabile. Mobilità contrattuale come possibilità di mobilitazione continua per la guerra del profitto. Questa mobilitazione è insieme spaziale e temporale. Il padrone ed il suo Stato e i suoi sindacati prevedono una organizzazione mobile lungo tutta la giornata lavorativa e sull’intera dimensione spaziale dell’accumulazione. Lavoro straordinario accanto a lavoro decentrato, terzo turno accanto a lavoro nero. Il soggetto proletario nuovo deve essere organizzato nell’esclusivo comando di capitale. La tensione del rifiuto del lavoro e dell’autovalorizzazione proletaria deve essere controllata, sussunta, raccolta nel comando. Questi sono i termini del contratto: una nuova organizzazione della forza lavoro (del mercato del lavoro) dentro la nuova divisione internazionale del lavoro, per l’esaltazione della mobilità spaziale e temporale della forza-lavoro, sotto il comando degli strati professionalizzati e corporativizzati secondo linee oggettive di ristrutturazione tecnologica. A questi due obiettivi contrattuali se ne aggiunge uno, fondamentale, politico: questi contratti debbono affermare istituzionalmente il “patto sociale”, l’accordo di piano e politico su tutte le dimensioni della produzione e della riproduzione sociali. Contratti e piano Pandolfi, contratti e piano triennale, contratti e ristrutturazione dell’amministrazione, contratti e definitivo riconoscimento delle funzioni istituzionali del sindacato corporativo e professionale, sono la stessa cosa. Il sindacato ha accettato.
5. LA FUNZIONE DEI CONTRATTI PER LA RIORGANIZZAZIONE AUTORITARIA DELLO STATO Il nesso coerente che stringe il contratto con la proposta di riorganizzazione amministrativa dello Stato mostra ancora una volta quale sia il terreno sul quale i padroni portano oggi il problema della produttività: il terreno dell’accumulazione sociale; il terreno politico, il terreno del comando. L’intera società deve essere organizzata secondo modelli di comando di fabbrica: che vuol dire, da un lato la grande massa degli esecutori sfruttati – ma nello stesso tempo unici produttori sociali – dall’altro le organizzazioni corporate della raccolta delle informazioni e della trasmissione del comando, assieme ai corpi speciali di repressione e di rappresentanza. Il problema dei padroni è quello di rendere omogeneo il regime di fabbrica e quello dell’organizzazione sociale e questi contratti 1979 sono uno dei momenti sui quali si punta per costituire questa omogeneità. Non è questo il luogo per approfondire questa tematica: val solo la pena di sottolineare due conseguenze che l’organizzazione operaia sa trarre, e cioè: a) il fatto che sempre di più l’operaio massificato dell’industria si trova a lato come alleato organico non solo il lavoratore sociale diffuso ma anche tutta la massa degli operai dei servizi, della riproduzione, ecc.;
b) il fatto che sempre di più il terreno di ricomposizione del lavoro operaio in generale è quello sociale, è quello territoriale, dove la somma degli strati di classe compie un salto qualitativo verso un’unità politica estremamente alta e forte.
6. STRUMENTI DI ORGANIZZAZIONE PER IL CONTROPOTERE La cosiddetta “opposizione operaia” non ha capito un cazzo di tutto questo. In realtà si attribuisce il nome di opposizione operaia ma è semplicemente “opposizione sindacale”. Essa s’è sempre mossa sulla semplice estremizzazione delle rivendicazioni: per creare appunto una sinistra dove c’è una destra, una linea Eur 2 davanti ad una linea Eur 1. L’opposizione sindacale è un fatto burocratico, del tutto interno alla dialettica che normalmente fa vivere l’istituzione. Ma se un tempo, quando la capacità capitalistica di controllo non s’era mobilitata al punto in cui lo è oggi, l’estremismo rivendicazionista poteva avere ancora un senso di rottura, oggi non è più il caso. L’irrigidimento della struttura centrale del potere non lascia alcuno spazio alle alternative istituzionali: comunque l’alternativa istituzionale non corrisponde in alcun senso alla spinta ricompositiva di classe, alle urgenze dell’operaio sociale. Quando è onesta e conseguente l’opposizione sindacale rinvia all’opposizione parlamentare: dieci anni per crearla, – se va bene. Così come è stata ruffiana l’organizzazione attuale del controllo (ideologizzazione, feticismo dei delegati) nella fabbrica, così la sinistra sindacale, L’opposizione sindacale è ora complice di un ulteriore passaggio truffaldino nell’organizzazione del consenso; prova a spingere gli operai dal livello della lotta di fabbrica, dalla difesa degli interessi immediati e veri, dal tentativo di ricomposizione con la forza sociale del lavoro produttivo, a nuove esperienze di mediazione parlamentare, di delega, di soluzione democraticistica dei loro conflitti. Il gran rumore che è stato fatto attorno alle ultime elezioni dei consigli è caratteristico: riabituare i quadri dell’avanguardia di fabbrica, del potere operaio, a votare, per buttarli nelle braccia di Pannella e Boato. È un disegno lurido, – degno di Scalfari e Craxi. Basta con questa sporcizia, basta con queste truffe da quattro soldi! La vera opposizione operaia è quella autonoma, fondata sull’opposizione ad ogni genere di delega – tanto più se è quella parlamentare per individui e politicanti della “nuova sinistra”. Occorre puntare l’inchiesta, l’agitazione, l’iniziativa militante contro ogni tentativo di riorganizzazione operaia posto in termini di contropiattaforma. L’unico nostro problema è creare contropotere, è esprimere bisogni e lotte operaie, riarticolarle sull’intera base del lavoro produttivo, organizzare momenti unitari (attorno alla fabbrica così come sul territorio) di espressione ricomposta dell’operaio sociale. I comitati di reparto nella fabbrica e i collettivi territoriali possono e debbono marciare assieme sul terreno di un’alternativa diffusa e continua, nello spazio e nel tempo, di contropotere. Molti punti di rottura vanno creati, costruiti, sviluppati, nella prospettiva della loro unificazione strategica. Ma questa unificazione non può essere una contropiattaforma, 38 ore piuttosto di 40! È ridicolo! Questa unificazione è il programma strategico dello sviluppo della lotta rivoluzionaria in Italia.
7. PROGRAMMA DI LOTTA NELLA FABBRICA E NELLA SOCIETÀ Possiamo cominciare a riassumere il programma di lotta nella fabbrica come indicazione di lotta nel medio periodo. Si tratta di lavorare a fondo per la ricomposizione della forza dell’operaio sociale, per la definizione del suo progetto politico generale. È necessario quindi:
A) da un punto di vista polemico, di lotta e di demistificazione, battere tutte le posizioni che, come l’opposizione sindacale, tentano di tirare la lotta dentro piattaforme o contropiattaforme, oppure, come è avvenuto in certi settori della lotta autonoma (ospedalieri), tentano di recintare interessi settoriali senza la capacità di trasformarli in leve per la lotta generale.
B) da un punto di vista positivo, di lotta e di proposta, è necessario puntare a momenti di ricomposizione organizzativa dell’operaio sociale. Prima di tutto in fabbrica. Qui gli obiettivi abbondano, ma vanno sempre considerati in termini di forza: obiettivi contro la gerarchia, obiettivi materiali impiantati sulla immediatezza dei bisogni operai; termini di forza che vanno riportati sempre alla continuità del progetto organizzativo e di potere. In proposito va fortemente sottolineata la necessità di riconquistare spazi politici di dibattito, autonomi, e la necessità di coordinare le azioni di reparto in forma pubblica e sempre più generale. Obiettivi e spazi costituiscono la sintesi del contropotere in fabbrica, inteso oggi insieme a contrastare il definitivo stabilizzarsi di contratto sindacale e ristrutturazione padronale, e a mettere in movimento strutture organizzative, adeguate, continue, radicate. Ma l’iniziativa non può essere chiusa nella fabbrica. È la stessa lotta di fabbrica che porta verso la lotta esterna. Il terreno dell’unità operaia deve stendersi dentro e fuori la fabbrica. Il problema dell’occupazione (non della disoccupazione quanto del lavoro produttivo sociale, non garantito, ecc.), il problema dei prezzi, sia delle merci che dei servizi, e quindi le politiche restrittive della spesa pubblica, – tutti questi obiettivi visti in termini di destrutturazione ed appropriazione debbono costituire il tramite del passaggio dalla fabbrica al territorio, e viceversa. Mai come oggi il progetto capitalistico di dominio sul lavoro produttivo sociale s’è presentato con tanta coerenza: la divisione attorno al III livello in fabbrica è corrispettivo della mobilità selvaggia e non garantita della forza lavoro nel territorio, lo svuotamento del salario è corrispettivo della politica di restringimento o di strozzamento della spesa pubblica, l’inflazione è il corrispettivo dell’emarginazione politica di larghi strati proletari. Il tutto è attraversato dalla struttura istituzionale che vede all’opera Stato, padroni e sindacati in maniera del tutto coerente. Struttura definitiva ed irreversibile, elemento proprio della forma dello Stato. Rompere tutto questo attraverso l’unità del fronte ricomposto di classe è il nostro scopo. Uno scopo strategico, – fondare l’unità comunista di tutto il lavoro salariato, di tutto il lavoro produttivo sociale per permettere la liberazione ed una riorganizzazione sociale adeguata alla forza produttiva del lavoro associato; uno scopo strategico che oggi si tratta di provare con grande intensità sullo snodo tattico che i contratti e il consolidamento della nuova forma Stato producono. Attorno a questo passaggio misuriamo la possibilità di tenere aperta la via rivoluzionaria in Italia.
8. DIMENSIONE INTERNAZIONALE DELLA LOTTA IN CORSO: CONTRO LO SME Lo scontro che ci proponiamo è uno scontro di potere. La strategia della ristrutturazione italiana è guidata dalle multinazionali ed ha la sua prima e fondamentale collocazione operativa nel quadro dello SME. SME significa livelli di produttività legati alle dimensioni dello sfruttamento in Europa, significa quantità di ristrutturazione produttiva e di reazione politica commisurati al grado di dominio del più retrivo capitale internazionale (quello franco-tedesco). SME significa comando diretto, amministrativo, del grande capitale mondiale su tutte le dimensioni del rapporto di classe. Attaccare sui contratti (che evidentemente costituiscono un semplice innesco) ed in generale difendere e promuovere i livelli di autovalorizzazione del proletariato italiano significa rompere con lo SME. Significa rompere con l’Europa dei padroni. Noi siamo comunisti, quindi internazionalisti per principio, siamo anche europeisti nella misura nella quale come operai ci riconosciamo fratelli di tutti i lavoratori bianchi e neri dell’Europa: ma l’Europa dei padroni è la più schifosa realtà che il capitale abbia prodotto. Solo il PCI e Pannella potevano accettarla. In un’epoca in cui il mondo sta cambiando, in cui l’eroica lotta dei popoli sfruttati ha distrutto Yalta e l’assetto da questa data al mondo, in quest’epoca noi rifiutiamo il ricatto del padrone europeo. Rompere sui contratti, mantenere il livello di autovalorizzazione del proletariato italiano, distruggere l’illusione di un nuovo livello di equilibrio riformistico e livello europeo, è rompere con lo SME. È assumere, dentro la fase dei contratti – in prima linea – una nuova linea internazionalistica ed un nuovo progetto rivoluzionario di potere. Il contrattualismo non è finito solo nelle fabbriche. È finito in ogni aspetto della vita operaia. Organizzazione, contropotere, comunismo sono le nostre parole d’ordine e la nostra tenera speranza.
Nulla da dire: Cacciari ci prende. Nell’ ”opuscolo marxista” (n. 25, ora pubblicato da Feltrinelli: Dialettica e critica del politico. Saggio su Hegel) egli riassume nel modo migliore un equilibrato e centrato giudizio sulla filosofia dello Stato di Hegel. Un filone storiografico e critico, da Rosenzweig a Bodei, aveva detto le stesse cose, con minore enfasi ma con altrettanto rigore: “Il metodo hegeliano nell’affrontare l’arcano (dello Stato) è radicale. Non soltanto egli non risponde al problema riducendo immediatamente la contraddizione ad uno dei suoi termini, ma afferma che entrambi i momenti devono esistere nel pieno della loro forza, vanno sviluppati radicalmente”, (p. 16) Lo Stato hegeliano dunque non nega ma contiene il negativo, non è il superamento ma è il momento di produzione del superamento. La vicenda teorica dello Stato hegeliano è una continua premessa della sua determinazione storica: l’arcano dello Stato è la sua effettuale trasformabilità. La trasformabilità dello Stato ne rappresenta la legittimazione. Certo: la figura dello Stato hegeliano è figura strettamente ricavata sullo sviluppo della rivoluzione borghese. “In altri termini: il problema riguarda il rapporto tra forma specifica della “rivoluzione” borghese del rapporto sociale e la sua (possibile) forma-Stato, la trans-formazione della “rivoluzione” del rapporto sociale in Stato, del potere del soggetto emergente da tale “rivoluzione”, nella sua inalienabile e irreversibile libertà, in organismo normativo, istituzionale. Questa trans-formazione deve fondarsi sulla natura specifica di quel potere – cioè, la forma-Stato moderna deve legittimarsi sul fondamento della natura specifica della rivoluzione borghese: la forma di tale rivoluzione intende la forma-Stato, la Auf-hebung del soggetto la produce” (ivi, pag. 27). L’analisi di Cacciari va bene a fondo su questo tema. La reimmissione del negativo nella definizione del pensiero filosofico hegeliano sullo Stato costituisce il punto felice dell’analisi. Probabilmente sarebbe stato più utile a dimostrarlo la ripresa degli scritti di Hegel sul Reformbill del 1831, oppure di altri scritti più maturi, laddove la figura del negativo e della sua costituzionalizzazione è assolutamente chiara. Mentre invece il richiamo che fa Cacciari alla tematica del Pòbel (plebe, popolaccio) sembra risentire da un lato della fantasia interpretativa che è tipica dell’autore, dall’altro di una forse inconsapevole ma chiara ascendenza crociana (Pòbel come Lebendigkeit, ossia vitalità, ossia espressione elementare dell’economico nella dialettica dei distinti – pag. 47). Hegel dunque non è un reazionario. Le interpretazioni della destra, così come quelle della sinistra, sono interpretazioni parziali e fondamentalmente errate. Lo Stato in Hegel è un ente costituzionale, è la negazione del classico, dell’omogeneo, del contiguo. Il suo Stato è la possibilità di contenimento dei rapporti sociali contradditori, eppure anche la possibilità di superamento della alienazione. L’ ”Hegel politico” è il grande esperimento di questa possibilità: lo Stato sì produce come separato, come Autonomia – ma tale Autonomia è produzione del soggetto come fondamento, del soggetto come sostanza. Il soggetto, compreso razionalmente come fondamento, produce la forma autonoma dello Stato. Politico è appunto questo operare del soggetto – operare sui generis: politico è la dimensione del produrre il separato, l’autonomo, come produrre, ex primere, la propria soggettività in quanto sostanzialità. In tale dimensione il movimento della alienazione si trasforma in movimento di affermazione del soggetto, di liberazione-riconoscimento del fondamento del soggetto” (pag. 73). È interessante questa lettura. A parte la sua correttezza filologica sorge un primo problema: come nasce questo testo nell’esperienza dell’autore? Nasce, secondo me, dalla crisi del metodo di Krisis. Nella sua esasperazione ideologica quel metodo non poteva tenere: andava fondato o sul soggetto proletario o, con realismo (?), sulla società, su quella società che si fa Stato. Cacciari lo riconosce: il pensiero negativo ha considerato Hegel un “pazzo per lo Stato” ed ha negato la possibilità di un Politico dialettico. Il pensiero negativo ha condotto la dialettica verso il rovesciamento, l’antagonismo e il dislocamento. Nei confronti dello Stato tutto ciò non può essere detto. Più equilibrato di Nietzsche, Hegel ha trattenuto la contraddizione nella trasformazione. La ragionevole ideologia di Cacciari sa ora piegarsi a questo riconoscimento. Dopo aver rivoltato il metodo della Krisis contro il soggetto, dopo averne fatto un mezzo per la negazione del soggetto anziché (come dovuto) per la sua esaltazione proletaria, l’ideologia ragionevole rifonda sistematicamente il quadro della totalità: la dialettica ritorna ad essere circolare e teleologica. Esattamente come in Proudhon: la trasformabilità è la verità della dialettica. Il paradosso che segue sarebbe rigoroso se non fosse comico: chi parla di distruzione dello Stato cadrebbe nella “miseria” del marxismo. Ogni affermazione di una dialettica che si svolge verso l’antagonismo farebbe parte di un discorso organicistico-statolatra! Così la pensa Cacciari il quale, apprestandosi a votare il piano Pandolfi, ritiene che Agnoli, Offe, e O’Connor siano statolatri (p. 54). Cosa indecente è piuttosto starnazzare a comando dì Bobbio e simili: finché c’è conflitto c’è lo Stato, lo Stato c’è finché c’è conflitto, rendiamo costituzionali l’uno e l’altro, garantiamone la consistenza e la permanenza. Se poi c’è un “resto di negativo dialetticamente insuperato” e se il superamento “non può comprendere questo risultato del sistema dei bisogni”, bene, non bisogna ideologizzare: basta la polizia (“che Hegel intende evidentemente come forma di governo nella società civile, non come semplice organismo di applicazione repressiva della legge”, pag. 37). Esattamente la stessa interpretazione di un grande allievo di Hegel, Lorenz von Stein, che, prima di trasformare la Polizeiwissenschaft settecentesca e di fondare la moderna scienza dell’amministrazione, fece per anni il suo noviziato come infiltrato della polizia prussiana a Parigi, nel “negativo dialetticamente insuperato”, cioè nel gruppo di Marx e dei suoi compagni. A chi giova? Ridiscendiamo da. queste sublimi altezze alla miseria del dibattito culturale interno al PCI e, rimescolando i fondi del caffè, facciamo qualche congettura. A me, questo proHegel, questo anti-Nietzsche sembra solamente un anti-Tronti. «Hegel dispiega le ragioni alle quali deve sottostare la razionalità dello Stato contemporaneo, dello Stato della società borghese in quanto epocalmente distinta dalla civil society degli inizi della filosofia borghese della storia”. Come “si chiude” questa dimostrazione? Come può “chiudersi”? Come legittimare la violenza dello Stato contemporaneo “de-sacralizzato”? “de-teologizzato”? Come assumerne dialetticamente le divisioni di lavoro e di classe? Come superarne il nihilismo e proporne come Valore la struttura organizzativa? Come intenderne la necessaria autonomia e, insieme, il suo essere produzione della dialettica dell’autocoscienza nella libertà? È sullo sfondo di queste domande che ha luogo il confronto del “pensiero negativo” con Hegel. E sono queste domande a venire sempre dimenticate allorché si camuffa Hegel da semplice Realpolitiker, o da mero compimento della linea Machiavelli-Hobbes in nome di equivoci primati del Politico» (sovracoperta p. 4). Cacciari attacca dunque “l’autonomia del politico”, ridiscende da Marx a Hegel per affermare la dialettica fra società civile e Stato, nega il sublime. Personalmente non ho avuto mai nessun affetto per l’ ”autonomia del politico” e le sue teorie, dovrebbe quindi farmi piacere questa démarche di Cacciari: e invece no, è solo una regressione, quasi gramsciana. L’ ”autonomia del politico” di Tronti è un salto irrealistico in avanti, è il cinismo leninista riproposto, è l’illusione di un uso dello Stato per la classe operaia, ma è anche una formidabile applicazione, parziale quanto si vuole ma rigorosa, della dialettica del negativo, è in buona sostanza il rifiuto di ogni metodologia hegeliana o riformistica. Se tutto ciò è pericoloso e irrealistico, non è certo meno importante: effetti miserabili discendevano dall’offerta che la teoria faceva di se stessa all’uso del PCI! Ma nessun punto di vista operaio e marxista può escludere dal proprio orizzonte la radicale discontinuità di quel progetto, né nella forma dell’autonomia del politico, né nella forma della metodologia di Krisis. In ciò consisteva l’importanza dell’ipotesi di Tronti: un’ipotesi da attaccare politicamente ma da assumere teoricamente nel dibattito. L’Hegel falso di Tronti è perciò infinitamente più interessante dell’Hegel vero di Cacciari: qui il cortocircuito è totale e la mistificazione assoluta. * * * Chissà perchè (probabilmente solo la contemporaneità della lettura), ma si sembra interessante inserire qui qualche nota su Simon Nora/Alain Minc, L’informatisation de la Societé (La Documentation Francaise, Paris, 1978). Certo, scendiamo dalle banalità del pensiero nietzscheano agli abissi di quello di Woody Alien: comunque si tratta di un rapporto presentato a Giscard d’Estaing da “due illustri direttori generali delle Finanze” ed è un libro talmente ricco di sollecitazioni che difficilmente puoi trascurare, una volta che ti sia caduto fra le mani. Da Marx a Hegel, inclusione della negatività e trasformabilità dello Stato: questi signori ci pensano in concreto. Quali sono le conseguenze che comporta l’informatica nella sua generale applicazione alla gestione dello Stato e della società? Lo spirito si fa velocemente reale, macchina addirittura, tanto velocemente che siamo ormai in grado di misurare la compatibilità dei progetti delle varie parti sociali e di approssimarne la considerazione in tempo reale. La flessibilità del controllo sistematico diviene la legge risolutiva di ogni antagonismo potenziale; l’unità dello sviluppo sociale è garanzia della sua articolazione. L’applicazione dell’informatica al controllo sociale attraverso il suo innesto sui circuiti di telecomunicazione, la formazione perciò di un orizzonte telematico, può permettere, secondo gli autori, di rispondere alla serie di problemi e di rischi che risorgono attorno ai tre grandi complessi (per dirla con Nora ma già con Offe) dell’equilibrio economico, del consenso sociale e dell’indipendenza nazionale. Ma basta con l’apologia: d’altra parte è anche quello che fa Nora. Il suo problema non è quello di costruire una nuova utopia della automazione sociale ma piuttosto quello di analizzare i progressi dell’automazione sociale in termini politici. Il suo problema è da un lato quello di fornire indicazioni perché lo Stato francese possa attrezzarsi di strumenti telematici e di satelliti, per poterne difendere l’indipendenza contro le multinazionali (ingenuo quanto generoso progetto da nuovo filosofo!), dall’altro quello di garantire un quadro dentro il quale il sistema dei poteri di una società cosiddetta democratica possa mantenersi. Vale a dire che il sistema informatico deve essere controllato dallo Stato ed essere messo in grado di determinare dal suo interno organizzazione, gerarchia, dipendenze ed esclusioni. Il sistema informatico diviene la chiave del controllo della riproduzione della società. Diviene dunque una delle forme fondamentali nelle quali si sviluppa il comando dello Stato, non come mera repressione, anzi, come possibilità elastica di contenere il negativo, di promuovere gli equilibri in forma adeguata al contenimento delle rotture, ecc. Nascono in propositi alcuni importanti problemi. Il primo riguarda la natura produttiva dell’attività informatica. Negli Annéxes del volume di Nora (si tratta di quattro volumi curati dall’Administration francese) il problema della valutazione quantitativa degli effetti dell’informatica sugli equilibri macroeconomici viene largamente documentato, con riferimento ad alcuni importanti contributi giapponesi ed americani, ma sostanzialmente lasciato cadere. Non così avviene attorno al secondo problema: che è quello, fondamentale, del rapporto fra modificazioni del sistema di governo dell’economia e della società e composizione della classe proletaria. Qui l’ideologia si fa, riesce a farsi macchina statale, effettiva capacità di prefigurazione. Ora comprendiamo anche perché il primo problema sia stato fatto cadere: perchè l’efficacia economica è qui completamente subordinata all’efficacia politica, – e cioè alla capacità che il controllo informatico offre di disintegrare i grandi poli di classe delle società contemporanee, di costruire e controllare una società multipolare, con un’infinità di conflitti decentrati, disarticolati, ecc. L’ideologia si fa dunque direttamente macchina statale, strategia di divisione e di riassunzione controllata e funzionale dei conflitti. Nora lamenta che la coscienza statale non sia ancora proceduta sino a questo livello di maturità. La dialettica non è ancora entrata nella testona di quei burocrati repubblicani! Presto tuttavia ci entrerà: in Francia come in Italia, anche se da noi la legge 675 (sull’informatica) fa un povero effetto dinanzi al piano Nora. Ma non è che un inizio, si può ben sperare: lasciate fare a Cacciari. In terzo luogo, tuttavia, va considerato un problema non del tutto secondario: ed è il fatto che l’informatica funziona sull’informazione, che la gestione prefigurativa dell’equilibrio deve comunque, a valle, scontrarsi con il disequilibrio. È ben vero che a questo proposito il modo di produzione capitalistico, avviandosi ad entrare nella fase informatica, ha tentato di organizzare il processo lavorativo in maniera adeguata: inserendo nella fabbrica gli agenti dell’informazione a tutti i livelli della catena di produzione, utilizzando le mediazioni politiche degli operai per farne punti di spionaggio (attraverso la collaborazione del sindacato); disarticolando, d’altra parte, la produzione e diffondendola fuori dalla fabbrica in modo da poterla – esso solo, il capitale – ricomporre e mettendo in atto un sistema politico di informazione di territorio del tutto irrigidito nella sua funzionalità politica. Ma questo è solo un aspetto del problema. Nora sa qui, ed è preoccupato, quello che tutti gli hegeliani, alla Cacciari, ormai sanno (e non mostrano di esserne sufficientemente preoccupati): la potenza del negativo. Nora esplicitamente dichiara che l’automazione e la regolazione dei conflitti possono funzionare solo quando i soggetti siano stati materialmente, praticamente coinvolti nel progetto. L’automazione informatica è la democrazia partecipativa, la democrazia socialista di un processo produttivo completamente socializzato (alla Habermas, completamente pubblicizzato). Ironia del riconoscimento del negativo! Ma chi garantisce che gli indicatori indichino? chi garantisce (scusate le virgolette) “la rappresentanza” degli indici? Certo, il sogno degli informatici è quello di un’informazione globale e partecipata. Ma l’informazione globale subisce la vicenda paradossale dei geografi di Borges: “… In quell’Impero, l’Arte della Cartografia giunse a una tale Perfezione che la Mappa di una sola Provincia occupava tutta una Città, e la Mappa dell’Impero tutta una Provincia. Col tempo, queste Mappe smisurate non bastarono più. I Collegi dei Cartografi fecero una Mappa dell’Impero che aveva l’Immensità dell’Impero e coincideva perfettamente con esso. Ma le Generazioni Seguenti, meno portate allo Studio della Cartografia, pensarono che questa Mappa enorme era inutile e non senza Empietà la abbandonarono alle Inclemenze del Sole e degli Inverni. Nei Deserti dell’Ovest sopravvivono lacerate Rovine della Mappa, abitate da Animali e Medichi; in tutto il Paese non c’è altra Reliquia delle Discipline Geografiche”. Prosa questa, invero, degna della critica aristotelica dell’enumerazione e dello scettico realismo della asimoviana fondazione Seldon! L’informazione globale è appunto un sogno. Tanto più lo è quando i livelli di composizione della classe, lungi dall’essere flessibili e disponibili alla mediazione informatica, sono rigidi, piantati su momenti di autovalorizzazione, disarticolati in estensione ma resistenti e ricchi in intensità. Capitalizzare, per via informatica, questa microfisica del potere proletario è forse possibile, certo non è un’operazione di dominio che passerà facilmente a questo livello della composizione di classe. Come sempre il problema è quello della composizione di classe e della sua analisi: questo è infatti il negativo. Che la società si faccia Stato, lo si può bensì auspicare sulla falsariga di Hegel, oppure lo si può tentare sulla base della strumentazione automatica. In realtà ci si trova poi davanti alla testarda risposta di classe, all’emersione di soggettività tanto antagonistiche da ridicolizzare sia gli auspici che i tentativi. Questa composizione di classe, questa che ci sta davanti. Si può provare a dividerla, a diluirla sul territorio, a separarla: ma il capitale può fare questo solo organizzando la società. Ogni tentativo effettivo di disorganizzazione del proletariato è quindi comunque un tramite, un potenziale nuovo livello di ricomposizione. La rigidità materiale della composizione di classe è in ciò decisiva: ma non è semplicemente un livello di resistenza, è anche un livello di autovalorizzazione, di autonomo sviluppo di bisogni e di comportamenti proletari. Questa composizione di classe (resistenza ed autovalorizzazione) è venuta formandosi in maniera originale negli anni successivi alla seconda grande guerra imperialista e nel ’68 ha avuto un primo momento di autoriconoscimento. Non si capisce nulla della lotta di classe, se non si tengono presenti queste sue qualità, queste sue determinazioni e questi suoi punti complessivi di sviluppo. Siamo nel 1978, decennale del ’68. Di libri, ricordi, valutazioni ecc. ne sono usciti un’infinità. Non voglio certo dare un giudizio complessivo su questa produzione libraria. Mi interessano poche cose di quelle uscite, fra le mani ho due libri di due militanti, non solo del ’68 ma della lotta di classe. Régis Debray, Modeste contribution aux discours et cérémonies officielles du dixième anniversaire, Maspero, Parigi, 1978; Guido Viale, Il sessantotto tra rivoluzione e restaurazione, Mazzotta, Milano, 1978. Sono due bei libri, i ragazzi sanno scrivere. Ma l’uno e l’altro non capiscono nulla del problema che ci interessa: quello della continuità e della maturazione della lotta di classe attraverso il ’68, quello della novità che, nella continuità della lotta, il ’68 rappresenta. Per Debray il gioco è facile. Il ’68 rappresenta per lui semplicemente un momento di rottura della forza operaia, della resistenza operaia. Il ’68 è un’iniziativa del capitale. Traduciamo alcune pagine – pagine comunque degne di discussione – rinviando per il resto a quella che speriamo sia presto la traduzione del volume. […]
Da «Magazzino», n. 2, Maggio 1979
AUTONOMIA O GHETTO?
Di nuovo, ricorrente, la crisi. Compagni sballati, nuovo ciclo generazionale di ricerca della felicità, che decolla proprio quando il precedente ciclo (quello iniziato nel ’68) giunge alla sua estrema unzione. Bastano dieci anni per trascorrere, come vogliono i nuovi macondini, dai vizi dei Lumpen a quelli dei ricchi, vizi, come ricorda Marx, del tutto paralleli e corrispondenti. Così decidono le mode. Di cui siamo parte. Ma siamo parte anche di quello che avviene più a fondo, di una realtà in movimento che la moda non basta a rendere incoerente. La moda segue l’auspicio del nemico di classe: “ci sono due società”, suona: ergo ci devono essere “due” società”. L’analisi scientifica combatte l’auspicio ed il bisogno del nemico: ci sono due società, quella degli sfruttati e quella degli sfruttatori, ci deve essere una sola società, della libertà e del comunismo. L’apparire del nuovo soggetto proletario, nella dialettica che sempre configura la composizione della classe, nell’antagonismo fra nuova forma della cooperazione sociale (forma ricchissima di bisogni radicali e di bisogni politici) e nuovo modo di produzione multinazionale (organizzato di conseguenza dallo Stato per capitalizzare proprio questa microfisica proletaria, del potere), l’apparire del nuovo soggetto proletario è dunque il nodo della contraddizione. Autonomia o ghetto? Come sempre i rapporti di forza partecipano della definizione. Laddove, da parte proletaria, la forza è debole e da parte padronale è invece robusta, ivi la teoria dell’autonomia si presenta come teoria della sconfitta, come teoria del ghetto. Diversamente, laddove i rapporti di forza sono diversi o rovesciati: 1′“altro” movimento riassorbe qui nella propria tensione autonoma anche il ghetto e ne fa la base della propria iniziativa, il santuario inattaccabile da cui muove la guerriglia. In ogni caso, comunque, l’antagonismo è dato in maniera reale, come presupposto: e questo costituisce novità e specificità del nostro tempo. Sono apparsi in Germania due volumetti. Il primo è Autonomia oder Getto? Kontroversen uberdie Alternativbewegung (Autonomia o Ghetto? Controversie sul movimento alternativo): vi hanno contribuito una serie di compagni che hanno vissuto l’esperienza del movimento tedesco in questo decennio (Peter Brückner, Daniel Cohn-Bendit, Thomas Schmid e altri) (Verlag Neue Kritik, Frankfurt, 1978). Il secondo è Zwei Kulturen? Tunix, Mescolero und die Folgen (Verlag Aesthetik und Kommunikation, Berlin, 1978), in cui alla traduzione dei saggi di Asor Rosa e Umberto Eco sulle “due società”, si accompagnano interventi di militanti tedeschi fra i quali risultano quelli di Johannes Agnoli e ancora di Thomas Schmid. In entrambi i volumetti il problema è quello posto più sopra, naturalmente confrontato alla vicenda nel movimento tedesco. Brückner va subito al centro del dibattito identificando immediatamente il concetto di autonomia all’interno della modificazione della composizione di classe e alla sua qualificazione in termini di specifici interessi rivoluzionari. Nell’omogeneizzazione socio-culturale del proletariato (prodotto e termine della socializzazione capitalistica) si radicano alternative che hanno in primo luogo, dal punto di vista ideologico, il comunismo come contenuto – mentre la forma della espressione consiste nella critica della figura tradizionale dell’organizzazione produttiva e delle sue superfetazioni politiche (il partito in primo luogo); in secondo luogo, storicamente, questi movimenti alternativi articolano la resistenza all’integrazione con l’identificazione e lo sviluppo di forme di indipendenza culturale e di contropotere politico. Nulla da aggiungere a questa prima definizione. Anche Johannes Agnoli, su un piano descrittivo e con l’occhio rivolto all’Italia, la conferma con esempi ed argomentazioni polemiche (fra queste, molto divertente, un richiamo ad un articolo di certo Piccirillo in La civiltà cattolica, n. 19, 1868, serie VII, voi. 2, pp. 384 sgg., dove, a fronte del primo grande sciopero di Bologna – 1868 appunto – l’autorevole organo gesuita teorizza le “due società” esattamente come fatto da Asor). (Per altro verso, per quanto riguarda la borghesia francese e la teoria delle “due società” vedi la documentazione e l’indicazione del continuo riapparire, nella sua storia, di questo sporco ritornello: Jean Paul de Gaudemar, La Mobilisation General, Rapport final de Récherche, effectuée pour la Mission de la Recherche Urbaine, Faculté de Sciences Economique, CERS, Université d’Aix-Marseille II, giugno 1978, dove appunto la teoria delle due società è vista come contraltare ideologico delle diverse forme di mobilità del lavoro imposte dall’accumulazione capitalistica). È chiaro tuttavia che il problema non è quello dell’identificazione sociologica e/o economica della funzione della teoria delle “due società”. Se il Capitale è un rapporto, niente di più facile che il ceto capitalista lo senta come rapporto scisso; se il capitale è un rapporto proporzionato in continua ristrutturazione, il ceto capitalista dove continuamente forgiare la proporzione del rapporto attraverso sussunzioni e/o esclusioni. La cultura, come le salmerie, seguirà. Problema non sono dunque le due culture, la loro eventuale esistenza e la loro vicenda lunga o evanescente: il problema che nasce è solo quello dell’egemonia, meglio – fuori dalle fumisterie del concetto “egemonia” – quello del comando. Chi comanda chi? Le culture, in generale, sono sempre state degli utensili della classe dominante. Possono divenire una forza della classe proletaria? L’analisi sociologica diviene solo a questo punto interessante, quando cioè scopre la potenzialità del comando svilupparsi, attraverso e contro lo sviluppo capitalistico, dalla parte della classe operaia e proletaria. Le varianti, in proposito, possono essere molte. Negli scritti di Thomas Schmid, ad esempio, compresi in questi due volumetti, la situazione dell’autonomia tedesca è ripresa in esame con molto realismo: il paradosso qui rivelato è quello di una effettiva autonomizzazione della vita proletaria che è tuttavia dominata da un continuo fuoco di sbarramento del capitale, non tanto – quindi ridotta ad essere funzione di questo (che la sua consistenza non lo permette già più) quanto giocata come elemento puramente culturale, spinta verso la palude, verso la grande zuppa dei mass media e delle mode. Il più indiscriminato “pluralismo” – tra fumo e libertà individuale – domina il quadro vieppiù interiorizzato del movimento. Omologhe sono la pressione capitalistica e la coscienza di parte del movimento. Castrato. L’intervento di Dany Cohn-Bendit, con tutta la sua pregnanza rappresentativa del movimento e con tutta l’ambiguità ivi registrata, conferma la pesantezza dell’attacco di Thomas Schmid: si direbbe che Dany commenti a sua insaputa la disincantata constatazione marxiana: ad un certo livello dello sviluppo capitalistico “la prostituzione generale si presenta come una fase necessaria del carattere sociale delle disposizioni, capacità, abilità e attività personali”, – tanto più per il proletariato! Traiamo qui di passaggio due conclusioni provvisorie. Primo (sociologicamente): il problema delle due culture è semplicemente un indice dello svolgersi dei rapporti delle due classi verso una crisi definitiva. Da questo punto di vista è puramente accidentale il fatto che si parli di due culture: basterebbe solo parlare di crisi dell’attuale forma di civilizzazione capitalistica. Secondo (politicamente): il problema delle due culture, il suo stesso insorgere, indicano una tendenza vincente del movimento proletario, contro il capitale. Non si sarebbe mai ricorsi alla immagine delle due culture, da chi ne possiede una che è sempre stata egemone, se la forza proletaria non fosse emersa con tale indipendente vivacità. Naturalmente l’esito dello scontro è indeciso. Val tuttavia la pena di considerare a questo punto l’alternativa “autonomia o ghetto” come un’alternativa completamente astratta se posta in termini sociologici o culturali, valida tuttavia se la si pone in termini politici. Due ulteriori questioni, su lati, per così dire, opposti. Primo. Significa, questo nostro insistere sul concetto politico di cultura proletaria, che si nega autonomia e valore alle espressioni specificamente culturali del movimento proletario? Secondo. Significa, questo nostro sottolineare la consistenza materiale della controcultura di classe, forse sottovalutare i momenti di riflusso, di vera e propria ghettizzazione subiti talora dal movimento? Quanto al primo interrogativo mi sembra che bisogna rispondere con molto equilibrio. Insistere sulla natura e qualità politiche della cultura proletaria non significa negarne il valore intrinseco e specifico ma solo definirlo come contenuto di lotta. Il farsi della classe operaia, il suo autonomo making sono determinati da un rapporto di forze sempre più intenso quanto più lo sviluppo capitalistico procede. Taluni, che pur si muovono molto bene su questo terreno (vedi per esempio l’intervento di Vittorio Dini sulla storiografia di classe nel n. 14 di Critica del Diritto) accusano una tale definizione di strutturalismo. Il rapporto di forza, intrinseco alla definizione, negherebbe l’autenticità dell’espressione controculturale di movimento. L’uso di definizioni politiche (dialettiche, strutturali) determinerebbe effetti di rigidità tali da bloccare ogni forma di genuina originale espressione culturale del movimento, da relegare in posizione subordinata al capitale il farsi del movimento. Non credo che di ciò si tratti. Per due ragioni. Innanzitutto, una di carattere storico: la dipendenza strutturale del movimento di classe dal movimento capitalistico è tendenzialmente in via di esaurimento. Ciò è il corrispettivo della crisi della legge del valore. Ma il fatto che la valorizzazione capitalistica venga meno come elemento di qualificazione del processo non distrugge di per sé il comando di capitale e le relazioni da questo imposte. Una seconda ragione, di carattere teorico, segnala il momento del liberarsi indipendente della cultura proletaria come distruzione dell’avversario: e la distruzione è un fatto di libertà. Nessuna teoria e nessuna filosofia – se non la becera saggezza reazionaria – riusciranno mai a dimostrare l’omologabilità del gesto distruttore e dell’oggetto distrutto. (L’assunzione di questa omologia rappresenta il contenuto fascista delle teorie della “dissidenza” e della “nuova filosofia”: è comunque evidente che né le une né l’altra possono essere esclusivamente ridotte a ciò). Lo strutturalismo stesso può realmente essere distrutto solo da un atto di distruzione dell’avversario: altrimenti la struttura resta, non è un vizio teorico o un’ormai inutile machine à penser, è un fatto. Ma c’era un altro interrogativo. Ci si chiedeva se in tal modo non si sottovalutavano gli effetti di ghettizzazione, in termini perversi e indecenti. Ora, non val certo la pena di sottovalutare gli effetti di ghettizzazione che la autonoma cultura proletaria può subire. Possediamo una formidabile documentazione delle subculture, della loro forza, della loro felicità, nulla può negarlo: ma è anche vero che le subculture apparivano tanto più forti quanto più le classi erano profondamente divise. (In proposito vedi il formidabile libro M. Bakhtin “L’oeuvre de François Rabelais et la culture populaire au Moyen Age et sous la Renaissance, Gallimard, 1970). Dunque, pur data la loro ricchezza e vivacità, pure subculture restavano. Siamo in una fase analoga? Oppure addirittura in una fase di radicale immiserimento e di crescente volgarità? Le preoccupazioni dei compagni tedeschi, testimoni di uno sviluppo terroristico dello Stato e di un ripiegamento intimistico del movimento (ma solo in Germania di ciò si tratta? E la subcultura di Lotta Continua formato Deaglio-Boato dove la mettiamo? E la sifilide da “nuova filosofia” ed il disfattismo di Liberation? E il progetto, sempre su questo terreno patologico e con questi vizietti, del nuovo Tageszeitung tedesco?) – le testimonianze dunque di alcuni compagni tedeschi portano su questo. Tunix – il raduno dell’autonomia berlinese e tedesca della scorsa primavera è stato un ghetto bordellato ed infame. Come romperlo? Forse è possibile. Non dal di fuori del ghetto, non con prediche e rimbrotti. Al contrario. Riconquistando il ghetto non come rifugio di frustrazioni (borghesi?) ma come sede collettiva di bisogni e desideri proletari alternativi. Come momento di lotta e di autovalorizzazione. I moventi profondi della controcultura vanno ripresi e criticati praticamente. I proletari americani insegnano: è solo la diffusione massificata dei nuovi bisogni, il loro aderire alla vita quotidiana, il loro strapparsi all’isolamento della semplice espressione ideologica, che restituisce la politica al movimento. Non l’ideologia ma la quotidianità e la lotta tolgono l’autonomia dal ghetto e la seconda cultura dalla subalternità. È la multilateralità dell’esperienza proletaria a condurre il proletariato all’indipendenza politica. È la distruzione dell’avversario, la quotidianità dell’odio di classe e della lotta, a costituire la cultura in forza di liberazione.
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