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Autonomia operaia meridionale /​ Un volume ne ricostruisce la storia.

Autonomia operaia meridionale /​ Un volume ne ricostruisce la storia.

Fran­ce­sco Festa: «Era un un labo­ra­to­rio poli­ti­co-cul­tu­ra­le che ha dato la pos­si­bi­li­tà di spe­ra­re, imma­gi­na­re e sognare»

di Danie­le Maf­fio­ne – Trat­to da ilmon­do­di­suk - 24 Gen­na­io 2022

Da pochis­si­mi gior­ni è sta­to pub­bli­ca­to il libro: “Gli auto­no­mi – L’Autonomia ope­ra­ia meri­dio­na­le”, a cura di Anto­nio Bove e Fran­ce­sco Festa. Il volu­me, edi­to dal­la casa edi­tri­ce Deri­veAp­pro­di, è con­tras­se­gna­to dal nume­ro roma­no X, poi­ché rien­tra in una col­la­na tema­ti­ca più gene­ra­le dedi­ca­ta alla sto­ria dell’Autonomia ope­ra­ia, movi­men­to del­la sini­stra extra­par­la­men­ta­re sor­to in Ita­lia negli anni Set­tan­ta del seco­lo scorso.


Il lavo­ro di Bove e Festa docu­men­ta in modo ine­di­to e rigo­ro­so le ori­gi­ni, le lot­te e lo svi­lup­po di quest’area poli­ti­co-cul­tu­ra­le nel Mez­zo­gior­no. Tan­ti e tali sono i mate­ria­li rac­col­ti, che i due cura­to­ri han­no opta­to per la pub­bli­ca­zio­ne di una tri­lo­gia, che si con­cen­tre­rà su tre dif­fe­ren­ti ogget­ti d’indagine. La pri­ma par­te è dedi­ca­ta a Napo­li e alla sto­ria dell’autonomia pro­le­ta­ria meri­dio­na­le nel­la cit­tà più popo­lo­sa del Sud. Ne par­lia­mo con Fran­ce­sco Festa.


Cos’era l’Autonomia ope­ra­ia?
È sta­to un labo­ra­to­rio poli­ti­co-cul­tu­ra­le. Fac­cio un esem­pio per ren­de­re l’idea. Poten­za, che è la cit­tà da cui pro­ven­go, nell’immaginario comu­ne è il capo­luo­go di una regio­ne rite­nu­ta dai più una ter­ra paci­fi­ca­ta. Gra­zie al nostro lavo­ro, abbia­mo docu­men­ta­to il fat­to che negli anni ‘70 e ‘80, ben ven­ti­mi­la lot­ti abi­ta­ti­vi ven­ne­ro occu­pa­ti gra­zie alle lot­te pro­mos­se e orga­niz­za­te dall’Autonomia ope­ra­ia. Quel­le occu­pa­zio­ni costi­tui­ro­no una pro­spet­ti­va di vita per fami­glie pove­re in una ter­ra immi­se­ri­ta, che si rite­ne­va appan­nag­gio del­la Demo­cra­zia Cri­stia­na. Soprat­tut­to nel­le pro­vin­ce dell’entroterra, le cosid­det­te “ter­re dell’osso” – come le defi­nì Man­lio Ros­si Doria‑, l’Autonomia ha dato la pos­si­bi­li­tà di spe­ra­re, imma­gi­na­re, sogna­re, costrui­re e dise­gna­re tem­po libero.

Pos­sia­mo dire che è sta­to un movi­men­to di libe­ra­zio­ne?
Sicu­ra­men­te sì, se si inten­de la libe­ra­zio­ne dal pun­to di vista del lavo­ro. Quest’area ha por­ta­to avan­ti nel tem­po un rifiu­to dell’egemonia cul­tu­ra­le del cosid­det­to “fab­bri­chi­smo”, che alber­ga­va in for­ma­zio­ni del­la sini­stra rifor­mi­sta.
L’Autonomia par­la­va anche del­la pos­si­bi­li­tà di orga­niz­za­re il tem­po libe­roo il diver­ti­men­to che, in un con­te­sto di oppres­sio­ne fami­li­sta come quel­lo del Sud, era tutt’altro che scon­ta­to. Non a caso, in que­sto volu­me, figu­re­rà anche un inter­ven­to di Pep­pi­no Impa­sta­to, che descri­ve­rà l’esperienza di RadioAut.
L’Autonomia era una for­ma men­tis, una con­dot­ta, un modo di fare. Era il rifiu­to del lavo­ro come fine esi­sten­zia­le, ma anche il rifiu­to dell’egemonia capi­ta­li­sti­ca, il cui pri­mo nucleo nel Mez­zo­gior­no è infu­so nel­la fami­glia, in una men­ta­li­tà chiu­sa, con­trol­la­ta da una cap­pa demo­cri­stia­na e perbenista.


L’Autonomia al Sud fu anche il ten­ta­ti­vo di decli­na­re in un’altra for­ma la que­stio­ne meri­dio­na­le?
Fu un modo per rom­pe­re gli sche­mi pre­gres­si in cui era­no imbri­glia­ti pro­le­ta­ri, stu­den­ti, disoc­cu­pa­ti.
Quel labo­ra­to­rio di idee fu una vera e pro­pria pale­stra di lot­ta per mol­tis­si­mi gio­va­ni, che si aggre­ga­ro­no e for­ma­ro­no poli­ti­ca­men­te nei pri­mi cam­peg­gi, che furo­no occa­sio­ne di incon­tro, stu­dio, socia­li­tà, diver­ti­men­to. Lì, tan­ti ragaz­zi conob­be­ro per la pri­ma vol­ta l’attivismo poli­ti­co. L’Autonomia fu anche lot­ta alle orga­niz­za­zio­ni mafio­se. Pri­ma men­zio­na­vo l’esperienza di Pep­pi­no Impa­sta­to, ma non è l’unica. Nel nostro lavo­ro abbia­mo rico­strui­to anche l’esperienza di Afri­co – comu­ne alle por­te di Reg­gio Cala­bria- dove i mili­tan­ti auto­no­mi si arma­ro­no per com­bat­te­re le cosche mala­vi­to­se, entran­do in scon­tro non solo con la ‘ndran­ghe­ta, ma anche con la poli­zia e lo Sta­to, col­lu­so con la mafia. Quel­la fu una del­le tan­te espe­rien­ze che espres­se la dif­fe­ren­za fra il mili­ta­re nell’entroterra piut­to­sto che nei gros­si cen­tri metropolitani.


Da dove nasce l’idea di que­sto stu­dio?
È un’opera scrit­ta a quat­tro mani con Anto­nio Bove, stu­dio­so e atti­vi­sta poli­ti­co. Abbia­mo intra­pre­so que­sto per­cor­so due anni fa. Lo rimug­gi­na­va­mo da lun­go tem­po, for­se dal 2004. Pen­sa­va­mo che sareb­be sta­to uti­le rico­strui­re la sto­ria dei movi­men­ti socia­li e dei movi­men­ti di lot­ta nel Sud. Nel­la nostra men­te risuo­na­va sem­pre que­sta sor­ta di stig­ma che gra­va­va su Napo­li e il Mez­zo­gior­no, real­tà ric­che di par­te­ci­pa­zio­ne, atti­vi­smo, movi­men­ti ma su cui si era scrit­to trop­po poco, se non sot­to que­sta sem­pi­ter­na dici­tu­ra di “que­stio­ne meri­dio­na­le”. Poi, Lan­fran­co Cami­ni­ti e Ser­gio Bian­chi han­no lan­cia­to con la casa edi­tri­ce Deri­veAp­pro­di que­sta sor­ta di saga sul­la sto­ria degli Auto­no­mi in Ita­lia. Da quel momen­to in poi, ci sia­mo deter­mi­na­ti a scri­ve­re un qual­co­sa che col­mas­se quell’enorme vuo­to di nar­ra­zio­ne sull’esperienza e le pecu­lia­ri­tà dell’Autonomia nel­le nostre terre.


Com’è strut­tu­ra­to que­sto lavo­ro?
L’opera è divi­sa in tre par­ti e par­la dell’autonomia pro­le­ta­ria meri­dio­na­le. Il pri­mo volu­me si con­cen­tra su Napo­li. In aper­tu­ra, c’è un inter­ven­to di Alfon­so Latel­la, pro­ta­go­ni­sta di Voglia­mo tut­to di Nan­ni Bale­stri­ni. Dopo l’espulsione dal­la FIAT, in cui orga­niz­zò il pri­mo scio­pe­ro sen­za sin­da­ca­ti, Latel­la tor­nò nel­la sua Saler­no, man­te­nen­do uno spi­ri­to auto­no­mo e dive­nen­do pun­to di rife­ri­men­to del­le lot­te ope­ra­ie e dell’operaismo. Il libro pro­se­gue alter­nan­do rifles­sio­ni teo­ri­che e rac­con­ti, memo­rie, con­tri­bu­ti col­let­ti­vi. C’è un pez­zo scrit­to da Fran­ce­sco Caru­so, che rico­strui­sce le radi­ci del Sud Ribel­le. Poi, un bra­no di Giso Amen­do­la che ana­liz­za il rap­por­to tra svi­lup­po, sot­to­svi­lup­po e rifiu­to del lavo­ro, par­ten­do da una rifles­sio­ne sui clas­si­ci dell’operaismo sul Mez­zo­gior­no. Figu­ra­no, inol­tre, una con­ver­sa­zio­ne di Clau­dio Dio­ne­sal­vi con Fran­co Piper­no e una memo­ria di Lan­fran­co Cami­ni­ti su Pri­mi fuo­chi di guer­ri­glia, pri­mo grup­po arma­to che pose al cen­tro del­la sua ela­bo­ra­zio­ne e del­la sua pras­si com­bat­ten­te la spe­ci­fi­ci­tà meri­dio­na­le. Il con­tri­bu­to più volu­mi­no­so è com­po­sto da due sag­gi scrit­ti da me e Bove. Per quan­to riguar­da gli altri due volu­mi in usci­ta – sen­za disve­la­re trop­po – abbia­mo fat­to par­la­re le lot­te sui ter­ri­to­ri e chi gli dava l’infrastruttura organizzativa.

Quan­do ver­ran­no pub­bli­ca­te le altre par­ti dell’opera e di cosa par­le­ran­no?
Il secon­do volu­me si con­cen­tre­rà sul­la Cam­pa­nia e dovreb­be esse­re pub­bli­ca­to fra mag­gio e giu­gno. Il ter­zo epi­so­dio, inve­ce, sarà incen­tra­to sul Mez­zo­gior­no, con docu­men­ti, sto­rie e testi­mo­nian­ze rac­col­te tra Basi­li­ca­ta, Cala­bria, Puglia, Sici­lia, che, stan­do al pia­no edi­to­ria­le, dovreb­be usci­re alla fine del 2022.

Ave­te fat­to un lavo­ro enor­me…
È un’opera su cui abbia­mo impe­gna­to due anni e mez­zo di vita. Vi han­no con­tri­bui­to tan­tis­si­mi com­pa­gni e com­pa­gne. Lo spun­to ci è venu­to da una rifles­sio­ne di Lan­fran­co Cami­ni­ti con­te­nu­to nell’Orda d’oro di Nan­ni Bale­stri­ni, in cui si par­la­va per l’appunto di auto­no­mia meri­dio­na­le. Ci sia­mo chie­sti se que­sta real­tà esi­stes­se real­men­te. Io e Bove pro­ve­ni­va­mo da espe­rien­ze ere­di di quell’area poli­ti­ca, come i cen­tri socia­li Offi­ci­na 99 e lo SKA. Rispet­to alle orgi­ni, per un fat­to­re di ricam­bio gene­ra­zio­na­le, ci sono sta­ti adden­tel­la­men­ti. Nei movi­men­ti c’era chi, facen­do rife­ri­men­to all’Autonomia, accen­tua­va di più il tema del red­di­to e del sala­rio, altri han­no pro­va­to a strut­tu­ra­re di più il movi­men­to dei disoc­cu­pa­ti o il movi­men­to stu­den­te­sco. Abbia­mo riflet­tu­to a lun­go sul­le carat­te­ri­sti­che di que­ste espe­rien­ze, che ave­va­no una matri­ce comu­ne, in quan­to ispi­ra­te ad una mas­si­ma di Rena­to Pan­zie­ri, che par­la­va dell’importanza di apri­re e tene­re aper­ti i movi­men­ti. Que­sto è sta­to il back­ground che abbia­mo respi­ra­to nell’area in cui abbia­mo mili­ta­to ed è sta­to il filo ros­so che abbia­mo tenu­to nell’opera.

Come ave­te rian­no­da­to i fili di que­sta sto­ria?
Meto­do­lo­gi­ca­men­te, ci sia­mo doman­da­ti chi fos­se­ro gli Auto­no­mi pri­ma dell’Autonomia nel Mez­zo­gior­no. Per­ché un con­to è par­la­re dell’organizzazione, in sen­so stret­to, a Roma, Pado­va, Mila­no, Bolo­gna, Tori­no, Geno­va, un con­to al Sud, dove a una pri­ma ana­li­si le espe­rien­ze più signi­fi­ca­ti­ve pare­va­no espri­mer­si sol­tan­to a Napo­li, Cata­nia e Poten­za. Per esten­de­re la ricer­ca, abbia­mo allar­ga­to il cam­po di rife­ri­men­to e, via via, rac­co­glien­do con­tri­bu­ti, memo­rie, mate­ria­li, sono emer­se le carat­te­ri­sti­che di sog­get­ti­vi­tà di com­pa­gni che ave­va­no mili­ta­to in Lot­ta con­ti­nua, però si era­no spo­sta­ti nel Coor­di­na­men­to anti­nu­clea­re e antim­pe­ria­li­sta, che è una real­tà che ha segna­to mol­to l’esperienza meri­dio­na­le negli anni ‘80.

Qua­li furo­no le radi­ci di clas­se di quel­la che defi­ni­te ‘Auto­no­mia pro­le­ta­ria meri­dio­na­le’?
In ter­mi­ni mar­xia­ni, l’ambito poli­ti­co in cui veni­va agi­to il con­flit­to col capi­ta­le era la fab­bri­ca. La pre­sen­za dell’Autonomia ope­ra­ia era cir­co­scrit­ta ad alcu­ne fab­bri­che, tut­te impor­tan­ti, come a Bagno­li, a Pomi­glia­no d’Arco, a Giu­glia­no, a Castel­lam­ma­re. Ma il vero pre­gio dell’Autonomia fu quel­lo di muo­ver­si in una pro­spet­ti­va più metro­po­li­ta­na, ana­liz­zan­do real­tà socia­li lascia­te ai mar­gi­ni. A par­ti­re da que­sta con­si­de­ra­zio­ne, si fece lar­go una diver­sa inter­pre­ta­zio­ne del cosid­det­to lum­pen­pro­le­ta­riat, che non era sot­to­pro­le­ta­ria­to, ma una real­tà com­po­si­ta in cui l’operaio socia­le – che oggi chia­me­rem­mo ‘pre­ca­rio’, figu­ra emer­sa del­la ter­zia­riz­zio­ne pro­dut­ti­va – era già pre­sen­te a Napo­li dal­la fine degli anni ‘70. Chi fa mil­le lavo­ri per soprav­vi­ve­re, è un lavo­ra­to­re che pro­du­ce sia in ter­mi­ni capi­ta­li­sti­ci, sia in ter­mi­ni di valo­riz­za­zio­ne capitalistica.

Vi furo­no altre carat­te­ri­sti­che signi­fi­ca­ti­ve?
Rispet­to ad altre real­tà, a Napo­li i mili­tan­ti di quest’area furo­no pre­va­len­te­men­te mar­xi­sti-leni­ni­sti. C’era una rivi­sta, Lot­ta di lun­ga dura­ta, da cui sono emer­si tan­ti com­pa­gni anco­ra atti­vi nel sin­da­ca­to. Que­ste radi­ci ideo­lo­gi­che defi­ni­ro­no Napo­li come una sor­ta di ‘ano­ma­lia ita­lia­na’, cosa che, tut­ta­via, non le impe­dì di par­te­ci­pa­re all’area nazio­na­le degli Autonomi.

Che cosa rap­pre­sen­ta­no espe­rien­ze come i cen­tri socia­li Offi­ci­na 99 e il Labo­ra­to­rio occu­pa­to Ska nel­la rico­stru­zio­ne di que­sta sto­ria?
La libe­ra­zio­ne di que­sti spa­zi ha ori­gi­ni mol­te­pli­ci. Sostan­zial­men­te, si trat­ta di un fat­to gene­ra­zio­na­le. Rispet­to agli anni ’70, tan­ti com­pa­gni e com­pa­gne si for­ma­ro­no nel movi­men­to stu­den­te­sco del­la Pan­te­ra. Come dice­vo, negli anni ‘80, men­tre mol­ti com­pa­gni era­no fini­ti in car­ce­re pre­ser­van­do le loro idee, c’erano sta­te le espe­rien­ze del Coor­di­na­men­to anti­nu­clea­re e antim­pe­ria­li­sta e dei cam­peg­gi poli­ti­ci, che gene­ra­ro­no l’amalgama da cui pro­ven­ne­ro nuo­vi mili­tan­ti che anda­ro­no poi ad occu­pa­re Offi­ci­na 99, dive­nu­to poi il patri­mo­nio di tra­smis­sio­ne di alcu­ni meto­di di lot­ta. L’idea era di dare più impor­tan­za ai movi­men­ti, pen­san­do che l’accumulo di ener­gie nel­le fasi di riflus­so potes­se tene­re aper­ta la pos­si­bi­li­tà al cam­bia­men­to dei rap­por­ti di for­ze, anzi­ché far­li con­flui­re in ten­ta­ti­vi elet­to­ra­li. “Pri­ma la clas­se e poi il capi­ta­le”, si dice­va. Que­sta cosa si è poi, evo­lu­ta in pri­ma il sog­get­ti­vi­smo e poi l’oggettivismo.

Cosa inten­di?
Que­sta dico­to­mia la si com­pren­de sol­tan­to a distan­za di tem­po. Oggi, que­sto dibat­ti­to fra la real­tà e il tipo di orga­niz­za­zio­ne che ser­ve per cam­biar­la è pres­so­chè ine­si­sten­te. L’eredità è que­sta. Nel 1993, il Coor­di­na­men­to si rup­pe. I pado­va­ni pre­se­ro la via del­la “Car­ta di Mila­no”[1], e sosten­ne­ro poi la fon­da­zio­ne del­le Tute bian­che[2], com­pien­do la scel­ta di fare entri­smo nel­le isti­tu­zio­ni. Il che segnò la divi­sio­ne nel movi­men­to dei cen­tri socia­li. Sem­bra una sto­ria con­fu­sa, ma se la si leg­ge in ter­mi­ni di sog­get­ti­vi­tà, con­cet­ti, gru­mi teo­ri­ci, c’è un con­ti­nuum. Lo stes­so movi­men­to del­la Pan­te­ra nac­que da quell’humus e a Napo­li ven­ne ani­ma­to da com­pa­gni che si riu­ni­va­no pri­ma al Riot dei Ban­chi Nuo­vi. Poi, spo­sta­ro­no il loro bari­cen­tro all’università, caval­can­do l’onda del­la Pan­te­ra e dan­do ori­gi­ne ad una nuo­va sta­gio­ne di lot­ta sot­to il segno dell’Autonomia.

Nel vostro libro, allo­ra, biso­gna leg­ge­re anche un ten­ta­ti­vo di libe­ra­re dal­la dam­na­tio memo­riae la sto­ria degli Auto­no­mi meri­dio­na­li?
È il nostro auspi­cio. Spe­ria­mo che que­sto lavo­ro pos­sa far discu­te­re, for­nen­do un altro sguar­do al Mez­zo­gior­no e alla par­te­ci­pa­zio­ne nel socia­le e nel civi­le, inte­so come pro­ta­go­ni­smo di cit­ta­di­ni, abi­tan­ti, popo­la­zio­ne. La veri­tà è che sono sta­te con­dot­te mol­tis­si­me lot­te nel Sud, ma si è scrit­to trop­po poco. For­se, è que­sta l’origine del­la dam­na­ta­tio memo­riae. Que­sta tri­lo­gia può far par­la­re del­la que­stio­ne meri­dio­na­le, non nel sen­so clas­si­co del ter­mi­ne, inte­sa dall’alto, ma spie­gan­do­ne la complessità.

A qua­le pub­bli­co vi rivol­ge­te?
Par­lia­mo a chiun­que voglia cono­sce­re la geo­gra­fia urba­na e i con­te­sti socia­li. Su que­sti temi, ci sono pochis­si­mi volu­mi, che han­no un taglio pret­ta­men­te acca­de­mi­co o socio­lo­gi­co, che han­no stu­dia­to dall’esterno que­sta real­tà ‑ester­no inte­so come venu­to da fuo­ri- e si inter­ro­ga­no sul fer­vo­re napo­le­ta­no. Può sor­pren­de­re, ma l’argomento da noi trat­ta­to è sta­to mol­to stu­dia­to da ricer­ca­to­ri di uni­ver­si­tà anglo-ame­ri­ca­ne. Tut­ta­via, non si è stu­dia­ta ciò che è sta­ta la sot­tra­zio­ne, in ter­mi­ni poli­ti­co-cri­mi­na­li, del­la socie­tà secon­do cate­go­riz­za­zio­ni ben precise.

Quan­to è cam­bia­ta la Napo­li descrit­ta nel libro rispet­to a quel­la attua­le?
Ica­sti­ca­men­te tan­to. Le piaz­ze e gli spa­zi pub­bli­ci sono muta­ti nel tem­po. Napo­li è un enor­me spa­zio pub­bli­co, nel sen­so poli­ti­ciz­za­to del ter­mi­ne. È sem­pre sta­to un luo­go di incon­tro, scam­bio, fer­men­to, vita­li­tà, lot­ta. Oggi, inve­ce, è uno spa­zio pre­va­len­te­men­te eco­no­mi­co, con eser­ci­zi com­mer­cia­li, bou­ti­que, risto­ran­ti, bar in ogni dove. Ambi­ti che pri­ma era­no per lo più cir­co­scrit­ti ad alcu­ne stra­de o zone – come il Vome­ro, via Tole­do, cor­so Umber­to – ades­so han­no inva­so l’intera cit­tà, ancor più dopo la pan­de­mia. Anche per­ché i movi­men­ti socia­li, oggi, nono­stan­te la loro gene­ro­si­tà, fan­no fati­ca a con­ten­de­re la cit­tà, inte­sa come spa­zio pub­bli­co, a quest’ondata.

Quan­do par­li di con­ti­nuum tra pas­sa­to e pre­sen­te dell’Autonomia napo­le­ta­na, a cosa ti rife­ri­sci?
Quel­lo che si sta facen­do in ter­mi­ni di lot­te socia­li sul lavo­ro, è sta­to il vero filo ros­so di que­sta sto­ria. Per tut­ti gli anni ‘90, la con­ti­nui­tà si è espres­sa nel­le lot­te dei disoc­cu­pa­ti, che sono sta­te impor­tan­tis­si­me e, per cer­ti ver­si, uni­che nel pano­ra­ma ita­lia­no. Quel­le han­no tenu­to vivo un retro­ter­ra. Le lot­te stu­den­te­sche han­no tro­va­to poi, un altro tipo di cata­liz­za­zio­ne e orga­niz­za­zio­ne. Tut­ta­via, sareb­be uti­le ritro­va­re una discus­sio­ne comu­ne sul­la pro­spet­ti­va, che è la cosa che man­ca di più in que­sta fase storica.

Qua­le pen­si che sia il futu­ro del pen­sie­ro auto­no­mo nel Mez­zo­gior­no?
Vive lad­do­ve è sta­to tra­smes­so e tra­man­da­to. A Napo­li, soprav­vi­ve in alcu­ni spa­zi socia­li, nono­stan­te la dia­spo­ra dell’attivo poli­ti­co del pas­sa­to. Non è solo una que­stio­ne gene­ra­zio­na­le, ma anche di pra­ti­che. Il pen­sie­ro dell’Autonomia ha inva­so, in alcu­ni momen­ti, anche il pro­gram­ma di Rifon­da­zio­ne Comu­ni­sta o di orga­niz­za­zio­ni mar­xi­ste-leni­ni­ste, a par­ti­re dall’idea che la clas­se e i pro­le­ta­ri si dotas­se­ro di una pro­pria orga­niz­za­zio­ne auto­no­ma. Que­sta autor­ga­niz­za­zio­ne può esse­re fat­to­re pro­dut­ti­vo e orga­niz­za­ti­vo del­le risor­se pub­bli­che, facen­do diven­ta­re comu­ne l’eredità del pen­sie­ro ope­rai­sta e auto­no­mo. Biso­gne­reb­be ragio­na­re al di là del­la pro­pria sog­get­ti­vi­tà per rag­giun­ge­re que­sto obiettivo.

I cen­tri socia­li potreb­be­ro svol­ge­re nuo­va­men­te una fun­zio­ne pro­pul­si­va per il con­flit­to socia­le?
Quel­li che ci sono svol­go­no un ruo­lo lode­vo­le, anche se non so dire quan­to tra­man­di­no la pra­ti­ca di lot­ta. Sicu­ra­men­te, la pro­li­fe­ra­zio­ne di espe­rien­ze che c’è sta­ta in que­sti anni è diven­ta­ta forie­ra di iso­le del­la rete del con­flit­to. Tut­ta­via, è neces­sa­rio non sta­re fer­mi nei luo­ghi. Offi­ci­na 99 ci ser­vi­va dal pun­to di vista logi­sti­co, per l’organizzazione del­la nostra area poli­ti­co-cul­tu­ra­le, per l’autofinanziamento. Era lo stru­men­to, non il fine. Per noi, era uno spa­zio in cui si orga­niz­za­va la lot­ta e il tem­po libe­ro e libe­ra­to dal lavo­ro, dal fami­li­smo, dal­lo Sta­to, dal capi­ta­le. Non era un luo­go in cui trin­ce­rar­si. Biso­gna lot­ta­re anco­ra tan­to per pre­ser­var­ne l’idea, la memo­ria sto­ri­ca, la fun­zio­ne socia­le per non sca­de­re in logi­che alie­na­te e alie­nan­ti.
©Ripro­du­zio­ne riservata


NOTE

[1] Docu­men­to sti­la­to dall’assemblea nazio­na­le dei cen­tri socia­li riu­ni­ta­si nel Set­tem­bre del 1998 al Cen­tro socia­le “Leon­ca­val­lo” di Mila­no. Per appro­fon­di­re, si riman­da al seguen­te link: http://www.ecn.org/leoncavallo/26set98/

[2] Per una pri­ma infa­ri­na­tu­ra su que­sto movi­men­to, con­sul­ta il link: http://www.alloradillo.it/le-tute-bianche/

“Primi fuochi di guerriglia”

“Primi fuochi di guerriglia”

di Lan­fran­co Cami­ni­ti - uno stral­cio dal volu­me X “L’au­to­no­mia ope­ra­ia meridionale”

Ci resta­va l’interrogativo su «qua­le pro­ces­so» andas­se costrui­to – non fum­mo in gra­do di rispondere. 

Le uni­che, prov­vi­so­rie, for­me orga­niz­za­te al Sud dell’Autonomia meri­dio­na­le furo­no l’assemblea cala­bre­se dell’autunno del 1976 a Cosen­za e l’assemblea meri­dio­na­le del gen­na­io 1978 a Paler­mo, dove c’erano vera­men­te tut­ti. Soprat­tut­to, le uni­che sta­bi­li for­me di orga­niz­za­zio­ne al Sud era­no una miria­de di strut­tu­re poli­ti­che sul ter­ri­to­rio – cir­co­li, asso­cia­zio­ni, comi­ta­ti, grup­pi di ami­ci, o lega­mi tri­ba­li tra vec­chi compagni. 

Pen­sa­va­mo che il nostro com­pi­to fos­se quel­lo di intes­se­re la tra­ma di que­sto ordi­to: per­si­no all’assemblea nazio­na­le di Bolo­gna, del set­tem­bre 1977, dove Fio­ra inter­ven­ne per il Sud, con­vo­cam­mo tut­ti i com­pa­gni meri­dio­na­li pre­sen­ti a veder­ci in una sede «sepa­ra­ta», e que­sto facem­mo, all’università in un’aula a semicerchio. 

Il Sud è una cosa «a par­te» e l’Autonomia meri­dio­na­le è una cosa «a par­te»: vede­te di capirlo. 

Tut­to quel­lo che noi face­va­mo, Fio­ra, io e gli altri, era anda­re su e giù per il Sud – la sta­ta­le Joni­ca 106, la Basen­ta­na, la Tir­re­ni­ca, l’Autostrada del sole, con un vec­chio scas­so­ne Anglia a die­sel che schiat­tò, come un fede­le caval­lo che ave­va sem­pre lavo­ra­to sen­za mai lamen­tar­si, in un qual­che rac­cor­do di auto­stra­da; e poi, con una mera­vi­glio­sa DS Pal­las Citroen, a gas, ver­de bril­lan­te con il tet­tuc­cio ava­na, la più bel­la auto che io abbia mai avu­to, che sfra­cas­sai andan­do da Cosen­za ver­so Reg­gio Cala­bria all’altezza di Sant’Elia sul­la stra­da ghiac­cia­ta, ribal­tan­do­mi più vol­te e uscen­do­ne car­po­ni, men­tre sta­va a pan­cia in su con le ruo­te all’aria come un qua­lun­que sca­ra­fag­gio, indenne. 

Ero indi­strut­ti­bi­le. E comun­que non era nien­te male muo­ver­si tra una riu­nio­ne e l’altra sul­la costie­ra amal­fi­ta­na o scen­de­re al tra­mon­to tra Mara­tea e Dia­man­te o incon­trar­si di not­te alle luci di quel mostro di Bagno­li visto da Baco­li, non era nien­te male fer­mar­si nel­le trat­to­rie dei Quar­tie­ri spa­gno­li a discu­te­re di comu­ni­smo e pol­po e sal­sic­ce coi fria­riel­li oppu­re pren­de­re fred­do e acqua sul­la Basen­ta­na per stam­pa­re l’infinito nume­ro zero ma, dopo, azzan­na­re le sal­sic­ce luca­ne di cinghiale.

Foto recu­pe­ra­ta dal web – aspet­tia­mo mag­gio­ri info e dettagli

Sull’Autonomia operaia meridionale – Intervista a Francesco Festa

Sull’Autonomia operaia meridionale – Intervista a Francesco Festa

Trat­to da Infout.org – 27 gen­na­io 2022

Abbia­mo inter­vi­sta­to Fran­ce­sco Festa che ha cura­to insie­me ad Anto­nio Bove il lavo­ro di ricer­ca sul­la sto­ria, sui pro­ta­go­ni­sti e sul­le for­me dell’Autonomia meri­dio­na­le, oggi esce il pri­mo volu­me dei tre edi­to da Deri­ve e Approdi.

È un lavo­ro a cui abbia­mo dedi­ca­to gli ulti­mi due anni ma è pen­sa­to già dagli ini­zi degli anni 2000 quan­do mili­ta­va­mo a Officina99 e riflet­te­va­mo su che cosa fos­se l’autonomia che ci era sta­ta tra­smes­sa, sia in ter­mi­ni teo­ri­ci che pra­ti­ci, sia nel­le lot­te ma anche nel­la tra­du­zio­ne, di gene­ra­zio­ne in gene­ra­zio­ne, fino a noi gio­va­ni dell’epoca.

Ci è sta­ta data l’opportunità da Deri­ve e Appro­di di inda­ga­re che cosa sia sta­ta l’Autonomia meri­dio­na­le nel­le sue diver­se acce­zio­ni: in que­sto pri­mo volu­me par­lia­mo di auto­no­mia ope­ra­ia meri­dio­na­le per­ché ci con­cen­tria­mo su Napo­li, il secon­do sarà sul­la Cam­pa­nia e il ter­zo sul Mez­zo­gior­no, dun­que Puglia, Basi­li­ca­ta, Cala­bria e Sici­lia. Ho distin­to auto­no­mia ope­ra­ia meri­dio­na­le da altri tipi di acce­zio­ne, per­ché ad esem­pio in Cala­bria si chia­ma­va Auto­no­mia pro­le­ta­ria, oppu­re Auto­no­mia meri­dio­na­le, e que­sto è lega­to alla com­po­si­zio­ne di clas­se e ai rap­por­ti socia­li di produzione. 

Se l’Autonomia ope­ra­ia così come l’abbiamo cono­sciu­ta, let­ta e ci è sta­ta tra­smes­sa dai più vec­chi, ha vis­su­to al di fuo­ri del­le fab­bri­che così come a Mira­fio­ri, Mila­no, Mar­ghe­ra, nel Mez­zo­gior­no non è sta­to così, pro­prio per­ché gli inse­dia­men­ti indu­stria­li non sono sta­ti così for­ti, quin­di c’è sta­to un altro tipo di tra­du­zio­ne dell’Autonomia all’interno di ciò che è sta­to poi defi­ni­to, a metà degli anni 70, l’operaio socia­le. Quin­di, in par­ti­co­la­re a Napo­li, il pro­le­ta­rio e il sot­to­pro­le­ta­rio urba­no metro­po­li­ta­no, quel­lo che si arrab­bat­ta­va tra­mi­te i mil­le lavo­ret­ti, così come veni­va ica­sti­ca­men­te raf­fi­gu­ra­to dal­la let­te­ra­tu­ra bor­ghe­se, era a tut­ti gli effet­ti un pro­dut­to­re di valo­re, di mer­ci ed era inse­ri­to nei cicli pro­dut­ti­vi del­la metro­po­li. L’Autonomia all’interno di uno spa­zio metro­po­li­ta­no come Napo­li è sta­ta soprat­tut­to que­sto tipo di com­po­si­zio­ne di clas­se, vi inse­ria­mo l’autorganizzazione dei con­trab­ban­die­ri, l’autorganizzazione dei disoc­cu­pa­ti, così come è sta­ta l’organizzazione all’interno di pic­co­li e gran­di nuclei indu­stria­li dove era­no pre­sen­ti com­pa­gni e com­pa­gne affe­ren­ti a orga­niz­za­zio­ni auto­no­me, come Bagno­li dove c’era l’Ital Sider o a Pomi­glia­no con l’Alfa Sud che era­no gros­se fab­bri­che, c’era que­sto tipo di com­po­si­zio­ne oltre a una com­po­si­zio­ne di clas­se affe­ri­bi­le a quel­lo che è sta­to chia­ma­to l’operaio sociale. 

Se aves­si­mo volu­to par­la­re dell’Autonomia ope­ra­ia orga­niz­za­ta avrem­mo dovu­to restrin­ge­re il cam­po a pochi nuclei orga­niz­za­ti all’interno del Mez­zo­gior­no, a Napo­li, qual­co­sa in Sici­lia e in Puglia. Il tut­to si sareb­be risol­to così, inve­ce il meto­do di lavo­ro da cui sia­mo par­ti­ti è sta­ta una con­si­de­ra­zio­ne di Lan­fran­co Cami­ni­ti fat­ta in un pez­zo sull’Autonomia meri­dio­na­le, nell’Orda D’oro, dice­va che gli auto­no­mi nel Mez­zo­gior­no esi­sto­no ed esi­ste­va­no al di là dell’Autonomia, quin­di sia­mo anda­ti alla ricer­ca di un filo ros­so che inda­gas­se su que­sto tipo di con­dot­te, di for­ma men­tis, di com­por­ta­men­ti, quin­di se l’Autonomia ope­ra­ia che abbia­mo cono­sciu­to è quel­la del rifiu­to del lavo­ro, del rifiu­to dell’egemonia cul­tu­ra­le bor­ghe­se lega­ta all’idea del lavo­ro, nel Mez­zo­gior­no non è sta­ta solo la libe­ra­zio­ne dal lavo­ro ma è sta­ta anche la libe­ra­zio­ne da alcu­ni gio­ghi lega­ti al fami­li­smo, alla con­di­zio­ne fem­mi­ni­le, alla pre­sen­za del bloc­co sto­ri­co del­la DC, nell’entroterra soprat­tut­to, in regio­ni come Basi­li­ca­ta, Cala­bria, il gio­go for­te del con­nu­bio poli­ti­co-cri­mi­na­le tra la poli­ti­ca e le orga­niz­za­zio­ni mala­vi­to­se, è que­sto il filo­ros­so, il rifiu­to dell’egemonia capi­ta­li­sti­ca nel Mezzogiorno.

Qua­li spe­ci­fi­ci­tà pos­sia­mo indi­vi­dua­re nell’Autonomia meri­dio­na­le, oltre alla com­po­si­zio­ne?  Qua­li even­ti salien­ti ne han­no deter­mi­na­to il per­cor­so? E dato que­sto sguar­do par­ti­co­la­re nel ritrac­cia­re que­sta sto­ria, qua­li sono sta­te le fon­ti da voi utilizzate? 

Par­tia­mo dal­le fon­ti. Per il pri­mo volu­me sono sta­te un po’ di let­te­ra­tu­ra e di sto­rio­gra­fia del­le lot­te socia­li e poli­ti­che a Napo­li e nel Mez­zo­gior­no, sia di par­te, quin­di scrit­te dal­le orga­niz­za­zio­ni del­la sini­stra rivo­lu­zio­na­ria, sia acca­de­mi­che clas­si­che. Poi, il mate­ria­le auto­pro­dot­to dal­le real­tà del­la sini­stra rivo­lu­zio­na­ria e infi­ne le fon­ti ora­li. Quel­la prin­ci­pa­le sono sta­te le fon­ti ora­li, infat­ti in que­sti tre volu­mi la cosa impor­tan­te e indi­spen­sa­bi­le è che si è par­la­to di quel­la che vie­ne chia­ma­ta sto­ria mino­re, la sto­ria nor­mal­men­te è quel­la che vie­ne fat­ta dai gros­si nomi secon­do una meto­do­lo­gia sto­ri­ci­sta per cui la sto­ria vie­ne fat­ta dai con­dot­tie­ri, dai vin­ci­to­ri, men­tre noi abbia­mo dato voce a sto­rie dal bas­so, a com­pa­gni e com­pa­gne che anco­ra oggi stan­no sul­le bar­ri­ca­te e la loro mili­tan­za è nata negli anni 70, com­pa­gni e com­pa­gne che non avreb­be­ro avu­to paro­la e le sto­rie stes­se sareb­be­ro cadu­te nell’oblio.

Quel­la per esem­pio di Casi­mi­ro Lon­ga­ret­ti di Nova Siri, uno degli orga­niz­za­to­ri dei due cam­peg­gi di lot­ta anti­nu­clea­ri del 78 e del 79, fat­ti vici­no alla tri­sa­ia di Roton­del­la, il cen­tro di stoc­cag­gio del nuclea­re, sono momen­ti impor­tan­ti all’interno del­la sta­gio­ne di lot­te anti­nu­clea­ri e ambien­ta­li­ste, in segui­to è nato il coor­di­na­men­to anti anti cono­sciu­to negli anni 80 e che ha fat­to vive­re l’Autonomia al di là del­la repres­sio­ne e dei com­pa­gni in car­ce­re. Casi­mi­ro si è poli­ti­ciz­za­to in quei gior­ni là, non era ini­zial­men­te un mili­tan­te dell’organizzazione. Abbia­mo par­la­to poi di Basi­li­ca­ta, in par­ti­co­la­re di una cit­tà come Poten­za, soli­ta­men­te son­nac­chio­sa, per anni gover­na­ta dal­la DC e ora dal­la Lega, dove fra gli anni 70 e 80 ven­ne­ro occu­pa­te 20mila case. Que­ste sto­rie se non le aves­si­mo rac­col­te in que­sti volu­mi sareb­be­ro cadu­te nell’oblio.

Quin­di ecco la cosa straor­di­na­ria, abbia­mo fat­to par­la­re pri­ma dell’Autonomia gli auto­no­mi. Nel libro sul­la Cala­bria si par­la anche del­le rivol­te di Reg­gio, da un pun­to di vista di ter­mi­ni tem­po­ra­li sia­mo par­ti­ti dal 69, poi abbia­mo appro­fon­di­to le rivol­te di Reg­gio che soli­ta­men­te si pen­sa­no attra­ver­sa­te dai fasci­sti, ma quel­la rivol­ta, dura­ta un inte­ro anno, non era solo que­sto. Ini­zial­men­te era sem­bra­ta una lot­ta pro­vin­cia­le, qua­si cor­po­ra­ti­va, di una cit­tà che si ribel­la­va con­tro una dispo­si­zio­ne gover­na­ti­va che pre­ve­de­va di spo­sta­re il capo­luo­go di regio­ne a Catan­za­ro, si è rico­strui­ta anche la sto­ria dell’antimafia ad Afri­co dove Pala­ma­ra, che si è poi dovu­to tra­sfe­ri­re a Roma con tut­ta la fami­glia nei pri­mi anni 70, non fece anti­ma­fia paci­fi­ca ma impu­gnò le armi dinan­zi ai sopru­si, davan­ti alle pri­me for­me di ‘ndri­ne, che si anda­va­no orga­niz­zan­do­si, e in quell’occasione fu fat­ta anche una mani­fe­sta­zio­ne nazio­na­le di sostegno. 

In Sici­lia inve­ce si darà voce a un com­pa­gno di Pep­pi­no Impa­sta­to, un com­pa­gno all’interno di radio Aut, poi elet­to in Demo­cra­zia Pro­le­ta­ria con Pep­pi­no, che par­la non solo di quel­lo che si cono­sce ma anche dei rap­por­ti di for­za, qual’era la vita svol­ta all’interno dei pae­si­ni del­la Sici­lia. Tut­to que­sto, a nostro pare­re, si inqua­dra nei ten­ta­ti­vi di dare una for­ma di orga­niz­za­zio­ne all’autonomia al sud. Ci furo­no anche due assem­blee for­ti, una a Cosen­za e una a Paler­mo dell’Autonomia meri­dio­na­le, l’organizzazione è sta­ta quel­la di Lan­fran­co Cami­ni­ti e Fio­ra Pir­ri, che non furo­no solo un ten­ta­ti­vo di dare una bre­ve vita a una for­ma di orga­niz­za­zio­ne, ma una spin­ta in temi­ni di gesti esem­pla­ri, di for­me. Dopo il 7 apri­le, tra gli arre­sti e le per­qui­si­zio­ni, ven­ne per­qui­si­ta anche l’università di Cosen­za con i mili­ta­ri di Dal­la Chie­sa che la mise­ro a soq­qua­dro, anche que­sto vie­ne rac­con­ta­to nel­la trilogia.

Qua­li spun­ti pos­sia­mo trar­re da que­sti volu­mi per l’oggi, sia sul pia­no dell’agire che sull’analisi di fase?

Sono libri di sto­ria, di memo­ria, uno degli spun­ti è quel­lo di sta­re all’interno di com­po­si­zio­ni spu­rie così come quel­le che ha vis­su­to Napo­li e il Mez­zo­gior­no. C’è un pez­zo di Alfon­so Natel­la, il pro­ta­go­ni­sta di Voglia­mo Tut­to che par­la anche di Tori­no e rico­strui­sce la vita a Tori­no e la sua espe­rien­za, poi c’è un pez­zo teo­ri­co Dimen­ti­ca­re il Sud, uno di Fran­ce­sco Caru­so su il Sud Ribel­le, uno di Giso Amen­do­la su Svi­lup­po e Sot­to­svi­lup­po, una con­ver­sa­zio­ne tra Clau­dio Dio­ne­sal­vi e Fran­co Piper­no e poi Lan­fran­co Caminiti. 

Tre quar­ti del volu­me riguar­da il pez­zo su Napo­li che si chia­ma, in dia­let­to O Gliom­me­ro, “Il gro­vi­glio”, ossia il fer­ti­le gro­vi­glio dell’Autonomia napo­le­ta­na, per­chè si trat­ta di un miscu­glio, di una com­po­si­zio­ne socia­le spu­ria. Non avre­mo mai a che fare con com­po­si­zio­ni che sul­la car­ta sono quel­le per cui i rap­por­ti di pro­du­zio­ne rie­sco­no ad ave­re un deter­mi­na­to inter­ven­to e poi poli­ti­ciz­zan­do­si diven­ta­re clas­se per sé, ma l’importante è sta­re den­tro quel tipo di com­po­si­zio­ne, con le sue con­trad­di­zio­ni e le sue ambi­va­len­ze, cer­can­do di for­za­re degli ele­men­ti auto­no­mi e di autor­ga­niz­za­zio­ne, que­sto è l’insegnamento.

L’Autonomia oltre ad esse­re una cate­go­ria sto­ri­ca è anche una cate­go­ria per­so­na­le ed è da que­sto che sia­mo par­ti­ti, da un pun­to di vista di inda­gi­ne su qua­li potes­se­ro esse­re i fram­men­ti di Auto­no­mia non nei cen­tri metro­po­li­ta­ni ma nell’entroterra, cosa ben diver­sa. L’insegnamento è que­sto, da una par­te la com­po­si­zio­ne di clas­se è sem­pre spu­ria e in secon­do luo­go biso­gna lavo­ra­re come una tal­pa, anche nei perio­di di reflus­so, di paci­fi­ca­zio­ne, di repres­sio­ne come potreb­be­ro sem­bra­re que­sti, in cui tut­ti sono alli­nea­ti in un qua­dro reco­sti­tui­to, ma ci sono dei fer­men­ti su cui lavo­ra­re, soprat­tut­to in com­po­si­zio­ni spu­rie, ad esem­pio a Napo­li, ci sono espe­rien­ze di sin­da­ca­liz­za­zio­ne dal bas­so che sono mol­to inte­res­san­ti, che potreb­be­ro somi­glia­re alle lot­te di quel­li che negli anni 70 face­va­no i mil­le lavo­ret­ti o dei disoc­cu­pa­ti orga­niz­za­ti, la riven­di­ca­zio­ne era il lavo­ro ma un lavo­ro che non era carat­te­riz­za­to da un’idea lavo­ri­sta, per­chè se la pen­sia­mo in que­sti ter­mi­ni è ovvio che quel­la non è una lot­ta ricon­du­ci­bi­le all’Autonomia ope­ra­ia, non era rifiu­to del lavo­ro ma era lot­ta per il lavo­ro nei ter­mi­ni di lot­ta per il sala­rio, per il red­di­to, non di dele­ga o di chie­de­re ele­mo­si­na alla DC o a qual­che padron­ci­no, al galan­tuo­mo come dice­va Verga. 

Si par­le­rà anche del­la Pan­te­ra, i volu­mi arri­va­no infat­ti al 93 – 94, fino al scio­gli­men­to di anti anti, negli anni 80 i com­pa­gni non sono sta­ti con le brac­cia con­ser­te, ci sono sta­ti cam­peg­gi di lot­ta, le lot­te anti­nu­clea­ri, le lot­te del coor­di­na­men­to, quel­lo è sta­to un lavo­rio che poi ha por­ta­to a feno­me­ni che all’occasione sono esplosi. 

Con­clu­dia­mo cosi la pre­fa­zio­ne: “L’Autonomia esi­ste anche sen­za auto­no­mi – scri­ve­va Lan­fran­co Cami­ni­ti – sta a noi incon­trar­la, pro­prio come all’inizio degli anni 60 i pri­mi ope­rai fece­ro al cospet­to del migran­te meri­dio­na­le e del­la rude raz­za paga­na, poten­do affer­ma­re, davan­ti alle rivol­te di Piaz­za Sta­tu­to, non ce l’aspettavamo ma le abbia­mo orga­niz­za­te.” Se si ha que­sta ten­sio­ne ci sono buo­ne speranze.

Contrabbandieri

Contrabbandieri

Pub­bli­chia­mo un estrat­to da Gli auto­no­mi. L’Autonomia ope­ra­ia meri­dio­na­le. Par­te pri­ma. vol. X 

Il film I con­trab­ban­die­ri di San­ta Lucia[1], inter­pre­ta­to da uno stra­ri­pan­te Mario Mero­la è un B‑movie di cul­to e uno dei più noti fra quel­li dedi­ca­ti al con­trab­ban­do di siga­ret­te. Nel­lo sti­le a metà tra la clas­si­ca sce­neg­gia­ta e il «poli­ziot­te­sco» in voga in que­gli anni, la pel­li­co­la trat­ta il tema del con­flit­to fra la guap­pa­ria sto­ri­ca del­la cit­tà e le nuo­ve mafie. Pur nei suoi trat­ti oleo­gra­fi­ci il film esce in un perio­do di tra­sfor­ma­zio­ne pro­fon­da del­la mala­vi­ta orga­niz­za­ta napo­le­ta­na, di pari pas­so con la gran­de ristrut­tu­ra­zio­ne del capi­ta­li­smo inter­na­zio­na­le del qua­le la vicen­da del con­trab­ban­do è una chia­ve di let­tu­ra mol­to inte­res­san­te. Il con­trab­ban­do è l’attività, fra quel­le che han­no sto­ri­ca­men­te impe­gna­to il pro­le­ta­ria­to napo­le­ta­no, che più di tut­te ha fini­to per costi­tui­re un ele­men­to ico­no­gra­fi­co. Vera e pro­pria «indu­stria» som­mer­sa, ha costi­tui­to un ele­men­to cen­tra­le dell’economia del­la cit­tà, tal­men­te radi­ca­to da dive­ni­re anche uno stig­ma, qua­si un para­dig­ma del carat­te­re dei napo­le­ta­ni che, pur di non lavo­ra­re in manie­ra «rego­la­re» si sareb­be­ro inven­ta­ti que­sta fro­de alle cas­se del­lo Stato. 

Nel­la rico­stru­zio­ne di par­te bor­ghe­se, inol­tre, si sovrap­po­ne qua­si sem­pre que­sta atti­vi­tà a quel­la del­la camor­ra, ope­ran­do una for­za­tu­ra che a un’attenta rilet­tu­ra sto­ri­ca mostra chia­ra­men­te il suo carat­te­re par­zia­le. Il ruo­lo del­la camor­ra, infat­ti, va let­to den­tro il pro­gres­si­vo tra­sfor­mar­si dell’economia gene­ra­le che ovvia­men­te deter­mi­na anche un cam­bio di pas­so nel­la strut­tu­ra e nei meto­di del­la mala­vi­ta ma non rias­su­me l’intera vicen­da che è mol­to più com­ples­sa di quel­la che si pre­ten­de di rap­pre­sen­ta­re attra­ver­so la reto­ri­ca del­la lega­li­tà, para­ven­to die­tro cui si nascon­de la mate­ria­li­tà di que­sto feno­me­no, la sua fun­zio­ne nell’economia del pro­le­ta­ria­to urba­no e anche i pro­ces­si di poli­ti­ciz­za­zio­ne che al suo inter­no sono avvenuti. 

Per com­pren­de­re a fon­do la sto­ria del con­trab­ban­do e il suo ruo­lo all’interno dell’economia e del­la vita socia­le, poli­ti­ca e cul­tu­ra­le di Napo­li occor­re guar­da­re all’industrializzazione «mon­ca» rispet­to alle pro­mes­se di un cer­to meri­dio­na­li­smo che per decen­ni ha inse­gui­to il mito del­lo svi­lup­po ma non ha mai tra­sfor­ma­to Napo­li in una vera cit­tà indu­stria­le[2], inne­scan­do tra­sfor­ma­zio­ni del­la strut­tu­ra urba­na e di quel­la socia­le sen­za mai toc­ca­re le con­trad­di­zio­ni socia­li e anzi, sot­to­li­nean­do­ne i carat­te­ri più controversi. 

È que­sta la chia­ve di let­tu­ra attra­ver­so cui leg­ge­re la tra­sfor­ma­zio­ne del­la camor­ra napo­le­ta­na, da feno­me­no mala­vi­to­so loca­le a ele­men­to di pri­mo pia­no dell’economia, al cen­tro di rela­zio­ni inter­na­zio­na­li e lega­mi poli­ti­ci e impren­di­to­ria­li, pro­prio a par­ti­re dall’inizio degli anni Set­tan­ta, in con­co­mi­tan­za con il decli­no del­le poli­ti­che di svi­lup­po del sud e del­lo stan­zia­men­to di fon­di pub­bli­ci. All’interno di que­sto pro­ces­so che solo for­mal­men­te, o nel­le pie inten­zio­ni dei meri­dio­na­li­sti più one­sti, pote­va costi­tui­re un ele­men­to di riscat­to per la cit­tà, una gran­de par­te del­la popo­la­zio­ne cit­ta­di­na, da quei pro­ces­si espul­sa o da essi mai inte­res­sa­ta, ha costrui­to una pro­pria strut­tu­ra eco­no­mi­ca di cui il con­trab­ban­do è sta­to l’elemento sicu­ra­men­te più impor­tan­te, arri­van­do a fat­tu­ra­re miglia­ia di miliar­di di lire. I libri con­ta­bi­li del ras Miche­le Zaza, seque­stra­ti in un’operazione di poli­zia, sve­la­no l’entità degli affa­ri ammon­tan­ti nel ’77 a cir­ca 5000 ton­nel­la­te annue, per un fat­tu­ra­to di cir­ca 150 miliar­di di lire, una strut­tu­ra di tipo indu­stria­le che arri­va­va a con­ta­re fino a 50.000 «impie­ga­ti»[3].

Sono, que­sti, i nume­ri di un’impresa al cul­mi­ne del suo perio­do d’oro, fio­ri­to tra il ’73 e il ’74, quan­do l’attività per­de defi­ni­ti­va­men­te il carat­te­re ori­gi­na­rio, cre­scen­do fino a diven­ta­re «la Fiat di Napo­li» e arri­van­do a supe­ra­re il volu­me di ven­di­te del Mono­po­lio di Stato.

Ini­zia­to nel Dopo­guer­ra, con la pre­sen­za del­le trup­pe ame­ri­ca­ne in cit­tà, in quar­tie­ri del­la zona orien­ta­le con una for­te pre­sen­za ope­ra­ia come S. Gio­van­ni a Teduc­cio e Bar­ra, il con­trab­ban­do non era in ori­gi­ne un’attività di esclu­si­vo appan­nag­gio del­la cri­mi­na­li­tà orga­niz­za­ta, come spes­so vie­ne rac­con­ta­to e l’identificazione tout court con quel mon­do è una nar­ra­zio­ne del­le clas­si domi­nan­ti[4].

Negli anni Ses­san­ta Napo­li assun­se un ruo­lo cen­tra­le in que­sta atti­vi­tà, gra­zie alla sua posi­zio­ne nel Medi­ter­ra­neo, resa cru­cia­le dal­la chiu­su­ra del por­to fran­co di Tan­ge­ri e lo spo­sta­men­to dei depo­si­ti di siga­ret­te sul­le coste del­la Jugo­sla­via e dell’Albania o in ter­ri­to­ri «neu­tra­li» come la Gre­cia e la Tur­chia, dove il com­mer­cio dipen­de­va da con­trat­ta­zio­ni dele­ga­te a inter­me­dia­ri in con­tat­to con le mul­ti­na­zio­na­li. La pre­sen­za di capi­ma­fia sici­lia­ni in domi­ci­lio coat­to a Napo­li all’inizio degli anni Set­tan­ta pro­dur­rà una meta­mor­fo­si del­la vec­chia mala­vi­ta loca­le, con la qua­le alcu­ni capi camor­ra già impe­gna­ti nel set­to­re ver­ran­no affi­lia­ti a Cosa Nostra, avvian­do un pro­ces­so di evo­lu­zio­ne del­la «vec­chia camor­ra». È pro­prio gra­zie a que­sto pas­sag­gio che il con­trab­ban­do pas­sa a un model­lo impren­di­to­ria­le mafio­so, incre­di­bil­men­te più red­di­ti­zio e fero­ce di cui negli anni Set­tan­ta le orga­niz­za­zio­ni cri­mi­na­li loca­li assu­mo­no il con­trol­lo tota­le, tra­sfor­man­do­lo in un’industria sul­la cui strut­tu­ra si svi­lup­pe­rà il busi­ness del narcotraffico. 

In que­sta tra­sfor­ma­zio­ne è leg­gi­bi­le anche la meta­mor­fo­si del­la figu­ra del con­trab­ban­die­re che da «lavo­ra­to­re auto­no­mo» diven­ta dipen­den­te dei grup­pi cri­mi­na­li che inve­sto­no nell’acquisto del­la mer­ce all’ingrosso, distri­buen­do­la poi a strut­tu­re coo­pe­ra­ti­ve costi­tui­te da grup­pi di pro­prie­ta­ri asso­cia­ti dei moto­sca­fi, sca­fi­sti «pro­fes­sio­ni­sti», cele­bra­ti da can­zo­ni e pel­li­co­le cine­ma­to­gra­fi­che per gli epi­ci inse­gui­men­ti con la Guar­dia di Finan­za attra­ver­so il Gol­fo, capi paran­za che median­te un wal­kie tal­kie diri­go­no le ope­ra­zio­ni di sbar­co da ter­ra dove mari­nai addet­ti allo sca­ri­co del­la mer­ce prov­ve­do­no al tra­spor­to in luo­ghi sicu­ri e suc­ces­si­va­men­te alla distri­bu­zio­ne a una rete di com­mer­cian­ti al det­ta­glio, dei qua­li è un’icona Sofia Loren nei pan­ni di Ade­li­na in Ieri, oggi e doma­ni[5].

Il boom del con­trab­ban­do si veri­fi­ca fra il 1970 e il 1973, quan­do un eser­ci­to di mano­do­pe­ra tro­va in que­sta atti­vi­tà la pro­pria fon­te di sosten­ta­men­to e pro­prio le azio­ni di con­tra­sto del­le isti­tu­zio­ni, in real­tà, in assen­za di poli­ti­che eco­no­mi­che e socia­li in gra­do di inter­ve­ni­re sul­la dif­fi­ci­le situa­zio­ne socia­le napo­le­ta­na, for­ni­sco­no un note­vo­le impul­so allo svi­lup­po di for­me nuo­ve di orga­niz­za­zio­ne del feno­me­no ope­ra­te dal­la camor­ra. A tale pro­po­si­to è uti­le con­si­de­ra­re quel­lo che acca­de con la Leg­ge 359 del 14 ago­sto ’74, quan­do si esten­de la ter­ri­to­ria­li­tà da sei a dodi­ci miglia dal­la costa. Pri­ma di que­sta leg­ge le navi che tra­spor­ta­va­no le siga­ret­te pote­va­no arri­va­re, nel­le acque inter­na­zio­na­li, a una distan­za che per­met­te­va anche a grup­pi di pro­le­ta­ri autor­ga­niz­za­ti di rag­giun­ger­le con pic­co­le imbar­ca­zio­ni. Con la Leg­ge 359 cam­bia tut­to, sono ben altri gli sca­fi neces­sa­ri a rag­giun­ge­re i cari­chi al lar­go e solo i mafio­si pos­so­no inve­sti­re tan­to, così quel com­mer­cio diven­ta un affa­re mono­po­liz­za­to dai clan marsigliesi. 

La vera svol­ta, la ristrut­tu­ra­zio­ne capi­ta­li­sta del con­trab­ban­do è que­sta. L’attività si incre­men­ta, negli anni suc­ces­si­vi, in segui­to all’allentamento del­la pres­sio­ne poli­zie­sca, soste­nu­ta dal­la Leg­ge 724 del 1975 che depe­na­liz­za l’attività, una rispo­sta del­lo Sta­to alle lot­te socia­li che pun­ta­va a con­sen­ti­re uno sfo­go alla rab­bia popo­la­re, in man­can­za di inve­sti­men­ti nel wel­fa­re. Anche Valen­zi, sin­da­co del Pci, si espres­se pub­bli­ca­men­te per un allen­ta­men­to del­la pres­sio­ne del­le for­ze dell’ordine. Dopo il 1975, in con­co­mi­tan­za con la cre­sci­ta del pote­re del­le orga­niz­za­zio­ni cri­mi­na­li si sca­te­na una guer­ra fra i clan mar­si­glie­si e la mafia sici­lia­na per il con­trol­lo di que­sto ric­co set­to­re com­mer­cia­le che va incon­tro a una ristrut­tu­ra­zio­ne den­tro la qua­le si inse­ri­sce il fio­ren­te mer­ca­to degli stu­pe­fa­cen­ti che comin­cia a pren­de­re spa­zio uti­liz­zan­do pro­prio i cana­li distri­bu­ti­vi del­la rete del con­trab­ban­do. Dal 1979 la pres­sio­ne del­la Poli­zia rico­min­cia a diven­ta­re alta e solo le orga­niz­za­zio­ni camor­ri­sti­che, che dispon­go­no di capi­ta­li e mez­zi pos­so­no affron­ta­re quel­la guer­ra con lo Sta­to che i pic­co­li con­trab­ban­die­ri non pos­so­no soste­ne­re[6]. In quel perio­do la cit­tà vie­ne inve­sti­ta dai pri­mi scon­tri del­la guer­ra fra la camor­ra urba­na e quel­la lega­ta a Raf­fae­le Cuto­lo che pro­va a mono­po­liz­za­re il set­to­re impo­nen­do ai con­trab­ban­die­ri una «tas­sa» sul fatturato. 

I pro­le­ta­ri fino ad allo­ra impe­gna­ti nell’attività si tro­va­no quin­di sospe­si fra lo Sta­to e la mala­vi­ta che da spon­de appa­ren­te­men­te oppo­ste richie­do­no sot­to­mis­sio­ne, disci­pli­na ed estra­zio­ne di plu­sva­lo­re. In que­sta mor­sa fra la repres­sio­ne sta­ta­le e l’espansione del­la mala­vi­ta orga­niz­za­ta nasco­no, dall’incontro con alcu­ni mili­tan­ti poli­ti­ci atti­vi nei quar­tie­ri popo­la­ri del­la cit­tà, for­me di sog­get­ti­va­zio­ne che pro­va­ro­no a sot­trar­si al bino­mio Stato/​camorra, come il Col­let­ti­vo auto­no­mo con­trab­ban­die­ri, nato a For­cel­la nel 1974, che annun­cia una del­le sue pri­me usci­te pub­bli­che all’Università Fede­ri­co II, con un volan­ti­no su cui si scrive:

Il con­trab­ban­do a Napo­li per­met­te a 50.000 fami­glie di soprav­vi­ve­re a sten­to. Da poco meno di un anno, oltre a chiu­de­re i posti di lavo­ro, lo Sta­to e la Finan­za han­no dichia­ra­to guer­ra al con­trab­ban­do. Ci spa­ra­no addos­so quan­do uscia­mo con i moto­sca­fi blu. Il con­trab­ban­do non si toc­ca! Fino a quan­do non ci daran­no un altro mez­zo per vive­re. Dob­bia­mo orga­niz­zar­ci ed esse­re uni­ti per difen­de­re il nostro dirit­to alla vita. Riu­nio­ne di tut­ti i con­trab­ban­die­ri napo­le­ta­ni. Gio­ve­dì 15 alle ore 10 davan­ti all’Università di Scien­ze di via Mez­zo­can­no­ne 16 di fron­te al Cine­ma Astra. Col­let­ti­vo auto­no­mo con­trab­ban­die­ri[7].

Il col­let­ti­vo lo fon­da­ro­no alcu­ni com­pa­gni del Vome­ro che face­va­no i con­trab­ban­die­ri. In quel perio­do era­no mol­ti i comu­ni­sti napo­le­ta­ni che vive­va­no da «ille­ga­li» e quel­la espe­rien­za, quin­di, non nac­que da «avan­guar­die ester­ne» ma all’interno del loro mon­do. Tra il ’72 e il ’74 furo­no mol­te le tra­sfor­ma­zio­ni del­la cit­tà che col­pi­ro­no il pro­le­ta­ria­to napo­le­ta­no per il qua­le le atti­vi­tà «ille­ga­li» ave­va­no un ruo­lo impor­tan­te. È chia­ro che di fron­te a que­gli attac­chi i com­pa­gni sen­tis­se­ro l’esigenza di orga­niz­zar­si. Quel col­let­ti­vo è vis­su­to poco per­ché ha subi­to una repres­sio­ne paz­ze­sca, appe­na ven­ne fuo­ri la noti­zia qua­si tut­ti i com­pa­gni furo­no arre­sta­ti ma è un erro­re ana­liz­zar­ne la por­ta­ta poli­ti­ca solo alla luce del­la sua «dura­ta». Noi spes­so abbia­mo un’idea retrò nei con­fron­ti di que­sti feno­me­ni, pen­sia­mo che le strut­tu­re di movi­men­to che nasco­no per un’esigenza deb­ba­no ave­re la stes­sa vita di un col­let­ti­vo poli­ti­co o di un par­ti­to ma non è così. La sto­ria dei movi­men­ti che nasco­no nei ter­ri­to­ri è quel­la che è, le strut­tu­re di movi­men­to spon­ta­nee come que­sto col­let­ti­vo pos­so­no anche dura­re poco ma quel­la che soprav­vi­ve è l’idea di fon­do. Quel­lo che resta è la valen­za poli­ti­ca dell’illegalità orga­niz­za­ta e il suo ingres­so den­tro il pro­ces­so rivo­lu­zio­na­rio, la fine dell’idea di sot­to­pro­le­ta­ria­to come ele­men­to mar­gi­na­le anche nel ragio­na­men­to dei compagni. 

Il col­let­ti­vo dura poco in ter­mi­ni tem­po­ra­li ma le lot­te del cole­ra nasco­no da lì, da un per­cor­so poli­ti­co che si era avvia­to in seno al pro­le­ta­ria­to e al sot­to­pro­le­ta­ria­to urba­no che si orga­niz­za den­tro la cri­si. Biso­gna, quin­di, sem­pre rin­trac­cia­re den­tro que­ste vicen­de, gli ele­men­ti poli­ti­ci di base, le aper­tu­re sul­le qua­li cam­bia il cor­so degli even­ti sto­ri­ci più che la dura­ta del­la sin­go­la espe­rien­za. Nel­la vicen­da dei con­trab­ban­die­ri è pos­si­bi­le leg­ge­re mol­to del­le con­trad­di­zio­ni che avve­ni­va­no a Napo­li in que­gli anni. Nel ’73, con il cole­ra, lo Sta­to avvia una guer­ra ai pro­le­ta­ri del­la cit­tà attac­can­do­ne il sosten­ta­men­to eco­no­mi­co che con­si­ste­va nel­la ven­di­ta per stra­da di gene­ri ali­men­ta­ri, fra cui le coz­ze. La guer­ra al con­trab­ban­do è del­lo stes­so segno. Dopo la Leg­ge 359 i com­pa­gni fino a quel momen­to ave­va­no avu­to un ruo­lo impor­tan­te in quel mon­do, gli ope­rai licen­zia­ti si met­te­va­no insie­me per com­pra­re una bar­ca ma dopo que­sta leg­ge cam­bia tut­to e fini­sce la strut­tu­ra coo­pe­ra­ti­va dal bas­so che, pur sen­za teo­riz­za­zio­ni, era la moda­li­tà su cui era orga­niz­za­ta quell’attività. Alla fine il con­trab­ban­do muo­re per inte­res­si diver­si, una vol­ta che si sono strut­tu­ra­ti quei cana­li com­mer­cia­li è più con­ve­nien­te tra­sfor­mar­lo in cir­cui­to di dro­ga e armi. Quel­la non è una vicen­da di scon­tro fra mafio­si e Sta­to, anzi, è la sto­ria di tra­sfor­ma­zio­ne in sen­so capi­ta­li­sta di un set­to­re dell’economia den­tro cui c’erano mol­ti com­pa­gni e den­tro quel­le vicen­de va let­ta la sto­ria del col­let­ti­vo auto­no­mo di con­trab­ban­die­ri che nasce per lot­ta­re con­tro quell’aggressione del capi­ta­li­smo alla vita dei pro­le­ta­ri. La tra­sfor­ma­zio­ne impo­sta dal Capi­ta­le pesa sui ter­ri­to­ri per­ché distrug­ge strut­tu­re socia­li ed eco­no­mi­che che si reg­ge­va­no su quel­lo. È lo Sta­to che le distrug­ge, attac­can­do i pro­le­ta­ri del cen­tro sto­ri­co nel­la mate­ria­li­tà del­le loro fon­ti di sosten­ta­men­to[8].

Note

[1] I con­trab­ban­die­ri di S. Lucia, regia di A. Bre­scia, con M. Mero­la e A. Saba­to. Prod. Atlas, Ita­lia 1979. 

[2] G. Maz­zoc­chi – A. Vil­la­ni (a cura di), Sul­la cit­tà, oggi. La peri­fe­ria metro­po­li­ta­na. Nodi e rispo­ste, Fran­co Ange­li, Mila­no 2004. 

[3] F. Bar­ba­gal­lo, Il pote­re del­la camor­ra, Einau­di, Tori­no 1999. 

[4] Si veda L. Manun­za, Geo­gra­fie dell’informe. Le nuo­ve fron­tie­re del­la glo­ba­liz­za­zio­ne. Etno­gra­fie da Tan­ge­ri, Napo­li e Istan­bul, Ombre Cor­te, Vero­na 2016. 

[5] Ieri, oggi e doma­ni, regia di V. De Sica, con M. Mastro­ian­ni e S. Loren, Prod. C. Pon­ti, 1963. 

[6] I. Sales, La camor­ra, le camor­re, Edi­to­ri Riu­ni­ti, Roma 1988. 

[7] Volan­ti­no del Col­let­ti­vo Auto­no­mo Con­trab­ban­die­ri, 1974. 

[8] Raf­fae­le Pau­ra, inter­vi­sta, 2019.

Intorno ad una piazza…

Intorno ad una piazza…

Anco­ra una anti­ci­pa­zio­ne del rac­con­to di uno dei pro­ta­go­ni­sti del volu­me X sull’autonomia ope­ra­ia meridionale

“Piaz­za Meda­glie d’O­ro era il pun­to in cui con­flui­va­no, in manie­ra abba­stan­za disor­di­na­ta, com­pa­gni di vario gene­re. Mol­ti di loro pro­ve­ni­va­no da grup­pi orga­niz­za­ti, come i com­pa­gni di Po, che a Napo­li non ave­va mai avu­to un gran­de radi­ca­men­to, o Lc. La piaz­za era un luo­go che diven­ta­va cen­tro di orga­niz­za­zio­ne infor­ma­le del­la poli­ti­ca, in cui veni­va­no costrui­te le mobi­li­ta­zio­ni, soprat­tut­to quel­le anti­fa­sci­ste che in que­gli anni era­no uno degli ele­men­ti carat­te­ri­sti­ci del­la lot­ta a Napo­li. Il Vome­ro era uno degli sno­di più for­ti del­la pre­sen­za fasci­sta a Napo­li e man­te­ne­re quel­la piaz­za era fon­da­men­ta­le. Da quel posto sono par­ti­te nel cor­so de- gli anni una serie di azio­ni nel­le qua­li le appar­te­nen­ze alle orga­niz­za­zio­ni sfu­ma­va­no, non c’era una vera dif­fe­ren­zia­zio­ne. Anche buo­na par­te dei com­pa­gni che ave­va­no attra­ver­sa­to a vario tito­lo Lc, si aggre­ga­va­no sem­pre di più nel­la pra­ti­ca dell’antifascismo mili­tan­te sul­la base di ragio­na­men­ti che par­ti­va­no dal­la discus­sio­ne che sta­va attra­ver­san­do tut­to il movi­men­to sull’uso del­la vio­len­za, a par­ti­re da quel­lo che era suc­ces­so nel ’73 in Cile. Da quel dibat­ti­to si aprì una gran­de discus­sio­ne che cova­va in real­tà sot­to le cene­ri da tem­po, soprat­tut­to fra i com­pa­gni inse­ri­ti nel ser­vi­zio d’ordine di Lc. L’uso del­la for­za e del­la vio­len­za di mas­sa era un tema da sem­pre sot­to trac­cia, tan­to è vero che tut­ti i nostri ragio­na­men­ti veni­va­no poi arric­chi­ti e qua­si anti­ci­pa­ti da alcu­ni epi­so­di. Pen­so alla rispo­sta di mas­sa alla stra­ge di Bre­scia che a Napo­li fu enor­me e tro­vò addi­rit­tu­ra impre­pa­ra­ti i ser­vi­zi d’ordine del­le varie orga­niz­za­zio­ni. La gen­te che sce­se in piaz­za il gior­no del­la mani­fe­sta­zio­ne era mol­to più «attrez­za­ta» e dispo­sta allo scon­tro di quan­to lo fos­si­mo noi e si era dota­ta auto­no­ma­men­te di «mate­ria­li», in quel­la che fu un’azione anti­fa­sci­sta di mas­sa incre­di­bi­le. Le strut­tu­re orga­niz­za­te dove­va­no rin­cor­re­re qua­si la gen­te che assal­ta­va le sedi come quel­la del­la Cisnal a via de Gaspe­ri dove, men­tre pro­va­va­mo a sali­re per le sca­le del palaz­zo vede­va­mo il mobi­lio degli uffi­ci vola­re dal­le fine­stre. Tra quel­la gen­te che ci ave­va pre­ce­du­to c’era di tut­to, anti­fa­sci­sti di ogni pro­ve­nien­za. La vio­len­za e la for­za che il movi­men­to era in gra­do di espri­me­re si mani­fe­sta­va davan­ti ai nostri occhi…” 

(Vit­to­rio For­te – p. 262)

foto: www.delcampo.net
Autonomi a sud. Storia di un’aporia militante

Autonomi a sud. Storia di un’aporia militante

di Gio­van­ni Ioz­zo­li *

In que­sto volu­me, dedi­ca­to all’autonomia ope­ra­ia meri­dio­na­le, il pri­mo di una serie di tre, Fran­ce­sco Festa e Anto­nio Bove, ricer­ca­to­ri mili­tan­ti (cioè, non forag­gia­ti dai sol­di pub­bli­ci) offro­no al let­to­re un’opera ric­chis­si­ma in cui sto­ria, sto­rio­gra­fia, bio­gra­fie, teo­rie e pras­si, si intrec­cia­no su un ter­re­no deli­ca­tis­si­mo, anzi inaf­fer­ra­bi­le, che si può ricon­dur­re ad una doman­da reto­ri­ca: è esi­sti­ta una for­ma spe­ci­fi­ca­men­te meri­dio­na­le dell’autonomia ope­ra­ia? E in che modo que­sta cate­go­ria – così lega­ta alla sto­ria del neo­ca­pi­ta­li­smo for­di­sta pada­no – può esse­re pie­ga­ta e ria­dat­ta­ta al con­te­sto del mez­zo­gior­no? E far­lo, è un’attribuzione legit­ti­ma o una for­za­tu­ra  ideo­lo­gi­ca? I due auto­ri, attin­gen­do a mol­ti con­tri­bu­ti intel­let­tua­li e/​o mili­tan­ti, sem­bra­no inter­ro­ga­re e inter­ro­gar­si sul­la licei­tà di tale operazione.

Par­tia­mo, quin­di, da una que­stio­ne sostan­zia­le: cos’è l’autonomia ope­ra­ia meri­dio­na­le? È dav­ve­ro esi­sti­ta? Basta defi­nir­la come l’insieme dei com­por­ta­men­ti ope­rai e pro­le­ta­ri fuo­ri e con­tro le com­pa­ti­bi­li­tà capi­ta­li­sti­che e com­ple­ta­men­te indi­pen­den­ti da ogni lega­me con il rifor­mi­smo? Per pro­va­re a rispon­de­re biso­gna trac­cia­re una «car­to­gra­fia tema­ti­ca» e ripen­sa­re l’idea stes­sa di Mez­zo­gior­no, dell’aggressione capi­ta­li­sti­ca alle sue regio­ni, pren­de­re distan­za dal pie­ti­smo meri­dio­na­li­sti­co e dal mar­xi­smo sto­ri­ci­sta: la linea del pro­gres­so in asce­sa con il timo­ne ret­to dal­la bor­ghe­sia illu­mi­na­ta, sen­za la qua­le il Sud sareb­be ostag­gio di laz­za­ri, ple­ba­glia e lum­pen­pro­le­ta­riat. Linea che ha segna­to, per oltre cinquant’anni, l’azione poli­ti­ca e cul­tu­ra­le del Pci. (pag. 9)

Il libro è la rispo­sta a quel­la doman­da reto­ri­ca: è legit­ti­mo par­la­re di una auto­no­mia ope­ra­ia meri­dio­na­le e tale cate­go­ria non va con­si­de­ra­ta un’appendice di quel­la nata nel cuo­re del trian­go­lo indu­stria­le, nel­la misu­ra in cui la sto­ria eco­no­mi­ca e socia­le del mez­zo­gior­no può sot­trar­si alla nar­ra­zio­ne “sto­ri­ci­sta” del sot­to­svi­lup­po cro­ni­co del nostro Sud, eter­na­men­te eti­chet­ta­to come ritar­do, risac­ca e zavor­ra mala­ta del pro­ces­so uni­ta­rio. Que­stio­ne di sguar­di, di pun­ti di vista, di approc­cio alla let­tu­ra sto­ri­ca. Se il Sud smet­te di esse­re con­si­de­ra­to una escre­scen­za incom­piu­ta del pro­ces­so uni­ta­rio e del neo­ca­pi­ta­li­smo, allo­ra i suoi movi­men­ti auto­no­mi non van­no con­si­de­ra­ti una ripro­du­zio­ne del­le lot­te dell’operaio mas­sa, ben­sì il baci­no di crea­zio­ne di figu­re e con­flit­ti ori­gi­na­li. Il sot­to­pro­le­ta­ria­to – fan­ta­sma e coscien­za spor­ca del movi­men­to ope­ra­io – esce da se stes­so, dai suoi ste­reo­ti­pi lum­pen, supe­ra lo stig­ma ple­beo e si pre­sen­ta come pro­le­ta­ria­to dif­fu­so, crea­to­re di plu­sva­lo­re socia­le nel­la nuo­va fab­bri­ca-metro­po­li. Non ritar­do, quin­di, ma nuo­va e diver­sa real­tà che richie­de nuo­ve e diver­se chia­vi inter­pre­ta­ti­ve. Gli anni 70 dei movi­men­ti anta­go­ni­sti napo­le­ta­ni, rac­con­ta­no pro­prio il pro­ces­so di auto­va­lo­riz­za­zio­ne – l’assalto alla spe­sa pub­bli­ca, la riap­pro­pria­zio­ne del patri­mo­nio abi­ta­ti­vo, il riven­di­ca­zio­ni­smo inces­san­te sul­la linea reddito/​lavoro – di que­sto sog­get­to che rara­men­te la sini­stra era riu­sci­ta a inter­cet­ta­re. Auto­no­mia a sud come nuo­va chia­ve di let­tu­ra di que­sto sud.
Gli auto­ri rimar­ca­no più vol­te que­sta tesi, come un filo con­dut­to­re che deve reg­ge­re la fre­ne­sia cen­tri­fu­ga del­le sto­rie e dei movimenti.

Nei pri­mi anni Set­tan­ta, i rifles­si sui con­su­mi del­la cri­si eco­no­mi­ca e del­lo svi­lup­po cao­ti­co dei trent’anni pre­ce­den­ti ripor­ta­no il Mez­zo­gior­no al cen­tro del­le rifles­sio­ni del Pci e del­la sini­stra rivo­lu­zio­na­ria, ria­bi­li­tan­do la «que­stio­ne meri­dio­na­le». Le let­tu­re del­la situa­zio­ne, tut­ta­via, sono insuf­fi­cien­ti a chia­ri­re gli spun­ti rela­ti­vi alla com­po­si­zio­ne socia­le, all’industrializzazione e al ruo­lo del­le regio­ni meri­dio­na­li nel­la pro­gram­ma­zio­ne capi­ta­li­sti­ca. Nel­la let­tu­ra del Pci, ma anche in set­to­ri alla sua sini­stra, il Sud è visto da sem­pre come una «distor­sio­ne», l’elemento arre­tra­to del­lo svi­lup­po gene­ra­le, frut­to di un «pro­ble­ma», di un «ritar­do» o di una serie di «erro­ri di pro­gram­ma­zio­ne». Da tale assun­to emer­ge che, alla base, il pro­ces­so di svi­lup­po capi­ta­li­sta pos­sa inter­ve­ni­re per rimuo­ve­re gli agen­ti di fre­no allo «svi­lup­po». Una discus­sio­ne, in veri­tà, tut­ta inter­na alle logi­che del capi­ta­li­smo che pur­trop­po ancor oggi occu­pa gran par­te dei dibat­ti­ti sul tema, par­ten­do da due erro­ri enor­mi. Uno è l’idea che il pro­ble­ma sia il man­ca­to svi­lup­po e non la sua stes­sa natu­ra, cioè la sua matri­ce capi­ta­li­sta; l’altro è la con­si­de­ra­zio­ne del Mez­zo­gior­no come «tema», men­tre la discus­sio­ne dovreb­be, in altro sen­so, ver­te­re sul­le moda­li­tà del pro­ces­so eco­no­mi­co, poli­ti­co, socia­le e cul­tu­ra­le che ha crea­to il Mez­zo­gior­no come visio­ne. Il capi­ta­li­smo è il vero tema. (pag. 31)

L’autonomia, l’operaismo, le metro­po­li slab­bra­te e puru­len­te del mez­zo­gior­no, le cam­pa­gne dell’entroterra, l’appennino e le ter­re dell’osso: se Lenin veni­va por­ta­to a spas­so in Inghil­ter­ra, sareb­be legit­ti­mo tra­slo­ca­re Pan­zie­ri a sud di Lati­na?
Inqua­dra­re quel­la sto­ria con le len­ti dell’operaismo è un pro­ce­di­men­to con­tro­ver­so. Festa e Bove resta­no fede­li a un meto­do: leg­ge­re i cicli dell’ inter­ven­to straor­di­na­rio nel mez­zo­gior­no alla luce del­la sequen­za sviluppo/​crisi del­lo Sta­to Pia­no, legan­do com­po­si­zio­ne di clas­se, con­flit­ti, inve­sti­men­ti e spe­sa pub­bli­ca, den­tro un’unica chia­ve di let­tu­ra. Il pro­gram­ma non scrit­to dell’autonomia ope­ra­ia meri­dio­na­le sta tut­to den­tro que­sto groviglio.

«Sol­tan­to a livel­lo di clas­se ope­ra­ia si può par­la­re in sen­so spe­ci­fi­co di pro­ces­so rivo­lu­zio­na­rio, di rivo­lu­zio­ne, di rot­tu­ra rivo­lu­zio­na­ria», si dice­va, ma la clas­se ope­ra­ia, nel­le metro­po­li e nei ter­ri­to­ri meri­dio­na­li stra­vol­ti dal capi­ta­li­smo del­la cri­si non è solo quel­la del­la linea di mon­tag­gio, anzi, a Napo­li e in tut­to il Mez­zo­gior­no que­sto para­dig­ma non reg­ge. L’operaismo è un pun­to di vista di par­te, cui ha attin­to – chi più, chi meno – tut­ta l’area dell’Autonomia ope­ra­ia ed è ine­vi­ta­bi­le riflet­te­re sui pro­ble­mi che l’incontro fra la sto­ria del Sud e que­sta cor­ren­te di pen­sie­ro gene­ra. Leg­gen­do quel­le vicen­de den­tro le loro spe­ci­fi­ci­tà è evi­den­te che si fini­sca per indi­vi­dua­re un vul­nus, un cor­to­cir­cui­to nel para­dig­ma ope­rai­sta le cui spe­ci­fi­ci­tà van­no rimo­du­la­te attra­ver­so i com­por­ta­men­ti e le sog­get­ti­vi­tà dell’Autonomia meri­dio­na­le: in par­ti­co­la­re, rispet­to alla com­po­si­zio­ne di clas­se di quei ter­ri­to­ri e ai pro­ces­si di pro­du­zio­ne e valo­riz­za­zio­ne del­le comu­ni­tà. Det­to fuo­ri dai den­ti: l’operaismo è nato nel Nord Ita­lia, davan­ti ai can­cel­li del­le fab­bri­che del «trian­go­lo indu­stria­le», in par­ti­co­la­re a Mira­fio­ri con al cen­tro l’operaio mas­sa, gio­va­ne meri­dio­na­le «depor­ta­to» per soste­ne­re lo svi­lup­po capi­ta­li­sti­co dei glo­rio­si Set­tan­ta. A Sud que­sta linea di pen­sie­ro ha avu­to la fun­zio­ne di “cas­set­ta degli attrez­zi” con­cet­tua­le per grup­pi ristret­ti di intel­let­tua­li e avan­guar­die mili­tan­ti, ma non è mai esi­sti­ta una sua tra­di­zio­ne teo­ri­ca né una sua tra­du­zio­ne. (pag. 11)

Que­sta traduzione/​traslazione la ope­re­ran­no i pro­le­ta­ri nel­la pras­si, sen­za por­si tan­te que­stio­ni epi­ste­mo­lo­gi­che: nel Mez­zo­gior­no l’autonomia dell’interesse di clas­se e dei biso­gni di mas­sa non ha biso­gno di adat­tar­si al “cal­co” ope­rai­sta, ma lo rein­ven­ta, ne for­za il peri­me­tro costrin­gen­do le stes­se sog­get­ti­vi­tà orga­niz­za­te a ride­fi­ni­re se stes­se in rap­por­to ad una movi­men­ta­zio­ne socia­le ric­chis­si­ma e radi­ca­le. Rac­con­ta­re quel cli­ma è dif­fi­ci­le e neces­sa­rio. E per pro­va­re a far­lo, gli auto­ri si affi­da­no a mol­ti con­tri­bu­ti, di taglio e regi­stro assai dif­fe­ren­te (per sod­di­sfa­re ogni pala­to). Con­tri­bu­ti di alto pro­fi­lo, qua­li quel­lo di Lan­fran­co Cami­ni­ti, che rac­con­ta del­la nasci­ta di Pri­mi Fuo­chi di Guer­ri­glia, il ten­ta­ti­vo di pra­ti­ca­re il “dirit­to alla guer­ra” den­tro l’oppressione sta­gnan­te del­la socie­tà meri­dio­na­le e rifon­da­re una dia­let­ti­ca nuo­va tra ini­zia­ti­va arma­ta e pra­ti­ca di mas­sa, tra sog­get­ti­vi­tà auto­no­ma e comunità/​territori.

Indi­ca­re lo Sta­to come nemi­co, indi­riz­za­re con­tro lo Sta­to la sin­te­si dell’antagonismo al Sud, non sareb­be sta­to un «valo­re aggiun­to» – acca­de­va già. Il fat­to nuo­vo, a noi sem­bra­va, era che le fun­zio­ni del­lo Sta­to si anda­va­no dislo­can­do den­tro la socie­tà, i cor­pi inter­me­di e la distri­bu­zio­ne dei pote­ri, e una sem­pli­fi­ca­zio­ne socie­tà vs. Sta­to o clas­se vs. Sta­to non coglie­va le modi­fi­ca­zio­ni. Biso­gna­va per­ciò «por­ta­re» l’antagonismo den­tro la socie­tà, den­tro la sta­tua­liz­za­zio­ne del­la socie­tà; cioè, den­tro una dina­mi­ca, un pro­ces­so, e non una strut­tu­ra e le sue arti­co­la­zio­ni. (…) Non era­va­mo clan­de­sti­ni. Con quel­la stes­sa fac­cia face­va­mo assem­blee e rapi­ne, riu­nio­ni e atten­ta­ti. In guer­ra, d’altronde, si com­bat­te a viso aper­to. (pag. 96)

Napo­li, all’inizio degli anni ’70, è comun­que la quar­ta cit­tà indu­stria­le d’Italia. E l’Italsider e l’Alfasud ven­go­no pie­na­men­te inve­sti­te dal ven­to dell’autunno cal­do, del­la sta­gio­ne dei con­si­gli e dell’autonomia dei com­por­ta­men­ti ope­rai in dire­zio­ne del rifiu­to del lavo­ro sala­ria­to – non come pro­gram­ma o teo­ria, ma come pras­si ed esi­gen­za di vita. Anche qui ci si inter­ro­ga reto­ri­ca­men­te sul rap­por­to tra lot­te di fab­bri­ca e lot­te socia­li: sono i con­te­nu­ti del ’69 ope­ra­io a rove­sciar­si sui quar­tie­ri, o al con­tra­rio, è la matu­ra­zio­ne del­le lot­te popo­la­ri sul ter­ri­to­rio, sul ter­re­no del­la ripro­du­zio­ne e del red­di­to socia­le, a tene­re acce­so il fuo­co nei repar­ti del­la pro­du­zio­ne indu­stria­le? In ogni caso, anche a Napo­li alcu­ni gran­di sta­bi­li­men­ti diven­te­ran­no scuo­le di comu­ni­smo per una gene­ra­zio­ne di qua­dri ope­rai, sem­pre in bili­co tra sin­da­ca­li­smo radi­ca­le e insur­re­zio­ne.
Inte­res­san­te, da que­sto pun­to di vista, il recu­pe­ro del­la sto­ria dimen­ti­ca­ta dell’Unione Sin­da­ca­le dei Comi­ta­ti di Lot­ta, una rete di nuclei di fab­bri­ca – osti­li al nuo­vo cor­so con­si­lia­re post-69 – e ricon­du­ci­bi­le ad una pic­co­la for­ma­zio­ne mar­xi­sta-leni­ni­sta (gui­da­ta dal non dimen­ti­ca­to Gusta­vo Her­man): para­dos­si napo­le­ta­ni, per rac­con­ta­re l’autonomia, nel gro­vi­glio di sto­rie, fac­ce e pro­ces­si, devi par­la­re degli emme-elle…

Fran­co e impor­tan­te, il con­tri­bu­to di Raf­fae­le Pau­ra, ama­tis­si­ma figu­ra tutt’ora atti­va den­tro il movi­men­to napo­le­ta­no; da lui arri­va un fram­men­to rela­ti­vo alla sto­ria dei Comi­ta­ti di Quar­tie­re (l’autonomia con la a minu­sco­la), del loro apo­geo e del­la loro rapi­da decre­sci­ta. Orga­ni­smi popo­la­ri, cen­tra­ti sull’autoriduzione e la ver­ten­zia­li­tà di quar­tie­re, nei qua­li però una gene­ra­zio­ne di mili­tan­ti dovrà fare i con­ti con il nodo più dram­ma­ti­co di quel­la fase storica:

Intor­no al ’74 un grup­po di mili­tan­ti atti­vi nel Comi­ta­to del quar­tie­re Por­to, sul­la scia di un ragio­na­men­to inter­no e sul­la spin­ta di quel­lo che acca­de­va intor­no, abban­do­na il lavo­ro di mas­sa e si strut­tu­ra come grup­po arma­to. È sta­ta una scel­ta com­pli­ca­ta e sicu­ra­men­te un erro­re poli­ti­co. Il grup­po non ave­va un nome, usa­va­mo diver­se sigle anche per­ché nel momen­to in cui si dif­fon­de­va un cer­to inna­mo­ra­men­to per la lot­ta arma­ta noi cer­chia­mo di evi­ta­re la deri­va avan­guar­di­sta anche se que­sta cosa poi, di fat­to, acca­de. Il nostro grup­po, come altre for­ma­zio­ni affi­ni spar­se nel Meri­dio­ne, non ave­va nem­me­no una com­po­si­zio­ne sta­bi­le, i com­pa­gni si spo­sta­va­no e attra­ver­sa­va­no diver­si ambi­ti del movi­men­to e pen­sa­va­mo che que­sto potes­se evi­ta­re il distac­co dal­le lot­te socia­li. Nes­su­no di noi, infat­ti, è mai sta­to clan­de­sti­no, anche quan­do era­va­mo lati­tan­ti con­ti­nua­va­mo a sta­re nel movi­men­to per­ché l’idea dell’avanguardia ester­na non ci ha mai attrat­to. Alcu­ni com­pa­gni, inol­tre, sono anda­ti in gale­ra per rapi­na o altri «cri­mi­ni» ma era­no pro­le­ta­ri che sta­va­no con noi e mol­te rapi­ne eti­chet­ta­te come cri­mi­ni «comu­ni» in real­tà non lo era­no, ma si trat­ta­va di azio­ni di com­pa­gni e pro­le­ta­ri poli­ti­ca­men­te schie­ra­ti den­tro quel­la for­te quo­ta di «ille­ga­li­tà socia­le» che si incro­cia­va con quel­lo che face­va­mo noi.
Nono­stan­te la dispo­ni­bi­li­tà all’uso di armi e del­la for­za, comun­que, fra tut­ti gli erro­ri che abbia­mo com­mes­so non abbia­mo mai avu­to come obiet­ti­vo quel­lo di col­pi­re le per­so­ne, l’omicidio poli­ti­co non è mai sta­to nel nostro oriz­zon­te. L’attività era rivol­ta pre­va­len­te­men­te al con­trol­lo dei ter­ri­to­ri che le lot­te socia­li sta­va­no libe­ran­do, con le cam­pa­gne con­tro i dela­to­ri nei quar­tie­ri, e poi ad azio­ni come la spe­sa poli­ti­ca che non era solo l’attacco ai super­mer­ca­ti ma anche ini­zia­ti­ve più ecla­tan­ti. Nel ’75, quan­do Ser­gio Romeo era anco­ra vivo vie­ne bloc­ca­to a For­cel­la un camion che tra­spor­ta­va pasta e il cari­co vie­ne distri­bui­to ai pro­le­ta­ri del quar­tie­re. Que­sto era il tipo di azio­ni che rite­ne­va­mo cen­tra­li. Ser­gio in quel­la occa­sio­ne era già nei Nap e voglio ricor­da­re que­sto par­ti­co­la­re per­ché nono­stan­te le sigle di appar­te­nen­za il dato poli­ti­co è che noi com­pa­gni ci riu­ni­va­mo sul­le azio­ni, non c’erano com­par­ti­men­ta­zio­ni sta­gne. In quel perio­do anche gli stes­si mili­tan­ti dei Nap agi­va­no in que­sto modo, pure per­ché quel­la orga­niz­za­zio­ne nasce den­tro i movi­men­ti, pri­ma dell’impazzimento orga­niz­za­ti­vo che avvie­ne qua­si per neces­si­tà, dopo la mor­te e gli arre­sti di mol­ti com­pa­gni e com­pa­gne e le fasi dram­ma­ti­che che la loro orga­niz­za­zio­ne si tro­vò ad affron­ta­re.(…) È anche sul­la base di que­sti even­ti che avver­tia­mo la spin­ta a costrui­re un grup­po che di fat­to si distac­ca dal lavo­ro nei quar­tie­ri, venia­mo coin­vol­ti da quel­la spin­ta sog­get­ti­va che por­ta a un «gio­co al rial­zo», pen­sia­mo che ormai i pro­le­ta­ri sia­no pron­ti a reg­ge­re in auto­no­mia le strut­tu­re ter­ri­to­ria­li e ci dedi­chia­mo a costrui­re un’altra orga­niz­za­zio­ne, inve­ce di ripen­sa­re e rilan­cia­re il lavo­ro di mas­sa. (…)
L’abbandono del­le lot­te socia­li, comun­que, anche se non era nostra inten­zio­ne c’è sta­to, doven­do affron­ta­re un per­cor­so di quel tipo che è sta­to un pun­to di non ritor­no. Nel­la zona del cen­tro ave­va­mo costrui­to, negli anni, una strut­tu­ra autor­ga­niz­za­ta a par­ti­re dal­le auto­ri­du­zio­ni che dove­va esse­re fun­zio­na­le alla costru­zio­ne di un con­tro­po­te­re ter­ri­to­ria­le. Il risul­ta­to di quel­la scel­ta, inve­ce, è che come pri­ma cosa vie­ne taglia­ta subi­to la cor­ren­te elet­tri­ca a tut­ti. Mia mam­ma non mi ha mai per­do­na­to per quel­la cosa. Il nostro ruo­lo in quei Comi­ta­ti non era secon­da­rio, anzi, nel momen­to in cui sia­mo pas­sa­ti alla clan­de­sti­ni­tà, con­se­gnan­do il lavo­ro di mas­sa e l’organizzazione in mano ai pro­le­ta­ri che ave­va­no fat­to le lot­te fino a quel momen­to insie­me a noi è scom­par­so tut­to e l’ espe­rien­za dell’autoriduzione si è esau­ri­ta. Tut­to quel pro­ces­so, i Comi­ta­ti per l’autoriduzione, la dife­sa del ter­ri­to­rio, i Comi­ta­ti di quar­tie­re alla fine è anda­to per­du­to. (pag. 200)

Alfon­so Natel­la, Fran­co Piper­no, Fran­ce­sco Caru­so e Giso Amen­do­la arric­chi­sco­no il rac­con­to cora­le di una epo­pea che solo appa­ren­te­men­te ha il sapo­re del­la scon­fit­ta o dell’occasione man­ca­ta: c’è un sedi­men­to di memo­ria, di veri­tà, di sapien­za sov­ver­si­va, che rie­mer­ge car­si­ca­men­te, fino a sfi­da­re il pre­sen­te davan­ti ai can­cel­li del­la logi­sti­ca, nei ter­ri­to­ri stu­pra­ti, nel­le metro­po­li slab­bra­te e vio­len­te che ci toc­ca attraversare.

Nel­la capi­ta­le del­la flui­di­tà socia­le, le for­ma­zio­ni dell’Autonomia orga­niz­za­ta – Ros­so, Sen­za Tre­gua, Mco – pro­ve­ran­no a costrui­re lega­mi soli­di con l’autonomia dif­fu­sa napo­le­ta­na e meri­dio­na­le. Ma per tut­to il decen­nio ’70, gli auto­no­mi del sud non rie­sco­no a defi­ni­re dei peri­me­tri orga­niz­za­ti­vi e pro­gram­ma­ti­ci sta­bi­li: come se il mon­ta­re dei cicli di lot­ta impe­dis­se non solo le scle­ro­tiz­za­zio­ni grup­pet­ta­re, ma anche qual­sia­si sedi­men­ta­zio­ne vir­tuo­sa, qual­sia­si pas­sag­gio che evi­tas­se i sal­ti e le rot­tu­re gene­ra­zio­na­li, che saran­no così tipi­che di que­sta sto­ria e di que­sti territori.

Gli auto­no­mi furo­no i pri­mi a lot­ta­re con­tro se stes­si, a pro­va­re a met­te­re ordi­ne nei pro­ces­si cao­ti­ci che era­no sta­ti così bra­vi ad evo­ca­re o abi­ta­re. Ma risul­ta dif­fi­ci­le rico­strui­re una cor­ni­ce ade­gua­ta, rispet­to a que­sta ecce­den­za, a que­sta ric­chez­za: tan­to più nel sud Ita­lia, e nel­la sua sgan­ghe­ra­ta capi­ta­le. E’ per que­sto che anco­ra oggi con­ti­nuia­mo a leg­ge­re libri su que­sta sto­ria così pre­sen­te, così irri­sol­ta, che pre­me con urgen­za sul­la nostra intel­li­gen­za e sull’agenda dell’oggi.

Del resto, in ognu­no dei nove volu­mi pre­ce­den­ti (una serie edi­to­ria­le dal­la lon­ge­vi­tà incre­di­bi­le, per la qua­le non si smet­te­rà mai di esse­re abba­stan­za gra­ti a Deri­veAp­pro­di) il pro­ble­ma “onto­lo­gi­co” dell’autonomia ope­ra­ia per­ma­ne osti­na­to – fino alla dif­fi­col­tà nel­la scel­ta del­la A maiu­sco­la o minu­sco­la, nel rac­con­ti di mol­ti con­te­sti. L’ A/​autonomia inaf­fer­ra­bi­le, che non si fa cat­tu­ra­re, cata­lo­ga­re, su cui non solo sto­ri­ci e sag­gi­sti con­ti­nua­no a sbat­te­re la testa, ma anche tan­ti soler­ti magi­stra­ti che han­no pro­va­to attra­ver­so cen­ti­na­ia di miglia­ia di pagi­ne di atti istrut­to­ri a ricon­dur­re a cate­go­rie pena­li quel­la che è sta­ta una esplo­si­va complessità.

Que­sto libro è for­se il più dina­mi­co e “dif­fi­ci­le” di tut­ta la serie, quel­lo che esi­ge più dedi­zio­ne, quel­lo in cui lo sfor­zo di con­te­stua­liz­za­zio­ne sto­ri­co-poli­ti­ca è più alto. Ma anche quel­lo che offre di più al let­to­re che, a secon­da del­le sue pre­fe­ren­ze, tro­ve­rà sto­rie di vita ed ele­men­ti alti dibat­ti­to teo­ri­co, intrec­cia­ti nel clas­si­co bai­lam­me medi­ter­ra­neo: come nei vec­chi asset­ti urba­ni napo­le­ta­ni, dove i bas­si del pia­no ter­ra con­vi­vo­no col pia­no nobi­le e tut­ti gli odo­ri e i rumo­ri si mesco­la­no appa­ren­te­men­te sen­za principio.

Un libro che reste­rà – oltre l’orizzonte faci­le del­la memo­ria­li­sti­ca – e che sia­mo sicu­ri tro­ve­rà la sua col­lo­ca­zio­ne non solo nel­le biblio­te­che di movi­men­to, ma anche negli archi­vi di isti­tu­ti e cen­tri stu­di che non han­no abdi­ca­to alla neces­si­tà del­la memo­ria critica.

*pub­bli­ca­to su Car­mil­laon­li­ne

Dal diritto alla casa al diritto all’abitare

Dal diritto alla casa al diritto all’abitare

Genea­lo­gia dei movi­men­ti socia­li­di occu­pa­zio­ne di case a Napo­li dagli anni ’50 ad oggi

Ripor­tia­mo inte­ra­men­te il lavo­ro acca­de­mi­co svol­to da un atti­vi­sta del movi­men­to napo­le­ta­no che rico­strui­sce, a par­ti­re dagli anni ’50, e lot­te e il con­te­sto in cui si svi­lup­pò un enor­me movi­men­to di mas­sa che riven­di­ca­va e pra­ti­ca­va il dirit­to alla casa.

Dagli anni ’50 fino ai gior­ni nostri vie­ne rico­strui­ta la genea­lo­gia dei movi­men­ti socia­li che nati come movi­men­ti per il dirit­to alla casa si sono tra­sfor­ma­ti ai gior­ni nostri in movi­men­to per il dirit­to all’abitare.

Per lo svi­lup­po del­l’au­to­no­mia e del­le sue com­po­nen­ti orga­niz­za­te la data del 23 novem­bre 1980 rap­pre­sen­ta un pun­to di svol­ta per ripren­de­re paro­la dopo le onda­te repres­si­ve degli ulti­mi anni ’70.

Que­sto lavo­ro può aiu­ta­re alla com­pren­sio­ne di quan­to avven­ne nel tes­su­to socia­le pro­le­ta­rio metro­po­li­ta­no all’in­do­ma­ni del ter­re­mo­to che col­pì e deva­stò mag­gior­men­te le zone inter­ne del­l’Ir­pi­nia ma for­ni­sce anche le coor­di­na­te per com­pren­de­re le con­di­zio­ni abi­ta­ti­ve di Napo­li e dei suoi quar­tie­ri che, a fron­te del­l’e­span­sio­ne urba­ni­sti­ca sel­vag­gia e spe­cu­la­ti­va, deter­mi­nò lo svi­lup­po del­le pri­me lot­te orga­niz­za­te in cui la pre­sen­za del­le com­po­nen­ti auto­no­me risul­to determinante.

Lot­te che svi­lup­pa­ro­no for­me orga­niz­za­ti­ve capa­ci di far vive­re sul ter­re­no del­le riven­di­ca­zio­ni e del­la pra­ti­ca alcu­ne del­le paro­le d’or­di­ne di que­gli anni dal “pren­dia­mo­ci la cit­tà” alle auto­ri­du­zio­ni dei beni essen­zia­li fino alla requi­si­zio­ne del­le case sfitte.

Que­sto con­tri­bu­to, ovvia­men­te, non è un docu­men­to poli­ti­co: la sua pub­bli­ca­zio­ne su Archi­vio Auto­no­mia rispon­de alla neces­si­tà di far cono­sce­re e man­te­ne­re viva la memo­ria del­le lot­te socia­li che in manie­ra auto­no­ma si sono svi­lup­pa­te nel nostro pae­se lad­do­ve non si ri/​trovano mate­ria­li ori­gi­na­li .

Volan­ti­no di mobi­li­ta­zio­ne del Comi­ta­to di quar­tie­re San­t’E­ra­smo ai Gra­ni­li.
Fon­te: Lui­sa Maglio, archi­vio privato
Una chiacchierata tra gli anni ’70 e il presente, con uno sguardo al futuro

Una chiacchierata tra gli anni ’70 e il presente, con uno sguardo al futuro

Nell’ambito del­le pre­sen­ta­zio­ni del pri­mo dei tre volu­mi sull’autonomia ope­ra­ia meri­dio­na­le del­le edi­zio­ni di Deri­veAp­pro­di si è svol­ta, cura­ta dal Labo­ra­to­rio di Mutuo Soc­cor­so Zero81, una “chiac­chie­ra­ta” tra i cura­to­ri del­la tri­lo­gia e Lan­fran­co Cami­ni­ti e Pie­ro Despali.

L’incontro tra Lan­fran­co e Pie­ro è sta­ta un’occasione impor­tan­te all’interno del­la rifles­sio­ne sugli anni set­tan­ta e sul­la sto­ria dell’autonomia (ovvia­men­te in manie­ra par­zia­le e limitata).

Abbia­mo scel­to, d’accordo con i par­te­ci­pan­ti, di resti­tui­re la “chiac­chie­ra­ta” tra­scri­ven­do­la e chie­den­do loro di “rior­di­na­re” i loro interventi.

Que­sto per dare la pos­si­bi­li­tà, a chi non era pre­sen­te a Napo­li e anche a chi ha curio­si­tà, inte­res­se e pas­sio­ne, di cono­sce­re par­te di quel­la sto­ria attra­ver­so le testi­mo­nian­ze di Pie­ro e Lanfranco.

Il tema che è sta­to scel­to – “Nord-Sud uni­ti nel­la lot­ta” ??!! – è sta­ta l’occasione per riper­cor­re­re un pez­zo del­la enor­me sto­ria del­la sov­ver­sio­ne socia­le in Ita­lia ma anche lo sti­mo­lo e lo spun­to per met­te­re a fuo­co, sul tavo­lo dei ragio­na­men­ti, ele­men­ti di attua­li­tà che han­no una por­ta­ta più ampia.

Ci augu­ria­mo di aver reso un buon ser­vi­zio e restia­mo aper­ti a qual­sia­si altro contributo/​integrazione.

Buo­na lettura