Da pochissimi giorni è stato pubblicato il libro:“Gli autonomi – L’Autonomia operaia meridionale”, a cura di Antonio Bove e Francesco Festa. Il volume, edito dalla casa editrice DeriveApprodi, è contrassegnato dal numero romano X, poiché rientra in una collana tematica più generale dedicata alla storia dell’Autonomia operaia, movimento della sinistra extraparlamentare sorto in Italia negli anni Settanta del secolo scorso.
Il lavoro di Bove e Festa documenta in modo inedito e rigoroso le origini, le lotte e lo sviluppo di quest’area politico-culturale nel Mezzogiorno. Tanti e tali sono i materiali raccolti, che i due curatori hanno optato per la pubblicazione di una trilogia, che si concentrerà su tre differenti oggetti d’indagine. La prima parte è dedicata a Napoli e alla storia dell’autonomia proletaria meridionale nella città più popolosa del Sud. Ne parliamo con Francesco Festa.
Cos’era l’Autonomia operaia? È stato un laboratorio politico-culturale. Faccio un esempio per rendere l’idea. Potenza, che è la città da cui provengo, nell’immaginario comune è il capoluogo di una regione ritenuta dai più una terra pacificata. Grazie al nostro lavoro, abbiamo documentato il fatto che negli anni ‘70 e ‘80, ben ventimila lotti abitativi vennero occupati grazie alle lotte promosse e organizzate dall’Autonomia operaia. Quelle occupazioni costituirono una prospettiva di vita per famiglie povere in una terra immiserita, che si riteneva appannaggio della Democrazia Cristiana. Soprattutto nelle province dell’entroterra, le cosiddette “terre dell’osso” – come le definì Manlio Rossi Doria‑, l’Autonomia ha dato la possibilità di sperare, immaginare, sognare, costruire e disegnare tempo libero.
Possiamo dire che è stato un movimento di liberazione? Sicuramente sì, se si intende la liberazione dal punto di vista del lavoro. Quest’area ha portato avanti nel tempo un rifiuto dell’egemonia culturale del cosiddetto “fabbrichismo”, che albergava in formazioni della sinistra riformista. L’Autonomia parlava anche della possibilità di organizzare il tempo liberoo il divertimento che, in un contesto di oppressione familista come quello del Sud, era tutt’altro che scontato. Non a caso, in questo volume, figurerà anche un intervento di Peppino Impastato, che descriverà l’esperienza di RadioAut. L’Autonomia era una forma mentis, una condotta, un modo di fare. Era il rifiuto del lavoro come fine esistenziale, ma anche il rifiuto dell’egemonia capitalistica, il cui primo nucleo nel Mezzogiorno è infuso nella famiglia, in una mentalità chiusa, controllata da una cappa democristiana e perbenista.
L’Autonomia al Sud fu anche il tentativo di declinare in un’altra forma la questione meridionale? Fu un modo per rompere gli schemi pregressi in cui erano imbrigliati proletari, studenti, disoccupati. Quel laboratorio di idee fu una vera e propria palestra di lotta per moltissimi giovani, che si aggregarono e formarono politicamente nei primi campeggi, che furono occasione di incontro, studio, socialità, divertimento. Lì, tanti ragazzi conobbero per la prima volta l’attivismo politico. L’Autonomia fu anche lotta alle organizzazioni mafiose. Prima menzionavo l’esperienza di Peppino Impastato, ma non è l’unica. Nel nostro lavoro abbiamo ricostruito anche l’esperienza di Africo – comune alle porte di Reggio Calabria- dove i militanti autonomi si armarono per combattere le cosche malavitose, entrando in scontro non solo con la ‘ndrangheta, ma anche con la polizia e lo Stato, colluso con la mafia. Quella fu una delle tante esperienze che espresse la differenza fra il militare nell’entroterra piuttosto che nei grossi centri metropolitani.
Da dove nasce l’idea di questo studio? È un’opera scritta a quattro mani con Antonio Bove, studioso e attivista politico. Abbiamo intrapreso questo percorso due anni fa. Lo rimugginavamo da lungo tempo, forse dal 2004. Pensavamo che sarebbe stato utile ricostruire la storia dei movimenti sociali e dei movimenti di lotta nel Sud. Nella nostra mente risuonava sempre questa sorta di stigma che gravava su Napoli e il Mezzogiorno, realtà ricche di partecipazione, attivismo, movimenti ma su cui si era scritto troppo poco, se non sotto questa sempiterna dicitura di “questione meridionale”. Poi, Lanfranco Caminiti e Sergio Bianchi hanno lanciato con la casa editrice DeriveApprodi questa sorta di saga sulla storia degli Autonomi in Italia. Da quel momento in poi, ci siamo determinati a scrivere un qualcosa che colmasse quell’enorme vuoto di narrazione sull’esperienza e le peculiarità dell’Autonomia nelle nostre terre.
Com’è strutturato questo lavoro? L’opera è divisa in tre parti e parla dell’autonomia proletaria meridionale. Il primo volume si concentra su Napoli. In apertura, c’è un intervento di Alfonso Latella, protagonista di Vogliamo tutto di Nanni Balestrini. Dopo l’espulsione dalla FIAT, in cui organizzò il primo sciopero senza sindacati, Latella tornò nella sua Salerno, mantenendo uno spirito autonomo e divenendo punto di riferimento delle lotte operaie e dell’operaismo. Il libro prosegue alternando riflessioni teoriche e racconti, memorie, contributi collettivi. C’è un pezzo scritto da Francesco Caruso, che ricostruisce le radici del Sud Ribelle. Poi, un brano di Giso Amendola che analizza il rapporto tra sviluppo, sottosviluppo e rifiuto del lavoro, partendo da una riflessione sui classici dell’operaismo sul Mezzogiorno. Figurano, inoltre, una conversazione di Claudio Dionesalvi con Franco Piperno e una memoria di Lanfranco Caminiti su Primi fuochi di guerriglia, primo gruppo armato che pose al centro della sua elaborazione e della sua prassi combattente la specificità meridionale. Il contributo più voluminoso è composto da due saggi scritti da me e Bove. Per quanto riguarda gli altri due volumi in uscita – senza disvelare troppo – abbiamo fatto parlare le lotte sui territori e chi gli dava l’infrastruttura organizzativa.
Quando verranno pubblicate le altre parti dell’opera e di cosa parleranno? Il secondo volume si concentrerà sulla Campania e dovrebbe essere pubblicato fra maggio e giugno. Il terzo episodio, invece, sarà incentrato sul Mezzogiorno, con documenti, storie e testimonianze raccolte tra Basilicata, Calabria, Puglia, Sicilia, che, stando al piano editoriale, dovrebbe uscire alla fine del 2022.
Avete fatto un lavoro enorme… È un’opera su cui abbiamo impegnato due anni e mezzo di vita. Vi hanno contribuito tantissimi compagni e compagne. Lo spunto ci è venuto da una riflessione di Lanfranco Caminiti contenuto nell’Orda d’oro di Nanni Balestrini, in cui si parlava per l’appunto di autonomia meridionale. Ci siamo chiesti se questa realtà esistesse realmente. Io e Bove provenivamo da esperienze eredi di quell’area politica, come i centri sociali Officina 99 e lo SKA. Rispetto alle orgini, per un fattore di ricambio generazionale, ci sono stati addentellamenti. Nei movimenti c’era chi, facendo riferimento all’Autonomia, accentuava di più il tema del reddito e del salario, altri hanno provato a strutturare di più il movimento dei disoccupati o il movimento studentesco. Abbiamo riflettuto a lungo sulle caratteristiche di queste esperienze, che avevano una matrice comune, in quanto ispirate ad una massima di Renato Panzieri, che parlava dell’importanza di aprire e tenere aperti i movimenti. Questo è stato il background che abbiamo respirato nell’area in cui abbiamo militato ed è stato il filo rosso che abbiamo tenuto nell’opera.
Come avete riannodato i fili di questa storia? Metodologicamente, ci siamo domandati chi fossero gli Autonomi prima dell’Autonomia nel Mezzogiorno. Perché un conto è parlare dell’organizzazione, in senso stretto, a Roma, Padova, Milano, Bologna, Torino, Genova, un conto al Sud, dove a una prima analisi le esperienze più significative parevano esprimersi soltanto a Napoli, Catania e Potenza. Per estendere la ricerca, abbiamo allargato il campo di riferimento e, via via, raccogliendo contributi, memorie, materiali, sono emerse le caratteristiche di soggettività di compagni che avevano militato in Lotta continua, però si erano spostati nel Coordinamento antinucleare e antimperialista, che è una realtà che ha segnato molto l’esperienza meridionale negli anni ‘80.
Quali furono le radici di classe di quella che definite ‘Autonomia proletaria meridionale’? In termini marxiani, l’ambito politico in cui veniva agito il conflitto col capitale era la fabbrica. La presenza dell’Autonomia operaia era circoscritta ad alcune fabbriche, tutte importanti, come a Bagnoli, a Pomigliano d’Arco, a Giugliano, a Castellammare. Ma il vero pregio dell’Autonomia fu quello di muoversi in una prospettiva più metropolitana, analizzando realtà sociali lasciate ai margini. A partire da questa considerazione, si fece largo una diversa interpretazione del cosiddetto lumpenproletariat, che non era sottoproletariato, ma una realtà composita in cui l’operaio sociale – che oggi chiameremmo ‘precario’, figura emersa della terziarizzione produttiva – era già presente a Napoli dalla fine degli anni ‘70. Chi fa mille lavori per sopravvivere, è un lavoratore che produce sia in termini capitalistici, sia in termini di valorizzazione capitalistica.
Vi furono altre caratteristiche significative? Rispetto ad altre realtà, a Napoli i militanti di quest’area furono prevalentemente marxisti-leninisti. C’era una rivista, Lotta di lunga durata, da cui sono emersi tanti compagni ancora attivi nel sindacato. Queste radici ideologiche definirono Napoli come una sorta di ‘anomalia italiana’, cosa che, tuttavia, non le impedì di partecipare all’area nazionale degli Autonomi.
Che cosa rappresentano esperienze come i centri sociali Officina 99 e il Laboratorio occupato Ska nella ricostruzione di questa storia? La liberazione di questi spazi ha origini molteplici. Sostanzialmente, si tratta di un fatto generazionale. Rispetto agli anni ’70, tanti compagni e compagne si formarono nel movimento studentesco della Pantera. Come dicevo, negli anni ‘80, mentre molti compagni erano finiti in carcere preservando le loro idee, c’erano state le esperienze del Coordinamento antinucleare e antimperialista e dei campeggi politici, che generarono l’amalgama da cui provennero nuovi militanti che andarono poi ad occupare Officina 99, divenuto poi il patrimonio di trasmissione di alcuni metodi di lotta. L’idea era di dare più importanza ai movimenti, pensando che l’accumulo di energie nelle fasi di riflusso potesse tenere aperta la possibilità al cambiamento dei rapporti di forze, anziché farli confluire in tentativi elettorali. “Prima la classe e poi il capitale”, si diceva. Questa cosa si è poi, evoluta in prima il soggettivismo e poi l’oggettivismo.
Cosa intendi? Questa dicotomia la si comprende soltanto a distanza di tempo. Oggi, questo dibattito fra la realtà e il tipo di organizzazione che serve per cambiarla è pressochè inesistente. L’eredità è questa. Nel 1993, il Coordinamento si ruppe. I padovani presero la via della “Carta di Milano”[1], e sostennero poi la fondazione delle Tute bianche[2], compiendo la scelta di fare entrismo nelle istituzioni. Il che segnò la divisione nel movimento dei centri sociali. Sembra una storia confusa, ma se la si legge in termini di soggettività, concetti, grumi teorici, c’è un continuum. Lo stesso movimento della Pantera nacque da quell’humus e a Napoli venne animato da compagni che si riunivano prima al Riot dei Banchi Nuovi. Poi, spostarono il loro baricentro all’università, cavalcando l’onda della Pantera e dando origine ad una nuova stagione di lotta sotto il segno dell’Autonomia.
Nel vostro libro, allora, bisogna leggere anche un tentativo di liberare dalla damnatio memoriae la storia degli Autonomi meridionali? È il nostro auspicio. Speriamo che questo lavoro possa far discutere, fornendo un altro sguardo al Mezzogiorno e alla partecipazione nel sociale e nel civile, inteso come protagonismo di cittadini, abitanti, popolazione. La verità è che sono state condotte moltissime lotte nel Sud, ma si è scritto troppo poco. Forse, è questa l’origine della damnatatio memoriae. Questa trilogia può far parlare della questione meridionale, non nel senso classico del termine, intesa dall’alto, ma spiegandone la complessità.
A quale pubblico vi rivolgete? Parliamo a chiunque voglia conoscere la geografia urbana e i contesti sociali. Su questi temi, ci sono pochissimi volumi, che hanno un taglio prettamente accademico o sociologico, che hanno studiato dall’esterno questa realtà ‑esterno inteso come venuto da fuori- e si interrogano sul fervore napoletano. Può sorprendere, ma l’argomento da noi trattato è stato molto studiato da ricercatori di università anglo-americane. Tuttavia, non si è studiata ciò che è stata la sottrazione, in termini politico-criminali, della società secondo categorizzazioni ben precise.
Quanto è cambiata la Napoli descritta nel libro rispetto a quella attuale? Icasticamente tanto. Le piazze e gli spazi pubblici sono mutati nel tempo. Napoli è un enorme spazio pubblico, nel senso politicizzato del termine. È sempre stato un luogo di incontro, scambio, fermento, vitalità, lotta. Oggi, invece, è uno spazio prevalentemente economico, con esercizi commerciali, boutique, ristoranti, bar in ogni dove. Ambiti che prima erano per lo più circoscritti ad alcune strade o zone – come il Vomero, via Toledo, corso Umberto – adesso hanno invaso l’intera città, ancor più dopo la pandemia. Anche perché i movimenti sociali, oggi, nonostante la loro generosità, fanno fatica a contendere la città, intesa come spazio pubblico, a quest’ondata.
Quando parli di continuum tra passato e presente dell’Autonomia napoletana, a cosa ti riferisci? Quello che si sta facendo in termini di lotte sociali sul lavoro, è stato il vero filo rosso di questa storia. Per tutti gli anni ‘90, la continuità si è espressa nelle lotte dei disoccupati, che sono state importantissime e, per certi versi, uniche nel panorama italiano. Quelle hanno tenuto vivo un retroterra. Le lotte studentesche hanno trovato poi, un altro tipo di catalizzazione e organizzazione. Tuttavia, sarebbe utile ritrovare una discussione comune sulla prospettiva, che è la cosa che manca di più in questa fase storica.
Quale pensi che sia il futuro del pensiero autonomo nel Mezzogiorno? Vive laddove è stato trasmesso e tramandato. A Napoli, sopravvive in alcuni spazi sociali, nonostante la diaspora dell’attivo politico del passato. Non è solo una questione generazionale, ma anche di pratiche. Il pensiero dell’Autonomia ha invaso, in alcuni momenti, anche il programma di Rifondazione Comunista o di organizzazioni marxiste-leniniste, a partire dall’idea che la classe e i proletari si dotassero di una propria organizzazione autonoma. Questa autorganizzazione può essere fattore produttivo e organizzativo delle risorse pubbliche, facendo diventare comune l’eredità del pensiero operaista e autonomo. Bisognerebbe ragionare al di là della propria soggettività per raggiungere questo obiettivo.
[1] Documento stilato dall’assemblea nazionale dei centri sociali riunitasi nel Settembre del 1998 al Centro sociale “Leoncavallo” di Milano. Per approfondire, si rimanda al seguente link: http://www.ecn.org/leoncavallo/26set98/
di Lanfranco Caminiti - uno stralcio dal volume X “L’autonomia operaia meridionale”
Ci restava l’interrogativo su «quale processo» andasse costruito – non fummo in grado di rispondere.
Le uniche, provvisorie, forme organizzate al Sud dell’Autonomia meridionale furono l’assemblea calabrese dell’autunno del 1976 a Cosenza e l’assemblea meridionale del gennaio 1978 a Palermo, dove c’erano veramente tutti. Soprattutto, le uniche stabili forme di organizzazione al Sud erano una miriade di strutture politiche sul territorio – circoli, associazioni, comitati, gruppi di amici, o legami tribali tra vecchi compagni.
Pensavamo che il nostro compito fosse quello di intessere la trama di questo ordito: persino all’assemblea nazionale di Bologna, del settembre 1977, dove Fiora intervenne per il Sud, convocammo tutti i compagni meridionali presenti a vederci in una sede «separata», e questo facemmo, all’università in un’aula a semicerchio.
Il Sud è una cosa «a parte» e l’Autonomia meridionale è una cosa «a parte»: vedete di capirlo.
Tutto quello che noi facevamo, Fiora, io e gli altri, era andare su e giù per il Sud – la statale Jonica 106, la Basentana, la Tirrenica, l’Autostrada del sole, con un vecchio scassone Anglia a diesel che schiattò, come un fedele cavallo che aveva sempre lavorato senza mai lamentarsi, in un qualche raccordo di autostrada; e poi, con una meravigliosa DS Pallas Citroen, a gas, verde brillante con il tettuccio avana, la più bella auto che io abbia mai avuto, che sfracassai andando da Cosenza verso Reggio Calabria all’altezza di Sant’Elia sulla strada ghiacciata, ribaltandomi più volte e uscendone carponi, mentre stava a pancia in su con le ruote all’aria come un qualunque scarafaggio, indenne.
Ero indistruttibile. E comunque non era niente male muoversi tra una riunione e l’altra sulla costiera amalfitana o scendere al tramonto tra Maratea e Diamante o incontrarsi di notte alle luci di quel mostro di Bagnoli visto da Bacoli, non era niente male fermarsi nelle trattorie dei Quartieri spagnoli a discutere di comunismo e polpo e salsicce coi friarielli oppure prendere freddo e acqua sulla Basentana per stampare l’infinito numero zero ma, dopo, azzannare le salsicce lucane di cinghiale.
Foto recuperata dal web – aspettiamo maggiori info e dettagli
Abbiamo intervistato Francesco Festa che ha curato insieme ad Antonio Bove il lavoro di ricerca sulla storia, sui protagonisti e sulle forme dell’Autonomia meridionale, oggi esce il primo volume dei tre edito da Derive e Approdi.
È un lavoro a cui abbiamo dedicato gli ultimi due anni ma è pensato già dagli inizi degli anni 2000 quando militavamo a Officina99 e riflettevamo su che cosa fosse l’autonomia che ci era stata trasmessa, sia in termini teorici che pratici, sia nelle lotte ma anche nella traduzione, di generazione in generazione, fino a noi giovani dell’epoca.
Ci è stata data l’opportunità da Derive e Approdi di indagare che cosa sia stata l’Autonomia meridionale nelle sue diverse accezioni: in questo primo volume parliamo di autonomia operaia meridionale perché ci concentriamo su Napoli, il secondo sarà sulla Campania e il terzo sul Mezzogiorno, dunque Puglia, Basilicata, Calabria e Sicilia. Ho distinto autonomia operaia meridionale da altri tipi di accezione, perché ad esempio in Calabria si chiamava Autonomia proletaria, oppure Autonomia meridionale, e questo è legato alla composizione di classe e ai rapporti sociali di produzione.
Se l’Autonomia operaia così come l’abbiamo conosciuta, letta e ci è stata trasmessa dai più vecchi, ha vissuto al di fuori delle fabbriche così come a Mirafiori, Milano, Marghera, nel Mezzogiorno non è stato così, proprio perché gli insediamenti industriali non sono stati così forti, quindi c’è stato un altro tipo di traduzione dell’Autonomia all’interno di ciò che è stato poi definito, a metà degli anni 70, l’operaio sociale. Quindi, in particolare a Napoli, il proletario e il sottoproletario urbano metropolitano, quello che si arrabbattava tramite i mille lavoretti, così come veniva icasticamente raffigurato dalla letteratura borghese, era a tutti gli effetti un produttore di valore, di merci ed era inserito nei cicli produttivi della metropoli. L’Autonomia all’interno di uno spazio metropolitano come Napoli è stata soprattutto questo tipo di composizione di classe, vi inseriamo l’autorganizzazione dei contrabbandieri, l’autorganizzazione dei disoccupati, così come è stata l’organizzazione all’interno di piccoli e grandi nuclei industriali dove erano presenti compagni e compagne afferenti a organizzazioni autonome, come Bagnoli dove c’era l’Ital Sider o a Pomigliano con l’Alfa Sud che erano grosse fabbriche, c’era questo tipo di composizione oltre a una composizione di classe afferibile a quello che è stato chiamato l’operaio sociale.
Se avessimo voluto parlare dell’Autonomia operaia organizzata avremmo dovuto restringere il campo a pochi nuclei organizzati all’interno del Mezzogiorno, a Napoli, qualcosa in Sicilia e in Puglia. Il tutto si sarebbe risolto così, invece il metodo di lavoro da cui siamo partiti è stata una considerazione di Lanfranco Caminiti fatta in un pezzo sull’Autonomia meridionale, nell’Orda D’oro, diceva che gli autonomi nel Mezzogiorno esistono ed esistevano al di là dell’Autonomia, quindi siamo andati alla ricerca di un filo rosso che indagasse su questo tipo di condotte, di forma mentis, di comportamenti, quindi se l’Autonomia operaia che abbiamo conosciuto è quella del rifiuto del lavoro, del rifiuto dell’egemonia culturale borghese legata all’idea del lavoro, nel Mezzogiorno non è stata solo la liberazione dal lavoro ma è stata anche la liberazione da alcuni gioghi legati al familismo, alla condizione femminile, alla presenza del blocco storico della DC, nell’entroterra soprattutto, in regioni come Basilicata, Calabria, il giogo forte del connubio politico-criminale tra la politica e le organizzazioni malavitose, è questo il filorosso, il rifiuto dell’egemonia capitalistica nel Mezzogiorno.
Quali specificità possiamo individuare nell’Autonomia meridionale, oltre alla composizione? Quali eventi salienti ne hanno determinato il percorso? E dato questo sguardo particolare nel ritracciare questa storia, quali sono state le fonti da voi utilizzate?
Partiamo dalle fonti. Per il primo volume sono state un po’ di letteratura e di storiografia delle lotte sociali e politiche a Napoli e nel Mezzogiorno, sia di parte, quindi scritte dalle organizzazioni della sinistra rivoluzionaria, sia accademiche classiche. Poi, il materiale autoprodotto dalle realtà della sinistra rivoluzionaria e infine le fonti orali. Quella principale sono state le fonti orali, infatti in questi tre volumi la cosa importante e indispensabile è che si è parlato di quella che viene chiamata storia minore, la storia normalmente è quella che viene fatta dai grossi nomi secondo una metodologia storicista per cui la storia viene fatta dai condottieri, dai vincitori, mentre noi abbiamo dato voce a storie dal basso, a compagni e compagne che ancora oggi stanno sulle barricate e la loro militanza è nata negli anni 70, compagni e compagne che non avrebbero avuto parola e le storie stesse sarebbero cadute nell’oblio.
Quella per esempio di Casimiro Longaretti di Nova Siri, uno degli organizzatori dei due campeggi di lotta antinucleari del 78 e del 79, fatti vicino alla trisaia di Rotondella, il centro di stoccaggio del nucleare, sono momenti importanti all’interno della stagione di lotte antinucleari e ambientaliste, in seguito è nato il coordinamento anti anti conosciuto negli anni 80 e che ha fatto vivere l’Autonomia al di là della repressione e dei compagni in carcere. Casimiro si è politicizzato in quei giorni là, non era inizialmente un militante dell’organizzazione. Abbiamo parlato poi di Basilicata, in particolare di una città come Potenza, solitamente sonnacchiosa, per anni governata dalla DC e ora dalla Lega, dove fra gli anni 70 e 80 vennero occupate 20mila case. Queste storie se non le avessimo raccolte in questi volumi sarebbero cadute nell’oblio.
Quindi ecco la cosa straordinaria, abbiamo fatto parlare prima dell’Autonomia gli autonomi. Nel libro sulla Calabria si parla anche delle rivolte di Reggio, da un punto di vista di termini temporali siamo partiti dal 69, poi abbiamo approfondito le rivolte di Reggio che solitamente si pensano attraversate dai fascisti, ma quella rivolta, durata un intero anno, non era solo questo. Inizialmente era sembrata una lotta provinciale, quasi corporativa, di una città che si ribellava contro una disposizione governativa che prevedeva di spostare il capoluogo di regione a Catanzaro, si è ricostruita anche la storia dell’antimafia ad Africo dove Palamara, che si è poi dovuto trasferire a Roma con tutta la famiglia nei primi anni 70, non fece antimafia pacifica ma impugnò le armi dinanzi ai soprusi, davanti alle prime forme di ‘ndrine, che si andavano organizzandosi, e in quell’occasione fu fatta anche una manifestazione nazionale di sostegno.
In Sicilia invece si darà voce a un compagno di Peppino Impastato, un compagno all’interno di radio Aut, poi eletto in Democrazia Proletaria con Peppino, che parla non solo di quello che si conosce ma anche dei rapporti di forza, qual’era la vita svolta all’interno dei paesini della Sicilia. Tutto questo, a nostro parere, si inquadra nei tentativi di dare una forma di organizzazione all’autonomia al sud. Ci furono anche due assemblee forti, una a Cosenza e una a Palermo dell’Autonomia meridionale, l’organizzazione è stata quella di Lanfranco Caminiti e Fiora Pirri, che non furono solo un tentativo di dare una breve vita a una forma di organizzazione, ma una spinta in temini di gesti esemplari, di forme. Dopo il 7 aprile, tra gli arresti e le perquisizioni, venne perquisita anche l’università di Cosenza con i militari di Dalla Chiesa che la misero a soqquadro, anche questo viene raccontato nella trilogia.
Quali spunti possiamo trarre da questi volumi per l’oggi, sia sul piano dell’agire che sull’analisi di fase?
Sono libri di storia, di memoria, uno degli spunti è quello di stare all’interno di composizioni spurie così come quelle che ha vissuto Napoli e il Mezzogiorno. C’è un pezzo di Alfonso Natella, il protagonista di Vogliamo Tutto che parla anche di Torino e ricostruisce la vita a Torino e la sua esperienza, poi c’è un pezzo teorico Dimenticare il Sud, uno di Francesco Caruso su il Sud Ribelle, uno di Giso Amendola su Sviluppo e Sottosviluppo, una conversazione tra Claudio Dionesalvi e Franco Piperno e poi Lanfranco Caminiti.
Tre quarti del volume riguarda il pezzo su Napoli che si chiama, in dialetto O Gliommero, “Il groviglio”, ossia il fertile groviglio dell’Autonomia napoletana, perchè si tratta di un miscuglio, di una composizione sociale spuria. Non avremo mai a che fare con composizioni che sulla carta sono quelle per cui i rapporti di produzione riescono ad avere un determinato intervento e poi politicizzandosi diventare classe per sé, ma l’importante è stare dentro quel tipo di composizione, con le sue contraddizioni e le sue ambivalenze, cercando di forzare degli elementi autonomi e di autorganizzazione, questo è l’insegnamento.
L’Autonomia oltre ad essere una categoria storica è anche una categoria personale ed è da questo che siamo partiti, da un punto di vista di indagine su quali potessero essere i frammenti di Autonomia non nei centri metropolitani ma nell’entroterra, cosa ben diversa. L’insegnamento è questo, da una parte la composizione di classe è sempre spuria e in secondo luogo bisogna lavorare come una talpa, anche nei periodi di reflusso, di pacificazione, di repressione come potrebbero sembrare questi, in cui tutti sono allineati in un quadro recostituito, ma ci sono dei fermenti su cui lavorare, soprattutto in composizioni spurie, ad esempio a Napoli, ci sono esperienze di sindacalizzazione dal basso che sono molto interessanti, che potrebbero somigliare alle lotte di quelli che negli anni 70 facevano i mille lavoretti o dei disoccupati organizzati, la rivendicazione era il lavoro ma un lavoro che non era caratterizzato da un’idea lavorista, perchè se la pensiamo in questi termini è ovvio che quella non è una lotta riconducibile all’Autonomia operaia, non era rifiuto del lavoro ma era lotta per il lavoro nei termini di lotta per il salario, per il reddito, non di delega o di chiedere elemosina alla DC o a qualche padroncino, al galantuomo come diceva Verga.
Si parlerà anche della Pantera, i volumi arrivano infatti al 93 – 94, fino al scioglimento di anti anti, negli anni 80 i compagni non sono stati con le braccia conserte, ci sono stati campeggi di lotta, le lotte antinucleari, le lotte del coordinamento, quello è stato un lavorio che poi ha portato a fenomeni che all’occasione sono esplosi.
Concludiamo cosi la prefazione: “L’Autonomia esiste anche senza autonomi – scriveva Lanfranco Caminiti – sta a noi incontrarla, proprio come all’inizio degli anni 60 i primi operai fecero al cospetto del migrante meridionale e della rude razza pagana, potendo affermare, davanti alle rivolte di Piazza Statuto, non ce l’aspettavamo ma le abbiamo organizzate.” Se si ha questa tensione ci sono buone speranze.
Pubblichiamo un estratto da Gli autonomi. L’Autonomia operaia meridionale. Parte prima. vol. X
Il film I contrabbandieri di Santa Lucia[1], interpretato da uno straripante Mario Merola è un B‑movie di culto e uno dei più noti fra quelli dedicati al contrabbando di sigarette. Nello stile a metà tra la classica sceneggiata e il «poliziottesco» in voga in quegli anni, la pellicola tratta il tema del conflitto fra la guapparia storica della città e le nuove mafie. Pur nei suoi tratti oleografici il film esce in un periodo di trasformazione profonda della malavita organizzata napoletana, di pari passo con la grande ristrutturazione del capitalismo internazionale del quale la vicenda del contrabbando è una chiave di lettura molto interessante. Il contrabbando è l’attività, fra quelle che hanno storicamente impegnato il proletariato napoletano, che più di tutte ha finito per costituire un elemento iconografico. Vera e propria «industria» sommersa, ha costituito un elemento centrale dell’economia della città, talmente radicato da divenire anche uno stigma, quasi un paradigma del carattere dei napoletani che, pur di non lavorare in maniera «regolare» si sarebbero inventati questa frode alle casse dello Stato.
Nella ricostruzione di parte borghese, inoltre, si sovrappone quasi sempre questa attività a quella della camorra, operando una forzatura che a un’attenta rilettura storica mostra chiaramente il suo carattere parziale. Il ruolo della camorra, infatti, va letto dentro il progressivo trasformarsi dell’economia generale che ovviamente determina anche un cambio di passo nella struttura e nei metodi della malavita ma non riassume l’intera vicenda che è molto più complessa di quella che si pretende di rappresentare attraverso la retorica della legalità, paravento dietro cui si nasconde la materialità di questo fenomeno, la sua funzione nell’economia del proletariato urbano e anche i processi di politicizzazione che al suo interno sono avvenuti.
Per comprendere a fondo la storia del contrabbando e il suo ruolo all’interno dell’economia e della vita sociale, politica e culturale di Napoli occorre guardare all’industrializzazione «monca» rispetto alle promesse di un certo meridionalismo che per decenni ha inseguito il mito dello sviluppo ma non ha mai trasformato Napoli in una vera città industriale[2], innescando trasformazioni della struttura urbana e di quella sociale senza mai toccare le contraddizioni sociali e anzi, sottolineandone i caratteri più controversi.
È questa la chiave di lettura attraverso cui leggere la trasformazione della camorra napoletana, da fenomeno malavitoso locale a elemento di primo piano dell’economia, al centro di relazioni internazionali e legami politici e imprenditoriali, proprio a partire dall’inizio degli anni Settanta, in concomitanza con il declino delle politiche di sviluppo del sud e dello stanziamento di fondi pubblici. All’interno di questo processo che solo formalmente, o nelle pie intenzioni dei meridionalisti più onesti, poteva costituire un elemento di riscatto per la città, una grande parte della popolazione cittadina, da quei processi espulsa o da essi mai interessata, ha costruito una propria struttura economica di cui il contrabbando è stato l’elemento sicuramente più importante, arrivando a fatturare migliaia di miliardi di lire. I libri contabili del ras Michele Zaza, sequestrati in un’operazione di polizia, svelano l’entità degli affari ammontanti nel ’77 a circa 5000 tonnellate annue, per un fatturato di circa 150 miliardi di lire, una struttura di tipo industriale che arrivava a contare fino a 50.000 «impiegati»[3].
Sono, questi, i numeri di un’impresa al culmine del suo periodo d’oro, fiorito tra il ’73 e il ’74, quando l’attività perde definitivamente il carattere originario, crescendo fino a diventare «la Fiat di Napoli» e arrivando a superare il volume di vendite del Monopolio di Stato.
Iniziato nel Dopoguerra, con la presenza delle truppe americane in città, in quartieri della zona orientale con una forte presenza operaia come S. Giovanni a Teduccio e Barra, il contrabbando non era in origine un’attività di esclusivo appannaggio della criminalità organizzata, come spesso viene raccontato e l’identificazione tout court con quel mondo è una narrazione delle classi dominanti[4].
Negli anni Sessanta Napoli assunse un ruolo centrale in questa attività, grazie alla sua posizione nel Mediterraneo, resa cruciale dalla chiusura del porto franco di Tangeri e lo spostamento dei depositi di sigarette sulle coste della Jugoslavia e dell’Albania o in territori «neutrali» come la Grecia e la Turchia, dove il commercio dipendeva da contrattazioni delegate a intermediari in contatto con le multinazionali. La presenza di capimafia siciliani in domicilio coatto a Napoli all’inizio degli anni Settanta produrrà una metamorfosi della vecchia malavita locale, con la quale alcuni capi camorra già impegnati nel settore verranno affiliati a Cosa Nostra, avviando un processo di evoluzione della «vecchia camorra». È proprio grazie a questo passaggio che il contrabbando passa a un modello imprenditoriale mafioso, incredibilmente più redditizio e feroce di cui negli anni Settanta le organizzazioni criminali locali assumono il controllo totale, trasformandolo in un’industria sulla cui struttura si svilupperà il business del narcotraffico.
In questa trasformazione è leggibile anche la metamorfosi della figura del contrabbandiere che da «lavoratore autonomo» diventa dipendente dei gruppi criminali che investono nell’acquisto della merce all’ingrosso, distribuendola poi a strutture cooperative costituite da gruppi di proprietari associati dei motoscafi, scafisti «professionisti», celebrati da canzoni e pellicole cinematografiche per gli epici inseguimenti con la Guardia di Finanza attraverso il Golfo, capi paranza che mediante un walkie talkie dirigono le operazioni di sbarco da terra dove marinai addetti allo scarico della merce provvedono al trasporto in luoghi sicuri e successivamente alla distribuzione a una rete di commercianti al dettaglio, dei quali è un’icona Sofia Loren nei panni di Adelina in Ieri, oggi e domani[5].
Il boom del contrabbando si verifica fra il 1970 e il 1973, quando un esercito di manodopera trova in questa attività la propria fonte di sostentamento e proprio le azioni di contrasto delle istituzioni, in realtà, in assenza di politiche economiche e sociali in grado di intervenire sulla difficile situazione sociale napoletana, forniscono un notevole impulso allo sviluppo di forme nuove di organizzazione del fenomeno operate dalla camorra. A tale proposito è utile considerare quello che accade con la Legge 359 del 14 agosto ’74, quando si estende la territorialità da sei a dodici miglia dalla costa. Prima di questa legge le navi che trasportavano le sigarette potevano arrivare, nelle acque internazionali, a una distanza che permetteva anche a gruppi di proletari autorganizzati di raggiungerle con piccole imbarcazioni. Con la Legge 359 cambia tutto, sono ben altri gli scafi necessari a raggiungere i carichi al largo e solo i mafiosi possono investire tanto, così quel commercio diventa un affare monopolizzato dai clan marsigliesi.
La vera svolta, la ristrutturazione capitalista del contrabbando è questa. L’attività si incrementa, negli anni successivi, in seguito all’allentamento della pressione poliziesca, sostenuta dalla Legge 724 del 1975 che depenalizza l’attività, una risposta dello Stato alle lotte sociali che puntava a consentire uno sfogo alla rabbia popolare, in mancanza di investimenti nel welfare. Anche Valenzi, sindaco del Pci, si espresse pubblicamente per un allentamento della pressione delle forze dell’ordine. Dopo il 1975, in concomitanza con la crescita del potere delle organizzazioni criminali si scatena una guerra fra i clan marsigliesi e la mafia siciliana per il controllo di questo ricco settore commerciale che va incontro a una ristrutturazione dentro la quale si inserisce il fiorente mercato degli stupefacenti che comincia a prendere spazio utilizzando proprio i canali distributivi della rete del contrabbando. Dal 1979 la pressione della Polizia ricomincia a diventare alta e solo le organizzazioni camorristiche, che dispongono di capitali e mezzi possono affrontare quella guerra con lo Stato che i piccoli contrabbandieri non possono sostenere[6]. In quel periodo la città viene investita dai primi scontri della guerra fra la camorra urbana e quella legata a Raffaele Cutolo che prova a monopolizzare il settore imponendo ai contrabbandieri una «tassa» sul fatturato.
I proletari fino ad allora impegnati nell’attività si trovano quindi sospesi fra lo Stato e la malavita che da sponde apparentemente opposte richiedono sottomissione, disciplina ed estrazione di plusvalore. In questa morsa fra la repressione statale e l’espansione della malavita organizzata nascono, dall’incontro con alcuni militanti politici attivi nei quartieri popolari della città, forme di soggettivazione che provarono a sottrarsi al binomio Stato/camorra, come il Collettivo autonomo contrabbandieri, nato a Forcella nel 1974, che annuncia una delle sue prime uscite pubbliche all’Università Federico II, con un volantino su cui si scrive:
Il contrabbando a Napoli permette a 50.000 famiglie di sopravvivere a stento. Da poco meno di un anno, oltre a chiudere i posti di lavoro, lo Stato e la Finanza hanno dichiarato guerra al contrabbando. Ci sparano addosso quando usciamo con i motoscafi blu. Il contrabbando non si tocca! Fino a quando non ci daranno un altro mezzo per vivere. Dobbiamo organizzarci ed essere uniti per difendere il nostro diritto alla vita. Riunione di tutti i contrabbandieri napoletani. Giovedì 15 alle ore 10 davanti all’Università di Scienze di via Mezzocannone 16 di fronte al Cinema Astra. Collettivo autonomo contrabbandieri[7].
Il collettivo lo fondarono alcuni compagni del Vomero che facevano i contrabbandieri. In quel periodo erano molti i comunisti napoletani che vivevano da «illegali» e quella esperienza, quindi, non nacque da «avanguardie esterne» ma all’interno del loro mondo. Tra il ’72 e il ’74 furono molte le trasformazioni della città che colpirono il proletariato napoletano per il quale le attività «illegali» avevano un ruolo importante. È chiaro che di fronte a quegli attacchi i compagni sentissero l’esigenza di organizzarsi. Quel collettivo è vissuto poco perché ha subito una repressione pazzesca, appena venne fuori la notizia quasi tutti i compagni furono arrestati ma è un errore analizzarne la portata politica solo alla luce della sua «durata». Noi spesso abbiamo un’idea retrò nei confronti di questi fenomeni, pensiamo che le strutture di movimento che nascono per un’esigenza debbano avere la stessa vita di un collettivo politico o di un partito ma non è così. La storia dei movimenti che nascono nei territori è quella che è, le strutture di movimento spontanee come questo collettivo possono anche durare poco ma quella che sopravvive è l’idea di fondo. Quello che resta è la valenza politica dell’illegalità organizzata e il suo ingresso dentro il processo rivoluzionario, la fine dell’idea di sottoproletariato come elemento marginale anche nel ragionamento dei compagni.
Il collettivo dura poco in termini temporali ma le lotte del colera nascono da lì, da un percorso politico che si era avviato in seno al proletariato e al sottoproletariato urbano che si organizza dentro la crisi. Bisogna, quindi, sempre rintracciare dentro queste vicende, gli elementi politici di base, le aperture sulle quali cambia il corso degli eventi storici più che la durata della singola esperienza. Nella vicenda dei contrabbandieri è possibile leggere molto delle contraddizioni che avvenivano a Napoli in quegli anni. Nel ’73, con il colera, lo Stato avvia una guerra ai proletari della città attaccandone il sostentamento economico che consisteva nella vendita per strada di generi alimentari, fra cui le cozze. La guerra al contrabbando è dello stesso segno. Dopo la Legge 359 i compagni fino a quel momento avevano avuto un ruolo importante in quel mondo, gli operai licenziati si mettevano insieme per comprare una barca ma dopo questa legge cambia tutto e finisce la struttura cooperativa dal basso che, pur senza teorizzazioni, era la modalità su cui era organizzata quell’attività. Alla fine il contrabbando muore per interessi diversi, una volta che si sono strutturati quei canali commerciali è più conveniente trasformarlo in circuito di droga e armi. Quella non è una vicenda di scontro fra mafiosi e Stato, anzi, è la storia di trasformazione in senso capitalista di un settore dell’economia dentro cui c’erano molti compagni e dentro quelle vicende va letta la storia del collettivo autonomo di contrabbandieri che nasce per lottare contro quell’aggressione del capitalismo alla vita dei proletari. La trasformazione imposta dal Capitale pesa sui territori perché distrugge strutture sociali ed economiche che si reggevano su quello. È lo Stato che le distrugge, attaccando i proletari del centro storico nella materialità delle loro fonti di sostentamento[8].
Note
[1]I contrabbandieri di S. Lucia, regia di A. Brescia, con M. Merola e A. Sabato. Prod. Atlas, Italia 1979.
[2] G. Mazzocchi – A. Villani (a cura di), Sulla città, oggi. La periferia metropolitana. Nodi e risposte, Franco Angeli, Milano 2004.
[3] F. Barbagallo, Il potere della camorra, Einaudi, Torino 1999.
[4] Si veda L. Manunza, Geografie dell’informe. Le nuove frontiere della globalizzazione. Etnografie da Tangeri, Napoli e Istanbul, Ombre Corte, Verona 2016.
[5]Ieri, oggi e domani, regia di V. De Sica, con M. Mastroianni e S. Loren, Prod. C. Ponti, 1963.
[6] I. Sales, La camorra, le camorre, Editori Riuniti, Roma 1988.
[7] Volantino del Collettivo Autonomo Contrabbandieri, 1974.
Ancora una anticipazione del racconto di uno dei protagonisti del volume X sull’autonomia operaia meridionale
“Piazza Medaglie d’Oro era il punto in cui confluivano, in maniera abbastanza disordinata, compagni di vario genere. Molti di loro provenivano da gruppi organizzati, come i compagni di Po, che a Napoli non aveva mai avuto un grande radicamento, o Lc. La piazza era un luogo che diventava centro di organizzazione informale della politica, in cui venivano costruite le mobilitazioni, soprattutto quelle antifasciste che in quegli anni erano uno degli elementi caratteristici della lotta a Napoli. Il Vomero era uno degli snodi più forti della presenza fascista a Napoli e mantenere quella piazza era fondamentale. Da quel posto sono partite nel corso de- gli anni una serie di azioni nelle quali le appartenenze alle organizzazioni sfumavano, non c’era una vera differenziazione. Anche buona parte dei compagni che avevano attraversato a vario titolo Lc, si aggregavano sempre di più nella pratica dell’antifascismo militante sulla base di ragionamenti che partivano dalla discussione che stava attraversando tutto il movimento sull’uso della violenza, a partire da quello che era successo nel ’73 in Cile. Da quel dibattito si aprì una grande discussione che covava in realtà sotto le ceneri da tempo, soprattutto fra i compagni inseriti nel servizio d’ordine di Lc. L’uso della forza e della violenza di massa era un tema da sempre sotto traccia, tanto è vero che tutti i nostri ragionamenti venivano poi arricchiti e quasi anticipati da alcuni episodi. Penso alla risposta di massa alla strage di Brescia che a Napoli fu enorme e trovò addirittura impreparati i servizi d’ordine delle varie organizzazioni. La gente che scese in piazza il giorno della manifestazione era molto più «attrezzata» e disposta allo scontro di quanto lo fossimo noi e si era dotata autonomamente di «materiali», in quella che fu un’azione antifascista di massa incredibile. Le strutture organizzate dovevano rincorrere quasi la gente che assaltava le sedi come quella della Cisnal a via de Gasperi dove, mentre provavamo a salire per le scale del palazzo vedevamo il mobilio degli uffici volare dalle finestre. Tra quella gente che ci aveva preceduto c’era di tutto, antifascisti di ogni provenienza. La violenza e la forza che il movimento era in grado di esprimere si manifestava davanti ai nostri occhi…”
In questo volume, dedicato all’autonomia operaia meridionale, il primo di una serie di tre, Francesco Festa e Antonio Bove, ricercatori militanti (cioè, non foraggiati dai soldi pubblici) offrono al lettore un’opera ricchissima in cui storia, storiografia, biografie, teorie e prassi, si intrecciano su un terreno delicatissimo, anzi inafferrabile, che si può ricondurre ad una domanda retorica: è esistita una forma specificamente meridionale dell’autonomia operaia? E in che modo questa categoria – così legata alla storia del neocapitalismo fordista padano – può essere piegata e riadattata al contesto del mezzogiorno? E farlo, è un’attribuzione legittima o una forzatura ideologica? I due autori, attingendo a molti contributi intellettuali e/o militanti, sembrano interrogare e interrogarsi sulla liceità di tale operazione.
Partiamo, quindi, da una questione sostanziale: cos’è l’autonomia operaia meridionale? È davvero esistita? Basta definirla come l’insieme dei comportamenti operai e proletari fuori e contro le compatibilità capitalistiche e completamente indipendenti da ogni legame con il riformismo? Per provare a rispondere bisogna tracciare una «cartografia tematica» e ripensare l’idea stessa di Mezzogiorno, dell’aggressione capitalistica alle sue regioni, prendere distanza dal pietismo meridionalistico e dal marxismo storicista: la linea del progresso in ascesa con il timone retto dalla borghesia illuminata, senza la quale il Sud sarebbe ostaggio di lazzari, plebaglia e lumpenproletariat. Linea che ha segnato, per oltre cinquant’anni, l’azione politica e culturale del Pci. (pag. 9)
Il libro è la risposta a quella domanda retorica: è legittimo parlare di una autonomia operaia meridionale e tale categoria non va considerata un’appendice di quella nata nel cuore del triangolo industriale, nella misura in cui la storia economica e sociale del mezzogiorno può sottrarsi alla narrazione “storicista” del sottosviluppo cronico del nostro Sud, eternamente etichettato come ritardo, risacca e zavorra malata del processo unitario. Questione di sguardi, di punti di vista, di approccio alla lettura storica. Se il Sud smette di essere considerato una escrescenza incompiuta del processo unitario e del neocapitalismo, allora i suoi movimenti autonomi non vanno considerati una riproduzione delle lotte dell’operaio massa, bensì il bacino di creazione di figure e conflitti originali. Il sottoproletariato – fantasma e coscienza sporca del movimento operaio – esce da se stesso, dai suoi stereotipi lumpen, supera lo stigma plebeo e si presenta come proletariato diffuso, creatore di plusvalore sociale nella nuova fabbrica-metropoli. Non ritardo, quindi, ma nuova e diversa realtà che richiede nuove e diverse chiavi interpretative. Gli anni 70 dei movimenti antagonisti napoletani, raccontano proprio il processo di autovalorizzazione – l’assalto alla spesa pubblica, la riappropriazione del patrimonio abitativo, il rivendicazionismo incessante sulla linea reddito/lavoro – di questo soggetto che raramente la sinistra era riuscita a intercettare. Autonomia a sud come nuova chiave di lettura di questo sud. Gli autori rimarcano più volte questa tesi, come un filo conduttore che deve reggere la frenesia centrifuga delle storie e dei movimenti.
Nei primi anni Settanta, i riflessi sui consumi della crisi economica e dello sviluppo caotico dei trent’anni precedenti riportano il Mezzogiorno al centro delle riflessioni del Pci e della sinistra rivoluzionaria, riabilitando la «questione meridionale». Le letture della situazione, tuttavia, sono insufficienti a chiarire gli spunti relativi alla composizione sociale, all’industrializzazione e al ruolo delle regioni meridionali nella programmazione capitalistica. Nella lettura del Pci, ma anche in settori alla sua sinistra, il Sud è visto da sempre come una «distorsione», l’elemento arretrato dello sviluppo generale, frutto di un «problema», di un «ritardo» o di una serie di «errori di programmazione». Da tale assunto emerge che, alla base, il processo di sviluppo capitalista possa intervenire per rimuovere gli agenti di freno allo «sviluppo». Una discussione, in verità, tutta interna alle logiche del capitalismo che purtroppo ancor oggi occupa gran parte dei dibattiti sul tema, partendo da due errori enormi. Uno è l’idea che il problema sia il mancato sviluppo e non la sua stessa natura, cioè la sua matrice capitalista; l’altro è la considerazione del Mezzogiorno come «tema», mentre la discussione dovrebbe, in altro senso, vertere sulle modalità del processo economico, politico, sociale e culturale che ha creato il Mezzogiorno come visione. Il capitalismo è il vero tema. (pag. 31)
L’autonomia, l’operaismo, le metropoli slabbrate e purulente del mezzogiorno, le campagne dell’entroterra, l’appennino e le terre dell’osso: se Lenin veniva portato a spasso in Inghilterra, sarebbe legittimo traslocare Panzieri a sud di Latina? Inquadrare quella storia con le lenti dell’operaismo è un procedimento controverso. Festa e Bove restano fedeli a un metodo: leggere i cicli dell’ intervento straordinario nel mezzogiorno alla luce della sequenza sviluppo/crisi dello Stato Piano, legando composizione di classe, conflitti, investimenti e spesa pubblica, dentro un’unica chiave di lettura. Il programma non scritto dell’autonomia operaia meridionale sta tutto dentro questo groviglio.
«Soltanto a livello di classe operaia si può parlare in senso specifico di processo rivoluzionario, di rivoluzione, di rottura rivoluzionaria», si diceva, ma la classe operaia, nelle metropoli e nei territori meridionali stravolti dal capitalismo della crisi non è solo quella della linea di montaggio, anzi, a Napoli e in tutto il Mezzogiorno questo paradigma non regge. L’operaismo è un punto di vista di parte, cui ha attinto – chi più, chi meno – tutta l’area dell’Autonomia operaia ed è inevitabile riflettere sui problemi che l’incontro fra la storia del Sud e questa corrente di pensiero genera. Leggendo quelle vicende dentro le loro specificità è evidente che si finisca per individuare un vulnus, un cortocircuito nel paradigma operaista le cui specificità vanno rimodulate attraverso i comportamenti e le soggettività dell’Autonomia meridionale: in particolare, rispetto alla composizione di classe di quei territori e ai processi di produzione e valorizzazione delle comunità. Detto fuori dai denti: l’operaismo è nato nel Nord Italia, davanti ai cancelli delle fabbriche del «triangolo industriale», in particolare a Mirafiori con al centro l’operaio massa, giovane meridionale «deportato» per sostenere lo sviluppo capitalistico dei gloriosi Settanta. A Sud questa linea di pensiero ha avuto la funzione di “cassetta degli attrezzi” concettuale per gruppi ristretti di intellettuali e avanguardie militanti, ma non è mai esistita una sua tradizione teorica né una sua traduzione. (pag. 11)
Questa traduzione/traslazione la opereranno i proletari nella prassi, senza porsi tante questioni epistemologiche: nel Mezzogiorno l’autonomia dell’interesse di classe e dei bisogni di massa non ha bisogno di adattarsi al “calco” operaista, ma lo reinventa, ne forza il perimetro costringendo le stesse soggettività organizzate a ridefinire se stesse in rapporto ad una movimentazione sociale ricchissima e radicale. Raccontare quel clima è difficile e necessario. E per provare a farlo, gli autori si affidano a molti contributi, di taglio e registro assai differente (per soddisfare ogni palato). Contributi di alto profilo, quali quello di Lanfranco Caminiti, che racconta della nascita di Primi Fuochi di Guerriglia, il tentativo di praticare il “diritto alla guerra” dentro l’oppressione stagnante della società meridionale e rifondare una dialettica nuova tra iniziativa armata e pratica di massa, tra soggettività autonoma e comunità/territori.
Indicare lo Stato come nemico, indirizzare contro lo Stato la sintesi dell’antagonismo al Sud, non sarebbe stato un «valore aggiunto» – accadeva già. Il fatto nuovo, a noi sembrava, era che le funzioni dello Stato si andavano dislocando dentro la società, i corpi intermedi e la distribuzione dei poteri, e una semplificazione società vs. Stato o classe vs. Stato non coglieva le modificazioni. Bisognava perciò «portare» l’antagonismo dentro la società, dentro la statualizzazione della società; cioè, dentro una dinamica, un processo, e non una struttura e le sue articolazioni. (…) Non eravamo clandestini. Con quella stessa faccia facevamo assemblee e rapine, riunioni e attentati. In guerra, d’altronde, si combatte a viso aperto. (pag. 96)
Napoli, all’inizio degli anni ’70, è comunque la quarta città industriale d’Italia. E l’Italsider e l’Alfasud vengono pienamente investite dal vento dell’autunno caldo, della stagione dei consigli e dell’autonomia dei comportamenti operai in direzione del rifiuto del lavoro salariato – non come programma o teoria, ma come prassi ed esigenza di vita. Anche qui ci si interroga retoricamente sul rapporto tra lotte di fabbrica e lotte sociali: sono i contenuti del ’69 operaio a rovesciarsi sui quartieri, o al contrario, è la maturazione delle lotte popolari sul territorio, sul terreno della riproduzione e del reddito sociale, a tenere acceso il fuoco nei reparti della produzione industriale? In ogni caso, anche a Napoli alcuni grandi stabilimenti diventeranno scuole di comunismo per una generazione di quadri operai, sempre in bilico tra sindacalismo radicale e insurrezione. Interessante, da questo punto di vista, il recupero della storia dimenticata dell’Unione Sindacale dei Comitati di Lotta, una rete di nuclei di fabbrica – ostili al nuovo corso consiliare post-69 – e riconducibile ad una piccola formazione marxista-leninista (guidata dal non dimenticato Gustavo Herman): paradossi napoletani, per raccontare l’autonomia, nel groviglio di storie, facce e processi, devi parlare degli emme-elle…
Franco e importante, il contributo di Raffaele Paura, amatissima figura tutt’ora attiva dentro il movimento napoletano; da lui arriva un frammento relativo alla storia dei Comitati di Quartiere (l’autonomia con la a minuscola), del loro apogeo e della loro rapida decrescita. Organismi popolari, centrati sull’autoriduzione e la vertenzialità di quartiere, nei quali però una generazione di militanti dovrà fare i conti con il nodo più drammatico di quella fase storica:
Intorno al ’74 un gruppo di militanti attivi nel Comitato del quartiere Porto, sulla scia di un ragionamento interno e sulla spinta di quello che accadeva intorno, abbandona il lavoro di massa e si struttura come gruppo armato. È stata una scelta complicata e sicuramente un errore politico. Il gruppo non aveva un nome, usavamo diverse sigle anche perché nel momento in cui si diffondeva un certo innamoramento per la lotta armata noi cerchiamo di evitare la deriva avanguardista anche se questa cosa poi, di fatto, accade. Il nostro gruppo, come altre formazioni affini sparse nel Meridione, non aveva nemmeno una composizione stabile, i compagni si spostavano e attraversavano diversi ambiti del movimento e pensavamo che questo potesse evitare il distacco dalle lotte sociali. Nessuno di noi, infatti, è mai stato clandestino, anche quando eravamo latitanti continuavamo a stare nel movimento perché l’idea dell’avanguardia esterna non ci ha mai attratto. Alcuni compagni, inoltre, sono andati in galera per rapina o altri «crimini» ma erano proletari che stavano con noi e molte rapine etichettate come crimini «comuni» in realtà non lo erano, ma si trattava di azioni di compagni e proletari politicamente schierati dentro quella forte quota di «illegalità sociale» che si incrociava con quello che facevamo noi. Nonostante la disponibilità all’uso di armi e della forza, comunque, fra tutti gli errori che abbiamo commesso non abbiamo mai avuto come obiettivo quello di colpire le persone, l’omicidio politico non è mai stato nel nostro orizzonte. L’attività era rivolta prevalentemente al controllo dei territori che le lotte sociali stavano liberando, con le campagne contro i delatori nei quartieri, e poi ad azioni come la spesa politica che non era solo l’attacco ai supermercati ma anche iniziative più eclatanti. Nel ’75, quando Sergio Romeo era ancora vivo viene bloccato a Forcella un camion che trasportava pasta e il carico viene distribuito ai proletari del quartiere. Questo era il tipo di azioni che ritenevamo centrali. Sergio in quella occasione era già nei Nap e voglio ricordare questo particolare perché nonostante le sigle di appartenenza il dato politico è che noi compagni ci riunivamo sulle azioni, non c’erano compartimentazioni stagne. In quel periodo anche gli stessi militanti dei Nap agivano in questo modo, pure perché quella organizzazione nasce dentro i movimenti, prima dell’impazzimento organizzativo che avviene quasi per necessità, dopo la morte e gli arresti di molti compagni e compagne e le fasi drammatiche che la loro organizzazione si trovò ad affrontare.(…) È anche sulla base di questi eventi che avvertiamo la spinta a costruire un gruppo che di fatto si distacca dal lavoro nei quartieri, veniamo coinvolti da quella spinta soggettiva che porta a un «gioco al rialzo», pensiamo che ormai i proletari siano pronti a reggere in autonomia le strutture territoriali e ci dedichiamo a costruire un’altra organizzazione, invece di ripensare e rilanciare il lavoro di massa. (…) L’abbandono delle lotte sociali, comunque, anche se non era nostra intenzione c’è stato, dovendo affrontare un percorso di quel tipo che è stato un punto di non ritorno. Nella zona del centro avevamo costruito, negli anni, una struttura autorganizzata a partire dalle autoriduzioni che doveva essere funzionale alla costruzione di un contropotere territoriale. Il risultato di quella scelta, invece, è che come prima cosa viene tagliata subito la corrente elettrica a tutti. Mia mamma non mi ha mai perdonato per quella cosa. Il nostro ruolo in quei Comitati non era secondario, anzi, nel momento in cui siamo passati alla clandestinità, consegnando il lavoro di massa e l’organizzazione in mano ai proletari che avevano fatto le lotte fino a quel momento insieme a noi è scomparso tutto e l’ esperienza dell’autoriduzione si è esaurita. Tutto quel processo, i Comitati per l’autoriduzione, la difesa del territorio, i Comitati di quartiere alla fine è andato perduto. (pag. 200)
Alfonso Natella, Franco Piperno, Francesco Caruso e Giso Amendola arricchiscono il racconto corale di una epopea che solo apparentemente ha il sapore della sconfitta o dell’occasione mancata: c’è un sedimento di memoria, di verità, di sapienza sovversiva, che riemerge carsicamente, fino a sfidare il presente davanti ai cancelli della logistica, nei territori stuprati, nelle metropoli slabbrate e violente che ci tocca attraversare.
Nella capitale della fluidità sociale, le formazioni dell’Autonomia organizzata – Rosso, Senza Tregua, Mco – proveranno a costruire legami solidi con l’autonomia diffusa napoletana e meridionale. Ma per tutto il decennio ’70, gli autonomi del sud non riescono a definire dei perimetri organizzativi e programmatici stabili: come se il montare dei cicli di lotta impedisse non solo le sclerotizzazioni gruppettare, ma anche qualsiasi sedimentazione virtuosa, qualsiasi passaggio che evitasse i salti e le rotture generazionali, che saranno così tipiche di questa storia e di questi territori.
Gli autonomi furono i primi a lottare contro se stessi, a provare a mettere ordine nei processi caotici che erano stati così bravi ad evocare o abitare. Ma risulta difficile ricostruire una cornice adeguata, rispetto a questa eccedenza, a questa ricchezza: tanto più nel sud Italia, e nella sua sgangherata capitale. E’ per questo che ancora oggi continuiamo a leggere libri su questa storia così presente, così irrisolta, che preme con urgenza sulla nostra intelligenza e sull’agenda dell’oggi.
Del resto, in ognuno dei nove volumi precedenti (una serie editoriale dalla longevità incredibile, per la quale non si smetterà mai di essere abbastanza grati a DeriveApprodi) il problema “ontologico” dell’autonomia operaia permane ostinato – fino alla difficoltà nella scelta della A maiuscola o minuscola, nel racconti di molti contesti. L’ A/autonomia inafferrabile, che non si fa catturare, catalogare, su cui non solo storici e saggisti continuano a sbattere la testa, ma anche tanti solerti magistrati che hanno provato attraverso centinaia di migliaia di pagine di atti istruttori a ricondurre a categorie penali quella che è stata una esplosiva complessità.
Questo libro è forse il più dinamico e “difficile” di tutta la serie, quello che esige più dedizione, quello in cui lo sforzo di contestualizzazione storico-politica è più alto. Ma anche quello che offre di più al lettore che, a seconda delle sue preferenze, troverà storie di vita ed elementi alti dibattito teorico, intrecciati nel classico bailamme mediterraneo: come nei vecchi assetti urbani napoletani, dove i bassi del piano terra convivono col piano nobile e tutti gli odori e i rumori si mescolano apparentemente senza principio.
Un libro che resterà – oltre l’orizzonte facile della memorialistica – e che siamo sicuri troverà la sua collocazione non solo nelle biblioteche di movimento, ma anche negli archivi di istituti e centri studi che non hanno abdicato alla necessità della memoria critica.
Genealogia dei movimenti socialidi occupazione di case a Napoli dagli anni ’50 ad oggi
Riportiamo interamente il lavoro accademico svolto da un attivista del movimento napoletano che ricostruisce, a partire dagli anni ’50, e lotte e il contesto in cui si sviluppò un enorme movimento di massa che rivendicava e praticava il diritto alla casa.
Dagli anni ’50 fino ai giorni nostri viene ricostruita la genealogia dei movimenti sociali che nati come movimenti per il diritto alla casa si sono trasformati ai giorni nostri in movimento per il diritto all’abitare.
Per lo sviluppo dell’autonomia e delle sue componenti organizzate la data del 23 novembre 1980 rappresenta un punto di svolta per riprendere parola dopo le ondate repressive degli ultimi anni ’70.
Questo lavoro può aiutare alla comprensione di quanto avvenne nel tessuto sociale proletario metropolitano all’indomani del terremoto che colpì e devastò maggiormente le zone interne dell’Irpinia ma fornisce anche le coordinate per comprendere le condizioni abitative di Napoli e dei suoi quartieri che, a fronte dell’espansione urbanistica selvaggia e speculativa, determinò lo sviluppo delle prime lotte organizzate in cui la presenza delle componenti autonome risulto determinante.
Lotte che svilupparono forme organizzative capaci di far vivere sul terreno delle rivendicazioni e della pratica alcune delle parole d’ordine di quegli anni dal “prendiamoci la città” alle autoriduzioni dei beni essenziali fino alla requisizione delle case sfitte.
Questo contributo, ovviamente, non è un documento politico: la sua pubblicazione su Archivio Autonomia risponde alla necessità di far conoscere e mantenere viva la memoria delle lotte sociali che in maniera autonoma si sono sviluppate nel nostro paese laddove non si ri/trovano materiali originali .
Volantino di mobilitazione del Comitato di quartiere Sant’Erasmo ai Granili. Fonte: Luisa Maglio, archivio privato
Nell’ambito delle presentazioni del primo dei tre volumi sull’autonomia operaia meridionale delle edizioni di DeriveApprodi si è svolta, curata dal Laboratorio di Mutuo Soccorso Zero81, una “chiacchierata” tra i curatori della trilogia e Lanfranco Caminiti e Piero Despali.
L’incontro tra Lanfranco e Piero è stata un’occasione importante all’interno della riflessione sugli anni settanta e sulla storia dell’autonomia (ovviamente in maniera parziale e limitata).
Abbiamo scelto, d’accordo con i partecipanti, di restituire la “chiacchierata” trascrivendola e chiedendo loro di “riordinare” i loro interventi.
Questo per dare la possibilità, a chi non era presente a Napoli e anche a chi ha curiosità, interesse e passione, di conoscere parte di quella storia attraverso le testimonianze di Piero e Lanfranco.
Il tema che è stato scelto – “Nord-Sud uniti nella lotta” ??!! – è stata l’occasione per ripercorrere un pezzo della enorme storia della sovversione sociale in Italia ma anche lo stimolo e lo spunto per mettere a fuoco, sul tavolo dei ragionamenti, elementi di attualità che hanno una portata più ampia.
Ci auguriamo di aver reso un buon servizio e restiamo aperti a qualsiasi altro contributo/integrazione.
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