il lavoro che manca…IL LAVORO DA CONQUISTARE
Il 18 ottobre 1983 l’allora ministro Gianni De Michelis presenta un disegno di legge su “Norme in materia di servizi dell’impiego, di mobilità dei lavoratori e di integrazione salariale ed effettuazione di esperimenti pilota in materia di avviamento al lavoro” .
Di fronte agli “esperimenti pilota” si mobilita il movimento dei disoccupati che chiama una grande manifestazione il 20 novembre (anniversario del terremoto del 1980) in cui raccoglie l’adesione e la partecipazione di migliaia di proletari.
Partiti e padrini…LE MANI SULLA CITTA’
Campagna contro le elezioni che si svolsero il 14 e 15 giugno del 1987
Rilanciamo l’iniziativa antagonista!!
Nessun voto a nessun partito!!
NOTA – Nel testo del manifesto si fà riferimento ad elezioni da svolgersi il 24 maggio. Non siamo, pur utilizzando tutti i mezzi a disposizione (a partire dalla memoria dei compagni che erano parte del Centro di Documentazione ARN, riusciti a capire a quale tornata elettorale (politche e/o amministrative) faccia riferimento ma la memoria è un ingranaggio collettivo quindi ci appelliamo a chi potrebbe svelare l’arcano.
Potrebbe darsi come ha detto qualcuno che quella data messa lì era “perchè non eravamo in sintonia con le scadenze elettorali”
Notebook n. 3/4 – supplemento Autonomia n. 45
Supplemento al numero 45 di Autonomia – Settembre 1989
EDITORIALE
Micromega. Per una cartografia del potere – pag. 1
ORIENTE ROSSO (SANGUE)
Chang Chun Chiao – La dittatura integrale della borghesia – pag. 17 AA.VV. – Fuoco sul quartier generale! – pag. 24
A SUD DI NESSUN NORD
H. Cleaver – La tecnologia come arma politica – pag. 33 REDAZIONE AUTONOMIE – Tesi sull’immigrazione – pag. 41
E. Balibar – Il “razzismo di classe” – pag. 48 A. Casano – Nord e Sud – La vicenda del mezzogiorno paradigma italiano – pag. 55
G . Lavanco – 7 note sulla critica della ragione politica della miseria – pag. 63
LA MACCHINA ECOLOGICA
D. Paccinno – I colonnelli verdi e l’ecocomunismo – pag. 69 A. Zanini – Metafora e politico – otto tesi – pag. 72
IL COMANDO TECNOLOGICO
M. Melotti – Memoria e tecnica di una sconfitta operaia nei nuovi scenari produttivi della fabbrica capitalistica informatizzata – pag. 79
LA GABBIA TELEMATICA
G. Caffentzis – Rambo sulla costa dei barbari – pag. 89 U. Plinsky – Apocalypse Motel. Note su comunicazione e ideologia postindustriale – pag. 95
TV STOP – DANIMARCA – Rosso Arianna. Per una agenzia telematica di comunicazione – pag. 104
ALTRI CODICI
P. Moroni – Economia politica dell’eroina – pag. 109 E. Balibar – Razzismo e cultura differenzialista – pag. 114
BIBLIOGRAFIA E DOCUMENTAZIONE
Bibliografia. – pag. 121
La città infetta. Il colera a Napoli del 1973
Riportiamo un contributo di Marcello Anselmo pubblicato sulla rivista Il Mulino che ricostruisce il clima e la situazione che si vivevano a Napoli nell’estate del 1973
Inizio anni Settanta, la metropoli mediterranea in procinto di diventare l’epicentro dell’ultima epidemia di Colera dell’Europa occidentale è teatro di due eventi che ne racchiudono tutta la contraddittorietà

Il 28 agosto del 1973, le spiagge di sabbia nera del litorale vesuviano a levante di Napoli erano piene di donne, uomini, bambini che cercavano refrigerio dall’afa, bagnandosi in un mare limaccioso, maleodorante, avvelenato.
Il mare che bagnava Napoli era lo specchio della drammatica condizione ambientale dell’intera città e provincia partenopea. Lo spazio acqueo era aggredito dalla formidabile inefficienza del sistema fognario il cui ultimo ammodernamento risaliva agli anni del Risanamento successivi alla micidiale epidemia di colera avvenuta tra il 1884 e il 1887. Il sistema fognario era articolato in un impressionante numero di alvei di raccolta scoperti (in particolare nelle periferie operaie nella parte occidentale che orientale della città) e alla presenza di decine di scarichi (autorizzati e abusivi) che rilasciavano direttamente in mare le acque nere prodotte da una città che, in poco meno di un ventennio, aveva raddoppiato la propria popolazione e la propria estensione territoriale. Alle acque di scarico fognarie si aggiungevano gli scarti di lavorazione industriale. Eppure, quel 28 agosto 1973, sul litorale vesuviano del golfo decine di persone sfidavano il divieto assoluto di balneazione piantando ombrelloni colorati sovrastati dalle ciminiere delle raffinerie, tuffandosi in un mare puntellato da decine di mercantili e navi militari Nato in attesa nel golfo all’ombra del Vesuvio.
Erano abitanti di una città dal tasso di mortalità infantile più alto d’Europa, dalla presenza endemica di malattie gastrointestinali come il tifo e l’epatite virale. Una popolazione che viveva uno spazio urbano tra i più sovraffollati del mondo e dove fenomeni come il lavoro nero, minorile, irregolare e sommerso erano fattori costitutivi di una normalità d’eccezione. Tuttavia la metropoli mediterranea in procinto di diventare l’epicentro dell’ultima epidemia di Colera dell’Europa occidentale, nelle settimane precedenti fu il teatro due eventi che ne racchiudono tutta la contraddittorietà e complessità. Quel 28 agosto 1973, sul litorale vesuviano del golfo decine di persone sfidavano il divieto assoluto di balneazione piantando ombrelloni colorati sovrastati dalle ciminiere delle raffinerie. Tra il 19 e il 21 giugno 1973 all’interno dell’autodromo per go-kart Kennedy in disuso, sito sulla collina dei Camaldoli, ebbe luogo il primo festival di rock progressivo italiano, il Napoli Be-In. Fu organizzato dal complesso degli Osanna, un’importante formazione di rock progressivo napoletana. Il pubblico del festival – proveniente da tutta Italia ‑ raggiunse le 25 mila presenze e l’evento segnò l’ingresso di Napoli nell’immaginario controculturale italiano. Nel luglio del 1973, poco dopo il Be In, ebbe luogo in tutt’altra parte della città una rivolta popolare dai tratti manzoniani. La notte del 18 luglio 1973 i panificatori di Napoli dichiarano una serrata interrompendo la produzione di pane e bloccando contemporaneamente l’approvvigionamento dei forni cittadini. L’improvvisa sparizione di un bene primario per l’alimentazione della popolazione trasformò, in poche ore, la lotta dei panificatori in un’insurrezione popolare che si manifestò attraverso un vero e proprio assalto ai forni in diverse zone della città. Nella periferia nord della città, in particolare in Calata Capodichino, per tre giorni si verificò una dura contrapposizione tra: «ragazzi e donne di estrazione popolare» a cui si mescolarono agitatori «marxisti leninisti e della sinistra extra parlamentare» con i reparti della celere, come riportano le cronache del tempo e le informative inviate dal prefetto Amari al Ministero degli interni.
Il 28 agosto del 1973, Torre del Greco è una piccola cittadina della costa vesuviana che – come il capoluogo – ha visto trasformare il proprio tessuto urbanistico e sociale dal sacco edilizio degli anni Cinquanta e Sessanta. Torre del Greco diventa il primo focolaio dell’infezione colerica certificato dalla morte di due donne al locale ospedale Maresca. Il 29 agosto «Il Mattino» parla per la prima volta di Colera. Viene organizzata in gran fretta una disinfezione straordinaria della città effettuata in parte da mezzi dell’esercito e in parte affidata alla ditta di Roma specializzata Zucchet. Nelle strade vengono irrorate 1500 tonnellate di disinfettante. L’episodio epidemico, di per sé, ebbe numeri di contagi e vittime contenuti. Complessivamente in tutti i focolai si registrarono 277 contagi e 24 morti, la maggior parte delle quali (19), avvenute a Napoli città in cui all’ospedale dedicato alle malattie infettive Cotugno diretto dal medico ed esponente del Pli Ferruccio De Lorenzo, ci furono 822 ricoverati, di cui 126 pazienti positivi, 661 negativi e 11 portatori sani. Il Nosocomio balzò agli onori delle cronache nazionali per la fotografia che immortalò il gesto scaramantico (le corna) dell’allora presidente della Repubblica Giovanni Leone durante la sua visita ufficiale dell’8 settembre del 1973, e per i reportage pubblicati dal «Times» e «Le Monde» che descrissero la confusione, l’improvvisazione e l’approssimazione che ne caratterizzarono l’attività durante l’emergenza epidemica. L’ospedale fu anche meta di ben due processioni di fedeli e devoti di santi locali, con l’intento di favorire la guarigione dei ricoverati.
In pochi giorni la città piomba in una psicosi generale. Le misure straordinarie di igiene sono adottate in modalità disorganizzata e senza un apparente coordinamento tra istituzioni locali e nazionali e provocano una catena di effetti che ha come risultato quello di amplificare le reali dimensioni dell’epidemia. L’eco suscitata dalla pressante narrazione dei mass media nazionali trasforma l’emergenza locale in un caso nazionale. Il primo settembre viene avviata la vaccinazione di massa, centri di vaccinazione sono istituiti nei luoghi più disparati (dal palazzetto dello sport alle sedi di partiti politici) dove lunghe file di uomini e donne attendono la somministrazione del vaccino. Esplodono rivolte e incidenti motivati – in gran parte – dalla lentezza delle operazioni e dalla sensazione nei quartieri popolari di ricevere un trattamento difforme rispetto ad altre zone della città. Si susseguono tentativi di assalto dei centri di vaccinazione. Nella centrale Piazza Municipio, in prossimità della sede del Comune di Napoli, la folla assalta i furgoni che trasportano il vaccino destinato ai 17 centri istituiti in città. Nel quartiere occidentale di Fuorigrotta 5000 persone sfondano i cancelli per entrare all’interno del Palazzetto dello sport dove infermieri dell’esercito Usa somministrano il siero utilizzando delle moderne pistole inoculatorie a pressione. Al 5 settembre 1973 vengono, tuttavia, vaccinate un milione e duecentomila persone.
L’epidemia, la grande paura, come la definirono roboanti titoli dei principali quotidiani italiani, fu, in realtà il passaggio nella penisola della VII pandemia di Colera (ceppo del vibrio El Tor) iniziata nel Subcontinente indiano nel 1961 e terminata nel 1975 ad Odessa, allora nel territorio dell’Urss.
Il 2 settembre viene denunziato l’estendersi dell’epidemia anche in altri luoghi del Mezzogiorno e del Centro Italia con l’ufficializzazione di casi conclamati di colera (Bari, Foggia, Cagliari). L’epidemia diventa una minaccia nazionale. L’emergenza si estende perfino nella zona periferica della capitale (afflitta a suo modo da problematiche igienico-sociali non dissimili dal capoluogo campano) così come minacce di contagio vengono registrate in più parti del Paese. Le contromisure adottate dal governo si ripercuotono sull’intero territorio nazionale: chiusura dei luoghi di intrattenimento e socialità nelle zone colpite dalla malattia, il divieto della produzione, vendita e consumo di prodotti di mitilicoltura a livello nazionale, divieto di commercializzare prodotti agricoli provenienti dalle zone infette, si tratta di una serie di atti e decisioni che stravolgono il quotidiano non solo delle città coinvolte ma di tutto il Paese. Le contromisure adottate dal governo si ripercuotono sull’intero territorio nazionale: chiusura dei luoghi di intrattenimento e socialità nelle zone colpite dalla malattia, divieto di commercializzare prodotti agricoli provenienti dalle zone infette. L’origine dell’epidemia viene frettolosamente imputata all’importazione illegale di mitili dalla Tunisia (Paese dove il colera è comparso nel mese di maggio 1973) e la cozza diventa l’untrice principale. Il 5 settembre ebbe inizio «la battaglia delle cozze». Un imponente schieramento di forza pubblica distrugge gli allevamenti autorizzati di mitili prossimi alla costa cittadina tra le proteste dei lavoratori e della popolazione della zona. La responsabilità dei mitili coltivati negli allevamenti (autorizzati ed abusivi) prossimi alla linea di costa metropolitana nella genesi dell’epidemia, fu esclusa drasticamente dai risultati della perizia della commissione di medici specialisti. Questi ultimi, oltre ad escludere la presenza del vibrione colerico di tipo El Thor nei mitili, certificarono la contaminazione delle acque marine provocata dall’inadeguatezza del sistema fognario cittadino.
Ma la cozza diventò l’untrice, anche se, in realtà, è stata solo l’incubatrice inconsapevole dei germi dell’epidemia. Divieti e restrizioni suscitano proteste e rivolte. La reazione popolare si indirizza contro le condizioni strutturali di quella che è stata definita la “fecalizzazione dell’ambiente cittadino”: barricate e rivolte scoppiano per chiedere la copertura di alvei fognari a cielo aperto, oppure la rimozione di cumuli di immondizia, e anche per l’adozione di misure contro la disoccupazione aggravata dal temporaneo divieto di traffici commerciali della città.
Il colera, dunque, fu non una catastrofe naturale ma un disastro antropico. L’epidemia fece emergere in modo drastico un insieme complesso di elementi sommersi ma, tuttavia, caratterizzanti della condizione economica, sociale e igienico-sanitaria del Mezzogiorno italiano.
La Napoli del 1973 era una metropoli in cui convivevano strati sociali eterogenei segnati da profonde disuguaglianze. A un ceto medio impiegatizio e una classe operaia «ufficiale”, corrispondeva un proletariato marginale e precario impiegato nei settori più disparati. Si tratta di una configurazione storica che trovava fonte di reddito in attività situate nella zona grigia del lavoro nero e informale. In particolar modo, il settore calzaturiero e della produzione di guanti rappresentava una realtà lavorativa estremamente articolata e basata su un forte decentramento produttivo e sulla diffusione del lavoro domiciliare. Nel centro storico napoletano decine di abitazioni erano in realtà micro-officine di una fabbrica diffusa in cui si lavorava senza alcuna garanzia e nessun controllo. Zone urbane caratterizzate da un alto indice di sovraffollamento e promiscuità, in cui la nocività dell’ambiente si mescolava alla nocività dell’attività produttiva. Bassi, sottoscala, abitazioni buie e umide erano i reparti di una fabbrica diffusa ma nascosta. Invisibile anche agli occhi del Pci e delle organizzazioni sindacali che contavano il proprio bacino elettorale, soprattutto, nella classe operaia formale, relegando i lavoratori del proletariato marginale ad una rappresentazione di plebe e sottoproletariato. La condizione del proletariato marginale si ritrovava, più che nell’attenzione del principale partito comunista dell’Europa occidentale, nelle pratiche del Psiup, de «il manifesto» nonché di gruppi della sinistra rivoluzionaria e dei cattolici del dissenso. Lotta Continua, successivamente ai fatti di Reggio Calabria del 1970, provò a radicarsi ulteriormente a Napoli individuando nel proletariato marginale il soggetto di riferimento per la sua attività.
L’emergenza sanitaria legata all’esplosione dell’epidemia di colera vide l’organizzazione di una miriade di pratiche sociali che spaziavano dall’attività di centri vaccinali così come di attività sanitarie di base (negli anni successivi, proprio a partire da quest’esperienza, iniziò la formazione della struttura dei centri sanitari popolari in tutta l’area metropolitana) fino all’organizzazione di gruppi di sostegno alla condizione femminile e del lavoro precario. Dal lavorio politico, analitico e militante emerse una configurazione sociale complessa e articolata che definiva una classe operaia marginale, precaria, sottopagata e priva di garanzie impiegata nella fabbrica diffusa nascosta tra i vicoli della città antica e i nuovi agglomerati periferici. Si trattava di decine di nuclei familiari occupati nel settore calzaturiero e della produzione di guanti che aveva ristrutturato la propria filiera attraverso il ricorso massiccio al lavoro domiciliare e al lavoro nero. A questa classe operaia sommersa, inoltre, il colera affiancò le centinaia di lavoratori del settore del commercio informale, della rivendita di cibo ambulante, impiegati nell’intrattenimento, nella ristorazione, del turismo nonché del settore ittico e della mitilicoltura che videro scomparire, in poco più di quattro settimane, ogni fonte di reddito. Un esercito di lavoratori che finì in parte con l’ingrossare il florido contrabbando di tabacchi lavorati ma che, parallelamente, iniziò a dar vita ai comitati di disoccupati organizzati.
Nell’annus horribilis dello shock petrolifero, la crisi economica, la tensione politica nell’area del mediterraneo che, proprio in quei giorni, vedeva l’esplosione della terza guerra arabo-isrealiana quella dello Yom Kippur, che finì con il ridimensionamento di Israele nel contesto mediorientale, in Italia il colera fu il detonatore di nodi irrisolti, politici, economici, sociali e cultural che attraversavano il Paese. L’epidemia mise a nudo il grado zero del malaffare e della cattiva amministrazione della terza città d’Italia e di tutto il Mezzogiorno italiano. Ma fu anche il punto da cui per il decennio successivo, si svilupparono esperienze politiche e sociali che provarono a ridisegnare il volto del Sud Italia. Un percorso di emancipazione interrotto bruscamente dal sisma del 23 novembre del 1980. Ma questa è un’altra storia.
Le insorgenze delle «autonomie» nel contesto meridionale
Pubblichiamo qui uno stralcio della conversazione di Franco Piperno con Claudio Dionesalvi che Machina ha anticipato in vista della prossima uscita del primo dei volumi che tratteranno le “Autonomie” meridionali edito da DeriveApprodi nella collana “Gli Autonomi”.
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Come mai le insorgenze meridionali, che pure nel corso della storia antica e recente ci sono state, non hanno dato luogo a fenomeni di espansione dell’autonomia amministrativa e politica? Le rivolte e le rivoluzioni a Sud, dal Seicento fino a quelle del Novecento, sono sempre state segnate da sommovimenti violenti e spontanei che, però, nel giro di un pugno di giorni o di mesi sono rientrate nell’alveo dei dispositivi di potere locale (aristocrazia locale, baronie, latifondisti, galantuomini, luogotenenti e classe politica). Esemplare è la questione della terra: le lotte e i sacrifici contadini nell’Ottocento e nel Novecento hanno prodotto la riforma agraria che, purtroppo, è confluita, da una parte, in nuova emigrazione negli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso: la terra senza mezzi non poteva essere lavorata, dall’altra nella Cassa per il Mezzogiorno.
Queste azioni non hanno dato vita a processi costituenti per motivazioni analoghe a quelle dei giorni nostri: si può transitare da una fase feudale o preborghese, a una fase borghese o capitalista, purché si abbia un’accumulazione originaria che lo permetta. La mafia, la ’ndrangheta e in misura minore la camorra, sono l’espressione di questi tentativi di avere quell’accumulazione originaria che ha permesso loro di diventare borghesi. È chiaro che si tratta di tentativi criminali, ma rimangono del tutto autentici. Sono stato per qualche tempo in Germania, a Colonia, dove ho potuto constatare da vicino i livelli di penetrazione delle famiglie meridionali in quei territori, alcune delle quali segnate da origini ’ndranghetiste. I servizi forniti da questo segmento di popolazione, che è il retroterra consensuale della criminalità organizzata, sono spesso tra i migliori servizi che ci siano a disposizione. In un ristorante a Colonia, gestito dalla ’ndrangheta, puoi star sicuro di gustare una pizza migliore di quella preparata in un locale gestito dal prete. Non ce l’ho coi preti. Voglio solo indicarli come termini di paragone, come modello di un comportamento conforme alle leggi. La difficoltà che lo Stato italiano incontra a eliminare questa forma organizzata di criminalità è dovuta al fatto che essa raccoglie un’esigenza di modernità, per quanto paradossale sia. La struttura della criminalità si basa su relazioni premoderne o preborghesi. In Calabria è basata molto sulle relazioni familiari o parafamiliari che ovviamente sono pressoché impermeabili rispetto alla legge. È molto difficile, da noi, tradire un parente. Al di là degli aspetti penali, è un aspetto morale: non tradisci tuo fratello o tuo cugino. Questo è un elemento di forza, permette alla criminalità di operare come una borghesia nella sua fase iniziale. In altri termini, i criminali ci sono dappertutto, ma gli ’ndranghetisti non si limitano a fare i criminali. Loro interpretano un bisogno che è quello dell’arricchitevi, un bisogno che introduce il mercato capitalistico. E lo soddisfano, non avendo a disposizione né le banche né lo Stato, nell’unico modo possibile, che peraltro è il modo nel quale è avvenuto in Inghilterra o in Francia, cioè l’accumulazione originale in termini di violenza e appropriazione. È significativo che siamo alla sesta legge eccezionale per il Sud, a partire dalla legge Pica, che è del 1864. Pica era un deputato. È interessante che la sua legge non sia stata applicata alla Sicilia, ma solo al continente. La mancata applicazione in quel territorio è dovuta al fatto che la mafia siciliana aveva davvero aiutato Garibaldi a scacciare i Borbone dalla Sicilia. Non era avvenuto lo stesso sul continente, dove all’epoca non c’era una criminalità organizzata come quella siciliana. La mafia calabrese era magari anche d’origine massonica, però legata ai paesi, cioè non si trattava di un’organizzazione regionale. Ogni paese aveva questo nucleo d’ordine: in paesi come San Giovanni in Fiore, perduti nella Sila, chi assicurava anche una vita conforme a delle regole erano gli stessi che saranno poi considerati criminali. In 150 anni non si è stati capaci di affrontare questo problema, se non «alla Gratteri», quindi mediante retate di 300 persone e processi chiamati formalmente «maxiprocessi», nei quali si perde la responsabilità individuale. Ma è impossibile esaminare la responsabilità di 400 persone nello stesso processo! È significativo quel che mi ha raccontato Giuliano Vassalli, che da giovane è stato uno studente di Alfredo Rocco, il legislatore, quello del codice penale. Quando Rocco preparò il codice, che in parte è ancora quello vigente, si rifiutò di introdurre la figura del pentito che era già presente nella legislazione inglese, perché sosteneva che questo avrebbe comportato l’uso dei sentimenti più bassi dell’essere umano, quindi una forma di corruzione morale. Lo stesso Rocco, sebbene fosse legislatore fascista, si rifiutò anche di concepire i processi in massa, perché anch’egli era convinto che la responsabilità penale potesse essere solo individuale. Cito questi aspetti non per rendere un omaggio a Rocco, ma solo per sottolineare quanto il problema della criminalità nel Sud, che è uno degli aspetti dell’identità deformata, sia un problema sociale, non di ordine pubblico. Quando il Meridione è stato gettato nel mercato, a livello di questo processo d’arricchimento l’unica resistenza è venuta dalle organizzazioni criminali che non sono criminali nel senso estenuato. In ogni città ci sono dei criminali, ma quando parliamo della ’ndrangheta è verosimile e corretto paragonarla alla massoneria, piuttosto che alla frantumata delinquenza che uno incontra a Firenze o a Torino. Sempre a proposito di insorgenze, una delle ultime forme di ribellione è stata quella dell’Autonomia o forse è più calzante parlare di «autonomie».
E che lettura ne dai?
Per quanto riguarda l’autonomia propriamente detta, e io la intendo nel fenomeno che ha nel ’77 il suo aspetto più significativo e ricco, io non vivevo nel Sud. Era un periodo – spiega – in cui insegnavo a Milano e abitavo a Roma. Quindi il mio rapporto con l’Autonomia era soprattutto attraverso una rivista che si chiamava «Metropoli».
Quella collaborazione ti costò cara perché una sua espressione, «geometrica potenza», riferita alle Brigate rosse, spinse la Digos a suonare al suo citofono.
Sì, è divertente perché io avrei compreso le misure contro di me se si fosse trattato di un premio letterario. Essendo un po’ dannunziana come frase, avrei potuto capire che un giudice educato dalla tradizione italiana potesse avercela con me per quell’aspetto becero, invece per via di quella frasetta mi hanno accusato di aver commesso 20 omicidi e 15 rapine. È significativo l’episodio che mi è accaduto in Francia dove avevo provato a rifugiarmi e sono stato catturato. I giudici romani hanno chiesto la mia estradizione. Nel corso dei riti giudiziari legati a questa richiesta, il procuratore francese mi ha interrogato per vedere se io fossi disposto a rientrare in Italia senza opporre alcuna resistenza legale. Il Pm francese mi ha declamato tutti i capi d’accusa formulati contro di me dalla magistratura italiana. Oltre ai presunti reati di omicidio e un numero sterminato di rapine, c’era pure «intralcio al traffico», perché in effetti quando si rapina una banca magari si parcheggia la macchina vicino alla banca da rapinare e questo gesto costituisce intralcio per la circolazione stradale. Quando il procuratore mi ha chiesto se io mi riconoscessi colpevole di qualcosa, io ho risposto di sì. Il mio legale era una persona straordinaria. Si chiamava Kejiman, un vecchio avvocato antifascista che aveva fatto la Resistenza. Impressionato dalla mia risposta affermativa alla domanda del procuratore, è balzato in piedi e mi ha detto: «Ma che fai, Franco?». Allora il Pm lo ha ammonito: «Avvocato, lei stia seduto altrimenti la allontano dall’aula». Poi si è rivolto verso di me: «Allora, si riconosce colpevole di qualcosa?». Rispondo: «Sì». E lui: «Di quali reati?». Risposi: «Intralcio al traffico». A quel punto il procuratore si è incazzato e mi ha rispedito in cella.
Al di là delle vicissitudini individuali di quel periodo storico, rimane il problema di definire l’essenza e i contorni dell’Autonomia di quegli anni. Possiamo dunque parlare di una forma unica o è più adeguato intenderla nel senso delle variegate forme di autonomia diffusa?
Nell’autonomia operaia italiana degli anni Settanta possiamo individuare diversi aspetti. Ce n’era uno disperato e rancoroso. La dimensione insurrezionale, che aveva avuto l’Italia a partire dal ’68, si era chiusa con la crisi del petrolio all’inizio degli anni Settanta. Prima del periodo tra il ’72 e il ’73, gli operai controllavano letteralmente la fabbrica, tanto è vero che l’assenteismo si attestava intorno al 25 per cento a Mirafiori; una situazione del genere si era verificata solo nel biennio rosso, ai primi del Novecento. Da quando è cominciata la crisi del petrolio, che ha avuto un’origine americana, l’assenteismo si è ridotto al 5 per cento. Agnelli ha iniziato a licenziare. La sua sarebbe stata un’azione inconcepibile fino alla crisi petrolifera, prima della quale gli operai praticavano l’assenteismo ma il padrone non osava licenziare perché era diventato un problema di ordine pubblico. Quindi nel ’77 è evidente una sconfitta operaia nelle fabbriche. Tutto dipendeva infatti dai rapporti di forza. Senza la possibilità di prendere il comando in fabbrica, è saltata tutta l’intelaiatura che ruotava attorno all’antagonismo operaio. Tant’è vero che la lotta si è spostata di più sulla questione abitativa: a Torino, per esempio, il terreno di scontro diventava il non pagare l’affitto oppure occupare le case, ma comunque si allontanava dalla fabbrica. E non per cattiveria, ma perché, come dimostrava quella manifestazione dei 40mila «capetti» nell’ottobre 1980, erano cambiati i rapporti di forza. Dunque il ’77 ha espresso un elemento di disperazione che è stato tradotto dalla proposta di rendere armata la lotta: una proposta minoritaria, però apertamente offerta da gruppi di compagni che intendevano trasformare il conflitto in uno scontro armato. È stata una scelta di evidente fallimento. Un conto infatti era praticare delle azioni armate, come per esempio punire i capireparto che multavano gli operai perché si riposavano oppure sanzionare il proprietario delle case che sgomberava intere famiglie, altro era trasformare il conflitto in uno scontro armato. Son due cose diverse. Mettendola sul piano dello scontro armato, avevi già perduto. Non c’era alcuna proporzione tra quello che potevano fare i compagni del movimento e quello che facevano 100mila carabinieri, 200mila agenti di polizia. Ecco, in questo aspetto vedo un elemento di disperazione che ovviamente, come in tutte le cose vere, ha avuto pure un grande fascino, anche dal punto di vista meramente estetico, riflesso nelle cose che si scrivevano, nel teatro. Dunque c’era un elemento di rancore; non di invidia bensì di odio sociale. E questo aspetto è finito col perire per primo negli anni successivi. C’è infine anche una prospettiva di riflessione teorica in cui la parola autonomia vuol dire sostanzialmente la fine della lunga egemonia delle associazioni partitiche e sindacali di sinistra in Europa. Non hanno aspettato la caduta del muro gli operai italiani, o comunque i quadri che avevano lottato, per dichiarare fallita l’Unione Sovietica. L’esperienza del socialismo reale in Italia era già caduta negli anni Settanta, quando il Pci rappresentava uno dei dispositivi di repressione dello Stato italiano.

Forma dello Stato e sottosviluppo nel Mezzogiorno italiano

Riportiamo di seguito un post di Machina che trascrive alcune pagine dell’edizione di Stato e sottosviluppo. Il caso del Mezzogiorno italiano, scritto nel 1972 da Luciano Ferrari Bravo e Alessandro Serafini. Varie sono state le edizioni stampate (in foto riportiamo la copertina della prima edizione) mentre il testo fa riferimento all’edizione del 2007 per i tipi di Ombre Corte.
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Per continuare a riflettere sulla frattura interna che segna la storia del paese e interrogare le ragioni storiche e politiche del «sottosviluppo» e della razzializzazione del Mezzogiorno italiano, il testo di Luciano Ferrari Bravo che qui proponiamo è un classico irrinunciabile. Nell’introdurre Stato e sottosviluppo. Il caso del Mezzogiorno italiano, scritto nel 1972 insieme ad Alessandro Serafini (ripubblicato da ombre corte nel 2007) [1], guarda all’intervento dello Stato nelle regioni del Sud tra gli anni Cinquanta e Sessanta e propone il «governo del sottosviluppo», o meglio del rapporto tra sviluppo e sottosviluppo, come chiave interpretativa del divario tra il Nord e i molti e diversi Sud d’Italia.
Lo scritto, che pone in termini nuovi la «questione meridionale», offre un punto di vista irriducibilmente antagonista che spiazza l’ideologia «riformistico-repressiva» del meridionalismo classico e dell’integrazione del Mezzogiorno affidata «alla forza dei rapporti di produzione “moderni”». Per questa sua natura, ha fornito un’importante fonte di ispirazione alle lotte per il cambiamento sociale negli anni Settanta, al Nord come al Sud (si veda in proposito il Primo Volume sull’Autonomia meridionale, in uscita per Derive Approdi), e continua a offrire importanti spunti critici per leggere il presente; per decifrare ad esempio il governo del sottosviluppo nel Piano nazionale di rinascita e resilienza (Pnrr).
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Poniamo immediatamente, in sede preliminare, alcune questioni generali di impostazione. In primo luogo se esista oggi, alle soglie degli anni Settanta, una realtà del Mezzogiorno – un «oggetto», se si vuole, della questione meridionale [2] – che sia omogeneo a quello sotteso non soltanto al dibattito (alle molteplici linee interpretative della dinamica del Sud concresciute ormai da un secolo) ma soprattutto a quell’iniziativa statuale che si sviluppa a partire dagli anni Cinquanta – e che costituisce il termine a quo del nostro discorso. In secondo luogo e in caso di risposta negativa, se sia corretto «imputare» il nuovo assetto meridionale a quell’iniziativa, se sia legittimo assumere, come elemento acquisito a grandi linee, un generale rapporto di «causalità» tra quella e questo. Infine, in caso positivo, quali siano le qualificazioni specifiche che, quanto meno in prima approssimazione, vanno attribuite alle «scelte» del ’50, e dunque al rapporto attivo e reale tra quelle scelte e lo sviluppo successivo.
«Dopo vent’anni di sviluppo economico nazionale, di intervento straordinario e di emigrazione, il Mezzogiorno è profondamente diverso da quello che era all’indomani della seconda guerra mondiale». Così, se è vero che sulla gravità del problema meridionale esiste oggi «concordanza di giudizi, finalmente raggiunta dopo oltre un secolo di vita unitaria del paese» [3] – come sostiene uno dei massimi meridionalisti italiani – è vero anche, paradossalmente, che questa concordanza formale (ma in questo senso essa è probabilmente sempre esistita) sopraggiunge quando tutti i termini tradizionali, secolari appunto, del problema sono divenuti qualitativamente diversi.
Cos’è dunque mutato nel Sud? Proprio le scadenze che maturano nel passaggio agli anni Settanta (in particolare, l’apprestamento del nuovo piano economico nazionale, l’approvazione della nuova legge di rifinanziamento dell’intervento straordinario) vengono fornendo la necessaria base analitica per uno sguardo d’insieme [4]. Ma, per quello che ora ci interessa, il quadro è già sufficientemente delineato, e un’elementare operazione di «sovrapposizione» a quello di vent’anni or sono ci può consentire un inizio di risposta al primo quesito che ci si è posti. Diamo dapprima uno sguardo ai dati «strutturali» più rilevanti: una espansione del reddito che lo ha condotto quasi a triplicarsi in vent’anni, con un aumento annuo medio del 5 per cento; una struttura dell’occupazione per settori che ha visto quella extra agricola aumentare del 60 per cento (da 2,5 a 4 milioni); un incremento della produzione agricola del 2,8 per cento annuo che, calcolata per addetto, raggiunge, a causa dell’esodo, il 5 per cento; l’esistenza ormai consolidata di alcune aree variamente industrializzate su tutto il territorio meridionale e di un sistema di «incentivi» e di strumenti istituzionali per guidarne l’ulteriore espansione; l’acquisizione di un’ampia rete infrastrutturale – acquedotti, strade, bonifiche e irrigazioni, servizi civili – che per alcuni aspetti, in particolare per effetto della viabilità stradale, ha effettivamente «rivoluzionato» il paesaggio sociale meridionale [5]. A cosa si potrebbe arrivare, continuando questo schizzo? All’apologetica di una presunta fine della questione meridionale per estinzione pura e semplice dell’arretratezza, del sottosviluppo che l’ha determinata? [6] No certamente. Non soltanto è vero che a ognuna delle serie di dati all’attivo corrispondono serie di dati al passivo, che alle «luci» corrispondono le «ombre»: tra quelli ricordati è sufficiente annotare che l’aumento dell’occupazione extra agricola nel ventennio si compone per la metà di occupazione nei servizi (di cui il 14 per cento per la P.A.), ben il 31 per cento nell’edilizia e il 13 per cento soltanto in attività industriali manifatturiere; ma soprattutto che, qualsiasi riduzione si operi dei tradizionali orientamenti in tema di questione meridionale – vuoi a un’impostazione perequativa in termini di indici di reddito (consumi privati e pubblici, vita civile, modernizzazione di strutture sociali ecc.) vuoi, più modernamente, alla necessità di dar luogo nel Sud a un autonomo meccanismo di sviluppo (uno sviluppo self-sustaining) – essa sembra mantenere tutte le proprie ragioni. Il divario tra Nord e Sud è cresciuto anziché diminuire: l’arretratezza relativa si è perciò approfondita; mentre nessun autonomo processo di sviluppo sembra a tutt’oggi concretamente individuabile[7].
Tuttavia, il permanere di tale situazione di «dipendenza», in presenza però, questa volta, di un insieme di fatti istituzionali e di processi economici strutturali di grande rilievo accumulatisi proprio in questo ventennio, consente alla riflessione più avvertita di cogliere, magari da opposti punti di vista, alcuni elementi qualitativamente nuovi, tali da spostare l’intera trama della questione meridionale.
Il primo è il passaggio dell’economia e dell’intera società meridionale da un rapporto di «separazione» a uno di «integrazione» rispetto al complesso dell’economia nazionale (ed internazionale). Integrazione non significa costituirsi nel Sud di una struttura economica identica o simile a quella settentrionale; al contrario, come essa si è venuta realizzando, nella prima fase del processo, principalmente sul fondamento materiale più «subordinato» possibile, cioè mediante il contributo delle migrazioni interne all’approvvigionamento di forza-lavoro per lo sviluppo, così, nella vicenda successiva e, prevedibilmente, in quella futura, essa procede continuando a riferirsi alle risorse economiche e politiche del Sud in quanto area sottosviluppata – all’arretratezza come risorsa dello sviluppo. Su questa base, allora, integrazione significa, in primo luogo, il progressivo trascorrere del rapporto tra Nord e Sud, tra sviluppo e sottosviluppo, da rapporto esterno – per il quale, magari scorrettamente, ma significativamente è stato tanto spesso evocato il fantasma della rapina coloniale – a rapporto interno allo sviluppo: in questo senso, al di là dell’unificazione politico-amministrativa ormai secolare, al di là dell’unificazione del «mercato», l’interiorizzazione della funzione del Sud nello sviluppo realizzatasi in maniera sempre più definitiva in questi vent’anni vuole rappresentare l’avvenuta unificazione «capitalistica» del paese nel suo senso più proprio di dominio totalizzante di uno specifico rapporto sociale e politico; e, in secondo luogo, significa la sempre maggior irrilevanza, sia in termini di interpretazione del fenomeno che di intervento su di esso, del rapporto «dualistico» in quanto tale, tra le due parti del paese, rispetto alla crescente internazionalizzazione della vita economica (e non solo economica) per aree più vaste, nei confronti delle quali una depressione come quella meridionale si rappresenta non come «lato» di un rapporto duale ma semmai come «angolo» attardato, accanto ad altri, di un sistema economico più largo e, appunto, integrato. Elementi sociologici, e in definitiva politici, si intrecciano necessariamente, entro il punto di vista illustrato, con quelli strettamente economici: ecco così, da un lato, l’accentuazione dei fenomeni di rottura di vecchie barriere, a livello della società civile, tra le due parti del paese – circolazione di modelli di «consumo» con relativi effetti di dimostrazione e via dicendo –; e la rilevazione, dall’altro – che è costitutiva in questo tipo di giudizio, – del formarsi, all’interno dell’area meridionale, delle condizioni concrete per una fuoriuscita definitiva dallo stato di arretratezza stagnante – il processo di take-off è effettivamente iniziato nel Mezzogiorno, a partire dal 1950 (e basti per ora accennare al doppio rapporto che lega proprio l’alleggerimento della «sovrappopolazione» meridionale alla ristrutturazione dell’agricoltura e all’assorbimento di forza-lavoro nei settori extra agricoli in loco)[8].
In secondo luogo, dunque, proprio in concomitanza di questo processo di integrazione – processo, si badi, che è avvenuto sì grazie al funzionamento complessivo del Sud come sacca di riserva di manodopera, ma si è prodotto per mezzo di una serie di interventi materiali, in primo luogo, come vedremo, attraverso l’intervento dello Stato a dotare il Sud di infrastrutture, a incidere sull’assetto dei rapporti agrari, a delineare in maniera ormai irreversibile i punti d’attacco dell’industrializzazione meridionale –, il «dualismo», anzi la vera e propria contrapposizione frontale tra aree sviluppate e aree del sottosviluppo si sono fatti interni al Sud – si sono piantati come caratteristica oggi dominante dell’intera situazione meridionale. Il Mezzogiorno come area complessivamente omogenea nella sua arretratezza (salvo ridottissime zone senza rilievo generale) non esiste veramente più[9].
Processo di integrazione capitalistica; «nuova geografia» del Mezzogiorno: l’acquisizione di questi soli elementi consente già una risposta alla prima domanda. Si tratta infatti dei dati costitutivi ultimi del «problema» meridionale – le «due Italie»; la depressione complessiva del Sud in uno stadio anteriore le possibilità stesse del decollo. Mutati questi, il «senso» stesso della riproposizione della questione, nella sua fisionomia tradizionale, storicamente consolidata, deve mutare – ammesso che essa possa ancora essere legittimamente riproposta. Ma se questo è vero, se le grandi linee generali che definiscono, eventualmente, i «nuovi termini» della questione meridionale sono quelle indicate, anche il secondo quesito può già ricevere, liminarmente, una risposta positiva. Una «imputazione» allo stato di questo tipo di risultati è possibile, ed è del resto pacifica, per la semplice ragione che tutti i principali passaggi materiali e storici che conducono a quelle trasformazioni e le caratterizzano – dislocazione del ruolo dell’agricoltura meridionale e nuovo paesaggio agricolo; struttura polarizzata dell’industrializzazione meridionale e via dicendo – hanno costituito via via oggetto specifico dell’intervento. Il ’50 è termine a quo del «decollo» capitalistico del Mezzogiorno e lo è di una nuova fase storica d’intervento da parte dello Stato – è pacifico che questa non è una mera coincidenza cronologica. Certo, ciò non significa assolutamente che sia possibile proiettare all’indietro chissà quale perfetta consapevolezza degli esiti storicamente accertabili del processo, né che sia possibile assumere, a priori, una perfetta coincidenza tra questi esiti e i «progetti» politici che quell’intervento hanno via via sostenuto[10]. E non è neppure necessario: il grado di rispondenza tra gli uni e gli altri è appunto il problema della ricerca, che va assunto in tutta la sua apertura (e in tutta la sua dialetticità: poiché anche il non-intervento, e ogni forma negativa o inefficace di esso, configura un’ipotesi di «imputazione» all’interno di una forma di Stato che si definisce complessivamente come Stato «responsabile»)[11].
Come qualificare, infine (è il nostro ultimo quesito) questa «svolta» del ’50, ed in particolare il ruolo centrale dello Stato che in essa si evidenzia? Questo ulteriore avvicinamento al nucleo tematico fondamentale della ricerca deve servire non tanto a un’inutile anticipazione dei suoi eventuali risultati, quanto a definire i termini generali, anche metodologici, d’impostazione.
Ruolo dello Stato, s’è detto. Esso si presenta senz’altro, a partire dal ’50 per la prima volta, come soggetto di definizione della globalità del problema meridionale, di determinazione di un progetto generale di sviluppo, di costruzione e gestione del relativo processo. Si presenta, in una parola, come Stato-piano. Pianificazione e sottosviluppo: la complementarietà di questi due termini appare intuitiva, e suffragata empiricamente e storicamente dal «trattamento» dell’arretratezza a livello mondiale[12]. Tanta è la «ovvietà» del rapporto che esso si rappresenta dapprima come esclusivo, biunivoco: lo sviluppo è qui l’orizzonte e lo scopo stesso del processo; esso è presente dapprima solo negativamente, come assenza non più sopportabile – al limite, la sua conquista sopprime il rapporto: l’«uscita» dal sottosviluppo può rendere inutile il piano[13]. Questa ideologia iniziale, così importante praticamente sul piano mondiale, sebbene dura a morire, oggi non regge più. La «forma» dello Stato-piano è man mano divenuta – entro «istituzioni politiche» e costellazioni di valori diverse, è appena il caso di dirlo – la forma generale dello Stato contemporaneo, anche e soprattutto laddove lo sviluppo «c’è». L’interesse del «caso italiano» è proprio questo[14], pur con tutte le cautele ed i limiti a ogni disinvolta generalizzazione che derivano appunto dalla sua particolarità di cumulare, entro un rapporto che si vuole «dualistico», la dinamica dello sviluppo e quella dell’arretratezza: che in un’area relativamente ristretta e in un arco di tempo limitato è possibile seguire il passaggio dello Stato, come Stato-piano, da un rapporto «esclusivo» col sottosviluppo a una dimensione complessiva: dal sottosviluppo allo sviluppo, o meglio, come vedremo, al governo del loro rapporto. E all’interno di questa vicenda ogni ideologia che immagini ancora lo sviluppo come spontaneità del processo deve necessariamente venir meno, come, corrispettivamente, deve cadere ogni nostalgia di un’«economia» separata dallo Stato.
Ciò che però importa, ora, non è tanto seguire la direzione della vicenda, che è sufficientemente chiara, in tutta l’articolazione dei suoi passaggi. Al di là di una ricostruzione conchiusa, inadeguata oltretutto a un processo come quello dello sviluppo meridionale che si presenta oggi di nuovo palesemente in una fase di passaggio, ciò che qui interessa è fissare il senso e la funzione rispettiva dei termini generali dell’analisi, sul terreno, se si vuole, della «scienza politica» – per quel che ci riguarda, sul terreno di una definizione politica di sviluppo e sottosviluppo e di una definizione politica di piano. Tale è il punto di vista che assumiamo: definiamo, allora, lo sviluppo come nient’altro che un processo di conquista e ridefinizione continue di un rapporto di forza politico tra le classi, il piano come forma necessaria di questo processo a certi livelli di maturità della produzione capitalistica e, d’altra parte, il sottosviluppo, l’arretratezza sì come «disgregazione», ma come disgregazione delle stesse possibilità materiali di un attacco politico proletario al rapporto di classe fondamentale.
Quanto questo approccio – che appunto perciò andava dichiarato preliminarmente – diverga da quello assolutamente dominante nella letteratura dello sviluppo è fin troppo ovvio. «Definiamo lo sviluppo economico come l’incremento nel tempo del prodotto pro capite dei beni materiali» [15]: questa citazione che traiamo a bella posta da un libro, ormai «classico», di Paul Baran, è un tipico punto di partenza che accomuna e costringe sullo stesso terreno scienza «borghese» e scienza «marxista». Questa è costretta a recuperare nella figura di «ragione oggettiva» un criterio di orientamento e di giudizio nello scarto tra sviluppo reale e sviluppo «possibile» (o potenziale), a fondare apertamente sull’ideologia – e su quella più disincarnata dalla reale vicenda della lotta tra le classi – l’intero ragionamento[16]. Quella è condotta a svolgere la sua normale funzione di sostegno teorico-pratico al processo che dovrebbe indagare, onde la vigenza esplicita presso di essa del punto di vista capitalistico per cui l’arretratezza è soltanto la fase «preliminare» dello sviluppo non le impedisce di accuratamente registrare – come mostrano le sue oscillazioni tra livelli di squilibrio «nocivi» e forme di squilibrio «utili» – il complesso e contraddittorio movimento per cui il sottosviluppo è un limite allo sviluppo e per ragioni interne a esso va conquistato all’area dei rapporti direttamente capitalistici, ma insieme costituisce una condizione di rilancio, politica ed economica, che va mantenuta e continuamente ricostituita. Da questo stesso punto di vista, perciò – espressione ideologica, non perciò meno praticamente efficace; «oggetto» da ricostruire con cura «scientifica» per poterlo praticamente rovesciare – il sottosviluppo non è soltanto il «non-ancora» sviluppo, così come voleva già l’«ottimismo» dei classici dell’economia politica che si prolunga, enorme concrescenza mistificata, ben addentro ai nostri giorni; ma non è neppure solo il «prodotto» dello sviluppo, secondo un modo statico, «strutturalista», di leggerne la fisionomia, a torto ritenuto l’ultima parola del marxismo teorico su questo tema[17]. Esso è una funzione dello sviluppo capitalistico: una sua funzione materiale e politica. Ciò che, determinandosi, significa: funzione del processo di socializzazione capitalistica, della progressiva costituzione del «socialismo» del capitale. Sviluppo è infatti quello del potere capitalistico sulla società nel suo insieme, del suo «governo» della società – del suo Stato.
Di qui discende, in maniera lineare, l’ipotesi complessiva sulla scorta della quale intendiamo «leggere» le vicende del Mezzogiorno e del trattamento statale della depressione meridionale a partire dal ’50. Potremmo formularla, in estrema sintesi, così: il «ruolo« del Sud è stato da una parte, negli anni Cinquanta, quello di sede di invenzione, di sperimentazione e di verifica di strumenti istituzionali di piano (di una specifica politica di piano per il sottosviluppo); da un’altra parte, a partire dagli anni Sessanta, quello della definizione di un orizzonte generale di pianificazione, valido per lo sviluppo italiano nel suo insieme, nella determinatezza della sua natura e dei suoi problemi – una funzione di rilancio riformistico e pianificatorio, che diviene permanente in ragione diretta dell’«interiorizzarsi» dell’arretratezza, come tale, entro un modello di sviluppo «integrato».
A un ultimo tema sembra necessario accennare, per concludere questa parte introduttiva. Si tratta dell’ovvia considerazione che ben poco sarebbe comprensibile, delle vicende che intendiamo studiare, fuori del riferimento a quella complessa e attiva ideologia politica costituita dal pensiero «meridionalistico» [18]. Ci toccherà, infatti, più volte di rifarci alle sue varie formulazioni in relazione a singoli passaggi e a specifiche soluzioni, anche istituzionali, che man mano verremo incontrando. Qui sembra però utile tentare, preliminarmente, una definizione complessiva di esso onde fissarlo nella sua specifica veste di ideologia politica dello sviluppo – e nella funzione, che è propria di ogni ideologia di questo tipo, intrinsecamente e necessariamente riformistico-repressiva. È necessario, a questo scopo, e a costo di fare violenza all’effettiva ricchezza e complessità di temi che lo compongono, riferirsi a quelle che appaiono le due sole grandi linee di orientamento meridionalistico presenti dal dopoguerra, a partire dal rinnovamento che questa tradizione di pensiero sperimenta in conseguenza di un «quadro» politico e sociale profondamente mutato.
La prima è quella del meridionalismo comunista[19]. La sua grande stagione pratica è stata quella degli anni dell’immediato dopoguerra, gli anni della prima massiccia costituzione di un’organizzazione, sindacale e politica, di «sinistra» nel Mezzogiorno attorno ai grandi temi della riforma agraria e della rinascita del Sud. Ebbene, è stato appunto in questa grande stagione delle lotte che è venuto fissandosi in maniera irreversibile il ruolo del meridionalismo nella definizione della linea generale della sinistra: è spettato proprio a quest’ultima, in una situazione a prospettive oscure, incerte, di possibilità di rilancio dell’economia italiana (prima della reimmissione nel circuito internazionale e della restaurazione capitalistica degli anni Cinquanta) di prospettare per prima, proprio in quanto posizione meridionalistica, una proposta generale di sviluppo «programmato» – una proposta che legava le prospettive dello sviluppo all’espansione del mercato interno e questo, a sua volta, secondo una impostazione che si vuole chiamare, non importa qui quanto correttamente, «gramsciana» alla riforma agraria e alla rinascita del Mezzogiorno[20]. Ma al di là della formulazione ricevuta in quegli anni, del resto scarsamente modificata in seguito, il senso complessivo di questa linea, e il nesso che si crea al suo interno fra tematica meridionalistica e rivendicazione di un «piano», è del tutto esplicito: il Mezzogiorno è la sintesi degli squilibri, della inefficienza dell’intero sistema; per converso la soluzione della questione meridionale, che solo una democratica programmazione può garantire, è il massimo problema dello sviluppo nazionale, la condizione stessa di una sua dinamica quantitativamente e qualitativamente soddisfacente. Secondo un duro ma, piaccia o meno, realistico giudizio di un avversario, il ruolo pratico di questa posizione non è andato oltre (dopo l’espansione iniziale) quello, del tutto subordinato, di «additare limiti, pericoli, abusi» [21].
Ben altro è stato il rilievo pratico – non del tutto proporzionato alle dimensioni dell’approfondimento «teorico», che si presenta poi, nelle sue formulazioni generalissime, non troppo dissimile da quello appena ricordato, pur vivendo ovviamente secondo intenzioni politiche affatto diverse – dell’altra posizione che chiameremo «democratica» (secondo la discutibile terminologia corrente, usata dall’autore appena citato). È una posizione che si sviluppa, pur nella grande articolazione interna, in due fasi omogenee: dapprima come teorizzazione tecnico-politica, in varie direzioni, dell’intervento straordinario come tale – dagli studi promossi attorno alla Svimez, alle analisi di un Rossi Doria fino a quella Nota aggiuntiva (La Malfa) che costituisce la prima formulazione politica (non meramente analitica o teorica) di una definizione del piano «a componente meridionalistica»[22]; poi, dopo una crisi profonda che questo tipo di progetto subisce nei primissimi anni Sessanta, come riproposta e riqualificazione di una teoria del piano a dimensione meridionalistica che campeggia a tutt’oggi tra le grandi alternative degli anni Settanta.
Questo schema a due fasi, se esatto, è per noi interessante perché risulta in sintonia con la grande periodizzazione su cui è costruita la nostra ipotesi: essa viene dunque, per questa via, a esserne corroborata. Alla sua verifica deve ora aprirsi la ricerca.
Note
[1] Il testo è tratto da L. Ferrari Bravo, Forma dello stato e sottosviluppo, in L. Ferrari Bravo – A. Serafini, Stato e sottosviluppo. Il caso del Mezzogiorno italiano (1975), ombre corte, Verona 2007, pp. 23–31.
[2] Va fatto riferimento alle seguenti opere generali di storia della «questione meridionale», nelle sue dimensioni economico-sociali, politiche, istituzionali, S.F. Romano, Storia della questione meridionale, Palermo 1945; C. Barbagallo, La questione meridionale, Milano 1948; F. Vöchting, Die Italienische Sudfrage, Berlin 1951 (trad. it. La questione meridionale, Napoli 1955); F. Compagna, La questione meridionale, Milano 1963; G. Frisella Vela, Storia ed economia nella questione meridionale, Milano 1966. Sugli svariatissimi aspetti di cui si compone tale questione diamo per acquisite le ampie bibliografie contenute in «Prospettive Meridionali», mensile del Centro democratico di cultura e documentazione, 6–11, giug. – nov. 1962, Bibliografia sul Mezzogiorno (1944–1959), in due volumi e (per la parte che interessa) in A. Fiaccadori, Studi italiani dal 1944 al 1960 sul problema della programmazione economica, «Economia e Storia (Studi in memoria di Mazzei)», 3 (1960), pp. 291–381.
[3] Le due citazioni rispettivamente da M. Rossi Doria, Relazione alla Fiera di Levante di Bari, «Mondo economico», 37, 1970, p. 57 e da P. Saraceno, La Programmazione negli anni ’70, Milano 1970, p. 81. Sul ruolo eminente di questo ultimo nell’ambito del meridionalismo del dopoguerra, sia sul piano «teorico» che «pratico», avremo modo di tornare spesso. La figura del Saraceno comincia a essere oggetto di indagine storica: vedi P. Barucci, Introduzione a P. Saraceno, Ricostruzione e pianificazione 1943–1948, Bari 1969, pp. 5–50.
[4] La stesura del presente scritto, completata nella primavera scorsa, non ha consentito di tener conto in sede analitica degli atti e documenti ricordati nel testo. Si vedano, comunque, il Documento programmatico preliminare dal titolo Elementi per l’impostazione del Piano economico nazionale 1971–75, estratti del quale sono pubblicati in «Mondo economico», Supplemento al n. 33–34 del 1971 (la parte che interessa è contenuta alle pp. xxvii-xxxviii) e, soprattutto, la legge 6 ottobre 1971, n. 853 («G.U.» del 26-10-1971). Chi scrive intende produrre, a parte, un’analisi di entrambi, a conferma, che si presenta largamente possibile, delle ipotesi sviluppate in questa sede.
[5] I dati citati sono tratti dalla Relazione di Saraceno alla Fiera del Levante, «Mondo economico», cit., pp. 51–55. Dello stesso autore vedi inoltre La programmazione, cit., seconda parte.
[6] Un atteggiamento apologetico sembra escluso persino nelle prese di posizione ufficiali di chi ha avuto in questi vent’anni la responsabilità dell’intervento meridionale: significativa a questo proposito la discussione parlamentare su questi temi di svolta della primavera del 1969 e dominata dal tema del «fallimento». Sul significato generalmente strumentale di questa linea fallimentaristica vedi intanto le osservazioni di A. Collidà, L’intervento straordinario: una politica per il trasformismo, «Problemi del socialismo», 44, 1970, pp. 93–130 e Id., «Politica meridionalistica e strumenti d’intervento», in Aa.Vv., Nord-Sud. I nuovi termini di un problema nazionale (a cura del Club Turati e della Fondazione Olivetti), Milano 1970, pp. 3–30.
[7] Vedi, per tutte, le sintetiche valutazioni di A. Campolongo, Mezzogiorno e obiettivi globali, «Moneta e Credito», dic. 1970, pp. 367–380; e, dello stesso autore, il successivo intervento, Il Piano ex post, nella stessa rivista (giugno 1971).
[8] L’insistenza sull’«integrazione» come grande fatto nuovo della vicenda meridionale sta a esempio in A. Graziani, Il Mezzogiorno nell’economia italiana degli ultimi anni, in Aa.Vv., Nord e Sud nell’economia e nella società italiana di oggi (Atti a cura della Fondazione Einaudi), Torino 1968, pp. 23–27. Graziani precisa (a p. 25) che «il vero legame tra Nord e Mezzogiorno nasce nel secondo dopoguerra e appartiene agli anni che vanno dal ’50 a oggi». Tutto ciò non implica affatto la negazione degli elementi dualistici propri della società e dell’economia italiana: lo stesso autore, pur insistendo sull’idea che tali elementi sono in una certa misura ineliminabili in un processo dinamico di sviluppo e anzi in un certo senso identificabile con quello, ne ha tentato la ricostruzione in un modello esplicativo complessivo: Id., Lo sviluppo di un’economia aperta, Napoli 1969. Sulla base di un approccio del tutto diverso, la riproduzione del dualismo, nell’ambito però di un fondamentale processo di integrazione, è idea espressa fin nel titolo da L. Libertini, Integrazione capitalistica e sottosviluppo, Bari 1968. Sul ruolo dell’internazionalizzazione della vita economica come quadro entro cui vanno «letti» fenomeni di depressione interna come quello meridionale, vedi D. Tosi, Forme iniziali di sviluppo e lungo periodo: la formazione di un’economia dualistica, in A. Caracciolo (a cura di), La formazione dell’Italia industriale, Bari 1969, pp. 277 seg., e n. 26. Che il take-off dello sviluppo meridionale, comunque se ne definisca la nozione, prenda avvio effettivamente nel ’50 è giudizio corrente: vedi i recenti: F. Marzano, Un’interpretazione del processo di sviluppo economico dualistico in Italia, Milano 1969, pp. 8 sgg., 38 sgg., 241; L. Cuoco, Il processo di sviluppo di un’area sovrappopolata: il Mezzogiorno d’Italia, Roma 1971, pp. 5–52.
[9] «[…] il processo di sviluppo che per la prima volta nella storia dell’Italia unita ha investito il Mezzogiorno, ha provocato un fenomeno di differenziazione al suo interno, tanto che oggi è impossibile parlare del Sud come di una vasta zona arretrata e omogenea»: Ministero del bilancio e della programmazione economica, Progetto 80 (ed. Libreria Feltrinelli), Milano 1969, p. 57, nota 1.
[10] Un criterio di metodo va pertanto fissato: criterio di misurazione del processo non può essere né l’ideologia come tale – nel nostro caso l’ideologia dello sviluppo di volta in volta formulata a sostegno delle grandi scelte di intervento – né quel cattivo rovesciamento di questo errore metodologico che consiste nell’identificare i risultati del processo, come tali, con la «reale intenzione» di chi, fin dall’inizio, li ha perseguiti. Un esempio di questo secondo orientamento, che è alquanto raro in verità, nella citata Relazione di A. Collidà al Convegno di Venezia.
[11] Una lucida definizione dello Stato «responsabile» (in contrapposizione a quello liberale») in G. Guarino, Efficienza e legittimità dell’azione dello Stato, in Saggi in onore del Centenario della Ragioneria Generale dello Stato, Roma 1969, pp. 27 sgg. Lo stesso fenomeno, sul terreno mistificato dell’odierna teoria generale dello Stato, è colto in altri modi, a esempio, come «forma dello Stato sociale»; vedi su ciò in particolare gli svolgimenti di E. Forsthoff, O. Bachof, Begriff und Wesen des sozialen Rechtsstaates, Berlin 1954, E. Forsthoff, Strukturwandlungen der modernen Demokratie, Berlin 1964.
[12] La letteratura in proposito è sterminata. Vedi su ciò Censis, L’idea dello sviluppo nella letteratura degli ultimi 20 anni. Bibliografia ragionata, Roma 1966. Un’utile rassegna (corredata da una vasta bibliografia) dei principali nodi teorici di essa negli anni Cinquanta (grosso modo la fase in cui si riferisce l’ideologia richiamata) in V. Ajmone Marsan, Recenti contributi all’analisi economica delle aree arretrate, in De Maria (a cura di), Problemi sullo sviluppo delle aree arretrate, Bologna 1960, pp. 3–76.
[13] Cfr. P. Saraceno, Iniziativa privata e azione pubblica nei piani di sviluppo economico, Roma 1959, p. 103 («[…] il piano è lo strumento attraverso il quale i paesi sottosviluppati si propongono di entrare nel mercato capitalistico»), ma già Id., Premesse culturali a una politica di sviluppo economico del Mezzogiorno (Relazione al Convegno Cepes su «Stato e iniziativa privata per lo sviluppo del Mezzogiorno», Palermo, nov. 1955), in Svimez, Il Mezzogiorno nelle ricerche della Svimez 1947–1967, Roma 1968 pp. 237–248.
[14] Vasto è stato l’interesse di singoli studiosi e di istituzioni straniere per il «caso» italiano di sviluppo. Tra i primi, oltre a quello di Vöchting, basti ricordare i nomi di P. Rosenstein Rodan, G. Ackley, H. Chenery, V. Lutz, G. Hildebrand, E. Tosco, G. Schachter, A. Geschenkron, le cui opere saranno indicate via via. Cfr. intanto L. Iraci Fedeli, Gli economisti stranieri sul Mezzogiorno, in A. Parisi, G. Zappa (a cura), Mezzogiorno e politica di piano, Bari 1964, pp. 333–364.
[15] P.A. Baran, Il «surplus» economico e la teoria marxista dello sviluppo, trad. it., Milano 1962, p. 30. Il fuggevole spunto critico del testo sul criterio del «reddito medio pro capite», che è in un certo senso un indice persino ovvio di un livello di sviluppo, non ha nulla a che fare (al contrario ha segno opposto) con impostazioni «pauperistiche»: ad es. U. Melotti, Per un concetto non etnocentrico dello sviluppo e del sottosviluppo, «Terzo Mondo, i, luglio-settembre 1968. Una critica vivace ma non molto approfondita di posizioni similari (in particolare: di posizioni come quelle di Franco Rodano e del «gruppo» della «Rivista Trimestrale»), in L. Iraci, Dall’opulenza al benessere, Torino 1970.
[16] Ideologica è, a nostro avviso, la pretesa di misurare lo sviluppo (e il surplus) potenziale sulla base di una scala di valori alternativi. Cfr. P.A. Baran, Il «surplus» economico e la teoria marxista dello sviluppo, cit., pp. 40 sgg. La categoria di produzione potenziale, anche a livello di sistema, resta per converso centrale in tutta la elaborazione teorica moderna sullo sviluppo. Per un importante tentativo di calcolo, vedi. A.M. Okun, Il prodotto nazionale lordo potenziale: misura e significato, trad. it., in P. Onofri (a cura di), Reddito nazionale e politica economica, Bologna 1971, pp. 169–182.
[17] Un’efficace sintesi di questi temi in J. Freyssinet, Le concept de sous-développement, Paris La Haye 1970 2 (con ampia bibliografia). Sull’«ottimismo» dei classici, A. Gambino, Lo sviluppo economico nella concezione dei classici, in G.U. Papi (a cura di), Teoria e politica dello sviluppo economico, Milano 1954. Una recente famosa variante della teoria dell’arretratezza come presviluppo è quella di W.W. Rostow, Gli stadi dello sviluppo economico, trad. it., Torino 1962. Una linea di marxismo «statico» è ancora, malgrado tutto, quella di A. Gunder Frank, Capitalismo e sottosviluppo in America Latina, trad. it., Torino 1969, di cui vedi comunque l’aspra polemica con le dominanti teorie sociologiche dello sviluppo in Id., Sociologia dello sviluppo e sottosviluppo della sociologia, trad. it., Milano 1970.
[18] La «questione meridionale», come corpus ideologico-politico, nasce in Italia come riflessione sul brigantaggio. L’estraneità, il rifiuto armato dello Stato da parte degli strati «profondi» del proletariato meridionale producono nel cervello politico borghese un riflesso che, mentre assevera la repressione armata in atto, vuole nel lungo periodo andare alle «cause» del fenomeno – vuole la repressione come momento «interno» del processo. L’arretratezza del Mezzogiorno, in questa visione, sta alla base della ribellione – in atto o potenziale – in quanto insufficienza capitalistica della società civile meridionale: sopravvivenza di rapporti «feudali», grande proprietà assenteista, struttura parassitaria della città e via dicendo. Questa origine va tenuta presente non come curiosità storica, ma in quanto definisce la struttura e il ruolo politici permanenti dell’ideologia meridionalistica, in quanto progetto di una immissione o integrazione del «popolo» nello Stato, affidata alla forza dei rapporti di produzione «moderni». Una limpida rassegna dei temi fondamentali del meridionalismo classico in B. Caiazzi, Introduzione a Nuova Antologia della questione meridionale, Milano 1962, pp. 3–76. Più ricca e meglio impostata l’antologia curata da R. Villari, Il Sud nella storia d’Italia, Bari 1961. Sulla figura centrale del meridionalismo classico – il Salvemini – centrale non perché espressiva di tutte le componenti di questa tradizione ma al contrario perché espressiva del passaggio e della crisi di essa a una fase moderna, pur dentro una continuità che è effettiva e sostanziale, vi è ora il lavoro, fondamentale per il punto di vista qui accolto, di G. De Caro, Gaetano Salvemini, Torino 1970.
[19] Per una visione d’insieme è sufficiente il rinvio a G. Amendola, La democrazia nel Mezzogiorno, Roma 1957. Lo svolgimento di questa linea nelle sue varie articolazioni è documentata nella collezione della rivista «Cronache meridionali» (in particolare nei numeri scritti di Chiaromonte, Napolitano, Reichlin, ecc.).
[20] Nell’ambito di un certo tipo di recente revival gauchiste sul problema meridionale, si è spesso insistito sulla tesi di una vera e propria contraddizione tra l’«originaria» impostazione gramsciana – che risale in effetti al periodo «consiliare», cfr. A. Gramsci, L’ordine nuovo 1919–1920, Torino 1955, pp. 22 sgg, e spec. 316–319; il più noto Alcuni temi sulla questione meridionale, apparso in «Stato operaio», gennaio 1930, poi in «Rinascita», febbraio 1945, fu scritto nel ’26, poco prima dell’arresto e del carcere: cfr. R. Villari, Il Sud nella storia d’Italia, cit., pp. 535 – e la linea del meridionalismo comunista, come poi viene formulata e praticata nel secondo dopoguerra: Togliatti, insomma, che «tradisce» Gramsci. Tra le due posizioni passa, in realtà, la stessa differenza che esiste, in generale, tra il senso complessivo dell’ondata rivoluzionaria internazionale che prolunga il ’17 fin dentro gli anni Venti, e la tematica terzinternazionalista, che si realizza, in occidente, sul terreno dei fronti popolari. Si tratta di un passaggio che non toglie la sostanziale continuità di un movimento il cui dato ultimo unificante è precisamente l’idea di una rivendicazione di «potere» per la classe operaia fondata e resa matura dalla sua capacità (e dal suo «diritto») a risolvere le contraddizioni, i limiti, le insufficienze dello sviluppo capitalistico.
[21] G. Galasso, Vecchi e nuovi orientamenti del pensiero meridionalistico, in Aa.Vv., Nord e Sud nella società, cit., p. 69. Da questo perspicuo saggio di Galasso traiamo lo «schema» accennato nel testo.
[22] La Svimez ha raccolto nel volume Il Mezzogiorno nelle ricerche della Svimez, cit., le espressioni più significative del lavoro teorico da essa suscitato. In appendice vi sono contenute notizie sulla storia dell’istituto e l’elenco completo degli studi e delle pubblicazioni prodotte. Ovvia poi la menzione di M. Rossi Doria, Riforma agraria e azione meridionalistica, Bologna 1956 e Id., Dieci anni di politica agraria nel Mezzogiorno, Bari 1958.
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Luciano Ferrari Bravo (1940–2000) è stato uno dei protagonisti dell’operaismo a partire dai primi anni Sessanta e professore di Storia delle Istituzioni Politiche e di Istituzioni politiche comparate all’Università degli Studi di Padova.
Guerra sociale
Una anticipazione di Lanfranco Caminiti in previsione dell’uscita del volume sulle autonomie del meridione.
Guerra sociale.
Consideravamo questa, la nostra prassi e il nostro compito. Solo che noi non avevamo una grande esperienza «militare» – e da qualche parte bisognava cominciare.
Ho qualche ricordo dei miei pasticci: la notte prima dell’assemblea di Cosenza, avevamo deciso di fare una piccola «notte dei fuochi».
A me toccò una sede politica a Rosarno, altre piccole cose si sarebbero fatte in provincia di Cosenza, di Reggio, sulla jonica – andai con la mia tanica di benzina, l’innesco e tutto, lasciammo il volantino, e via. Ma sto portone non prendeva fuoco. Facemmo un giro largo, tornammo – niente. non era neanche notte fonda, che poi Rosarno era anche un luogo pattugliatissimo. Al secondo o terzo giro, finalmente appicciò: avevamo fatto il nostro dovere.
L’attentato alla Liquichimica di Saline Joniche fallì la prima sera perché non ci eravamo portati dietro una tronchese per tagliare la rete di protezione; nascondemmo le borse con l’innesco e la benzina sotto un ponticello, pregando che li avremmo ritrovati. La seconda sera andò tutto bene.
Diversi anni dopo incontrai a tavola, a casa di un parente, uno degli addetti alla vigilanza notturna, che avevamo legato e imbavagliato per sistemare le borse che avrebbero bruciato la sala di comando della produzione. Raccontava quella sera – sì, aveva avuto paura – con tranquillità: pensai fosse meglio non dirgli che aveva di fronte proprio l’uomo che gli aveva fatto passare il più brutto quarto d’ora della sua vita, magari mi spaccava i denti.
La mattina dell’attentato alla centrale della Cassa di Risparmio di Calabria e Lucania a Cosenza, l’auto che avevamo rubato non voleva saperne di partire – era tutto pronto, anche il volantino, con la data e la spiega. Ebbi un colpo di culo: continuando a sfregare i contatti che avevamo spellato, scattò la scintilla e l’auto si mise in moto. Poi, andò bene.
A una rapina da un gioielliere a Napoli, ci fregò la gentilezza – non stringemmo bene il nastro intorno i suoi polsi e quello si liberò proprio correndo dietro i compagni che intanto erano usciti e provavano a dileguarsi. Lo fermai sparandogli da lontano, con una 6.35 – l’unica arma che mi ero portato dietro – e lo presi al fegato, e quello si accasciò. Ci andò bene a entrambi, e invece andò male ai compagni, perché tutto quel trambusto fece arrivare i «falchi» della polizia, che stazionavano lì vicino, e ne arrestarono due e fu l’inizio della fine.
In un attentato all’Italsider di Taranto, piazzammo del plastico con una miccia lunga su un nastro che ci avevano indicato, ma era proprio all’esterno e ai margini. andammo via e ’sto botto non lo sentivamo – poi ci fu, ma lo sentimmo solo noi. Hai voglia a comunicati – nessuno riusciva a trovare «il danno», ce ne misero di giorni.
A una rapina a Potenza, che avevamo fatto per dare un po’ di soldi a una struttura di compagni della Puglia, mentre scappavamo con la borsa con il malloppo, Fiora mi chiese se avevo trattenuto qualcosa per noi; dissi di sì, anche se non era nei patti – anch’io, fece lei.
A un’irruzione all’Intersind di Palermo, dove rinchiudemmo in una stanza una decina di impiegati e poi trafugammo carte, mi ero messo le lentine a contatto e dei baffi finti, che però non si incollavano bene e mezzo ogni tanto mi cascava e io stavo sempre lì a sistemarlo – ma nessuno descrisse il mio aspetto; dissero solo che «parlavo senza accento», come minimo venivo da Milano, il che un po’ mi divertiva. Però fummo in grado di cooperare per la più bella rapina di quegli anni, l’assalto al Club Mediterranée di Nicotera – con una squadra travestita da carabinieri da terra e una squadra che arrivò in motoscafo dal mare, e svuotammo l’intera cassa e le cassette di scurezza, con una fuga tra le campagne e di nuovo via mare – che ci sarebbe stata bene in un film. Certo l’avevamo fatta con chi «controllava» il territorio – e come altrimenti? facemmo fifty-fifty, come veri gentiluomini.Non eravamo clandestini.
Con quella stessa faccia facevamo assemblee e rapine, riunioni e attentati. in guerra, d’altronde, si combatte a viso aperto
L’Autonomia meridionale in tre volumi
di Francesco Cirillo
Un lavoro monumentale di circa 900 pagine che uscirà in tre volumi e che oggi vede l’uscita in tutte le librerie del primo volume.
Si tratta della storia quasi sconosciuta dell’Autonomia Meridionale raccontata dai suoi stessi militanti. Una storia avvincente che dimostra come il sud dagli anni Settanta in poi sia stato una fucina di lotte autonome e clamorose che hanno visto lo Stato pronto alla repressione ed alla carcerazione di centinaia di attivisti in prima linea nelle lotte di operai, contadini, proletariato in genere.
Il primo volume edito da Derive ed Approdi è curato da Antonio Bove, medico napoletano del collettivo politico Csoa Officina 99 e dell’area antagonista napoletana e Francesco Festa lucano anch’egli di officina 99 e del movimento no global meridionale.
Il volume è il decimo del lavoro complesso fatto dalla casa editrice sull’autonomia operaia italiana, ed è il primo su quella meridionale. Al primo lavoro hanno partecipato Alfonso Natella, salernitano , che racconta del libro “Vogliamo Tutto” di Nanni Balestrini del quale è stato il protagonista ; Antonio Bove e Francesco Festa con un saggio sulle origini del meridionalismo; Francesco Caruso che parla del Sud ribelle e delle sue origini; Giso Amendola che affronta la questione del rifiuto del lavoro al sud; Claudio Dionesalvi che conversa con Franco Piperno sull’autonomia; Lanfranco Caminiti che parla dei “Primi fuochi di guerriglia” l’unica organizzazione autonoma extra legale del sud e chiudono Antonio Bove e Francesca Festa sulle lotte avvenute a Napoli fra Bagnoli e i contrabbandieri autonomi.
Un volume estremamente interessante ed unico che rompe un luogo comune, spesso esistente anche fra gli stessi attivisti dell’estrema sinistra che al sud non si sia mosso niente in quei favolosi anni 70.

Gli autonomi, primo volume della serie dedicata all’Autonomia Operaia meridionale
dalla Redazione de Il Riformista – 26 Gennaio 2022
Il giorno 7 Aprile 1979 un’imponente iniziativa giudiziaria mette alla sbarra decine di dirigenti e militanti di un’organizzazione rivoluzionaria contro la quale opinionisti, dirigenti di partito, intellettuali e sindacalisti avevano utilizzato decine di termini dispregiativi, tra cui violenti, terroristi e squadristi, evitando di chiamarli per quello che erano. Autonomi.
Il tribunale del linguaggio aveva emesso la sua sentenza attraverso la demonizzazione mediatica prima della criminalizzazione giudiziaria. E’ anche per questo che la ricostruzione delle vicende legate all‘Autonomia operaia messa in atto dagli autori nella collana “Gli autonomi”, è da considerarsi un’impresa.
Gli autonomi sono stati protagonisti di una stagione controversa e gioiosa del decennio rivoluzionario italiano aperto dal Biennio Rosso. “Vogliamo tutto” è stato il loro programma politico semplice e tragico. Nel Sud Italia della falsa industrializzazione, povero, dissanguato dall’emigrazione e dalla ristrutturazione economica del Dopoguerra, l’autonomia è stata una stagione politica intensa, che ha preso forma in un mosaico di movimenti spontanei che hanno scompaginato i vecchi equilibri della politica partitica, lenta e bigotta.
Questa ricerca che penetra nell’epicentro di quelle battaglie sociali estraendone biografie e personaggi, per portare alla luce la storia sconosciuta e inedita degli anni Settanta al Sud, un insieme di condotte, modi di pensare, pratiche, comportamenti che, con tutti i limiti, hanno provato a farla finita con la “questione meridionale”, e le sue narrazioni assistenzialistiche e parassitarie. In quel Mezzogiorno che si voleva narcotizzato sorsero così collettivi autonomi che diedero vita a lotte e rivendicazioni che hanno segnato un’intera generazione raccolte per la prima volta in questa ricerca per comporre una cartografia di quegli anni, senza la pretesa di essere un «manuale», anzi il fondamento di questo lavoro è proprio la frammentarietà della materia in oggetto e tutti i suoi limiti rappresentano spiragli attraverso i quali guardare a quelle esperienze provando a ridefinirne i contorni.
Questo primo volume, acquistabile in tutte le librerie o direttamente dall’editore (www.deriveapprodi.com) è il primo di una serie da tre libri dedicata al meridione.
Nelle sue pagine si ricostruisce la vicenda storica dell’autonomia a Napoli, dalle lotte operaie del Biennio Rosso alla nascita dei Comitati di Quartiere, esperienza centrale nelle lotte per la casa, le autoriduzioni dei consumi contro il carovita. Il lavoro di ricostruzione storica ricostruisce la nascita e lo sviluppo dei movimenti dei disoccupati, fino allo snodo degli anni Ottanta, segnati dalla repressione giudiziaria e dal terremoto.
Antonio Bove è nato nel 1975 a Napoli, dove vive e lavora come medico. Incontra i movimenti napoletani nel 1994, durante il Movimento Sabotax cui partecipa con il Collettivo di Medicina. Ha fatto parte del collettivo politico del CSOA Officina 99. È tra i fondatori dell’Istituto Italiano per gli Studi Europei di Giugliano (NA) ed ha fatto parte del collettivo redazionale di Metrovie, supplemento napoletano del Manifesto. Suoi articoli sono apparsi su: Il Manifesto, Limes – rivista di geopolitica italiana, Liberazione, Napoli Monitor, Dinamopress. Ha pubblicato “Vai Mo. Storie di rap a Napoli e dintorni.” (Monitor ed., Napoli 2016)
Francesco Antonio Festa, lucano, vive in Irpinia insieme a tre figli e una compagna e si occupa di marketing. Durante gli anni universitari ha scoperto la mlitanza grazie all’attivo politico di Officina99/SKA di Napoli, ha partecipato attivamente al movimento NoGlobal. Ha dato vita ai progetti “Orizzonti Meridiani” ed “Euronomade”. Di formazione storica, ha curato con altri il volume “Briganti o emigranti. Sud e movimenti fra conricerca e studi subalterni”. Ha scritto numerosi articoli sulla storia del Sud Italia, sui movimenti sociali e sui dispositivi di razzializzazione. Scrive sulle pagine culturali de il Manifesto.





