L’autonomia operaia vicentina
presentazione del libro di Donato Tagliapietra
Padova e gli anni ’70. Gli “autonomi”: «Ora quella storia ve la raccontiamo noi»
Intervista di Ivan Grozny Compasso per PadovaOggi del 19 gennaio 2020
Padova e gli anni ’70. Gli “autonomi”: «Ora quello storia ve la raccontiamo noi»
Giacomo e Piero Despali sono due fratelli sulla soglia dei settant’anni. I due non si parlavano da trenta. I loro nomi ai più diranno poco o nulla, ma hanno contribuito a scrivere una pagina di storia sempre molto discussa ma mai raccontata dai protagonisti di quei giorni. Una pagina per molti controversa e piena di ombre, che copre il periodo che va da metà anni settanta fino ai primi ottanta con l’intervento della magistratura. Una pagina che “gli sconfitti” avevano sempre lasciato in bianco e che ora hanno riempito tanto da farne un libro, in uscita il 30 gennaio edito da Derive e Approdi.
Terrorismo e Wikipedia
Se si va ad esempio sulla pagina di wikipedia, la voce “collettivi politici per il potere operaio” è catalogata come gruppo terroristico. Se è come dice l’enciclopedia online, quelli che stiamo intervistando sono due ex terroristi? «Ha colpito molto anche me trovare quel tipo di definizione la prima volta che l’ho cercata – racconta Giacomo, il più grande dei due – quindi vuol dire che è tempo che si racconti in prima persona chi eravamo, cosa abbiamo fatto e riportare a galla l’atmosfera, le situazioni e le motivazioni dell’epoca, oltre che la repressione, le persecuzioni giudiziarie e i morti». Prende fiato e aggiunge: «Terrorismo è uccidere indiscriminatamente, terrorismo sono le stragi: le bombe sui treni Italicus o quella alla stazione di Bologna o alla Banca dell’Agricoltura. Quello è stato terrorismo». Lo spiega con calma, prendendosi il suo tempo, Giacomo. Lo farà per tutto il corso di questa intervista, circa quattro ore di risposte e spiegazioni molto dettagliate che vista la complessità del tema e la vastità di informazioni raccolte abbiamo deciso di dividere in due parti, questa la prima. «Se lo fossimo stati – prosegue Giacomo – terroristi, saremmo stati isolati, cosa che proprio non era. Agivamo in un contesto sociale ampissimo, come era l’area della sinistra del tempo. Certo, eravamo consapevoli che ci sarebbe stata la ferma risposta delle istituzioni e anche la repressione, che puntualmente è arrivata, ma erano in tanti ad essere coinvolti in questo percorso che al tempo sembrava possibile. Il contesto internazionale del tempo ci autorizzava a farlo. Se il Veneto è una regione in cui vige lo strapotere della Democrazia Cristiana, nel mondo c’è l’Unione Sovietica, la Cina di Mao, Cuba con Castro. Agli inizi degli anni Settanta si respirava questa atmosfera tra chi si sente militante rivoluzionario per il comunismo».
Logica collegiale
Voi non avevate dei capi a differenza di altre organizzazioni: «All’interno dei collettivi c’erano quelli con più responsabilità e quindi più esposti a rischi e quelli meno». Voi facevate certamente parte della prima categoria, ma è troppo semplicistico dire che siete voi che avete dato vita alla stagione degli “autonomi” ? «Noi siamo tra i tanti», risponde secco Giacomo. Quindi sì, rilanciamo: «La logica della leadership non ci apparteneva, un altro conto – interviene Piero – è invece assumersi delle responsabilità. Noi le abbiamo avute, maggiori e a volte più di altri, ma sempre dentro una dinamica collegiale, di condivisione di un punto di vista. Non c’era un capo, non ne avevamo bisogno». Poi fa notare: «Basta dire che per noi l’egualitarismo era una battaglia che portavamo nella società, ma concetti ad esempio come l’uguaglianza tra uomo e donna al nostro interno erano un dato già acquisito».
Come vi definireste? «Noi eravamo dei militanti rivoluzionari, molto scolarizzati. L’elemento fondamentale, per quanto riguarda il nostro percorso, è una soggettività pur giovane, che ha un alto tasso di istruzione. A quel tempo accedere agli studi era facile e anche l’Università non costava. I percorsi e le proposte formative erano molto vari. C’erano i seminari di professori come Negri, Ferrari Bravo e Bologna. La qualità di chi ci formava era di un certo livello. L’Università attirava giovani da tutta Italia. Poi però nelle università c’erano anche docenti e militanti fascisti. Erano tanti in città». In quegli anni vi scontravate nelle strade: «Sì – interviene Giacomo – ma non ci abbiamo messo molto a relegarli in via Zabarella, mentre prima giravano indisturbati in tutta la città. A quel punto l’unico luogo sicuro era la sede del MSI, che si trovava proprio in quella via. E questo tipo di percorso si vedeva. Alcuni compagni erano stati aggrediti così sono nate delle ronde che sono passate dall’intervenire in aiuto al prevenire il problema, in poco tempo». Eravate tanti, non certo una realtà marginale: «Non era un discorso solo numerico, noi vivevamo la città e il territorio. Ne eravamo parte integrante. Per questo non abbiamo mai voluto scegliere la clandestinità, perché volevamo vivere alla luce del sole la felicità del cambiamento che vivevamo o che comunque auspicavamo. Questo fino a che non è nata l’inchiesta Calogero col suo teorema. Non eravamo in un ghetto, dietro c’era un humus sociale e culturale che coinvolgeva tutti gli strati sociali della città. I ceti di provenienza erano variegati. La città era coinvolta, c’era un radicamento vero, sociale. Per questo abbiamo tenuto anche sul piano processuale, al contrario di realtà analoghe in altre città. Perché siamo rimasti uniti. Nell’epoca del pentitismo e della dissociazione, gli strumenti che lo Stato usava per colpire i movimenti, noi non abbiamo scelto né l’una e neppure l’altra». I Despali hanno passato gli ultimi due anni e mezzo a rileggere tutti gli atti dell’inchiesta del giudice Calogero, compresi gli interrogatori.
Il giudice Calogero
«Per Calogero è stato fondamentale l’aiuto con testimoni e strumenti politici della federazione di via Beato Pellegrino del PCI. Per quel partito è intollerabile la presenza di qualsiasi realtà che stia alla sua sinistra. Il PCI è dal ’68 che faceva fatica a leggere la realtà delle fabbriche e men che meno le istanze giovanili. Per loro eravamo quindi una grana». E Calogero? «Lo convincono che Padova è “la centrale” che mette in pericolo la democrazia. Lui ci crede con un atteggiamento direi fanatico. In quella fase politica in città il radicamento dei collettivi politici e del movimento rivoluzionario era molto forte. Sono gli anni in cui il partito di Berlinguer lavora per mettere in atto il compromesso storico». Lo racconta tutto di un fiato: «E’ anche da Padova che parte la voce che i telefonisti delle BR che parlano con la famiglia di Aldo Moro fossero il giornalista de l’Espresso Pino Nicotri e il professor Toni Negri. La voce di Negri è inconfondibile, impossibile confondere lui con qualcun altro o viceversa». E chi dice di riconoscere queste voci e le distingue? «Un assistente di matematica a Ingegneria, Renato Troilo che del PCI faceva parte, dice di riconoscere la voce di Pino Nicotri, cosa che non è assolutamente vera». Poi Piero Despali, fa un passo indietro: «Nel 1976 Calogero processa trentatre fascisti a Padova e alcuni di noi, forse con un po’ di leggerezza, chiamati a testimoniare contro gli imputati, ci vanno. E’ nella logica che contro i fascisti vale tutto – sottolinea con un sorriso sarcastico ma non troppo compiaciuto – così Calogero comincia a raccogliere informazioni su di noi e allo stesso tempo si costruisce una certa fama».
La CIA
Però voi sorridete quando si accenna a teorie su complotti e “grandi vecchi” che dirigono masse e sistemi: «Magari ci fosse stata una grande organizzazione alle spalle, magari internazionale – scoppia in una grande risata Giacomo – invece non è affatto così. E vale lo stesso per la nostra vicenda processuale». Interviene di nuovo Piero, che con tono questa volta molto sarcastico ma non per questo meno serio, dice: «Ma certo che ci credeva Calogero e ha fatto di tutto per dimostrare la sua tesi. Che non stava in piedi, certo. Ma questo perché il giudice Calogero non aveva gli strumenti per comprendere i movimenti. Utilizzava degli schemi con l’approccio di un maniaco sulla preda più che quello di uno che vuole accertare dei fatti. Credeva che fossimo pagati dalla CIA», sottolineato con una risata.

Violenza politica
E’ raro che i due si lascino andare ad entusiasmi, ma le poche volte in cui ridono non è mai per vero divertimento ma solo a sottolineare paradossi. Come quando chiediamo ingenuamente come si può raccontare a chi è nato negli anni Zero quel periodo, quel modo di stare in piazza fatto anche di scontri, di molotov e di colpi d’arma da fuoco. Oggi si giudica più il modo di stare in piazza che i contenuti e le rimostranze che si vogliono evidenziare, dalle “sardine” alla fiaccolate per intenderci: «Com’è cambiato il mondo, una volta in strada si alzava in alto il pugno in segno di lotta, oggi si avanza con le mani alzate – ci scherza su, Giacomo – ma è impossibile rapportare la realtà attuale a quella di quegli anni». Sottolinea Piero: «Non si possono paragonare le due epoche. Ai tempi la cosiddetta “illegalità di massa”, come ad esempio le occupazioni o gli espropri proletari, era molto praticata e diffusa. La violenza politica era vista come una possibilità in risposta alla violenza delle istituzioni, alle carceri o ai pestaggi nelle caserme e nelle questure. Ma non c’entra nulla con l’omicidio politico che noi abbiamo sempre rifiutato. Non per questo non sapevamo da che parte stare. Non si può valutare quell’epoca usando gli strumenti interpretativi che si utilizzano per comprendere il tempo presente, come ci fosse una continuità. Per questo nel libro descriviamo e entriamo nel dettaglio perché non è solo il contesto ma la complessità di quel tempo che è indispensabile comprendere se si ha davvero voglia di capire. Soprattutto per un padovano, poi si può apprezzare oppure no, ma c’è l’opportunità per la prima volta di sentire raccontare quella storia da dentro e non come è stata vista, interpretata e giudicata solo attraverso un tipo di narrazione assolutista e pregiudizievole».
Lega
Il racconto di una sconfitta: «Certo sì, il racconto di una sconfitta. Ma noi raccontiamo tutto nel libro, proprio tutto. E a pensarci oggi, questo sì, non è andata bene neppure per i vincitori di allora. Guarda caso oggi vola la Lega, la cui nascita coincide proprio con la chiusura dell’esperienza dei collettivi politici veneti».
Padova e gli anni ’70: affinità e divergenze tra Autonomia Operaia e Brigate Rosse
La seconda parte dell’intervista ai fratelli Despali, protagonisti assoluti delle vicende degli anni Settanta che hanno dato vita agli “Autonomi”. Il 30 gennaio esce il loro libro che racconta nei dettagli le vicende di quegli anni“
Intervista di Ivan Grozny Compasso per PadovaOggi del 26 gennaio 2020
A pochi giorni dall’uscita de “Gli Autonomi, storia dei collettivi politici per il potere operaio”, nelle liberie dal 30 gennaio, ecco la seconda parte dell’intervista ai due fratelli Despali, protagonisti assoluti di una vicenda che ancora oggi divide. Farci raccontare la storia degli anni Settanta secondo il punto vista dei protagonisti è una occasione che non potevamo davvero lasciarci sfuggire. Ma cosa animava tanti giovani in quegli anni cosa era il sogno che si andava inseguendo: «L’unità dei comunisti – lo spiega Giacomo Despali – non era un sogno. In diversi Paesi si è dimostrato che è una cosa che poteva succedere. Non un’utopia, non un sogno ma una possibilità concreta. Oggi mi rendo conto che è difficilmente comprensibile ma allora questo si cercava. Si agiva tutti all’interno di una stessa area politica ma c’erano pratiche e differenze organizzative tra le varie realtà. Strutturarsi come collettivi, nel nostro caso, è stata una scelta politica e organizzativa».
L’intervista
«Ci strutturiamo, non si può lasciare al caso nulla. Diventa indispensabile rafforzare i rapporti interni, sapere sempre chi si ha a fianco», spiega Giacomo. Un aspetto che permetterà ai collettivi padovani di rimanere sempre uniti, anche a fronte di divisioni che invece investono tante realtà simili in tutta Italia. «Per riuscire davvero a determinare un progetto maturo di cambiamento che mette insieme tutti coloro che agivano all’interno dell’area comunista era l’unica possibilità per cambiare un Paese come il nostro. Serviva non solo la lotta ma anche il ragionamento, l’analisi, il confronto. Una crescita collettiva che esclude il nascondersi o la clandestinità ma che ha bisogno di essere condivisa pubblicamente». Questo metodo organizzativo e questa scelta politica si rafforza ancora di più dopo l’episodio di Ponte di Brenta.“

Un episodio che segna la vita di un giovanissimo Piero Despali che in quel momento ha solo 22 anni. La mattina del 4 settembre 1975, verso le dieci e trenta, alla periferia di Ponte di Brenta una pattuglia della polizia stradale ferma una Fiat 128 per un controllo. Nell’auto vi sono due giovani, Carlo Picchiura e Piero Despali. I due si conoscono ma Despali non sa che Picchiura ha scelto da qualche giorno di entrare nelle Brigate Rosse e di conseguenza in clandestinità. Si incontrano quasi per caso, Despali è vicino casa sua senza documenti e in ciabatte. Picchiura lo vede, lo fa salire in auto dove cominciano una conversazione. I due si conoscono da molto tempo. Così quando li fermano, è il primo dei passaggi forti della prima parte del libro, Picchiura pur non essendo ricercato, reagisce. Ne nasce una sparatoria in cui perde la vita l’appuntato Antonio Niedda, che rimane ucciso. Despali rimane sorpreso mentre le pallottole gli fischiano sopra la testa. Con l’arrivo di altre pattuglie, Picchiura e Despali vengono arrestati. La posizione di Despali viene in poco tempo chiarita. Despali viene arrestato e massacrato di botte in questura e passa un mese in isolamento, dopodiché viene scarcerato.“
«Nel 76 – racconta Giacomo – il progetto cresce e oltre al coinvolgimento degli studenti è forte anche la componente operaia. Negli anni poi aumenta sempre più il numero di giovani che scelgono di venire a studiare a Padova proprio per vivere questo tipo di esperienza». Pratiche e idee si diffondono tanto che nascono collettivi in tutta Italia. Nel 1977 c’è l’omicidio di Francesco Lorusso, ucciso da un proiettile sparato da un carabiniere di leva: «E’ chiaro che a quel punto ci si chiede se è ancora giusto che a sparare sia solo lo Stato. E i giorni successivi a Bologna, e soprattutto la manifestazione nazionale di Roma, hanno mobilitato centinaia di migliaia di persone, armate, per le vie del centro della Capitale. Giacomo cita il brigatista Mario Moretti per puntualizzare un aspetto: «Lui dice che del “movimento del ‘77” non ci ha mai capito un cazzo, io dico che si vede. Infatti loro non hanno saputo comprendere cosa stava accadendo fuori dalle fabbriche». Le BR in quell’anno rapiscono e uccidono. «Noi ci domandiamo cosa vuol dire usare la forza – interviene Piero che racconta un episodio accaduto a Padova – se penso a quanto successo al Portello nel maggio del 1977 dove abbiamo di fatto riprodotto situazioni che stavano accadendo a Milano e Roma. Quel giorno abbiamo messo in campo un sacco di iniziative, le più diverse. Abbiamo bloccato le strade, fatto espropri nei supermercati. Gli scontri a quel punto sono stati inevitabili e durissimi. Quattro compagni furono arrestati». Quell’anno comincia l’inchiesta del giudice Calogero che porterà agli arresti del 7 aprile 1979 e proseguirà con gli arresti dell’11 marzo 1980. Calogero e il suo teorema che descrive Padova come la centrale del terrorismo in Italia. Nella vicenda giudiziaria si incrociano anche le vite di due giudici, Calogero ovviamente ma anche Palombarini.“

«La lettura di Palombarini, che è quello che ci manda a giudizio – racconta Piero – si differenza da quella di Calogero, proprio nell’impostazione. Calogero sostiene una serie di puttanate, cioè che ogni realtà rivoluzionaria agisce sotto una unica regia, che Toni Negri è capo delle Brigate Rosse. Cose che non stanno né in cielo né in terra». Tra gli Autonomi e le Br c’erano visioni assolutamente opposte. Già l’idea di clandestinità cozza con lo stile di vita, «noi vivevamo, ci divertivamo, non ci nascondevamo affatto. Non era sacrificio la lotta politica, tutt’altro». Pur non usando dei riferimenti diretti fanno intendere non solo una visione del mondo ma anche dell’intendere le battaglie sociali. La sparatoria di Ponte di Brenta ci dice che i militanti politici in quegli anni si conoscevano tutti anche se appartenenti ad altri gruppi. Erano ragazzi e ragazze molto giovani che avevano spesso condiviso gli studi, quindi incontrarsi non era insolito. «Noi nel libro raccontiamo anche delle gambizzazioni ma mai abbiamo accettato il concetto e la pratica dell’omicidio politico. Ovvio che pensato oggi sembra tutto assurdo. Ma non si può davvero paragonare i due periodi. Più che contestualizzare bisogna capire quello specifico momento del Novecento che aveva un certo tipo di caratteristiche. Se lo rapportiamo ad oggi facciamo una operazione davvero sbagliata».

Palombarini, giudice istruttore è contraltare di Calogero, sostiene che i collettivi, la loro struttura, sono sì banda armata ma che non c’era nessuna regia al di fuori del contesto territoriale in cui agivamo. Anche Palombarini fa una forzatura per far passare la sua tesi, sorvolando anche su limiti di tipo giuridico». L’arresto di un giovane, Andrea Mignone, fa precipitare le cose dal punto di vista della repressione. La sua casa viene perquisita e non viene trovato nulla. Mignone però sa che in casa sua ci sono delle armi, non dice nulla agli inquirenti ma avverte il padre che invece di farle sparire lo denuncia ai carabinieri. «Una vicenda che investe anche la moglie dell’arrestato Miriam, che è uno dei miei grandi dolori – racconta Piero visibilmente toccato – perché questa ragazza sarà dopo additata da tutti come una infame perché si pensa sia stata lei a mettere gli inquirenti sulle tracce delle armi. Mentre invece lei non ha nessuna responsabilità. Quello che subisce, ed è stata anche troppo forte a resistere a una situazione in cui non solo veniva isolata ma caricata di responsabilità che sicuramente non aveva, è tremendo, tanto da portarla a togliersi la vita. Una tragedia di cui siamo tutti responsabili e che si poteva cercare di evitare. Un peso che è difficile togliersi».
«Sono le nuovi generazioni che devono trovare la nuova via, ognuno ha la propria storia. basta che non siano i preti però la risposta. Non può essere Bergoglio il punto di riferimento. Questo è un po’ troppo. Una figura suggestiva, una brava persona ma è il Papa, rappresenta un potere con le sue contraddizioni interne che nascono dalla preoccupazione della sua sopravvivenza di fronte a cambiamenti epocali. Pensiamo al fenomeno dell’immigrazione, in una Europa a maggioranza laica se non atea, la Chiesa è chiaro che guarda a queste persone con interesse. E’ la forma missionaria attualizzata ai giorni d’oggi. Ovvio che di fronte a tanto razzismo la carità sembra rivoluzionaria». La fine della vostra esperienza coincide con la nascita della Lega, un caso? «Bisogna non dare il pesce, ma insegnare a pescare, è uno dei tanti slogan che fece suo Umberto Bossi trasformandolo però in una parola d’ordine razzista. Anche noi dicevamo che bisognava cambiare e costruire a casa propria, prendere in mano il proprio destino. Una volta erano concetti di sinistra mentre oggi si sono trasformati in parole d’ordine razziste e in slogan di destra. Questo mentre dall’altra parte quello che era per noi ciò che andava combattuto è diventato oggi il riferimento, il punto di vista. E’ proprio cambiato il mondo e adesso è chiaro che tutto è ancora più difficile». Una curiosità che mi è venuta subito dopo aver finito il libro è sapere perché non vi siete parlati per trent’anni. Come mai Giacomo? «Non sono affari tuoi». Interviene Piero che finalmente si è rilassato e cerca un contatto fisico con chi lo sta intervistando. Ridendo questa volta davvero divertito, batte sulla spalle del suo interlocutore e dice: «Sono cazzi nostri, certo».
Giambattista Marongiu



Socrate a Porto Marghera
Inchiesta, anticipazioni e metodo militante di Guido Bianchini
Guido Bianchini (1926–1998) è stato una figura chiave dell’operaismo politico italiano, punto di riferimento delle lotte al Petrolchimico di Porto Marghera negli anni Settanta, instancabile formatore delle successive generazioni militanti. Le sue esperienze di inchiesta e le riflessioni sull’uso operaio del sindacato, su tecnologia e organizzazione produttiva, su rifiuto del lavoro e composizione di classe, fanno di Bianchini un personaggio di grande importanza, non solo per la storia delle lotte ma anche per la straordinaria attualità delle sue anticipazioni teoriche e pratiche.
Pragma: per un dibattito sull’Autonomia

Pubblichiamo una serie di interventi critici, raccolti a seguito della pubblicazione de Gli autonomi. Storia dei collettivi politici veneti per il potere operaio di Giacomo e Piero Despali, avvenuta nel gennaio 2020.
Indice dei contributi:
• Pragma: per un dibattito sull’Autonomia
• Tra il movimento e la Lega, di Gianfranco Bettin
• Padova, Veneto, la lezione dell’Autonomia, di Gianmarco De Pieri
• Guardare avanti con le spalle al futuro, di Gigi Roggero
• «tous ensemble»…per il potere operaio, di Toni Negri
• Le lotte territoriali venete sul tema della salute negli anni ’70, di Gianni Cavallini
• Un racconto straordinariamente comune, di Giorgio Moroni
• Luoghi di comunità, di Lanfranco Caminiti
• Ricordare l’ignoto, di Giulia Page
• L’immanenza della pratica, di Adelino Zanini
• Piero e Giacomo, sedici gennaio duemilaventi, di Claudio Calia
• Una disciplina di progetto, di Chicco Funaro
• Così vicino, così lontano, di Valerio Romitelli
• Il Veneto e la «rivoluzione mondiale», di Maurizio Lazzarato
• Vite parallele, di Rachele Colella
• Pragma. Storia o racconto?, di Willer Montefusco
• L’autonomia con la lettera minuscola, di Federico Battistutta
• L’ «Autonomia» come attitudine, come postura umana e stile della militanza, di Omid Firouzi Tabar
• La naturalezza e l’impazienza, di Elia Rosati
• Scavare nel cielo aperto delle possibilità, di Veronica Marchio e Giuseppe Molinari
• Una risposta ai recensori, di Mimmo Sersante, Giacomo Despali, Piero Despali
• Dall’operaio sociale all’operaio sociale: ripassare all’attacco, di Francesco Bedani
• Scostumatezze. Appunti su autonomia e Mezzogiorno, di Antonio Bove e Francesco Festa
• L’Autonomia impossibile, di Giovanni Iozzoli
Una chiacchierata tra gli anni ’70 e il presente, con uno sguardo al futuro
Nell’ambito delle presentazioni del primo dei tre volumi sull’autonomia operaia meridionale delle edizioni di DeriveApprodi si è svolta, curata dal Laboratorio di Mutuo Soccorso Zero81, una “chiacchierata” tra i curatori della trilogia e Lanfranco Caminiti e Piero Despali.
L’incontro tra Lanfranco e Piero è stata un’occasione importante all’interno della riflessione sugli anni settanta e sulla storia dell’autonomia (ovviamente in maniera parziale e limitata).
Abbiamo scelto, d’accordo con i partecipanti, di restituire la “chiacchierata” trascrivendola e chiedendo loro di “riordinare” i loro interventi.
Questo per dare la possibilità, a chi non era presente a Napoli e anche a chi ha curiosità, interesse e passione, di conoscere parte di quella storia attraverso le testimonianze di Piero e Lanfranco.
Il tema che è stato scelto – “Nord-Sud uniti nella lotta” ??!! – è stata l’occasione per ripercorrere un pezzo della enorme storia della sovversione sociale in Italia ma anche lo stimolo e lo spunto per mettere a fuoco, sul tavolo dei ragionamenti, elementi di attualità che hanno una portata più ampia.
Ci auguriamo di aver reso un buon servizio e restiamo aperti a qualsiasi altro contributo/integrazione.
Buona lettura
Frammenti di vita di un comunista
Il processo del 7 aprile e il perché di alcuni silenzi
Giovanni Palombarini è stato Giudice Istruttore a Padova nell’inchiesta giudiziaria del cosiddetto “processo del 7 Aprile – troncone veneto”
da “Questione Giustizia”, fascicolo 4/2024, rivista di Magistratura Democratica: intervento di Giovanni Palombarini in occasione del Convegno dedicato ai sessant’anni di Magistratura democratica – Roma, Campidoglio, Sala della Protomoteca, 9–10 novembre 2024.
di Giovanni Palombarini
Per cogliere il senso complessivo, di fondo, del processo del 7 aprile 1979, e per capirne alcuni aspetti del tutto stravaganti rispetto a un normale processo penale, i molti silenzi, è necessario collocarlo in un ampio periodo, la seconda metà del Novecento, più propriamente accanto alla grande vicenda italiana, nata e anche finita in quel periodo, del tentativo di due soggetti diversi di portare il comunismo alla guida del Paese.
La sfida politica, anche fuori Padova, ma a Padova in modo esemplare, paradigmatico, è stata fra i comunisti saldamente inquadrati nelle organizzazioni storiche del movimento operaio, in particolare nel Pci, che dalla Resistenza in poi sembrava diventare sempre più forte, e i comunisti che si formavano, e così si autodefinivano, negli scontri sociali che stavano moltiplicandosi a partire dall’inizio degli anni sessanta, nelle fabbriche e nelle scuole, richiamandosi all’idea del rifiuto del lavoro. Entrambi i soggetti nelle loro manifestazioni innalzavano la bandiera rossa. La nascita dei Quaderni Rossi nel 1961 e i fatti di Piazza Statuto a Torino, del luglio 1962, segnano l’inizio di questo fenomeno, di questa sfida. Scriverà Antonio Negri qualche anno dopo: «Nostro compito è la restaurazione teorica del rifiuto del lavoro nel programma, nella tattica, nella strategia dei comunisti». Mario Isnenghi ha osservato, in proposito, che a un certo punto era maturato uno scontro risolutivo fra due sinistre: quella che ancora prendeva di richiamarsi alla “rivoluzione” e non escludeva il ricorso alla violenza, e quella che aveva smesso di farlo – involuzione o evoluzione che fosse – in nome della Costituzione e dell’ordine repubblicano. Di questo scontro Padova è stata occasionalmente il centro, la sperimentazione esemplare. Attraverso l’iniziativa del 7 aprile, le due ipotesi “per il comunismo” si sono duramente scontrate. Quella nata più di recente ha rivendicato sempre i suoi ideali. Quando la Corte d’assise di Padova e quella d’appello di Roma hanno assolto le persone indicate come i capi del partito armato, in entrambe le aule gli imputati e i loro difensori hanno intonato l’Internazionale.
La cronaca del giornale locale Il mattino di Padova diede l’idea di quel che stava succedendo, di come cominciava la battaglia, con questo breve articolo: «Tutto cominciò sabato 7 aprile 1979. Alle 10 un aereo atterrò al “Marco Polo” di Tessera. Ne discesero una cinquantina di ufficiali della ex Digos agli ordini di un vicequestore di Roma, che salirono su due pullman, destinazione Padova. Neppure mezzora dopo la città era assediata da mezzi blindati, impossibile uscirne senza incappare in un posto di blocco. L’operazione fu mastodontica: 22 ordini di cattura, 70 ordini di comparizione e un centinaio di perquisizioni domiciliari. Il blitz del sostituto Pietro Calogero cominciò così».
Va premesso, prima di affrontare il tema dei sorprendenti silenzi che hanno caratterizzato il processo, che la lunga storia del contrasto radicale fra il pubblico ministero padovano e il giudice istruttore ha il primo fondamento nella divergenza sull’esistenza o meno dell’unico partito armato comprensivo di BR, Prima Linea, Autonomia Organizzata. Perché il pm, per sostenere la sua tesi, si è basato su una lettura di documenti e avvenimenti che al giudice istruttore non è apparsa convincente. «L’AO», dice il pm, «nasce a Padova nel corso di un seminario presso la Facoltà di Scienze politiche (…) viene concepita e realizzata come una complessa organizzazione politico-militare con articolazioni estese a tutto il territorio nazionale, aventi ciascuna un organo di direzione regionale, collegate tramite questo a una struttura direttiva centrale e dotate nel proprio ambito di relativa autonomia». Dunque c’è un partito. Ebbene, il giudice istruttore letteralmente non vede tutto questo, in particolare non trova riscontri alla tesi dell’unica organizzazione estesa a tutto il territorio nazionale. E ciò ha inevitabili riflessi sull’istruttoria, e poi sui giudizi delle corti del merito, che rifiuteranno, a Padova come a Roma, il “teorema Calogero”. E tuttavia questo teorema, infondato sul piano processuale ed errato nella ricostruzione di vicende singole e collettive (Autonomia Operaia e BR hanno avuto vicende diverse, Antonio Negri e Renato Curcio hanno avuto storie diverse), ha trovato la sua forza, al di fuori dei processi, nella percezione di un fenomeno reale, e cioè che a sinistra del Pci era nato e si stava sviluppando nel Paese il tentativo, a più voci e disordinato, di cercare una nuova strada per arrivare al comunismo. Il pm interpreta tutto questo in modo schematico e semplice, ed errato. Dice e scrive: «Un unico vertice dirige il terrorismo in Italia. Un’unica organizzazione lega Brigate Rosse e gruppi armati dell’Autonomia. Un’unica strategia eversiva ispira l’attacco al cuore e alla base dello Stato».
Il Pci, il 7 aprile 1979, superate tante precedenti incertezze e abbandonato il tentativo di attribuire a qualche servizio segreto l’insorgere del fenomeno, ha ormai chiara la natura politica della “lotta armata”, e ha un’occasione per infliggere a questo pericoloso concorrente un colpo micidiale. Il vecchio motto di René Renoult, “pas d’ennemis à gauche!”, viene dimenticato. Da quel momento in poi, per un lungo periodo di tempo, questo partito ha sostenuto l’inchiesta, senza tentennamenti, dal suo inizio, fino all’inizio degli anni Novanta, anche fornendo concrete collaborazioni, come l’indicazione di testimoni. Sarebbero molte le citazioni in proposito. Momenti importanti di questa collaborazione, molto valorizzati anche dai media, si sono avuti quando due aderenti al partito dichiararono al pm e alla polizia di avere riconosciuto la voce di Antonio Negri, e anche quella del giornalista Giuseppe Nicotri, come quelle di coloro che, durante il sequestro Moro, avevano telefonato alla famiglia per trattare e, infine, per annunciare la morte del sequestrato. Fatto importante e discusso, però non corrispondente alla realtà. Qualche tempo dopo, con il procedere delle inchieste in varie parti d’Italia, si sarebbe potuto infatti sapere che le voci dei due telefonisti erano quelle dei brigatisti Valerio Morucci e Mario Moretti. Ma Antonio Negri, escluso a questo punto che fosse un componente della direzione strategica delle BR (escluse le telefonate, nulla rimaneva a suo carico, quanto a BR), rimaneva comunque al centro dell’attenzione del pm Calogero con un ruolo superiore. «Appare inequivocabile che il Negri è stato in questo ultimo decennio un autentico motore della trama eversiva»: così avrebbe scritto il pubblico ministero nella sua conclusiva requisitoria. La posizione del Pci rimase ferma. Dunque “il partito” della lotta armata, comunque, esisteva ancora, e andava combattuto. In questo contesto si spiegano alcuni clamorosi silenzi di fronte ad avvenimenti del processo, altrimenti inspiegabili. È stato utilizzato, il silenzio, per difendere l’impostazione di fondo dell’inchiesta, per impedire che ne venisse intaccata la credibilità. Se è stato avviato un processo penale che deve ottenere un determinato risultato politico, non ci si può permettere di evidenziarne eventuali sbandamenti fuori dalle regole. Se del caso, si può utilizzare il silenzio.
Un fatto oggettivamente clamoroso, rimasto sconosciuto ai più, è stata la ricusazione del magistrato designato secondo le “tabelle” a presiedere la Corte d’assise di Padova, cosa mai avvenuta in precedenza a Padova. Io ne ho saputo ben poco, anche perché tutta la vicenda venne condotta riservatamente. Quel magistrato era amico o solo conoscente di qualcuno fra gli imputati? Aveva tenuto qualche comportamento rientrante nei casi di ricusazione regolati dal codice di procedura penale? No. Io non ho chiesto niente a nessuno, ho raccolto solo commenti volanti. Se ne parla nei corridoi del tribunale, tentando di capire, vi sarebbero ragioni di convenienza. Si dice che quel presidente, fuori dall’esercizio delle sue funzioni, in un colloquio informale con un collega sulle scale del tribunale, abbia espresso scetticismo sul valore dei documenti proposti a sostegno dell’accusa (“giornaletti”, li avrebbe definiti). Un cancelliere, presente al colloquio, avrebbe informato un avvocato del Pci il quale, a sua volta, ne avrebbe riferito al pm. Tutti volevano dare il proprio contributo. Lo scontro in atto fra le due ipotesi di cammino verso il comunismo poteva giustificare questi inconsueti passaggi di informazioni. Venne a parlarmene Alberto Ferrigolo, giornalista del Manifesto. Si diceva ancora – ne parlano i giornalisti – che il pubblico ministero, una volta proposta l’istanza di ricusazione, si fosse recato alla Corte d’appello di Venezia per spiegare e sostenere la sua istanza (in effetti, ancora oggi è difficile immaginarne le ragioni). A un certo punto, il presidente designato si astenne; in ogni caso, anche se l’istanza del pm fosse stata respinta, la sua immagine professionale avrebbe riportato un danno. Tutto ciò avvenne riservatamente, nessun dibattito pubblico vi è stato su questo fatto eccezionale, per la stampa del Pci non vi era nulla da eccepire.
Nel processo, che vede una iniziale discutibile divisione (le accuse a Negri di BR e del sequestro Moro a Roma vengono fatte rapidamente cadere), la vicenda del Professor Luciano Ferrari Bravo, imputato solo di associazione sovversiva fino alla contestazione dell’insurrezione, non è formalmente spiegabile. Il pm Pietro Calogero aveva trasmesso a Roma, quale sede competente, gli imputati raggiunti da una duplice imputazione, cioè anche quella di banda armata (costituzione e organizzazione delle BR). Ferrari Bravo aveva solo associazione sovversiva, come gli altri imputati trattenuti a Padova. I giudici padovani tentarono di ricuperare la sua posizione, “c’è stato un errore” dicono ai giudici romani, ma sono inutili gli incontri con Achille Gallucci e Francesco Amato – nonostante il parere del pg Ciampani, presente in un’occasione, “vedremo” è la risposta. L’impostazione di fondo, un unico partito armato, andava fortemente difesa. La realtà era che Ferrari Bravo, assistente di Antonio Negri alla Facoltà di Scienze politiche, godeva di un forte prestigio: a parte gli scritti e la collaborazione con la rivista Autonomia, non vi era nulla a suo carico ma, anche se non detto da nessuno, era considerato un dirigente del partito armato. Dunque, in silenzio, e nel silenzio del Pci e della sua stampa, venne trattenuto fino a quando, con la contestazione del reato di insurrezione, ogni discorso si chiuse. Anche per lui la competenza a trattare il processo rimaneva a Roma.
Molti imputati hanno sofferto lunghi periodi di custodia in carcere, anche di anni, prima di essere assolti. Fra di loro, quando è stato assolto da ogni imputazione con formula piena, Luciano Ferrari Bravo, che inutilmente avevo tentato di ricuperare alla mia istruttoria, aveva sofferto ben cinque anni di carcerazione preventiva. Mi sarei aspettato che un fatto così grave suscitasse numerosi commenti. Invece l’intero sistema politico è rimasto in silenzio. Di lì a qualche anno, con l’arrivo di Tangentopoli, un esercito di garantisti sarebbe entrato in campo per protestare contro gli eccessi di carcerazione preventiva, ma nel 1987, l’anno della sentenza della Corte d’assise d’appello di Roma, di fronte a quel tempo incredibile di custodia non avevano trovato nulla da ridire.
E il Csm? Incontrando per caso a Bologna Federico Mancini, docente di diritto del lavoro, mio amico e componente del Csm, mi sono sentito dire: “sono indignato per quel che ti stanno facendo”. Gli chiesi se il Consiglio avesse qualcosa da dire su quanto stava succedendo. “Proverò a sentire”. Ma la risposta del Csm fu deludente: il Consiglio rimase in silenzio, non c’era nessuno da tutelare. Furono in pochi a comprendere la gravità della situazione, e a scriverne ripetutamente. Ricordo Rossana Rossanda e Luigi Ferrajoli.
E però questo duello senza remore si avviava a una conclusione amara per entrambi i contendenti. Le Brigate Rosse, organizzazione italiana di estrema sinistra costituitasi nel 1970 per propagandare e sviluppare la lotta armata rivoluzionaria per il comunismo, di matrice marxista-leninista, il più numeroso e il più longevo gruppo terroristico di sinistra del Secondo dopoguerra esistente in Europa occidentale, hanno concluso la loro esperienza nel 1988 con un documento sottoscritto da alcuni fra i più importanti dirigenti. Nello stesso periodo si andava dissolvendo l’esperienza dell’Autonomia operaia organizzata. Il 9 marzo 1985, a Trieste, era avvenuta l’uccisione da parte di agenti della Digos e del Sisde, del militante di Autonomia Operaia, Pietro Maria Walter Greco (detto “Pedro”). Per ricordarlo, nel 1987 nacque a Padova il Centro sociale occupato “Pedro”. Peraltro, le cronache non hanno più avuto occasione di interessarsi di iniziative dell’Autonomia. Appunto, nella seconda metà degli anni ottanta è maturata la fine per entrambe le esperienze.
Nel frattempo, nel giugno 1985 falliva il referendum sul taglio della scala mobile introdotto l’anno precedente dal Governo di Bettino Craxi. Qui si può simbolicamente individuare il momento del passaggio dalla prima alla seconda Repubblica. Dopo qualche tempo si formerà il primo Governo Berlusconi (1994), nel quale confluirono, tra gli altri, oltre gli amici del presidente, cinque esponenti della Lega di Umberto Bossi, cinque del Movimento sociale italiano e, sorprendentemente, Giuliano Ferrara, noto giornalista ex-Pci. Nel 1991 si era svolto l’ultimo congresso del Pci, il ventesimo.
Le ragioni di tutti questi silenzi? In genere, chi valutava l’inchiesta del 7 aprile come la necessaria risposta dello Stato al terrorismo li ha giustificati con l’esigenza di non creare impicci alla meritevole iniziativa di un’istituzione, la Procura della Repubblica di Padova, che con coraggio aveva svolto un suo compito, quello di contrastare la criminalità armata. Chi ha sostenuto anche politicamente quell’inchiesta, come il Pci, li ha considerati necessari, non solo nella prospettiva di riuscire a sconfiggere un pericoloso assalto alle istituzioni repubblicane, ma anche per cancellare dalla scena un temibile concorrente nella ricerca del comunismo.
*



