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pre­sen­ta­zio­ne del libro di Dona­to Tagliapietra

Padova e gli anni ’70. Gli “autonomi”: «Ora quella storia ve la raccontiamo noi»

Padova e gli anni ’70. Gli “autonomi”: «Ora quella storia ve la raccontiamo noi»

Inter­vi­sta di Ivan Groz­ny Com­pas­so per Pado­vaOg­gi del 19 gen­na­io 2020

Pado­va e gli anni ’70. Gli “auto­no­mi”: «Ora quel­lo sto­ria ve la rac­con­tia­mo noi»

Gia­co­mo e Pie­ro Despa­li sono due fra­tel­li sul­la soglia dei settant’anni. I due non si par­la­va­no da tren­ta. I loro nomi ai più diran­no poco o nul­la, ma han­no con­tri­bui­to a scri­ve­re una pagi­na di sto­ria sem­pre mol­to discus­sa ma mai rac­con­ta­ta dai pro­ta­go­ni­sti di quei gior­ni. Una pagi­na per mol­ti con­tro­ver­sa e pie­na di ombre, che copre il perio­do che va da metà anni set­tan­ta fino ai pri­mi ottan­ta con l’intervento del­la magi­stra­tu­ra. Una pagi­na che “gli scon­fit­ti” ave­va­no sem­pre lascia­to in bian­co e che ora han­no riem­pi­to tan­to da far­ne un libro, in usci­ta il 30 gen­na­io edi­to da Deri­ve e Approdi. 

Terrorismo e Wikipedia

Se si va ad esem­pio sul­la pagi­na di wiki­pe­dia, la voce “col­let­ti­vi poli­ti­ci per il pote­re ope­ra­io” è cata­lo­ga­ta come grup­po ter­ro­ri­sti­co. Se è come dice l’enciclopedia onli­ne, quel­li che stia­mo inter­vi­stan­do sono due ex ter­ro­ri­sti? «Ha col­pi­to mol­to anche me tro­va­re quel tipo di defi­ni­zio­ne la pri­ma vol­ta che l’ho cer­ca­ta – rac­con­ta Gia­co­mo, il più gran­de dei due – quin­di vuol dire che è tem­po che si rac­con­ti in pri­ma per­so­na chi era­va­mo, cosa abbia­mo fat­to e ripor­ta­re a gal­la l’atmosfera, le situa­zio­ni e le moti­va­zio­ni dell’epoca, oltre che la repres­sio­ne, le per­se­cu­zio­ni giu­di­zia­rie e i mor­ti». Pren­de fia­to e aggiun­ge: «Ter­ro­ri­smo è ucci­de­re indi­scri­mi­na­ta­men­te, ter­ro­ri­smo sono le stra­gi: le bom­be sui tre­ni Ita­li­cus o quel­la alla sta­zio­ne di Bolo­gna o alla Ban­ca dell’Agricoltura. Quel­lo è sta­to ter­ro­ri­smo». Lo spie­ga con cal­ma, pren­den­do­si il suo tem­po, Gia­co­mo. Lo farà per tut­to il cor­so di que­sta inter­vi­sta, cir­ca quat­tro ore di rispo­ste e spie­ga­zio­ni mol­to det­ta­glia­te che vista la com­ples­si­tà del tema e la vasti­tà di infor­ma­zio­ni rac­col­te abbia­mo deci­so di divi­de­re in due par­ti, que­sta la pri­ma. «Se lo fos­si­mo sta­ti – pro­se­gue Gia­co­mo – ter­ro­ri­sti, sarem­mo sta­ti iso­la­ti, cosa che pro­prio non era. Agi­va­mo in un con­te­sto socia­le ampis­si­mo, come era l’area del­la sini­stra del tem­po. Cer­to, era­va­mo con­sa­pe­vo­li che ci sareb­be sta­ta la fer­ma rispo­sta del­le isti­tu­zio­ni e anche la repres­sio­ne, che pun­tual­men­te è arri­va­ta, ma era­no in tan­ti ad esse­re coin­vol­ti in que­sto per­cor­so che al tem­po sem­bra­va pos­si­bi­le. Il con­te­sto inter­na­zio­na­le del tem­po ci auto­riz­za­va a far­lo. Se il Vene­to è una regio­ne in cui vige lo stra­po­te­re del­la Demo­cra­zia Cri­stia­na, nel mon­do c’è l’Unione Sovie­ti­ca, la Cina di Mao, Cuba con Castro. Agli  ini­zi degli anni Set­tan­ta si respi­ra­va que­sta atmo­sfe­ra tra chi si sen­te mili­tan­te rivo­lu­zio­na­rio per il comunismo». 

Logica collegiale

Voi non ave­va­te dei capi a dif­fe­ren­za di altre orga­niz­za­zio­ni: «All’interno dei col­let­ti­vi c’erano quel­li con più respon­sa­bi­li­tà e quin­di più espo­sti a rischi e quel­li meno». Voi face­va­te cer­ta­men­te par­te del­la pri­ma cate­go­ria, ma è trop­po sem­pli­ci­sti­co dire che sie­te voi che ave­te dato vita alla sta­gio­ne degli “auto­no­mi” ? «Noi sia­mo tra i tan­ti», rispon­de sec­co Gia­co­mo. Quin­di sì, rilan­cia­mo: «La logi­ca del­la lea­der­ship non ci appar­te­ne­va, un altro con­to – inter­vie­ne Pie­ro – è inve­ce assu­mer­si del­le respon­sa­bi­li­tà. Noi le abbia­mo avu­te, mag­gio­ri e a vol­te più di altri, ma sem­pre den­tro una dina­mi­ca col­le­gia­le, di con­di­vi­sio­ne di un pun­to di vista. Non c’era un capo, non ne ave­va­mo biso­gno». Poi fa nota­re: «Basta dire che per noi l’egualitarismo era una bat­ta­glia che por­ta­va­mo nel­la socie­tà, ma con­cet­ti ad esem­pio come l’uguaglianza tra uomo e don­na al nostro inter­no era­no un dato già acquisito».

Come vi defi­ni­re­ste? «Noi era­va­mo dei mili­tan­ti rivo­lu­zio­na­ri, mol­to sco­la­riz­za­ti. L’elemento fon­da­men­ta­le, per quan­to riguar­da il nostro per­cor­so, è una sog­get­ti­vi­tà pur gio­va­ne, che ha un alto tas­so di istru­zio­ne. A quel tem­po acce­de­re agli stu­di era faci­le e anche l’Università non costa­va. I per­cor­si e le pro­po­ste for­ma­ti­ve era­no mol­to vari. C’erano i semi­na­ri di pro­fes­so­ri come Negri, Fer­ra­ri Bra­vo e Bolo­gna. La qua­li­tà di chi ci for­ma­va era di un cer­to livel­lo. L’Università atti­ra­va gio­va­ni da tut­ta Ita­lia. Poi però nel­le uni­ver­si­tà c’erano anche docen­ti e mili­tan­ti fasci­sti. Era­no tan­ti in cit­tà». In que­gli anni vi scon­tra­va­te nel­le stra­de: «Sì – inter­vie­ne Gia­co­mo – ma non ci abbia­mo mes­so mol­to a rele­gar­li in via Zaba­rel­la, men­tre pri­ma gira­va­no indi­stur­ba­ti in tut­ta la cit­tà. A quel pun­to l’unico luo­go sicu­ro era la sede del MSI, che si tro­va­va pro­prio in quel­la via. E que­sto tipo di per­cor­so si vede­va. Alcu­ni com­pa­gni era­no sta­ti aggre­di­ti così sono nate del­le ron­de che sono pas­sa­te dall’intervenire in aiu­to al pre­ve­ni­re il pro­ble­ma, in poco tem­po». Era­va­te tan­ti, non cer­to una real­tà mar­gi­na­le: «Non era un discor­so solo nume­ri­co, noi vive­va­mo la cit­tà e il ter­ri­to­rio. Ne era­va­mo par­te inte­gran­te. Per que­sto non abbia­mo mai volu­to sce­glie­re la clan­de­sti­ni­tà, per­ché vole­va­mo vive­re alla luce del sole la feli­ci­tà del cam­bia­men­to che vive­va­mo o che comun­que auspi­ca­va­mo. Que­sto fino a che non è nata l’inchiesta Calo­ge­ro col suo teo­re­ma. Non era­va­mo in un ghet­to, die­tro c’era un humus socia­le e cul­tu­ra­le che coin­vol­ge­va tut­ti gli stra­ti socia­li del­la cit­tà. I ceti di pro­ve­nien­za era­no varie­ga­ti. La cit­tà era coin­vol­ta, c’era un radi­ca­men­to vero, socia­le. Per que­sto abbia­mo tenu­to anche sul pia­no pro­ces­sua­le, al con­tra­rio di real­tà ana­lo­ghe in altre cit­tà. Per­ché sia­mo rima­sti uni­ti. Nell’epoca del pen­ti­ti­smo e del­la dis­so­cia­zio­ne, gli stru­men­ti che lo Sta­to usa­va per col­pi­re i movi­men­ti, noi non abbia­mo scel­to né l’una e nep­pu­re l’altra». I Despa­li han­no pas­sa­to gli ulti­mi due anni e mez­zo a rileg­ge­re tut­ti gli atti dell’inchiesta del giu­di­ce Calo­ge­ro, com­pre­si gli interrogatori.

Il giudice Calogero

«Per Calo­ge­ro è sta­to fon­da­men­ta­le l’aiuto con testi­mo­ni e stru­men­ti poli­ti­ci del­la fede­ra­zio­ne di via Bea­to Pel­le­gri­no del PCI. Per quel par­ti­to è intol­le­ra­bi­le la pre­sen­za di qual­sia­si real­tà che stia alla sua sini­stra. Il PCI è dal ’68 che face­va fati­ca a leg­ge­re la real­tà del­le fab­bri­che e men che meno le istan­ze gio­va­ni­li. Per loro era­va­mo quin­di una gra­na». E Calo­ge­ro? «Lo con­vin­co­no che Pado­va è “la cen­tra­le” che met­te in peri­co­lo la demo­cra­zia. Lui ci cre­de con un atteg­gia­men­to direi fana­ti­co. In quel­la fase poli­ti­ca in cit­tà il radi­ca­men­to dei col­let­ti­vi poli­ti­ci e del movi­men­to rivo­lu­zio­na­rio era mol­to for­te. Sono gli anni in cui il par­ti­to di Ber­lin­guer lavo­ra per met­te­re in atto il com­pro­mes­so sto­ri­co». Lo rac­con­ta tut­to di un fia­to: «E’ anche da Pado­va che par­te la voce che i tele­fo­ni­sti del­le BR che par­la­no con la fami­glia di Aldo Moro fos­se­ro il gior­na­li­sta de l’Espresso Pino Nico­tri e il pro­fes­sor Toni Negri. La voce di Negri è incon­fon­di­bi­le, impos­si­bi­le con­fon­de­re lui con qual­cun altro o vice­ver­sa». E chi dice di rico­no­sce­re que­ste voci e le distin­gue? «Un assi­sten­te di mate­ma­ti­ca a Inge­gne­ria, Rena­to Troi­lo che del PCI face­va par­te, dice di rico­no­sce­re la voce di Pino Nico­tri, cosa che non è asso­lu­ta­men­te vera». Poi Pie­ro Despa­li,  fa un pas­so indie­tro: «Nel 1976 Calo­ge­ro pro­ces­sa tren­ta­tre fasci­sti a Pado­va e alcu­ni di noi, for­se con un po’ di leg­ge­rez­za, chia­ma­ti a testi­mo­nia­re con­tro gli impu­ta­ti, ci van­no. E’ nel­la logi­ca che con­tro i fasci­sti vale tut­to – sot­to­li­nea con un sor­ri­so sar­ca­sti­co ma non trop­po com­pia­ciu­to – così Calo­ge­ro comin­cia a rac­co­glie­re infor­ma­zio­ni su di noi e allo stes­so tem­po si costrui­sce una cer­ta fama». 

La CIA

Però voi sor­ri­de­te quan­do si accen­na a teo­rie su com­plot­ti e “gran­di vec­chi” che diri­go­no mas­se e siste­mi: «Maga­ri ci fos­se sta­ta una gran­de orga­niz­za­zio­ne alle spal­le, maga­ri inter­na­zio­na­le – scop­pia in una gran­de risa­ta Gia­co­mo – inve­ce non è affat­to così. E vale lo stes­so per la nostra vicen­da pro­ces­sua­le». Inter­vie­ne di nuo­vo Pie­ro, che con tono que­sta vol­ta mol­to sar­ca­sti­co ma non per que­sto meno serio, dice: «Ma cer­to che ci cre­de­va Calo­ge­ro e ha fat­to di tut­to per dimo­stra­re la sua tesi. Che non sta­va in pie­di, cer­to. Ma que­sto per­ché il giu­di­ce Calo­ge­ro non ave­va gli stru­men­ti per com­pren­de­re i movi­men­ti. Uti­liz­za­va degli sche­mi con l’approccio di un mania­co sul­la pre­da più che quel­lo di uno che vuo­le accer­ta­re dei fat­ti. Cre­de­va che fos­si­mo paga­ti dal­la CIA», sot­to­li­nea­to con una risata.

Disegno di Claudio Calia raffigurante Ivan Grozny Compasso

Violenza politica

E’ raro che i due si lasci­no anda­re ad entu­sia­smi, ma le poche vol­te in cui rido­no non è mai per vero diver­ti­men­to ma solo a sot­to­li­nea­re para­dos­si. Come quan­do chie­dia­mo inge­nua­men­te come si può rac­con­ta­re a chi è nato negli anni Zero quel perio­do, quel modo di sta­re in piaz­za fat­to anche di scon­tri, di molo­tov e di col­pi d’arma da fuo­co. Oggi si giu­di­ca più il modo di sta­re in piaz­za che i con­te­nu­ti e le rimo­stran­ze che si voglio­no evi­den­zia­re, dal­le “sar­di­ne” alla fiac­co­la­te per inten­der­ci: «Com’è cam­bia­to il mon­do, una vol­ta in stra­da si alza­va in alto il pugno in segno di lot­ta, oggi si avan­za con le mani alza­te – ci scher­za su, Gia­co­mo – ma è impos­si­bi­le rap­por­ta­re la real­tà attua­le a quel­la di que­gli anni». Sot­to­li­nea Pie­ro: «Non si pos­so­no para­go­na­re le due epo­che. Ai tem­pi la cosid­det­ta “ille­ga­li­tà di mas­sa”, come ad esem­pio le occu­pa­zio­ni o gli espro­pri pro­le­ta­ri,  era mol­to pra­ti­ca­ta e dif­fu­sa. La vio­len­za poli­ti­ca era vista come una pos­si­bi­li­tà in rispo­sta alla vio­len­za del­le isti­tu­zio­ni, alle car­ce­ri o ai pestag­gi nel­le caser­me e nel­le que­stu­re. Ma non c’entra nul­la con l’omicidio poli­ti­co che noi abbia­mo sem­pre rifiu­ta­to. Non per que­sto non sape­va­mo da che par­te sta­re. Non si può valu­ta­re quell’epoca usan­do gli stru­men­ti inter­pre­ta­ti­vi che si uti­liz­za­no per com­pren­de­re il tem­po pre­sen­te, come ci fos­se una con­ti­nui­tà. Per que­sto nel libro descri­via­mo e entria­mo nel det­ta­glio per­ché non è solo il con­te­sto ma la com­ples­si­tà di quel tem­po che è indi­spen­sa­bi­le com­pren­de­re se si ha dav­ve­ro voglia di capi­re. Soprat­tut­to per un pado­va­no, poi si può apprez­za­re oppu­re no, ma c’è l’opportunità per la pri­ma vol­ta di sen­ti­re rac­con­ta­re quel­la sto­ria da den­tro e non come è sta­ta vista, inter­pre­ta­ta e giu­di­ca­ta solo attra­ver­so un tipo di nar­ra­zio­ne asso­lu­ti­sta e pregiudizievole».

Lega 

Il rac­con­to di una scon­fit­ta: «Cer­to sì, il rac­con­to di una scon­fit­ta. Ma noi rac­con­tia­mo tut­to nel libro, pro­prio tut­to. E a pen­sar­ci oggi, que­sto sì, non è anda­ta bene nep­pu­re per i vin­ci­to­ri di allo­ra. Guar­da caso oggi vola la Lega, la cui nasci­ta coin­ci­de pro­prio con la chiu­su­ra dell’esperienza dei col­let­ti­vi poli­ti­ci veneti».

Trat­to da: http://www.padovaoggi.it/attualita/padova-anni-70-autonomi-raccontano-collettivi-politici-potere-operaio-padova-19-gennaio-2019.html

Padova e gli anni ’70: affinità e divergenze tra Autonomia Operaia e Brigate Rosse

Padova e gli anni ’70: affinità e divergenze tra Autonomia Operaia e Brigate Rosse

La secon­da par­te del­l’in­ter­vi­sta ai fra­tel­li Despa­li, pro­ta­go­ni­sti asso­lu­ti del­le vicen­de degli anni Set­tan­ta che han­no dato vita agli “Auto­no­mi”. Il 30 gen­na­io esce il loro libro che rac­con­ta nei det­ta­gli le vicen­de di que­gli anni“

Inter­vi­sta di Ivan Groz­ny Com­pas­so per Pado­vaOg­gi del 26 gen­na­io 2020

A pochi gior­ni dal­l’u­sci­ta de “Gli Auto­no­mi, sto­ria dei col­let­ti­vi poli­ti­ci per il pote­re ope­ra­io”, nel­le libe­rie dal 30 gen­na­io, ecco la secon­da par­te del­l’inter­vi­sta ai due fra­tel­li Despa­li, pro­ta­go­ni­sti asso­lu­ti di una vicen­da che anco­ra oggi divi­de. Far­ci rac­con­ta­re la sto­ria degli anni Set­tan­ta secon­do il pun­to vista dei pro­ta­go­ni­sti è una occa­sio­ne che non pote­va­mo dav­ve­ro lasciar­ci sfug­gi­re. Ma cosa ani­ma­va tan­ti gio­va­ni in que­gli anni cosa era il sogno che si anda­va inse­guen­do: «L’unità dei comu­ni­sti – lo spie­ga Gia­co­mo Despa­li – non era un sogno. In diver­si Pae­si si è dimo­stra­to che è una cosa che pote­va suc­ce­de­re. Non un’utopia, non un sogno ma una pos­si­bi­li­tà con­cre­ta. Oggi mi ren­do con­to che è dif­fi­cil­men­te com­pren­si­bi­le ma allo­ra que­sto si cer­ca­va. Si agi­va tut­ti all’interno di una stes­sa area poli­ti­ca ma c’erano pra­ti­che e dif­fe­ren­ze orga­niz­za­ti­ve tra le varie real­tà. Strut­tu­rar­si come col­let­ti­vi, nel nostro caso, è sta­ta una scel­ta poli­ti­ca e organizzativa».

L’intervista

«Ci strut­tu­ria­mo, non si può lascia­re al caso nul­la. Diven­ta indi­spen­sa­bi­le raf­for­za­re i rap­por­ti inter­ni, sape­re sem­pre chi si ha a fian­co», spie­ga Gia­co­mo. Un aspet­to che per­met­te­rà ai col­let­ti­vi pado­va­ni di rima­ne­re sem­pre uni­ti, anche a fron­te di divi­sio­ni che inve­ce inve­sto­no tan­te real­tà simi­li in tut­ta Ita­lia. «Per riu­sci­re dav­ve­ro a deter­mi­na­re un pro­get­to matu­ro di cam­bia­men­to che met­te insie­me tut­ti colo­ro che agi­va­no all’interno dell’area comu­ni­sta era l’unica pos­si­bi­li­tà per cam­bia­re un Pae­se come il nostro. Ser­vi­va non solo la lot­ta ma anche il ragio­na­men­to, l’analisi, il con­fron­to. Una cre­sci­ta col­let­ti­va che esclu­de il nascon­der­si o la clan­de­sti­ni­tà ma che ha biso­gno di esse­re con­di­vi­sa pub­bli­ca­men­te». Que­sto meto­do orga­niz­za­ti­vo e que­sta scel­ta poli­ti­ca si raf­for­za anco­ra di più dopo l’episodio di Pon­te di Brenta.“

piero despali disegnato da claudio calia per padovaoggi

Un epi­so­dio che segna la vita di un gio­va­nis­si­mo Pie­ro Despa­li che in quel momen­to ha solo 22 anni. La mat­ti­na del 4 set­tem­bre 1975, ver­so le die­ci e tren­ta, alla peri­fe­ria di Pon­te di Bren­ta una pat­tu­glia del­la poli­zia stra­da­le fer­ma una Fiat 128 per un con­trol­lo. Nell’auto vi sono due gio­va­ni, Car­lo Pic­chiu­ra e Pie­ro Despa­li. I due si cono­sco­no ma Despa­li  non sa che Pic­chiu­ra ha scel­to da qual­che gior­no di entra­re nel­le Bri­ga­te Ros­se e di con­se­guen­za in clan­de­sti­ni­tà. Si incon­tra­no qua­si per caso, Despa­li è vici­no casa sua sen­za docu­men­ti e in cia­bat­te. Pic­chiu­ra lo vede, lo fa sali­re in auto dove comin­cia­no una con­ver­sa­zio­ne. I due si cono­sco­no da mol­to tem­po. Così quan­do li fer­ma­no, è il pri­mo dei pas­sag­gi for­ti del­la pri­ma par­te del libro, Pic­chiu­ra pur non essen­do ricer­ca­to, rea­gi­sce. Ne nasce una spa­ra­to­ria in cui per­de la vita l’appuntato Anto­nio Nied­da, che rima­ne ucci­so. Despa­li rima­ne sor­pre­so men­tre le pal­lot­to­le gli fischia­no sopra la testa. Con l’arrivo di altre pat­tu­glie, Pic­chiu­ra e Despa­li ven­go­no arre­sta­ti. La posi­zio­ne di Despa­li vie­ne in poco tem­po chia­ri­ta. Despa­li vie­ne arre­sta­to e mas­sa­cra­to di bot­te in que­stu­ra e pas­sa un mese in iso­la­men­to, dopo­di­ché vie­ne scarcerato.“

«Nel 76 – rac­con­ta Gia­co­mo – il pro­get­to cre­sce e oltre al coin­vol­gi­men­to degli stu­den­ti è for­te anche la com­po­nen­te ope­ra­ia. Negli anni poi aumen­ta sem­pre più il nume­ro di gio­va­ni che scel­go­no di veni­re a stu­dia­re a Pado­va pro­prio per vive­re que­sto tipo di espe­rien­za». Pra­ti­che e idee si dif­fon­do­no tan­to che nasco­no col­let­ti­vi in tut­ta Ita­lia. Nel 1977 c’è l’omicidio di Fran­ce­sco Lorus­so, ucci­so da un pro­iet­ti­le spa­ra­to da un cara­bi­nie­re di leva: «E’ chia­ro che a quel pun­to ci si chie­de se è anco­ra giu­sto che a spa­ra­re sia solo lo Sta­to. E i gior­ni suc­ces­si­vi a Bolo­gna, e soprat­tut­to la mani­fe­sta­zio­ne nazio­na­le di Roma, han­no mobi­li­ta­to cen­ti­na­ia di miglia­ia di per­so­ne, arma­te, per le vie del cen­tro del­la Capi­ta­le. Gia­co­mo cita il bri­ga­ti­sta Mario Moret­ti per pun­tua­liz­za­re un aspet­to: «Lui dice che del “movi­men­to del ‘77” non ci ha mai capi­to un caz­zo, io dico che si vede. Infat­ti loro non han­no sapu­to com­pren­de­re cosa sta­va acca­den­do fuo­ri dal­le fab­bri­che». Le BR in quell’anno rapi­sco­no e ucci­do­no. «Noi ci doman­dia­mo cosa vuol dire usa­re la for­za – inter­vie­ne Pie­ro che rac­con­ta un epi­so­dio acca­du­to a Pado­va – se pen­so a quan­to suc­ces­so al Por­tel­lo nel mag­gio del 1977 dove abbia­mo di fat­to ripro­dot­to situa­zio­ni che sta­va­no acca­den­do a Mila­no e Roma. Quel gior­no abbia­mo mes­so in cam­po un sac­co di ini­zia­ti­ve, le più diver­se. Abbia­mo bloc­ca­to le stra­de, fat­to espro­pri nei super­mer­ca­ti. Gli scon­tri a quel pun­to sono sta­ti ine­vi­ta­bi­li e duris­si­mi. Quat­tro com­pa­gni furo­no arre­sta­ti». Quell’anno comin­cia l’inchiesta del giu­di­ce Calo­ge­ro che por­te­rà agli arre­sti del 7 apri­le 1979 e pro­se­gui­rà con gli arre­sti dell’11 mar­zo 1980. Calo­ge­ro e il suo teo­re­ma che descri­ve Pado­va come la cen­tra­le del ter­ro­ri­smo in Ita­lia. Nel­la vicen­da giu­di­zia­ria si incro­cia­no anche le vite di due giu­di­ci, Calo­ge­ro ovvia­men­te ma anche Palombarini.“

«La let­tu­ra di Palom­ba­ri­ni, che è quel­lo che ci man­da a giu­di­zio – rac­con­ta Pie­ro – si dif­fe­ren­za da quel­la di Calo­ge­ro, pro­prio nell’impostazione. Calo­ge­ro sostie­ne una serie di put­ta­na­te, cioè che ogni real­tà rivo­lu­zio­na­ria agi­sce sot­to una uni­ca regia, che Toni Negri è capo del­le Bri­ga­te Ros­se. Cose che non stan­no né in cie­lo né in ter­ra». Tra gli Auto­no­mi e le Br c’erano visio­ni asso­lu­ta­men­te oppo­ste. Già l’idea di clan­de­sti­ni­tà coz­za con lo sti­le di vita, «noi vive­va­mo, ci diver­ti­va­mo, non ci nascon­de­va­mo affat­to. Non era sacri­fi­cio la lot­ta poli­ti­ca, tutt’altro». Pur non usan­do dei rife­ri­men­ti diret­ti fan­no inten­de­re non solo una visio­ne del mon­do ma anche dell’intendere le bat­ta­glie socia­li. La spa­ra­to­ria di Pon­te di Bren­ta ci dice che i mili­tan­ti poli­ti­ci in que­gli anni si cono­sce­va­no tut­ti anche se appar­te­nen­ti ad altri grup­pi. Era­no ragaz­zi e ragaz­ze mol­to gio­va­ni che ave­va­no spes­so con­di­vi­so gli stu­di, quin­di incon­trar­si non era inso­li­to. «Noi nel libro rac­con­tia­mo anche del­le gam­biz­za­zio­ni ma mai abbia­mo accet­ta­to il con­cet­to e la pra­ti­ca dell’omicidio poli­ti­co. Ovvio che pen­sa­to oggi sem­bra tut­to assur­do. Ma non si può dav­ve­ro para­go­na­re i due perio­di. Più che con­te­stua­liz­za­re biso­gna capi­re quel­lo spe­ci­fi­co momen­to del Nove­cen­to che ave­va un cer­to tipo di carat­te­ri­sti­che. Se lo rap­por­tia­mo ad oggi fac­cia­mo una ope­ra­zio­ne dav­ve­ro sbagliata».

Palom­ba­ri­ni, giu­di­ce istrut­to­re è con­tral­ta­re di Calo­ge­ro, sostie­ne che i col­let­ti­vi, la loro strut­tu­ra, sono sì ban­da arma­ta ma che non c’era nes­su­na regia al di fuo­ri del con­te­sto ter­ri­to­ria­le in cui agi­va­mo. Anche Palom­ba­ri­ni fa una for­za­tu­ra per far pas­sa­re la sua tesi, sor­vo­lan­do anche su limi­ti di tipo giu­ri­di­co». L’arresto di un gio­va­ne, Andrea Migno­ne, fa pre­ci­pi­ta­re le cose dal pun­to di vista del­la repres­sio­ne. La sua casa vie­ne per­qui­si­ta e non vie­ne tro­va­to nul­la. Migno­ne però sa che in casa sua ci sono del­le armi, non dice nul­la agli inqui­ren­ti ma avver­te il padre che inve­ce di far­le spa­ri­re lo denun­cia ai cara­bi­nie­ri. «Una vicen­da che inve­ste anche la moglie dell’arrestato Miriam, che è uno dei miei gran­di dolo­ri – rac­con­ta Pie­ro visi­bil­men­te toc­ca­to – per­ché que­sta ragaz­za sarà dopo addi­ta­ta da tut­ti come una infa­me per­ché si pen­sa sia sta­ta lei a met­te­re gli inqui­ren­ti sul­le trac­ce del­le armi. Men­tre inve­ce lei non ha nes­su­na respon­sa­bi­li­tà. Quel­lo che subi­sce, ed è sta­ta anche trop­po for­te a resi­ste­re a una situa­zio­ne in cui non solo veni­va iso­la­ta ma cari­ca­ta di respon­sa­bi­li­tà che sicu­ra­men­te non ave­va, è tre­men­do, tan­to da por­tar­la a toglier­si la vita. Una tra­ge­dia di cui sia­mo tut­ti respon­sa­bi­li e che si pote­va cer­ca­re di evi­ta­re. Un peso che è dif­fi­ci­le togliersi».

«Sono le nuo­vi gene­ra­zio­ni che devo­no tro­va­re la nuo­va via, ognu­no ha la pro­pria sto­ria. basta che non sia­no i pre­ti però la rispo­sta. Non può esse­re Ber­go­glio il pun­to di rife­ri­men­to. Que­sto è un po’ trop­po. Una figu­ra sug­ge­sti­va, una bra­va per­so­na ma è il Papa, rap­pre­sen­ta un pote­re con le sue con­trad­di­zio­ni inter­ne che nasco­no dal­la pre­oc­cu­pa­zio­ne del­la sua soprav­vi­ven­za di fron­te a cam­bia­men­ti epo­ca­li. Pen­sia­mo al feno­me­no dell’immigrazione, in una Euro­pa a mag­gio­ran­za lai­ca se non atea, la Chie­sa è chia­ro che guar­da a que­ste per­so­ne con inte­res­se. E’ la for­ma mis­sio­na­ria attua­liz­za­ta ai gior­ni d’oggi. Ovvio che di fron­te a tan­to raz­zi­smo la cari­tà sem­bra rivo­lu­zio­na­ria». La fine del­la vostra espe­rien­za coin­ci­de con la nasci­ta del­la Lega, un caso? «Biso­gna non dare il pesce, ma inse­gna­re a pesca­re, è uno dei tan­ti slo­gan che fece suo Umber­to Bos­si tra­sfor­man­do­lo però in una paro­la d’ordine raz­zi­sta. Anche noi dice­va­mo che biso­gna­va cam­bia­re e costrui­re a casa pro­pria, pren­de­re in mano il pro­prio desti­no. Una vol­ta era­no con­cet­ti di sini­stra men­tre oggi si sono tra­sfor­ma­ti in paro­le d’ordine raz­zi­ste e in slo­gan di destra. Que­sto men­tre dall’altra par­te quel­lo che era per noi ciò che anda­va com­bat­tu­to è diven­ta­to oggi il rife­ri­men­to, il pun­to di vista. E’ pro­prio cam­bia­to il mon­do e ades­so è chia­ro che tut­to è anco­ra più dif­fi­ci­le». Una curio­si­tà che mi è venu­ta subi­to dopo aver fini­to il libro è sape­re per­ché non vi sie­te par­la­ti per trent’anni. Come mai Gia­co­mo? «Non sono affa­ri tuoi». Inter­vie­ne Pie­ro che final­men­te si è rilas­sa­to e cer­ca un con­tat­to fisi­co con chi lo sta inter­vi­stan­do. Riden­do que­sta vol­ta dav­ve­ro diver­ti­to, bat­te sul­la spal­le del suo inter­lo­cu­to­re e dice: «Sono caz­zi nostri, certo».

Trat­to da: http://www.padovaoggi.it/attualita/padova-anni-70-affinita-divergenze-autonomia-operaia-brigate-rosse-padova-26-gennaio-2019.html

Socrate a Porto Marghera

Inchiesta, anticipazioni e metodo militante di Guido Bianchini

Gui­do Bian­chi­ni (1926–1998) è sta­to una figu­ra chia­ve dell’operaismo poli­ti­co ita­lia­no, pun­to di rife­ri­men­to del­le lot­te al Petrol­chi­mi­co di Por­to Mar­ghe­ra negli anni Set­tan­ta, instan­ca­bi­le for­ma­to­re del­le suc­ces­si­ve gene­ra­zio­ni mili­tan­ti. Le sue espe­rien­ze di inchie­sta e le rifles­sio­ni sull’uso ope­ra­io del sin­da­ca­to, su tec­no­lo­gia e orga­niz­za­zio­ne pro­dut­ti­va, su rifiu­to del lavo­ro e com­po­si­zio­ne di clas­se, fan­no di Bian­chi­ni un per­so­nag­gio di gran­de impor­tan­za, non solo per la sto­ria del­le lot­te ma anche per la straor­di­na­ria attua­li­tà del­le sue anti­ci­pa­zio­ni teo­ri­che e pratiche.

Pragma: per un dibattito sull’Autonomia

Pub­bli­chia­mo una serie di inter­ven­ti cri­ti­ci, rac­col­ti a segui­to del­la pub­bli­ca­zio­ne de Gli auto­no­mi. Sto­ria dei col­let­ti­vi poli­ti­ci vene­ti per il pote­re ope­ra­io di Gia­co­mo e Pie­ro Despa­li, avve­nu­ta nel gen­na­io 2020.

Indi­ce dei contributi:

• Prag­ma: per un dibat­ti­to sull’Autonomia

Tra il movi­men­to e la Lega, di Gian­fran­co Bettin

Pado­va, Vene­to, la lezio­ne dell’Autonomia, di Gian­mar­co De Pieri

Guar­da­re avan­ti con le spal­le al futu­ro, di Gigi Roggero

«tous ensemble»…per il pote­re ope­ra­io, di Toni Negri

Le lot­te ter­ri­to­ria­li vene­te sul tema del­la salu­te negli anni ’70, di Gian­ni Cavallini

Un rac­con­to straor­di­na­ria­men­te comu­ne, di Gior­gio Moroni

Luo­ghi di comu­ni­tà, di Lan­fran­co Caminiti

Ricor­da­re l’ignoto, di Giu­lia Page

L’immanenza del­la pra­ti­ca, di Ade­li­no Zanini

Pie­ro e Gia­co­mo, sedi­ci gen­na­io due­mi­la­ven­ti, di Clau­dio Calia

Una disci­pli­na di pro­get­to, di Chic­co Funaro

Così vici­no, così lon­ta­no, di Vale­rio Romitelli

Il Vene­to e la «rivo­lu­zio­ne mon­dia­le», di Mau­ri­zio Lazzarato

Vite paral­le­le, di Rache­le Colella

Prag­ma. Sto­ria o rac­con­to?, di Wil­ler Montefusco

L’autonomia con la let­te­ra minu­sco­la, di Fede­ri­co Battistutta

L’ «Auto­no­mia» come atti­tu­di­ne, come postu­ra uma­na e sti­le del­la mili­tan­za, di Omid Firou­zi Tabar

La natu­ra­lez­za e l’impazienza, di Elia Rosati

Sca­va­re nel cie­lo aper­to del­le pos­si­bi­li­tà, di Vero­ni­ca Mar­chio e Giu­sep­pe Molinari

Una rispo­sta ai recen­so­ri, di Mim­mo Ser­san­te, Gia­co­mo Despa­li, Pie­ro Despali

Dall’operaio socia­le all’operaio socia­le: ripas­sa­re all’attacco, di Fran­ce­sco Bedani

Sco­stu­ma­tez­ze. Appun­ti su auto­no­mia e Mez­zo­gior­no, di Anto­nio Bove e Fran­ce­sco Festa

L’Autonomia impos­si­bi­le, di Gio­van­ni Iozzoli

Una chiacchierata tra gli anni ’70 e il presente, con uno sguardo al futuro

Una chiacchierata tra gli anni ’70 e il presente, con uno sguardo al futuro

Nell’ambito del­le pre­sen­ta­zio­ni del pri­mo dei tre volu­mi sull’autonomia ope­ra­ia meri­dio­na­le del­le edi­zio­ni di Deri­veAp­pro­di si è svol­ta, cura­ta dal Labo­ra­to­rio di Mutuo Soc­cor­so Zero81, una “chiac­chie­ra­ta” tra i cura­to­ri del­la tri­lo­gia e Lan­fran­co Cami­ni­ti e Pie­ro Despali.

L’incontro tra Lan­fran­co e Pie­ro è sta­ta un’occasione impor­tan­te all’interno del­la rifles­sio­ne sugli anni set­tan­ta e sul­la sto­ria dell’autonomia (ovvia­men­te in manie­ra par­zia­le e limitata).

Abbia­mo scel­to, d’accordo con i par­te­ci­pan­ti, di resti­tui­re la “chiac­chie­ra­ta” tra­scri­ven­do­la e chie­den­do loro di “rior­di­na­re” i loro interventi.

Que­sto per dare la pos­si­bi­li­tà, a chi non era pre­sen­te a Napo­li e anche a chi ha curio­si­tà, inte­res­se e pas­sio­ne, di cono­sce­re par­te di quel­la sto­ria attra­ver­so le testi­mo­nian­ze di Pie­ro e Lanfranco.

Il tema che è sta­to scel­to – “Nord-Sud uni­ti nel­la lot­ta” ??!! – è sta­ta l’occasione per riper­cor­re­re un pez­zo del­la enor­me sto­ria del­la sov­ver­sio­ne socia­le in Ita­lia ma anche lo sti­mo­lo e lo spun­to per met­te­re a fuo­co, sul tavo­lo dei ragio­na­men­ti, ele­men­ti di attua­li­tà che han­no una por­ta­ta più ampia.

Ci augu­ria­mo di aver reso un buon ser­vi­zio e restia­mo aper­ti a qual­sia­si altro contributo/​integrazione.

Buo­na lettura

Frammenti di vita di un comunista

Argo­men­ti: 11 apri­le 1979, 11 mar­zo 1980, 2022, 7 apri­le 1979, anti­fa­sci­smo mili­tan­te, Anto­nio Negri, atti­vo, Auto­no­mia gior­na­le, Bas­sa Pado­va­na, Bri­ga­te Ros­se, car­ce­re, car­ce­re 2 Palaz­zi, Cen­tro di Comu­ni­ca­zio­ne Comu­ni­sta Vene­to, Cen­tro di docu­men­ta­zio­ne anti­nu­clea­re antim­pe­ria­li­sta, Cen­tro Uni­ver­si­ta­rio Cine­ma­to­gra­fi­co, clan­de­sti­ni­tà, Clau­dio Ceri­ca, Col­let­ti­vi Poli­ti­ci Pado­va­ni per il pote­re ope­ra­io, Col­let­ti­vi Poli­ti­ci Vene­ti per il pote­re ope­ra­io, Col­let­ti­vo Poli­ti­co Pado­va Sud, comi­ta­to lavo­ra­to­ri ACTV, comi­ta­to lavo­ra­to­ri Petrol­chi­mi­co, con­tro­in­for­ma­zio­ne, con­trol­lo ter­ri­to­ria­le, con­tro­po­te­re, docu­men­to blu, Emi­lio Vesce, Fron­te Comu­ni­sta Com­bat­ten­te, Gia­co­mo Despa­li, Giu­sep­pe Talier­cio, Ille­ga­li­tà di mas­sa, leni­ni­smo, lot­ta arma­ta, Lucia­no Mio­ni, maoi­smo, Mestre, Miche­le Spa­da­fi­na, mili­tan­za comu­ni­sta, mili­ta­riz­za­zio­ne del ter­ri­to­rio, Movi­men­to Comu­ni­sta Orga­niz­za­to, not­te dei fuo­chi, nucleo, ope­rai­smo, Pado­va, Par­ti­to Comu­ni­sta Ita­lia­no, Pie­tro Calo­ge­ro, Pie­tro Despa­li, Por­to Mar­ghe­ra, Pote­re Ope­ra­io, Pro­spe­ro Gal­li­na­ri, radio Sher­wood, repres­sio­ne, tron­co­ne vene­to pro­ces­so 7 apri­le, Vene­zia, Vicen­za e provincia

Il processo del 7 aprile e il perché di alcuni silenzi

Gio­van­ni Palom­ba­ri­ni è sta­to Giu­di­ce Istrut­to­re a Pado­va nel­l’in­chie­sta giu­di­zia­ria del cosid­det­to “pro­ces­so del 7 Apri­le – tron­co­ne veneto”

da “Que­stio­ne Giu­sti­zia”, fasci­co­lo 4/​2024, rivi­sta di Magi­stra­tu­ra Demo­cra­ti­ca:  inter­ven­to di Gio­van­ni Palom­ba­ri­ni in occa­sio­ne del Con­ve­gno dedi­ca­to ai sessant’anni di Magi­stra­tu­ra demo­cra­ti­ca – Roma, Cam­pi­do­glio, Sala del­la Pro­to­mo­te­ca, 9–10 novem­bre 2024.

di Gio­van­ni Palombarini

Per coglie­re il sen­so com­ples­si­vo, di fon­do, del pro­ces­so del 7 apri­le 1979, e per capir­ne alcu­ni aspet­ti del tut­to stra­va­gan­ti rispet­to a un nor­ma­le pro­ces­so pena­le, i mol­ti silen­zi, è neces­sa­rio col­lo­car­lo in un ampio perio­do, la secon­da metà del Nove­cen­to, più pro­pria­men­te accan­to alla gran­de vicen­da ita­lia­na, nata e anche fini­ta in quel perio­do, del ten­ta­ti­vo di due sog­get­ti diver­si di por­ta­re il comu­ni­smo alla gui­da del Paese.

La sfi­da poli­ti­ca, anche fuo­ri Pado­va, ma a Pado­va in modo esem­pla­re, para­dig­ma­ti­co, è sta­ta fra i comu­ni­sti sal­da­men­te inqua­dra­ti nel­le orga­niz­za­zio­ni sto­ri­che del movi­men­to ope­ra­io, in par­ti­co­la­re nel Pci, che dal­la Resi­sten­za in poi sem­bra­va diven­ta­re sem­pre più for­te, e i comu­ni­sti che si for­ma­va­no, e così si auto­de­fi­ni­va­no, negli scon­tri socia­li che sta­va­no mol­ti­pli­can­do­si a par­ti­re dall’inizio degli anni ses­san­ta, nel­le fab­bri­che e nel­le scuo­le, richia­man­do­si all’idea del rifiu­to del lavo­ro. Entram­bi i sog­get­ti nel­le loro mani­fe­sta­zio­ni innal­za­va­no la ban­die­ra ros­sa. La nasci­ta dei Qua­der­ni Ros­si nel 1961 e i fat­ti di Piaz­za Sta­tu­to a Tori­no, del luglio 1962, segna­no l’inizio di que­sto feno­me­no, di que­sta sfi­da. Scri­ve­rà Anto­nio Negri qual­che anno dopo: «Nostro com­pi­to è la restau­ra­zio­ne teo­ri­ca del rifiu­to del lavo­ro nel pro­gram­ma, nel­la tat­ti­ca, nel­la stra­te­gia dei comu­ni­sti». Mario Isnen­ghi ha osser­va­to, in pro­po­si­to, che a un cer­to pun­to era matu­ra­to uno scon­tro riso­lu­ti­vo fra due sini­stre: quel­la che anco­ra pren­de­va di richia­mar­si alla “rivo­lu­zio­ne” e non esclu­de­va il ricor­so alla vio­len­za, e quel­la che ave­va smes­so di far­lo – invo­lu­zio­ne o evo­lu­zio­ne che fos­se – in nome del­la Costi­tu­zio­ne e dell’ordine repub­bli­ca­no. Di que­sto scon­tro Pado­va è sta­ta occa­sio­nal­men­te il cen­tro, la spe­ri­men­ta­zio­ne esem­pla­re. Attra­ver­so l’iniziativa del 7 apri­le, le due ipo­te­si “per il comu­ni­smo” si sono dura­men­te scon­tra­te. Quel­la nata più di recen­te ha riven­di­ca­to sem­pre i suoi idea­li. Quan­do la Cor­te d’assise di Pado­va e quel­la d’appello di Roma han­no assol­to le per­so­ne indi­ca­te come i capi del par­ti­to arma­to, in entram­be le aule gli impu­ta­ti e i loro difen­so­ri han­no into­na­to l’Inter­na­zio­na­le.

La cro­na­ca del gior­na­le loca­le Il mat­ti­no di Pado­va die­de l’idea di quel che sta­va suc­ce­den­do, di come comin­cia­va la bat­ta­glia, con que­sto bre­ve arti­co­lo: «Tut­to comin­ciò saba­to 7 apri­le 1979. Alle 10 un aereo atter­rò al “Mar­co Polo” di Tes­se­ra. Ne disce­se­ro una cin­quan­ti­na di uffi­cia­li del­la ex Digos agli ordi­ni di un vice­que­sto­re di Roma, che sali­ro­no su due pull­man, desti­na­zio­ne Pado­va. Nep­pu­re mez­zo­ra dopo la cit­tà era asse­dia­ta da mez­zi blin­da­ti, impos­si­bi­le uscir­ne sen­za incap­pa­re in un posto di bloc­co. L’operazione fu masto­don­ti­ca: 22 ordi­ni di cat­tu­ra, 70 ordi­ni di com­pa­ri­zio­ne e un cen­ti­na­io di per­qui­si­zio­ni domi­ci­lia­ri. Il bli­tz del sosti­tu­to Pie­tro Calo­ge­ro comin­ciò così».

Va pre­mes­so, pri­ma di affron­ta­re il tema dei sor­pren­den­ti silen­zi che han­no carat­te­riz­za­to il pro­ces­so, che la lun­ga sto­ria del con­tra­sto radi­ca­le fra il pub­bli­co mini­ste­ro pado­va­no e il giu­di­ce istrut­to­re ha il pri­mo fon­da­men­to nel­la diver­gen­za sull’esistenza o meno dell’unico par­ti­to arma­to com­pren­si­vo di BR, Pri­ma Linea, Auto­no­mia Orga­niz­za­ta. Per­ché il pm, per soste­ne­re la sua tesi, si è basa­to su una let­tu­ra di docu­men­ti e avve­ni­men­ti che al giu­di­ce istrut­to­re non è appar­sa con­vin­cen­te. «L’AO», dice il pm, «nasce a Pado­va nel cor­so di un semi­na­rio pres­so la Facol­tà di Scien­ze poli­ti­che (…) vie­ne con­ce­pi­ta e rea­liz­za­ta come una com­ples­sa orga­niz­za­zio­ne poli­ti­co-mili­ta­re con arti­co­la­zio­ni este­se a tut­to il ter­ri­to­rio nazio­na­le, aven­ti cia­scu­na un orga­no di dire­zio­ne regio­na­le, col­le­ga­te tra­mi­te que­sto a una strut­tu­ra diret­ti­va cen­tra­le e dota­te nel pro­prio ambi­to di rela­ti­va auto­no­mia». Dun­que c’è un par­ti­to. Ebbe­ne, il giu­di­ce istrut­to­re let­te­ral­men­te non vede tut­to que­sto, in par­ti­co­la­re non tro­va riscon­tri alla tesi dell’unica orga­niz­za­zio­ne este­sa a tut­to il ter­ri­to­rio nazio­na­le. E ciò ha ine­vi­ta­bi­li rifles­si sull’istruttoria, e poi sui giu­di­zi del­le cor­ti del meri­to, che rifiu­te­ran­no, a Pado­va come a Roma, il “teo­re­ma Calo­ge­ro”. E tut­ta­via que­sto teo­re­ma, infon­da­to sul pia­no pro­ces­sua­le ed erra­to nel­la rico­stru­zio­ne di vicen­de sin­go­le e col­let­ti­ve (Auto­no­mia Ope­ra­ia e BR han­no avu­to vicen­de diver­se, Anto­nio Negri e Rena­to Cur­cio han­no avu­to sto­rie diver­se), ha tro­va­to la sua for­za, al di fuo­ri dei pro­ces­si, nel­la per­ce­zio­ne di un feno­me­no rea­le, e cioè che a sini­stra del Pci era nato e si sta­va svi­lup­pan­do nel Pae­se il ten­ta­ti­vo, a più voci e disor­di­na­to, di cer­ca­re una nuo­va stra­da per arri­va­re al comu­ni­smo. Il pm inter­pre­ta tut­to que­sto in modo sche­ma­ti­co e sem­pli­ce, ed erra­to. Dice e scri­ve: «Un uni­co ver­ti­ce diri­ge il ter­ro­ri­smo in Ita­lia. Un’unica orga­niz­za­zio­ne lega Bri­ga­te Ros­se e grup­pi arma­ti dell’Autonomia. Un’unica stra­te­gia ever­si­va ispi­ra l’attacco al cuo­re e alla base del­lo Sta­to».

Il Pci, il 7 apri­le 1979, supe­ra­te tan­te pre­ce­den­ti incer­tez­ze e abban­do­na­to il ten­ta­ti­vo di attri­bui­re a qual­che ser­vi­zio segre­to l’insorgere del feno­me­no, ha ormai chia­ra la natu­ra poli­ti­ca del­la “lot­ta arma­ta”, e ha un’occasione per inflig­ge­re a que­sto peri­co­lo­so con­cor­ren­te un col­po mici­dia­le. Il vec­chio mot­to di René Renoult, “pas d’ennemis à gau­che!”, vie­ne dimen­ti­ca­to. Da quel momen­to in poi, per un lun­go perio­do di tem­po, que­sto par­ti­to ha soste­nu­to l’inchiesta, sen­za ten­ten­na­men­ti, dal suo ini­zio, fino all’inizio degli anni Novan­ta, anche for­nen­do con­cre­te col­la­bo­ra­zio­ni, come l’indicazione di testi­mo­ni. Sareb­be­ro mol­te le cita­zio­ni in pro­po­si­to. Momen­ti impor­tan­ti di que­sta col­la­bo­ra­zio­ne, mol­to valo­riz­za­ti anche dai media, si sono avu­ti quan­do due ade­ren­ti al par­ti­to dichia­ra­ro­no al pm e alla poli­zia di ave­re rico­no­sciu­to la voce di Anto­nio Negri, e anche quel­la del gior­na­li­sta Giu­sep­pe Nico­tri, come quel­le di colo­ro che, duran­te il seque­stro Moro, ave­va­no tele­fo­na­to alla fami­glia per trat­ta­re e, infi­ne, per annun­cia­re la mor­te del seque­stra­to. Fat­to impor­tan­te e discus­so, però non cor­ri­spon­den­te alla real­tà. Qual­che tem­po dopo, con il pro­ce­de­re del­le inchie­ste in varie par­ti d’Italia, si sareb­be potu­to infat­ti sape­re che le voci dei due tele­fo­ni­sti era­no quel­le dei bri­ga­ti­sti Vale­rio Moruc­ci e Mario Moret­ti. Ma Anto­nio Negri, esclu­so a que­sto pun­to che fos­se un com­po­nen­te del­la dire­zio­ne stra­te­gi­ca del­le BR (esclu­se le tele­fo­na­te, nul­la rima­ne­va a suo cari­co, quan­to a BR), rima­ne­va comun­que al cen­tro dell’attenzione del pm Calo­ge­ro con un ruo­lo supe­rio­re. «Appa­re ine­qui­vo­ca­bi­le che il Negri è sta­to in que­sto ulti­mo decen­nio un auten­ti­co moto­re del­la tra­ma ever­si­va»: così avreb­be scrit­to il pub­bli­co mini­ste­ro nel­la sua con­clu­si­va requi­si­to­ria. La posi­zio­ne del Pci rima­se fer­ma. Dun­que “il par­ti­to” del­la lot­ta arma­ta, comun­que, esi­ste­va anco­ra, e anda­va com­bat­tu­to. In que­sto con­te­sto si spie­ga­no alcu­ni cla­mo­ro­si silen­zi di fron­te ad avve­ni­men­ti del pro­ces­so, altri­men­ti inspie­ga­bi­li. È sta­to uti­liz­za­to, il silen­zio, per difen­de­re l’impostazione di fon­do dell’inchiesta, per impe­di­re che ne venis­se intac­ca­ta la cre­di­bi­li­tà. Se è sta­to avvia­to un pro­ces­so pena­le che deve otte­ne­re un deter­mi­na­to risul­ta­to poli­ti­co, non ci si può per­met­te­re di evi­den­ziar­ne even­tua­li sban­da­men­ti fuo­ri dal­le rego­le. Se del caso, si può uti­liz­za­re il silenzio.

Un fat­to ogget­ti­va­men­te cla­mo­ro­so, rima­sto sco­no­sciu­to ai più, è sta­ta la ricu­sa­zio­ne del magi­stra­to desi­gna­to secon­do le “tabel­le” a pre­sie­de­re la Cor­te d’assise di Pado­va, cosa mai avve­nu­ta in pre­ce­den­za a Pado­va. Io ne ho sapu­to ben poco, anche per­ché tut­ta la vicen­da ven­ne con­dot­ta riser­va­ta­men­te. Quel magi­stra­to era ami­co o solo cono­scen­te di qual­cu­no fra gli impu­ta­ti? Ave­va tenu­to qual­che com­por­ta­men­to rien­tran­te nei casi di ricu­sa­zio­ne rego­la­ti dal codi­ce di pro­ce­du­ra pena­le? No. Io non ho chie­sto nien­te a nes­su­no, ho rac­col­to solo com­men­ti volan­ti. Se ne par­la nei cor­ri­doi del tri­bu­na­le, ten­tan­do di capi­re, vi sareb­be­ro ragio­ni di con­ve­nien­za. Si dice che quel pre­si­den­te, fuo­ri dall’esercizio del­le sue fun­zio­ni, in un col­lo­quio infor­ma­le con un col­le­ga sul­le sca­le del tri­bu­na­le, abbia espres­so scet­ti­ci­smo sul valo­re dei docu­men­ti pro­po­sti a soste­gno dell’accusa (“gior­na­let­ti”, li avreb­be defi­ni­ti). Un can­cel­lie­re, pre­sen­te al col­lo­quio, avreb­be infor­ma­to un avvo­ca­to del Pci il qua­le, a sua vol­ta, ne avreb­be rife­ri­to al pm. Tut­ti vole­va­no dare il pro­prio con­tri­bu­to. Lo scon­tro in atto fra le due ipo­te­si di cam­mi­no ver­so il comu­ni­smo pote­va giu­sti­fi­ca­re que­sti incon­sue­ti pas­sag­gi di infor­ma­zio­ni. Ven­ne a par­lar­me­ne Alber­to Fer­ri­go­lo, gior­na­li­sta del Mani­fe­sto. Si dice­va anco­ra – ne par­la­no i gior­na­li­sti – che il pub­bli­co mini­ste­ro, una vol­ta pro­po­sta l’istanza di ricu­sa­zio­ne, si fos­se reca­to alla Cor­te d’appello di Vene­zia per spie­ga­re e soste­ne­re la sua istan­za (in effet­ti, anco­ra oggi è dif­fi­ci­le imma­gi­nar­ne le ragio­ni). A un cer­to pun­to, il pre­si­den­te desi­gna­to si asten­ne; in ogni caso, anche se l’istanza del pm fos­se sta­ta respin­ta, la sua imma­gi­ne pro­fes­sio­na­le avreb­be ripor­ta­to un dan­no. Tut­to ciò avven­ne riser­va­ta­men­te, nes­sun dibat­ti­to pub­bli­co vi è sta­to su que­sto fat­to ecce­zio­na­le, per la stam­pa del Pci non vi era nul­la da eccepire.

Nel pro­ces­so, che vede una ini­zia­le discu­ti­bi­le divi­sio­ne (le accu­se a Negri di BR e del seque­stro Moro a Roma ven­go­no fat­te rapi­da­men­te cade­re), la vicen­da del Pro­fes­sor Lucia­no Fer­ra­ri Bra­vo, impu­ta­to solo di asso­cia­zio­ne sov­ver­si­va fino alla con­te­sta­zio­ne dell’insurrezione, non è for­mal­men­te spie­ga­bi­le. Il pm Pie­tro Calo­ge­ro ave­va tra­smes­so a Roma, qua­le sede com­pe­ten­te, gli impu­ta­ti rag­giun­ti da una dupli­ce impu­ta­zio­ne, cioè anche quel­la di ban­da arma­ta (costi­tu­zio­ne e orga­niz­za­zio­ne del­le BR). Fer­ra­ri Bra­vo ave­va solo asso­cia­zio­ne sov­ver­si­va, come gli altri impu­ta­ti trat­te­nu­ti a Pado­va. I giu­di­ci pado­va­ni ten­ta­ro­no di ricu­pe­ra­re la sua posi­zio­ne, “c’è sta­to un erro­re” dico­no ai giu­di­ci roma­ni, ma sono inu­ti­li gli incon­tri con Achil­le Gal­luc­ci e Fran­ce­sco Ama­to – nono­stan­te il pare­re del pg Ciam­pa­ni, pre­sen­te in un’occasione, “vedre­mo” è la rispo­sta. L’impostazione di fon­do, un uni­co par­ti­to arma­to, anda­va for­te­men­te dife­sa. La real­tà era che Fer­ra­ri Bra­vo, assi­sten­te di Anto­nio Negri alla Facol­tà di Scien­ze poli­ti­che, gode­va di un for­te pre­sti­gio: a par­te gli scrit­ti e la col­la­bo­ra­zio­ne con la rivi­sta Auto­no­mia, non vi era nul­la a suo cari­co ma, anche se non det­to da nes­su­no, era con­si­de­ra­to un diri­gen­te del par­ti­to arma­to. Dun­que, in silen­zio, e nel silen­zio del Pci e del­la sua stam­pa, ven­ne trat­te­nu­to fino a quan­do, con la con­te­sta­zio­ne del rea­to di insur­re­zio­ne, ogni discor­so si chiu­se. Anche per lui la com­pe­ten­za a trat­ta­re il pro­ces­so rima­ne­va a Roma.

Mol­ti impu­ta­ti han­no sof­fer­to lun­ghi perio­di di custo­dia in car­ce­re, anche di anni, pri­ma di esse­re assol­ti. Fra di loro, quan­do è sta­to assol­to da ogni impu­ta­zio­ne con for­mu­la pie­na, Lucia­no Fer­ra­ri Bra­vo, che inu­til­men­te ave­vo ten­ta­to di ricu­pe­ra­re alla mia istrut­to­ria, ave­va sof­fer­to ben cin­que anni di car­ce­ra­zio­ne pre­ven­ti­va. Mi sarei aspet­ta­to che un fat­to così gra­ve susci­tas­se nume­ro­si com­men­ti. Inve­ce l’intero siste­ma poli­ti­co è rima­sto in silen­zio. Di lì a qual­che anno, con l’arrivo di Tan­gen­to­po­li, un eser­ci­to di garan­ti­sti sareb­be entra­to in cam­po per pro­te­sta­re con­tro gli ecces­si di car­ce­ra­zio­ne pre­ven­ti­va, ma nel 1987, l’anno del­la sen­ten­za del­la Cor­te d’assise d’appello di Roma, di fron­te a quel tem­po incre­di­bi­le di custo­dia non ave­va­no tro­va­to nul­la da ridire.

E il Csm? Incon­tran­do per caso a Bolo­gna Fede­ri­co Man­ci­ni, docen­te di dirit­to del lavo­ro, mio ami­co e com­po­nen­te del Csm, mi sono sen­ti­to dire: “sono indi­gna­to per quel che ti stan­no facen­do”. Gli chie­si se il Con­si­glio aves­se qual­co­sa da dire su quan­to sta­va suc­ce­den­do. “Pro­ve­rò a sen­ti­re”. Ma la rispo­sta del Csm fu delu­den­te: il Con­si­glio rima­se in silen­zio, non c’era nes­su­no da tute­la­re. Furo­no in pochi a com­pren­de­re la gra­vi­tà del­la situa­zio­ne, e a scri­ver­ne ripe­tu­ta­men­te. Ricor­do Ros­sa­na Ros­san­da e Lui­gi Ferrajoli.

E però que­sto duel­lo sen­za remo­re si avvia­va a una con­clu­sio­ne ama­ra per entram­bi i con­ten­den­ti. Le Bri­ga­te Ros­se, orga­niz­za­zio­ne ita­lia­na di estre­ma sini­stra costi­tui­ta­si nel 1970 per pro­pa­gan­da­re e svi­lup­pa­re la lot­ta arma­ta rivo­lu­zio­na­ria per il comu­ni­smo, di matri­ce mar­xi­sta-leni­ni­sta, il più nume­ro­so e il più lon­ge­vo grup­po ter­ro­ri­sti­co di sini­stra del Secon­do dopo­guer­ra esi­sten­te in Euro­pa occi­den­ta­le, han­no con­clu­so la loro espe­rien­za nel 1988 con un docu­men­to sot­to­scrit­to da alcu­ni fra i più impor­tan­ti diri­gen­ti. Nel­lo stes­so perio­do si anda­va dis­sol­ven­do l’esperienza dell’Autonomia ope­ra­ia orga­niz­za­ta. Il 9 mar­zo 1985, a Trie­ste, era avve­nu­ta l’uccisione da par­te di agen­ti del­la Digos e del Sisde, del mili­tan­te di Auto­no­mia Ope­ra­ia, Pie­tro Maria Wal­ter Gre­co (det­to “Pedro”). Per ricor­dar­lo, nel 1987 nac­que a Pado­va il Cen­tro socia­le occu­pa­to “Pedro”. Peral­tro, le cro­na­che non han­no più avu­to occa­sio­ne di inte­res­sar­si di ini­zia­ti­ve dell’Autonomia. Appun­to, nel­la secon­da metà degli anni ottan­ta è matu­ra­ta la fine per entram­be le esperienze. 

Nel frat­tem­po, nel giu­gno 1985 fal­li­va il refe­ren­dum sul taglio del­la sca­la mobi­le intro­dot­to l’anno pre­ce­den­te dal Gover­no di Bet­ti­no Cra­xi. Qui si può sim­bo­li­ca­men­te indi­vi­dua­re il momen­to del pas­sag­gio dal­la pri­ma alla secon­da Repub­bli­ca. Dopo qual­che tem­po si for­me­rà il pri­mo Gover­no Ber­lu­sco­ni (1994), nel qua­le con­flui­ro­no, tra gli altri, oltre gli ami­ci del pre­si­den­te, cin­que espo­nen­ti del­la Lega di Umber­to Bos­si, cin­que del Movi­men­to socia­le ita­lia­no e, sor­pren­den­te­men­te, Giu­lia­no Fer­ra­ra, noto gior­na­li­sta ex-Pci. Nel 1991 si era svol­to l’ultimo con­gres­so del Pci, il ventesimo. 

Le ragio­ni di tut­ti que­sti silen­zi? In gene­re, chi valu­ta­va l’inchiesta del 7 apri­le come la neces­sa­ria rispo­sta del­lo Sta­to al ter­ro­ri­smo li ha giu­sti­fi­ca­ti con l’esigenza di non crea­re impic­ci alla meri­te­vo­le ini­zia­ti­va di un’istituzione, la Pro­cu­ra del­la Repub­bli­ca di Pado­va, che con corag­gio ave­va svol­to un suo com­pi­to, quel­lo di con­tra­sta­re la cri­mi­na­li­tà arma­ta. Chi ha soste­nu­to anche poli­ti­ca­men­te quell’inchiesta, come il Pci, li ha con­si­de­ra­ti neces­sa­ri, non solo nel­la pro­spet­ti­va di riu­sci­re a scon­fig­ge­re un peri­co­lo­so assal­to alle isti­tu­zio­ni repub­bli­ca­ne, ma anche per can­cel­la­re dal­la sce­na un temi­bi­le con­cor­ren­te nel­la ricer­ca del comunismo. 

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