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Organismi autonomi e “area dell’autonomia”

Da «Col­le­ga­men­ti» n. 6, Dicem­bre 1974


Una com­pren­sio­ne esat­ta del­la pro­ble­ma­ti­ca orga­niz­za­ti­va, che l’au­to­no­mia ope­ra­ia in gene­ra­le e le strut­tu­re già for­ma­te che essa ha espres­so si tro­va­no ad affron­ta­re, richie­de la defi­ni­zio­ne la più esat­ta pos­si­bi­le dei pro­ces­si di aggre­ga­zio­ne che han­no deter­mi­na­to il for­mar­si del­la cosid­det­ta “area del­l’au­to­no­mia”.
Le com­po­nen­ti che inte­ra­gi­sco­no in que­sto pro­ces­so sono:
- il nasce­re, lo svi­lup­par­si e l’in­te­ra­gi­re di orga­niz­za­zio­ni rea­li in fab­bri­ca e, in misu­ra mino­re sul ter­ri­to­rio. Que­ste orga­niz­za­zio­ni sono costi­tui­te da fran­ge ope­ra­ie più o meno con­si­sten­ti che rom­po­no in manie­ra net­ta con la tra­di­zio­ne rifor­mi­sta e buro­cra­ti­ca per affer­ma­re l’e­si­gen­za di una dire­zio­ne pro­le­ta­ria sul­le lot­te;
- la cri­si di una fascia “estre­mi­sta” di quel ” per­so­na­le poli­ti­co” pro­dot­to dai grup­pi neo­le­ni­ni­sti (Pote­re ope­ra­io, Grup­po Gram­sci, ele­men­ti di sini­stra di Lot­ta con­ti­nua). Que­sta cri­si, moti­va­ta dal­l’im­pos­si­bi­li­tà di costi­tui­re un par­ti­to coe­ren­te­men­te rivo­lu­zio­na­rio, vale a dire capa­ce di por­re la pro­pria can­di­da­tu­ra alla dire­zio­ne del­la clas­se sot­traen­do­la ai rifor­mi­sti, com­por­ta un’a­de­sio­ne di que­sti mili­tan­ti a un’i­po­te­si orga­niz­za­ti­va nuo­va e si defi­ni­sco­no area del­l’au­to­no­mia;
- l’a­zio­ne di pic­co­le buro­cra­zie tra­di­zio­na­li di tipo sta­li­no-maoi­sta (Avan­guar­dia comu­ni­sta, W il comu­ni­smo, il Comi­ta­to comu­ni­sta m‑l di uni­tà e di lot­ta) che taglia­te o taglia­te­si fuo­ri dal pro­ces­so di aggre­ga­zio­ne dei grup­pi mag­gio­ri cer­ca­no di dia­let­tiz­zar­si con i grup­pi ope­rai auto­no­mi per tro­va­re uno “spa­zio a sini­stra” nel­la spe­ran­za abba­stan­za assur­da di poter­si pro­por­re come par­ti­to gui­da.
Non è d’uo­po occu­par­si infi­ne degli ondeg­gian­ti “auto­no­mi­sti”, di rag­grup­pa­men­ti come Re Nudo, il Fuo­ri e le fem­mi­ni­ste, che godo­no del­l’in­vi­dia­bi­le pre­ro­ga­ti­va di poter fare ciò che desi­de­ra­no sen­za reca­re alcun distur­bo o gio­va­men­to di rilie­vo né alla bor­ghe­sia né al pro­le­ta­ria­to, se non per rile­va­re che ciò con­tri­bui­sce ad aumen­ta­re la con­fu­sio­ne gio­can­do sul­l’o­mo­ni­mia che può esser­ci tra auto­no­mia di clas­se e auto­no­mie loca­li o set­to­ria­li.
Un qua­dro così com­ples­so gene­ra ine­vi­ta­bil­men­te una cer­ta con­fu­sio­ne, l’au­to­no­mia sem­bra un vaso adat­to a qual­sia­si con­di­men­to per ogni mine­stra: chi non è o non può defi­nir­si “qual­co­s’al­tro” è “auto­no­mo”. In que­sta situa­zio­ne gio­va­no poco sia i ten­ta­ti­vi di sta­bi­li­re chi “ha capi­to pri­ma” le cose, sia i richia­mi ai prin­ci­pi e soprat­tut­to è inu­ti­le un dibat­ti­to “ideo­lo­gi­co”.
Si trat­ta di ricon­dur­si ai pro­ble­mi con­cre­ti che affron­ta il movi­men­to del pro­le­ta­ria­to dal pun­to di vista teo­ri­co e pra­ti­co, tenen­do pre­sen­te che la pra­ti­ca a cui si rife­ri­sce non è, secon­do una dif­fu­sa con­ce­zio­ne bece­ra e maoi­sta, quel­la dei “mili­tan­ti” che su di essa si “con­fron­ta­no”, ma sem­mai quel­la del­la clas­se nel­la misu­ra in cui si muo­ve in manie­ra anta­go­ni­sta al capi­ta­le.

L’au­to­no­mia pro­le­ta­ria e i grup­pi
Il pri­mo mito, accre­di­ta­to da una visio­ne poli­zie­sca e gior­na­li­sti­ca del­la que­stio­ne dif­fu­sa abbon­dan­te­men­te da «Pano­ra­ma», «l’E­spres­so», «Il Cor­rie­re del­la Sera» e le veli­ne del­la Que­stu­ra, è che i grup­pi ope­rai auto­no­mi com­po­sti da ex-stu­den­ti e sot­to­pro­le­ta­ri (sic!) sia­no il grup­po più cat­ti­vo che “pre­di­ca il rifiu­to del lavo­ro e la riap­pro­pria­zio­ne, cioè il fur­to”.
È evi­den­te che que­sta con­ce­zio­ne tra­vi­sa volu­ta­men­te e com­ple­ta­men­te il rifiu­to del fron­ti­smo con i rifor­mi­sti, del con­trat­tua­li­smo e del­l’op­por­tu­ni­smo, rifiu­to che carat­te­riz­za gli attua­li embrio­ni di auto­no­mia orga­niz­za­ta assie­me alla dife­sa intran­si­gen­te del­la lot­ta pro­le­ta­ria in tut­te le sue for­me lega­li e ille­ga­li.
Secon­do l’o­pi­nio­ne dei que­stu­ri­ni la discri­mi­nan­te fra “grup­pet­ta­ri” e “auto­no­mi” è che i pri­mi sono ragio­ne­vo­li, i secon­di vio­len­ti; i pri­mi paro­lai i secon­di duri.
Gli auto­no­mi sareb­be­ro insom­ma il frut­to più matu­ro o più acer­bo, a secon­da dei gusti o del­le valu­ta­zio­ne, del­la sini­stra extra.
Per­tan­to, l’au­to­no­mia sareb­be sor­ta dal­la cri­si dei grup­pi come nuo­va for­ma orga­niz­za­ti­va di un non meglio pre­ci­sa­to movi­men­to che com­pren­de­reb­be spon­ta­nei­tà ope­ra­ia, stu­den­te­sca, cul­tu­ra­le, mar­gi­na­le, grup­pi e tron­co­ni di grup­pi e chi più ne ha più ne met­ta.
Una valu­ta­zio­ne in ter­mi­ni rea­li por­ta inve­ce a defi­ni­re l’au­to­no­mia pro­le­ta­ria come la con­trad­di­zio­ne irri­nun­cia­bi­le tra le clas­si, esi­sten­te come movi­men­to aper­to o sot­ter­ra­neo capa­ce di dar­si pro­prie for­me orga­niz­za­te fun­zio­na­li ai livel­li di scon­tro che affron­ta.
Cer­ta­men­te esi­ste quin­di una pro­ble­ma­ti­ca orga­niz­za­ti­va, un’e­si­gen­za di cen­tra­liz­za­zio­ne in ter­mi­ni rea­li dato che la clas­se non può eman­ci­par­si come som­ma di grup­pi loca­li ma al con­tra­rio deve, per abo­li­re lo sfrut­ta­men­to, acqui­si­re la capa­ci­tà di espro­pria­re i capi­ta­li­sti e di rior­ga­niz­za­re la pro­du­zio­ne su base mon­dia­le.
D’al­tra par­te que­sta cen­tra­liz­za­zio­ne non può esse­re con­ce­pi­ta come for­za­tu­ra volon­ta­ri­sta del movi­men­to rea­le den­tro un pro­gram­ma pre­co­sti­tui­to. Al con­tra­rio dev’es­se­re la defi­ni­zio­ne con­ti­nua di un pro­gram­ma teo­ri­co-pra­ti­co da par­te dei pro­le­ta­ri stes­si.
Chi si fa pro­pu­gna­to­re di un’or­ga­niz­za­zio­ne con­ce­pi­ta come pas­sag­gio dal­la spon­ta­nei­tà alla dire­zio­ne di una mino­ran­za è per sua stes­sa logi­ca all’in­ter­no del pro­get­to social­de­mo­cra­ti­co (non impor­ta se aper­ta­men­te rifor­mi­sta o “rivo­lu­zio­na­rio” di stam­po leni­ni­sta) di fun­ge­re da cer­vel­lo del­la clas­se ope­ra­ia.
In real­tà il “sal­to” che pro­pon­go­no è quel­lo dal­l’or­ga­niz­za­zio­ne ope­ra­ia lega­ta a pre­ci­si inte­res­si di clas­se alla mili­tan­za di grup­po, all’il­lu­sio­ne di “diri­ge­re” un movi­men­to che si annun­cia ano­ni­mo, sprez­zan­te di capi e di pro­fe­ti, deter­mi­na­to solo dal­l’in­te­res­se ope­ra­io.
Il grup­po non è insom­ma un’or­ga­niz­za­zio­ne “sba­glia­ta” degli ope­rai ma al con­tra­rio l’ul­ti­mo visi­bi­le pro­dot­to del­la cri­si del­la pic­co­la bor­ghe­sia in cer­ca di un ruo­lo da copri­re. Poco impor­ta se riflui­sce nel fron­te con i rifor­mi­sti come i grup­pi mag­gio­ri o si “mili­ta­riz­za” per affron­ta­re lo scon­tro con lo Sta­to in ter­mi­ni trat­ti dal­l’e­spe­rien­za di rivo­lu­zio­ne nazio­nal-popo­la­re (rivo­lu­zio­ne cine­se e cuba­na) o di “fron­te popo­la­re” (resi­sten­za).
In ogni caso è al di fuo­ri del­la logi­ca di clas­se, in ogni caso deve recu­pe­ra­re una tema­ti­ca rifo­mi­sta (fron­te anti­fa­sci­sta e lot­ta alla rea­zio­ne assie­me alla bor­ghe­sia pro­gres­si­sta). Nul­la insom­ma che riguar­di il pro­gram­ma ope­ra­io di riap­pro­pria­zio­ne dei mez­zi di pro­du­zio­ne, di dife­sa dei pro­pri inte­res­si di clas­se con­tro tut­te le altre clas­si, non impor­ta se con­ser­va­tri­ci o “pro­gres­si­ste”.

Rivo­lu­zio­ne poli­ti­ca e rivo­lu­zio­ne socia­le
La dif­fe­ren­za fon­da­men­ta­le tra comu­ni­smo come espres­so dal pro­gram­ma pro­le­ta­rio e il “comu­ni­smo” del­la pic­co­la bor­ghe­sia intel­let­tua­le sta nel­le con­tro­par­ti e nel­le fina­li­tà che que­ste due clas­si assu­mo­no.
La pic­co­la bor­ghe­sia intel­let­tua­le in quan­to clas­se ester­na alla pro­du­zio­ne, addet­ta all’am­mi­ni­stra­zio­ne e alla cir­co­la­zio­ne del valo­re si pone il pro­ble­ma del pote­re come pote­re poli­ti­co, cioè come pote­re sul­l’ap­pro­pria­zio­ne del­le mer­ci pro­dot­te. Il pic­co­lo bor­ghe­se non com­bat­te il modo di pro­du­zio­ne capi­ta­li­sta, ma il fat­to che la ric­chez­za ven­ga distri­bui­ta in base al cri­te­rio (pro­prie­tà pri­va­ta di tipo bor­ghe­se) che lo esclu­de e lo emar­gi­na. (…)
Il pro­le­ta­ria­to come clas­se dei pro­dut­to­ri si oppo­ne alla pro­prie­tà capi­ta­li­sta nel­la sua essen­za di coman­do sul­la pro­du­zio­ne. I pro­le­ta­ri non lot­ta­no sem­pli­ce­men­te con­tro que­sto o quel gesto­re del­la pro­du­zio­ne: ma con­tro il mec­ca­ni­smo stes­so del­la leg­ge del valo­re. Il pote­re al qua­le i pro­le­ta­ri mira­no non è un astrat­to pote­re poli­ti­co dele­ga­to a qual­cu­no, ma il pote­re sul­la pro­du­zio­ne che per­met­te di rove­sciar­ne la natu­ra e le fina­li­tà. (…)

Auto­no­mia pro­le­ta­ria e gli obiet­ti­vi inter­me­di
Un evi­den­te ten­ta­ti­vo di ridur­re l’au­to­no­mia pro­le­ta­ria a sup­por­to di strut­tu­re buro­cra­ti­che è quel­lo di defi­nir­la come un’in­sie­me di obiet­ti­vi “qua­li­fi­can­ti”: riap­pro­pria­zio­ne, sala­rio garan­ti­to, rifiu­to del lavo­ro.
Vede­re così la cosa signi­fi­ca con­fon­de­re il movi­men­to con del­le for­me che a vol­te assu­me, con del­le tap­pe inter­me­die che si dà o che, peg­gio, si cer­ca di dar­gli.
Al con­tra­rio, gli obiet­ti­vi che la clas­se di vol­ta in vol­ta per­se­gue sono ine­vi­ta­bil­men­te deter­mi­na­ti da con­tin­gen­ze par­ti­co­la­ri di luo­go e di tem­po, dal­la for­za ope­ra­ia, dal­l’or­ga­niz­za­zio­ne capi­ta­li­sta, dal peso del­le clas­si inter­me­die e per­si­no da fat­to­ri casua­li. Come esem­pio di que­sta logi­ca abbia­mo visto in que­sti ulti­mi anni il ten­ta­ti­vo di gene­ra­liz­za­re a tut­ta la clas­se ope­ra­ia ita­lia­na gli obiet­ti­vi e le for­me di lot­ta di un suo set­to­re impor­tan­te ma spe­ci­fi­co, cioè quel­li por­ta­ti avan­ti dagli ope­rai del­la Fiat nel­la ver­ten­za del ’68–69.
Lot­ta con­ti­nua, attra­ver­so le assem­blee ope­rai-stu­den­ti, si fece cari­co del­la gene­ra­liz­za­zio­ne di que­sta espe­rien­za, in pra­ti­ca del­la sua mitiz­za­zio­ne. La suc­ces­si­va sto­ria del­l’e­vo­lu­zio­ne di Lc da pre­te­so “coor­di­na­men­to del­le avan­guar­die rea­li” a reg­gi­co­da del rifor­mi­smo è esem­pla­re per com­pren­de­re come que­sto stra­vol­gi­men­to del ruo­lo del­l’or­ga­niz­za­zio­ne rivo­lu­zio­na­ria sia la pre­pa­ra­zio­ne se non la coper­tu­ra a ope­ra­zio­ni neo-buro­cra­ti­che.
Un rischio del gene­re oggi è cor­so dal­l’a­rea del­l’au­to­no­mia nel­la misu­ra in cui vie­ne pro­po­sta una cen­tra­liz­za­zio­ne sugli obiet­ti­vi.
Attra­ver­so que­sto discor­so una serie di tron­co­ni di grup­pi si uni­fi­ca e cer­ca di uni­fi­ca­re anche orga­ni­smi rea­li sul­l’i­dea che oggi il com­pi­to del­l’Au­to­no­mia ope­ra­ia orga­niz­za­ta sia quel­lo di col­pi­re il capi­ta­li­smo visto in una cri­si gra­vis­si­ma.
Que­sta via con­du­ce ad allon­ta­nar­si dagli inte­res­si con­cre­ti del­la clas­se ope­ra­ia, a cen­tra­liz­zar­si sui livel­li “alti” del­lo scon­tro sot­to­va­lu­tan­do tut­ta una serie di tap­pe inter­me­die neces­sa­rie. Peg­gio anco­ra si da spa­zio a due posi­zio­ni non pro­le­ta­rie:
- il vel­lei­ta­ri­smo con­fu­sio­na­rio degli emar­gi­na­ti, la cui spon­ta­nea radi­ca­li­tà è assun­ta come refe­ren­te poli­ti­co, quan­do al mas­si­mo è un aspet­to secon­da­rio del­lo scon­tro;
- le mene dei pic­co­li grup­pi m‑l che solo un ingua­ri­bi­le oppor­tu­ni­smo può far con­si­de­ra­re come for­za di clas­se. (…)
Com­pi­to di una mino­ran­za rivo­lu­zio­na­ria non è quel­lo di espro­pria­re i pro­le­ta­ri del­la com­pren­sio­ne del­la loro lot­ta attra­ver­so il ten­ta­ti­vo di fun­zio­na­liz­zar­la a uno sche­ma pre­co­sti­tui­to, ma al con­tra­rio di ope­ra­re per uno svi­lup­po di que­sta com­pren­sio­ne. (…)

Auto­no­mia pro­le­ta­ria e pro­ble­ma­ti­ca insur­re­zio­na­le
Il sal­to da lot­ta di fab­bri­ca a lot­ta con­tro lo Sta­to sul pia­no gene­ra­le e insur­re­zio­na­le è uno dei pas­sag­gi obbli­ga­ti del movi­men­to che richie­de la mas­si­ma chia­rez­za di valu­ta­zio­ne.
Anco­ra una vol­ta è neces­sa­rio ricon­dur­si alla natu­ra del­lo scon­tro di clas­se e ai suoi spe­ci­fi­ci fini.
Per il pro­le­ta­ria­to il pro­ble­ma mili­ta­re è essen­zial­men­te quel­lo del­la dife­sa sul ter­re­no del­lo scon­tro con l’ap­pa­ra­to mili­ta­re del­la fab­bri­ca e del­lo Sta­to dei livel­li di orga­niz­za­zio­ne rag­giun­ta. Nel­la misu­ra in cui il comu­ni­smo è uno spe­ci­fi­co rap­por­to di pro­du­zio­ne, non è ne impo­ni­bi­le né difen­di­bi­le dal­la “volon­tà” di un cor­po mili­ta­re sepa­ra­to.
Gli ulti­mi anni han­no visto il nasce­re di ipo­te­si orga­niz­za­ti­ve basa­te sul­lo scon­tro “duro e diret­to” con lo Sta­to. È neces­sa­rio cri­ti­car­le nel­la misu­ra in cui i loro pro­po­ni­to­ri pre­ten­do­no di esse­re fuo­ri dal­la logi­ca rifor­mi­sta e neo-buro­cra­ti­ca dei grup­pi. L’ar­go­men­to por­ta­to è che essi non pre­ten­do­no di diri­ge­re il movi­men­to ope­ra­io, ma si limi­ta­no ad agi­re a un livel­lo supe­rio­re.
Le due ipo­te­si su cui si muo­vo­no sono:
- quel­la clas­si­ca che mira a un’or­ga­niz­za­zio­ne for­te­men­te cen­tra­liz­za­ta il cui com­pi­to è di dare del­le indi­ca­zio­ni al movi­men­to duran­te lo scon­tro e il col­po fina­le allo Sta­to nel­la cri­si rivo­lu­zio­na­ria. Que­sta non è che la fac­cia mili­ta­re del­la vec­chia logi­ca di par­ti­to, e non meri­ta un appro­fon­di­men­to;
- l’i­po­te­si gra­dua­li­sta del­la costru­zio­ne di “basi ros­se” all’in­ter­no del­la socie­tà capi­ta­li­sti­ca come pote­re alter­na­ti­vo a quel­lo del­lo Sta­to, capa­ce di svi­lup­par­si pre­fi­gu­ran­do la nuo­va socie­tà. Anche se que­sta con­ce­zio­ne può sem­bra­re più fun­zio­na­le a un’or­ga­niz­za­zio­ne non buro­cra­ti­ca del­la lot­ta, è oppor­tu­no chia­ri­re che si trat­ta di un pro­ces­so orga­niz­za­ti­vo pro­dot­to in situa­zio­ni sto­ri­che com­ple­ta­men­te diver­se da quel­le dei pae­si indu­stria­li e quin­di ela­bo­ra­to da clas­si che nul­la han­no a che vede­re col pro­le­ta­ria­to. (…)
Le situa­zio­ni che han­no pro­dot­to que­sta ipo­te­si sono quel­le di eco­no­mia agri­co­la al cui inter­no soprav­vi­ve una net­ta o alme­no rile­van­te sepa­ra­zio­ne tra Sta­to e socie­tà civi­le. (…)
In effet­ti, il capi­ta­li­smo svi­lup­pan­do­si ha distrut­to que­sto tipo di con­di­zio­ni, uni­fi­can­do il pro­le­ta­ria­to al di là del­le appa­ren­ti divi­sio­ni nazio­na­li, raz­zia­li e cul­tu­ra­li e spaz­zan­do via o subor­di­nan­do a sé ogni for­ma pro­dut­ti­va pre­ce­den­te.
Insom­ma, for­me mili­ta­ri-orga­niz­za­ti­ve rical­ca­te in una logi­ca socio­lo­gi­ca da quel­le di que­sto tipo non pos­so­no che abor­ti­re in bre­ve a nuo­ve for­me di rifor­mi­smo, al di là del­le vel­lei­tà radi­ca­li.
Nel­la real­tà il pro­le­ta­ria­to ten­de a uti­liz­za­re la vio­len­za nel­la misu­ra in cui gli è uti­le a fini spe­ci­fi­ci, crean­do le for­me orga­niz­za­ti­ve più adat­te. Il pro­le­ta­ria­to è per­fet­ta­men­te capa­ce di far­si cari­co del­l’or­ga­niz­za­zio­ne mili­ta­re fun­zio­na­le ai suoi inte­res­si e di sedi­men­ta­re al suo inter­no gli ele­men­ti in gra­do di por­tar­la avan­ti, sen­za biso­gno di alcun mae­stro ester­no in quan­to è uti­liz­za­ta come mez­zo spe­ci­fi­co in con­di­zio­ni sto­ri­ca­men­te determinate. (…)


ROSSO n. 14

gior­na­le den­tro il movimento

  • Edi­to­ria­le – Padro­ni, sin­da­ca­ti e PCI: un fron­te uni­to per la stra­te­gia del­la repressione
  • Mar­ghe­ra – Ristrut­tu­ra­zio­ne al Petrolchimico
  • La cas­sa inte­gra­zio­ne ha le por­te spalancate
  • Mila­no – Ale­ma­gna – Tut­ti cal­mi arri­va la poli­zia operaia
  • Vene­to – Auto­ri­du­zio­ne. Sin­da­ca­to e PCI non gio­ca­no più
  • Roma – L’ac­cor­do sul­le tarif­fe elet­tri­che è una truf­fa: esten­dia­mo l’autoriduzione
  • Repres­sio­ne – Fan­fa­ni chia­ma: rispon­do­no tutti
  • Roma – L’au­to­no­mia ope­ra­ia è sot­to inchiesta
  • Gra­zie a voi signo­ri diri­gen­ti: fir­ma­to un com­pa­gno dal carcere
  • Pro­ces­so Mari­ni: se scam­pi ai fasci­sti ci pen­sa lo stato
  • Ger­ma­nia – La tor­tu­ra d’i­so­la­men­to con­tro i com­pa­gni del­la RAF
  • Mila­no – Sta­ta­le – Sia­mo tut­ti delegati
  • Mila­no – Lascia­te fare ai dele­ga­ti di assemblea
  • Vene­zia – Scuo­la e territorio
  • L’a­bor­to in piazza
  • Non voglia­mo abor­ti­re, ma voglia­mo l’aborto
  • E abor­ti­rai con dolore
  • A Lenin non pia­ce Frank Zappa
  • Eroi­na: pri­ma di mori­re leg­ge­re atten­ta­men­te le istruzioni
  • S.Siro: Da foche ammae­stra­te ad appren­di­sti guerriglieri?
  • Com­pa­gni omo­ses­sua­li… FUORI!
  • La sto­ria
  • Kis­sin­ger apre le ostilità
  • Ana­to­mia e tec­ni­ca di un com­pro­mes­so storico

Assenteismo: un terreno di lotta operaia

Assem­blea auto­no­ma di Mar­ghe­ra (a cura di), Assen­tei­smo: un ter­re­no di lot­ta ope­ra­ia, Nuo­vi edi­to­ri, Pado­va 1975



I mate­ria­li pre­sen­ta­ti in que­sto opu­sco­lo voglio­no esse­re un con­tri­bu­to al dibat­ti­to in cor­so nel movi­men­to sul pro­ble­ma del­la salu­te.
Sia­mo con­vin­ti che un modo cor­ret­to di trat­ta­re la que­stio­ne non pos­sa pre­scin­de­re né dal­la valu­ta­zio­ne del­la con­di­zio­ne ope­ra­ia nel­le fab­bri­che, né dal­l’e­si­gen­za di pro­po­ste orga­niz­za­ti­ve di lot­ta, anche mini­me e par­zia­li.
Nel­l’in­vi­ta­re tut­ti i com­pa­gni ad appro­fon­di­re i temi trat­ta­ti, l’As­sem­blea Auto­no­ma di Por­to Mar­ghe­ra, assu­men­do­si ogni respon­sa­bi­li­tà del­la pub­bli­ca­zio­ne, inten­de rin­gra­zia­re quan­ti, anche da posi­zio­ni poli­ti­che diver­se, han­no con­tri­bui­to alla sua ste­su­ra.

Mar­ghe­ra, gen­na­io 1975

Donne nella lotta armata

Da «Comu­ni­ca­to del Comi­ta­to Tri­ve­ne­to per il sala­rio al lavo­ro domestico»

La pre­sen­za di don­ne nel livel­lo arma­to del­la lot­ta poli­ti­ca ha sor­pre­so lo Sta­to. Quel­lo stes­so Sta­to che, per garan­ti­re a sé e ai padro­ni il mas­si­mo del pro­fit­to, ha pro­trat­to – osce­na­men­te indif­fe­ren­te – fino a oggi la «stra­ge del­le inno­cen­ti» pur di con­ti­nua­re a eser­ci­ta­re un coman­do ter­ro­ri­sti­co sui nostri ute­ri, come sul­le nostre brac­cia.
Gene­ral­men­te era­va­mo con­dan­na­te a mori­re su que­gli stes­si tavo­li da cuci­na dove spen­de­va­mo gran par­te del nostro lavo­ro gra­tui­to o, con un fer­ro da cal­za infi­la­to nel­l’u­te­ro, dis­san­gua­te su que­gli stes­si let­ti dove pro­crea­va­mo e acquie­ta­va­mo la ses­sua­li­tà maschi­le.
Gene­ral­men­te pote­va­mo pian­ge­re sui figli e mari­ti ster­mi­na­ti in guer­ra o con­su­ma­ti in fab­bri­ca o sven­du­ti all’e­ste­ro a bas­so prez­zo.
Gene­ral­men­te pote­va­mo impaz­zi­re di dolo­re duran­te il par­to, «assi­sti­te» da medi­ci sadi­ci, pote­va­mo esse­re vio­len­ta­te e basto­na­te tran­quil­le che le «for­ze del­l’or­di­ne» non sareb­be­ro accor­se né la stam­pa l’a­vreb­be con­si­de­ra­ta una noti­zia rile­van­te. Gene­ral­men­te pote­va­mo come «ope­ra­ie del­la stra­da» (pro­sti­tu­te) esse­re vio­len­ta­te a paga­men­to men­tre lo Sta­to riscuo­te­va la tan­gen­te. Chis­sà per­ché que­sta situa­zio­ne «va stret­ta» a sem­pre più don­ne per cui sem­pre più don­ne, rifiu­tan­do il «loro posto», pren­do­no mil­le stra­de? Lo Sta­to si stu­pi­sce. Gli uomi­ni si stu­pi­sco­no. Noi ci stu­pia­mo che si stu­pi­sca­no. E ades­so venia­mo al pro­ble­ma. Per­ché la ribel­lio­ne del­le don­ne c’è sem­pre sta­ta, ma come non basta la ribel­lio­ne iso­la­ta, così non basta l’in­di­stin­ta «lot­ta di clas­se» anche ai livel­li più «agguer­ri­ti» a costrui­re una for­za di mas­sa alle don­ne sui pro­pri inte­res­si. Per­ché nel­la clas­se esi­ste una pre­ci­sa stra­ti­fi­ca­zio­ne di pote­re che il capi­ta­le ha usa­to e ten­ta di con­ti­nua­re a usa­re fino in fon­do. Fon­da­men­tal­men­te il pote­re del­la sezio­ne più for­te, i sala­ria­ti maschi, con­tro il pote­re del­la sezio­ne più debo­le, le don­ne, che lavo­ra­no 24 ore su 24 sen­za un sala­rio pro­prio.
Ed è pre­ci­sa­men­te que­sta stra­ti­fi­ca­zio­ne che va distrut­ta con la lot­ta, per­ché rap­pre­sen­ta la più gros­sa debo­lez­za del­la clas­se nel suo com­ples­so. I maschi han­no sem­pre lar­ga­men­te usa­to la loro vio­len­za nel­la fami­glia, e fuo­ri, per assi­cu­rar­si i van­tag­gi e i frut­ti del nostro lavo­ro.
Anzi, oggi, ucci­sio­ni di don­ne, vio­len­ze car­na­li e bot­te aumen­ta­no tan­to più quan­to più aumen­ta il rifiu­to da par­te del­le don­ne del lavo­ro e del­la disci­pli­na fami­lia­re. Se non fos­si­mo usci­te dal­le cuci­ne, dal­le came­re da let­to, dal­le fab­bri­che, dagli uffi­ci, dal­le scuo­le, per costrui­re un movi­men­to di mas­sa, un pro­ces­so di lot­ta aper­ta e dichia­ra­ta, a par­ti­re dal pri­mo lavo­ro che ci acco­mu­na tut­te, e che deter­mi­na tut­ta la nostra vita, e, in quan­to lavo­ro non sala­ria­to, la nostra debo­lez­za all’in­ter­no del­la clas­se e il nostro posto subal­ter­no a qua­lun­que livel­lo del­l’or­ga­niz­za­zio­ne di clas­se, anco­ra oggi, non avrem­mo alcu­na garan­zia sul nostro «desti­no». Ci pare ridi­co­lo allo­ra, spe­cie in un momen­to in cui il fem­mi­ni­smo ser­peg­gia in ogni casa, in ogni fab­bri­ca, in ogni uffi­cio, l’at­teg­gia­men­to di chi inda­ga sui «tra­scor­si fem­mi­ni­sti» del­l’u­na o del­l’al­tra. È chia­ro comun­que che, se del­le mil­le stra­de signi­fi­ca­ti­ve, parec­chie don­ne non aves­se­ro scel­to spe­ci­fi­ca­ta­men­te il fati­co­so, aper­to, costruir­si del Movi­men­to fem­mi­ni­sta, non ci sareb­be­ro sta­te né le 10.000 don­ne a Tren­to, né poche mesi dopo, 20.000 don­ne a Roma. Il fem­mi­ni­smo, come movi­men­to che si allar­ga sem­pre più e sem­pre più ha neces­si­tà di orga­niz­za­zio­ne, ha un solo pro­ble­ma, che è quel­lo di deter­mi­na­re la rot­tu­ra del­la fon­da­men­ta­le stra­ti­fi­ca­zio­ne di pote­re all’in­ter­no del­la clas­se, costruen­do un pote­re auto­no­mo alle don­ne sui loro inte­res­si spe­ci­fi­ci, che è l’u­ni­ca for­za deter­mi­nan­te per il pote­re del­la tota­li­tà del­la clas­se. La lot­ta con­tro il lavo­ro sala­ria­to è impo­ten­te a deter­mi­na­re la distru­zio­ne del rap­por­to capi­ta­li­sti­co se non è soste­nu­ta da una lot­ta di mas­sa con­tro il lavo­ro dome­sti­co non sala­ria­to. La lot­ta sul «red­di­to garan­ti­to», fin­ché non c’è sta­to un movi­men­to di don­ne che ha comin­cia­to a par­la­re e a orga­niz­zar­si per il sala­rio al lavo­ro dome­sti­co, non sol­le­ci­ta­va né com­pren­de­va di per sé una lot­ta sul sala­rio dome­sti­co; si par­la­va anche allo­ra di orga­niz­za­zio­ne gene­ra­le del­la clas­se, in real­tà c’e­ra solo la gestio­ne maschi­le del­la lot­ta di clas­se.
Pro­prio tale gestio­ne maschi­le, come non ave­va visto la lot­ta più mas­si­fi­ca­ta che le don­ne da lun­go tem­po ave­va­no con­dot­to, il rifiu­to di diven­ta­re madri, altret­tan­to non ave­va visto il com­por­ta­men­to di mas­sa su cui tale lot­ta si era inne­sta­ta: il rifiu­to del lavo­ro dome­sti­co.
Il rifiu­to del lavo­ro dome­sti­co è sta­to ed è il rifiu­to che sta die­tro a ogni momen­to di lot­ta del­la don­na, per­ché il lavo­ro dome­sti­co è il lavo­ro che deter­mi­na non solo le con­di­zio­ni in cui dob­bia­mo accet­ta­re anche il lavo­ro ester­no e i ser­vi­zi, ma la qua­li­tà com­ples­si­va del­la nostra vita, la nostra ses­sua­li­tà in fun­zio­ne pro­crea­ti­va e le con­di­zio­ni stes­se del­la pro­crea­zio­ne. Quin­di, tan­to per cita­re l’ul­ti­mo e più noto esem­pio di lot­ta a livel­lo di mas­sa del­le don­ne, anche die­tro la lot­ta sul­l’a­bor­to c’è la lot­ta sul lavo­ro dome­sti­co, il rifiu­to del lavo­ro dome­sti­co. Si trat­ta di «sve­la­re» que­sto rifiu­to che sta die­tro a ogni lot­ta pro­prio per riu­sci­re ad appro­fon­dir­lo. Si trat­ta, dal pun­to di vista del­l’au­to­no­mia fem­mi­ni­sta, di tra­sfor­ma­re il com­por­ta­men­to di mas­sa di rifiu­to del lavo­ro dome­sti­co in lot­ta orga­niz­za­ta per la distru­zio­ne del lavo­ro dome­sti­co. Ma solo la richie­sta di sala­rio al lavo­ro dome­sti­co è in gra­do di deter­mi­na­re tale pas­sag­gio.
È su que­sta richie­sta allo­ra che va con­cen­tra­to lo sfor­zo orga­niz­za­ti­vo nel sen­so di riu­sci­re a deter­mi­na­re una mobi­li­ta­zio­ne di mas­sa. Sen­za tale mobi­li­ta­zio­ne, sen­za que­sto sfor­zo orga­niz­za­ti­vo in cui ogni mobi­li­ta­zio­ne per l’a­bor­to deve diven­ta­re allo stes­so tem­po mobi­li­ta­zio­ne per il sala­rio al lavo­ro dome­sti­co, non pos­sia­mo pen­sa­re di instau­ra­re più alti livel­li orga­niz­za­ti­vi che han­no sen­so solo se, par­ten­do dal­l’in­ter­pre­ta­zio­ne degli inte­res­si del­le don­ne, sia­no soste­nu­ti dal movi­men­to di mas­sa del­le don­ne stes­se su tali inte­res­si. Il Movi­men­to fem­mi­ni­sta deve inter­pre­ta­re fino in fon­do i biso­gni espres­si dal­le lot­te del­le don­ne arri­van­do a coglier­ne il biso­gno fon­da­men­ta­le di libe­ra­zio­ne dal lavo­ro dome­sti­co espres­so in tut­te, se vuo­le riu­sci­re a dare alle stes­se un col­le­ga­men­to desti­na­to non solo a dura­re ma soprat­tut­to ad appro­fon­dir­si e a cre­sce­re. E altret­tan­to, nel­la cre­sci­ta del pro­ces­so orga­niz­za­ti­vo deve man­te­ne­re una auto­no­mia fem­mi­ni­sta a tut­ti i livel­li di cre­sci­ta del­l’or­ga­niz­za­zio­ne. Non è un caso, ripe­tia­mo, che la sini­stra maschi­le non aves­se mai visto il lavo­ro dome­sti­co.
Gli uomi­ni, diret­ti desti­na­ta­ri e con­trol­lo­ri del nostro lavo­ro, se fino a ieri non lo ave­va­no visto come tale, cer­ta­men­te oggi non pos­so­no per noi rap­pre­sen­ta­re una garan­zia per la libe­ra­zio­ne dal­lo stes­so. Obiet­ti­va­men­te, l’au­to­no­mia per­ciò anche ai livel­li più alti del­la lot­ta, si rico­no­sce­rà nel tipo di azio­ne, nel­la spe­ci­fi­ci­tà di inte­res­si che que­sta azio­ne por­ta avan­ti cor­ri­spon­den­te­men­te agli inte­res­si su cui il Movi­men­to fem­mi­ni­sta a livel­lo di mas­sa si muo­ve.
E in quan­to i tem­pi, i modi ecc. sia­no appun­to deter­mi­na­ti dal Movi­men­to fem­mi­ni­sta stes­so. Come si sa, i vari livel­li del­la lot­ta non sono mai sta­ti «omo­ge­nea­men­te pro­gram­ma­bi­li» né que­sto è il nostro inten­to.
Nel­la lot­ta ha un sen­so mol­to rela­ti­vo par­la­re di «erro­ri» e di «se era tem­po» o «se non era tem­po». Ha sen­so inve­ce, per­ché i tem­pi e modi «acce­le­ra­ti» o «ritar­da­ti» non appar­ten­go­no ad altri che alle don­ne, che sia­no misu­ra­ti sul Movi­men­to stes­so del­le don­ne. E quin­di, anche un’a­zio­ne spe­ci­fi­ca, per­ché ritor­ni come nuo­vo livel­lo di for­za al Movi­men­to, deve offri­re un’in­di­ca­zio­ne rac­co­gli­bi­le dal­le don­ne stes­se.
Da «Comu­ni­ca­to del Comi­ta­to Tri­ve­ne­to per il sala­rio al lavo­ro dome­sti­co», Pado­va, gen­na­io 1975