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ROSSO n. 16

gior­na­le den­tro il movimento

  • Edi­to­ria­le – Fan­fa­ni per­de, Ber­lin­guer vin­ce, e la clas­se operaia ?
  • Pre­sup­po­sti poli­ti­ci per l’or­ga­niz­za­zio­ne del­l’au­to­no­mia operaia
  • Con­trat­ti: 35x40 – ridu­zio­ne d’o­ra­rio a pari­tà di sala­rio! con­tri­bu­ti degli orga­ni­smi dell’autonomia
  • Rifles­sio­ni gene­ra­li sul­la lot­ta per la casa
  • Ordi­ne pub­bli­co: via libe­ra alla repressione!
  • RFT. lo sta­to social­de­mo­cra­ti­co di polizia
  • Caso Pani­chi. il PCI inven­ta il “mostro” e lo sbat­te in pri­ma pagina
  • Repres­sio­ne: lo sta­to di poli­zia in azione
  • Set­te anni di lot­te nel­le patrie galere
  • Lon­dra: dal­la lot­ta per la casa all’an­ta­go­ni­smo totale
  • Sviz­ze­ra: le lot­te di quar­tie­re dal ’70 al ’73
  • Por­to­gal­lo in marcia

Mollate le menate e menatene l’autore

Clau­dio Lolli

Mol­la­te le mena­te
e mena­te­ne l’autore

«L’e­clis­se del­la can­zo­ne», mi ver­reb­be da dire, se è leci­to che una cosa così ter­rac­quea (o ter­ra-ter­ra) come la can­zo­ne ven­ga para­go­na­ta al dio.
Voglio sem­pli­ce­men­te dire che, se fino a qual­che tem­po fa, la can­zo­ne tro­va­va nel­la sua imme­dia­ta roz­zez­za (sem­pre equi­vo­ca) una pra­ti­ci­tà uti­le per urgen­za, oggi vive (o nascon­de) la con­trad­di­zio­ne di mobi­li­ta­re (a paga­men­to) buo­na fet­ta del­le mas­se gio­va­ni­li (e del­le mas­se-medie) sen­za ave­re nien­te da dire. Oppu­re (che è lo stes­so) dicen­do tut­to in un modo tal­men­te spu­do­ra­to da pri­var­si del­l’u­ni­ca par­ven­za di fun­zio­ne che potreb­be ave­re: l’i­nu­ti­li­tà.
L’oc­chio sto­ri­co dovreb­be far­ci capi­re che il lan­cia­to­re di mes­sag­gi, il can­tau­to­re, ha ere­di­ta­to con fur­bi­zia, maga­ri incon­sa­pe­vo­le, il biso­gno di imma­tu­ri­tà del­l’a­scol­to, ha ere­di­ta­to il popu­li­smo del can­to (di)spiegato, ha ere­di­ta­to la medio­cri­tà del mae­stro di musi­ca e del­l’ar­mo­nia pasco­lia­na, ha ere­di­ta­to infi­ne il suc­ces­so com­mer­cia­le del divo. Ed io non vor­rei che que­sto neces­sa­rio tra­va­glio sfo­cias­se inve­ce che in una sco­mu­ni­ca, in una rin­no­va­ta inve­sti­tu­ra da par­te di chi è nuo­vo alla sce­na poli­ti­ca, e non ha biso­gno di bat­ti­to­ri ne, appun­to, dilan­cia­to­ri.
Non è, natu­ral­men­te, auto­le­sio­ni­smo, ma sem­mai autoi­ro­nia: in ogni caso non cre­do né nel­l’in­ti­mi­smo cre­pu­sco­la­re del­la paro­la che più è tri­ta più è «sen­ti­ta», cioè nel pesca­re nel­la memo­ria come fon­te di miti dol­cia­stri («basta con la can­zo­ne con­so­la­to­ria»), né nel­l’im­pe­gno social­de­mo­cra­ti­co, da fun­zio­na­rio, di chi dice e spie­ga, e cer­ca di ven­de­re il suo «world in pro­gress» (con le con­trad­di­zio­ni annes­se e inter­cam­bia­bi­li, natu­ral­men­te) alle pic­co­le buro­cra­zie loca­li desi­de­ro­se di «cul­tu­ra» («basta con la can­zo­ne impe­gna­ta»).
Basta, pro­ba­bil­men­te, con la can­zo­ne: non per sno­bi­smo né per sen­ti­men­to di cata­stro­fe, ma per­ché oggi dob­bia­mo accor­ger­ci che la can­zo­ne non ha mai con­su­ma­to radi­cal­men­te nes­sun lin­guag­gio e sta quin­di rivo­mi­tan­do lin­guag­gi non dige­ri­ti, così come li ha divo­ra­ti: l’im­pe­gno da, un lato e il roman­ti­ci­smo dal­l’al­tro le sono ser­vi­ti da impos­si­bi­le Alka-SeI­tzer.
«Ma io non ci sto più, dis­se lo spo­so e poi»: non c’è biso­gno di impaz­zi­re per soste­ne­re che oggi «in can­zo­ne» non si può ten­ta­re che qual­co­sa di asso­lu­ta­men­te «inu­ti­le», o comun­que per­lo­me­no di inno­mi­na­bi­le: l’u­ni­co modo per dire qual­co­sa è quel­lo di non dir­lo, per­ché quel «non-dir­lo» sola­men­te può spin­ge­re a fon­do il bot­to­ne del pia­ce­re, o, se vi fa pia­ce­re, del­la com­pren­sio­ne.
È quel­lo che ho cer­ca­to di fare nel mio disco Disoc­cu­pa­te le stra­de dai sogni: pur­trop­po la real­tà non ha volu­to che il suo signi­fi­ca­to rima­nes­se a lun­go ambi­guo: la social­de­mo­cra­zia, irri­ta­ta for­se dai trom­bo­ni, ha subi­to volu­to dimo­stra­re di pos­se­de­re anche i car­riar­ma­ti; l’ul­ti­mo atto non era pre­vi­sto nel copio­ne, vie­ne solo testi­mo­nia­to, con la scam­bia­bi­li­tà del suo lin­guag­gio, nel­l’ul­ti­ma can­zo­ne I gior­na­li di mar­zo, l’u­ni­ca com­po­sta dopo il «fat­tac­cio».
Non spie­ghia­mo più nien­te: il pote­re è chia­ro ed è «uti­le», ed ha anzi biso­gno di gen­te che vada in giro a spie­ga­re la sua evi­den­za, la sua uti­li­tà. Lavo­ria­mo (o lavo­ra­te se vole­te) ad una can­zo­ne asso­lu­ta­men­te inu­ti­le. Del resto, se mi si con­ce­de la cita­zio­ne, cre­do che Ben­ja­min aves­se vera­men­te ragio­ne quan­do dice­va che «l’ar­te per l’ar­te non è sta­ta qua­si mai da pren­der­si alla let­te­ra, è sta­ta qua­si sem­pre una ban­die­ra sot­to cui viag­gia una mer­ce che non si può dichia­ra­re per­ché non ha anco­ra nome».

Disco­gra­fia: Aspet­tan­do Godot (EMI), Un uomo in cri­si Can­zo­ni di mor­te, can­zo­ni di vita (EMI), Can­zo­ni di rab­bia (EMI), Ho visto anche degli zin­ga­ri feli­ci (EMI), Disoc­cu­pa­te le stra­de dai sogni (Ulti­ma spiaggia).

Ho visto anche degli zin­ga­ri feli­ci

E’ vero che dal­le finestre 

Sia­mo noi a far ric­ca la ter­ra
noi che sop­por­tia­mo
la malat­tia del son­no e la mala­ria
noi man­dia­mo al rac­col­to coto­ne, riso e gra­no,
noi pian­tia­mo il mais
su tut­to l’al­to­pia­no.
Noi pene­tria­mo fore­ste, col­ti­via­mo sava­ne,
le nostre brac­cia arri­va­no
ogni gior­no più lon­ta­ne.
Da noi ven­go­no i teso­ri alla ter­ra car­pi­ti,
con che poi tut­ti gli altri
resta­no favoriti.

E sia­mo noi a far bel­la la luna
con la nostra vita
coper­ta di strac­ci e di sas­si di vetro.
Quel­la vita che gli altri ci respin­go­no indie­tro
come un insul­to,
come un ragno nel­la stan­za.
Ma ripren­dia­mo­la un mano, ripren­dia­mo­la inte­ra,
ripren­dia­mo­ci la vita,
la ter­ra, la luna e l’abbondanza.

E’ vero che non ci capia­mo
che non par­lia­mo mai
in due la stes­sa lin­gua,
e abbia­mo pau­ra del buio e anche del­la luce, è vero
che abbia­mo tan­to da fare
e che non fac­cia­mo mai nien­te.
E’ vero che spes­so la stra­da ci sem­bra un infer­no
o una voce in cui non riu­scia­mo a sta­re insie­me,
dove non rico­no­scia­mo mai i nostri fra­tel­li.
E’ vero che bevia­mo il san­gue dei nostri padri,
che odia­mo tut­te le nostre don­ne
e tut­ti i nostri amici.

Ma ho visto anche degli zin­ga­ri feli­ci
cor­rer­si die­tro, far l’a­mo­re
e roto­lar­si per ter­ra.
Ho visto anche degli zin­ga­ri feli­ci
in Piaz­za Mag­gio­re
ubria­car­si di luna, di ven­det­ta e di guerra.


Ma ho visto anche degli zin­ga­ri feli­ci
cor­rer­si die­tro, far l’a­mo­re
e roto­lar­si per ter­ra.
Ho visto anche degli zin­ga­ri feli­ci
in Piaz­za Mag­gio­re
ubria­car­si di luna, di ven­det­ta e di guerra


non riu­scia­mo a vede­re la luce
per­ché la not­te vin­ce sem­pre sul gior­no
e la not­te san­gue non ne pro­du­ce,
è vero che la nostra aria
diven­ta sem­pre più ragaz­zi­na
e si fa cor­re­re die­tro
lun­go le stra­de sen­za usci­ta,
è vero che non riu­scia­mo a par­la­re
e che par­lia­mo sem­pre troppo.

E’ vero che spu­tia­mo per ter­ra
quan­do vedia­mo pas­sa­re un gob­bo,
un tre­di­ci o un ubria­co
o quan­do non voglia­mo incri­na­re
il mera­vi­glio­so equi­li­brio
di un’o­be­si­tà sen­za fine,
di una feli­ci­tà sen­za peso.
E’ vero che non voglia­mo paga­re
la col­pa di non ave­re col­pe
e che pre­fe­ria­mo mori­re
piut­to­sto che abbas­sa­re la fac­cia, è vero
cer­chia­mo l’a­mo­re sem­pre
nel­le brac­cia sbagliate.

E’ vero che non voglia­mo cam­bia­re
il nostro inver­no in esta­te,
è vero che i poe­ti ci fan­no pau­ra
per­ché i poe­ti acca­rez­za­no trop­po le gob­be,
ama­no l’o­do­re del­le armi
e odia­no la fine del­la gior­na­ta.
Per­ché i poe­ti apro­no sem­pre la loro fine­stra
anche se noi dicia­mo che è
una fine­stra sbagliata.

E’ vero che non ci capia­mo,
che non par­lia­mo mai
in due la stes­sa lin­gua,
e abbia­mo pau­ra del buio e anche del­la luce, è vero
che abbia­mo tan­to da fare
e non fac­cia­mo mai nien­te.
E’ vero che spes­so la stra­da ci sem­bra un infer­no
e una voce in cui non riu­scia­mo a sta­re insie­me,
dove non rico­no­scia­mo mai i nostri fra­tel­li,
è vero che bevia­mo il san­gue dei nostri padri,
che odia­mo tut­te le nostre don­ne
e tut­ti i nostri amici.

Ma ho visto anche degli zin­ga­ri feli­ci
cor­rer­si die­tro, far l’a­mo­re
e roto­lar­si per ter­ra,
ho visto anche degli zin­ga­ri feli­ci
in Piaz­za Mag­gio­re
ubria­car­si di luna, di ven­det­ta e di guerra.

Ma ho visto anche degli zin­ga­ri feli­ci
cor­rer­si die­tro, far l’a­mo­re
e roto­lar­si per ter­ra,
ho visto anche degli zin­ga­ri feli­ci
in Piaz­za Mag­gio­re
ubria­car­si di luna, di ven­det­ta e di guerra.

Piaz­za bel­la piazza

Piaz­za, bel­la piaz­za
ci pas­sò una lepre paz­za,
uno lo cuci­nò, uno se lo man­giò,
uno lo divo­rò, uno lo tor­tu­rò,
uno lo scor­ti­cò, uno lo stri­to­lò,
uno lo impic­cò
e del migno­li­no ch’e­ra il più pic­ci­no
più nien­te restò.

Piaz­za, bel­la piaz­za, ci pas­sò una lepre paz­za…
Ci pas­sa­ro­no die­ci mor­ti
i tac­chi, e i legni degli uffi­cia­li,
teste cal­ve, poli­ti­can­ti
un metro e mez­zo sen­za le ali,
ci pas­sai con la bar­ba lun­ga
per copri­re le mie ver­go­gne,
ci pas­sai con i pugni in tasca
sen­za sas­si per le carogne.

Piaz­za, bel­la piaz­za, ci pas­sò una lepre paz­za…
Ci pas­sò tut­ta una cit­tà
cal­da e tesa come un’an­guil­la,
si sen­ti­va bat­te­re il cuo­re,
ci man­cò solo una scin­til­la;
capi­va­mo di esse­re tan­ti
capi­va­mo di esse­re for­ti,
il pro­ble­ma era sola­men­te
come far­lo capi­re ai morti.

Piaz­za, bel­la piaz­za, ci pas­sò una lepre paz­za…
E fu il gior­no del­lo stu­po­re
e fu il gior­no del­l’im­po­ten­za,
si sen­ti­va bat­te­re il cuo­re,
di Leo­ne avrei fat­to sen­za,
si sen­ti­va qual­cu­no urla­re
“solo fischi per quei maia­li,
sia­mo stan­chi di ritro­var­ci
sola­men­te a dei funerali”.

Piaz­za, bel­la piaz­za, ci pas­sò una lepre paz­za…
Ci pas­sa­ro­no le ban­die­re
un tor­ren­te di con­fu­sio­ni
in cui sen­ti­vo che rina­sce­va
l’e­ner­gia dei miei gior­ni buo­ni,
ed era­va­mo dav­ve­ro tan­ti,
era­va­mo dav­ve­ro for­ti,
una sola con­trad­di­zio­ne:
quel­la fila, quei die­ci morti.

Lavoro zero – numero unico

  • Il lavo­ro di vivere
  • Ele­zio­ni: una provocazione
  • L’or­di­ne pubblico
  • Mul­ti­na­zio­na­li
  • Cri­si e lavo­ro domestico
  • Ter­ri­to­rio vene­to e nuo­va for­ma del ciclo
  • Vene­zia: 1700 case da occupare
  • Rifor­ma sani­ta­ria: chi guarisce?
  • Con­trat­to garantito

Criminalizzazione della lotta di classe

AA.VV., Cri­mi­na­liz­za­zio­ne del­la lot­ta di clas­se, Ber­ta­ni edi­to­re, Vero­na 1975



[…] Van­no… sal­go­no sul­la loro mac­chi­na… van­no ver­so il luo­go fis­sa­to del­l’ap­pun­ta­men­to. Lì par­cheg­gia­no l’au­to­mo­bi­le, scen­do­no e si met­to­no a pas­seg­gia­re; poco dopo sul luo­go fis­sa­to del­l’ap­pun­ta­men­to, che era vici­no al cine­ma «Vox» (!), poco dopo vedo­no il pul­mi­no par­cheg­gia­to più in là e Osval­do che aspet­ta.
Sal­go­no sul pul­mi­no con Osval­do e si diri­go­no ver­so Segra­te. Il… il… luo­go dove si diri­ge­va­no non era loro noto, ma era noto sin dal saba­to pre­ce­den­te l’ob­biet­ti­vo. Cioè l’ob­biet­ti­vo del­la sera­ta. Infat­ti ne discus­se­ro con lui saba­to stes­so in pre­sen­za di altri com­pa­gni. A loro quin­di era noto cosa anda­va­no a fare, ma non dove anda­va­no a far­lo.
Nel­la sera­ta di saba­to ave­va­no espres­so, insie­me agli altri, la pro­pria opi­nio­ne cir­ca il tipo di obbiet­ti­vo che dove­va­no met­te­re in atto, ma Osval­do era sta­to in gra­do di impor­re lo stes­so, comun­que, la cosa. Quel­la sera si trat­ta­va di una oppo­si­zio­ne di tipo psi­co­lo­gi­co, ed in par­te anche poli­ti­co; infat­ti accu­sa i due di man­can­za di corag­gio e di cat­ti­va volon­tà.
Il gior­no pre­ce­den­te il 13, li man­dò infat­ti in giro intor­no Mila­no, ver­so, dal­le par­ti, in dire­zio­ne di Ber­ga­mo per ricer­ca­re dei tra­lic­ci, con il com­pi­to di loca­liz­zar­li, misu­rar­li, cal­co­lar­ne le dimen­sio­ni, e per met­ter­li insie­me alla lista di pos­si­bi­li obbiet­ti­vi del­la gior­na­ta.
I due infat­ti fece­ro tut­to que­sto, anda­ro­no ver­so Ber­ga­mo, e indi­vi­dua­ro­no un gros­sis­si­mo tra­lic­cio di cui pre­se­ro le misu­re. Si infan­ga­ro­no anche, solo che… Osval­do poi dis­se che il tra­lic­cio era trop­po distan­te da Mila­no, trop­po lon­ta­no e che lui ave­va già prov­ve­du­to a que­sto. Sem­bra che voles­se sem­pli­ce­men­te met­te­re alla pro­va la… volon­tà di col­la­bo­ra­re dei due ami­ci. Loro di que­sto in fon­do ne era­no da un lato coscien­ti e dal­l’al­tro ten­de­va­no a dimo­stra­re la loro volon­tà. […]
(Dal­la Requi­si­to­ria Defi­ni­ti­va nei Pro­ces­si Fel­trì­nel­li – Bri­ga­te ros­se del Giu­di­ce Vio­la – Pro­cu­ra del­la Repub­bli­ca di Mila­no)

[…] Che si trat­ti di un’as­so­cia­zio­ne di natu­ra poli­ti­ca e segre­ta, costi­tui­ta alfi­ne di com­bat­te­re dal­la clan­de­sti­ni­tà, e con azio­ni vio­len­te, una lot­ta rivo­lu­zio­na­ria con­tro la socie­tà capi­ta­li­sti­ca e bor­ghe­se, per far­ne esplo­de­re le con­trad­di­zio­ni e giun­ge­re, uti­liz­zan­do la lot­ta arma­ta, alla disgre­ga­zio­ne del­lo sta­to in cui det­ta socie­tà si imper­so­na, lo dice l’ab­bon­dan­tis­si­ma pro­du­zio­ne ideo­lo­gi­ca del­le Br e lo con­fer­ma­no le sin­go­le azio­ni cri­mi­no­se poste in atto con un cre­scen­do allar­man­te, ma anche con una rigi­da coe­ren­za.
Non è qui il caso di rifar­si alle ori­gi­ni del movi­men­to, che comun­que sono sta­te esa­mi­na­te e illu­stra­te in un’al­tra istrut­to­ria [v. la Requi­si­to­ria del Giu­di­ce Vio­la, n.d.r.], svol­ta a Mila­no, e del­la qua­le, in cer­to sen­so, que­sta rap­pre­sen­ta la con­ti­nua­zio­ne tem­po­ra­le e logi­ca. D’al­tron­de sarà com­pi­to piut­to­sto del socio­lo­go e del­lo sto­ri­co l’i­den­ti­fi­ca­zio­ne dei con­tri­bu­ti ideo­lo­gi­ci che i più pre­pa­ra­ti rap­pre­sen­tan­ti del­le Br han­no trat­to da dot­tri­ne poli­ti­che ora­mai seco­la­ri qua­li il mar­xi­smo o il sin­da­ca­li­smo rivo­lu­zio­na­rio, o da altre più recen­ti espe­rien­ze, dal­la rivo­lu­zio­ne cine­se alle som­mos­se del ’68, dal­la guer­ri­glia urba­na dei «Tupa­ma­ros» al ter­ro­ri­smo del­le Baa­der-Mei­n­hof. […]
(Dal­la Requi­si­to­ria sul­le Bri­ga­te ros­se del Giu­di­ce Cac­cia – Pro­cu­ra Gene­ra­le del­la Repub­bli­ca di Torino)