«Bisogna rendere ancora più oppressiva l’oppressione già in atto aggiungendovi la coscienza dell’oppressione. Bisogna rendere ancora più infame l’infamia rendendola pubblica. Bisogna costringere questi borghesi a ballare questi rapporti pietrificati intonando la melodia adatta a loro». Così scriveva quasi un secolo e mezzo fa il giovane Marx; che anche lui sia stato un punker? Il «punk-rock» è l’aspetto violento di questo fenomeno culturale giovanile che, ancora una volta, ha il suo epicentro in Inghilterra. Ma esso è già intorno a noi annunciato da queste «giovani bande» con la loro ennesima rivoluzione musicale. Punk vuol dire – alla lettera – immondizia, ma vuoi dire anche non rompeteci più i coglioni! Punk vuoi dire repulsione, provate a mettere questa parola davanti a famiglia, arte, musica, politica e avrete un quadro della società in cui viviamo. Il punker è il «déraciné» della politica, il «compagno» cattivo, antifemminista, menefreghista, razzista, nazionalista e provocatore. Non sa suonare come gli Stones, non sa parlare come Guthrie, bestemmia la regina e gli angeli del focolare. Ma il punker è anche l’uomo del giorno, il nuovo dandy, l’ultimo grido in fatto di abbigliamento, cosmesi e spettacolo. Il punker è alcolizzato e dadaista. Così la sua musica, di cui questa antologia raccoglie i testi, i commenti, le polemiche e la teoria. Un materiale biografico tratto dalle innumerevoli riviste punk che si stampano in Inghilterra e che parlano di musica punk e di stile di vita punk.
Sergio Bologna (a cura di), La tribù delle talpe, Feltrinelli, Milano 1978
Un dibattito sul «movimento del ’77», la sua natura sociale, le sue ideologie. I partecipanti sono perlopiù redattori della rivista «Primo Maggio» e appartengono a diverse generazioni di un medesimo filone della sinistra rivoluzionaria italiana. Quello che da «Quaderni rossi» e «classe operaia» finisce poi nelle organizzazioni Potere operaio e Lotta continua. Crisi di un’ideologia, crisi di una pratica politica, affiorare dell’autonomia. Questo dibattito dà un’immagine assai diversa degli schieramenti e delle posizioni, così come appaiono spesso nelle «mappe dell’ultrasinistra» che la grande stampa, per ricordare anniversari o per celebrare funerali, si diverte a disegnare. Un dibattito che investe non solo il movimento della «nuova sinistra» ma che tocca anche frazioni importanti del movimento operaio e sindacale.
R. Cecchi, G. Pozzo, A. Seassaro, G. Simonelli, C. Sorlini, Centri sociali autogestiti e circoli giovanili, Feltrinelli, Milano 1978
La disgregazione sociale del tessuto urbano delle grandi città ha trovato in Milano una risposta – tutta esterna alle istituzioni – di portata significativa: l’occupazione di decine di stabili da adibire a centri sociali autogestiti ad opera di collettivi giovanili, gruppi femministi, comitati di quartiere, sezioni dell’Unione Inquilini, circoli La Comune e altri organismi di base. Le radici lontane di questi centri sociali sono da ricercarsi nei circoli associativi rifondati dopo la Liberazione, ma le tematiche della partecipazione e dell’egualitarismo sono mutuate dall’esperienza del movimento operaio dal ’68 ad oggi; del tutto originali, anche sul piano teorico, sono i contributi per una nuova concezione del servizio sociale, realizzato nel contesto particolare dell’autogestione, e per la ricerca di ideali e modelli di vita diversi. Questo risulta dall’indagine fatta su una quarantina di centri sociali autogestiti, sulle attività che vi vengono svolte, sulle caratteristiche degli organismi promotori, in particolare dei collettivi giovanili, analizzati nella loro composizione di classe, nelle problematiche esistenziali e politiche e nei principi teorici che hanno portato alla loro aggregazione. La delusione diffusa dopo il 20 giugno ha contribuito alla profonda trasformazione dei centri sociali in circoli giovanili, ma non ha bloccato la loro moltiplicazione, che oggi continua a testimonianza, pur con errori e limiti, del rifiuto di larghi strati di giovani all’integrazione ideologica.
Raffaello Cecchi, nato a Milano nel ’42, laureato in architettura, è assistente incaricato al Politecnico di Milano per il corso di Composizione architettonica. Giò Pozzo, nato a Milano nel ’52, si è laureato in architettura al Politecnico di Milano. Attualmente collabora a giornali e periodici con articoli riguardanti la problematica giovanile. Alberto Seassaro, nato a Milano nel ’39, laureato in architettura, è docente dal ’64 presso il Politecnico di Milano, dove conduce i corsi di Tecnologia e di Igiene edilizia. Giuliano Simonelli, nato a Sondrio nel ’49, laureato in architettura al Politecnico di Milano, si occupa da anni di problemi inerenti i conflitti sociali, con particolare riguardo ai giovani. Claudia Sorlini, nata a Brescia nel ’42, laureata nel ’65 in Scienze biologiche all’Università statale di Milano, assistente ordinario alla facoltà di Agraria della stessa università e professore incaricato di Igiene edilizia presso il Politecnico di Milano, ha pubblicato numerosi lavori su problemi di ecologia e di conflitti sociali sul territorio.
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