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Contro la barbarie del capitale potere operaio per il comunismo

Da un volan­to­ne pub­bli­ca­to da « Ros­so vivo » e « Sen­za Tre­gua», Mila­no, luglio 1976

Com­pa­gni, ogni anno, a miglia­ia di pro­le­ta­ri vie­ne il san­gue agli occhi per un fat­to appa­ren­te­men­te «sen­za sen­so», di cer­to insop­por­ta­bi­le e pro­vo­ca­to­rio: la distru­zio­ne di ton­nel­la­te e ton­nel­la­te di frut­ta, di pro­dot­ti del­la ter­ra in gene­re. Un ente di Sta­to, l’Ai­ma, com­pra la frut­ta per avviar­la «alle fos­se bio­lo­gi­che», per avviar­la a esse­re stri­to­la­ta dai cin­go­li dei trat­to­ri.
La con­trad­di­zio­ne è sol­tan­to appa­ren­te.
La ragio­ne di que­sto «feno­me­no», come si sa, è eco­no­mi­ca: milio­ni di chi­li di pesche, di mele, di pere, di pomo­do­ri ven­go­no distrut­ti per «soste­ne­re i prez­zi». Cioè per far sì che la frut­ta pos­sa esse­re ven­du­ta nei nego­zi e nei super­mar­ket a 700, 800, 1000 lire al chi­lo. Com­pa­gni, i padro­ni e i «tec­ni­ci» del­l’e­co­no­mia par­la­no di «sovrap­pro­du­zio­ne». Ma «sovrap­pro­du­zio­ne» rispet­to a che? For­se rispet­to ai biso­gni, alla vita, del­le don­ne, degli uomi­ni, dei gio­va­ni, dei bam­bi­ni pro­le­ta­ri? Cer­ta­men­te no: sovrap­pro­du­zio­ne rispet­to alla pos­si­bi­li­tà dei padro­ni di rea­liz­za­re il pro­fit­to fon­da­to sul plu­sva­lo­re estor­to al lavo­ro ope­ra­io, rispet­to alla loro pos­si­bi­li­tà di nega­re la sod­di­sfa­zio­ne dei biso­gni del­le mas­se pro­le­ta­rie, di nega­re l’«abbondanza» per­ché que­sta sareb­be la fine del­la con­di­zio­ne su cui si fon­da il regi­me del lavo­ro sala­ria­to: la schia­vi­tù del biso­gno, la costri­zio­ne a ven­de­re la pro­pria for­za lavo­ro per vive­re. Il capi­ta­li­smo, com­pa­gni, è que­sto.
L’e­co­no­mia è scien­za del­la scar­si­tà. Il fine del siste­ma è infat­ti il pro­fit­to, l’ac­cu­mu­la­zio­ne del capi­ta­le – non lo svi­lup­po del­la ric­chez­za gene­ra­le.
Le mer­ci sono solo occa­sio­ni di accu­mu­la­zio­ne di poten­za e di coman­do del capi­ta­le, e solo secon­da­ria­men­te, solo per­ché pos­sa avve­ni­re lo scam­bio (solo per­ché, cioè pos­sa­no esse­re ven­du­te con­sen­ten­do al padro­ne la rea­liz­za­zio­ne del pro­fit­to), sono anche beni uti­li a sod­di­sfa­re alcu­ni «biso­gni», alcu­ne esi­gen­ze di vita. Una mas­sa immen­sa di lavo­ro vie­ne ero­ga­ta da milio­ni di pro­le­ta­ri, non per costrui­re la loro ric­chez­za, non per libe­rar­si dal biso­gno, non per gode­re di una serie di beni e pro­dur­re una ric­ca base mate­ria­le del­la pro­pria esi­sten­za; que­sta mas­sa di lavo­ro ser­ve ad accre­sce­re infi­ni­ta­men­te la poten­za imper­so­na­le del capi­ta­le: que­sta mas­sa enor­me di lavo­ro si cri­stal­liz­za in un mon­te di pro­dot­ti, di mer­ci (mac­chi­na­ri per fab­bri­ca­re altre mer­ci, ogget­ti di con­su­mo, beni), che schiac­cia­no colui che li ha pro­dot­ti e al qua­le non appar­ten­go­no, che vive la pri­va­zio­ne di essi (se sono beni di con­su­mo) o il domi­nio di essi sul­la pro­pria vita (se sono mez­zi di pro­du­zio­ne). Que­ste mer­ci ser­vo­no per­ché han­no un «valo­re», per­ché vie­ne fis­sa­to un loro «prez­zo», per­ché del­la loro ven­di­ta vie­ne rea­liz­za­to un pro­fit­to, che vie­ne inve­sti­to a sua vol­ta e crea altre pos­si­bi­li­tà di suc­chia­re il san­gue ad altri pro­le­ta­ri. Nel regi­me capi­ta­li­sti­co, che vige su sca­la mon­dia­le, la mise­ria di milio­ni di uomi­ni è la con­di­zio­ne del man­te­ni­men­to di que­sto mec­ca­ni­smo di ripro­du­zio­ne. Il capi­ta­li­smo come siste­ma mon­dia­le è in defi­ni­ti­va una gran­de «fab­bri­ca di capi­ta­le», cioè una fab­bri­ca di altro lavo­ro sfrut­ta­to, di altra mise­ria, di altra sepa­ra­zio­ne dei pro­le­ta­ri dal­la pos­si­bi­li­tà del­la ric­chez­za. Com­pa­gni, que­sto avvie­ne nel­la quo­ti­dia­ni­tà del rap­por­to di sfrut­ta­men­to capi­ta­li­sti­co, in ogni minu­to del­la nostra esi­sten­za di pro­le­ta­ri. Ma alcu­ni fat­ti par­ti­co­la­ri visto­si sono come la pun­ta di un ice­berg, e pos­so­no ser­vi­re a ren­de­re que­ste cose chia­re e lam­pan­ti agli occhi di milio­ni di uomi­ni, ai qua­li sve­la­no que­sta real­tà che sta sot­to le appa­ren­ze del­la nostra socie­tà, que­sto «infer­no del­la fab­bri­ca» che vivia­mo quo­ti­dia­na­men­te come pro­le­ta­ri. La que­stio­ne del­la distru­zio­ne del­la frut­ta è uno di que­sti fat­ti. Un altro esem­pio sono gli «omi­ci­di bian­chi»: in Ita­lia muo­re sul lavo­ro un ope­ra­io ogni sei ore. Altret­tan­to rive­la­to­re è un fat­to come quel­lo di Seve­so: la «viet­na­miz­za­zio­ne» di 150.000 pro­le­ta­ri da par­te di una del­le tan­te «fab­bri­che del­la mor­te» che nel capi­ta­li­smo, natu­ral­men­te, vivo­no e pro­spe­ra­no.
Lì la que­stio­ne di fon­do non è una sor­ta di «ecce­zio­na­li­tà» cri­mi­na­le del­l’Ic­me­sa e del­la Roche né la cri­mi­na­le com­pli­ci­tà del­le «pub­bli­che auto­ri­tà», Sta­to cen­tra­le o Enti loca­li che sia­no; né la cate­na schi­fo­sa di omer­tà che attor­no all’e­pi­so­dio è sta­ta costrui­ta.
La vera que­stio­ne è che tut­to que­sto è nor­ma­le, per­ché il capi­ta­li­smo è que­sto, un regi­me che pro­du­ce mer­ci, cioè indif­fe­ren­te­men­te beni uti­li e arne­si di mor­te, fri­go­ri­fe­ri e bom­be ato­mi­che, cioc­co­la­ti­ni o defo­lian­ti. Il Tcdd, il vele­no del­la «nube tos­si­ca» che sta­gna alla peri­fe­ria di Mila­no, è una mer­ce, que­sta è la sua carat­te­ri­sti­ca gene­ra­le.
Il capi­ta­li­smo è il regi­me del lavo­ro sala­ria­to e del­la pro­du­zio­ne di mer­ci a mez­zo di coman­do, e può indif­fe­ren­te­men­te distrug­ge­re beni di sus­si­sten­za pri­ma­ria o com­bi­na­re ele­men­ti chi­mi­ci capa­ci di sca­te­na­re spa­ven­to­si pro­ces­si di distru­zio­ne del­la vita. Com­pa­gni, ogni gior­no, i gior­na­li di par­te capi­ta­li­sti­ca, da quel­li del tra­di­zio­na­le ceto bor­ghe­se a quel­li del­la nuo­va social­de­mo­cra­zia auto­ri­ta­ria, dal « Cor­rie­re del­la Sera » a «l’U­ni­tà », assu­mo­no toni da «civi­liz­za­to­ri». Ma, com­pa­gni, qua­le «civil­tà»? Anco­ra una vol­ta, oggi, biso­gna affer­ma­re che l’al­ter­na­ti­va è: comu­ni­smo o bar­ba­rie. Per­ché, com­pa­gni, la bar­ba­rie è que­sta. È la com­pres­sio­ne distrut­ti­va del­lo svi­lup­po del­le for­ze pro­dut­ti­ve socia­li per impe­dir­ne la libe­ra­zio­ne, per impe­di­re la pos­si­bi­li­tà del­la ric­chez­za gene­ra­le. La bar­ba­rie moder­na, com­pa­gni, vive nel­l’in­fer­no quo­ti­dia­no del­la fab­bri­ca socia­le, nel­l’in­fer­no del­lo sfrut­ta­men­to e in quel­lo del­l’e­mar­gi­na­zio­ne e del­la mise­ria. Com­pa­gni, que­sta è già guer­ra: nel mas­sa­cro quo­ti­dia­no degli omi­ci­di bian­chi, nei ritua­li mas­sa­cri di Pasqua e Fer­ra­go­sto sul­le auto­stra­de a glo­ria del­la Fiat, nel­la noci­vi­tà socia­le degli inqui­na­men­ti, nel­la medi­ci­na che ucci­de, nel­le for­me che met­to­no in evi­den­za la natu­ra del­la «civi­liz­za­zio­ne» capi­ta­li­sti­ca. Ope­rai, pro­le­ta­ri, com­pa­gni, gli uomi­ni di que­sto regi­me han­no l’ar­di­re di bol­la­re come atten­ta­to alla «civi­liz­za­zio­ne», alla «soli­da­rie­tà demo­cra­ti­ca», l’u­ni­ca pra­ti­ca razio­na­le e legit­ti­ma per gli ope­rai e i pro­le­ta­ri: la distru­zio­ne di que­sto sta­to di cose, il pro­gram­ma comu­ni­sta, la for­za orga­niz­za­ta, la volon­tà di dit­ta­tu­ra ope­ra­ia, la vio­len­za pro­le­ta­ria. Pen­sa­te a quan­to è ridi­co­lo, e cri­mi­na­le, chi star­naz­za sui gio­va­ni pro­le­ta­ri che lan­cia­no una «molo­tov» con­tro una vetri­na, e inve­ce fa discor­si «ragio­ne­vo­li», mode­ra­ti sul fat­to che 150.000 pro­le­ta­ri pos­sa­no sape­re da un gior­no all’al­tro di esse­re sta­ti viet­na­miz­za­ti, i cam­pi distrut­ti col napalm, la mer­ce pro­dot­ta dal­la fati­ca del­la loro gior­na­ta lavo­ra­ti­va capa­ce di sov­ver­ti­re il codi­ce gene­ti­co che pre­sie­de alla vita del­le gene­ra­zio­ni futu­re. Di fron­te a que­ste occa­sio­ni di pre­sa di coscien­za e di cri­ti­ca teo­ri­ca e pra­ti­ca appa­re chia­ro che i pro­le­ta­ri non han­no da per­de­re che le loro cate­ne; che con­tro que­sto regi­me socia­le, con­tro que­sta «civil­tà» tut­to è legit­ti­mo, che «una rapi­na in ban­ca è nien­te a con­fron­to del­la fon­da­zio­ne di una ban­ca, che l’o­mi­ci­dio è nien­te di fron­te al lavo­ro». Com­pa­gni pro­le­ta­ri, alla dit­ta­tu­ra capi­ta­li­sti­ca si può sfug­gi­re. Oggi il comu­ni­smo è pos­si­bi­le e neces­sa­rio, il comu­ni­smo è matu­ro. Que­sta chia­rez­za vive nel­la pro­fon­di­tà e irre­ver­si­bi­li­tà del­la cri­si capi­ta­li­sti­ca, vive nel­l’u­ni­fi­ca­zio­ne del­le mas­se pro­le­ta­rie attor­no a una radi­ca­li­tà sen­za pre­ce­den­ti di biso­gno, a un livel­lo estre­ma­men­te alto, di auto­no­mia socia­le, all’e­mer­gen­za di un siste­ma di biso­gni che muo­ve il costi­tuir­si del movi­men­to pro­le­ta­rio in una for­mi­da­bi­le mac­chi­na desi­de­ran­te. Que­sta matu­ri­tà sta nel­la coscien­za del­la nuo­va pos­si­bi­li­tà del­la ric­chez­za che vive nel­l’e­nor­me svi­lup­po del­le for­ze pro­dut­ti­ve, nel­la scien­za, nel­la tec­ni­ca, nel­la coo­pe­ra­zio­ne socia­le, nel­l’in­tel­li­gen­za pro­dut­ti­va del­l’in­di­vi­duo socia­le pro­le­ta­rio. Com­pa­gni, non esi­ste alcu­na «ogget­ti­vi­tà» eco­no­mi­ca: si trat­ta pura­men­te e sem­pli­ce­men­te di una que­stio­ne di rap­por­ti di for­za. Com­pa­gni, com­pa­gne, le misu­re che la clas­se ope­ra­ia può e deve pren­de­re di fron­te all’av­ve­le­na­men­to di tut­to il ter­ri­to­rio-nord di Mila­no e ai rifles­si di que­sto avve­le­na­men­to su tut­ta la cit­tà, sono altret­tan­to dure, altret­tan­to deter­mi­na­te e dra­sti­che di quan­to appa­re cini­ca­men­te deter­mi­na­to il pro­gram­ma capi­ta­li­sta di distru­zio­ne coscien­te, di rischio cal­co­la­to del geno­ci­dio pro­le­ta­rio. A miglia­ia, ogni anno, i pro­le­ta­ri nel­le fab­bri­che muo­io­no stri­to­la­ti diret­ta­men­te dal­la mac­chi­na di pro­du­zio­ne; nel­la zona-nord con in testa fab­bri­che come l’Ic­me­sa, l’Ac­na, la Snia di Vare­do e di Cesa­no la noci­vi­tà per ope­ra­ie e ope­rai è tan­to alta da esse­re di con­ti­nuo mor­ta­le: ma oggi, oggi i padro­ni ren­do­no orga­ni­co il loro atten­ta­to alla vita dei pro­le­ta­ri e rivol­go­no la loro pro­du­zio­ne bel­li­ca non solo in lon­ta­ni Viet­nam, così ognu­no si sal­va con la soli­da­rie­tà a paro­le, ma diret­ta­men­te qui, con­tro i pro­le­ta­ri di qui. La nube tos­si­ca era in aggua­to da anni, da sem­pre, ogni gior­no e ogni not­te come da sem­pre for­ze altret­tan­to distrut­ti­ve sono in aggua­to e pos­so­no sca­te­nar­si con spa­ven­to­sa poten­zia­li­tà distrut­ti­va.
La pos­si­bi­li­tà del­l’in­ci­den­te è una rego­la e nes­sun codi­ce pena­le puni­sce la cri­mi­na­li­tà poten­zia­le che c’è die­tro il più pic­co­lo atto, il più pic­co­lo mec­ca­ni­smo del­l’in­gra­nag­gio capi­ta­li­sti­co. La «viet­na­miz­za­zio­ne» di 150.000 pro­le­ta­ri è nor­ma­le: il capi­ta­li­smo è una «fab­bri­ca di lavo­ro sfrut­ta­to», una fab­bri­ca di pro­fit­ti; la carat­te­ri­sti­ca pri­ma­ria del Tcdd è pri­ma di tut­to quel­la di esse­re una mer­ce. La nube di Seve­so, due chi­lo­gram­mi e mez­zo di dios­si­na, dimo­stra nel rove­scio che oggi non è più pos­si­bi­le non sape­re, far fin­ta di non sape­re. Gli ope­rai del­l’Ic­me­sa, i tec­ni­ci, sape­va­no e san­no che, coop­ta­ti con alti sala­ri e sti­pen­di, con lavo­ro nero e straor­di­na­rio, nel­lo sfrut­ta­men­to ope­ra­io più bestia­le, costrui­va­no e pro­du­ce­va­no mor­te per sé e per altri. Il Con­si­glio di fab­bri­ca lo sape­va e lo sape­va­no sia le cosid­det­te auto­ri­tà loca­li, sia i sin­da­ca­ti pro­vin­cia­li. Oggi lo san­no tut­ti gli ope­rai: la que­stio­ne non è più ristret­ta al pic­co­lo nucleo di ope­rai del­l’Ic­me­sa né tan­to meno alle cosid­det­te auto­ri­tà né ai sin­da­ca­ti, que­sto è un pro­ble­ma di tut­ta la clas­se ope­ra­ia! Com­pa­gni, lo Sta­to cir­con­da con i caval­li di fri­sia e le sue trup­pe le zone avve­le­na­te che si allar­ga­no sem­pre di più, i sin­da­ca­ti chie­do­no con­trol­li e orga­niz­za­zio­ne dei ser­vi­zi sani­ta­ri, «l’U­ni­tà» chie­de con­trol­li e, anco­ra una vol­ta, il rico­no­sci­men­to del­la mor­te come malat­tia pro­fes­sio­na­le.
I sin­da­ca­ti demo­cri­stia­ni che han­no da sem­pre dato car­ta bian­ca alle fab­bri­che del­la mor­te, e Comu­nio­ne e libe­ra­zio­ne, l’or­ga­niz­za­zio­ne inte­gra­li­sta e cor­po­ra­ti­va che anco­ra ritie­ne di aver dirit­to di paro­la in zona pro­le­ta­ria, ten­ta­no in ogni modo (con la disin­for­ma­zio­ne, la dema­go­gia e la mani­po­la­zio­ne dei dati) di non esse­re tra­vol­ti dal­la rea­zio­ne pro­le­ta­ria.
Comu­nio­ne e libe­ra­zio­ne pro­po­ne, oggi, di difen­de­re il «pro­prio foco­la­re» ai pro­le­ta­ri: un foco­la­re di mise­ria, di sfrut­ta­men­to, di sot­to­mis­sio­ne, di mor­te.
La Demo­cra­zia cri­stia­na e le sue arti­co­la­zio­ni cer­ca­no di por­ta­re a ter­mi­ne, come sem­pre, l’o­pe­ra di distru­zio­ne del capi­ta­le, per otte­ne­re assie­me geno­ci­dio pro­le­ta­rio e con­sen­so pro­le­ta­rio alla pro­pria distru­zio­ne! Ope­rai, pro­le­ta­ri, la clas­se ope­ra­ia deve rom­pe­re que­sto ghet­to di pau­ra, di ricat­to, di impo­ten­za. Il capi­ta­le, tan­to più evi­den­te­men­te cri­mi­na­le quan­do si appli­ca alle pro­du­zio­ni di guer­ra, va col­pi­to con ogni mez­zo: la distru­zio­ne e il sabo­tag­gio di que­ste pro­du­zio­ni è all’or­di­ne del gior­no!
La chiu­su­ra e il bloc­co di que­ste pro­du­zio­ni è all’or­di­ne del gior­no! Il pro­ble­ma del­l’oc­cu­pa­zio­ne è altra cosa, su altra sca­la di fron­te alla dimen­sio­ne di tut­to ciò! All’Ic­me­sa, oggi, i diri­gen­ti, i fun­zio­na­ri del capi­ta­le che in que­sto caso non solo han­no col­la­bo­ra­to alla mac­chi­na del­lo sfrut­ta­men­to e del domi­nio sui pro­le­ta­ri, ma anche al fun­zio­na­men­to del­la mac­chi­na spe­ci­fi­ca di distru­zio­ne a fini di pro­fit­to, devo­no ave­re nel­la fab­bri­ca un puro ruo­lo di ostag­gi fin­tan­to­ché il loro ordi­gno mostruo­so non sarà sta­to disin­ne­sca­to. La Roche va col­pi­ta in ogni sua dimen­sio­ne pro­dut­ti­va, ispet­to­ri, medi­ci e auto­ri­tà loca­li con­ni­ven­ti van­no segna­la­ti e inter­det­ti con la stes­sa deter­mi­na­zio­ne con cui scien­te­men­te ogni gior­no atten­ta­no alla nostra vita. Per quan­to riguar­da il ter­ri­to­rio nes­su­no può pen­sa­re di rico­strui­re le con­di­zio­ni di vita e di lavo­ro pre­e­si­sten­ti alla «nube».
Per­ché la vita degli ope­rai del­l’Ic­me­sa e del nord-Mila­no era già ipo­te­ca­ta da un regi­me di distru­zio­ne.
Per­ché i lavo­ra­to­ri del­l’Ic­me­sa pro­du­ce­va­no ogni gior­no la loro mor­te e la pos­si­bi­li­tà di mor­te per miglia­ia di pro­le­ta­ri, per­ché a que­sto li costrin­ge­va la rego­la spie­ta­ta del regi­me capi­ta­li­sta, la costri­zio­ne a ven­de­re la for­za-lavo­ro per vive­re! Com­pa­gni, gli ope­rai che lavo­ra­no all’Ic­me­sa, coscien­ti o meno di ciò che pro­du­ce­va­no, han­no oggi la pos­si­bi­li­tà di riscat­tar­si da lun­ghi anni di bestia­le sfrut­ta­men­to e iso­la­men­to dal resto del­la clas­se ope­ra­ia. Deb­bo­no gui­da­re la bat­ta­glia sen­za quar­tie­re all’ap­pa­ra­to deci­sio­na­le del­la Roche, deb­bo­no gui­da­re la bat­ta­glia alla distru­zio­ne del­le pro­du­zio­ni noci­ve nel­la zona, deb­bo­no gui­da­re la bat­ta­glia per uni­re le pic­co­le fab­bri­che pro­dut­tri­ci di mor­te che in que­sta e in altre zone con­ti­nua­no a lavo­ra­re. Ope­rai del­l’Ic­me­sa! Pro­le­ta­ri! In que­sti anni la schia­vi­tù del biso­gno vi ha costret­ti a esse­re ogget­ti­va­men­te agen­ti di una del­le più mostruo­se sezio­ni del capi­ta­le.
Oggi la vostra pos­si­bi­li­tà di riscat­to pas­sa per la scel­ta di apri­re con­tro padro­ni, Roche, Sta­to del­le mul­ti­na­zio­na­li, una lot­ta sen­za quar­tie­re. Non pote­te cer­to affi­da­re la garan­zia del vostro sala­rio a una ripre­sa di que­ste pro­du­zio­ni di mor­te.
Non sono legit­ti­me solu­zio­ni indi­vi­dua­li o set­to­ria­li: è alla clas­se ope­ra­ia, alla auto­ri­tà socia­le che deri­va alle sue avan­guar­die comu­ni­ste dal ruo­lo che han­no svol­to nel­le lot­te auto­no­me ope­ra­ie e pro­le­ta­rie che dove­te rife­rir­vi. Ope­rai del­l’Ic­me­sa! Pro­le­ta­ri. La clas­se ope­ra­ia si assu­me tut­to il pro­ble­ma: quel­lo imme­dia­to del­le case, del sala­rio, del­le don­ne e dei bam­bi­ni col­pi­ti, da subi­to.
La sezio­ne ita­lia­na del­la clas­se ope­ra­ia inter­na­zio­na­le ha la for­za e la matu­ri­tà suf­fi­cien­te per decre­ta­re – sul cam­mi­no del­l’ab­bat­ti­men­to del regi­me capi­ta­li­sti­co e del­la costru­zio­ne di una nuo­va socie­tà – la fine del­le pro­du­zio­ni che ser­vo­no a orga­niz­za­re la mor­te, il geno­ci­dio, la distru­zio­ne dei proletari.

Resta in vigore il decreto operaio

Da ”Sen­za tregua’’

Com­pa­gne, com­pa­gni, nel­le lot­te del­la Car­lo Erba e Car­lo Erba Stru­men­ta­zio­ne di que­sti mesi c’è il segno pro­fon­do del­la svol­ta deci­si­va che sta pren­den­do lo scon­tro tra le clas­si in Ita­lia.
Il biso­gno di comu­ni­smo del pro­le­ta­rio e la pra­ti­ca del pote­re ope­ra­io si scon­tra­no con la volon­tà fero­ce di par­te capi­ta­li­sti­ca di schiac­cia­re la clas­se ope­ra­ia e pro­le­ta­ria, rubar­le i frut­ti di anni di lot­te, ribut­tar­la – con l’at­tac­co alle avan­guar­die rivo­lu­zio­na­rie, all’or­ga­niz­za­zio­ne auto­no­ma, con la ristrut­tu­ra­zio­ne, con i licen­zia­men­ti diret­te e indi­ret­ti (gio­va­ni, don­ne ecc.) e con l’at­tac­co al sala­rio – nel­lo sfrut­ta­men­to degli anni più neri. Tut­to que­sto è con­di­zio­ne per i padro­ni e per lo Sta­to per impor­re un nuo­vo coman­do sul­la clas­se ope­ra­ia, sul pro­le­ta­ria­to; sono le con­di­zio­ni per distrug­ge­re la nostra for­za. Vi è poi un altro aspet­to impor­tan­te che è l’i­deo­lo­gia con cui si cer­ca con­ti­nua­men­te di far­ci capi­re che sono giu­sti gli aumen­ti dei prez­zi, la disoc­cu­pa­zio­ne e che, se non sono giu­sti, sono giu­sti­fi­ca­ti, e che comun­que biso­gna sta­re buo­ni per­ché c’è la cri­si e «dob­bia­mo sal­va­re l’e­co­no­mia, la demo­cra­zia, le isti­tu­zio­ni demo­cra­ti­che». La demo­cra­zia ha volu­to e vuol dire che i capi­ta­li­sti coman­da­no e si arric­chi­sco­no men­tre per gli ope­rai e i pro­le­ta­ri signi­fi­ca obbe­di­re, lavo­ra­re per loro ed esse­re sem­pre più sfrut­ta­ti.
«Sal­va­re l’e­co­no­mia» per noi vuol dire con­ti­nua­re a ven­de­re le nostre teste, le nostre brac­cia, la salu­te, la vita per tirar­ci fuo­ri da vive­re, men­tre la ric­chez­za da noi pro­dot­ta ci vie­ne estor­ta. Le «isti­tu­zio­ni demo­cra­ti­che» ser­vo­no a garan­ti­re il regi­me socia­le del­lo sfrut­ta­men­to. La poli­zia, i cor­pi sepa­ra­ti del­lo Sta­to ser­vo­no a difen­de­re le «isti­tu­zio­ni demo­cra­ti­che» man­te­nen­do l’or­di­ne pub­bli­co e cioè, l’or­di­ne del­lo sfrut­ta­men­to, dei pri­vi­le­gi, del­le ingiu­sti­zie. È a par­ti­re da que­sto dibat­ti­to, dal­la veri­fi­ca con­cre­ta nei repar­ti e più in gene­ra­le, che si svi­lup­pa la lot­ta, che pro­se­gue duran­te e dopo il con­trat­to. È a par­ti­re dal­le esi­gen­ze con­cre­te che la lot­ta pone gior­no per gior­no, che nasce e si svi­lup­pa l’or­ga­niz­za­zio­ne auto­no­ma degli ope­rai che vedo­no nel­la pra­ti­ca del pote­re l’u­ni­ca pos­si­bi­li­tà di difen­de­re le loro con­di­zio­ni, la loro for­za, uni­ca garan­zia per la pro­spet­ti­va, in con­trap­po­si­zio­ne al pote­re padro­na­le e alla linea del­le orga­niz­za­zio­ni sin­da­ca­li e dei Con­si­gli di fab­bri­ca che sven­do­no con­ti­nua­men­te inte­res­si, lot­ta, for­za del­la clas­se ope­ra­ia e pro­le­ta­ria ten­tan­do di far cre­de­re alla pos­si­bi­li­tà di uno sboc­co posi­ti­vo, per noi, all’in­ter­no di que­sto siste­ma. È que­sta nuo­va coscien­za che por­ta i com­pa­gni e set­to­ri sem­pre più con­si­sten­ti di ope­rai a far diven­ta­re il repar­to il luo­go pri­vi­le­gia­lo del dibat­ti­to, del­le deci­sio­ni poli­ti­che, del­l’i­ni­zia­ti­va, del­la lot­ta. Così par­to­no i pri­mi cor­tei sera­li con­tro lo straor­di­na­rio di capi e diri­gen­ti; si apre lo scon­tro con la dire­zio­ne azien­da­le e con i lavo­ra­to­ri inte­res­sa­ti con­tro il lavo­ro a domi­ci­lio, con­tro il decen­tra­men­to pro­dut­ti­vo (un altro modo per distrug­ge­re la for­za), con­tro la scel­ta indi­vi­dua­le di usci­re dal­la cri­si, con­tro il ricat­to alla lot­ta.
Il dibat­ti­to pro­se­gue su infla­zio­ne-sala­rio e si comin­cia a lot­ta­re con­tro le cate­go­rie, non più viste in ter­mi­ni di chi è più bra­vo a lavo­ra­re, ma per chi non accet­ta di far­si sfrut­ta­re ed è con­tro i pri­vi­le­gi e le divi­sio­ni. Non si par­la più di pro­fes­sio­na­li­tà, di anni di anzia­ni­tà, ma si chie­de la ridu­zio­ne dra­sti­ca del­le cate­go­rie per aumen­ta­re i sala­ri soprat­tut­to per chi pren­de meno ed è sem­pre sta­to discri­mi­na­to dagli altri. Insie­me a que­sto, il rifiu­to ai tra­sfe­ri­men­ti inter­ni che non sia­no sta­ti deci­si col­let­ti­va­men­te dagli ope­rai. Su que­sto pun­to è impor­tan­te sot­to­li­nea­re l’i­ni­zia­ti­va diret­ta del­le com­pa­gne di alcu­ni uffi­ci che in modo orga­niz­za­to sono sta­te le pri­me a oppor­si agli spo­sta­men­ti, e che oggi – in testa alle lot­te – stan­no discu­ten­do e orga­niz­zan­do­si su tut­ta la loro con­di­zio­ne, di don­ne e di sala­ria­te. Su que­ste ini­zia­ti­ve, la dire­zio­ne, con in testa alcu­ni capi (Guar­ne­ri, Di Pie­tro e altri), comin­cia a far­si viva in dife­sa del­lo sfrut­ta­men­to e del coman­do poli­ti­co in fab­bri­ca. La lot­ta per il con­trat­to, vuo­ta fin dal­l’i­ni­zio con gli ope­rai estra­nei alla lot­ta (per­mes­si, ferie, duran­te gli scio­pe­ri si gio­ca a car­te), comin­cia a pren­de­re sen­so e tro­va i com­pa­gni pron­ti, insie­me a 250 ope­rai cir­ca, a rispon­de­re al decre­to­ne del gover­no Dc con un bloc­co stra­da­le. All’uf­fi­cio tec­ni­co, repar­to del­lo sta­bi­li­men­to, vie­ne espul­so il capo offi­ci­na Dai­do­ne che evi­ta­va sem­pre gli scio­pe­ri e deri­de­va gli ope­rai incaz­za­ti per l’au­men­to del prez­zo del­la ben­zi­na.
Altre fer­ma­te auto­no­me con­tro i capi ven­go­no fat­te anche in altri repar­ti. Vie­ne spaz­za­to via il ten­ta­ti­vo da par­te di alcu­ni capi (Sal­vi ed altri) di orga­niz­za­re il cru­mi­rag­gio. La lot­ta è poli­ti­ca, di que­sto è coscien­te la par­te più atti­va del­la fab­bri­ca. Non si trat­ta di «con­trat­to» ma di pote­re. Al pote­re capi­ta­li­sta si con­trap­po­ne il pote­re ope­ra­io; al coman­do capi­ta­li­sta si con­trap­po­ne il coman­do, l’e­ge­mo­nia del­l’or­ga­niz­za­zio­ne auto­no­ma. Le mano­vre del­la dire­zio­ne diven­ta­no sem­pre più chia­re.
Attac­ca­re diret­ta­men­te i com­pa­gni diven­ta l’o­biet­ti­vo cen­tra­le. Cer­ca­re di far appa­ri­re «ille­ga­li» al resto del­la fab­bri­ca i com­por­ta­men­ti auto­no­mi degli ope­rai fa par­te di que­sto pia­no (cri­mi­na­liz­za­re l’au­to­no­mia).
In que­sto sen­so il padro­ne uti­liz­za i capi, dele­ga­ti, «lavo­ra­to­ri» che si pre­sta­no a que­sto gio­co. Polet­ti Pie­ro denun­cia più vol­te alla dire­zio­ne lavo­ra­to­ri, com­pa­gni e com­pa­gne, per atti­vi­tà poli­ti­ca in fab­bri­ca.
Vie­ne pro­ces­sa­to in assem­blea e revo­ca­to da dele­ga­to da tut­ta l’as­sem­blea. Difen­de­re l’or­ga­niz­za­zio­ne e la for­za è per noi impor­tan­te. Anche più in gene­ra­le lo scon­tro tra le clas­si si alza di livel­lo.
L’in­fla­zio­ne aumen­ta in modo ver­ti­gi­no­so, si chia­ri­sco­no sem­pre di più i ter­mi­ni del­la cri­si, la man­can­za di pro­spet­ti­va degli ope­rai all’in­ter­no del siste­ma capi­ta­li­sta, le pro­vo­ca­zio­ni padro­na­li por­ta­no gli ope­rai a deci­de­re for­me di lot­ta più dure. Il bloc­co del­le mer­ci: la par­te­ci­pa­zio­ne degli ope­rai è atti­va insie­me alla volon­tà di scon­tro. Per la linea sin­da­ca­le il bloc­co del­le mer­ci è la spal­la­ta per la fir­ma del con­trat­to.
Per i com­pa­gni è un momen­to di orga­niz­za­zio­ne del pote­re deci­sio­na­le degli ope­rai, del­la loro for­za, del­la loro capa­ci­tà di impor­si sul coman­do gerar­chi­co del­la fab­bri­ca, sul­le for­ze pro­dut­ti­ve per anda­re avan­ti. Que­sto non pia­ce alla Ces che lascia spa­zio alle pro­vo­ca­zio­ni e gli dà una coper­tu­ra poli­ti­ca. È di nuo­vo Polet­ti che, insie­me a Caset­ta Rober­to (tec­ni­co assun­to da due mesi), deci­de pre­me­di­ta­ta­men­te di inve­sti­re i com­pa­gni sul can­cel­lo del­la fab­bri­ca con una Vol­vo tar­ga­ta MI E74423. La rispo­sta è imme­dia­ta. Cin­que­cen­to ope­rai cir­ca, capi­ta la gra­vi­tà del­la pro­vo­ca­zio­ne, decre­ta­no l’e­spul­sio­ne dal­la fab­bri­ca dei due pro­vo­ca­to­ri (Polet­ti vie­ne allon­ta­na­to imme­dia­ta­men­te da un cor­teo) e con essa cre­sce la coscien­za del­la pro­pria for­za che si mani­fe­sta alcu­ni gior­ni dopo quan­do è Caset­ta a ripre­sen­tar­si in fab­bri­ca chia­ma­to dal­la dire­zio­ne. Lo scio­pe­ro è di nuo­vo auto­no­mo e imme­dia­to. Impos­ses­san­do­si del­l’in­ter­fo­no vie­ne este­so a tut­ta la fab­bri­ca, e Caset­ta vie­ne ricac­cia­to fuo­ri. Alcu­ni gior­ni pri­ma era sta­ta di nuo­vo la dire­zio­ne a chia­ma­re i cara­bi­nie­ri – zelan­ti e arma­ti per difen­de­re i padro­ni – per far por­tar fuo­ri un pac­chet­to dal­la fab­bri­ca. La cel­lu­la del Pci esce con un car­tel­lo che sui fat­ti acca­du­ti dice testual­men­te: «[…] ma se dura è la con­dan­na con­tro que­sti due pro­vo­ca­to­ri, ancor più dura deve esse­re la con­dan­na con­tro chi all’in­ter­no del­la Ces ope­ra una poli­ti­ca di divi­sio­ne».
In sostan­za, se que­sti due devo­no esse­re allon­ta­na­ti, i com­pa­gni devo­no esse­re licen­zia­ti, per­ché esse­re in testa alle lot­te per la cel­lu­la del Pci vuol dire divi­de­re il movi­men­to. Que­sti com­por­ta­men­ti del Pci e del Psi non sono nuo­vi e sono il frut­to di una linea di cedi­men­to e di orga­ni­ca col­la­bo­ra­zio­ne con la rior­ga­niz­za­zio­ne padro­na­le espres­sa nel­le lot­te di que­sti anni. L’i­ni­zia­ti­va del sin­da­ca­to pro­vin­cia­le e di zona – insie­me al Pci e Psi di fab­bri­ca – di far cam­bia­re idea agli ope­rai cir­ca l’e­spul­sio­ne di que­sti due vie­ne bat­tu­ta di nuo­vo (il sin­da­ca­to è costret­to ad alli­near­si), ed è di nuo­vo l’or­ga­niz­za­zio­ne auto­no­ma a muo­ver­si diret­ta­men­te dal repar­to per sma­sche­ra­re que­sto pia­no. Vie­ne così ricon­fer­ma­ta la deci­sio­ne pre­sa. Non c’è posto per pro­vo­ca­to­ri e fasci­sti in fab­bri­ca e nel ter­ri­to­rio pro­le­ta­rio. Lo scon­tro fra le due linee anche alcu­ni gior­ni pri­ma – quan­do i com­pa­gni del magaz­zi­no gene­ra­le e del Ces ave­va­no por­ta­to in fab­bri­ca e in men­sa a man­gia­re (prez­zo poli­ti­co) i lavo­ra­to­ri del­la «Simind» che era­no sta­ti licen­zia­ti con mano­vre losche e che sta­va­no pre­si­dian­do il can­tie­re inter­no alla fab­bri­ca – e poi anco­ra duran­te l’as­sem­blea per l’ap­pro­va­zio­ne del con­trat­to. L’as­sem­blea dicen­do no all’ac­cor­do del con­trat­to ha riba­di­to che in que­sta fase non vi sono pos­si­bi­li­tà di accor­do con i padro­ni. Non esi­ste una solu­zio­ne di com­pro­mes­so, ma solo pote­re con­tro pote­re, for­za con­tro for­za. Per noi quin­di si trat­ta di sma­sche­ra­re e col­pi­re den­tro le fab­bri­che, nel ter­ri­to­rio, nel pae­se, le for­ze del capi­ta­le e chi è con­tro la pro­spet­ti­va di pote­re del­la clas­se ope­ra­ia e pro­le­ta­ria, con­tro la sua eman­ci­pa­zio­ne, con­tro il suo biso­gno di comu­ni­smo. Su que­sta stra­da, lun­ga e dif­fi­ci­le, andia­mo avan­ti oggi con la con­sa­pe­vo­lez­za che la for­za che abbia­mo, quel­la che costrui­re­mo sono l’e­le­men­to cen­tra­le da difen­de­re per garan­tir­ci la pro­spet­ti­va di libe­ra­zio­ne dal­la schia­vi­tù del lavo­ro sala­ria­to. Sul­la que­stio­ne del «decre­to ope­ra­io» di espul­sio­ne di Polet­ti e Caset­ta, l’a­zien­da ha gio­ca­to una pesan­te mano­vra inti­mi­da­to­ria, annun­cian­do licen­zia­men­ti di avan­guar­die rico­no­sciu­te, in gran par­te del Comi­ta­to ope­ra­io comu­ni­sta. Nono­stan­te il pro­nun­cia­men­to con­tra­rio dei com­pa­gni inte­res­sa­ti, il voto con­tra­rio di una cin­quan­ti­na di ope­rai e la volon­tà – riaf­fer­ma­ta dal­la stra­gran­de mag­gio­ran­za del­l’as­sem­blea – di non riman­giar­si il decre­to (anche se parec­chi ope­rai han­no assun­to una posi­zio­ne ela­sti­ca dichia­ran­do espli­ci­ta­men­te che la ragio­ne di que­sto è la volon­tà di tute­la­re a ogni costo e pri­ma di tut­to i sei com­pa­gni) – il sin­da­ca­to ha rag­giun­to un accor­do col padro­ne garan­ten­do la «nor­ma­liz­za­zio­ne» del­le ten­sio­ne in fab­bri­ca e il con­se­guen­te rien­tro (dopo il 15 luglio) dei due figu­ri anti­o­pe­rai. Vedre­mo come la pro­va di for­za si svi­lup­pe­rà: il pro­ble­ma non è la gior­na­ta del 15, il «decre­to o pre­mio» resta vali­do e gli ope­rai sapran­no comun­que impor­re il rispetto.

Il processo operaio, oggi


Da «SENZA TREGUA gior­na­le degli ope­rai comu­ni­sti», spe­cia­le 


«Orga­niz­za­zio­ne del lavo­ro! Ma il lavo­ro sala­ria­to è l’at­tua­le orga­niz­za­zio­ne bor­ghe­se del lavo­ro. Sen­za di esso non vi è capi­ta­le, né bor­ghe­sia, né socie­tà bor­ghe­se.
Un pro­prio mini­ste­ro del lavo­ro! Ma i mini­ste­ri del­le finan­ze, del com­mer­cio, dei lavo­ri pub­bli­ci, non sono for­se mini­ste­ri bor­ghe­si del lavo­ro?… », alla cita­zio­ne dal Marx del ’48 pos­sia­mo oggi aggiun­ge­re: «Un Tri­bu­na­le, una Pre­tu­ra, una Giu­sti­zia del lavo­ro? Ma non si trat­ta del­la giu­sti­zia bor­ghe­se sul com­por­ta­men­to pro­le­ta­rio, sul­la lot­ta del­l’o­pe­ra­io, sui movi­men­ti del­la clas­se ope­ra­ia, già di per sé cri­mi­na­le, già di per sé irri­du­ci­bil­men­te anta­go­ni­sta, di fat­to vio­len­ta ed ever­si­va per la giu­sti­zia bor­ghe­se?». E davan­ti al Tri­bu­na­le del lavo­ro di Mila­no si pre­sen­ta­no il 15 luglio, alle ore 16, gli ope­rai che la Magne­ti Marel­li-Fiat vuo­le licen­zia­re da un anno, ma che da un anno sono ogni gior­no pre­sen­ti al loro posto di lot­ta, den­tro la fab­bri­ca.
Sia la pri­ma sca­den­za pro­ces­sua­le (il pre­to­re Bona­vi­ta­co­la davan­ti a 400 ope­rai emet­te sen­ten­za favo­re­vo­le al padro­ne), sia la secon­da sca­den­za (il pre­to­re Mun­to­ni riam­met­te in fab­bri­ca gli ope­rai che però già ci van­no), sia que­sto appel­lo di oggi han­no ria­per­to la que­stio­ne del pro­ces­so ope­ra­io, cioè la que­stio­ne del­la pre­sen­za degli ope­rai in Palaz­zo dì Giu­sti­zia. La leg­ge-Bro­do­li­ni – la leg­ge n. 300 subi­to bat­tez­za­ta «sta­tu­to dei lavo­ra­to­ri» – fu la san­zio­ne del­la pre­sen­za nel­la fab­bri­ca di un sin­da­ca­to rifon­da­to e che ave­va ret­to l’ur­to del movi­men­to; quel­la san­zio­ne di una pro­spet­ti­va accet­ta­ta dal­la bor­ghe­sia in cui la lot­ta sala­ria­le vie­ne assun­ta nel­la sua fun­zio­ne di sti­mo­lo e di dina­mi­smo del siste­ma; ma fu la trac­cia su cui lavo­ra­re per la sta­bi­liz­za­zio­ne del­la lot­ta, per il con­trol­lo del­la con­flit­tua­li­tà e lo sca­ri­co del­le ten­sio­ni quo­ti­dia­ne di clas­se den­tro i tem­pi lun­ghi del­la pro­ce­du­ra giu­di­zia­ria, fuo­ri del­la fab­bri­ca e del­la trat­ta­ti­va diret­ta, den­tro il Palaz­zo di Giu­sti­zia, den­tro la rego­la­men­ta­zio­ne di una leg­ge del­lo Sta­to, den­tro l’im­ma­gi­ne di uno Sta­to inter­me­dia­rio «inter par­tes».
In que­sto sen­so si carat­te­riz­zò da subi­to come «un’ar­ma a dop­pio taglio»: rati­fi­ca di un alto pote­re socia­le, riven­di­ca­ti­vo di clas­se (l’o­pe­ra­io come rigi­di­tà nel­la fab­bri­ca e come doman­da di beni nel­la socie­tà) nel­la fase alta del ciclo eco­no­mi­co; e «l’am­mor­tiz­za­to­re» del­le ten­sio­ni nel­la fase di cri­si e di con­trat­tac­co capi­ta­li­sti­co. Una sor­ta di mec­ca­ni­smo «a due tem­pi», capa­ce di usa­re la stes­sa appa­ren­za di «impar­zia­li­tà» e la cre­di­bi­li­tà, la legit­ti­ma­zio­ne che si gua­da­gna negli anni del­le «vac­che gras­se», per legit­ti­ma­re il suo fun­zio­na­men­to aper­ta­men­te anti­o­pe­ra­io quan­do que­sta è la com­mit­ten­za che l’in­te­res­se capi­ta­li­sti­co gli dà. Uno dei clas­si­ci stru­men­ti di inter­pre­ta­zio­ne dell’«interesse gene­ra­le» di par­te capi­ta­li­sti­ca, lega­to alla rea­liz­za­zio­ne del pro­fit­to medio, è dun­que a vol­te con­trad­dit­to­rio con l’in­te­res­se del sin­go­lo capi­ta­li­sta, «a mag­gior glo­ria» del­le rego­le gene­ra­li del­l’ac­cu­mu­la­zio­ne. Come stru­men­to anti­o­pe­ra­io, ha fun­zio­na­to come un mec­ca­ni­smo a mol­la: ogni sen­ten­za favo­re­vo­le agli ope­rai ha avu­to anche l’ef­fet­to di cari­car­la, per pre­pa­ra­re il con­trac­col­po anti­o­pe­ra­io. Poco impor­ta qui nota­re come per mesi e per più di una occa­sio­ne la «leg­ge 300» ha rap­pre­sen­ta­to una san­zio­ne posi­ti­va di un movi­men­to di lot­ta che si era dispie­ga­to per due anni come gene­ra­le, che ave­va pro­fon­da­men­te segna­to la pra­ti­ca sin­da­ca­le sen­za poter ribal­ta­re la natu­ra del sin­da­ca­to.
Que­sto movi­men­to ave­va costi­tui­to un polo di attra­zio­ne per una serie di Pre­to­ri demo­cra­ti­ci, che ave­va fat­to emer­ge­re una serie di volen­te­ro­si avvo­ca­ti riu­ni­ti in comi­ta­ti e col­let­ti­vi. Que­ste varian­ti tat­ti­che non muta­no la que­stio­ne di fon­do, la fun­zio­ne stra­te­gi­ca del­la leg­ge, e, pri­ma di tut­to, il più orga­ni­co tela­io e dise­gno poli­ti­co in cui la leg­ge si inscri­ve, e che alla fine ha pre­val­so. Poco impor­ta anche nota­re qui gli infi­ni­ti erro­ri e le nume­ro­se illu­sio­ni che sono sta­te col­ti­va­te attor­no al cosid­det­to «sta­tu­to» (e sot­to­li­nea­re come la sua intro­du­zio­ne in set­to­ri a sin­da­ca­li­smo arre­tra­to sia sta­ta nega­ta sia dal­lo Sta­to, sia dal­l’i­sti­tu­to sin­da­ca­le pre­via futu­ra omo­ge­nei­tà e con­trol­lo da rag­giun­ger­si – la scuo­la è l’e­sem­pio più visto­so di que­sta sepa­ra­zio­ne).
Tut­to quan­to era in sospet­to, oggi – in una fase di chia­ri­fi­ca­zio­ne mas­si­ma del­le par­ti e di anta­go­ni­smi espli­ci­ti – vie­ne in chia­ro. In chia­ro la tenu­ta dei «Pre­to­ri demo­cra­ti­ci», in chia­ro lo schie­ra­men­to degli avvo­ca­ti sot­to e fuo­ri del­la tute­la sin­da­ca­le, in chia­ro anche il trion­fa­li­smo e l’il­lu­sio­ne di nume­ro­se avan­guar­die. La «leg­ge 300» è il frut­to di una con­ven­zio­ne di com­por­ta­men­ti tra padro­na­to e isti­tu­to sin­da­ca­le fon­da­ta sul­l’i­po­te­si (inter­clas­si­sta) e la pra­ti­ca (repres­si­va) che – stan­te una labo­rio­si­tà cre­scen­te, una accet­ta­zio­ne incon­di­zio­na­ta del­la disci­pli­na e gerar­chia pro­dut­ti­va del «pre­sta­to­re d’o­pe­ra» – sia eli­mi­na­bi­le la san­zio­ne mini­ma e mas­si­ma da par­te del padro­ne; e che comun­que si trat­ti sem­pre di ver­ten­ze com­po­ni­bi­li, di un dan­no che si risol­ve con il risar­ci­men­to.
La real­tà va in un altro modo, vi è rifiu­to del lavo­ro sala­ria­to e non cre­scen­te labo­rio­si­tà; vi è attac­co cre­scen­te alle gerar­chie di fab­bri­ca e non accet­ta­zio­ne del codi­ce disci­pli­na­re; di pre­sta­to­re d’o­pe­ra non si trat­ta ma di clas­se ope­ra­ia coscien­te; di ver­ten­za com­po­ni­bi­le non si par­la ma di un con­flit­to radi­ca­le, cre­scen­te, che assu­me spes­so le for­me mas­si­me del con­flit­to di clas­se: nien­te di tut­to que­sto può esse­re risar­ci­to in nes­sun modo; gli ope­rai rivo­lu­zio­na­ri non si ven­do­no e non ven­do­no la lot­ta, il lavo­ro poli­ti­co fat­to e da fare – e non per mora­li­smo ma per cal­co­lo mate­ria­le (i tem­pi del­la cor­ru­zio­ne del­le avan­guar­die – pen­sia­mo ad alcu­ni vec­chi epi­so­di del­l’Al­fa – appar­ten­go­no a un refe­ren­te ope­ra­io tra­di­zio­na­le, sto­ri­ca­men­te data­to, improv­vi­sa­to e con una sua fun­zio­ne tan­to momen­ta­nea quan­to spon­ta­neo era il movi­men­to di repar­to e di fab­bri­ca da essi gui­da­to).
Gli ope­rai che oggi gui­da­no que­ste lot­te di fon­do den­tro la fab­bri­ca o sono muta­ti radi­cal­men­te rispet­to alle ori­gi­ni di movi­men­to, o sono refe­ren­te ope­ra­io gio­va­ne carat­te­riz­za­to dal­la nuo­va qua­li­tà del­la lot­ta, dal­la nuo­va fun­zio­ne del­l’a­van­guar­dia non più lega­ta all’im­me­dia­ti­smo (e allo spa­zio imme­dia­to) del­la lot­ta sin­da­ca­le ed eco­no­mi­ca, ma al pro­get­to stra­te­gi­co del­la rivo­lu­zio­ne.
C’è insie­me – nel­la stret­ta del­la cri­si – una vera e pro­pria cadu­ta del­la pos­si­bi­le, ipo­tiz­za­bi­le, tra­di­zio­na­le, fun­zio­ne di par­zia­le redi­stri­bu­zio­ne di plus-valo­re che il sin­da­ca­to a vicen­de sto­ri­che alter­ne assu­me nel­la sua fun­zio­ne di isti­tu­to inter­no al siste­ma. La lot­ta sala­ria­le ope­ra­ia, la lot­ta ope­ra­ia e pro­le­ta­ria sul red­di­to, non ha più dun­que una rap­pre­sen­ta­ti­vi­tà lega­le sta­bi­le: o si muo­ve in modo indi­scri­mi­na­to e sel­vag­gio (e per­ché no, anche cor­po­ra­ti­vo), o è assun­ta nel­la rap­pre­sen­ta­ti­vi­tà rea­le di orga­ni­smi sta­bi­li, pri­ma di tut­to cre­sciu­ti sul­la discri­mi­nan­te poli­ti­ca, risul­ta­to del­le pri­me esi­gen­ze poli­ti­che di una clas­se ope­ra­ia che si pone il pro­ble­ma di come «fuo­riu­sci­re dal siste­ma» pri­ma fuo­riu­scen­do dal­le sca­den­ze, dal­le scan­sio­ni (con­trat­ti, ver­ten­ze, com­pa­ti­bi­li­tà, pro­fes­sio­na­li­tà, qua­li­fi­ca­zio­ne, disci­pli­na, esa­me, pro­prie­tà, leg­ge, Sta­to ecc.) con cui si rego­la­men­ta com­ples­si­va­men­te l’ac­cu­mu­la­zio­ne capi­ta­li­sti­ca, il domi­nio socia­le bor­ghe­se sui mez­zi di pro­du­zio­ne.
Que­sti con­te­nu­ti del­la lot­ta fan­no esplo­de­re l’i­dil­lio del­le posi­zio­ni e il gio­co del­le par­ti nel pro­ces­so ope­ra­io.
La «leg­ge 300» è sem­pre di più uno strac­cio, il carat­te­re ine­so­ra­bi­le – anche nel futi­le det­ta­glio di uno o due licen­zia­men­ti – del­la natu­ra di clas­se del­la giu­sti­zia si affer­ma, con la soli­ta appa­ren­te ottu­si­tà, che è inve­ce luci­da, fero­ce deter­mi­na­zio­ne di fon­do.
L’an­di­ri­vie­ni pre­to­ri­le vie­ne bloc­ca­to dai giu­di­ci di Tri­bu­na­le che taglia­no cor­to bru­sca­men­te con la far­sa esi­sten­zia­le del­la Pre­tu­ra e affer­ma­no la loro natu­ra di fun­zio­na­ri diret­ti del padro­na­to nel­le sue arti­co­la­zio­ni regio­na­li e cit­ta­di­ne (qui a Mila­no, l’As­so­lom­bar­da). Reg­go­no bene anche all’in­sul­to: i cor­do­ni degli armi­ge­ri di Sta­to li tute­la­no dal­le res­se e dagli assem­bra­men­ti pro­ces­sua­li ope­rai – quan­do ci sono -; non rimar­reb­be che distrug­ger­li. Nel cuo­re del­lo Sta­to, il fun­zio­na­rio sin­da­ca­le che ha con­dot­to in fab­bri­ca la par­te del­la repres­sio­ne inter­na al movi­men­to, che ha gesti­to la sot­tra­zio­ne del­la lot­ta al suo «habi­tat» tra­di­zio­na­le non è più che quel­lo che Gram­sci (par­don) chia­ma­va l’in­tel­let­tua­le di tipo rura­le: « …sono in gran par­te “tra­di­zio­na­li”; (…) que­sto tipo di intel­let­tua­le met­te a con­tat­to la mas­sa con­ta­di­na con l’am­mi­ni­stra­zio­ne sta­ta­le e per que­sta stes­sa fun­zio­ne ha una gran­de fun­zio­ne poli­ti­co-socia­le, per­ché la media­zio­ne pro­fes­sio­na­le è dif­fi­cil­men­te scin­di­bi­le dal­la media­zio­ne poli­ti­ca.
Inol­tre: nel­la cam­pa­gna l’in­tel­let­tua­le ha un medio teno­re di vita supe­rio­re o alme­no diver­so da quel­lo del medio con­ta­di­no… ». Se la for­za orga­niz­za­ta che que­sto «nuo­vo intel­let­tua­le in veste vul­ga­ta del capi­ta­le» rap­pre­sen­ta è sta­ta distrut­ta nel­la lot­ta in fab­bri­ca, anche la sua ideo­lo­gia sarà ridot­ta a car­ta strac­cia e la sua media­zio­ne non var­rà che una auto­con­vin­zio­ne. Que­sto «intel­let­tua­le» è sta­to distrut­to nel­la vicen­da Magne­ti-ope­rai licen­zia­ti, per­ché già pri­ma la sua rap­pre­sen­ta­ti­vi­tà era sta­ta distrut­ta nel repar­to e nel­la fab­bri­ca. Ma nel cuo­re del­lo Sta­to gli ope­rai rivo­lu­zio­na­ri vedo­no ten­der­si al mas­si­mo la lot­ta, la loro capa­ci­tà di orga­niz­za­zio­ne auto­no­ma, la loro capa­ci­tà di sol­le­ci­ta­re una nuo­va intel­li­gen­za anta­go­ni­sta nel­la clas­se.
Il pro­ces­so ope­ra­io rom­pe i veli del­le pre­ce­den­ti misti­fi­ca­zio­ni, fuo­rie­sce dai ten­ta­ti­vi di gover­no lega­le del­lo scon­tro di clas­se immi­se­ren­do­li di col­po, met­te da par­te il vec­chio media­to­re sin­da­ca­le e si pre­sen­ta di fron­te al giu­di­ce come a un nemi­co giu­ra­to, dispie­gan­do tut­ta la sua for­za. Del Tri­bu­na­le del lavo­ro i padro­ni han­no cer­ca­to di fare un isti­tu­to secon­da­rio che mini­miz­zas­se lo scon­tro di clas­se.
La clas­se ope­ra­ia ha inve­ce tut­to l’in­te­res­se a ripor­tar­lo alla dimen­sio­ne rea­le di vero e pro­prio Tri­bu­na­le poli­ti­co anti-ope­ra­io, dove si rico­strui­sce pro­ces­so dopo pro­ces­so una ideo­lo­gia padro­na­le e gerar­chi­ca sal­da­ta a dure san­zio­ni, a sen­ten­ze una dopo l’al­tra nega­ti­ve che chiu­do­no mesi ed anni di illu­sio­ne foren­se del­l’o­pe­ra­io di fab­bri­ca. Sta­na­re que­sti lupi è com­pi­to degli ope­rai rivo­lu­zio­na­ri, scar­di­na­re l’or­di­ne di Palaz­zo di Giu­sti­zia pre­sen­tan­do­si non come a una sca­den­za secon­da­ria, ma come a una sca­den­za poli­ti­ca.
Sap­pia­mo tut­ti quan­to di deter­mi­na­to, quan­ta volon­tà poli­ti­ca di distru­zio­ne del­la clas­se vi è nel pro­ce­de­re «obiet­ti­vo ed eco­no­mi­co» del­la ristrut­tu­ra­zio­ne, del­la cas­sa inte­gra­zio­ne, del licen­zia­men­to; abbia­mo qui, nel licen­zia­men­to poli­ti­co e nel­le sue istan­ze cele­bra­ti­ve, il «pas­so più avan­ti» che pos­sia­mo fare non da soli con­tro lo Sta­to, ma con pro­fon­de moti­va­zio­ni den­tro la lot­ta ope­ra­ia più vasta. Il Tri­bu­na­le del lavo­ro nien­te altro è che il Tri­bu­na­le del­le san­zio­ni con­tro l’in­di­sci­pli­na e la ribel­lio­ne ope­ra­ia quo­ti­dia­na al lavo­ro sala­ria­to; qui si chiu­de anche la «liber­tà di scio­pe­ro» costi­tu­zio­na­le, qui si ten­ta la per­fe­zio­ne del­la gestio­ne col­le­gia­le padro­ni-sin­da­ca­to del­lo sfrut­ta­men­to ope­ra­io; fuo­ri del­le emo­zio­ni ses­san­tot­te­sche e den­tro la radi­ca­liz­za­zio­ne cre­scen­te del­le lot­te, le istan­ze pren­do­no le giu­ste dimen­sio­ni.
Alla san­zio­ne del licen­zia­men­to padro­na­le si aggiun­ge la defi­ni­zio­ne cri­mi­na­le del­la lot­ta, si cele­bra la ripro­va­zio­ne del­lo Sta­to, si schiac­cia l’o­pe­ra­io alla dimen­sio­ne di cit­ta­di­no qual­sia­si che ha vio­la­to le leg­gi del­la comu­ne con­vi­ven­za. È tut­to que­sto che stia­mo lavo­ran­do a distrug­ge­re con la pre­sen­za ope­ra­ia in Palaz­zo di Giu­sti­zia, è com­pi­to dei rivo­lu­zio­na­ri far­lo, è que­sta – dopo la cri­si coniu­ga­le con la «dop­pia ammi­ni­stra­zio­ne», la «pre­tu­ra dei lavo­ra­to­ri» e lo «sta­tu­to dei lavo­ra­to­ri» del movi­men­to, del­le avan­guar­die, degli avvo­ca­ti – la stra­da da pren­de­re. Anche in que­sto sen­so ha agi­to la lot­ta degli ope­rai Magne­ti, anche que­sto por­ta la bat­ta­glia con­tro il licen­zia­men­to dei 4 com­pa­gni che – lo ripe­tia­mo – usci­ran­no dal­la fab­bri­ca quan­do lo deci­de­re­mo noi.

Miti, riti e detriti del parco Lambro

Da ”L’er­ba voglio” n.27 ‑settembre/​ottobre 1976

di Gian­fran­co Manfredi

A Par­co Lam­bro mi sono smon­ta­to la testa. Come tan­ti. Ripe­te­re que­sto smon­tag­gio per iscrit­to non é faci­le, anche per­ché ho anco­ra tut­ti i pez­zi in giro. D’al­tra par­te pare indi­spen­sa­bi­le di fron­te a un fat­to su cui mol­ti han­no trat­to “con­clu­sio­ni” e pochi “aper­tu­re”. E pro­ve­nen­do ogni “aper­tu­ra” da uno sman­tel­la­men­to comin­cio col dire cosa ho per­so­nal­men­te sman­tel­la­to gra­zie al Lambro.

I MITI

a) Pro­le­ta­ria­to gio­va­ni­le
Se c’è una cosa cer­ta dopo il Lam­bro, é che que­sto ter­mi­ne non ha sen­so. Atten­zio­ne: non che non abbia sen­so di per sé, non ha sen­so rispet­to ai con­te­nu­ti e alle pro­spet­ti­ve che vi si sup­po­ne­va­no inclu­si. Ora: per­si­no i radi­ca­li si accor­go­no del­l’in­con­si­sten­za del ter­mi­ne (cfr. Pro­va radi­ca­le n. 2), però nel con­te­sto del­lo stes­so arti­co­lo pro­pon­go­no come con­cet­to sosti­tu­ti­vo quel­lo di “incaz­za­ti di tut­ti i tipi, di tut­te le situa­zio­ni, di tut­te le clas­si”. Il che vuol dire sosti­tui­re a un con­cet­to impre­ci­so, un altro anche più gene­ri­co: “gli incaz­za­ti”. Incaz­za­ti di ruo­lo, si sup­po­ne. For­se quel­li che la mat­ti­na si sve­glia­no male, o quel­li che quan­do gli acca­rez­zi una spal­la da die­tro estrag­go­no la Colt, si vol­ta­no e ti ridu­co­no un cola­bro­do (tipo Tex). Sem­pre i radi­ca­li, più avan­ti, in un altro arti­co­lo, pro­va­no a defi­ni­re meglio que­sti “incaz­za­ti”: omo­ses­sua­li, fem­mi­ni­ste e “pro­le­ta­ri a cac­cia di pol­li”. Riec­co­ci da capo: riec­co “il pro­le­ta­ria­to gio­va­ni­le”. Allo­ra? No. Se dob­bia­mo smon­ta­re un con­cet­to, smon­tia­mo­lo seria­men­te.
Anzi­tut­to: come mai un con­cet­to fun­zio­na­le che all’i­ni­zio vole­va solo dare un vago qua­dro socio­lo­gi­co (gros­so modo: “i figli degli ope­rai” o “i gio­va­ni ope­rai sen­za lavo­ro o a lavo­ro pre­ca­rio”) é diven­ta­to nel­l’u­so del­la sini­stra “rivo­lu­zio­na­ria” (soprat­tut­to di Lot­ta Con­ti­nua e del­l’Au­to­no­mia Ope­ra­ia) un pun­to di rife­ri­men­to poli­ti­co, una indi­ca­zio­ne di svi­lup­po e di pro­spet­ti­va?.
Da quan­do la “sini­stra di clas­se” ha scel­to come nodo del­la sua pra­ti­ca (non dicia­mo stra­te­gia) la real­tà socio­lo­gi­ca del “pro­le­ta­ria­to gio­va­ni­le”, ecco che il ter­mi­ne ha acqui­sta­to valo­re d’in­di­ca­zio­ne di “clas­se” e le sue azio­ni coin­ci­den­za con la “lot­ta di clas­se”. Sono ormai ben più di die­ci anni che sono/​siamo tut­ti lì a cer­ca­re “la nuo­va clas­se ope­ra­ia” o meglio “il nuo­vo sog­get­to sto­ri­co” che la rap­pre­sen­ti. Ecco allo­ra che rispet­to alle varie fasi del­lo svi­lup­po del­la clas­se, una sua fra­zio­ne di vol­ta in vol­ta é ele­va­ta a “rap­pre­sen­tan­te gene­ra­le”: ieri l’o­pe­ra­io-mas­sa, poi i gio­va­ni ope­rai, infi­ne il pro­le­ta­ria­to gio­va­ni­le, stra­to socia­le dif­fu­so, vivo nel quar­tie­re, spu­gna del­le con­trad­di­zio­ni e di “com­por­ta­men­ti” anti-isti­tu­zio­na­li. Dun­que: pri­mo gra­di­no è l’in­di­vi­dua­zio­ne di uno stra­to inter­no alla clas­se che in una fase la rap­pre­sen­ti o per­lo­me­no ne rap­pre­sen­ti “i con­te­nu­ti più avan­za­ti”. Secon­do gra­di­no é, con la con­cen­tra­zio­ne del­la pra­ti­ca poli­ti­ca e degli sfor­zi orga­niz­za­ti­vi sul­lo stra­to più avan­za­to, la defi­ni­zio­ne del­la clas­se attra­ver­so la sua rap­pre­sen­tan­za avan­za­ta. Di qui all’i­den­ti­fi­ca­zio­ne, del­lo stra­to con la clas­se, il pas­so é bre­ve, anzi spes­so é spin­to anche più in là fino all’i­den­ti­fi­ca­zio­ne del­l’a­van­guar­dia-che-rap­pre­sen­ta-lo-stra­to-che-rap­pre­sen­ta-la-clas­se, con la clas­se stes­sa: cioè “il nucleo pro­le­ta­rio arma­to” alla fine é “gli ope­rai”.
Ma c’é di più: al ter­mi­ne set­to­ria­le così “iso­la­to” si attri­bui­sco­no i valo­ri che sono pro­pri del­la clas­se nel suo insie­me e cioè: di ave­re un’o­mo­ge­nei­tà inter­na che può espri­me­re un’o­mo­ge­nei­tà di com­por­ta­men­ti quin­di una dire­zio­ne uni­ta­ria e per­lo­me­no nazio­na­le, una rap­pre­sen­tan­za orga­niz­za­ta. Bene o male, anche in Re Nudo, anche nel­l’i­deo­lo­gia del gran­de radu­no annua­le del pro­le­ta­ria­to gio­va­ni­le, c’e­ra e c’è die­tro que­sto sche­ma logi­co o meglio ideo­lo­gi­co. C’é biso­gno di que­sto sche­ma sen­nò entre­reb­be in cri­si “la poli­ti­ca” e “l’or­ga­niz­za­zio­ne”: se “la gen­te” non é rife­ri­ta alla “clas­se” va a far­si bene­di­re qual­sia­si discor­so orga­niz­za­ti­vo per­chè la “clas­se” si orga­niz­za (espri­me o subi­sce orga­niz­za­zio­ne), ma “la gen­te” non é det­to.
Ecco allo­ra che tut­ti i com­por­ta­men­ti devo­no esse­re rife­ri­ti alla clas­se. Ci casca anche il Mario Mie­li che (sem­pre su Pro­va Radi­ca­le) scri­ve: “for­se il pro­le­ta­ria­to, la clas­se rivo­lu­zio­na­ria sono le don­ne e gli omo­ses­sua­li; in Ita­lia alme­no non vedo altro, non cre­do che i maschi sia­no rivo­lu­zio­na­ri, e sen­to con­tra­ria alla mia liber­tà qual­sia­si azio­ne com­piu­ta dai maschi, anche se mi ren­do con­to che come appar­te­nen­te al ses­so maschi­le pos­so anco­ra esse­re mol­to con­tro­ri­vo­lu­zio­na­rio nei con­fron­ti del­le don­ne”.
Qui appa­re chia­ra anche la “gerar­chia degli stra­ti rivo­lu­zio­na­ri” che é impli­ci­ta den­tro ogni ricer­ca del “nuo­vo Sog­get­to”: il Più Oppres­so di Tut­ti, il Cri­stin­cro­ce di tur­no. Secon­do que­sta logi­ca il nuo­vo Sog­get­to sareb­be pro­ba­bil­men­te una vec­chia ex-ope­ra­ia negra schi­zo­fre­ni­ca e omo­ses­sua­le. Nel rife­ri­re alla clas­se tut­ti i com­por­ta­men­ti anti-isti­tu­zio­na­li anche Re Nudo non é sta­to da meno, a par­ti­re dal­la stes­sa impo­sta­zio­ne del gior­na­le (e so quel che dico aven­do­vi non poco con­tri­bui­to). Un’e­spres­sio­ne sin­te­ti­ca abba­stan­za chia­ra é sta­ta quel­la usa­ta da Roma­no Made­ra in un noto arti­co­lo: “la clas­se sfu­ma se non fuma”. Con que­sto egli pro­ba­bil­men­te inten­de­va dire, nel con­te­sto del­l’ar­ti­co­lo, che era neces­sa­rio pro­prio che la clas­se “sfu­mas­se”, ma la fra­se dice inve­ce l’op­po­sto e cioé che “fuma­re” é atti­vi­tà che con­tri­bui­sce a rin­sal­da­re la clas­se come uni­tà rivo­lu­zio­na­ria. E dato che per Made­ra “fuma­re” é soprat­tut­to “capi­re” e “ragio­na­re”, si potreb­be dire anche che l’at­ti­vi­tà razio­na­le (anche se inte­sa come sana pra­ti­ca cor­po­rea) é alla fine il Sog­get­to rivo­lu­zio­na­rio. Il che ha anche una sua par­te di veri­tà (assai par­zia­le) pur­ché non sia nuo­va­men­te rife­ri­to alla fan­to­ma­ti­ca “clas­se” che alla fine coin­ci­de­reb­be (ope­ra­zio­ne non nuo­va) con lo “Spi­ri­to Asso­lu­to” (o anche “la Mate­ria che pen­sa Se Stes­sa”).
Di qui anche non poche fru­stra­zio­ni per chi si recas­se a un festi­val pop per vede­re die­tro il pro­le­ta­ria­to gio­va­ni­le lo Spi­ri­to del Mon­do, anche per­ché sono seco­li che lo Spi­ri­to del Mon­do non si con­cen­tra più in un pun­to solo. (Eppu­re un noto idio­ta se ne uscì dopo il festi­val con que­sto com­men­to: “La gen­te sen­ti­va l’as­sen­za di una Welt­an­schauung”, al che un “pro­le­ta­rio gio­va­ni­le” ha aggiun­to: “Sì é vero, anche Alan Sti­vell e gli Stee­leye Span li ave­va­no pro­mes­si e inve­ce non c’e­ra­no”). Pro­via­mo inve­ce, nel­la sto­ria di que­sti die­ci anni di ricer­ca del nuo­vo Sog­get­to, a indi­vi­dua­re un cam­mi­no oppo­sto, inver­so: non quel­lo del­l’ag­gre­ga­zio­ne rivo­lu­zio­na­ria del­la clas­se attor­no al suo stra­to più avan­za­to e alla sua (sem­pre atte­sa) rap­pre­sen­tan­za, ma quel­lo del­la disgre­ga­zio­ne (del­lo sfu­ma­re) del­la clas­se attra­ver­so suoi stra­ti mar­gi­na­li al di là di ogni rap­pre­sen­tan­za. Pro­via­mo insom­ma a rileg­ge­re una sto­ria diver­sa del­la clas­se e del­le sue figu­re: l’o­pe­ra­io-mas­sa non é, in que­sto qua­dro, il sog­get­to che sosti­tuen­do­si all’o­pe­ra­io pro­fes­sio­na­le e alle ari­sto­cra­zie ope­ra­ie muta il segno rifor­mi­sta in rivo­lu­zio­na­rio e dà alla clas­se una “nuo­va uni­tà”. L’o­mo­ge­nei­tà del lavo­ro, la ripe­ti­ti­vi­tà, le gran­di aggre­ga­zio­ni d’uo­mi­ni, la fine del­la “qua­li­tà”, sono sì carat­te­ri­sti­che d’u­na nuo­va figu­ra ope­ra­ia, ma di una figu­ra ope­ra­ia ormai assi­mi­la­ta total­men­te al ciclo. Il “rifiu­to del lavo­ro” non sta den­tro que­ste carat­te­ri­sti­che ma “oltre”: é appun­to “la posi­zio­ne del Sog­get­to”. Da que­sto pun­to in poi il cam­mi­no del Sog­get­to non é affat­to nel­la dire­zio­ne di una più mar­ca­ta ade­ren­za al ciclo, di una sua inter­ni­tà che dovreb­be alla fine rias­su­mer­lo (rove­scia­to) in sé, ma é inve­ce nel­la sua pro­gres­si­va ester­ni­tà al ciclo, oltre il lavo­ro, oltre la pro­du­zio­ne, oltre la mer­ce. Appun­to ver­so il Sog­get­to. Ecco allo­ra la bana­li­tà, tan­to bana­le quan­to vera: e se il Sog­get­to fos­se pro­prio il sog­get­to, il sé, la per­so­na?
La clas­se in quan­to tale, l’o­mo­ge­nei­tà-lavo­ro ugua­le, non cer­ca una nuo­va rap­pre­sen­tan­za, né la pro­du­ce: la sua rap­pre­sen­tan­za isti­tu­zio­na­le, uni­ta­ria e nazio­na­le, espres­sa dal suo esse­re clas­se, é il Par­ti­to Ope­ra­io che diven­ta Sta­to Ope­ra­io. Qui, in Ita­lia, il PCI. La clas­se che si nega in quan­to clas­se é Sog­get­to, l’o­pe­ra­io che si nega come ope­ra­io é per­so­na. Ecco allo­ra per­ché il “Pro­le­ta­ria­to Gio­va­ni­le”. E’ nel­l’ul­ti­mo gra­di­no del­la sua mar­gi­na­liz­za­zio­ne rispet­to alla mac­chi­na che l’o­pe­ra­io tro­va la sua figu­ra lace­ra­ta tra la clas­se e la per­so­na. Il ter­mi­ne “pro­le­ta­ria­to gio­va­ni­le” espri­me que­sta ambi­va­len­za di dire­zio­ni, que­sta ambi­gui­tà: da una par­te un ter­mi­ne (“pro­le­ta­ria­to”) che riman­da alla col­lo­ca­zio­ne nel ciclo, dal­l’al­tra un ter­mi­ne (“gio­va­ni­le”) che riman­da alla real­tà del cor­po.
Il supe­ra­men­to del­l’am­bi­gui­tà è un pro­ble­ma più ampio di quel­lo del­l’a­bo­li­zio­ne del ter­mi­ne che nel­la sua impre­ci­sio­ne é in real­tà quan­to di più pre­ci­so ci sia. Il supe­ra­men­to del­l’am­bi­gui­tà può avve­ni­re in oppo­ste dire­zio­ni: l’as­sor­bi­men­to del secon­do ter­mi­ne nei pri­mo (del cor­po nel ciclo: ten­ta­ti­vo estre­ma­men­te tra­spa­ren­te per esem­pio attra­ver­so la cosi­det­ta “pomo­gra­fia” cioé ses­sua­li­tà-lavo­ro, ripe­ti­ti­vi­tà-effi­cien­za-pro­dut­ti­vi­tà-scom­po­si­zio­ne del­l’at­to ses­sua­le), o l’as­sor­bi­men­to del pri­mo nel secon­do che é poi il pro­ble­ma stes­so del­la rivo­lu­zio­ne: la nega­zio­ne del­la clas­se, del­la socie­tà del­le clas­si (capo­vol­gi­men­to del valo­re in uso, emer­gen­za del sog­get­to di con­tro all’og­get­to, del­la diver­si­tà-indi­vi­dua­li­tà con­cre­ta rispet­to all’o­mo­ge­nei­tà-uni­ver­sa­li­tà astrat­ta).
Ma den­tro que­sta secon­da pro­spet­ti­va il pro­ble­ma è la ricer­ca, l’al­lar­ga­men­to del­l’a­rea del­la coscien­za, la comu­ni­ca­zio­ne (per usa­re un ter­mi­ne vec­chio, la cul­tu­ra), non é l’or­ga­niz­za­zio­ne, l’al­lar­ga­men­to del­l’a­rea del­l’au­to­no­mia orga­niz­za­ta, la isti­tu­zio­na­li­tà spe­cu­lar­men­te oppo­sta quan­to ugua­le (cioé la poli­ti­ca). Il che non vuoi dire nega­re la dia­let­ti­ca tra i due estre­mi del­la que­stio­ne, ma vuol dire rico­no­sce­re che si trat­ta d’u­na dia­let­ti­ca del­le oppo­si­zio­ni, d’u­na dia­let­ti­ca scon­tro, e non può trat­tar­si d’u­na dia­let­ti­ca del­la ricom­po­si­zio­ne, del­l’u­ni­tà degli oppo­sti. Que­sta secon­da dia­let­ti­ca é pro­prio quel­la del­la per­pe­tua­zio­ne (con il sogno/​delirio del­l’or­ga­niz­za­zio­ne) del­le ambi­gui­tà non solo terminologiche.

b) Feli­ci­tà
Altra que­stio­ne rim­bal­za­ta da Par­co Lam­bro: il vero obiet­ti­vo sareb­be la feli­ci­tà, il pro­ble­ma gio­va­ni­le sta­reb­be tut­to qui: Feli­ci­tà. La sud­det­ta feli­ci­tà sareb­be poi divi­sa in due rami: a) occu­pa­zio­ne; b) sta­re bene insie­me (“crea­ti­vi­tà”). In ter­mi­ni anti­chi: panem et cir­cen­ses. E’ uno dei casi non rari in cui la sini­stra é destra: tra “panem et cir­cen­ses” e “ora et labo­ra” c’é solo una pic­co­la dif­fe­ren­za di otti­ca. Tan­t’é vero che Comu­nio­ne e Libe­ra­zio­ne ha avu­to paro­le di gran­de com­pren­sio­ne per l’e­si­gen­za di “feli­ci­tà” che emer­ge­va (“cer­to in for­me para­dos­sa­li”) da Par­co Lam­bro. E Comu­nio­ne e Libe­ra­zio­ne (C.L.) é l’im­ma­gi­ne spe­cu­lar­men­te oppo­sta di Lot­ta Con­ti­nua (L.C.).
Que­sta del­la Feli­ci­tà é la colom­ba o la cor­nac­chia estrat­ta dal cap­pel­lo a cilin­dro di chi pen­sa si deb­ba con­ti­nua­re sul­la stra­da del­l’am­bi­gui­tà, l’u­ni­ca stra­da che con­ser­vi qual­che aiuo­la di par­cheg­gio alle “orga­niz­za­zio­ni rivo­lu­zio­na­rie”. La Feli­ci­tà infat­ti, nono­stan­te per ori­gi­ne sia un ter­mi­ne pro­prio del “per­so­na­le” é qui assi­mi­la­ta al “poli­ti­co” e diven­ta quin­di feli­ci­tà ideo­lo­gi­ca che si espri­me in riti col­let­ti­vi (feli­ci­tà per il gover­no del­le sini­stre, giro­ton­di nudi, “pote­re a chi lavo­ra” gri­da­to tut­ti assie­me per non far pio­ve­re, gran­di radu­ni allie­ta­ti da taran­tel­le e chia­vi ingle­si nasco­ste sot­to le cami­cie nel caso che qual­che scon­si­de­ra­to non fos­se feli­ce e si bucas­se). Que­sta Feli­ci­tà, che è anche diver­ten­te per chi vi par­te­ci­pa, é l’ul­ti­ma masche­ra­ta del­la reli­gio­ne: é infat­ti più vici­na al cor­po che non la poli­ti­ca, pro­prio per­ché vuol esse­re la media­zio­ne tra il cor­po e la poli­ti­ca, la custo­de del­l’am­bi­gui­tà. Con l’i­ne­vi­ta­bi­li­tà del­l’e­va­sio­ne dal per­so­na­le. Se infat­ti si rima­nes­se nel­l’am­bi­to del­la per­so­na, la feli­ci­tà non potreb­be mai esse­re un obiet­ti­vo, dato che non si trat­ta d’al­tro che d’u­no sta­to par­ti­co­la­re e tem­po­ra­neo che esi­ste solo in quan­to ne esi­sto­no degli altri che han­no lo stes­so iden­ti­co valo­re euri­sti­co, ivi com­pre­so il dolo­re. Sul pia­no gene­ra­le inve­ce, la feli­ci­tà richie­de una sua defi­ni­zio­ne: non é più una con­di­zio­ne emo­ti­va, é il rive­sti­men­to di un con­te­nu­to pre­ci­so di cui trac­cia­re i con­fi­ni. E i con­fi­ni li trac­cia l’or­ga­niz­za­zio­ne: è l’or­ga­niz­za­zio­ne (pre­via assem­blea) che deci­de se é giu­sto esse­re feli­ci spian­do una don­na che piscia (no, non é giu­sto, non é fem­mi­ni­sta, non si deve fare), se é giu­sto esse­re feli­ci bat­ten­do le mani all toge­ther (sì, è giu­sto per­ché così “si par­te­ci­pa”).
Si trac­cia­no le con­di­zio­ni del­la feli­ci­tà, il si può fare e il non si può fare. Ma il pro­ble­ma che si dovreb­be por­re é: “per­ché sono feli­ce a fare que­sto o que­st’al­tro”, il che signi­fi­ca: “sen­tir­si”, dove le con­si­de­ra­zio­ni ogget­ti­ve avven­go­no den­tro un pia­no di cono­scen­za-ricer­ca dei limi­ti e del­le pos­si­bi­li­tà d’e­span­sio­ne del per­so­na­le. Por­re inve­ce, al con­tra­rio, la feli­ci­tà come obiet­ti­vo e “solu­zio­ne” del per­so­na­le (inve­ce che come ogget­to d’in­da­gi­ne) por­ta all’in­di­vi­dua­zio­ne del­le “con­di­zio­ni medie pos­si­bi­li e augu­ra­bi­li di feli­ci­tà ora e in que­sto luo­go” stan­te che la feli­ci­tà é un dove­re per­ché sei lì per quel­lo: ecco che allo­ra la “feli­ci­tà col­let­ti­va” si mani­fe­sta come asso­lu­ta impo­ten­za per­so­na­le e tota­le para­no­ia quan­do si è fuo­ri dal rito col­let­ti­vo. Il rito col­let­ti­vo con il suo uni­ver­so chiu­so di rego­le, vali­de per chi vi par­te­ci­pa, é la Feli­ci­tà: é il reci­pro­co rico­no­scer­si come iden­ti­ci, ugua­li agli altri. La diver­si­tà-indi­vi­dua­li­tà, la non par­te­ci­pa­zio­ne o il non gra­di­men­to del rito col­let­ti­vo, diven­ta così tout court emar­gi­na­zio­ne, soli­tu­di­ne, impo­ten­za.
“Nes­su­na sal­vez­za fuo­ri del­la Chie­sa”. Inve­ce d’es­se­re la “solu­zio­ne” all’e­mar­gi­na­zio­ne, la Feli­ci­tà come obiet­ti­vo gene­ra­le, “poli­ti­co”, la raf­for­za e la ricrea.

I RITI

I riti, man­co a dir­lo, sono riti di mer­ce. E lo dico sen­za scan­da­liz­zar­mi. Chi si scan­da­liz­za di soli­to é pro­prio chi pre­pa­ra il rito per­ché la mer­ce vi sia pre­sen­te, ma sfug­gen­te, vi sia esor­ciz­za­ta.
Ma per chi ha pre­sen­te che la mer­ce esi­ste, non è la mer­ce a costi­tui­re fon­te d’ir­ri­ta­zio­ne, é caso­mai il rito che vor­reb­be all’ap­pa­ren­za can­cel­lar­la men­tre la con­sa­cra. La mer­ce del caso non é infat­ti il pac­chet­to di Murat­ti o la pre­sen­za del divo x, o il mero “prez­zo” del pani­no. La mer­ce é il “rap­por­to di mer­ce”: é mer­ce-ideo­lo­gia (la poli­ti­ca), é mer­ce-cul­tu­ra (la musi­ca), é mer­ce-sog­get­to (il pal­co). Vedia­mo­la attra­ver­so alcu­ni suoi momen­ti sim­bo­li­ci al Lambro.

a) la mer­ce-poli­ti­ca anzi­tut­to: si pre­sen­ta all’in­gres­so del pra­to come stri­scio­ne-stand, libri rivi­ste pani­ni, tut­ti rigo­ro­sa­men­te di sini­stra e “ros­si” ma per­lo­più divi­si per grup­po. Feno­me­ni­ca­men­te uni­ti nel­l’im­ma­gi­ne: uno stand vale l’al­tro. La gen­te accet­ta il rap­por­to, com­pra il pani­no. Ma é trop­po caro. Il diva­rio tra valo­re di mer­ca­to e prez­zo impo­sto é trop­po. Esplo­de la con­trad­di­zio­ne del “prez­zo poli­ti­co”: il “prez­zo poli­ti­co” di soli­to ten­de a smus­sa­re il carat­te­re di mer­ce per­ché la pre­sen­ta come “ser­vi­zio”, come ogget­to d’u­so e non di “lucro”. Poi tut­ti san­no che den­tro v’é ugual­men­te con­te­nu­to quel­lo che meta­fo­ri­ca­men­te si chia­ma il “giu­sto pro­fit­to” (c’é un pro­fit­to “giu­sto”?), però psi­co­lo­gi­ca­men­te si pre­fe­ri­sce pre­scin­der­ne. Qui inve­ce il “prez­zo poli­ti­co” mostra la poli­ti­ca con un vol­to diver­so: quel­lo paras­si­ta­rio, quel­lo che si paga sul man­gia­re, anzi sul­l’a­van­zo del man­gia­re. Per di più la cosa è aggra­va­ta dal­la gestio­ne clien­te­la­re degli stand: chi é del grup­po o sim­pa­tiz­za col grup­po vie­ne gra­ti­fi­ca­to col pani­no miglio­re, chi é ester­no si pren­de la mer­da. Qual­cu­no di fron­te a tan­ta real­tà si incaz­za: “Com­pa­gni se voglio sot­to­scri­ve­re, sot­to­scri­vo, ma se voglio un pani­no non pote­te aggiun­ger­ci il prez­zo del­la sot­to­scri­zio­ne”. Riven­di­ca­zio­ne giu­sta. Rivo­lu­zio­na­ria? No. Sia­mo sem­pre den­tro il giu­sto prez­zo, il giu­sto pro­fit­to, la giu­sta mer­ce. Meno clien­te­le, insom­ma, e poi non é il moti­vo per cui sia­mo tut­ti uni­ti con­tro la D.C.? Qui con “giu­sto pro­fit­to” mol­ti inten­do­no nien­t’al­tro che il masche­ra­men­to poli­ti­co del­la mer­ce, lo Sta­to Ope­ra­io che sul valo­re con­ti­nua a vive­re, però lo chia­ma “ser­vi­zio”. Vie­ne il dub­bio che i più luci­di sia­no gli altri, i paras­si­ti. Ecco infat­ti uno che dice testual­men­te: “ce la pren­dia­mo per­ché i prez­zi degli stand sono trop­po alti, ma com­pa­gni non dimen­ti­chia­mo che que­sti sol­di diven­ta­no volan­ti­ni, mani­fe­sti, orga­niz­za­zio­ne, lot­ta di clas­se”. Applau­si. Mai fra­se fu più ben det­ta: i sol­di diven­ta­no volan­ti­ni, mani­fe­sti, lot­ta di clas­se.
Poten­za del­l’e­qui­va­len­te gene­ra­le! x ster­li­ne = 20 lib­bre di tela= 1 Bib­bia (dice­va Marx) = 400 volan­ti­ni = Xn lot­ta di clas­se, si può aggiun­ge­re). Insom­ma: la “poli­ti­ca” é den­tro il ciclo. La poli­ti­ca é mer­ce di scam­bio. La poli­ti­ca si paga sul lavo­ro. Chi vor­reb­be nascon­de­re il fat­to e fare “lo stand bene­fi­co”, paga­to con le sot­to­scri­zio­ni di qual­che miliar­da­rio “demo­cra­ti­co con­se­gun­te” (cioè: uno che paga per nascon­de­re a sé e agli altri la natu­ra di mer­ce dei rap­por­ti socia­li), non é rivo­lu­zio­na­rio: é un nostal­gi­co d’un rito labu­ri­sta che s’é rot­to, d’un tra­ve­sti­men­to del­la mer­ce che é cadu­to. La mer­ce c’é, e si vede. E que­sta mer­ce é la poli­ti­ca.
L’ul­ti­ma masche­ra del­la poli­ti­ca é quel­la del­l’Au­to­no­mia Ope­ra­ia. La poli­ti­ca qui si pre­sen­ta come anta­go­ni­sta alla mer­ce, si pre­sen­ta come espro­prio, nega­zio­ne appa­ren­te del rap­por­to di mer­ce: “non ti pago”. Ma que­sta nega­zio­ne in quan­to pre­scin­de dal carat­te­re spe­ci­fi­co del­la mer­ce (que­sta o quel­la, buo­na o cat­ti­va) cioè dal suo rea­le godi­men­to, nega pro­prio il suo lato con­cre­to, d’u­so, per affer­mar­ne il lato for­ma­le, l’a­strat­to valo­re. La loro “festa” é sem­pre rito di mer­ce. Assal­to ai pol­li e pol­li in ter­ra o get­ta­ti “alle mas­se” da qual­che pal­chet­to. I pira­ti ama­no il doblo­ne per­ché sot­to il doblo­ne ama­no il rap­por­to di pira­te­ria, il loro ruo­lo di espro­pria­ti-espro­pria­to­ri, la loro imma­gi­ne allo spec­chio (di subal­ter­ni­tà rove­scia­ta): di qui fili­bu­stie­re, di là gover­na­to­re. Si riap­pro­pria­no con la mer­ce, del rap­por­to di mer­ce. Non sfug­go­no al ciclo, ci si diver­to­no den­tro. La poli­ti­ca qui rag­giun­ge allo­ra il mas­si­mo ter­re­no di misti­fi­ca­zio­ne, tra­sfe­ri­sce la per­so­na total­men­te den­tro il rito del­la mer­ce (la per­so­na, se un pani­no fa schi­fo o più sem­pli­ce­men­te se non gli va, non lo toc­ca anche se é gra­tis, men­tre il mili­tan­te se ne appro­pria anche quan­do non ha fame per­ché ciò che ser­ve, di cui ha fame, non é il pani­no, ma é il rap­por­to di mer­ce ama­to-odia­to che il pani­no espri­me). Se biso­gna con­trat­ta­re il prez­zo del­la mer­ce oppu­re appro­priar­se­ne, é un pro­ble­ma del­la clas­se, é una varian­te den­tro il ciclo (non é in sé più rivo­lu­zio­na­ria o più coscien­te l’u­na cosa o l’al­tra). Il pro­ble­ma del­la per­so­na e del­la coscien­za rivo­lu­zio­na­ria, quel­la cioé che capo­vol­ge l’or­di­ne di cose esi­sten­te, é la rice­zio­ne del­l’og­get­to, cioé la sua e la mia “qua­li­tà” che entra­no in rap­por­to e come in que­sto rap­por­to pos­so far diven­ta­re la mer­ce-cibo sem­pli­ce­men­te cibo (gusto, nutri­men­to, pia­ce­re, non rap­por­to di clas­se) e la mer­ce-poli­ti­ca sem­pli­ce­men­te “libe­ri rap­por­ti uma­ni” (non pan­to­mi­ma spe­cu­la­re del rap­por­to di sfrut­ta­men­to). La mer­ce é là, non biso­gna aver­ne pau­ra, né esor­ciz­zar­la anche per­ché ci con­vi­via­mo: biso­gna fre­quen­tar­la, amar­la e assu­mer­la ma non come valo­re ben­sì come uso, rice­zio­ne, sti­mo­lo, godi­men­to, come insom­ma “qua­li­tà”, cioè ogget­to che si fa sog­get­to, “natu­ra” che si fa “coscien­za”. La mer­ce (l’ha det­to Marx) esce dal ciclo quan­do uno la man­gia, la con­su­ma, la usa, quan­do ridi­ven­ta “cosa” buo­na o cat­ti­va. Il rito-poli­ti­ca non può più per­met­ter­si di nascon­de­re que­sta real­tà, anche que­sta ambi­gui­tà al Lam­bro é sta­ta rivelata.

b) la “mer­ce-cul­tu­ra” in un Festi­val-pop vive prin­ci­pal­men­te come musi­ca. La pole­mi­ca con­tro la “musi­ca com­mer­cia­le” é vec­chia come il movi­men­to gio­va­ni­le e anch’es­sa mani­fe­sta lo stes­so pavi­do ten­ta­ti­vo di occul­ta­re la real­tà (in ciò é sta­ta mae­stra Stam­pa Alter­na­ti­va). La musi­ca, qual­sia­si musi­ca, in quan­to den­tro un rap­por­to di scam­bio. é mer­ce, é quin­di “musi­ca com­mer­cia­le”. Il pro­ble­ma vero é: que­sta musi­ca o quel­la musi­ca? Di nuo­vo, il pro­ble­ma é la sua rice­zio­ne, il suo uso. Di soli­to inve­ce si con­trap­po­ne alla “musi­ca com­mer­cia­le” la “musi­ca col­let­ti­va”, quel­la che cioé ricrea il rito. Musi­ca col­let­ti­va spon­ta­nea (tam­bu­ri bat­tu­ti in cer­chio fino alla noia) o musi­ca cosi­det­ta ” di par­te­ci­pa­zio­ne”. Que­sta secon­da é una del­le misti­fi­ca­zio­ni più gros­se che il “movi­men­to” abbia par­to­ri­to. Quan­do Elvis Pre­sley a Las Vegas duran­te l’e­se­cu­zio­ne di “Love me ten­der” scen­de­va dal pal­co a bacia­re le gio­va­ni e a far­si bacia­re, que­sta era par­te­ci­pa­zio­ne. Par­te­ci­pa­zio­ne a un rito, a un’i­den­ti­fi­ca­zio­ne col divo. Il truc­co di far bat­te­re le mani alla gen­te o di far­li can­ta­re in coro è noto alle suo­re quan­to, sem­pre in cam­po musi­ca­le, a Bing Cro­sby. In ger­go si dice che é una manie­ra per “risol­ve­re”: mol­ti can­tan­ti e grup­pi ten­go­no come pez­zo fina­le il pez­zo dal­la rit­mi­ca più ele­men­ta­re così la gen­te bat­te le mani, il pez­zo fini­sce in un cre­scen­do di applau­si, la gen­te applau­de il divo, il divo applau­de la gen­te, abbia­mo fat­to una bel­la festa in fami­glia e vi rega­lo pure il bis. La musi­ca del Lam­bro io l’ho sen­ti­ta fino alla noia, l’ho ascol­ta­ta e ria­scol­ta­ta dal vivo e sui nastri regi­stra­ti: ore e ore di musi­ca. Un’a­na­li­si par­ti­co­la­reg­gia­ta richie­de­reb­be un discor­so a par­te. Sin­te­tiz­zo e ven­go al noc­cio­lo del suo con­te­nu­to “ritua­le”. Alla musi­ca si chie­de­va di rap­pre­sen­ta­re l’u­ni­tà del­la gen­te del Lam­bro. Que­sto già costi­tui­va una pre­clu­sio­ne rispet­to all’a­scol­to: la musi­ca come espres­sio­ne e comu­ni­ca­zio­ne del grup­po x, come ricer­ca per­so­na­le, par­ti­va già com­pres­sa. Impos­si­bi­le che nep­pu­re si pre­sen­tas­se “alla ribal­ta” quel­la che si pre­sta­va alla scom­po­si­zio­ne del pub­bli­co, a “ribal­ta­re” una con­trad­di­zio­ne tra la gen­te. E’ inte­res­san­te nota­re in alcu­ne pre­sta­zio­ni musi­ca­li di livel­lo, quel­le per esem­pio del­la Taber­na Mylaen­sis, del Can­zo­nie­re del Lazio, di Don Cher­ry, di Toni Espo­si­to, come in gene­re i momen­ti di mag­gior “suc­ces­so”, indi­vi­dua­ti dal­la quan­ti­tà e dal calo­re degli applau­si e dei con­sen­si, sia­no inver­sa­men­te pro­por­zio­na­li alla qua­li­tà musi­ca­le espres­sa.
Ci sono degli ambi­ti d’a­scol­to dove si crea quel­la “giu­sta” ten­sio­ne psi­chi­ca e cor­po­ra­le, quel­la “comu­ni­ca­zio­ne” in cui la per­so­na che tra­smet­te qual­co­sa di sé dal pal­co rie­sce non solo a espri­mer­si pie­na­men­te, ma a “inven­ta­re”, a comu­ni­ca­re oltre i con­fi­ni pre­vi­sti e pre­fis­sa­ti, a sco­pri­re se stes­so, nuo­ve par­ti pri­ma all’o­scu­ro del­la pro­pria “musi­ca inte­rio­re”. Ci sono altre atmo­sfe­re, e que­sto era il Lam­bro, dove chia­ris­si­mo a tut­ti i musi­ci­sti era il fat­to che ogni libe­ra­zio­ne del per­so­na­le sareb­be sta­ta con­fu­sa con ego­ti­smo e quin­di s’a­ve­va da ricor­re­re ai truc­chi del mestie­re, al pez­zo faci­le e di sicu­ro effet­to, al gio­co di bot­te­ga, cioé alle risor­se del lavo­ro. Di nuo­vo: la mer­ce. Ogni ten­ta­ti­vo di sor­ti­ta ver­so dimen­sio­ni sono­re più godi­bi­li in un rap­por­to di per­so­ne, rilas­sa­te, emo­ti­ve, aper­te, era bol­la­to da indif­fe­ren­za o da cadu­ta di ten­sio­ne; men­tre ogni ripie­ga­men­to sul­la “par­te­ci­pa­zio­ne” fur­ba, sul­la pre­sen­ta­zio­ne “poli­ti­ca”, sul­la rit­mi­ca sem­pli­ce, sul­l’ef­fet­ti­smo, sul­la “mec­ca­ni­ca” pro­fes­sio­na­le, sul rito col­let­ti­vo susci­ta­to dal soli­to atto magi­co sem­pre ugua­le a se stes­so, era inve­ce coro­na­to dal­l’ap­plau­so, dal suc­ces­so e quin­di a sua vol­ta ripa­ga­to in mer­ce (dischi).
Ma c’è un livel­lo anche più pro­fon­do: da un paio d’an­ni a que­sta par­te c’é sta­ta in Ita­lia a livel­lo musi­ca­le, pilo­ta­ta dai festi­val pop, una gros­sa ripre­sa del­la rit­mi­ca: rit­mi­ca chia­ma cor­po, cor­po chia­ma ses­so. La cosa dovreb­be esse­re posi­ti­va. Senon­ché la matri­ce ori­gi­na­le di tut­to ciò nascon­de un’am­bi­va­len­za: c’é rit­mi­ca e rit­mi­ca, c’é quel­la del cor­po e c’é quel­la del lavo­ro. La musi­ca pri­mi­ti­va dove il lavo­ro é crea­ti­vo ed é lega­to al ciclo del­la ses­sua­li­tà, nascon­de que­sta ambi­gui­tà. Ma la musi­ca del nostro tem­po non può più celar­la. Nel­la stes­sa rit­mi­ca afri­ca­na e orien­ta­le d’al­tron­de, il rit­mo non è mero bat­ti­men­to, pul­sio­ne, ma é un vero e pro­prio lin­guag­gio, espri­me signi­fi­ca­ti, com­por­ta­men­ti, con­te­nu­ti uma­ni. La nostra musi­ca, soprat­tut­to quel­la ita­lia­na di ascen­den­za con­ta­di­na, espri­me tal­vol­ta attra­ver­so suo­ni ono­ma­to­pei­ci que­sti signi­fi­ca­ti (soprat­tut­to allu­sio­ni ero­ti­che), ma più spes­so riman­da a una signi­fi­ca­zio­ne di fon­do che é appun­to il lavo­ro, la scan­sio­ne del rit­mo di lavo­ro. Il ritua­le col­let­ti­vo é in que­sto caso scan­di­to da un gesto ripe­ti­ti­vo e ugua­le tra­smes­so da lavo­ra­to­re a lavo­ra­to­re. Ci si iden­ti­fi­ca in quan­to “lavo­ra­to­ri”.
Que­sta “musi­ca del lavo­ro” é inu­ti­le nascon­de­re che é sta­ta la matri­ce del­la musi­ca del­la sini­stra ita­lia­na. L’al­tra matri­ce anch’es­sa d’o­ri­gi­ne “popo­la­re” é la mar­cia, anch’es­sa a rit­mo costan­te, deci­so e scan­di­to, gesti ripe­ti­ti­vi e ugua­li, cioé la musi­ca mar­zia­le, che non é solo musi­ca del­l’e­ser­ci­to, ma anche musi­ca “di lot­ta”. Infi­ne la musi­ca da chie­sa, cora­le, ritua­le, impo­sta­ta anch’es­sa su un rit­mo costan­te, su fasi sem­pli­ci e ripe­ti­ti­ve, slo­gan. Appa­re già una dif­fe­ren­za sostan­zia­le dal­la rit­mi­ca afri­ca­na, orien­ta­le e, in par­te, afro-ame­ri­ca­na: qui pro­prio per un richia­mo cor­po­reo e/​o “col­to” più mar­ca­to, le varian­ti rit­mi­che si sovrap­pon­go­no e/​o tra­smu­ta­no le une nel­le altre. Inve­ce nel­la nostra rit­mi­ca, le varian­ti ten­do­no ad appiat­tir­si su un uni­co dise­gno bat­ten­te sem­pre ugua­le a se stes­so e per­ciò tan­to più coin­vol­gen­te. Ma si trat­ta di coin­vol­gi­men­to da “lavo­ro”, da “mili­zia” (anche in ser­vi­zio d’or­di­ne), o da “reli­gio­ne-ideo­lo­gia” (slo­gan rit­ma­to, doman­da-rispo­sta, rito sim­bo­li­co).
Se la musi­ca deve espri­me­re l’u­ni­tà poli­ti­ca del pro­le­ta­ria­to gio­va­ni­le, é ovvio che essa deve negar­si come musi­ca e ridur­si a “suo­no del ciclo”: lavo­ro, mili­tan­za e fede. Nel­lo stes­so tem­po la musi­ca espri­me in ter­mi­ni astrat­ti, media­ti, ma più vici­ni al cor­po, que­sti tre capi­sal­di del­la “coscien­za di clas­se” e quin­di a dif­fe­ren­za del­la poli­ti­ca si pre­sta meno alla rile­va­zio­ne del­la con­trad­di­zio­ne. E infat­ti al Lam­bro se la con­trad­di­zio­ne del­la poli­ti­ca si é espres­sa, quel­la del­la cul­tu­ra-musi­ca non si é espres­sa o si é espres­sa in ter­mi­ni vec­chi iden­ti­fi­can­do cioé come mer­ce solo la musi­ca che non trac­cia­va lega­me espli­ci­to con lavo­ro-mili­tan­za-fede, l’al­tra inve­ce era “musi­ca nostra”, era “par­te­ci­pa­zio­ne”: eppu­re si trat­ta­va spes­so d’u­na par­te­ci­pa­zio­ne allo stes­so rito poli­ti­co di mer­ce che s’e­ra in qual­che modo sma­sche­ra­to. Qui, nel­la musi­ca, l’am­bi­va­len­za é anco­ra da mostra­re, può anco­ra trat­tar­si d’un ter­re­no d’ap­pa­ren­te uni­tà. Il che per chi fa musi­ca e per chi ama la musi­ca costi­tui­sce un impe­gno a lot­ta­re in dire­zio­ne del­la scis­sio­ne, del­lo scio­gli­men­to del­l’am­bi­gui­tà, con­tro il “rito del lavo­ro” ver­so la “comu­ni­ca­zio­ne tra per­so­ne”. E anche al Lam­bro qual­cu­no c’é riu­sci­to. E non é poco.

c) la “mer­ce sog­get­to”. Se già pas­san­do dal­la “poli­ti­ca” alla “cul­tu­ra” la con­trad­di­zio­ne s’am­mor­bi­di­va e si cela­va, qui giun­ta alle soglie del­l’io, la con­trad­di­zio­ne si nascon­de­va pro­prio. La pul­ce nel­l’o­rec­chio m’é venu­ta dal­la soli­ta bana­li­tà feno­me­ni­ca: la gen­te ave­va pre­so il pal­co e si alter­na­va a par­la­re al micro­fo­no.
“Par­lo io, par­lo io”, “No toc­ca a me” e via a strap­par­se­lo. Vab­bé, mi dice­vo, é il soli­to pro­ble­ma del­le code. Poi ognu­no si presentava:“Sono un com­pa­gno di … “, oppu­re “sono un ope­ra­io…”: che noia ‘sti bigliet­ti da visi­ta. Poi “com­pa­gni” di qui, “com­pa­gni” di là. Ma che biso­gno c’é… Infi­ne il flash, l’ul­ti­ma scon­cer­tan­te osser­va­zio­ne. C’e­ra il micro­fo­no, ben due enor­mi alto­par­lan­ti acce­si, da super­grup­po, la gen­te tut­ta sot­to il pal­co pra­ti­ca­men­te a por­ta­ta di voce natu­ra­le. Eppu­re chi par­la­va al micro­fo­no urla­va. La mia stu­pi­da doman­da inte­rio­re era dun­que que­sta: il micro­fo­no é un raf­fi­na­to stru­men­to tec­no­lo­gi­co atto ad ampli­fi­ca­re le onde sono­re: la sua spe­ci­fi­ci­tà sta insom­ma nel fat­to che per­met­te di par­la­re a voce nor­ma­le e di far­si inten­de­re ugual­men­te a gran­di distan­ze. “Ma allo­ra per­ché urla­no?” Urla­re al micro­fo­no é un po’ come met­ter­si l’ap­pa­rec­chio acu­sti­co quan­do si ha un otti­mo udi­to, o anche come guar­da­re un ele­fan­te con la len­te d’in­gran­di­men­to. Eppu­re no, non é cosi.
A livel­lo di espres­si­vi­tà cor­po­ra­le nel­l’ur­lo al micro­fo­no s’e­spri­me l’i­stin­to di poten­za, il pote­re sugli altri. Tut­ti pic­co­li Char­lot che fan­no Hitler. Allo­ra: ave­va­no pre­so il pal­co o era­no sta­ti pre­si dal pal­co? Cos’é il pal­co, se non qual­co­sa che ti met­te sul­la testa degli altri, e per­ché l’os­ses­sio­ne di pren­der­lo se non per met­ter­si sul­la testa degli altri?
Que­sto é il gio­co del pal­co. Che é anche il gio­co del Sog­get­to. II Sog­get­to é colui che ha pote­re, e il pote­re é un pal­co. Ma i sog­get­ti muta­no e cam­bia­no, si alter­na­no a urla­re al micro­fo­no, il pal­co resta per­ché il pote­re è lui. Il Sog­get­to é una “Cosa”: il pal­co, e i sog­get­ti che si defi­ni­sco­no tali solo in vir­tù del­la dimen­sio­ne del pal­co sono sog­get­ti fan­ta­sma­ti­ci, sono per­so­nag­gi in cer­ca d’au­to­re. E’ il pal­co il vero Sog­get­to, é l’Au­to­re, quel­lo che ti pre­sta voce e atteg­gia­men­to e ti tra­smet­te gestua­li­tà. Anche qui: il pal­co, nono­stan­te tut­to, uni­sce. E’ l’u­ni­tà ritua­le che per­met­te l’as­sem­blea per­ché par­la­re in croc­chio o a due, a tre, a quat­tro, pare non sia comu­ni­ca­zio­ne inter­per­so­na­le “vera­ce”: la comu­ni­ca­zio­ne é assem­blea e il pal­co ne é il Sog­get­to, e il sog­get­to sin­go­lo si pen­sa tale solo quan­do si toglie dal­la sua sog­get­ti­vi­tà rea­le di per­so­na e si mostra come “figu­ra del pal­co”, per­ché la comu­ni­ca­zio­ne non é da per­so­ne a per­so­ne ma da “sog­get­to poli­ti­co” “coa­gu­lo di pote­re” “io urlan­te al micro­fo­no”, a “mas­se” “clas­se” “com­pa­gni”, uni­tà indi­stin­ta di altri “sog­get­ti poli­ti­ci” che anch’es­sa non s’e­spri­me in sguar­di, sen­sa­zio­ni tat­ti­li, paro­le chia­re o sot­tin­te­se, ma in urla applau­si e fischi (o lat­ti­ne). Ciclo del pote­re: la pol­ve­re e l’al­ta­re, con la pol­ve­re che da un momen­to all’al­tro ti può anche fini­re negli occhi. Altri non urla­va­no: era­no lì a usa­re un micro­fo­no, una strut­tu­ra casua­le per­ché in quel momen­to era lì che si comu­ni­ca­va e comu­ni­ca­va­no maga­ri rac­con­tan­do di sé, com’e­ra­no arri­va­ti al par­co, cosa gli era suc­ces­so. Quel­li sono sce­si dal pal­co come ci sono sali­ti: han­no par­la­to lì come altro­ve. Anche qui, qual­cu­no c’é riu­sci­to. E non é poco. Che sia­no sem­pre più sog­get­ti a par­la­re e sem­pre meno “sog­get­ti poli­ti­ci”, sem­pre più “per­so­ne”, e sem­pre meno “com­pa­gni”.

Autonomia proletaria

da «MARXIANA», n. 1, Roma 1976

di Enzo Modu­gno

Cri­ti­ca del­la poli­ti­ca

Il pro­ble­ma è quel­lo del nes­so che si sta­bi­li­sce tra gli uomi­ni nel modo di pro­du­zio­ne capi­ta­li­sti­co, nel qua­le si pre­sen­ta­no come indi­vi­dui iso­la­ti, in segui­to alla dis­so­lu­zio­ne del­le for­me socia­li feu­da­li e allo svi­lup­po del­le nuo­ve for­ze pro­dut­ti­ve. Que­sto indi­vi­duo iso­la­to (1) è il noc­cio­lo del­la que­stio­ne.
Come si col­le­ga, come entra in socie­tà?
L’al­ter­nar­si di «orga­niz­za­zio­ne auto­no­ma» e «par­ti­to» (2) ha qui le sue radi­ci: i pro­le­ta­ri per lot­ta­re han­no biso­gno di unir­si e que­sta uni­fi­ca­zio­ne può avve­ni­re (è avve­nu­ta e avvie­ne) in due modi: 1) alla base diret­ta­men­te, con col­le­ga­men­ti imme­dia­ti che essi deter­mi­na­no e con­trol­la­no; oppu­re 2) indi­ret­ta­men­te, con una media­zio­ne ester­na.
È neces­sa­rio sot­to­li­nea­re che sono due for­me sto­ri­che di vol­ta in vol­ta effet­ti­va­men­te ope­ran­ti: la loro ana­li­si cri­ti­ca non con­sen­te pole­mi­che ‘inge­nue’ tra soste­ni­to­ri del­la spon­ta­nei­tà e soste­ni­to­ri del par­ti­to; né fa un pas­so avan­ti chi ten­ta di com­bi­na­re le due cose.
È una inge­nui­tà infat­ti cre­de­re che que­ste for­me dipen­da­no dal­la buo­na o cat­ti­va volon­tà degli uomi­ni e che non abbia­no, tut­te e due, radi­ci pro­fon­de nel modo di pro­du­zio­ne.
Il pun­to di vista dei soste­ni­to­ri del par­ti­to-media­to­re ester­no pog­gia inte­ra­men­te sul pre­sup­po­sto che i pro­le­ta­ri sia­no, per pre­di­spo­si­zio­ne natu­ra­le, iso­la­ti, inca­pa­ci di uni­fi­ca­zio­ne; per uni­fi­car­li, per far­li entra­re nel­la sto­ria, diven­ta dun­que neces­sa­rio un inter­ven­to che ven­ga dal di fuo­ri, por­ta­to­re del­la scien­za, del­la teo­ria, del pro­get­to poli­ti­co.
Discen­den­za gia­co­bi­na dei pro­fe­ti del XVIII seco­lo, pen­sa­no come loro che l’in­di­vi­duo iso­la­to sia un dato natu­ra­le, il pun­to di par­ten­za. Marx inve­ce ha mostra­to che è un risul­ta­to sto­ri­co: «Quan­to più risa­lia­mo indie­tro nel­la sto­ria, tan­to più […] l’in­di­vi­duo che pro­du­ce ci appa­re non auto­no­mo, par­te di un insie­me più gran­de » (3). Solo nel­la socie­tà bor­ghe­se si pre­sen­ta come indi­vi­duo iso­la­to, solo in que­sta socie­tà rie­sce ad iso­lar­si.
La ragio­ne è nota: i carat­te­ri socia­li del lavo­ro si ogget­ti­va­no nei pro­dot­ti, appa­io­no come pro­prie­tà socia­li del­le mer­ci, e il rap­por­to socia­le tra i pro­dut­to­ri appa­re come rap­por­to socia­le fra le mer­ci, esi­sten­te al di fuo­ri dei pro­dut­to­ri. Dun­que non è che i pro­dut­to­ri iso­la­ti non viva­no in socie­tà: è solo che que­sta socie­tà, que­sto nes­so che li lega, si pre­sen­ta come qual­co­sa di estra­neo e di ogget­ti­vo di fron­te agli indi­vi­dui; non come loro rela­zio­ne reci­pro­ca, ma come loro subor­di­na­zio­ne a rap­por­ti che sus­si­sto­no indi­pen­den­te­men­te da loro.
La rela­zio­ne socia­le tra le per­so­ne si tra­sfor­ma in rap­por­to socia­le tra le cose. Insom­ma è que­sto tipo di uni­tà, di nes­so soda­le, che gene­ra l’i­so­la­men­to.
È impor­tan­te tener fer­mo que­sto nes­so socia­le rei­fi­ca­to crea­to dal­la pro­du­zio­ne di mer­ci, per­ché il nes­so crea­to dal­lo Sta­to moder­no e quel­lo crea­to dal par­ti­to sono la stes­sa cosa. Ma que­sto tipo di uni­tà rei­fi­ca­ta che gene­ra l’i­so­la­men­to gene­ra anche il suo con­tra­rio: l’u­ni­fi­ca­zio­ne diret­ta. Marx descri­ve anche que­sta: «Nel­la socie­tà così com’è tro­via­mo già occul­ta­te le con­di­zio­ni per una socie­tà sen­za clas­si»: per esem­pio, la divi­sio­ne del lavo­ro gene­ra l’ag­glo­me­ra­zio­ne, la coo­pe­ra­zio­ne, gli inte­res­si di clas­se; e i con­flit­ti fra sin­go­li ope­rai e sin­go­li bor­ghe­si sem­pre più assu­mo­no il carat­te­re di con­flit­ti tra due clas­si.
«È così che gli ope­rai inco­min­cia­no a for­ma­re coa­li­zio­ni con­tro i bor­ghe­si, riu­nen­do­si per difen­de­re il loro sala­rio. Essi fon­da­no per­si­no asso­cia­zio­ni per­ma­nen­ti per approv­vi­gio­nar­si per le sol­le­va­zio­ni even­tua­li. Qua è là la lot­ta diven­ta som­mos­sa. Di quan­do in quan­do gli ope­rai vin­co­no, ma solo in modo effi­me­ro. Il vero risul­ta­to del­le loro lot­te non è il suc­ces­so imme­dia­to, ma l’u­nio­ne sem­pre più este­sa degli ope­rai. Essa è age­vo­la­ta dai cre­scen­ti mez­zi di comu­ni­ca­zio­ne che sono crea­ti dal­la gran­de indu­stria e che col­le­ga­no tra di loro ope­rai di loca­li­tà diver­se. Basta que­sto sem­pli­ce col­le­ga­men­to per con­cen­tra­re le mol­te lot­te loca­li, aven­ti dap­per­tut­to un ugua­le carat­te­re, in una lot­ta nazio­na­le, in una lot­ta di clas­se. Ma ogni lot­ta di clas­se è lot­ta poli­ti­ca. E l’u­nio­ne per rag­giun­ge­re la qua­le ai bor­ghi­gia­ni del Medioe­vo, con le loro stra­de vici­na­li, occor­se­ro dei seco­li, oggi, con le fer­ro­vie, vie­ne rea­liz­za­ta dai pro­le­ta­ri in pochi anni» (4).
Tut­ta­via que­sto pro­ces­so di uni­fi­ca­zio­ne diret­ta non è linea­re, pro­ce­de per fasi alter­ne. Infat­ti que­sta orga­niz­za­zio­ne degli ope­rai in clas­se, se è vero che risor­ge sem­pre di nuo­vo più for­te, più sal­da, più poten­te, è anche vero che «vie­ne ad ogni istan­te nuo­va­men­te spez­za­ta dal­la con­cor­ren­za che gli ope­rai si fan­no tra loro stes­si» (5) sul mer­ca­to come pos­ses­so­ri del­la for­za-lavo­ro.
Ecco come il modo di pro­du­zio­ne, la pro­du­zio­ne di mer­ci, gene­ra sem­pre di nuo­vo l’o­pe­ra­io iso­la­to: per­ché fa vale­re sem­pre di nuo­vo il nes­so ogget­ti­vo, il mer­ca­to. Si ripro­du­ce l’i­so­la­men­to ma que­sta vol­ta ad un gra­do diver­so, con ulte­rio­ri deter­mi­na­zio­ni.
Ora, la nasci­ta del sin­da­ca­to nazio­na­le, del par­ti­to ope­ra­io nazio­na­le, affon­da qui le sue radi­ci, tro­va qui la sua neces­si­tà sto­ri­ca, in que­sto rin­no­var­si del­l’i­so­la­men­to. Ma la loro esi­sten­za sarà con­trad­dit­to­ria per­ché l’i­so­la­men­to ope­ra­io, come abbia­mo visto, sem­pre di nuo­vo gene­ra il suo con­tra­rio, l’u­ni­fi­ca­zio­ne imme­dia­ta, la fusio­ne, e così via.
Il par­ti­to e il sin­da­ca­to – nel sen­so di uni­fi­ca­zio­ne ester­na, indi­ret­ta – pog­gia­no inte­ra­men­te sul­la momen­ta­nea inca­pa­ci­tà di uni­fi­ca­zio­ne diret­ta, non media­ta, degli ope­rai; così che quan­do que­sta tor­ne­rà a mani­fe­star­si tro­ve­rà una situa­zio­ne muta­ta, tro­ve­rà la cor­po­sa pre­sen­za di que­ste isti­tu­zio­ni ormai in posi­zio­ne anta­go­ni­sti­ca. Sor­te per uni­fi­ca­re la clas­se, fini­ran­no con l’im­pe­di­re ogni altra spe­cie di uni­fi­ca­zio­ne che non sia la loro.
Soviet, con­si­gli, comi­ta­ti d’a­zio­ne e altre for­me di auto­no­mia ope­ra­ia in que­sti ulti­mi anni han­no avu­to vita dif­fi­ci­le, più che per loro debo­lez­za inter­na per il fat­to che par­ti­ti e sin­da­ca­ti (ai qua­li biso­gna aggiun­ge­re quei grup­pi che aspi­ra­no a pren­der­ne il posto) han­no siste­ma­ti­ca­men­te, e con tut­te le loro for­ze, ten­ta­to di negar­li o di rias­sor­bir­li, in una par­ti­ta che giu­sta­men­te con­si­de­ra­va­no mor­ta­le. Le dif­fi­col­tà del­l’au­to­no­mia del movi­men­to dun­que non pos­so­no esse­re attri­bui­te all’in­ca­pa­ci­tà, di cui que­sto sof­fri­reb­be, di supe­ra­re il loca­li­smo, il cor­po­ra­ti­vi­smo, il ribel­li­smo, ecc. Non è così e lo abbia­mo visto. Non solo: ormai è neces­sa­rio veri­fi­ca­re la stes­sa “neces­si­tà sto­ri­ca” del par­ti­to e del sin­da­ca­to, che appun­to cor­ri­spon­de ad un deter­mi­na­to gra­do di evo­lu­zio­ne del pro­le­ta­ria­to. Dun­que anche il loro supe­ra­men­to è una neces­si­tà sto­ri­ca che non si può fare a meno di coglie­re se si riper­cor­re lo svi­lup­po del­la lot­ta di clas­se.
Le pri­me asso­cia­zio­ni ope­ra­ie loca­li, lega­te ai mestie­ri, han­no da poco sosti­tui­to le cor­po­ra­zio­ni medioe­va­li: e tut­ta­via in esse la paro­la è ai pro­ta­go­ni­sti, l’o­pe­ra­io si pre­sen­ta in tut­ta la sua pie­nez­za; ma solo per­ché non ha rea­liz­za­to l’u­ni­ver­sa­li­tà e l’or­ga­ni­ci­tà del­la lot­ta di clas­se, e per­ché que­sta uni­ver­sa­li­tà – si può dire, para­fra­san­do Marx – egli non se l’è anco­ra con­trap­po­sta come una for­za indi­pen­den­te da lui, come una orga­niz­za­zio­ne nazio­na­le dove non ha più dirit­to di paro­la. Cer­to il col­le­ga­men­to nazio­na­le è pre­fe­ri­bi­le alla man­can­za di col­le­ga­men­to, o a un col­le­ga­men­to sol­tan­to loca­le fon­da­to su soli­da­rie­tà di mestie­re, ecc. D’al­tra par­te non è pos­si­bi­le subor­di­na­re que­sti col­le­ga­men­ti più ampi pri­ma di aver­li crea­ti. Ma non è nem­me­no pos­si­bi­le pen­sa­re che que­sto tipo di col­le­ga­men­to, di uni­ver­sa­li­tà, sia l’u­ni­ca pos­si­bi­li­tà di uni­fi­ca­zio­ne. Infat­ti, l’e­stra­nei­tà del­l’o­pe­ra­io alla sua orga­niz­za­zio­ne dimo­stra che egli sta anco­ra crean­do le for­me del­la lot­ta, e che non sta lot­tan­do a par­ti­re da que­ste for­me. L’as­so­cia­zio­ne loca­le, di mestie­re, è un col­le­ga­men­to che cor­ri­spon­de a una fase del capi­ta­li­smo. L’ul­te­rio­re svi­lup­po pro­du­ce, insie­me al col­le­ga­men­to più ampio, anche l’e­stra­nei­tà del­l’o­pe­ra­io (non ha più la paro­la); però pro­du­ce anche l’u­ni­ver­sa­li­tà e l’or­ga­ni­ci­tà dei suoi col­le­ga­men­ti. Guar­da­re indie­tro alla pie­nez­za del­le pri­me asso­cia­zio­ni ope­ra­ie è un pun­to di vista roman­ti­co. Ma d’al­tra par­te è ridi­co­lo cre­de­re che quel com­ple­to svuo­ta­men­to che è l’or­ga­niz­za­zio­ne nazio­na­le di oggi sia la for­ma final­men­te sco­per­ta di col­le­ga­men­to.
Gli ope­rai i cui col­le­ga­men­ti, in quan­to loro rela­zio­ni pro­prie, comu­ni, sono già assog­get­ta­ti al loro comu­ne con­trol­lo, sono ope­rai di una fase sto­ri­ca più svi­lup­pa­ta. È que­sta fase che ci sta dinan­zi. Ma a que­sto, cioè al di là del­l’at­tac­co a quel pun­to di vista roman­ti­co, il par­ti­to non è mai per­ve­nu­to, per­ché la sua strut­tu­ra non gli per­met­te di vede­re oltre.
Dun­que se il par­ti­to pre­sup­po­ne l’in­te­res­se di clas­se, comu­ne a tut­ti gli ope­rai, pre­sup­po­ne al tem­po stes­so l’o­pe­ra­io iso­la­to, e pre­sup­po­ne non solo la dis­so­lu­zio­ne del­le pri­me asso­cia­zio­ni loca­li, ecc., ma lo scac­co del­le gran­di lot­te auto­no­me di oggi, la man­can­za o l’in­ter­ru­zio­ne dei col­le­ga­men­ti diret­ti ecc..
Per cui il par­ti­to si pre­sen­ta ai sin­go­li ope­rai come un rap­por­to ester­no, indi­pen­den­te da loro; che media l’u­ni­tà dei sin­go­li ope­rai tra loro scol­le­ga­ti. Ed è una media­zio­ne che «pre­sen­ta facil­men­te i con­ti del­la sua ope­ra­ti­vi­tà sto­ri­ca rea­le» ha scrit­to Ros­sa­na Ros­san­da. L’al­ter­no decli­na­re del­l’u­ni­fi­ca­zio­ne diret­ta, come abbia­mo visto, ren­de pos­si­bi­le que­sta uni­fi­ca­zio­ne media­ta.
I pro­le­ta­ri cioè in que­sta fase ripon­go­no nel par­ti­to e nel sin­da­ca­to quel­la fidu­cia che non sono più dispo­sti a ripor­re in se stes­si, nel­le lot­te auto­no­me, auto­ge­sti­te, ecc. (6).
Ma per­ché i pro­le­ta­ri han­no fidu­cia nel par­ti­to?
Evi­den­te­men­te solo per­ché il par­ti­to è volon­tà pro­le­ta­ria rei­fi­ca­ta; solo per­ché i pro­le­ta­ri han­no alie­na­to la loro volon­tà, i loro col­le­ga­men­ti, la dire­zio­ne del­le loro lot­te ad una éli­te che ha avu­to la capa­ci­tà e i mez­zi di rap­pre­sen­ta­re, di ogget­ti­va­re, di cri­stal­liz­za­re la volon­tà pro­le­ta­ria.
Que­sto tra­sfe­ri­men­to ad altri però è irto di con­trad­di­zio­ni. È sta­to scrit­to nel 1762, ma era noto anche pri­ma che la volon­tà non può esse­re alie­na­ta, non si rap­pre­sen­ta: o è quel­la stes­sa, o è un’al­tra; non c’è via di mez­zo. Eppu­re, a dispet­to di Rous­seau, è quel­lo che avvie­ne tut­ti i gior­ni nel­lo Sta­to moder­no e dun­que anche nel par­ti­to ope­ra­io e nel sin­da­ca­to: la volon­tà diven­ta altra.
Pro­prio come il lavo­ro uma­no che non può esse­re rap­pre­sen­ta­to in una cosa, per­ché appe­na ciò si veri­fi­ca l’uo­mo per­de le sue qua­li­tà socia­li a favo­re del­la cosa che diven­ta mer­ce, si distac­ca dal suo pro­dut­to­re, cade in mano ad altri; e diven­ta pos­si­bi­le lo sfrut­ta­men­to; così nel nostro caso la volon­tà ope­ra­ia non può esse­re rap­pre­sen­ta­ta da una isti­tu­zio­ne ester­na, per­ché appe­na ciò si veri­fi­ca l’o­pe­ra­io non con­ta più come tale ma solo come mem­bro del­l’i­sti­tu­zio­ne la qua­le sol­tan­to diven­ta il vero sog­get­to, la sede del­la «ini­zia­ti­va rivo­lu­zio­na­ria», e l’o­pe­ra­io è ridot­to a sua appen­di­ce.
Così la volon­tà ope­ra­ia si cri­stal­liz­za, cade in mano ad altri, fini­sce per con­trap­por­si agli ope­rai. Ma se in tut­to que­sto c’è una «radi­ce idea­li­sti­ca» (7), biso­gna aggiun­ge­re che è lo stes­so “idea­li­smo” del­la mer­ce e del­lo Sta­to, non l’ ”erro­re” di qual­che hege­lia­no.
Que­sta neces­si­tà di tra­sfor­ma­re la loro uni­tà nel­la for­ma del par­ti­to, se dimo­stra da un lato che gli ope­rai per lot­ta­re han­no biso­gno di unir­si, dimo­stra dal­l’al­tro che que­sta uni­tà non si è rea­liz­za­ta imme­dia­ta­men­te. Gli ope­rai si inse­ri­sco­no in una uni­fi­ca­zio­ne rea­liz­za­ta da altri inve­ce di deci­der­ne e con­trol­lar­ne l’an­da­men­to. È una uni­fi­ca­zio­ne fuo­ri di loro, sot­to la qua­le ven­go­no sus­sun­ti, che non crea­no essi stes­si ma che tro­va­no bel­l’e fat­ta.
E se è vero che vi si inse­ri­sco­no con auto­no­ma deci­sio­ne, è anche vero che in quel momen­to non han­no alter­na­ti­va: insom­ma deci­do­no ciò che sono social­men­te costret­ti a deci­de­re. La dis­so­lu­zio­ne o l’im­pos­si­bi­li­tà del­l’u­ni­fi­ca­zio­ne diret­ta li ren­de libe­ri di accet­ta­re que­sti rap­pre­sen­tan­ti.
Han­no tor­to gli alchi­mi­sti, le due uni­fi­ca­zio­ni sono alter­na­ti­ve, il media­to­re ester­no non potrà che por­si come sog­get­to e farà del­la clas­se un suo pre­di­ca­to, è una pura inge­nui­tà pen­sa­re che i pro­le­ta­ri pos­sa­no tene­re il con­trol­lo di una uni­fi­ca­zio­ne fat­ta da altri.
Non c’è col­le­ga­men­to diret­to tra un pro­le­ta­rio e l’al­tro, non sono lega­ti tra loro, ma cia­scu­no è lega­to all’i­sti­tu­zio­ne e attra­ver­so que­sta si col­le­ga­no.
Insom­ma riman­go­no iso­la­ti, anco­ra una vol­ta. Ecco per­ché l’o­pe­ra­io iso­la­to non è sol­tan­to il pun­to di par­ten­za del par­ti­to ma anche il suo risul­ta­to sto­ri­co. Il par­ti­to (8), come lo Sta­to e come il capi­ta­le, ripro­du­ce così di con­ti­nuo le con­di­zio­ni del­la sua esi­sten­za.
In un sen­so più ampio que­sto iso­la­men­to è il gran­de risul­ta­to sto­ri­co del­la pro­du­zio­ne di mer­ci e del­lo Sta­to moder­no, il «lato magni­fi­co» dice Marx: que­sta con­nes­sio­ne, que­sta uni­fi­ca­zio­ne rei­fi­ca­ta, ester­na, indi­pen­den­te dal­la volon­tà e dal­la con­sa­pe­vo­lez­za dei sin­go­li, che tut­ta­via fun­zio­na, è rea­le, assi­cu­ra l’u­ni­ver­sa­li­tà dei col­le­ga­men­ti.
Que­sta uni­fi­ca­zio­ne alie­na­ta, ester­na, è cer­to pre­fe­ri­bi­le alla man­can­za di uni­fi­ca­zio­ne. Ma è anche insul­so pen­sa­re que­sta uni­fi­ca­zio­ne ester­na come la sola pos­si­bi­le, inscin­di­bi­le dal­la con­di­zio­ne del­l’o­pe­ra­io per­ché que­sto sareb­be capa­ce solo di riven­di­ca­zio­ni eco­no­mi­che, iso­la­te, cor­po­ra­ti­ve, ecc.
Que­sto pun­to di vista non tie­ne con­to, da un lato, del­le «fer­ro­vie» di cui par­la­va Marx. Dal­l’al­tro non tie­ne con­to del­la natu­ra del­la media­zio­ne ester­na, che è una uni­fi­ca­zio­ne che si tra­mu­ta di con­ti­nuo in iso­la­men­to, che è volon­tà ope­ra­ia che si cri­stal­liz­za, si sepa­ra, cade in mano ad altri e fini­sce col con­trap­por­si come cosa indi­pen­den­te e aven­te esi­sten­za al di fuo­ri, indi­pen­den­te­men­te dal­l’o­pe­ra­io cui appar­te­ne­va. Sono anche qui, in que­sto tipo di iso­la­men­to, le ragio­ni del­la spin­ta ope­ra­ia all’au­to­no­mia, dei con­ti­nui ten­ta­ti­vi di una diver­sa uni­fi­ca­zio­ne, diret­ta, imme­dia­ta.
Que­sto pun­to di vista cre­de che l’u­ni­fi­ca­zio­ne, la rap­pre­sen­tan­za, la stra­te­gia, il pro­get­to poli­ti­co, la pre­sa del pote­re pra­ti­ca­ti da un par­ti­to, sia­no la rea­liz­za­zio­ne ope­ra­ia di que­ste cose; ma che poi sono sta­te adul­te­ra­te dal­la dege­ne­ra­zio­ne, dal­la buro­cra­zia, dagli erro­ri, dai tra­di­men­ti, dal revi­sio­ni­smo, ecc.. O anche che, cer­to, i par­ti­ti sino­ra han­no fal­li­to i ten­ta­ti­vi di rea­liz­zar­le nel­la loro for­ma vera­men­te ope­ra­ia, ma che ora, con in pugno la vera dot­tri­na, sarà final­men­te pos­si­bi­le.
A costo­ro va rispo­sto che il par­ti­to – nel sen­so di uni­fi­ca­zio­ne ester­na – è effet­ti­va­men­te la rea­liz­za­zio­ne del­la rap­pre­sen­tan­za, del­la uni­fi­ca­zio­ne, del­la stra­te­gia, del­la pre­sa del pote­re, e che que­gli ele­men­ti di dege­ne­ra­zio­ne che com­pa­io­no a distor­cer­ne la natu­ra «ope­ra­ia» sono dege­ne­ra­zio­ni imma­nen­ti al par­ti­to, alla media­zio­ne ester­na, e appun­to la rea­liz­za­zio­ne del­la pre­sa del pote­re, del­la rap­pre­sen­tan­za e del­l’u­ni­fi­ca­zio­ne che si mostra­no come pote­re di Sta­to, buro­cra­zia, iso­la­men­to.
È desi­de­rio tan­to pio quan­to scioc­co che la rap­pre­sen­tan­za non si svi­lup­pi in buro­cra­zia o che l’u­ni­fi­ca­zio­ne alie­na­ta non si risol­va in iso­la­men­to.
Que­sto pun­to di vista, che va alla risco­per­ta del­la purez­za del par­ti­to, non vede o dimen­ti­ca la sto­ria, ed è con­dan­na­to a ripe­ter­la.

2.

Se voles­si­mo iden­ti­fi­ca­re dopo il 1850 i cicli di lot­ta e di appren­di­men­to descrit­ti da Vester (9) fino a quel­la data, dovrem­mo tener con­to, da un lato, del­l’af­fer­mar­si del­le gran­di orga­niz­za­zio­ni del pro­le­ta­ria­to – par­ti­ti e sin­da­ca­ti – che han­no dato all’al­ter­nar­si di quei cicli una svol­ta isti­tu­zio­na­le; dal­l’al­tro, del con­ti­nuo riaf­fer­mar­si dei gran­di movi­men­ti di mas­sa auto­no­mi, al di fuo­ri o in alter­na­ti­va a quel­le orga­niz­za­zio­ni (10).
La sto­ria del pro­le­ta­ria­to si mostra così come un intrec­cio 1) di orga­niz­za­zio­ne auto­no­ma e 2) di orga­niz­za­zio­ne sin­da­ca­le e di par­ti­to.
Que­ste due for­me di uni­fi­ca­zio­ne poi, la loro sto­ria, le leg­gi del loro alter­nar­si sono così stret­ta­men­te lega­te alle vicen­de del­lo Sta­to poli­ti­co e del­la socie­tà civi­le che non si vede come sia pos­si­bi­le ana­li­si che non le con­si­de­ri tut­te.
Dun­que la sto­ria del pro­le­ta­ria­to non può esse­re inte­sa come sto­ria del­le sue isti­tu­zio­ni (11) e del­le rela­ti­ve ideo­lo­gie e stra­te­gie, né come sto­ria dei soli momen­ti alti, dei gran­di movi­men­ti spon­ta­nei.
È neces­sa­rio risa­li­re all’am­bi­gui­tà del­lo Sta­to moder­no, alle sue con­trad­di­zio­ni: sono que­ste che pun­tual­men­te si riflet­to­no nel­la sto­ria del pro­le­ta­ria­to e del­le sue isti­tu­zio­ni. L’in­trec­cio di que­ste due sto­rie, di quel­la del­le mas­se e di quel­la dei comi­ta­ti cen­tra­li, di que­ste due for­me di uni­fi­ca­zio­ne cioè, lo si può coglie­re cri­ti­ca­men­te solo nel con­te­sto più gene­ra­le di una ana­li­si del modo di pro­du­zio­ne capi­ta­li­sti­co.
Così que­sti pro­ble­mi di sto­ria del pro­le­ta­ria­to ne coin­vol­go­no altri, e rin­via­no tut­ti all’a­na­li­si degli isti­tu­ti fon­da­men­ta­li del mon­do moder­no e dun­que alla mar­xia­na cri­ti­ca del­la poli­ti­ca e del­l’e­co­no­mia poli­ti­ca, che dovrà costi­tui­re per­ciò l’as­se del­l’in­da­gi­ne.
Scri­ve Marx nel 1875, che in una «socie­tà col­let­ti­vi­sta, fon­da­ta sul­la pro­prie­tà comu­ne dei mez­zi di pro­du­zio­ne, i pro­dut­to­ri non scam­bia­no i loro pro­dot­ti; tan­to meno il lavo­ro incor­po­ra­to nei pro­dot­ti appa­re come valo­re di que­sti pro­dot­ti, come una pro­prie­tà ogget­ti­va da essi pos­se­du­ta, per­ché ora, in con­trap­po­sto alla socie­tà capi­ta­li­sti­ca, non è più indi­ret­ta­men­te ma diret­ta­men­te che i lavo­ri indi­vi­dua­li diven­ta­no par­te inte­gran­te del lavo­ro del­la comu­ni­tà» (12).
In real­tà tut­ta l’o­pe­ra di Marx, può esse­re vista come l’a­na­li­si di que­sto pro­ces­so indi­ret­to attra­ver­so il qua­le, nel modo di pro­du­zio­ne capi­ta­li­sti­co, i lavo­ri indi­vi­dua­li diven­ta­no lavo­ro socia­le. E dun­que come il lavo­ro indi­vi­dua­le, attra­ver­so tra­sfor­ma­zio­ni suc­ces­si­ve, in un pro­ces­so che l’e­co­no­mia poli­ti­ca clas­si­ca non riu­sci­va a vede­re, si tra­sfor­mi fino ad emer­ge­re alla super­fi­cie nel­le cate­go­rie del prez­zo di mer­ca­to, del pro­fit­to, ecc.
Che ruo­lo abbia la poli­ti­ca in que­sto pro­ces­so indi­ret­to, che ruo­lo svol­ga­no lo Sta­to e il dirit­to, Marx lo ha accen­na­to in innu­me­re­vo­li pas­si.
La rico­stru­zio­ne del­la cri­ti­ca mar­xia­na del­la poli­ti­ca e del dirit­to, nodo cen­tra­le sia per quan­to riguar­da lo stu­dio del capi­ta­li­smo sia per quan­to riguar­da la tran­si­zio­ne dal capi­ta­li­smo ad un’al­tra socie­tà, è ormai un pro­ble­ma che richie­de solu­zio­ne e lo dimo­stra la ripre­sa degli stu­di in que­sta dire­zio­ne. Natu­ral­men­te l’or­ga­niz­za­zio­ne del pro­le­ta­ria­to, come vedre­mo, non sfug­ge a que­sta cri­ti­ca del­la poli­ti­ca, soprat­tut­to dopo l’af­fer­mar­si dei gran­di par­ti­ti e dei sin­da­ca­ti nazio­na­li: le descri­zio­ni che ne ha fat­to la socio­lo­gia, da Rober­to Michels (13) in poi, non sono di gran­de aiu­to. Ci sono buo­ne ragio­ni dun­que per que­sta ripre­sa, anche se fino­ra sono sta­ti trop­po tra­scu­ra­ti a que­sto fine gli scrit­ti di cri­ti­ca del­l’e­co­no­mia poli­ti­ca che Marx ripre­se a par­ti­re dal 1857.
Cer­to alla luce di que­sti, che cul­mi­ne­ran­no con la pub­bli­ca­zio­ne del pri­mo volu­me del Capi­ta­le e che con­ti­nue­ran­no, non sap­pia­mo con qua­le inten­si­tà per via degli ine­di­ti (14), fino alla mor­te, diven­ta mol­to discu­ti­bi­le una sepa­ra­zio­ne, sia pure per como­di­tà di lavo­ro, del­la cri­ti­ca del­l’e­co­no­mia da quel­la del­la poli­ti­ca e del dirit­to; in que­sti scrit­ti qua­si ad ogni pagi­na ci sono ele­men­ti di “poli­ti­ca”. Se Marx pri­vi­le­gia la strut­tu­ra eco­no­mi­ca del­la socie­tà, ciò non è dovu­to al fat­to che Marx sia un «eco­no­mi­sta», né al fat­to che il modo di pro­du­zio­ne del­la vita mate­ria­le è la con­di­zio­ne del pro­ces­so vita­le socia­le, poli­ti­co, intel­let­tua­le, ecc.: sic­co­me ciò vale per tut­te le epo­che, non ci direb­be anco­ra nul­la sul per­ché di que­sta scel­ta fat­ta a pro­po­si­to del­la socie­tà bor­ghe­se. La ragio­ne sta inve­ce nel fat­to che pro­prio il modo di pro­du­zio­ne del­la vita mate­ria­le spie­ga per­ché nel­la socie­tà bor­ghe­se la par­te prin­ci­pa­le è rap­pre­sen­ta­ta dal­l’e­co­no­mia, così come è sem­pre il modo di pro­dur­re che spie­ga per­ché nel mon­do anti­co la par­te prin­ci­pa­le era rap­pre­sen­ta­ta dal­la poli­ti­ca e nel Medioe­vo era rap­pre­sen­ta­ta dal cat­to­li­ce­si­mo (15).
Nel­la socie­tà bor­ghe­se insom­ma, la pro­du­zio­ne pre­ce­de la comu­ni­tà, vi sono rap­por­ti socia­li tra le cose e rap­por­ti di cose tra gli uomi­ni, e chi vuo­le ana­liz­za­re que­sta socie­tà deve ana­liz­za­re que­sti rap­por­ti. Infat­ti ora non ci sono più rap­por­ti di dipen­den­za per­so­na­le, il lavo­ra­to­re è libe­ro dagli anti­chi vin­co­li di clien­te­la, di ser­vi­tù, di pre­sta­zio­ne, per­ché lo scam­bio «ren­de super­fluo il gre­ga­ri­smo e lo dis­sol­ve» (16). I lega­mi dove­va­no esse­re orga­niz­za­ti su base poli­ti­ca, reli­gio­sa, ecc. fin quan­do il pote­re del dena­ro non era anco­ra diven­ta­to il nexus rerum et homi­num.
Ora inve­ce l’u­ni­co nexus è il dena­ro e il lavo­ra­to­re è libe­ro. Ma è una liber­tà dupli­ce, per­ché il lavo­ra­to­re libe­ro da que­gli anti­chi rap­por­ti è anche libe­ro da ogni ave­re, da ogni for­ma di esi­sten­za ogget­ti­va, da ogni pro­prie­tà. È libe­ro, pri­vo del­le con­di­zio­ni ogget­ti­ve, dei mez­zi di sus­si­sten­za, del­lo stru­men­to di lavo­ro, che una vol­ta, d’u­ne maniè­re ou d’u­ne autre (17) dice Marx, nel bene e nel male, era­no pro­prie­tà del­le mas­se. Con la con­se­guen­za di gran­de impor­tan­za che «la cosa che gli si con­trap­po­ne è ora diven­ta­ta la vera comu­ni­tà che egli cer­ca di far sua e dal­la qua­le inve­ce vie­ne ingo­ia­to» (18).
Dun­que sem­bra que­sta la ragio­ne per cui Marx, inve­ce di un trat­ta­to sul­lo Sta­to, ci ha lascia­to la cri­ti­ca del­l’e­co­no­mia poli­ti­ca. La cri­ti­ca di Marx, insom­ma, sco­pre la pri­ma­rie­tà dei rap­por­ti socio-eco­no­mi­ci su quel­li poli­ti­co-giu­ri­di­ci: se si affron­tas­se­ro solo que­sti ulti­mi, sarem­mo costret­ti, per spie­gar­li, a uscir fuo­ri dal­la loro dimen­sio­ne. Già Rous­seau d’al­tra par­te ave­va intui­to (19) che un popo­lo è un popo­lo pri­ma di dar­si a un re.
Marx mostra in modo defi­ni­ti­vo che volon­tà, liber­tà e ugua­glian­za, che sono i pila­stri di tut­to il pen­sie­ro poli­ti­co moder­no, pre­sup­pon­go­no rap­por­ti di pro­du­zio­ne bor­ghe­si ed han­no come base il valo­re di scam­bio.
«Non solo dun­que ugua­glian­za e liber­tà sono rispet­ta­ti nel­lo scam­bio basa­to sui valo­ri di scam­bio», scri­ve Marx nei Grun­dris­se, ma que­sto scam­bio «è anzi la base pro­dut­ti­va, rea­le di ogni ugua­glian­za e liber­tà. Come idee pure esse ne sono sol­tan­to le espres­sio­ni idea­liz­za­te; e in quan­to si svi­lup­pa­no in rap­por­ti giu­ri­di­ci, poli­ti­ci e socia­li, esse sono sol­tan­to que­sta base ad una diver­sa poten­za» (20). L’u­gua­glian­za si pone mate­rial­men­te, esi­ste espres­sa­men­te in for­ma ogget­ti­va, un lavo­ra­to­re o un re, dice Marx, che acqui­sti­no la stes­sa mer­ce, sono com­ple­ta­men­te ugua­li, qual­sia­si dif­fe­ren­za tra loro è can­cel­la­ta per­ché tut­ti e due si pre­sen­ta­no come pos­ses­so­ri di dena­ro. A sua vol­ta il ven­di­to­re si pre­sen­ta sol­tan­to come il pos­ses­so­re di una mer­ce che cor­ri­spon­de al dena­ro dei com­pra­to­ri. D’al­tra par­te si trat­ta di una tran­sa­zio­ne volon­ta­ria, l’in­di­vi­duo agi­sce in pie­na liber­tà, non c’è nes­su­na vio­len­za; o meglio, se vio­len­za c’è, que­sta non vie­ne dal­l’e­ster­no, ma dal­l’in­te­res­se che l’in­di­vi­duo ha a sod­di­sfa­re i suoi biso­gni. In que­sto sen­so volon­tà è ugua­le a inte­res­se.
È dun­que qui nel­la cir­co­la­zio­ne, nei rap­por­ti di dena­ro, la base dei rap­por­ti giu­ri­di­co-poli­ti­ci del­la socie­tà bor­ghe­se. Ed è qui, nel­la cir­co­la­zio­ne, che «cer­ca scam­po la demo­cra­zia bor­ghe­se» (21), cioè in que­sto pro­ces­so di super­fi­cie dove tut­te le anti­te­si imma­nen­ti appa­io­no can­cel­la­te, dove i vin­co­li di dipen­den­za per­so­na­le sono spez­za­ti, dove non ci sono più dif­fe­ren­ze di san­gue, di edu­ca­zio­ne, ecc., dove gli indi­vi­dui scam­bia­no come per­so­ne libe­re e indi­pen­den­ti.
Que­sta sfe­ra insom­ma «sedu­ce la demo­cra­zia» (22), ma non solo quel­la «bor­ghe­se»; «vie­ne in luce – scri­ve Marx – l’i­net­ti­tu­di­ne dei socia­li­sti (soprat­tut­to dei fran­ce­si, che pre­ten­do­no di addi­ta­re il socia­li­smo come rea­liz­za­zio­ne del­le idee del­la socie­tà bor­ghe­se espres­se dal­la rivo­lu­zio­ne fran­ce­se), i qua­li dimo­stra­no che lo scam­bio, il valo­re di scam­bio ecc., sono ori­gi­na­ria­men­te (ossia nel tem­po) o con­cet­tual­men­te (ossia nel­la for­ma ade­gua­ta) un siste­ma del­la liber­tà e ugua­glian­za di tut­ti, ma sono sta­ti poi adul­te­ra­ti dal dena­ro, dal capi­ta­le ecc.» (23).
Que­sta «inet­ti­tu­di­ne dei socia­li­sti» accom­pa­gne­rà la socie­tà bor­ghe­se sino alla sua fine. Dopo Prou­d­hon si è ripre­sen­ta­ta. Da un lato i social­de­mo­cra­ti­ci che han­no pre­te­so rica­va­re dai prin­ci­pi libe­ra­li tra­di­zio­na­li una pro­ble­ma­ti­ca socia­li­sta: Bern­stein, Laski, Stra­chey, che con Loc­ke e Kant in tasca si sono assun­ti il com­pi­to super­fluo, direb­be Marx, di vole­re rea­liz­za­re la liber­tà e l’u­gua­glian­za, cioè l’e­spres­sio­ne idea­le del­la socie­tà bor­ghe­se, «ove que­sta è in effet­ti sol­tan­to la tra­sfi­gu­ra­zio­ne di que­sta real­tà» (24). Vede que­sta «inet­ti­tu­di­ne» Sola­ri che scri­ve: «Illo­gi­ci sono quel­li che in favo­re del quar­to sta­to invo­ca­no i prin­ci­pi indi­vi­dua­li­sti del­lo sta­to di dirit­to, dan­do ad essi una esten­sio­ne e un signi­fi­ca­to che cer­ta­men­te non com­por­ta­no» (25).
D’al­tra par­te que­sto pun­to di vista riaf­fio­ra, anche se in un altro con­te­sto, in colo­ro che riten­go­no che lo Sta­to sia uno Sta­to di clas­se per­ché non rea­liz­ze­reb­be le affer­ma­zio­ni con­te­nu­te nel­le dichia­ra­zio­ni dei dirit­ti, che sareb­be­ro dun­que nien­t’al­tro che un «ingan­no». Quin­di allo «Sta­to socia­li­sta» spet­te­reb­be il com­pi­to di attua­re quei dirit­ti che lo Sta­to bor­ghe­se use­reb­be solo come fac­cia­ta. Que­sto pun­to di vista ricor­da anco­ra Prou­d­hon quan­do affer­ma che «la pro­prie­tà è un fur­to»: in real­tà se è vero che sem­pre il capi­ta­li­sta cer­ca di paga­re la for­za-lavo­ro al di sot­to del suo valo­re, è però vero che non è que­sto il modo di fun­zio­na­re del­la socie­tà bor­ghe­se: Marx mostra che lo sfrut­ta­men­to non è un fur­to, ma che si veri­fi­ca pro­prio quan­do vie­ne rispet­ta­ta la leg­ge del valo­re. La stes­sa cosa si può dire del­lo Sta­to moder­no rap­pre­sen­ta­ti­vo: è uno Sta­to di clas­se non per­ché non rispet­ta le dichia­ra­zio­ni dei dirit­ti, che è cer­ta­men­te una voca­zio­ne del­la bor­ghe­sia, come lo è la peren­ne ten­den­za a paga­re la for­za-lavo­ro al di sot­to del suo valo­re; ma è uno Sta­to di clas­se pro­prio nel suo nor­ma­le fun­zio­na­men­to per il solo fat­to che trat­ta in modo ugua­le indi­vi­dui disu­gua­li, che è ad un tem­po la carat­te­ri­sti­ca del­lo scam­bio di valo­ri di scam­bio e del­la nor­ma astrat­ta e gene­ra­le del dirit­to for­ma­le (26).
Dun­que la sfe­ra giu­ri­di­co-poli­ti­ca è espres­sio­ne dei rap­por­ti eco­no­mi­ci più sem­pli­ci, del­la cir­co­la­zio­ne cioè, del­lo scam­bio di mer­ci, del mer­ca­to, di que­sta «sfe­ra rumo­ro­sa che sta alla super­fi­cie ed è acces­si­bi­le a tut­ti gli sguar­di» nel­la qua­le «cer­ca scam­po la demo­cra­zia», e «il libe­ro-scam­bi­sta vul­ga­ris pren­de a pre­sti­to con­ce­zio­ni, con­cet­ti e nor­me per il suo giu­di­zio sul­la socie­tà del capi­ta­le» (27).
Ma que­sta sfe­ra del­la cir­co­la­zio­ne, del­lo scam­bio, pre­sa auto­no­ma­men­te è una pura astra­zio­ne, per­ché si trat­ta di un pro­ces­so super­fi­cia­le al fon­do del qua­le si veri­fi­ca­no ben altri pro­ces­si; quin­di se non si lascia que­sta sfe­ra, se non ci si adden­tra nel «segre­to labo­ra­to­rio del­la pro­du­zio­ne» (28) non si può vede­re come il valo­re di scam­bio si svi­lup­pa in capi­ta­le e come il lavo­ro che pro­du­ce valo­re di scam­bio si svi­lup­pa in lavo­ro sala­ria­to, e quin­di non si vedrà nean­che come il siste­ma del dena­ro, che è effet­ti­va­men­te il siste­ma del­la ugua­glian­za, del­la liber­tà, del­la volon­tà, del dirit­to, si con­ver­ta poi in disu­gua­glian­za, illi­ber­tà, moder­no pri­vi­le­gio. È inte­res­san­te a que­sto pun­to con­fron­ta­re due pas­si, uno di Marx ed uno di Hegel, nei qua­li, men­tre que­st’ul­ti­mo si limi­ta a con­sta­ta­re come il dena­ro ren­da pos­si­bi­le il dirit­to e la liber­tà sog­get­ti­va, restan­do impi­glia­to in que­sta sfe­ra del­la cir­co­la­zio­ne, Marx, che cono­sce le più pro­fon­de anti­te­si per­ché è entra­to, a dif­fe­ren­za di Hegel, dove non si entra «except on busi­ness» e si pro­du­ce il plu­sva­lo­re, può, dal can­to suo, con­sta­ta­re ben altri pro­ces­si.
I due pas­si sono paral­le­li. Scri­ve Hegel nei Linea­men­ti di Filo­so­fia del Dirit­to (29): «Ciò che si deve pre­sta­re [allo Sta­to], sola­men­te se sia ridot­to a dena­ro, in quan­to valo­re uni­ver­sa­le esi­sten­te del­le cose e del­le pre­sta­zio­ni, può esse­re deter­mi­na­to in manie­ra giu­sta e, nel­lo stes­so tem­po, in modo che i lavo­ri e i ser­vi­gi par­ti­co­la­ri, che il sin­go­lo può pre­sta­re, sia­no media­ti dal suo arbi­trio». Può sor­pren­de­re, con­ti­nua Hegel, che «lo Sta­to non esi­ga una pre­sta­zio­ne diret­ta, ma pre­ten­da la sola ric­chez­za che si pre­sen­ta come mone­ta […] la mone­ta non è una ric­chez­za par­ti­co­la­re accan­to alle altre, ma è l’u­ni­ver­sa­le di esse, in quan­to si pro­du­co­no nel­la este­rio­ri­tà del­l’e­si­sten­za, nel­la qua­le esse pos­so­no esse­re inte­se in quan­to cosa. Sol­tan­to in que­sto estre­mo este­rio­re, è pos­si­bi­le la deter­mi­na­tez­za quan­ti­ta­ti­va e, quin­di, la giu­sti­zia e l’e­gua­glian­za del­le pre­sta­zio­ni – Pla­to­ne nel suo Sta­to, fa asse­gna­re dai supe­rio­ri gli indi­vi­dui alle clas­si par­ti­co­la­ri e impor­re loro le pre­sta­zio­ni par­ti­co­la­ri […]; nel­la monar­chia feu­da­le, i vas­sal­li ave­va­no, pari­men­ti, ser­vi­zi inde­ter­mi­na­ti ma da pre­sta­re anche nel­la loro par­ti­co­la­ri­tà: p. es., l’uf­fi­cio di giu­di­ce e simi­li; le pre­sta­zio­ni in Orien­te, in Egit­to per le smi­su­ra­te archi­tet­tu­re etc., sono del pari di qua­li­tà par­ti­co­la­re etc. In que­sti rap­por­ti, man­ca il prin­ci­pio del­la liber­tà sog­get­ti­va, per cui il fat­to sostan­zia­le del­l’in­di­vi­duo, il qua­le in tali pre­sta­zio­ni è, quan­to al suo con­te­nu­to, un che di par­ti­co­la­re, è media­to dal­la sua volon­tà par­ti­co­la­re; – dirit­to, il qua­le è pos­si­bi­le uni­ca­men­te per la pre­te­sa del­le pre­sta­zio­ni nel­la for­ma del valo­re gene­ra­le, e il qua­le è la ragio­ne che ha pro­dot­to que­sta tra­sfor­ma­zio­ne».
Ed ecco come Marx trat­ta lo stes­so argo­men­to, nel Fram­men­to del testo pri­mi­ti­vo (1858) di Per la cri­ti­ca del­l’e­co­no­mia poli­ti­ca, dove scri­ve che la monar­chia asso­lu­ta, essa stes­sa già pro­dot­to del­la ric­chez­za bor­ghe­se ad un gra­do ormai non più com­pa­ti­bi­le con i vec­chi rap­por­ti feu­da­li, per esse­re in gra­do di eser­ci­ta­re la sua auto­ri­tà su tut­ti i pun­ti – e fino alla peri­fe­ria – del ter­ri­to­rio, ha biso­gno di una leva mate­ria­le: il pote­re del­l’e­qui­va­len­te gene­ra­le e di una ric­chez­za del tut­to indi­pen­den­te da par­ti­co­la­ri rap­por­ti loca­li, natu­ra­li, indi­vi­dua­li. Ave­va biso­gno del­la ric­chez­za nel­la sua for­ma di dena­ro. «La monar­chia asso­lu­ta si com­por­ta per­ciò in modo atti­vo nel tra­sfor­ma­re il dena­ro in mez­zo di paga­men­to uni­ver­sa­le. Il che si può otte­ne­re sol­tan­to attra­ver­so la cir­co­la­zio­ne for­za­ta, che fa cir­co­la­re i pro­dot­ti al di sot­to del loro valo­re. Per essa la tra­sfor­ma­zio­ne di tut­te le impo­ste in dena­ro è que­stio­ne vita­le. Quin­di, ad un pri­mo sta­dio, la tra­sfor­ma­zio­ne del­le pre­sta­zio­ni natu­ra­li in paga­men­ti in dena­ro appa­re come la sop­pres­sio­ne di tut­ti i rap­por­ti di dipen­den­za per­so­na­le, come vit­to­ria del­la socie­tà bor­ghe­se, che si riscat­ta in dena­ro con­tan­te dai vin­co­li che la impri­gio­na­no» (30). Hegel, come abbia­mo visto, è fer­mo a que­sto «pri­mo sta­dio».
«Da par­te roman­ti­ca» inve­ce, que­sto pro­ces­so vie­ne visto come «sosti­tu­zio­ne di gret­ti e indif­fe­ren­ti rap­por­ti mone­ta­ri al posto del vario e vario­pin­to lega­me uma­no», men­tre, già sot­to Lui­gi XIV, a Boi­sguil­le­bert il dena­ro appa­re come male­di­zio­ne uni­ver­sa­le che «fa lan­gui­re le rea­li fon­ti di pro­du­zio­ne del­la ric­chez­za». «II dena­ro – scri­ve inve­ce Marx – è pro­prie­tà “imper­so­na­le”. In esso io pos­so por­ta­re in giro con me, nel­la mia tasca, l’u­ni­ver­sa­le pote­re socia­le, l’u­ni­ver­sa­le rap­por­to socia­le come una cosa nel­le mani del­la per­so­na pri­va­ta, che pro­prio in quan­to tale eser­ci­ta poi que­sto pote­re» (31). E nei Grun­dris­se: «Lo scam­bio gene­ra­le del­le atti­vi­tà e dei pro­dot­ti, che è diven­ta­to con­di­zio­ne di vita per ogni sin­go­lo indi­vi­duo, il nes­so che uni­sce l’u­no all’al­tro, si pre­sen­ta ad essi estra­neo, indi­pen­den­te, come una cosa. Nel valo­re di scam­bio la rela­zio­ne socia­le tra le per­so­ne si tra­sfor­ma in rap­por­to socia­le tra cose; la capa­ci­tà per­so­na­le, in una capa­ci­tà del­le cose […]. Strap­pa­te alla cosa que­sto pote­re socia­le e dovre­te dar­lo alle per­so­ne sul­le per­so­ne», per­ché se man­ca la for­za socia­le del mez­zo di scam­bio diven­ta neces­sa­ria «la for­za del­la comu­ni­tà che lega insie­me gli indi­vi­dui, il rap­por­to patriar­ca­le, la comu­ni­tà anti­ca, il feu­da­le­si­mo e la cor­po­ra­zio­ne » (32). Nel 1851 Marx ave­va scrit­to: «Ciò che ogni sin­go­lo indi­vi­duo pos­sie­de nel dena­ro è una gene­ri­ca pos­si­bi­li­tà di scam­bio, median­te la qua­le egli può sta­bi­li­re a suo pia­ci­men­to e in pie­no dirit­to la sua par­te­ci­pa­zio­ne ai pro­dot­ti socia­li. Cia­scun indi­vi­duo pos­sie­de il pote­re socia­le nel­la sua tasca sot­to for­ma di una cosa. Toglie­te alla cosa que­sto pote­re socia­le, e dovre­te dare que­sto pote­re imme­dia­ta­men­te alla per­so­na sul­la per­so­na. Sen­za il dena­ro dun­que non è pos­si­bi­le svi­lup­po indu­stria­le alcu­no. I lega­mi devo­no esse­re orga­niz­za­ti su base poli­ti­ca, reli­gio­sa, ecc., fin quan­do il pote­re del dena­ro non è diven­ta­to il nexus rerum et homi­num» (33).
Dun­que men­tre Hegel vede nel­l’af­fer­mar­si del dena­ro la pos­si­bi­li­tà del dirit­to e del­la liber­tà sog­get­ti­va, in con­trap­po­si­zio­ne ai rap­por­ti di dipen­den­za per­so­na­le, per Marx que­sta del­l’in­di­pen­den­za per­so­na­le è cer­to una for­ma socia­le impor­tan­te, che segue quel­la del­la dipen­den­za per­so­na­le, ma è una for­ma socia­le fon­da­ta sul­la dipen­den­za mate­ria­le. Indi­pen­den­za per­so­na­le nel­la cir­co­la­zio­ne, ma dipen­den­za mate­ria­le nel­la pro­du­zio­ne. Tener­si alla cir­co­la­zio­ne dun­que, non solo non per­met­te di vede­re la dipen­den­za mate­ria­le, ma, ed è la con­se­guen­za più gra­ve, non per­met­te di capi­re che in real­tà que­sta secon­da for­ma sta crean­do le con­di­zio­ni di una ter­za, del­la «libe­ra indi­vi­dua­li­tà, fon­da­ta sul­lo svi­lup­po uni­ver­sa­le degli indi­vi­dui e sul­la subor­di­na­zio­ne del­la loro pro­dut­ti­vi­tà col­let­ti­va, socia­le, egua­le loro patri­mo­nio socia­le» (34).
Insom­ma è di gran­de impor­tan­za la distin­zio­ne che Marx fa tra cir­co­la­zio­ne e pro­du­zio­ne. Da que­sto pun­to di vista la cri­ti­ca all’e­co­no­mia clas­si­ca, a Smith e a Ricar­do, è l’e­sat­to pen­dant del­la cri­ti­ca a Rous­seau e a Hegel, e al pen­sie­ro poli­ti­co moder­no. La sco­per­ta del plu­sva­lo­re avreb­be spie­ga­to a Ricar­do il per­ché del­la “ecce­zio­ne” alla teo­ria del valo­re che Ricar­do non può spie­gar­si per­ché rima­ne fer­mo alla distri­bu­zio­ne; avreb­be mostra­to a Rous­seau, che pure l’a­ve­va intui­to, che la volon­tà non è e non può esse­re la base del dirit­to e ad Hegel che la liber­tà sog­get­ti­va si con­ver­te in illi­ber­tà.
Ora, tut­te le con­trad­di­zio­ni non solo del pen­sie­ro poli­ti­co moder­no, ma del­le stes­se isti­tu­zio­ni, del­lo stes­so Sta­to moder­no, sono l’e­sat­to cor­ri­spon­den­te del­le dif­fi­col­tà e del­le con­trad­di­zio­ni del­l’e­co­no­mia poli­ti­ca clas­si­ca e del fat­to che lo scam­bio di equi­va­len­ti nel­la cir­co­la­zio­ne si con­ver­te in uno scam­bio ine­gua­le nel­la pro­du­zio­ne: per que­sto, pas­san­do dal­la cir­co­la­zio­ne alla pro­du­zio­ne, volon­tà, liber­tà e ugua­glian­za si con­ver­to­no nel loro con­tra­rio.
Scri­ve Marx: «que­sto scam­bio di equi­va­len­ti avvie­ne ma è solo lo stra­to super­fi­cia­le di una pro­du­zio­ne che si fon­da sul­la appro­pria­zio­ne di lavo­ro altrui sen­za scam­bio; ma sot­to la par­ven­za del­lo scam­bio. Que­sto siste­ma di scam­bio si fon­da sul capi­ta­le in quan­to sua base, e se lo si con­si­de­ra sepa­ra­ta­men­te da quel­lo, così come esso si mostra alla super­fi­cie, come siste­ma auto­no­mo, allo­ra è una mera par­ven­za ma una par­ven­za neces­sa­ria. E per­ciò non c’è più da mera­vi­gliar­si se il siste­ma dei valo­ri di scam­bio – scam­bio di equi­va­len­ti misu­ra­ti sul­la base del lavo­ro – si ribal­ta o piut­to­sto mostra come suo fon­do nasco­sto, l’ap­pro­pria­zio­ne di lavo­ro altrui sen­za scam­bio, la com­ple­ta sepa­ra­zio­ne tra lavo­ro e pro­prie­tà» (35).
Insom­ma lo scam­bio di equi­va­len­ti sem­bra pre­sup­por­re la pro­prie­tà del pro­dot­to del pro­prio lavo­ro. E a que­sto si fer­ma l’e­co­no­mia vol­ga­re «che vede sol­tan­to le cose pro­dot­te». Ma l’ap­pro­pria­zio­ne median­te il lavo­ro e la pro­prie­tà del lavo­ro ogget­ti­va­to sono due cose com­ple­ta­men­te diver­se. Il lavo­ro ogget­ti­va­to signi­fi­ca non ogget­ti­vi­tà del­l’o­pe­ra­io. «Nel­la socie­tà bor­ghe­se il lavo­ra­to­re – dice Marx – non ha una esi­sten­za ogget­ti­va, esi­ste solo sog­get­ti­va­men­te» (36). Il lavo­ro ogget­ti­va­to insom­ma è ogget­ti­vi­tà con­trap­po­sta all’o­pe­ra­io, è pro­prie­tà di una volon­tà a lui estra­nea. È qui che nasce lo Sta­to moder­no: ciò che si pre­sen­ta­va pri­ma come un pro­ces­so rea­le, cioè la appro­pria­zio­ne median­te il lavo­ro, la pro­prie­tà del pro­dot­to del pro­prio lavo­ro, diven­ta ora pro­prie­tà di lavo­ro ogget­ti­va­to; cioè si pre­sen­ta come un rap­por­to giu­ri­di­co, come con­di­zio­ne gene­ra­le del­la pro­du­zio­ne, e quin­di ha biso­gno di esse­re «legal­men­te rico­no­sciu­to» di esse­re «posto come espres­sio­ne del­la volon­tà gene­ra­le» (37).
Lo scam­bio di equi­va­len­ti, cioè, la sfe­ra del­la cir­co­la­zio­ne, que­sto pro­ces­so super­fi­cia­le, iden­ti­fi­ca la pro­prie­tà del pro­dot­to del pro­prio lavo­ro con la pro­prie­tà del lavo­ro ogget­ti­va­to. Tut­to ciò «sedu­ce la demo­cra­zia», ha «sedot­to» quei socia­li­sti che pen­sa­va­no che vi potes­se esse­re capi­ta­le sen­za capi­ta­li­sti, che è come dire appun­to pro­prie­tà del lavo­ro ogget­ti­va­to e nel­lo stes­so tem­po pro­prie­tà del pro­dot­to del pro­prio lavo­ro. Ma «il capi­ta­le è neces­sa­ria­men­te al tem­po stes­so capi­ta­li­sta» (38).
Con l’ar­ti­gia­na­to cit­ta­di­no, seb­be­ne esso si basi essen­zial­men­te sul­lo scam­bio, la pro­prie­tà del pro­dot­to del pro­prio lavo­ro si pre­sen­ta come un pro­ces­so rea­le, e dun­que ha biso­gno di ben poche leg­gi; non ha nes­sun biso­gno di esse­re rico­no­sciu­to come rap­por­to giu­ri­di­co per­ché appun­to è un pro­ces­so rea­le. Lo sco­po imme­dia­to del­l’ar­ti­gia­no non è quel­lo di arric­chir­si ma di sus­si­ste­re in quan­to arti­gia­no. Quan­do inve­ce si inco­min­cia a pro­dur­re per l’ar­ric­chi­men­to, quan­do la pro­du­zio­ne si espan­de, quan­do lo scam­bio di equi­va­len­ti si gene­ra­liz­za, allo­ra l’ap­pro­pria­zio­ne median­te il lavo­ro si con­ver­te nel­la pro­prie­tà di lavo­ro ogget­ti­va­to; e come con­di­zio­ne gene­ra­le del­la pro­du­zio­ne ha biso­gno di esse­re legal­men­te rico­no­sciu­ta, di esse­re posta come espres­sio­ne del­la volon­tà gene­ra­le, per­ché ormai il pro­ces­so rea­le è un altro, ormai lo scam­bio di equi­va­len­ti, la pro­prie­tà del pro­dot­to del pro­prio lavo­ro si rove­scia, dice Marx, « si mostra, attra­ver­so una dia­let­ti­ca neces­sa­ria, come sepa­ra­zio­ne asso­lu­ta di lavo­ro e pro­prie­tà, e appro­pria­zio­ne di lavo­ro altrui sen­za scam­bio, sen­za equi­va­len­te. La pro­du­zio­ne basa­ta sul valo­re di scam­bio, alla cui super­fi­cie si svol­ge quel­lo scam­bio libe­ro ed ugua­le di equi­va­len­ti, è alla base uno scam­bio di lavo­ro ogget­ti­va­to in quan­to valo­re di uso, o, si può anche dire, un rap­por­to del lavo­ro con le sue con­di­zio­ni ogget­ti­ve – e quin­di con la ogget­ti­vi­tà da essa stes­sa crea­ta – in quan­to pro­prie­tà altrui: alie­na­zio­ne del lavo­ro » (39).
Ecco dun­que qua­li sono i fon­da­men­ti del­la leg­ge, del dirit­to, del­la volon­tà gene­ra­le.
Marx così ha dato nuo­vo spes­so­re a ciò che ave­va scrit­to per esem­pio oltre die­ci anni pri­ma nel­l’I­deo­lo­gia Tede­sca, dove mostra­va che in real­tà l’e­si­sten­za del­la leg­ge e del­lo Sta­to non dipen­de dal­la volon­tà degli indi­vi­dui, non dipen­de dal­la volon­tà del­la clas­se domi­nan­te, e tan­to meno dal­la volon­tà del­le clas­si domi­na­te, le qua­li fino a quan­do lo svi­lup­po del­le for­ze pro­dut­ti­ve non lo per­met­te­rà «vor­reb­be­ro l’im­pos­si­bi­le se aves­se­ro la volon­tà di abo­li­re la con­cor­ren­za e con essa lo Sta­to e la leg­ge» (40).
Tema ripre­so da Marx qua­si tren­t’an­ni dopo in pole­mi­ca con Baku­nin: «La volon­tà e non la situa­zio­ne eco­no­mi­ca, è la base del­la sua rivo­lu­zio­ne socia­le». (Appun­ti sul libro di Baku­nin « Sta­to e anar­chia »).
Tra i nume­ro­si pas­si sul­la volon­tà, si veda­no per esem­pio que­sti: a pag. 60 del­l’I­deo­lo­gia tede­sca, cit. « Poi­ché lo Sta­to è la for­ma in cui gli indi­vi­dui di una clas­se domi­nan­te fan­no vale­re i loro inte­res­si comu­ni e in cui si rias­su­me l’in­te­ra socie­tà civi­le di un’e­po­ca, ne segue che tut­te le isti­tu­zio­ni comu­ni pas­sa­no attra­ver­so l’in­ter­me­dia­rio del­lo Sta­to e rice­vo­no una for­ma poli­ti­ca. Di qui l’il­lu­sio­ne che la leg­ge ripo­si sul­la volon­tà e anzi sul­la volon­tà strap­pa­ta dal­la sua base rea­le, sul­la volon­tà libe­ra. Allo stes­so modo, il dirit­to a sua vol­ta vie­ne ridot­to alla leg­ge. Il dirit­to pri­va­to si svi­lup­pa con­tem­po­ra­nea­men­te alla pro­prie­tà pri­va­ta dal­la dis­so­lu­zio­ne del­la comu­ni­tà natu­ra­le ».
A pagi­na 61: «Nel dirit­to pri­va­to i rap­por­ti di pro­prie­tà esi­sten­ti sono espres­si come risul­ta­to del­la volon­tà gene­ra­le. Lo stes­so ius uten­di et abu­ten­di espri­me da una par­te il fat­to che la pro­prie­tà pri­va­ta è diven­ta­ta del tut­to indi­pen­den­te dal­la comu­ni­tà, dal­l’al­tra l’il­lu­sio­ne che la pro­prie­tà pri­va­ta stes­sa sia fon­da­ta sul­la pura volon­tà pri­va­ta, sul dispor­re ad arbi­trio del­la cosa. Nel­la pra­ti­ca l’a­bu­ti ha limi­ti assai deter­mi­na­ti per il pro­prie­ta­rio pri­va­to, se non vuo­le veder pas­sa­re la sua pro­prie­tà e quin­di il suo ius abu­ten­di in mani altrui, poi­ché in real­tà la cosa, con­si­de­ra­ta uni­ca­men­te in rap­por­to alla sua volon­tà, non è affat­to una cosa, ma sol­tan­to nel­lo scam­bio e indi­pen­den­te­men­te dal dirit­to diven­ta una cosa, diven­ta pro­prie­tà rea­le (un rap­por­to che i filo­so­fi chia­ma­no un’i­dea). Que­sta illu­sio­ne giu­ri­di­ca che ridu­ce il dirit­to alla pura volon­tà con­du­ce neces­sa­ria­men­te a que­sto, nel­lo svi­lup­po ulte­rio­re dei rap­por­ti di pro­prie­tà, che cia­scu­no può ave­re un tito­lo giu­ri­di­co a una cosa sen­za ave­re real­men­te la cosa. […] Que­sta stes­sa illu­sio­ne dei giu­ri­sti spie­ga come per essi e per ogni codi­ce in gene­re sia casua­le che degli indi­vi­dui entri­no in rap­por­ti fra loro (per esem­pio: con­trat­ti), e come secon­do loro que­sti rap­por­ti sia­no di quel­li che si pos­so­no strin­ge­re o non strin­ge­re, a pia­ce­re, e il cui con­te­nu­to dipen­de dal­l’ar­bi­trio indi­vi­dua­le dei con­traen­ti ». E a pag. 189: «Tan­to Kant quan­to i bor­ghe­si tede­schi, dei qua­li egli era l’en­co­mia­sti­co por­ta­vo­ce, non si accor­se­ro che alla base di quei pen­sie­ri teo­ri­ci dei bor­ghe­si era­no inte­res­si mate­ria­li e una volon­tà con­di­zio­na­ta e deter­mi­na­ta dai rap­por­ti mate­ria­li di pro­du­zio­ne; egli quin­di sepa­rò quel­la espres­sio­ne teo­ri­ca dagli inte­res­si che essa espri­me, fece del­le deter­mi­na­zio­ni del­la volon­tà, mate­rial­men­te moti­va­te, del­la bor­ghe­sia fran­ce­se, auto­de­ter­mi­na­zio­ni pure del­la ‘libe­ra volon­tà ‘, del­la volon­tà in sé e per sé, del­la volon­tà uma­na, e le tra­sfor­mò così in deter­mi­na­zio­ni ideo­lo­gi­che pura­men­te con­cet­tua­li e in postu­la­ti mora­li».
Del resto, pri­ma che le con­di­zio­ni sia­no svi­lup­pa­te al pun­to di poter­la pro­dur­re, «que­sta volon­tà, nasce sol­tan­to nel­l’im­ma­gi­na­zio­ne degli ideo­lo­gi. Una vol­ta che le con­di­zio­ni sono abba­stan­za svi­lup­pa­te per pro­dur­la, l’i­deo­lo­go può imma­gi­nar­si que­sta volon­tà come pura­men­te arbi­tra­ria, e tale quin­di da poter esse­re con­ce­pi­ta in ogni tem­po e in qual­sia­si cir­co­stan­za» (41).
Insom­ma non è la volon­tà a fare le leg­gi, come cre­do­no i «visio­na­ri, che nel dirit­to e nel­la leg­ge vedo­no la domi­na­zio­ne di una volon­tà gene­ra­le, per sé indi­pen­den­te» (42).
Eppu­re, a guar­da­re bene, tut­to que­sto c’è anche in Rous­seau; anche se cer­to in for­ma fan­ta­sti­ca, a cau­sa del­l’as­sen­za di una ana­li­si dei rap­por­ti eco­no­mi­ci.
In real­tà la volon­tà gene­ra­le – nel Con­trat Social – non è che poi voglia mol­to: si limi­ta a ren­de­re obbli­ga­to­rie le leg­gi, che in fon­do tro­va bel­le e fat­te.
Insom­ma Rous­seau – che pure nel Discor­so sul­l’i­ne­gua­glian­za ave­va intui­to la base del dirit­to e del­la leg­ge – nel Con­trat­to imma­gi­na, seguen­do la tra­di­zio­ne, un miti­co legi­sla­to­re «intel­li­gen­za supe­rio­re», «uomo straor­di­na­rio», «ci vor­reb­be­ro degli dei per dare leg­gi agli uomi­ni» (43). L’u­ni­ca fun­zio­ne del­la Volon­tà gene­ra­le sem­bra esse­re quel­la di obbli­ga­re i sin­go­li (44).
Marx ha ripor­ta­to con for­za que­sto legi­sla­to­re dal mito alla real­tà. Il legi­sla­to­re di Rous­seau fa la fine che fa Gio­ve con la sco­per­ta del para­ful­mi­ne. Tut­ta­via que­ste dif­fi­col­tà in Rous­seau e in Hegel, come d’al­tra par­te le dif­fi­col­tà del­la teo­ria del valo­re in Smith e in Ricar­do, sono dif­fi­col­tà rea­li, pas­sa­te dal­la real­tà nei libri. Marx riu­sci­rà a scan­da­gliar­le entram­be con la cri­ti­ca del­l’e­co­no­mia poli­ti­ca.
Le leg­gi, come le mer­ci, ci sono sem­pre sta­te, ma solo nel modo di pro­du­zio­ne capi­ta­li­sti­co, e nel­lo Sta­to moder­no che gli cor­ri­spon­de, esse si gene­ra­liz­za­no. Entram­be pog­gia­no sul­la stes­sa base, sono neces­sa­rie per lo stes­so moti­vo: «l’im­por­si degli indi­vi­dui indi­pen­den­ti gli uni dagli altri, e l’im­por­si del­le loro pro­prie volon­tà» (45).
Tra i pro­prie­ta­ri pri­va­ti c’è un rap­por­to di reci­pro­ca estra­nei­tà, essi si affron­ta­no come per­so­ne indi­pen­den­ti l’u­na dal­l’al­tra, «il con­te­gno degli uomi­ni, pura­men­te ato­mi­sti­co nel loro pro­ces­so socia­le di pro­du­zio­ne, e quin­di la for­ma di cosa dei loro pro­pri rap­por­ti di pro­du­zio­ne, indi­pen­den­te dal loro con­trol­lo e dal loro con­sa­pe­vo­le agi­re indi­vi­dua­le, si mostra­no in pri­mo luo­go nel fat­to che i pro­dot­ti del loro lavo­ro assu­mo­no gene­ral­men­te la for­ma di mer­ce» (46).
Sono que­ste le con­di­zio­ni nel­le qua­li si pro­du­ce la volon­tà.
Dun­que si trat­ta di una volon­tà che non può esse­re con­ce­pi­ta «in ogni tem­po e in qual­sia­si cir­co­stan­za», che non è pura­men­te arbi­tra­ria, ma è con­di­zio­na­ta dal modo di pro­du­zio­ne, dai rap­por­ti rea­li, dal­la vita mate­ria­le degli indi­vi­dui. Que­sta volon­tà è l’in­te­res­se pri­va­to e «il suo con­te­nu­to, come la for­ma e i mez­zi del­la sua rea­liz­za­zio­ne, sono dati da con­di­zio­ni socia­li indi­pen­den­ti da tut­ti» (47).
La cri­stal­liz­za­zio­ne di que­sta volon­tà nel­la leg­ge, dun­que, è un pro­dot­to neces­sa­rio del­lo stes­so pro­ces­so che ha por­ta­to all’af­fer­mar­si del­le per­so­ne indi­pen­den­ti e dun­que all’af­fer­mar­si del­la stes­sa volon­tà. Infat­ti, le per­so­ne indi­pen­den­ti, i pro­prie­ta­ri pri­va­ti, han­no biso­gno di dare alla loro volon­tà – che è nien­te altro che il loro inte­res­se – una espres­sio­ne uni­ver­sa­le. E si badi che que­sta for­ma di leg­ge che essi impon­go­no alla loro volon­tà, non dipen­de da una scel­ta arbi­tra­ria. Essi insom­ma sono costret­ti ad assi­cu­ra­re le con­di­zio­ni entro le qua­li i rap­por­ti di pro­du­zio­ne esi­sten­ti pos­sa­no con­ti­nua­re ad affer­mar­si. E pro­prio per que­sto si ren­de neces­sa­rio che que­sti rap­por­ti sia­no vali­di per tut­ti.
La leg­ge dun­que è l’e­spres­sio­ne del­la volon­tà dei pro­prie­ta­ri pri­va­ti e indi­pen­den­ti, con­di­zio­na­ta dai loro inte­res­si comu­ni (48).
È così che lo Sta­to moder­no si svi­lup­pa insie­me allo svi­lup­par­si del­la pro­du­zio­ne capi­ta­li­sti­ca. Nel­la misu­ra in cui, affer­man­do­si le per­so­ne indi­pen­den­ti, si affer­ma la loro volon­tà, que­sta deve neces­sa­ria­men­te tra­sfor­mar­si in leg­ge. È un pro­ces­so mol­to simi­le, e non è pura ana­lo­gia ma dipen­de dal­l’og­get­to stes­so di cui si trat­ta, a quel­lo del­la neces­sa­ria tra­sfor­ma­zio­ne dei pro­dot­ti del lavo­ro in mer­ci (49).
La volon­tà del­l’in­di­vi­duo, poi­ché ora egli è libe­ro da ogni lega­me con altri uomi­ni, può affer­mar­si non imme­dia­ta­men­te ben­sì solo assu­men­do que­sta for­ma gene­ra­le, dopo un pro­ces­so com­ples­so il cui model­lo più com­piu­to è il moder­no Sta­to rap­pre­sen­ta­ti­vo. Ma in che modo la volon­tà del­la clas­se domi­nan­te rie­sce a por­si come espres­sio­ne uni­ver­sa­le, come leg­ge del­lo Sta­to, attra­ver­so qua­le pro­ces­so rie­sce a far appa­ri­re «come vali­de per tut­ti» le con­di­zio­ni del­la pro­pria esi­sten­za, assi­cu­ran­do­ne così la con­ti­nui­tà con­tro altre clas­si?
E dopo l’af­fer­mar­si del suf­fra­gio uni­ver­sa­le il pro­ble­ma diven­ta: attra­ver­so qua­le pro­ces­so la volon­tà dei domi­na­ti pren­de la for­ma di leg­ge del­lo Sta­to? Cioè attra­ver­so qua­le pro­ces­so la volon­tà si distac­ca dal lavo­ra­to­re iso­la­to fino a diven­ta­re una volon­tà che gli si con­trap­po­ne, pro­prio come il pro­dot­to del suo lavo­ro che si stac­ca da lui e gli si con­trap­po­ne come capi­ta­le?
Come Smith intui­sce la dif­fi­col­tà di dedur­re lo scam­bio tra capi­ta­le e lavo­ro dal­la leg­ge del­lo scam­bio di equi­va­len­ti e non può chia­rir­si que­sta con­trad­di­zio­ne per­ché con­trap­po­ne diret­ta­men­te il capi­ta­le al lavo­ro, inve­ce che alla for­za lavo­ro, così la con­ce­zio­ne idea­li­sti­ca del­lo Sta­to (50), che cre­de che si trat­ti sol­tan­to del­la volon­tà, e che sia la volon­tà gene­ra­le espres­sa sot­to for­ma di leg­ge a lega­re gli indi­vi­dui – con­ce­zio­ne che coin­ci­de con la qua­si tota­li­tà del pen­sie­ro poli­ti­co moder­no (51) – intui­sce la dif­fi­col­tà di dedur­re la leg­ge dal­la volon­tà popo­la­re per­ché con­sta­ta che il prin­ci­pio demo­cra­ti­co del­l’au­to­de­ter­mi­na­zio­ne del popo­lo, con l’av­ven­to dei “gran­di Sta­ti” – cioè con l’af­fer­mar­si del­la bor­ghe­sia, se da un lato rag­giun­ge una esten­sio­ne sen­za pre­ce­den­ti, dal­l’al­tro deve cede­re alla neces­si­tà dei rap­pre­sen­tan­ti, alla neces­sa­ria media­zio­ne dei par­ti­ti, ecc., modi­fi­can­do­si sostan­zial­men­te: pro­prio nel momen­to del­la sua mas­si­ma esten­sio­ne sem­bra non vale­re più.
E quin­di o riman­da quel prin­ci­pio ai «pic­co­li sta­ti» al «popo­lo di dei» (52) pro­prio come Smith riman­da­va la leg­ge del valo­re agli sta­di « pri­mi­ti­vi e roz­zi ».
Oppu­re, come nel­la repub­bli­ca di Kant, fa coe­si­ste­re il pri­ma­to del­la leg­ge e la non sovra­ni­tà del popo­lo, men­tre Hegel (al para­gra­fo 301 dei Linea­men­ti di filo­so­fia del dirit­to) scri­ve, con remi­ni­scen­za rous­so­ia­na, il popo­lo è «la par­te che non sa quel che vuo­le» e, con remi­ni­scen­za kan­tia­na: «sape­re che cosa si vuo­le e, ancor più, che cosa vuo­le la volon­tà che è in sé la ragio­ne, è il frut­to di una cono­scen­za e di una pene­tra­zio­ne più pro­fon­da che, appun­to, non è affa­re del popo­lo».
Oppu­re affer­ma che si trat­ta di una fin­zio­ne (si ricor­di il «fur­to» di Prou­d­hon), come nel caso di Kel­sen: «una fin­zio­ne, anche quan­do esi­ste un lega­me più o meno stret­to tra la volon­tà dei rap­pre­sen­tan­ti e la volon­tà dei rap­pre­sen­ta­ti, come nel caso del­la rap­pre­sen­tan­za in una costi­tu­zio­ne fon­da­ta sugli Sta­ti, secon­do le cui dispo­si­zio­ni i rap­pre­sen­tan­ti degli Sta­ti sono vin­co­la­ti alle istru­zio­ni dei loro elet­to­ri, e pos­so­no esse­re rimos­si in qual­sia­si momen­to. Anche in que­sti casi, infat­ti, la volon­tà del rap­pre­sen­tan­te è diver­sa da quel­la del rap­pre­sen­ta­to. La fin­zio­ne del­l’i­den­ti­tà di volon­tà è anco­ra più chia­ra se la volon­tà del rap­pre­sen­tan­te non è in alcun modo lega­ta alla volon­tà del rap­pre­sen­ta­to, come nel caso del­la rap­pre­sen­tan­za […] del popo­lo in un par­la­men­to moder­no, i cui mem­bri sono giu­ri­di­ca­men­te indi­pen­den­ti nel­l’e­ser­ci­zio del­le loro fun­zio­ni: situa­zio­ne che si vuol defi­ni­re dicen­do che han­no “man­da­to non vin­co­lan­te”» (53).
Insom­ma, demo­cra­ti­ci o no, al pen­sie­ro poli­ti­co l’e­qua­zio­ne «leg­ge-volon­tà popo­la­re» non rie­sce, pro­prio come non rie­sce a Smith l’e­qua­zio­ne valo­re-lavo­ro: que­sti ne con­clu­de che la leg­ge del valo­re-lavo­ro con­te­nu­to non rego­la il modo di pro­du­zio­ne di mer­ci; quel­li che il prin­ci­pio del­l’au­to­de­ter­mi­na­zio­ne non si rea­liz­za nel­lo Sta­to moder­no rap­pre­sen­ta­ti­vo.
Il che è cer­ta­men­te vero se si con­si­de­ra la clas­se ope­ra­ia e il suo inte­res­se ad abo­li­re gli attua­li rap­por­ti di pro­du­zio­ne.
Ma non è vero se si con­si­de­ra­no ope­rai e capi­ta­li­sti come agen­ti del­lo scam­bio, il cui inte­res­se con­si­ste nel far rispet­ta­re la liber­tà e l’u­gua­glian­za, ecc. È in que­sti rap­por­ti che «cer­ca scam­po» lo Sta­to moder­no rap­pre­sen­ta­ti­vo, che in que­sto sen­so è vera­men­te lo Sta­to del­l’au­to­de­ter­mi­na­zio­ne del popo­lo: solo che le dif­fi­col­tà che con­tra­sta­no l’au­to­de­ter­mi­na­zio­ne sono le dif­fi­col­tà stes­se del­la volon­tà; è l’e­si­sten­za stes­sa di que­sta «volon­tà» – che por­ta segna­ta in fron­te la sua appar­te­nen­za ad indi­vi­dui iso­la­ti che scam­bia­no le loro mer­ci – ad indi­ca­re che la sua auto­de­ter­mi­na­zio­ne non potrà rea­liz­zar­si che come volon­tà di garan­ti­re i rap­por­ti di scam­bio.
Cioè come volon­tà di tene­re in pie­di uno Sta­to a garan­zia del­le leg­gi del­la cir­co­la­zio­ne. Il lavo­ra­to­re può dav­ve­ro espri­me­re la sua volon­tà: ma può esse­re solo la volon­tà di un indi­vi­duo che scam­bia la sua mer­ce sul mer­ca­to, e come tale il suo inte­res­se è che ven­ga ven­du­ta al suo valo­re, che ven­ga rispet­ta­ta l’u­gua­glian­za e la liber­tà, ecc., ecc. Ciò che tie­ne uni­to lo Sta­to, scri­ve Hegel, non è la for­za, ma «uni­ca­men­te il sen­ti­men­to fon­da­men­ta­le del­l’or­di­ne, che tut­ti han­no». Que­sta e solo que­sta è la volon­tà che può esse­re espres­sa: la volon­tà del­la per­so­na iso­la­ta (abbia­mo visto che il par­ti­to non modi­fi­ca que­sto iso­la­men­to), del­l’a­gen­te del­lo scam­bio.
Cioè una volon­tà ugua­glia­ta, astrat­ta; quan­do com­pra­no la stes­sa mer­ce, ope­ra­io e capi­ta­li­sta sono ugua­li. Ed è que­sta volon­tà che può/​deve diven­ta­re gene­ra­le. E se è come agen­ti del mer­ca­to che pos­so­no esse­re ugua­li, è dun­que solo in que­sta sfe­ra che si pos­so­no equi­pa­ra­re le volon­tà. Se si pre­sen­tas­se­ro come agen­ti del­l’al­tra sfe­ra, del­la pro­du­zio­ne, l’u­gua­glian­za ver­reb­be can­cel­la­ta, non sareb­be­ro più com­pa­ra­bi­li, non si arri­ve­reb­be mai a una leg­ge. Dun­que non la volon­tà di agen­te del­la pro­du­zio­ne, ma solo quel­la di agen­te del­lo scam­bio può esse­re ugua­glia­ta.
La pos­si­bi­li­tà di que­sto ugua­glia­men­to è la pos­si­bi­li­tà stes­sa del­lo Sta­to moder­no.
Insom­ma biso­gna déna­tu­rer ope­rai sala­ria­ti e capi­ta­li­sti spo­stan­do­li nel­la cir­co­la­zio­ne dove ricom­pa­io­no tut­ti come pro­prie­ta­ri di mer­ci, libe­ri, egua­li e indi­pen­den­ti. «Pro­prio l’im­por­si degli indi­vi­dui indi­pen­den­ti gli uni dagli altri e l’im­por­si del­le loro pro­prie volon­tà» scri­ve Marx, «ren­de neces­sa­rio il rin­ne­ga­men­to di se stes­si nel­la leg­ge e nel dirit­to» (54). Ecco per­ché per Marx il con­trat social di Rous­seau, che «met­te in rap­por­to e in col­le­ga­men­to, median­te un pat­to, sog­get­ti per natu­ra indi­pen­den­ti», altro non è che «l’an­ti­ci­pa­zio­ne del­la “socie­tà bor­ghe­se” che si pre­pa­ra­va dal XVI seco­lo e che nel XVIII ha com­piu­to pas­si da gigan­te ver­so la sua matu­ri­tà» (55).
Di diver­so avvi­so è l’in­ter­pre­ta­zio­ne secon­do la qua­le la leg­ge e la volon­tà gene­ra­le di Rous­seau non avreb­be­ro nien­te a che fare con la socie­tà bor­ghe­se. Rous­seau si sareb­be fer­ma­to alla socia­liz­za­zio­ne solo poli­ti­ca non per­ché «sta anti­ci­pan­do la socie­tà bor­ghe­se», ma sol­tan­to per un limi­te sto­ri­co-ogget­ti­vo inva­li­ca­bi­le.
Tan­to che baste­reb­be aggiun­ger­vi la socia­liz­za­zio­ne del­la pro­prie­tà per fare del Con­trat social il model­lo del comu­ni­smo. Que­sta inter­pre­ta­zio­ne ha cer­to avu­to gran­di meri­ti nel con­tra­sta­re lo sta­li­ni­smo, e ne ha tut­to­ra per ciò che riguar­da le liber­tà civi­li. Ma non si può tace­re che rischia di fini­re nell’«utopismo di non capi­re la neces­sa­ria dif­fe­ren­za tra con­fi­gu­ra­zio­ne rea­le e idea­le del­la socie­tà bor­ghe­se, e di voler­si per­ciò assu­me­re il com­pi­to super­fluo di voler­ne rea­liz­za­re di nuo­vo l’e­spres­sio­ne idea­le, ove que­sta è in effet­ti sol­tan­to la tra­sfi­gu­ra­zio­ne di que­sta real­tà» (56).
Quan­to alla dispu­ta sul­la demo­cra­zia rap­pre­sen­ta­ti­va, se la volon­tà pos­sa esse­re rap­pre­sen­ta­ta (Rous­seau), se la rap­pre­sen­tan­za sia una fin­zio­ne (Kel­sen) ecc., va osser­va­to che se il cit­ta­di­no potes­se dare alla sua volon­tà una esi­sten­za auto­no­ma, se cioè pos­se­des­se i mez­zi per espri­mer­la, fareb­be le leg­gi e non andreb­be a vota­re. Ma una coin­ci­den­za diret­ta tra volon­tà e leg­ge abo­li­reb­be o il prin­ci­pio del dirit­to di voto che si gene­ra­liz­za pro­prio con la demo­cra­zia moder­na, oppu­re la stes­sa demo­cra­zia moder­na che si basa appun­to sul­la volon­tà dele­ga­ta. La volon­tà può diven­ta­re gene­ra­le solo se rom­pe i loca­li­smi, i par­ti­co­la­ri­smi, in coin­ci­den­za con l’e­sten­der­si del mer­ca­to: quin­di, se una con­di­zio­ne del­la volon­tà gene­ra­le è l’e­si­sten­za di cit­ta­di­ni libe­ri, cioè capa­ci di vole­re, altra con­di­zio­ne è che sia­no libe­ri anche dai mez­zi per espri­me­re que­sta volon­tà, che altri­men­ti si espri­me­reb­be in altro modo che nel­la leg­ge del­lo Sta­to.
Infat­ti men­tre pri­ma, nel bene e nel nude, mez­zi di espres­sio­ne e volon­tà ade­ri­va­no – si pen­si alle auto­no­mie nel Medioe­vo e per­si­no nel­la monar­chia asso­lu­ta – (57) con lo Sta­to moder­no rap­pre­sen­ta­ti­vo anche la deci­sio­ne di costrui­re un pon­te nel più sper­du­to vil­lag­gio, dice Marx nel Diciot­to Bru­ma­io, diven­ta un pro­ble­ma di Sta­to. La dipen­den­za mate­ria­le per­met­te ora una cen­tra­liz­za­zio­ne – gra­zie al dena­ro, come abbia­mo visto – che la dipen­den­za per­so­na­le non per­met­te­va: vie­ne tut­to accen­tra­to e i cit­ta­di­ni sono pri­va­ti dei mez­zi di espres­sio­ne del­la loro volon­tà. È que­sta una azio­ne siste­ma­ti­ca del­lo Sta­to moder­no, che fa i suoi pri­mi pas­si con la monar­chia asso­lu­ta.
I rap­pre­sen­tan­ti, cioè il par­la­men­to, sono ora il mez­zo per espri­me­re la volon­tà. Alla super­fi­cie del­la demo­cra­zia bor­ghe­se le leg­gi appa­io­no come volon­tà dei cit­ta­di­ni. In real­tà per diven­ta­re leg­ge la volon­tà deve esse­re dap­pri­ma rap­pre­sen­ta­ta. Il cit­ta­di­no non può dare alla sua volon­tà una esi­sten­za auto­no­ma; al con­tra­rio, subi­sce un pro­ces­so di astra­zio­ne, di egua­glia­men­to, al ter­mi­ne del qua­le non può real­men­te deci­de­re, ma solo deci­de­re che altri deci­da, e solo a que­sta con­di­zio­ne può espri­me­re la sua volon­tà.
Iden­ti­fi­can­do leg­gi e volon­tà dei cit­ta­di­ni si pon­go­no come coin­ci­den­ti cose che non lo sono: si sal­ta­no ter­mi­ni medi che inve­ce van­no svi­lup­pa­ti. Per diven­ta­re leg­ge le volon­tà dei sin­go­li deb­bo­no tra­sfor­mar­si nel­la volon­tà di un ter­zo che le equi­pa­ri, le equi­val­ga.
La volon­tà del rap­pre­sen­tan­te dun­que è una volon­tà accan­to alle altre, accan­to a quel­la dei rap­pre­sen­ta­ti; ma ne è l’e­qui­va­len­te gene­ra­le.
Ciò che vie­ne dele­ga­ta non è la volon­tà che «o è quel­la stes­sa o è un’al­tra: non c’è via di mez­zo» (58). Infat­ti si pre­sen­ta diret­ta­men­te al rap­pre­sen­tan­te non la volon­tà ma il cit­ta­di­no. Ciò che que­sti dele­ga non è la volon­tà ma la capa­ci­tà di vole­re («Si può tra­smet­te­re il pote­re non la volon­tà») (59). Appe­na la sua volon­tà vie­ne eser­ci­ta­ta («duran­te l’e­le­zio­ne dei mem­bri del par­la­men­to») (60) essa ha già ces­sa­to di appar­te­ner­gli («appe­na que­sti sono elet­ti, esso diven­ta schia­vo, non è più nien­te») (61); da quel momen­to non è più capa­ce di vole­re e quin­di non può più dele­ga­re alcun­ché. La volon­tà è la sostan­za del­la dele­ga, ma essa stes­sa non vie­ne dele­ga­ta.
Rous­seau e Kel­sen inve­ce pre­ten­do­no, come abbia­mo visto, iden­ti­tà imme­dia­ta tra volon­tà e leg­ge; que­sto indu­ce il pri­mo a riman­da­re la demo­cra­zia al «popo­lo di dei», il secon­do a far deri­va­re la nor­ma dal­la nor­ma. Tut­ti e due con­tro la rap­pre­sen­tan­za, per­do­no l’oc­ca­sio­ne di ana­liz­zar­la e ten­go­no nei con­fron­ti di que­sta media­zio­ne lo stes­so atteg­gia­men­to degli «abo­li­zio­ni­sti del­la mone­ta» nei con­fron­ti del­l’al­tro media­to­re, il dena­ro.
Rous­seau arri­ve­rà ad ammet­te­re, nel­le Con­si­de­ra­zio­ni sul Gover­no di Polo­nia, la neces­si­tà dei rap­pre­sen­tan­ti nei gran­di Sta­ti, anche se con tut­te le cau­te­le pos­si­bi­li, man­da­to impe­ra­ti­vo, rota­zio­ne ecc.; pre­cau­zio­ni che, abbia­mo visto, lo stes­so Kel­sen non tro­va mol­to effi­ca­ci e con ragio­ne: pre­ten­de­re che la rap­pre­sen­tan­za vin­co­la­ta non si svi­lup­pi in rap­pre­sen­tan­za non vin­co­la­ta è come pre­ten­de­re che la pro­du­zio­ne di mer­ci non si svi­lup­pi in pro­du­zio­ne capi­ta­li­sti­ca di mer­ci (62)


In real­tà, insom­ma, la rap­pre­sen­tan­za si svi­lup­pa neces­sa­ria­men­te insie­me allo svi­lup­par­si del­le per­so­ne indi­pen­den­ti, come il dena­ro con le mer­ci.
Il per­ché del­la demo­cra­zia moder­na, indi­ret­ta, non sta nei «gran­di nume­ri», nel fat­to che non è pos­si­bi­le nei «gran­di Sta­ti» sta­re tut­ti in una piaz­za. Se fos­se così l’e­let­tro­ni­ca (63) potreb­be risol­ve­re il pro­ble­ma. Il per­ché sta inve­ce negli indi­vi­dui iso­la­ti pro­dut­to­ri di mer­ci, pri­va­ti e indi­pen­den­ti. Se ce ne fos­se­ro anche solo due in una piaz­za, si sbra­ne­reb­be­ro per­ché i loro inte­res­si, acco­sta­ti diret­ta­men­te, sareb­be­ro incon­ci­lia­bi­li, bel­lum omnium con­tro omnes.
Ecco per­ché nes­su­no scam­bio sareb­be pos­si­bi­le sen­za il valo­re di scam­bio, «media­to­re uni­ver­sa­le» (64). I rap­por­ti tra gli uomi­ni deb­bo­no esse­re media­ti dal­le cose fin­ché sono pro­dut­to­ri pri­va­ti e indi­pen­den­ti ecc. La sfe­ra del­la cir­co­la­zio­ne, il mer­ca­to, assi­cu­ra que­sta media­zio­ne. È qui che cia­scu­no, per­se­guen­do il suo inte­res­se pri­va­to, per­se­gue l’in­te­res­se gene­ra­le (65). È que­sto il regno del­la «Prov­vi­den­za onni­scal­tra», del­la «mano invi­si­bi­le».
Ora, la volon­tà del rap­pre­sen­tan­te, del­la éli­te poli­ti­ca, si pone come media­zio­ne uni­ver­sa­le solo incar­nan­do que­sto inte­res­se gene­ra­le che, abbia­mo visto, non può esse­re che «l’E­den dei dirit­ti» (66), le leg­gi del­la cir­co­la­zio­ne.
Dun­que dire rap­pre­sen­tan­te signi­fi­ca dire liber­tà, ugua­glian­za, pro­prie­tà, leg­ge, dirit­to, ecc..
La social­de­mo­cra­zia tede­sca era fat­ta di «rap­pre­sen­tan­ti»: sta qui la radi­ce del­l’in­vo­lu­zio­ne, non negli «erro­ri» e nei «tra­di­men­ti».
I par­ti­ti poli­ti­ci e i sin­da­ca­ti rap­pre­sen­ta­no (67) sì inte­res­si con­tra­stan­ti, ma nel­la sfe­ra del­la cir­co­la­zio­ne, lot­ta­no per sta­bi­li­re le con­di­zio­ni del­la distri­bu­zio­ne (que­sto va det­to agli sraf­fìa­ni che, come Ricar­do, si fer­ma­no a que­sta sfe­ra): un par­ti­to – o un sin­da­ca­to – che agis­se per modi­fi­ca­re le con­di­zio­ni del­la pro­du­zio­ne, sareb­be «anti­co­sti­tu­zio­na­le»; ma que­sto, lo vedre­mo, non è e non può esse­re l’af­fa­re dei rap­pre­sen­tan­ti.
È neces­sa­rio dun­que esa­mi­na­re il pro­ces­so attra­ver­so il qua­le le orga­niz­za­zio­ni del pro­le­ta­ria­to si sono tra­sfor­ma­te fino a pren­de­re la for­ma dei gran­di par­ti­ti poli­ti­ci costi­tu­zio­na­li e dei sin­da­ca­ti nazio­na­li, in cor­ri­spon­den­za del­la neces­si­tà del­la lot­ta poli­ti­ca e del­la lot­ta eco­no­mi­ca del pro­le­ta­ria­to.
Si trat­ta di capi­re attra­ver­so qua­le pro­ces­so le lot­te con­tro le con­di­zio­ni stes­se del modo di pro­du­zio­ne capi­ta­li­sti­co, cioè a livel­lo del­la sfe­ra del­la pro­du­zio­ne, deca­do­no con­ti­nua­men­te a livel­lo del­la cir­co­la­zio­ne (68), pren­den­do la for­ma del par­ti­to poli­ti­co e del sin­da­ca­to, rap­pre­sen­tan­ti del pro­le­ta­ria­to per la dife­sa – poli­ti­ca ed eco­no­mi­ca – del livel­lo sto­ri­co del valo­re del­la for­za-lavo­ro, per la dife­sa cioè del­le con­di­zio­ni gene­ra­li del­la socie­tà bor­ghe­se, del­la leg­ge del valo­re, con­tro una bor­ghe­sia in pre­da alla ver­ti­gi­ne di far sol­di vio­lan­do le sue stes­se leg­gi.
E non si trat­ta del­la man­can­za di una linea rivo­lu­zio­na­ria. «Il pote­re sop­pri­me la liber­tà degli ope­rai così come il capi­ta­le» affer­ma Marx nel 1871; a) movi­men­to eco­no­mi­co e b) azio­ne poli­ti­ca, sono «indis­so­lu­bil­men­te uni­ti » (IX riso­lu­zio­ne del­la Con­fe­ren­za di Lon­dra del 1871).
a) Fin­ché il lavo­ro si cri­stal­liz­za nel­le mer­ci, è in que­sta for­ma che i pro­le­ta­ri pos­so­no riap­pro­priar­se­ne; ma nel­lo stes­so tem­po essi com­pren­do­no che fin quan­do il pro­dot­to del lavo­ro si pre­sen­te­rà in for­ma di mer­ce sarà impos­si­bi­le una effet­ti­va riap­pro­pria­zio­ne. Dun­que lot­ta sala­ria­le ma nel­lo stes­so tem­po lot­ta con­tro il lavo­ro sala­ria­to, con­tro il rap­por­to di pro­du­zio­ne capi­ta­li­sti­co, con­tro la pro­du­zio­ne di mer­ci.
b) fin­ché la socie­tà espri­me­rà un pote­re poli­ti­co, i pro­le­ta­ri dovran­no lot­ta­re per riap­pro­priar­se­ne, ma nel­lo stes­so tem­po essi com­pren­do­no che fin quan­do «la for­za socia­le si sepa­ra nel­la figu­ra del­la for­za poli­ti­ca, non sarà pos­si­bi­le nes­su­na eman­ci­pa­zio­ne uma­na (Marx, Que­stio­ne ebrai­ca).
Que­ste cose era­no già chia­re cen­to anni fa. Il pro­ble­ma che si pone dun­que non è quel­lo del­la linea rivo­lu­zio­na­ria, ben­sì quel­lo di capi­re per­ché per esem­pio la social­de­mo­cra­zia tede­sca, che al tem­po del­la sua fon­da­zio­ne que­ste cose le sape­va benis­si­mo, ha segui­to poi un’al­tra stra­da. La sua sto­ria non può esse­re spie­ga­ta con i «tra­di­men­ti» e gli «erro­ri» (Que­sto modo di pro­ce­de­re somi­glia alla pre­te­sa di spie­ga­re la sto­ria dei rap­por­ti di pro­du­zio­ne come «una fal­si­fi­ca­zio­ne mali­gna­men­te orga­niz­za­ta dai gover­ni»). Né la si può spie­ga­re met­ten­do­la sul con­to del­la «buro­cra­zia»: biso­gne­reb­be spie­ga­re il per­ché del­la buro­cra­zia.
D’al­tra par­te ad impe­dir­ne il desti­no non basta la buo­na volon­tà dei diri­gen­ti, per quan­to essi sog­get­ti­va­men­te pos­sa­no ele­var­si al di sopra dei rap­por­ti che li deter­mi­na­no.
È a que­sti rap­por­ti che biso­gna guar­da­re, alla «strut­tu­ra isti­tu­zio­na­le» di que­sti par­ti­ti.

Note

* Que­ste note sono già appar­se, con qual­che modi­fi­ca, pres­so l’e­di­to­re Fischer di Fran­co­for­te, col tito­lo Arbei­te­rau­to­no­mie und Par­tei nel­lo Jahr­buch Arbei­ter­bewe­gung, n. 3, 1975.
1 KARL MARX, Grun­dris­se der Kri­tik der poli­ti­schen Oeko­no­mie, Die­tz Ver­lag 1953, trad. it. di Enzo Gril­lo: Linea­men­ti fon­da­men­ta­li del­la cri­ti­ca del­l’e­co­no­mia poli­ti­ca, Firen­ze 1970, volu­me II, p. 123, d’o­ra in poi cita­to come Linea­men­ti.
2 Tra gli scrit­ti più recen­ti di un lun­go dibat­ti­to si veda J.P. SARTRE, Il rischio del­la spon­ta­nei­tà, la logi­ca del­l’i­sti­tu­zio­ne, intro­dot­to da un arti­co­lo di ROSSANA ROSSANDA, Da Marx a Marx. Clas­se e par­ti­to, «il mani­fe­sto», set­tem­bre 1969. Di Sar­tre si veda Cri­ti­que de la rai­son dia­lec­ti­que, trad. it. di PAOLO CARUSO, Mila­no 1963; que­sto libro inte­res­sa qui per un aspet­to che la sini­stra ita­lia­na ha com­ple­ta­men­te tra­scu­ra­to; la descri­zio­ne del­la sto­ria del grup­po che insor­ge, dal pro­le­ta­ria­to in serie al pro­le­ta­ria­to in fusio­ne, al giu­ra­men­to, alla fra­ter­ni­tà-ter­ro­re, fino allo STUPRO isti­tu­zio­na­le (par­ti­to, sin­da­ca­to). L’im­por­tan­za del testo è tale che non si vede come si pos­sa fare poli­ti­ca, o cri­ti­ca del­la poli­ti­ca, sen­za comun­que tener­ne con­to.
3 KARL MARX, Intro­du­zio­ne alla cri­ti­ca del­l’e­co­no­mia poli­ti­ca, trad. it. L. Col­let­ti, nel volu­me Per la cri­ti­ca del­l’e­co­no­mia poli­ti­ca. Roma 1957, p. 172.
4 Mani­fe­sto del par­ti­to comu­ni­sta, I, Bor­ghe­si e pro­le­ta­ri.
5 Ibid.
6 Sono que­ste le ragio­ni che stan­no die­tro al Che fare? di Lenin. Va nota­to che il libro fu scrit­to solo qual­che anno dopo gli Ele­men­ti di scien­za poli­ti­ca, di Gae­ta­no Mosca (1896), e sem­bra esse­re la rispo­sta di sini­stra alla teo­ria del­la clas­se poli­ti­ca.
7 ROSSANA ROSSANDA, art. cit.
8 Non è di que­sto par­ti­to che par­la Marx: «Io ti ricor­do pri­ma di tut­to – scri­ve a Frei­li­grath nel 1860 – che, dopo che la Lega (dei Comu­ni­sti) fu sciol­ta, die­tro mia pro­po­sta, nel novem­bre ’52, io non ho mai appar­te­nu­to, né appar­ten­go a nes­su­na asso­cia­zio­ne, segre­ta o pub­bli­ca; che dun­que il par­ti­to in que­sto sen­so asso­lu­ta­men­te tran­si­to­rio, per me ha ces­sa­to di esi­ste­re da 8 anni. […] Dun­que del «par­ti­to» nel sen­so del­la tua let­te­ra io non so nien­te dal ’52. Se tu sei poe­ta io sono cri­ti­co, e ne ho avu­to sin­ce­ra­men­te abba­stan­za del­le espe­rien­ze fat­te nel ’49–52. La Lega, come la ‘Socie­tà del­le sta­gio­ni’, come cen­to altre socie­tà, sono sol­tan­to un epi­so­dio nel­la sto­ria del par­ti­to, che si costrui­sce natu­ral­men­te (natur­wu­ch­sig) sul ter­re­no del­la socie­tà moder­na… Ho dun­que in que­sta let­te­ra cer­ca­to di eli­mi­na­re l’e­qui­vo­co che io sot­to par­ti­to inten­des­si una ‘Lega’ mor­ta da 8 anni, o una reda­zio­ne di gior­na­le sciol­ta da 12 anni. Sot­to par­ti­to io inten­de­vo il par­ti­to nel gros­so sen­so sto­ri­co del ter­mi­ne».
9 MICHAEL VESTER, Die Entste­hung des Pro­le­ta­ria­ts als Lern­pro­zess, Euro­pai­sche Ver­lag­san­stalt, Frark­furt am Main 1970. Si veda per lo stes­so perio­do l’or­mai clas­si­co E.P. THOMPSON, The Making of the English Wor­king Class, trad. it. di Bru­no Maf­fi, Mila­no 1969.
10 Cfr. VITTORIO FOA, Sin­da­ca­ti e lot­te socia­li in Sto­ria d’I­ta­lia, volu­me quin­to, tomo secon­do, Tori­no 1973, pp. 1718–1828, che rile­va la non coin­ci­den­za tra riscos­sa ope­ra­ia e pro­gres­si elet­to­ra­li dei par­ti­ti ope­rai.
11 Cfr. STEFANI MERLI, Pro­le­ta­ria­to di fab­bri­ca e capi­ta­li­smo indu­stria­le, Firen­ze 1972, p. 25.
12 Cri­ti­ca al pro­gram­ma di Gotha.
13 ROBERTO MICHELS, La socio­lo­gia del par­ti­to poli­ti­co, Bolo­gna 1966.
14 Com’è noto, cir­ca ven­ti­mi­la pagi­ne mano­scrit­te di Marx giac­cio­no anco­ra inde­ci­fra­te negli archi­vi di Mosca. Ne è sta­ta annun­cia­ta la pub­bli­ca­zio­ne per l’an­no 2000. Il Pcus, se tut­to va bene, ci avrà mes­so ottan­t’an­ni per pub­bli­ca­re tut­to Marx.
15 KARL MARX, II Capi­ta­le, Roma 1970, volu­me I, tomo I, p. 96
16 Cfr. KARL MAKX, Linea­men­ti, cit., II, p. 123.
17 Ivi, II, p. 135.
18 Ivi, II, p. 124.
19 J.J. ROUSSEAU, Le con­trat social, III, 15. E si veda UMBERTO CERRONI, Socie­tà civi­le e Sta­to poli­ti­co in Hegel, Bari 1974, p. 76.
20 Linea­men­ti, cit.. I, p. 214.
21 Ivi, I, p. 209.
22 Ivi, I, p. 106.
23 Ivi, I, p. 209.
24 Ibid.
25 G. SOLARI, Indi­vi­dua­li­smo e Dirit­to Pri­va­to, Tori­no 1939, p. 287, cita­to da Cer­ro­ni.
26 Cfr. Cer­ro­ni, cit..
27 KARL MARX, Il Capi­ta­le, cit., I, 1, p. 193.
28 Ibid.
29 Trad. it. F. Mes­si­neo, Bari 1954, § 299, pp. 255, 256, 257.
30 Cfr. KARL MARX, Scrit­ti ine­di­ti di eco­no­mia poli­ti­ca, Roma 1963, p. 34. La tra­du­zio­ne è sta­ta in par­te modi­fi­ca­ta.
31 Ivi, pp. 35, 36.
32 Linea­men­ti, cit., p. 98.
33 Ibid.
34 Ivi, p. 99.
34 Ivi, II, pp. 141, 142.
35 Ivi, II, p. 124.
36 Ivi, II, p. 148.
38 Ivi, II, p. 146.
39 Ivi, II, p. 148.
40 L’i­deo­lo­gia tede­sca, Roma 1958, p. 325.
41 Ibid.
42 Ibid.
43 J.J. ROUSSEAU, Le Con­tract social, II, 7.
44 Ivi II, 7.
45 L’i­deo­lo­gia tede­sca, cit., p. 325.
46 II Capi­ta­le, I, I, p. 107.
47 Linea­men­ti, cit., I, p. 97.
48 Cfr. L’i­deo­lo­gia tede­sca, cit., pp. 324–325.
49 Che la mer­ce e lo Sta­to abbia­no la stes­sa strut­tu­ra è sta­to sot­to­li­nea­to tra gli altri da E.B. PASUKANIS, La teo­ria del dirit­to e il mar­xi­smo in Teo­rie sovie­ti­che del dirit­to, Mila­no 1964, che, nota Umber­to Cer­ro­ni, «ha cer­ca­to di esten­de­re, per così dire, al cam­po del­le cate­go­rie giu­ri­di­che il pro­ce­di­men­to gene­ra­le che Marx ha appli­ca­to al cam­po del­le cate­go­rie eco­no­mi­che». Per par­te sua UMBERTO CERRONI, La liber­tà dei moder­ni, Bari 1968, p. 112, ritie­ne che si deb­ba «veri­fi­ca­re se e in che modo dal­la meto­do­lo­gia ela­bo­ra­ta da Marx sia pos­si­bi­le estrar­re una linea di ricer­ca e rico­stru­zio­ne sto­ri­co-teo­ri­ca attor­no al dirit­to che sia in qual­che misu­ra avvi­ci­na­bi­le, per rile­van­za cri­ti­ca, a quel­la che Marx stes­so ha segui­to per l’e­co­no­mia poli­ti­ca nel Capi­ta­le». Si veda anco­ra di UMBERTO CERRONI, Teo­ria del­la cri­si socia­le in Marx, Bari, 1971, dove a p. 177 si osser­va che il dirit­to è «rego­la­to­re for­ma­le, di una equi­va­len­za che non è equi­va­len­za (equi­va­len­za solo per la for­ma), esat­ta­men­te come l’e­qui­va­len­za del­lo scam­bio pro­dut­ti­vo moder­no (sala­rio con­tro uso del­la for­za lavo­ro) è non-equi­va­len­za: appro­pria­zio­ne di plu­sva­lo­re sen­za con­tro­par­ti­ta (Some­thing for nothing). Cri­ti­ca del­lo Sta­to (rap­pre­sen­ta­ti­vo) e cri­ti­ca del dirit­to (for­ma­le) si inne­sta­no alla cri­ti­ca del­la ine­qui­va­len­za del­lo scam­bio che pro­du­ce. Ne nasce una cri­ti­ca socia­le, che si radi­ca ad un livel­lo natu­ra­li­sti­co rispet­to alla sfe­ra del­la volon­tà, pro­prio come la ripre­sa del­le cate­go­rie natu­ra­li­sti­che in eco­no­mia con­sen­te la cri­ti­ca del mec­ca­ni­smo capi­ta­li­sti­co nel suo insie­me». Per un para­go­ne tra valo­re e Sta­to si veda BERTELL OLLMAN, Alienation:Marx’s con­cep­tion of man in capi­ta­li­st socie­ty, Cam­brid­ge, 1971. E anco­ra LAURA AMMANNATI in un sag­gio su Sta­to e mer­ce, con­ve­gno Isso­co, Firen­ze 1975; ALAN WOLFE, New direc­tions in the mar­xi­st theo­ry of poli­tics, «Poli­tics and Socie­ty», IV, n. 2, 1974; FRANCESCO FISTETTI, Cri­ti­ca del­l’e­co­no­mia e cri­ti­ca del­la poli­ti­ca, De Dona­to, Bari, 1976.
50 Cfr. L’i­deo­lo­gia tede­sca, cit., p. 329.
51 THOMAS HOBBES: «I lega­mi socia­li si strin­go­no di libe­ra volon­tà », Ele­men­ti filo­so­fi­ci del cit­ta­di­no, Tori­no 1948, p. 76.
52 J.J. ROUSSEAU, Con­trat social, III, 4.
53 HANS KELSEN, Rei­ne Rech­tsleh­re, trad. it. di Mario G. Losa­no La dot­tri­na pura del dirit­to, Tori­no 1966, pp. 332
54 L’i­deo­lo­gia tede­sca, cit., p. 325.
55 KARL MARX, Intro­du­zio­ne alla cri­ti­ca del­l’e­co­no­mia poli­ti­ca, cit., p. 171. Si veda anche L’i­deo­lo­gia tede­sca, cit., p. 73.
56 KARL MARX, Linea­men­ti, cit. I, p. 219. L’in­ter­pre­ta­zio­ne alla qua­le si è accen­na­to non tro­va con­cor­de VALENTINO GERRATANA che, per esem­pio, scri­ve, nel­la cita­ta intro­du­zio­ne al Discor­so sul­l’o­ri­gi­ne e i fon­da­men­ti del­l’i­ne­gua­glian­za tra gli uomi­ni, p. 60: «In effet­ti l’i­dea cen­tra­le del Con­trat­to socia­le, il tra­sfe­ri­men­to del­la sovra­ni­tà poli­ti­ca dagli uomi­ni alla leg­ge, come espres­sio­ne del­la volon­tà gene­ra­le, media­zio­ne e garan­zia del­la liber­tà di tut­ti, ha qual­co­sa di misti­co e di reli­gio­so: pre­sup­po­ne in ogni caso un mon­do dis­so­cia­to, in cui l’u­ni­ver­sa­le è sepa­ra­bi­le dal par­ti­co­la­re, gli inte­res­si comu­ni dagli inte­res­si pri­va­ti, e che non può vive­re sen­za media­zio­ne reli­gio­sa. Ma si trat­ta di un misti­ci­smo che, indi­pen­den­te­men­te da ogni teo­ria, è pro­dot­to diret­ta­men­te da un pro­ces­so rea­le di misti­fi­ca­zio­ne del­la moder­na socie­tà bor­ghe­se». E anco­ra: «La leg­ge al di sopra degli uomi­ni: è que­sta la solu­zio­ne di Rous­seau, ed è la solu­zio­ne, il gran­de mito, del­la demo­cra­zia bor­ghe­se». A pro­po­si­to di Ger­ra­ta­na, scri­ve EUGENIO GARIN nel­la Intro­du­zio­ne agli Scrit­ti poli­ti­ci, di J.J. Rous­seau, Bari 1971, p. LXI: «Giu­sta­men­te insi­ste sul­la ‘for­te cari­ca mora­le’ V. Ger­ra­ta­na, nel suo sag­gio su L’e­re­sia di J.J. Rous­seau… in cui il rap­por­to con Marx (e Engels) è posto con gran­de misu­ra ». E si veda UMBERTO CERRONI, Teo­ria poli­ti­ca e socia­li­smo, Roma, 1973, p. 135: «il radi­ca­li­smo poli­ti­co di Rous­seau get­ta essen­zia­li pre­sup­po­sti poli­ti­ci per la nuo­va rivo­lu­zio­ne socia­le. Li get­ta, ovvia­men­te, alla manie­ra stes­sa in cui la teo­ria valo­re-lavo­ro di Smith e Ricar­do get­ta i pre­sup­po­sti del­la teo­ria mar­xia­na del plu­sva­lo­re. Si trat­ta di un col­le­ga­men­to cri­ti­co». Ed in effet­ti ci sem­bra che i neo-rous­so­ia­ni in ‘poli­ti­ca’ ripe­ta­no le stes­se incom­pren­sio­ni dei neo-ricar­dia­ni in ‘eco­no­mia’.
57 Ambi­ti d’au­to­no­mia, come per esem­pio i ceti pro­vin­cia­li, le asso­cia­zio­ni regio­na­li, le for­ze loca­li, le signo­rie fon­dia­rie e cit­ta­di­ne, i pote­ri inter­me­di, per­si­sto­no cer­ta­men­te, come ele­men­to anti­co, anco­ra duran­te l’as­so­lu­ti­smo. Scri­ve Oestreich: «L’am­mi­ni­stra­zio­ne asso­lu­ti­sta non cono­sce­va nes­sun ‘inqua­dra­men­to’ tota­le di una socie­tà di mas­sa livel­la­ta, fino nel­le fami­glie, non si inge­ri­va nel com­ples­so del­la vita pri­va­ta del sin­go­lo, non pos­se­de­va la bru­ta­le volon­tà e le con­se­guen­ti pos­si­bi­li­tà di diri­ge­re l’o­pi­nio­ne e le ten­den­ze pub­bli­che nel sen­so di una ideo­lo­gia di Sta­to e di par­ti­to uni­ta­ria e uffi­cia­le ». «Non si può asso­lu­ta­men­te par­la­re di un con­trol­lo tota­le del­la sfe­ra pub­bli­ca e per­so­na­le da par­te del­lo Sta­to asso­lu­to». E cita KARL MANNHEIM: «L’as­so­lu­ti­smo era solo appa­ren­te­men­te tota­li­ta­rio. Per lo più esso non pos­se­de­va i mez­zi per espli­ca­re il pre­do­mi­nio sul­la tota­li­tà del­la vita degli abi­tan­ti del ter­ri­to­rio in que­stio­ne». Vedi GERHARD OESTREICH, Pro­ble­mi di strut­tu­ra del­l’as­so­lu­ti­smo euro­peo, trad. it. di Ser­gio Zeni, nel volu­me Lo Sta­to moder­no, Bolo­gna 1971, I, p. 175.
58 J.J. ROUSSEAU, Con­trat social, III, 15.
59 Ivi, II, 1.
60 Ivi, III, 15.
61 Ibid.
62 Cfr. J.J. ROUSSEAU, Con­si­de­ra­zio­ni sul gover­no di Polo­nia, in Scrit­ti poli­ti­ci, Bari 1971, a cura di Maria Garin, volu­me ter­zo, p. 204: «Uno dei mag­gio­ri incon­ve­nien­ti dei gran­di Sta­ti, quel­lo fra tut­ti che fa del­la liber­tà la cosa più dif­fi­ci­le da con­ser­va­re, è che il pote­re legi­sla­ti­vo non può pre­sen­tar­vi­si diret­ta­men­te, e può agi­re solo per depu­ta­zio­ne. La cosa inclu­de aspet­ti buo­ni e cat­ti­vi, ma il male supe­ra il bene. È impos­si­bi­le cor­rom­pe­re il legi­sla­to­re in cor­po, ma ingan­nar­lo è faci­le. I suoi rap­pre­sen­tan­ti, inve­ce, sono dif­fi­ci­li da ingan­na­re, ma faci­li da cor­rom­pe­re, e rara­men­te acca­de che cor­rot­ti non sia­no». «Vedo due mez­zi atti a pre­ve­ni­re il ter­ri­bi­le male del­la cor­ru­zio­ne… muta­re spes­so i rap­pre­sen­tan­ti… impe­gna­re i rap­pre­sen­tan­ti a segui­re scru­po­lo­sa­men­te le istru­zio­ni rice­vu­te». Inve­ce per Lenin man­da­to impe­ra­ti­vo, revo­ca­bi­li­tà per­ma­nen­te, orga­ni­smi ese­cu­ti­vi e legi­sla­ti­vi al tem­po stes­so, costi­tui­reb­be­ro la sop­pres­sio­ne del par­la­men­to. Per una let­tu­ra di Sta­to e rivo­lu­zio­ne di Lenin si veda­no, tra gli altri CABLO CICERCHIA, Leni­ni­smo e rivo­lu­zio­ne socia­li­sta, Bari, 1970, e UMBERTO CERRONI, Teo­ria poli­ti­ca e socia­li­smo, Roma, 1973, pp. 123–150. E anco­ra OSKAR ANWEILER, Sto­ria dei soviet, Bari, 1972, e GIULIANO PROCACCI, II par­ti­to nel siste­ma sovie­ti­co. 1917–1945, in «Cri­ti­ca mar­xi­sta», gen­na­io-feb­bra­io, mar­zo-apri­le 1974.
63 Cfr. UMBERTO CERRONI, Tec­ni­ca e liber­tà, Bari 1970 e Teo­ria poli­ti­ca e socia­li­smo, cit., p. 95.
64 KARL MARX, Linea­men­ti, cit. I, p. 96.
65 Ibid.
66 KARL MARX, II capi­ta­le, cit., I, I, p. 193.
67 «Fra l’in­di­vi­duo e lo Sta­to si inse­ri­sco­no quel­le for­ma­zio­ni col­let­ti­ve che, come par­ti­ti poli­ti­ci, rias­su­mo­no le ugua­li volon­tà dei sin­go­li indi­vi­dui». HANS KELSEN, Essen­za e valo­re del­la demo­cra­zia, nel volu­me I fon­da­men­ti del­la demo­cra­zia, Bolo­gna, 1966, p. 24.
68 Cfr. Rifor­ma socia­le o rivo­lu­zio­ne, di ROSA LUXEMBURG.

Alcuni giudizi sul nuovo terreno di lotta

Foglio a cura del Coor­di­na­men­to ope­ra­io cit­ta­di­no, Bolo­gna, mar­zo 1977.

Abbia­mo dedi­ca­to ampio spa­zio alla cro­na­ca dei fat­ti e sia­mo par­ti­ti da lon­ta­no nel con­si­de­rar­li e met­te­re in evi­den­za que­gli aspet­ti posi­ti­vi di pro­gram­ma che sono emer­si nel­l’ul­ti­mo anno di lot­te, per­ché ci sem­bra che poco spa­zio gli sia sta­to dato nel­le assem­blee fino a qui tenu­te dagli stu­den­ti che pur ne sono sta­ti i mag­gio­ri pro­ta­go­ni­sti.
Auto­ri­du­zio­ni, ron­de pro­le­ta­rie e ope­ra­ie, occu­pa­zio­ni di case han­no sot­to­li­nea­to, nei mil­le rivo­li in cui si è sfran­gia­ta la lot­ta, il carat­te­re nuo­vo del­l’il­le­ga­li­tà di mas­sa e del­la com­po­nen­te inter­na a que­sta espe­rien­za.
Han­no dimo­stra­to intan­to che la lot­ta non era solo di stu­den­ti, ma di una com­po­nen­te pro­le­ta­ria che ingros­sa il mer­ca­to del­le brac­cia, disoc­cu­pa­ti, sot­toc­cu­pa­ti, e che vive il suo biso­gno in ter­mi­ni di red­di­to.
Non c’è sta­ta la capa­ci­tà di ade­gua­re la discus­sio­ne su que­sti pro­ble­mi che si evi­den­zia­va­no e si è fini­ti mol­te vol­te per coglier­ne un sin­go­lo aspet­to ed esal­tar­lo, sen­za capir­ne gli ele­men­ti di uni­tà e poten­zia­li­tà che fin dal­l’i­ni­zio que­sto movi­men­to pote­va espri­me­re.
Ci sen­tia­mo da que­sto pun­to di vista inter­ni e voglia­mo espri­mer­ci con un nostro pun­to di vista in un momen­to in cui sem­bra pre­va­le­re una teo­ria del­l’af­fos­sa­men­to di que­ste espe­rien­ze, non capen­do­ne gli ele­men­ti di con­ti­nui­tà e di sal­da­tu­ra che pos­so­no ave­re con lo scon­tro aper­to nel­le fab­bri­che intor­no alla tema­ti­ca del sala­rio e dell’orario.

Dicia­mo no ai teo­ri­ci del­la scon­fit­ta
Voglia­mo inter­ve­ni­re per­ché con­ti­nua­men­te nel­le assem­blee si par­la del «rap­por­to» con gli ope­rai, e anco­ra non è emer­so su cosa si voglia ave­re que­sto rap­por­to e con chi.
Non è solo un pro­ble­ma di scel­ta di fun­zio­na­li­tà (con tut­ti davan­ti ai can­cel­li e con la Flm all’u­ni­ver­si­tà), ma una pre­ci­sa linea poli­ti­ca che con­trad­di­stin­gue alcu­ne for­ze. Non a caso nel­le assem­blee si sono visti riaf­fio­ra­re scia­cal­li e cor­vi, gli stes­si che sino all’i­ni­zio del­le auto­ri­du­zio­ni spu­ta­va­no mer­da sul­le cose che suc­ce­de­va­no e ora, nel momen­to del­la repres­sio­ne, si pon­go­no come gesto­ri del riflus­so, cer­can­do con­ti­nua­men­te di spo­sta­re il tiro, di demo­cra­tiz­za­re il ter­re­no di lot­ta, di aggan­ciar­lo al car­ret­to­ne sin­da­ca­le, per ricon­qui­star­si quel­lo spa­zio che le lot­te den­tro e fuo­ri la fab­bri­ca gli ave­va­no sem­pre nega­to, indi­vi­duan­do­li come codi­sti e reg­gi­co­da del Pci; la vel­lei­tà di rap­pre­sen­ta­re la nuo­va area rifor­mi­sta. Il peso socia­le e com­ples­si­vo del­la cri­si ha indot­to modi­fi­ca­zio­ni pro­fon­de alla strut­tu­ra del mer­ca­to del lavo­ro e alla com­po­si­zio­ne ope­ra­ia. Non è pos­si­bi­le oggi rico­no­sce­re una figu­ra ege­mo­ne dal pun­to di vista pro­dut­ti­vo, e i richia­mi alla clas­se ope­ra­ia rischia­no di esse­re richia­mi a una cate­go­ria socio­lo­gi­ca, a una tema­ti­ca fab­bri­chi­sta, se non sono cor­re­da­ti dal­la con­sa­pe­vo­lez­za che la «cen­tra­li­tà ope­ra­ia» va vista in ter­mi­ni di pro­gram­ma che riu­ni­fi­ca una serie di biso­gni intor­no alla pro­spet­ti­va di pote­re, che uni­fi­ca sul ter­ri­to­rio la figu­ra nuo­va di ope­ra­io socia­le.
Que­sto pro­gram­ma è inter­no ai com­por­ta­men­ti di resi­sten­za dif­fu­sa, di rifiu­to del­la logi­ca sin­da­ca­le del­le lot­te che non è e non può esse­re patri­mo­nio di tut­ti gli ope­rai di fab­bri­ca.
È aper­to den­tro la fab­bri­ca uno spac­ca­to pro­fon­do, anche se non anco­ra espli­ci­to a Bolo­gna, che con­trap­po­ne, per sche­ma­tiz­za­re, – l’o­pe­ra­io del 3° livel­lo a quel­lo del 5° e 5° s., cioè colo­ro che non si sen­to­no più garan­ti­ti sia del red­di­to che del posto di lavo­ro, e colo­ro che gra­zie ai pri­vi­le­gi di sala­rio, alla figu­ra pro­fes­sio­na­le che han­no assun­to den­tro alla pro­du­zio­ne, alla loro affe­zio­ne al lavo­ro (più alta per­cen­tua­le di straor­di­na­ri), per la sicu­rez­za che han­no otte­nu­to (casa di pro­prie­tà, lavo­ret­ti extra all’o­ra­rio di lavo­ro ecc.) han­no tut­to l’in­te­res­se a man­te­ne­re le cose così come stan­no, sono dispo­sti a fare sacri­fi­ci, per­ché san­no di esse­re pri­vi­le­gia­ti rispet­to all’o­pe­ra­io comu­ne. È que­sti ulti­mi che il sin­da­ca­to rap­pre­sen­ta e ne tute­la gli inte­res­si Pro­prio gli ulti­mi avve­ni­men­ti han­no inne­sca­to den­tro le fab­bri­che la discus­sio­ne con­trap­po­nen­do que­ste due com­po­nen­ti.
E ci sia­mo anche accor­ti che quan­do la discus­sio­ne si bloc­ca­va sul­la vetri­na rot­ta, solo la capa­ci­tà di gesti­re inte­ra­men­te que­sto ter­re­no (met­ten­do anche in evi­den­za il carat­te­re di «devia­zio­ne» che in alcu­ni casi que­sta pra­ti­ca reca con sé, che non può esse­re assun­ta come ele­men­to pro­po­si­ti­vo, ma deve esse­re gui­da­to da una capa­ci­tà poli­ti­ca di fare del­le scel­te non indi­scri­mi­na­te sugli obiet­ti­vi, anche se cer­to non pre­sen­ta­no di per sé ele­men­to di estra­nei­tà alla pre­sen­za di mas­sa sul­la piaz­za) ha fat­to chia­rez­za non sui sin­go­li fat­ti ma sul signi­fi­ca­to poli­ti­co e la por­ta­ta di que­sta lot­ta, e/​o su chi (per ideo­lo­gia) si è cri­stal­liz­za­to sul­le sue posi­zio­ni.
Se oggi que­sto spac­ca­to signi­fi­ca pos­si­bi­li­tà di far emer­ge­re un pun­to di vista comu­ni­sta la cosa che dob­bia­mo dire è No al mostro sacro del­l’u­ni­tà di clas­se come una­ni­mi­smo sin­da­ca­le, sì a una bat­ta­glia sul pro­gram­ma che evi­den­zi il fron­te del­l’oc­cu­pa­zio­ne da quel­lo del­l’ac­cet­ta­zio­ne del­la tema­ti­ca dei sacri­fi­ci e del­la gestio­ne del­la cri­si. Cre­dia­mo infat­ti che solo se si è all’at­tac­co sul pro­gram­ma si rie­sce a supe­ra­re l’ul­ti­ma trin­cea che il con­trol­lo revi­sio­ni­sta ha tes­su­to intor­no alle lot­te. Mai come in que­sti mesi l’ap­por­to del Pci si è rap­pre­sen­ta­to come cor­po di poli­zia socia­le da usa­re con­tro l’a­rea del­la ribel­lio­ne, mai come ora ha però dimo­stra­to la debo­lez­za del­la sua rete di con­trol­lo, quan­do comin­cia­no a sal­ta­re alcu­ni equi­li­bri eco­no­mi­ci, quan­do l’a­rea del con­sen­so si incri­na (lot­te dei dipen­den­ti pub­bli­ci), e il movi­men­to si espri­me aper­ta­men­te con­tro ogni logi­ca di recu­pe­ro in ille­ga­li­tà di mas­sa. Al di là del ruo­lo poli­zie­sco del Pci, tra­mi­te i suoi orga­ni di stam­pa che costrui­sco­no mon­ta­tu­re per sca­gio­na­re gli assas­si­ni di Sta­to, oltre alla rete di spie infil­tra­ta nel movi­men­to che ha stret­to rap­por­ti con la que­stu­ra, oltre al ser­vi­zio d’or­di­ne con­tro gli estre­mi­sti, si sta facen­do sem­pre più chia­ro cosa sia il «gover­no del­le asten­sio­ni». Quan­do le lot­te esco­no dagli argi­ni del con­trol­lo «sin­da­ca­le», allo­ra il Pci si pre­sen­ta in quan­to par­ti­to ope­ra­io a fare da tam­po­ne con una pre­sen­za ter­ro­ri­sti­ca e pater­na­li­sti­ca sul­la piaz­za (come a Roma), ma quan­do que­sto non basta allo­ra inter­ven­go­no le auto­blin­do per decre­ta­re lo sta­to d’as­se­dio. Così Zan­ghe­ri, sin­da­co di Bolo­gna, con­se­gna la cit­tà in mano all’e­ser­ci­to quan­do vede che non basta­no gli appel­li alle for­ze demo­cra­ti­che. E oggi la poli­zia non si accon­ten­ta di una pura ope­ra di con­te­ni­men­to e di repres­sio­ne, ma pren­de lo spun­to per ope­ra­re una vera e pro­pria azio­ne anti­guer­ri­glia a cui da tan­to tem­po squa­dre spe­cia­li e Sid si sono dedi­ca­ti.
Così Roma, Bolo­gna e Pado­va come la Sar­de­gna, il Friu­li, Seve­so diven­ta­no zone di ope­ra­zio­ni mili­ta­ri. Si dichia­ra lo sta­to d’as­se­dio, si instau­ra il tri­bu­na­le spe­cia­le, si chiu­do­no le fon­ti di infor­ma­zio­ne non di regi­me, si fan­no i rastrel­la­men­ti di mas­sa, le per­qui­si­zio­ni a tap­pe­to, si tie­ne la cit­tà con le auto­blin­do. Quan­do un ter­ri­to­rio si sta tra­sfor­man­do in pro­ba­bi­le ter­re­no di orga­niz­za­zio­ne, allo­ra occor­re eva­cuar­lo e instau­ra­re un cli­ma di ter­ro­re poli­zie­sco; lo san­no i mez­zi di infor­ma­zio­ne di regi­me che devo­no copri­re tale ope­ra­zio­ne. Quel­lo di cui han­no avu­to pau­ra non era la rispo­sta che si era espres­sa in sé vener­dì e saba­to; ma la qua­li­tà inter­na che con­te­ne­va.
Per la pri­ma vol­ta si sono tro­va­ti di fron­te a un cor­teo non più disar­ma­to, le cui sedi di deci­sio­ne poli­ti­ca rea­le non era­no più le assem­blee ma tut­ta la cit­tà e le bar­ri­ca­te. Era lì che risie­de­va la vera capa­ci­tà di deci­sio­ne poli­ti­ca, è sta­to lì che il movi­men­to ha fat­to un note­vo­le sal­to uni­fi­can­do nel fuo­co del­lo scon­tro ini­zia­ti­va poli­ti­ca e mili­ta­re. Que­sta ric­chez­za è sta­ta in par­te anche il segno di una debo­lez­za del movi­men­to che si espri­me­va soprat­tut­to come spon­ta­nei­tà e crea­ti­vi­tà più che con sedi­men­ti rea­li di orga­niz­za­zio­ne, e in più pun­ti que­sto ha por­ta­to a una «disper­sio­ne» di for­za e di stru­men­ti per la lot­ta. Ma d’al­tra par­te quel­lo che ha posto in rilie­vo è sta­to rap­pre­sen­ta­re come pos­si­bi­le da oggi il pra­ti­ca­re for­me embrio­na­li di libe­ra­zio­ne del ter­ri­to­rio, e lì den­tro san­ci­re una nuo­va «rego­la», una capa­ci­tà comu­ni­sta di rom­pe­re la legit­ti­mi­tà del­le mer­ci, ridi­stri­buen­do­le non più tra­mi­te dena­ro ma secon­do la neces­si­tà e il biso­gno. Costrui­re momen­ti di con­tro­po­te­re Costrui­re momen­ti di con­tro­po­te­re deve esse­re oggi la paro­la d’or­di­ne che l’e­spe­rien­za di orga­niz­za­zio­ne den­tro la clas­se deve affron­ta­re non più solo come pro­ble­ma di dibat­ti­to ma di pra­ti­ca di lot­ta. Libe­ra­zio­ne del ter­ri­to­rio e pra­ti­ca del con­tro­po­te­re non pos­so­no esse­re visti come un pro­ces­so di insur­re­zio­ne a cui richia­ma il tes­su­to socia­le di mili­tan­ti comu­ni­sti, ma deve esse­re la pra­ti­ca di un ter­re­no che ogni gior­no si sedi­men­ta e cre­sce, dove il pro­ble­ma non è costrui­re espe­rien­za geo­gra­fi­ca­men­te vasta, ma con­qui­star­si spa­zi poli­ti­ci in cui ricom­por­re il pro­ble­ma del­la tenu­ta con quel­lo del­l’in­di­ca­zio­ne di mas­sa. Ricom­por­re sul ter­ri­to­rio la figu­ra socia­le del­l’o­pe­ra­io legan­do lavo­ra­to­ri garan­ti­ti e non garan­ti­ti intor­no alla tema­ti­ca del red­di­to con un ciclo di lot­te che pren­do­no e non chie­do­no, vuo­le dire arti­co­la­re un ter­re­no di ini­zia­ti­va che dal­la tema­ti­ca del­la ridu­zio­ne gene­ra­le nata dal­l’o­ra­rio si leghi alle lot­te per la garan­zia del sala­rio, un’ar­ti­co­la­zio­ne che deve risco­pri­re una fac­cia pas­si­va rilan­cian­do le lot­te sul­le occu­pa­zio­ni del­le case, i pic­chet­ti di super­mer­ca­ti, spe­se poli­ti­che, auto­ri­du­zio­ne.
È la ron­da pro­le­ta­ria che garan­ti­sce que­ste espe­rien­ze, che indi­vi­dua gli obiet­ti­vi, che impo­ne la pre­sen­za orga­niz­za­ta degli stu­den­ti, dei disoc­cu­pa­ti davan­ti ai can­cel­li del­le fab­bri­che il saba­to, con­tro gli straor­di­na­ri, legan­do­li agli obiet­ti­vi inter­ni, alle soli­de scin­til­le di lot­ta: le gerar­chie di fab­bri­ca, i rit­mi, la noci­vi­tà, l’e­sten­sio­ne e l’au­men­to dei pre­sa­la­rio degli stu­den­ti, il prez­zo poli­ti­co del­la men­sa e l’a­per­tu­ra di men­se di quar­tie­re, l’au­men­to dei sus­si­di di disoc­cu­pa­zio­ne e il con­trol­lo sugli uffi­ci di col­lo­ca­men­to, la lot­ta con­tro il lavo­ro nero. Lot­te che por­ta­no il segno di una tema­ti­ca di pote­re; dal­la fab­bri­ca al socia­le si rap­pre­sen­ta la stes­sa fac­cia del­la ristrut­tu­ra­zio­ne. Fare un sal­to nel­la qua­li­tà del­le for­me di lot­ta e di pro­gram­ma signi­fi­ca dar­si anche stru­men­ti nuo­vi di orga­niz­za­zio­ne; è più che mai neces­sa­rio costrui­re un cen­tro di ini­zia­ti­va poli­ti­ca che riu­ni­fi­ca non a paro­le ma su una pra­ti­ca di lot­ta ope­rai, stu­den­ti, disoc­cu­pa­ti, lavo­ra­to­ri dei ser­vi­zi, brac­cia per il lavo­ro nero.