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Ricchezza e miseria del ”caso italiano”

Da ”pre-print” n.2 di Ore­ste Scalzone

L’in­sie­me del­le con­si­de­ra­zio­ni fino­ra così som­ma­ria­men­te espo­ste fa indi­ret­ta­men­te rile­va­re la soli­tu­di­ne e l’ec­ce­zio­na­li­tà del caso ita­lia­no. Ric­chez­za e mise­ria di que­sto caso risie­do­no nel fat­to (per mol­ti ver­si for­mi­da­bi­le, per altri per­ver­so) che in que­sto pae­se si pro­du­ce e si ripro­du­ce un intrec­cio o quan­to meno una com­pre­sen­za fra una sov­ver­sio­ne socia­le mos­sa da una strut­tu­ra desi­de­ran­te, com­ples­sa, ric­ca del movi­men­to e for­me di ini­zia­ti­va ter­ro­ri­sti­ca, sia di ter­ro­ri­smo dif­fu­so che di ter­ro­ri­smo pre­de­ter­mi­na­to, che ten­do­no a pro­dur­si come guer­ri­glia. Ecco, l’I­ta­lia è in un cer­to sen­so l’u­ni­co caso sul­lo sce­na­rio mon­dia­le dove fa la sua com­par­sa il dive­ni­re di una guer­ri­glia sen­za pro­gram­ma, sen­za obiet­ti­vi appa­ren­ti cioè con del­le ideo­lo­gie anche mol­to diver­se, mol­to agguer­ri­te, mol­to sofi­sti­ca­te.
Ora, la doman­da che vie­ne natu­ra­le è pro­prio se que­sto sia un ele­men­to di for­za o un ele­men­to di debo­lez­za.
Noi cre­dia­mo che vi sia­no entram­bi gli aspet­ti, ma che soprat­tut­to nel­l’ul­ti­ma fase que­sto secon­do carat­te­re nega­ti­vo di limi­te, di fre­no di fru­stra­zio­ne del­l’ef­fi­ca­cia tra­sfor­ma­ti­va di que­sta pras­si si vada evi­den­zian­do. Un fat­to da rile­va­re, per esem­pio, è sen­z’al­tro la scar­sa sot­to­li­nea­tu­ra del­la cen­tra­li­tà del­le armi del­la cri­ti­ca e del per­ma­ne­re del pro­ble­ma di una con­ti­nua ride­fi­ni­zio­ne del­le armi del­la cri­ti­ca lun­go tut­to l’ar­co del per­cor­so del­l’i­ni­zia­ti­va rivo­lu­zio­na­ria, cioè, non è sta­to spie­ga­to a suf­fi­cien­za che den­tro tut­to il lun­go per­cor­so del­la cri­ti­ca del­le armi per­ma­ne, anzi divie­ne cen­tra­le il pro­ble­ma di arma­re cri­ti­ca­men­te la cri­ti­ca del­le armi.
Inve­ce di fat­to è sta­ta irre­spon­sa­bil­men­te ali­men­ta­ta da par­te del­le orga­niz­za­zio­ni sog­get­ti­ve una for­ma di mani­fe­sta­zio­ne del­la nuo­va spon­ta­nei­tà, che alcu­ne vol­te si è pre­sen­ta­ta nel­la sua bru­ta­li­tà socia­le, altre vol­te si è van­ta­ta di ideo­lo­gia che è pro­prio una pura e sem­pli­ce ideo­lo­gia del­la poten­za del­l’ef­fi­ca­cia del­l’a­zio­ne, un disprez­zo per l’u­ni­ver­so del­le paro­le, con­ce­pi­to come fat­to di debo­lez­za, di ver­ba­li­smo. Il fat­to è che lo spi­ri­to di com­bat­ti­men­to, nel suo aspet­to di ideo­lo­gia che si fa mate­ria­le, ha ben pre­sto comin­cia­to a coniu­gar­si con quel­lo che potrem­mo chia­ma­re l’e­stre­mi­smo, il sov­ver­si­vi­smo socia­le, o meglio, con il sedi­men­to e il costi­tuir­si ideo­lo­gi­co appun­to di un’i­deo­lo­gia, di un uni­ver­so di com­por­ta­men­ti estre­mi­sti come cri­stal­liz­za­zio­ne del­la nuo­va spon­ta­nei­tà, cioè, una dispo­ni­bi­li­tà da par­te di stra­ti non esi­gui di gio­va­ni pro­le­ta­ri ad arma­re la pro­pria volon­tà di sod­di­sfa­re i biso­gni. Per gli esclu­si dal pote­re si è trat­ta­to come di una ver­ti­gi­ne, di un cor­to cir­cui­to imme­dia­ti­sta che ha come dato poten­za alla volon­tà di riap­pro­pria­zio­ne di ric­chez­za e di con­di­zio­ni diver­se di vita. Anche qui qual è sta­to l’e­le­men­to di mise­ria di que­sto pro­ces­so?
Il fat­to che que­sto imme­dia­ti­smo si è ben pre­sto avvol­to su se stes­so ed è diven­ta­to filo­so­fia del­la mise­ria, ideo­lo­gia del­la mise­ria per­ché ha cor­to­cir­cui­ta­to que­sta volon­tà di poten­za e di riap­pro­pria­zio­ne socia­le e di libe­ra­zio­ne iden­ti­fi­can­do­la imme­dia­ta­men­te attor­no ad alcu­ni pove­ri fetic­ci come quel­lo, in fon­do, del­la riap­pro­pria­zio­ne del­le mer­ci. Tra­la­scia­mo qui le rico­stru­zio­ni già fat­te in altra sede, sia sul­l’­hu­mus ideo­lo­gi­co, sia sul­l’­ha­bi­tat socia­le in cui que­sta dina­mi­ca si è svi­lup­pa­ta, quel­lo che ci inte­res­sa qui rile­va­re è la con­trad­di­zio­ne fra il nucleo viven­te del­la rot­tu­ra teo­ri­co-pra­ti­ca rap­pre­sen­ta­ta dal pas­sag­gio alla lot­ta arma­ta e l’e­le­men­to mise­ra­bi­le di que­sto tipo di rot­tu­ra.
La ric­chez­za con­si­ste nel­la indi­vi­dua­zio­ne luci­da di una neces­si­tà di rom­pe­re il mono­po­lio sta­ta­le del­la vio­len­za o più pre­ci­sa­men­te di rom­pe­re il mono­po­lio sta­ta­le del­la for­ma mili­ta­re del­la vio­len­za come uni­ca pos­si­bi­li­tà di appros­si­ma­re un pro­ces­so di tra­sfor­ma­zio­ne socia­le in cui i risul­ta­ti eman­ci­pa­ti­vi non ven­ga­no con­ti­nua­men­te fre­na­ti e fer­ma­ti al di qua di un livel­lo di com­pa­ti­bi­li­tà con l’au­to­di­na­mi­ca del siste­ma. L’e­le­men­to di mise­ria (cioè il fat­to che que­sta rot­tu­ra non ha aper­to una sta­gio­ne feli­ce, non ha rispo­sto a una doman­da di pote­re pro­po­sta dal­l’on­da­ta di lot­te eman­ci­pa­ti­ve dispie­ga­ta­si lun­go tut­ti gli anni ’60) è nel­la pro­gres­si­va auto­no­miz­za­zio­ne del­la sto­ria del­la lot­ta arma­ta, del­la guer­ri­glia, del­le sog­get­ti­vi­tà del pro­ces­so di eman­ci­pa­zio­ne socia­le. La pra­ti­ca com­bat­ten­te ha fini­to per ripro­dur­re in for­ma nuo­va e diver­sa tut­ti i limi­ti che in que­sti anni abbia­mo rile­va­to den­tro l’a­zio­ne poli­ti­ca e socia­le di par­te comu­ni­sta, cioè la mise­ria di una sostan­zia­le e pro­gres­si­va inca­pa­ci­tà di pro­dur­re signi­fi­ca­ti­vi ele­men­ti di tra­sfor­ma­zio­ne socia­le, in altri ter­mi­ni, ciò che avreb­be dovu­to esse­re un fat­to­re di ric­chez­za dei sog­get­ti ha spes­so dato vita alla mise­ria rea­le di una pove­ra inge­gne­ria orga­niz­za­ti­va, si è deter­mi­na­to un siste­ma chiu­so, autoa­li­men­tan­te­si, scar­sa­men­te capa­ce pro­prio per que­sta logi­ca del­l’au­to­suf­fi­cien­za, di inter­fe­ri­re, di inte­ra­gi­re con­ti­nua­men­te con i pas­sag­gi del movi­men­to. L’o­pi­nio­ne di mol­ti com­pa­gni inso­spet­ta­bi­li di paci­fi­smo è che soprat­tut­to negli ulti­mi mesi si sia giun­ti ad un pun­to cri­ti­co per­ché gli ele­men­ti gene­ra­ti­vi pre­sen­ti in que­sto rove­scio del­la meda­glia si sono dispie­ga­ti oltre il limi­te di tol­le­ra­bi­li­tà al di là del qua­le la buo­na salu­te del movi­men­to tra­sfor­ma­ti­vo si pre­sen­ta come irri­me­dia­bil­men­te com­pro­mes­sa. Que­sto non per­ché l’in­si­ste­re il mol­ti­pli­car­si, l’en­de­mi­ciz­zar­si del feno­me­no del ter­ro­ri­smo ver­ti­ca­le e/​o dif­fu­so pro­vo­chi un tale com­pat­ta­men­to isti­tu­zio­na­le da met­te­re in discus­sio­ne e a fron­te del­l’i­ni­zia­ti­va repres­si­va del­lo Sta­to e a fron­te del­l’i­ni­zia­ti­va nor­ma­liz­za­tri­ce del movi­men­to ope­ra­io isti­tu­zio­na­le le liber­tà poli­ti­che del movi­men­to, la sua agi­bi­li­tà, la sua capa­ci­tà di muo­ver­si.
Anzi cre­dia­mo che nel gro­vi­glio di con­se­guen­ze cer­to con­trad­dit­to­rie in com­ples­so, il ter­ro­ri­smo come ogni altra varia­bi­le poli­ti­ca deter­mi­na i risul­ta­ti di desta­bi­liz­za­zio­ne, di disag­gre­ga­zio­ne del­le varie com­po­nen­ti, fra­zio­ni, cor­po­ra­zio­ni, cor­pi sepa­ra­ti, indi­vi­dua­li­tà.
Sem­mai si può dire che il ter­ro­ri­smo cer­to ha, così come la lot­ta sul sala­rio e altre, un effet­to di varia­bi­le poli­ti­ca che favo­ri­sce l’au­to­di­na­mi­ca capi­ta­li­sti­ca e che diven­ta in un cer­to sen­so una for­za pro­dut­ti­va, basti pen­sa­re al con­tri­bu­to che la sua for­ma for­se più lega­ta alla lot­ta di clas­se e ai biso­gni di mas­sa, quel­la del­la gam­biz­za­zio­ne dei capi, ha for­ni­to al pro­ces­so di tra­sfe­ri­men­to del coman­do gerar­chi­co sul­la pro­du­zio­ne sem­pre più da ele­men­ti di auto­ri­tà coer­ci­ti­va ester­na come la rete dei capi a ele­men­ti intro­iet­ta­ti den­tro il pro­ces­so pro­dut­ti­vo o alle mac­chi­ne a con­trol­lo nume­ri­co all’in­for­ma­ti­ca ecc. Quel­lo che temia­mo non è una con­se­guen­za come quel­la che vie­ne con­ti­nua­men­te ripro­po­sta del mar­ci­to pasto­ne del­le ideo­lo­gie del­la sini­stra, cioè la rea­zio­ne di destra, la crea­zio­ne di un bloc­co socia­le di destra, la crea­zio­ne di un bloc­co poli­ti­co isti­tu­zio­na­le, di destra, l’o­biet­ti­vo aiu­to a ten­den­ze auto­ri­ta­rie o addi­rit­tu­ra gol­pi­ste, l’e­ro­sio­ne del garan­ti­smo ecc., non è que­sto che atten­ta alla buo­na salu­te del movi­men­to e non è que­sto per­ché in pri­mo luo­go noi restia­mo fer­ma­men­te con­vin­ti che un model­lo repres­si­vo non è appli­ca­bi­le a que­sta situa­zio­ne socia­le, a que­sta sezio­ne ita­lia­na del mer­ca­to mon­dia­le e del­la com­po­si­zio­ne di clas­se; che appun­to un pae­se come que­sto non è più gover­na­bi­le con i colon­nel­li, che que­sti sia­no solo fan­ta­smi del pas­sa­to del movi­men­to ope­ra­io pro­prio per­ché nes­su­na for­ma di bona­par­ti­smo è appli­ca­bi­le a un livel­lo così cre­sciu­to così socia­liz­za­to di fab­bri­ca socia­le e quin­di di for­za lavo­ro socia­le. In secon­do luo­go noi cre­dia­mo che anche ecces­si­vi strap­pi, ecces­si­vi buchi insom­ma den­tro le maglie del garan­ti­smo isti­tu­zio­na­le non sia con­sen­ti­to al pote­re cen­tra­le rea­liz­zar­li per alcu­ne con­si­de­ra­zio­ni sugli equi­li­bri del­le for­ze; non c’è una liber­tà, una auto­no­mia del­lo Sta­to tale da con­sen­tir­gli una inde­fi­ni­ta liber­tà del­la vio­len­za pro­prio per­ché qui lo Sta­to si pone come gover­no del con­flit­to e come sua rego­la­men­ta­zio­ne. L’e­sem­pio viven­te di que­sto tipo di con­trad­di­zio­ne è la com­po­nen­te rap­pre­sen­ta­ta dal Par­ti­to Comu­ni­sta che con­ti­nua­men­te rap­pre­sen­ta l’a­la più radi­ca­le e for­ca­io­la a paro­le: vera­men­te le colon­ne dell’«Unità» puz­za­no di que­stu­ra lon­ta­no un miglio, con que­sto tra­su­da­re logi­ca que­stu­ri­na ad ogni pas­so.
Dob­bia­mo rico­no­sce­re che ogget­ti­va­men­te per la sua carat­te­ri­sti­ca di par­zia­le spec­chio anche se defor­man­te del socia­le, per la sua rami­fi­ca­zio­ne inter­na al ter­ri­to­rio e alla com­po­si­zio­ne di clas­se, il Par­ti­to Comu­ni­sta si ren­de con­to che sostan­zial­men­te ha ragio­ne Cur­cio che ogni stret­ta repres­si­va favo­ri­sce il reclu­ta­men­to del­le orga­niz­za­zio­ni guer­ri­glie­re, che ogni limi­ta­zio­ne del­le agi­bi­li­tà poli­ti­che sul filo, sul cri­na­le tra poli­ti­ca e lot­ta arma­ta favo­ri­sce l’im­pian­tar­si di una varia­bi­le esclu­si­va­men­te mili­ta­re e di sci­vo­la­men­to di inte­ri stra­ti dif­fi­cil­men­te gesti­bi­le per il movi­men­to ope­ra­io sto­ri­co.
Però c’è guer­ra e guer­ra cioè ci sono vari livel­li di sca­te­na­men­to di que­sta guer­ra, que­sto vale per­fi­no nel­le guer­re dichia­ra­te fra Sta­ti. Natu­ral­men­te non può esse­re per­cor­sa da una sola par­te tut­ta l’e­sca­la­tion di una radi­ca­liz­za­zio­ne sen­za dare per scon­ta­to la sim­me­tri­ca ado­zio­ne del­lo stes­so tipo di radi­ca­li­tà da par­te del­l’av­ver­sa­rio; quin­di è inu­ti­le far­ne­ti­ca­re, cian­cia­re di squa­dro­ni del­la mor­te, di con­tro­ter­ro­ri­smo; è chia­ro che il pote­re sa che un’i­ni­zia­ti­va del gene­re pro­dur­reb­be un sal­to di sca­la del ter­ro­ri­smo, un suo ina­spri­men­to, un suo diven­ta­re più cruen­to. Alcu­ni fan­no un gran par­la­re del con­tro­ter­ro­ri­smo del­lo Sta­to fran­ce­se con­tro l’OAS ma, appun­to, lì la cosa si cali­bra­va su un ter­re­no che anda­va da un ten­ta­ti­vo di omi­ci­dio poli­ti­co con­tro i ver­ti­ci del­lo Sta­to all’a­do­zio­ne di for­me di ter­ro­ri­smo dina­mi­tar­do con­tro il tes­su­to socia­le. Ma que­sto tipo di dispie­ga­men­to mas­si­mo di atti­vi­tà ter­ro­ri­sti­ca non è sta­to nem­me­no appros­si­ma­to, nem­me­no sfio­ra­to dal­le for­ma­zio­ni ter­ro­ri­sti­co-guer­ri­glie­re esi­sten­ti in Ita­lia e lo Sta­to sa bene che ogni suo pas­so in dire­zio­ne di una revo­ca del garan­ti­smo dal­la gene­ra­liz­za­zio­ne di for­me di tor­tu­ra alla gene­ra­liz­za­zio­ne di una leg­ge di guer­ra di fat­to che giu­sti­zi sul posto i sov­ver­si­vi arma­ti, indub­bia­men­te pro­vo­che­reb­be come rea­zio­ne il pas­sag­gio a for­me più radi­ca­li, più cruen­te di lot­ta e quin­di c’è un pro­ble­ma per tut­ti di: cali­bra­tu­ra, di con­trol­lo sui pas­sag­gi, di con­trol­lo sul tipo di spi­ra­le che si pro­du­ce … In que­sto sen­so il Par­ti­to Comu­ni­sta è una con­trad­di­zio­ne viven­te insom­ma tra le paro­le e le cose. Quan­do si par­la di attac­co alla buo­na salu­te del movi­men­to, si par­la pro­prio di una carat­te­ri­sti­ca di ero­sio­ne inter­na del­la sua capa­ci­tà e del­la sua poten­za tra­sfor­ma­ti­va, del­la sua capa­ci­tà di pro­dur­re l’in­no­va­zio­ne socia­le, si par­la cioè di una cate­na di «devia­zio­ni». Cer­chia­mo di radio­gra­far­le: abbia­mo visto mani­fe­star­si una ritua­li­tà isti­tu­zio­na­le, abbia­mo visto pro­dur­si una logi­ca auto-con­ser­va­ti­va, da cor­po­ra­zio­ne di mestie­ri, abbia­mo visto for­mar­si un’i­deo­lo­gia appun­to di ceto.
La pras­si com­bat­ten­te si è anda­ta sepa­ran­do dai suoi fini di tra­sfor­ma­zio­ne socia­le, si è avu­ta una siste­ma­ti­ca sovra­de­ter­mi­na­zio­ne ope­ra­ti­va e un sot­to­di­men­sio­na­men­to degli effet­ti di mol­ti­pli­ca­zio­ne del­l’a­zio­ne guer­ri­glie­ra che solo il livel­lo poli­ti­co può rea­liz­za­re. La pras­si mili­ta­re è sta­ta via via pri­va­ta di mol­ti­pli­ca­to­ri poli­ti­co-socia­li, ha fini­to per mani­fe­star­si come pro­ces­so spo­ra­di­co e spo­ra­di­ci­tà ha signi­fi­ca­to spes­so incom­pren­si­bi­li­tà del codi­ce ragio­na­ti­vo del­la pro­po­sta poli­ti­ca degli ele­men­ti pro­get­tua­li. Il carat­te­re pro­gres­si­va­men­te radi­ca­liz­za­to o cruen­to del­le azio­ni è sta­to visto come una dina­mi­ca di cre­sci­ta di tipo mili­ta­re.
Que­sto è un erro­re di fon­do. Non è vero che l’o­mi­ci­dio poli­ti­co è mili­tar­men­te ad un gra­do di ini­zia­ti­va più avan­za­ta rispet­to ad altre for­me di azio­ne, è sem­pli­ce­men­te una for­ma di ter­ro­ri­smo poli­ti­co più radi­ca­le, tut­to qui.
Non è un caso che la pra­ti­ca del­le orga­niz­za­zio­ni com­bat­ten­ti ha com­ple­ta­men­te tra­scu­ra­to, tra­la­scia­to, non pra­ti­ca­to, un ter­re­no infi­ni­to di occa­sio­ni che i cen­tri di pole­mo­lo­gia del­le socie­tà capi­ta­li­sti­che fan­no tut­t’al­tro che tra­scu­ra­re, come i mec­ca­ni­smi del­la simu­la­zio­ne, del­la guer­ra psi­co­lo­gi­ca. Natu­ral­men­te que­sto vale per tut­ti, cioè il gio­chi­no di con­trap­por­re ter­ro­ri­smo ver­ti­ca­le e ter­ro­ri­smo dif­fu­so come for­ma di ini­zia­ti­va di par­ti­to è un truc­co asso­lu­ta­men­te scioc­co e vuo­to di con­te­nu­to.
Non vi è nes­sun ele­men­to intel­li­gen­te di cri­ti­ca del­la auto­no­miz­za­zio­ne dal socia­le e dal poli­ti­co che si mani­fe­sta al suo pun­to mas­si­mo in azio­ni come quel­la su Ros­sa o quel­la su Ales­san­dri­ni, non c’è nes­sun ele­men­to effet­ti­vo di cri­ti­ca pra­ti­ca, intel­li­gen­te nel­la pro­po­sta del­le varie not­ti dei fuo­chi, che set­to­ri del movi­men­to com­bat­ten­te o i par­ti­ti com­bat­ten­ti diver­si o di fra­zio­ni com­bat­ten­ti diver­se pro­muo­vo­no cioè, in real­tà si trat­ta di una logi­ca che si dif­fe­ren­zia ma che si dibat­te den­tro gli stes­si ele­men­ti di mise­ria.
Que­sti ele­men­ti sono il sovrap­por­re con­ti­nua­men­te una comu­ni­tà illu­so­ria a un’at­ten­zio­ne ver­so la pro­du­zio­ne di una comu­ni­tà anta­go­ni­sti­ca rea­le, e la comu­ni­tà illu­so­ria può esse­re quel­la del­la dire­zio­ne stra­te­gi­ca, può esse­re quel­la del­la micro­fra­zio­ne x o y, può esse­re quel­la di un ambi­to socia­le più allar­ga­to che però nel­la misu­ra in cui non cri­ti­ca e si arre­sta a con­tem­pla­re il pro­prio ombe­li­co, ripro­du­ce solo l’in­sie­me del­le pro­prie dina­mi­che, dei pro­pri com­por­ta­men­ti. Comu­ni­tà illu­so­rie e altret­tan­to illu­so­rie dei micro­par­ti­ti­ni o altret­tan­to illu­so­rie del­le micro­fra­zio­ni guer­ri­glie­re, pos­so­no esse­re gli orga­ni­smi di base, gli orga­ni­smi ter­ri­to­ria­li, i col­let­ti­vi più o meno for­ma­li o infor­ma­li che mani­fe­sta­no la loro ini­zia­ti­va nel movi­men­to. In real­tà il vizio di fon­do è l’au­toi­so­la­men­to del­la fun­zio­ne mili­ta­re, è il suo carat­te­re uni­la­te­ra­le, uni­di­men­sio­na­le, là dove al con­tra­rio ric­chez­za e poten­za sov­ver­si­va dovreb­be­ro risie­de­re nel­l’in­te­ra­zio­ne, nel­l’in­ter­di­pen­den­za tra i ter­re­ni d’a­zio­ne, le logi­che, i lin­guag­gi diver­si e com­ple­men­ta­ri del­la sov­ver­sio­ne per la tra­sfor­ma­zio­ne socia­le. Nel­l’ul­ti­ma fase si sono anda­ti accen­tuan­do que­sti carat­te­ri nega­ti­vi del pro­ces­so. Carat­te­re mise­ro e carat­te­re illu­so­rio del­le comu­ni­tà agen­ti si sono anco­ra di più libe­ra­ti. Le azio­ni più recen­ti di cui si è discus­so appa­io­no come gui­da­te dal carat­te­re cie­co di un rifles­so con­di­zio­na­to.
Fac­cia­mo anco­ra del­le con­si­de­ra­zio­ni descrit­ti­ve di insie­me: col ter­mi­ne gene­ri­co di lot­ta arma­ta ci si rife­ri­sce a feno­me­ni anche mol­to diver­si che pos­sia­mo accor­pa­re in due tron­co­ni fon­da­men­ta­li all’in­ter­no dei qua­li poi ve ne sono mol­te altre.
In linea di mas­si­ma pos­sia­mo dire che il pri­mo, il ter­ro­ri­smo ver­ti­ca­le, si è anda­to sepa­ran­do dal­la poli­ti­ca, ha per­so soprat­tut­to il sen­so del­la cen­tra­li­tà del­l’in­te­ra­zio­ne fra il poli­ti­co e il mili­ta­re, ha rea­gi­to al suo esse­re, mal­gra­do tut­to, tat­ti­ca di par­ti­to sen­za par­ti­to, rin­no­van­do la sua auto­pro­po­si­zio­ne come for­ma stra­te­gi­ca onni­com­pren­si­va di gover­no del lavo­ro rivo­lu­zio­na­rio. Il secon­do si è anda­to tal­men­te immer­gen­do nel ven­tre mol­le del socia­le e del­l’im­me­dia­to da per­de­re per­ciò spes­so socia­li­tà, cioè capa­ci­tà di gene­ra­liz­za­zio­ne socia­le, non di uni­fi­ca­zio­ne for­zo­sa ma di gene­ra­liz­za­zio­ne, cioè è diven­ta­to espres­sio­ne non solo del­le dif­fe­ren­ze ma via via dei par­ti­co­la­ri­smi sem­pre più inde­ci­fra­bi­li, una spe­cie di mani­fe­star­si nel­le visce­re pro­fon­de del movi­men­to di un incon­scio mare irre­quie­to, di un sot­ter­ra­neo ribol­li­re del movi­men­to. Una rapi­da cri­stal­liz­za­zio­ne ideo­lo­gi­ca e socio­lo­gi­ca si è deter­mi­na­ta ugual­men­te, cioè la comu­ni­tà illu­so­ria del pic­co­lo grup­po, anche se c’è una appa­ren­te ela­sti­ci­tà che deri­va da que­sta imma­gi­ne di for­tis­si­ma entro­pia del­le sue for­me, per­ma­ne anche nel­le affer­ma­zio­ni di cri­ti­ca del for­ma­li­smo orga­niz­za­ti­vo, di cri­ti­ca dei micro­par­ti­ti, di cri­ti­ca del­le fra­zio­ni guer­ri­glie­re costi­tui­te come cor­po sepa­ra­to.
Il carat­te­re di comu­ni­tà illu­so­ria c’è anche nel col­let­ti­vo di base, esclu­si­va­men­te di base, che trac­cia attor­no a sé un cer­chio di ges­so e pen­sa di aver bevu­to fino in fon­do il cali­ce del­la cri­ti­ca del­la poli­ti­ca e del­la cri­ti­ca del­le sepa­ra­tez­ze. Ora, anzi­ché inte­grar­si, com­ple­tar­si, sco­pri­re una for­ma ele­men­ta­re di inte­ra­zio­ne che è la com­ple­men­ta­ri­tà, riaf­fer­ma­re un rap­por­to sim­bio­ti­co con la inte­rez­za del movi­men­to, per esem­pio con le sue dina­mi­che riven­di­ca­ti­ve con­ti­nua­men­te rin­no­van­te­si e che poi fini­sco­no per ripie­gar­si su se stes­se, insom­ma inve­ce di ave­re con­ti­nua­men­te nel­la testa il pro­prio limi­te e di sco­pri­re con­ti­nua­men­te il pro­prio limi­te, que­ste due for­me di ini­zia­ti­va ter­ro­ri­sti­ca, di ini­zia­ti­va com­bat­ten­te, di com­por­ta­men­to vio­len­to, di poli­ti­ca arma­ta ecc., han­no ina­spri­to i loro carat­te­ri sepa­ra­ti. Se è vero che a que­sto pun­to il ter­ro­ri­smo resta una varia­bi­le poli­ti­ca asso­lu­ta­men­te rile­van­te e ati­pi­ca del caso ita­lia­no è anche vero che que­sta varia­bi­le è in sé, così com’è, o come può esse­re pen­sa­ta sul­la base di pic­co­le cor­re­zio­ni e pic­co­le modi­fi­ca­zio­ni dal­l’in­ter­no, un fer­ro vec­chio rispet­to ad un nuo­vo pia­no poli­ti­co d’a­zio­ne rivo­lu­zio­na­ria. Ma osser­via­mo ciò che è anda­to avve­nen­do; esa­mi­nia­mo alcu­ni casi: da una par­te ci sono le for­me di azio­ne radi­ca­le imme­dia­ti­sta che si è tra­sfe­ri­ta armi e baga­gli dal ter­re­no del­la riap­pro­pria­zio­ne con ten­ta­ti­vi di decre­to. Di que­sta è sta­ta con­su­ma­ta fino in fon­do una cri­ti­ca per­ché è sta­to visto che in real­tà le pro­por­zio­ni di una riap­pro­pria­zio­ne socia­le anche indi­vi­dua­le, attra­ver­so l’u­so dei mec­ca­ni­smi e del­le vene del­la eco­no­mia som­mer­sa, è cer­ta­men­te mol­to peg­gio­re di quel­la con­sen­ti­ta da spo­ra­di­che for­me di decre­to e soprat­tut­to da spo­ra­di­che for­me di nor­ma­ti­va impo­si­ti­va; ecco si è pas­sa­ti, armi e baga­gli, al ter­re­no del giu­sti­zia­men­to. Il caso estre­mo, su que­sto ter­re­na, è l’u­so di un omi­ci­dio poli­ti­co qua­si per caso, come quel­lo evi­den­zia­to insom­ma dai feno­me­ni come la liqui­da­zio­ne del gio­va­ne Cec­chet­ti a Roma.
Al capo oppo­sto ci sono tre for­me, fon­da­men­tal­men­te diver­se: la pri­ma, a nostro avvi­so la più bana­le, è il caso del­la pro­po­sta quan­ti­ta­ti­va del­le not­ti dei fuo­chi come pro­po­sta di socia­liz­za­zio­ne; in real­tà cre­dia­mo che sia il feno­me­no meno inte­res­san­te, un feno­me­no di appiat­ti­men­to e di ter­ri­to­ria­liz­za­zio­ne for­ma­le, appa­ren­te, in ter­mi­ni spet­ta­co­la­ri, del pro­ces­so. E poi ci sono inve­ce i due epi­so­di più inquie­tan­ti, con­dot­ti e argo­men­ta­ti con logi­ca di deci­sio­ne cen­tra­le, pre­or­di­na­ta; si trat­ta del­l’e­pi­so­dio Ros­sa e del­l’e­pi­so­dio Ales­san­dri­ni. Ecco, in que­sto mare magnum di epi­so­di – che sono ormai al tem­po stes­so ende­mi­ci, fre­quen­tis­si­mi, con­ti­nui, ma spo­ra­di­ci nel­la loro signi­fi­ca­ti­vi­tà e che sono quin­di leg­gi­bi­li o col­l’oc­chio del socio­lo­go che è atten­to ai signi­fi­ca­ti del dato quan­ti­ta­ti­vo in sé, o però equi­vo­ca­bi­li anche sul­la base del­le più fol­li ipe­ri­po­te­si – fini­sco­no per anne­ga­re anche i pochi epi­so­di, i pochi pro­ces­si, le poche linee che, al di là di un giu­di­zio che è com­ples­si­vo sul­la loro oppor­tu­ni­tà, però appa­io­no fran­ca­men­te moti­va­ti da un tipo di linea che si ispi­ra, che argo­men­ta in qual­che modo una con­si­de­ra­zio­ne del­le con­se­guen­ze del­le ini­zia­ti­ve.
Per esem­pio l’a­zio­ne sul­la gerar­chia car­ce­ra­ria è sta­ta usa­ta poli­ti­ca­men­te in modo non diver­so dal­l’at­tac­co ai capi e sen­z’al­tro ha rap­pre­sen­ta­to una for­ma rea­le di sabo­tag­gio, di lot­ta di clas­se arma­ta cioè sostan­zial­men­te non di lot­ta rivo­lu­zio­na­ria ma di lot­ta di clas­se arma­ta e quin­di di con­qui­sta di alcu­ni spa­zi, di alcu­ne garan­zie, di alcu­ne pos­si­bi­li­tà di movi­men­to e di alcu­ni ele­men­ti che pos­sia­mo anche chia­ma­re con­tro­po­te­re; oppu­re l’a­zio­ne su diver­si nodi pro­prie­ta­ri e isti­tu­zio­na­li che orga­niz­za­no insom­ma ele­men­ti del bloc­co socia­le mode­ra­to, per esem­pio i nodi che rego­la­no la que­stio­ne del­la casa, oppu­re l’a­zio­ne sul ter­re­no del­la cri­ti­ca pra­ti­ca del­la scien­za, del­la medi­ci­na, del­la pro­du­zio­ne di mor­te, inte­se pro­prio come riap­pro­pria­zio­ne anche di alcu­ni stru­men­ti di eman­ci­pa­zio­ne pro­le­ta­ria e attac­co al carat­te­re oppri­men­te di un macro­sa­pe­re capi­ta­li­sti­co. Ecco, però, anche que­sti pochi segna­li posi­ti­vi, nel loro com­ples­so si col­lo­ca­no al di qua, potrem­mo dire, di un ter­re­no di tra­sfor­ma­zio­ne e, dicia­mo così, al meglio su un ter­re­no che è quel­lo sabo­tag­gio-lot­ta di clas­se e non lot­ta rivo­lu­zio­na­ria. Ma venia­mo ai due casi più dram­ma­ti­ci che han­no scos­so anche dram­ma­ti­ca­men­te la coscien­za del movi­men­to: i casi Ros­sa e Ales­san­dri­ni. All’u­na e all’al­tra vicen­da vale la pena pro­ba­bil­men­te di dedi­ca­re alcu­ne osser­va­zio­ni. Nel pri­mo caso quel­lo che col­pi­sce è l’as­sen­za qua­si tota­le di con­si­de­ra­zio­ni di ordi­ne per così dire poli­ti­co-socia­li che è cosa diver­sa da un sem­pli­ce pro­ble­ma di con­sen­so; non è que­sto che con­ta per­ché è chia­ro che rispet­to al con­sen­so si potreb­be rimet­te­re mano a tut­to l’ar­ma­men­ta­rio di discor­si che denun­ci­no l’im­mon­da misti­fi­ca­zio­ne degli atteg­gia­men­ti lega­li­ta­ri di chi usa la tema­ti­ca del­l’u­ma­ni­tà sem­pli­ce­men­te con­tro le for­me di vio­len­za sov­ver­si­va e ille­ga­le e come inve­ce ele­men­to di legit­ti­ma­zio­ne del­la vio­len­za nasco­sta, per­ma­nen­te, quel­la insi­ta nel pro­ces­so pro­dut­ti­vo, del­la vio­len­za lega­le, quel­la agi­ta dal­lo Sta­to demo­cra­ti­co, del­la vio­len­za comun­que isti­tu­zio­na­le quel­la per esem­pio così pla­teal­men­te oggi eser­ci­ta­ta dagli Sta­ti di tut­to il mon­do e in pri­mo luo­go dagli Sta­ti socia­li­sti con­trap­po­sti. Sareb­be faci­le qui spie­ga­re che non si può con­sen­ti­re a nes­su­no, e meno che mai agli uomi­ni del Par­ti­to Comu­ni­sta, che non si pro­nun­cia­no rispet­to agli Sta­ti, di par­la­re di que­stio­ni di uma­ni­tà. Cer­to, si potreb­be pre­met­te­re per l’en­ne­si­ma vol­ta che la vio­len­za c’è, che la non-vio­len­za è pura e ipo­cri­ta appa­ren­za nel mon­do domi­na­to dal modo di pro­du­zio­ne capi­ta­li­sti­ca, in un mon­do che per quan­to riguar­da i rap­por­ti uomo-uomo e uomo-natu­ra è anche fab­bri­ca tota­le di mor­ti. È cer­to che va det­to e riba­di­to fino in fon­do che è enor­me­men­te più vio­len­to il repar­to di una fab­bri­ca noci­va che un cor­teo che spac­chi qual­che vetri­na lun­go il suo per­cor­so; un uomo in divi­sa che spa­ra, rispet­to a qual­sia­si azio­ne vio­len­ta che espri­me comun­que insu­bor­di­na­zio­ne, ribel­lio­ne, sov­ver­sio­ne. Però, è impos­si­bi­le con­ti­nua­re a ripe­te­re solo que­sta lita­nia, non pos­sia­mo far­ci inca­stra­re all’in­fi­ni­to in que­sta posi­zio­ne che voglio­no defi­ni­re giu­sti­fì­ca­zio­ni­sta e che inve­ce è sem­pli­ce­men­te una posi­zio­ne di pre­giu­di­zia­le rifiu­to del­le misti­fi­ca­zio­ni immon­de, schi­fo­se del­la sini­stra lega­le. Non pos­sia­mo limi­tar­ci a ripe­te­re que­ste cose e nem­me­no pos­sia­mo cavar­ce­la con il cini­smo un po’ tra­co­tan­te e un po’ esi­bi­zio­ni­sta di fra­si come quel­le di chi affer­ma «sia­mo con­tra­ri per cri­te­ri poli­ti­ci ma sia ben chia­ro non ce ne fot­te un caz­zo del­la vita di que­sti due impie­ga­ti del­lo Sta­to», per­ché il pro­ble­ma è impor­re asso­lu­ta­men­te, di espun­ge­re ogni misti­fi­ca­zio­ne sui valo­ri su que­sto ter­re­no e di impor­re un dibat­ti­to radi­ca­le di carat­te­re poli­ti­co-socia­le, di carat­te­re poli­ti­co-mili­ta­re. Abbia­mo det­to «espun­ge­re i valo­ri», quin­di nes­su­na con­ces­sio­ne di sal­va­con­dot­ti pre­li­mi­na­ri o di sta­tu­ti spe­cia­li, cioè noi cer­ta­men­te dob­bia­mo dire con chia­rez­za, rispet­to alle lacri­me di gli­ce­ri­na e all’or­ro­re for­ma­le mani­fe­sta­to dal­la stam­pa di sini­stra, che né la qua­li­fi­ca di ope­ra­io né quel­la di un mili­tan­te di un par­ti­to pos­so­no offri­re una par­ti­co­la­re aureo­la a nes­su­no.
Per­ché quel­lo che con­ta non è né la col­lo­ca­zio­ne indi­vi­dua­le di tipo socio­lo­gi­co all’in­ter­no dei diver­si repar­ti del­la fab­bri­ca socia­le, né evi­den­te­men­te l’a­de­sio­ne a un par­ti­to tra l’al­tro di così lar­ga e indi­scri­mi­na­ta pos­si­bi­li­tà di ade­sio­ne.
Quel­lo che con­ta è cer­ta­men­te il com­por­ta­men­to rispet­to alla lot­ta di clas­se, per la libe­ra­zio­ne dal­lo sfrut­ta­men­to, per la libe­ra­zio­ne del lavo­ro sala­ria­to e, in que­sto, il discor­so inve­ce è un altro, è l’at­tac­co alla logi­ca poli­ti­ca di que­sto tipo di ini­zia­ti­va in pri­mo luo­go e poi alla logi­ca giu­sti­zia­li­sta, da tri­bu­na­le arbi­tra­rio che si arro­ga il dirit­to di giu­di­ca­re e di pro­ce­de­re sen­za un coro di con­trol­lo signi­fi­ca­ti­vo né quan­ti­ta­ti­va­men­te, né, quel che più con­ta, dal pun­to di vista dei con­te­nu­ti. Allo­ra, vedia­mo di ana­liz­za­re più spe­ci­fi­ca­men­te que­sto tipo di azio­ne. Innan­zi­tut­to, ciò che col­pi­sce è una sor­ta di sto­li­da fedel­tà ai pro­pri sche­mi come dire, quel­lo che è det­to è det­to e non tenia­mo più con­to di nien­te. Vedia­mo meglio in che con­si­ste que­sta imma­gi­ne ottu­sa che va dan­do di sé la lot­ta arma­ta in que­ste for­me.
Ecco, fac­cia­mo varie ipo­te­si, in pri­mo luo­go quel­la che l’a­zio­ne di Ros­sa abbia il sen­so di un’a­per­tu­ra di cam­pa­gna con­tro gli appa­ra­ti sin­da­ca­li e di par­ti­to del movi­men­to ope­ra­io isti­tu­zio­na­le, indi­vi­dua­te come arti­co­la­zio­ni del­lo Sta­to socia­le, come isti­tu­ti di ammi­ni­stra­zio­ne e di gestio­ne del­la for­za lavo­ro in quan­to tale, cioè nel suo rap­por­to di sus­sun­zio­ne rispet­to al Capi­ta­le.
Ecco, rispet­to a tut­to ciò noi sap­pia­mo cer­to che il Pci e l’i­sti­tu­zio­ne sin­da­ca­le sono sen­z’al­tro un osta­co­lo, una for­za nemi­ca alla libe­ra­zio­ne comu­ni­sta, però, sap­pia­mo anche che a tut­t’og­gi rap­pre­sen­ta­no anche la stra­gran­de mag­gio­ran­za del­la for­za lavo­ro socia­le e dun­que la bat­ta­glia non può che esse­re tut­ta su que­sto ter­re­no del­lo sno­do poli­ti­co, su que­sta neces­si­tà di rom­pe­re il ruo­lo di cer­nie­ra fra Sta­to e socie­tà che que­sto tipo di orga­niz­za­zio­ni han­no, cioè tut­ta inte­sa a pro­muo­ve­re la revo­ca di que­sta rap­pre­sen­tan­za.
Il discor­so non è dun­que cor­to­cir­cui­ta­bi­le in ter­mi­ni mili­ta­ri, come se si trat­tas­se di un cor­po sepa­ra­to da disar­ti­co­la­re. Noi abbia­mo visto che Gui­do Ros­sa è un dele­ga­to e que­sto non può esse­re rite­nu­to un fat­to pura­men­te acci­den­ta­le. Un dela­to­re non è ugua­le ad un altro dela­to­re, ed è dav­ve­ro sche­ma­ti­co pen­sa­re che basti l’a­zio­ne for­te, evi­den­te, dram­ma­tiz­za­ta (cioè una spe­cie di didat­ti­ca auto­ri­ta­ria) per «apri­re gli occhi alla gen­te».
Ora, vedia­mo cosa signi­fi­ca que­sta spe­ci­fi­ci­tà del ruo­lo di dele­ga­to: di dela­to­re più «legit­ti­ma­to» degli altri, nel regno del­le appa­ren­ze. Qui non si sostie­ne una teo­ria o una ideo­lo­gia di ritor­no sul­la sacra­li­tà di que­ste figu­re.
L’e­spe­rien­za rivo­lu­zio­na­ria del filo­ne ope­ri­sta, da cui sono nate le espe­rien­ze di Pote­re ope­ra­io e dei Comi­ta­ti Comu­ni­sti a cui noi ci richia­mia­mo, ha sem­pre por­ta­to avan­ti nei con­fron­ti di que­ste figu­re, del loro ruo­lo, una cri­ti­ca radi­ca­le, anche se som­ma­ria e pri­va di arti­co­la­zio­ni tat­ti­che.
Sen­z’al­tro era una cri­ti­ca ben più radi­ca­le di quel­la che con­no­ta, ad esem­pio, l’ar­se­na­le teo­ri­co e di linea del­le Br.
Ora, è pro­prio dal discor­so del­la matri­ce ope­rai­sta che nasce un’a­na­li­si sul­lo sta­to pia­ni­fi­ca­to key­ne­sia­no, sul­lo sta­to del capi­ta­li­smo orga­niz­za­to che vede il sin­da­ca­to come arti­co­la­zio­ne isti­tu­zio­na­le pre­po­sta alla gestio­ne, alla ammi­ni­stra­zio­ne del­la for­za lavo­ro e il par­ti­to pre­po­sto pro­prio alla rea­liz­za­zio­ne del­la sus­sun­zio­ne poli­ti­ca del lavo­ro nel capi­ta­le.
In altre paro­le, il sin­da­ca­to non è più solo inter­no al siste­ma in quan­to ven­di­to­re del­la for­za lavo­ro (Lenin dice­va «il sin­da­ca­to è un feno­me­no del capi­ta­li­smo come il fumo del­le cimi­nie­re») ma, pro­prio, diven­ta un fat­to­re espli­ci­to del­l’e­qui­li­brio del siste­ma. È quin­di orga­ni­co non solo al siste­ma, ma al gover­no del siste­ma.
Si dedi­ca al man­te­ni­men­to del siste­ma e anche all’o­rien­ta­men­to del­le sue auto­di­na­mi­che. È infat­ti espli­ci­ta­men­te por­ta­to­re di un model­lo di demo­cra­zia con­so­cia­ti­va piut­to­sto che con­flit­tua­le.
Su que­sto la nostra ana­li­si è asso­lu­ta­men­te più radi­ca­le rispet­to a quel­la appun­to del­le Br. Però, pro­prio da que­sta ana­li­si emer­ge l’im­pos­si­bi­li­tà di omo­lo­ga­re una figu­ra come il sin­da­ca­to e quel­la di un cor­po sepa­ra­to. La veri­tà pra­ti­ca è che qui sia­mo in pre­sen­za di una cer­nie­ra tra Sta­to e socie­tà. Quin­di, il fat­to che si trat­ti di un dele­ga­to rive­la l’e­si­sten­za di un nodo socia­le e poli­ti­co da scio­glie­re. Que­sta isti­tu­zio­ne-cer­nie­ra tra Sta­to e socie­tà non può esse­re assi­mi­la­ta a un cor­po sepa­ra­to. Non può esse­re trat­ta­ta alla stre­gua di un cor­po sepa­ra­to. In quel caso il pro­ble­ma per una for­ma­zio­ne guer­ri­glie­ra è cer­ta­men­te quel­lo di inti­mi­dir­ne i sin­go­li ele­men­ti, di para­liz­zar­lo e di disar­ti­co­lar­lo.
La com­ples­si­tà spe­cia­le di un mec­ca­ni­smo come quel­lo del­la dele­ga non può esse­re taglia­ta via con qual­che col­po, il piom­bo non è un metal­lo leg­ge­ro. Se inve­ce fac­cia­mo una secon­da ipo­te­si, l’a­zio­ne è moti­va­ta con una valu­ta­zio­ne asso­lu­ta­men­te spe­ci­fi­ca, la puni­zio­ne di una spia, allo­ra la cri­ti­ca va al suo carat­te­re asso­lu­ta­men­te pri­va­to, di giu­sti­zia pri­va­ta che que­sta azio­ne ha, cioè ucci­de­re «in pro­prio» il tuo dela­to­re, il tuo poli­ziot­to, il tuo accu­sa­to­re, il tuo giu­di­ce. A vole­re sot­ti­liz­za­re c’è una sor­ta di discor­so sul tra­di­men­to che sem­bra qua­si non ave­re la con­sa­pe­vo­lez­za luci­da di que­sto carat­te­re appun­to di isti­tu­zio­ne com­ple­ta­men­te col­lo­ca­ta, di isti­tu­zio­ne la cui fun­zio­ne (non la cui com­po­si­zio­ne) è col­lo­ca­ta sul ter­re­no del­le nuo­ve for­me del­lo Sta­to. Sem­bra appun­to un discor­so un po’ ambi­guo, cioè quel­lo in qual­che modo sul­la puni­zio­ne del tra­di­to­re. È dun­que un discor­so che così allu­de: sia­mo dopo tut­to nel­la stes­sa fami­glia e per que­sto il tra­di­to­re meri­ta il mas­si­mo del­la pena.
La cri­ti­ca si appun­ta pro­prio a que­sto fat­to: non vi è il distac­co di chi sa che i Ros­sa non sono dei tra­di­to­ri ma dei nuo­vi fun­zio­na­ri del­lo Sta­to allar­ga­to, dif­fu­so, che quin­di non tra­di­sco­no ma fan­no il loro mestie­re, un brut­to lavo­ro di tipo nuo­vo, in linea con le con­fe­de­ra­zio­ni sin­da­ca­li e con il loro par­ti­to.
Se inve­ce vie­ne assun­to a moti­va­zio­ne e a giu­sti­fi­ca­zio­ne poli­ti­ca di que­sto epi­so­dio l’er­ro­re tec­ni­co in tal caso va por­ta­ta una cri­ti­ca dra­sti­ca: per­ché l’er­ro­re tec­ni­co non giu­sti­fi­ca nien­te quan­do è dichia­ra­to e ammes­so da una orga­niz­za­zio­ne che ha sem­pre osses­si­va­men­te sot­to­li­nea­to il fat­to che effi­cien­za ope­ra­ti­va e disci­pli­na dei mili­tan­ti sono un requi­si­to fon­da­men­ta­le di qua­li­tà poli­ti­ca. E non c’è ottu­sa rea­zio­ne diver­sa dal­lo scon­tro a fuo­co che pos­sa auto­riz­za­re un sin­go­lo mili­tan­te a deci­de­re di cam­bia­re in modo così radi­ca­le il segno poli­ti­co del­l’i­ni­zia­ti­va, altri­men­ti sia­mo all’a­nar­chi­smo e al par­ti­co­la­ri­smo tota­le.
Un’ul­ti­ma con­si­de­ra­zio­ne con­clu­si­va si impo­ne: se è vero che a mon­te del­l’a­zio­ne Ros­sa c’è il dito mes­so su una pia­ga del­le con­se­guen­ze pra­ti­che del­la linea iper-sta­to­la­tri­ca del Pci, se è vero che que­sta cosa ha rifles­si tal­men­te dirom­pen­ti nel­la strut­tu­ra del par­ti­to, da indur­re rifles­si difen­si­vi (basti pen­sa­re al fat­to che Pajet­ta ha sen­ti­to il biso­gno di scri­ve­re un arti­co­lo inte­ra­men­te di rile­git­ti­ma­zio­ne dal tito­lo «Io una spia» sull’«Unità» due gior­ni dopo l’uc­ci­sio­ne) è anche vero che la radi­ca­li­tà del­l’a­zio­ne si tro­va in bili­co tra la tema­ti­ca del social-fasci­smo e la tema­ti­ca del «tra­di­men­to in fami­glia» o riguar­da un rap­por­to schi­zo­fre­ni­co tra que­sti due pun­ti.
È anche vero che pro­prio il carat­te­re estre­mo e allu­ci­na­to del­l’e­stra­po­la­zio­ne com­piu­ta e del­la radi­ca­li­tà del­l’a­zio­ne ha in qual­che modo con­cor­so a risa­na­re que­sto tipo di cri­si e indot­to in qual­che modo dif­fi­col­tà per il Pci.
Divie­ne allo­ra evi­den­te la per­di­ta di qual­sia­si capa­ci­tà di fan­ta­sia poli­ti­ca… C’è per esem­pio una sot­to­va­lu­ta­zio­ne del­la mate­ria­li­tà di quel­la che uno sche­ma­ti­smo vete­ro-comu­ni­sta fa rite­ne­re pura sovra­strut­tu­ra, cioè l’e­le­men­to di guer­ra psi­co­lo­gi­ca, l’in­fluen­za dei mass-media, que­sta capa­ci­tà con­ti­nua di dare una imma­gi­ne del ter­ro­ri­smo come di una pra­ti­ca san­gui­na­ria, insom­ma.
C’è una com­ple­ta indif­fe­ren­za alla mate­ria­li­tà del fat­to che que­sto indu­ce e intro­du­ce, a livel­lo di imma­gi­na­rio col­let­ti­vo, a livel­lo di sim­bo­li­co socia­le, mec­ca­ni­smi che sono asso­lu­ta­men­te con­trad­dit­to­ri con le inten­zio­ni (o, alme­no, così spe­ria­mo). Col­pi­sce il fat­to che si ha per­di­ta di una capa­ci­tà anche stru­men­ta­le di ope­ra­re sul ter­re­no del­la comu­ni­ca­zio­ne.
Ecco, quel­lo che sepa­ra, quel­lo che fa sen­ti­re pro­prio come un cor­po estra­neo que­sto tipo di pras­si non è tan­to il carat­te­re cruen­to del­la ini­zia­ti­va, ma il sospet­to che si trat­ti comun­que di un fat­to pri­va­to, sia nel­l’i­po­te­si giu­sti­zia­li­sta del far­si giu­sti­zia da sé, sia nel­l’i­po­te­si di un arbi­tra­rio eri­ger­si a tri­bu­na­le del­la sto­ria.
Al tem­po stes­so il rico­no­sci­men­to del fat­to che que­sta radi­ca­liz­za­zio­ne del carat­te­re cruen­to (che arri­va appun­to alla pra­ti­ca del­l’o­mi­ci­dio poli­ti­co) non cor­ri­spon­de a un aumen­to di poten­za o effi­ca­cia mili­ta­re (per­ché non v’è nul­la di poten­te o di effi­ca­ce o di mili­tar­men­te com­ples­so in un’a­zio­ne con­dot­ta di not­te con­tro uno che ha gira­to la chia­ve del moto­re e sta aspet­tan­do che si scal­di, oppu­re nel traf­fi­co del mat­ti­no anco­ra addor­men­ta­to e uggio­so di neb­bia).
È più dif­fi­ci­le, sosten­go­no gli esper­ti in medi­ci­na lega­le, col­pi­re alle gam­be che non rag­giun­ge­re orga­ni vita­li. Ecco, quel­lo che dà la sen­sa­zio­ne di una diva­ri­ca­zio­ne pro­fon­da nel modo di ragio­na­re è la inde­ci­fra­bi­li­tà, l’au­to­no­miz­za­zio­ne del­le deci­sio­ni, la loro indi­pen­den­za, il loro par­la­re accan­to, nel caso miglio­re, al movi­men­to, al dibat­ti­to, al sen­so comu­ne, con una sor­te di supre­ma, ine­so­ra­bi­le indif­fe­ren­za, con la seve­ra auto­ri­tà di un par­ti­to che sa, che si irri­ta per le cri­ti­che, che pre­ten­de il con­sen­so, per­ché sa, per­ché cono­sce i miste­rio­si per­cor­si che pas­sa­no sot­to la pel­le del­la real­tà. Inve­ce il pro­ble­ma è che que­sto par­ti­to dai mil­le occhi non c’è, non sa per­ché non c’è, non c’è per­ché non sa.
Dire che si ope­ra come se ci fos­se non vuol dire nul­la per­ché le cate­go­rie oggi sono tut­te mes­se in discus­sio­ne e non si può pro­ce­de­re sul ter­re­no del­la pra­ti­ca con la tran­quil­la sicu­rez­za di chi pro­ce­de facen­do fin­ta di sape­re, sapen­do i pas­si suc­ces­si­vi per­ché si fa fin­ta di cono­scer­li, per­ché i buchi neri del­la teo­ria si sono allar­ga­ti e allo­ra biso­gna rico­min­cia­re a pen­sa­re col­let­ti­va­men­te, a pro­dur­re una for­ma di coo­pe­ra­zio­ne intel­let­tua­le che comin­ci ad asso­mi­glia­re a una mac­chi­na ana­li­ti­ca.
Tan­to più la sov­ver­sio­ne socia­le per­ma­ne, tan­to più la pras­si è dura tan­to più, al limi­te, si appros­si­ma o si allu­de a un ter­re­no di guer­ra e di riso­lu­zio­ne rivo­lu­zio­na­ria del con­flit­to.
Pro­prio per­ché l’an­ta­go­ni­smo è in pie­di, per­ché la cri­si del­la teo­ria sovrac­cu­mu­la­ta­si sul­la cri­si eco­no­mi­ca non ha pie­ga­to e scon­fit­to la clas­se, pro­prio per­ché è vero tut­to que­sto.
Allo­ra è vero che biso­gna «aggiu­sta­re la mac­chi­na in cor­sa» ma tener pre­sen­te la neces­si­tà di una ripre­sa, di una riqua­li­fi­ca­zio­ne del dibat­ti­to, tener pre­sen­te la neces­si­tà di guar­da­re con dif­fi­den­za le cer­tez­ze, non per un elo­gio del dub­bio ma per amo­re del­la ricer­ca. E poi, non per amo­re del­la ricer­ca, ma per odio del­la robo­tiz­za­zio­ne, dei mec­ca­ni­smi auto­no­miz­za­ti e cie­chi. Il secon­do caso che dob­bia­mo con­si­de­ra­re è l’af­fa­re Emi­lio Ales­san­dri­ni. Dicia­mo sen­za mez­zi ter­mi­ni che, a nostro pare­re, que­sta ini­zia­ti­va segna il pun­to di mas­si­ma dege­ne­ra­zio­ne neo-grup­pi­sta del­l’i­ni­zia­ti­va com­bat­ten­te.
Nel dare que­sto giu­di­zio non cedia­mo, non voglia­mo cede­re, al ricat­to del­l’e­mo­zio­ne, del­lo sgo­men­to che per la pri­ma vol­ta abbia­mo visto auten­ti­ca­men­te dipin­to sul vol­to di per­so­ne che, pur facen­do par­te del­la sini­stra lega­le, han­no dato in que­sti anni pro­va di note­vo­le auto­no­mia di giu­di­zio e di com­por­ta­men­to rispet­to al PCI.
Non ci risco­pria­mo all’im­prov­vi­so vit­ti­me di un rap­tus oppor­tu­ni­sta, mem­bri di quel­la fami­glia del­la sini­stra lega­le una par­te non inde­gna del­la qua­le è sta­ta feri­ta a fon­do dal­l’uc­ci­sio­ne di Ales­san­dri­ni.
No, voglia­mo anco­ra una vol­ta discu­te­re con la testa luci­da.
Quel­lo che sal­ta agli occhi è il peso abnor­me di pre­oc­cu­pa­zio­ni di carat­te­re micro-fra­zio­ni­sti­co, cioè una logi­ca con­cor­ren­zia­le di set­ta, un pri­vi­le­gia­men­to asso­lu­to di pro­ble­mi di ege­mo­nia, una con­si­de­ra­zio­ne asso­lu­ta­men­te som­ma­ria del rap­por­to tra mez­zi e fini.
Tut­to ciò por­ta a una ini­zia­ti­va che sem­bra ispi­ra­ta da una logi­ca allu­ci­na­ta pri­va di effet­ti­va poten­za mili­ta­re.
Dov’è infat­ti il ruo­lo di avan­guar­dia o anche solo di esem­pla­ri­tà di que­sto tipo di ini­zia­ti­va?
È mai pos­si­bi­le che qual­cu­no all’in­ter­no dell’ uni­ver­so socia­le sia sti­mo­la­to a muo­ver­si, a orga­niz­zar­si sul ter­re­no del­la sov­ver­sio­ne da una sequen­za di azio­ni che appa­io­no così stra­lu­na­te, e in ulti­ma ana­li­si inde­ci­fra­bi­li, è mai pos­si­bi­le che la volon­tà di lot­ta, i com­por­ta­men­ti, la fan­ta­sia di stra­ti signi­fi­ca­ti­vi di pro­le­ta­ria­to pos­sa­no esse­re gal­va­niz­za­ti da una simi­le imma­gi­ne del­l’i­ni­zia­ti­va rivo­lu­zio­na­ria che vie­ne fat­ta cir­co­la­re in luo­go di quel­lo che dovreb­be esse­re il ric­co intrec­cio fra sov­ver­sio­ne e poli­ti­ca, fra sov­ver­sio­ne socia­le, ini­zia­ti­va poli­ti­ca e for­me di azio­ne guer­ri­glie­ra? Chi può giu­di­ca­re desi­de­ra­bi­le il pro­ces­so rivo­lu­zio­na­rio che appa­re come una spe­cie di vuo­to pneu­ma­ti­co scan­di­to da una serie di ese­cu­zio­ni il cui filo con­dut­to­re diven­ta subi­to (solo che si esca dal­la cer­chia dei suoi idea­to­ri) inde­ci­fra­bi­le o, peg­gio, ricer­ca­bi­le solo sul­la base di un filo­lo­gi­smo pun­ti­glio­so.
Que­sta «linea» è rin­trac­cia­bi­le den­tro i fram­men­ta­ri e non veri­fi­ca­ti pro­ces­si men­ta­li pro­dot­ti dal­le infi­ni­te varian­ti del mili­ta­ri­smo, ieri volan­ti­no­ma­ne oggi arma­to.
I com­pa­gni ricor­da­no il pro­li­fe­ra­re ris­so­so dei volan­ti­ni, le sco­mu­ni­che reci­pro­che fra le set­te, le ana­li­si roboan­ti da far tre­ma­re il mon­do che poi si ridu­ce­va­no ai pestag­gi, tut­to un uni­ver­so che face­va sor­ri­de­re chi lo guar­da­va con occhio appe­na più distac­ca­to e toglie­va cre­di­bi­li­tà agli occhi per esem­pio degli ope­rai, all’in­sie­me del lavo­ro rivo­lu­zio­na­rio. Ecco, come si può pen­sa­re che un pro­le­ta­rio nor­ma­le (uso pro­vo­ca­to­ria­men­te que­sto ter­mi­ne, cioè uno che vive le con­trad­di­zio­ni socia­li non in un ghet­to allu­ci­na­to o in un eli­ta­rio labo­ra­to­rio ideo­lo­gi­co) pos­sa accet­ta­re e capi­re che si ammaz­zi uno per un distin­guo, per un codi­cil­lo, per affer­ma­re una linea di let­tu­ra piut­to­sto che un’al­tra di quel­la tale pagi­na dei clas­si­ci, per esem­pli­fi­ca­re un model­lo più o meno genia­le par­to­ri­to da qual­che pen­sa­to­re rivo­lu­zio­na­rio, per dimo­stra­re un corol­la­rio, per dar poten­za a una linea o a un’or­ga­niz­za­zio­ne piut­to­sto che ad un’al­tra. La real­tà è che la Babe­le del­le linee poli­ti­che che abbia­mo cono­sciu­to nel movi­men­to del­la cosid­det­ta Nuo­va Sini­stra negli anni pas­sa­ti si è come tra­sfor­ma­ta pari pari in Babe­le del­le linee di com­bat­ti­men­to.
Le stes­se mani­fe­sta­zio­ni di iper-poli­ti­can­ti­smo, gli stes­si irre­spon­sa­bi­li set­ta­ri­smi, le stes­se ste­ri­li mio­pie, lo stes­so carat­te­re dere­spon­sa­bi­liz­za­to che ha con­no­ta­to in tut­ti que­sti anni l’e­spe­rien­za del mino­ri­ta­ri­smo osses­si­va­men­te pre­oc­cu­pa­to di sta­bi­li­re chi sono i veri comu­ni­sti. C’è solo da com­pia­cer­ci del fat­to che i più stu­pi­di sia­no sta­ti «isti­tu­zio­na­liz­za­ti», resi per­tan­to rela­ti­va­men­te inno­cui.
Ora, l’in­ca­pa­ci­tà di supe­ra­re la fase del­le set­te cer­ta­men­te deno­ta infan­ti­li­smo, anche quan­do costa sol­tan­to car­ta di ciclo­sti­le spre­ca­ta. Quan­do il ter­re­no del­la spe­ri­men­ta­zio­ne o del­la lot­ta per l’e­ge­mo­nia diven­ta la pra­ti­ca del ter­ro­ri­smo allo­ra il discor­so cam­bia.
Chi può accet­ta­re l’a­do­zio­ne di meto­di di guer­ra per con­dur­re bat­ta­glie teo­ri­co-poli­ti­che che poi in real­tà sono bat­ta­glie pura­men­te ideo­lo­gi­che, bat­ta­glie inter­ne al movi­men­to, o addi­rit­tu­ra al suo ceto poli­ti­co?
Si dice: fuo­riu­sci­re dal­la logi­ca fron­ti­sta-mas­si­ma­li­sta del­la lot­ta arma­ta vuol dire non già mena­re col­pi al ven­tre mol­le e socia­le del siste­ma ma anche ai suoi gan­gli vita­li, i pun­ti traen­ti del­la sua rior­ga­niz­za­zio­ne, i nodi del­la sua moder­niz­za­zio­ne.
In que­sto sen­so l’at­tac­co al per­so­na­le rifor­mi­sta, il sabo­tag­gio del suo ruo­lo sareb­be­ro all’or­di­ne del gior­no. È pro­prio qui che si fa un rapi­dis­si­mo cor­to cir­cui­to, è qui che si con­fon­de l’ef­fet­to poli­ti­co desta­bi­liz­zan­te e disar­ti­co­lan­te del ter­ro­ri­smo con le ope­ra­zio­ni di mate­ria­le disar­ti­co­la­zio­ne che sul ter­re­no mili­ta­re esso con­du­ce.
Non è affat­to det­to che per col­pi­re poli­ti­ca­men­te si deb­ba neces­sa­ria­men­te col­pi­re mili­tar­men­te, altri­men­ti del­le due l’u­na: o l’ef­fet­to fini­sce con l’es­se­re con­trad­dit­to­rio, cioè di rin­sal­da­men­to, oppu­re occor­re­reb­be con­dur­re un ter­ro­ri­smo di ster­mi­nio.
Chiun­que, a que­sto pun­to, è in gra­do di capi­re che non sia­mo in una fase di guer­ra civi­le dispie­ga­ta.
La rela­ti­va mas­si­fi­ca­zio­ne, che chia­me­rei piut­to­sto iper-pro­li­fe­ra­zio­ne dei com­por­ta­men­ti arma­ti più diver­si, è da un lato il segno di una ripro­du­ci­bi­li­tà impres­sio­nan­te e ormai ine­stir­pa­bi­le del pro­ces­so, ma dal­l’al­tro è la mani­fe­sta­zio­ne estre­ma di una dif­fe­ren­za, di un movi­men­to nascen­te che però può ridur­si a un ghet­to allar­ga­to per­ché non ha anco­ra espli­ci­ta­to le sue pro­te­zio­na­li­tà.
I rac­ket poli­ti­ci non han­no riu­ni­fi­ca­to signi­fi­ca­ti­vi stra­ti pro­le­ta­ri, han­no al mas­si­mo coa­gu­la­to pic­co­le comu­ni­tà che (tan­to per fare rife­ri­men­ti alla imbe­cil­li­tà cor­ren­te) Vac­ca non sapreb­be col­lo­ca­re nel nuo­vo Medioe­vo, né Albe­ro­ni nel suo nuo­vo Rina­sci­men­to.
Anche una comu­ni­tà allar­ga­ta può tra­dur­si in una comu­ni­tà illu­so­ria: que­sto è sot­to gli occhi di tut­ti. Sia­mo ad un bivio: o la costi­tu­zio­ne orga­ni­ca di un nuo­vo movi­men­to (che sia come l’ef­fet­to di una rivo­lu­zio­ne coper­ni­ca­na, indi­pen­den­te e anti­te­ti­co rispet­to al movi­men­to ope­ra­io isti­tu­zio­na­le) o la con­fer­ma e maga­ri la dila­ta­zio­ne pro­gres­si­va, la ripro­du­zio­ne con­ti­nua di un ghet­to poli­ti­co socia­le di pro­por­zio­ni cre­scen­ti.
Il dato cer­to è comun­que che non si ha imma­nen­za del­la guer­ra civi­le, e quin­di non c’è uno sta­to socia­le di guer­ra.
Su que­sto va fat­ta un’os­ser­va­zio­ne: io cre­do che si deb­ba dire con chia­rez­za che la guer­ri­glia per sé (non inse­ri­ta in un insie­me di inter­re­la­zio­ni, di intrec­ci, di inte­ra­zio­ni che com­pon­go­no una poli­ti­ca rivo­lu­zio­na­ria o non media­ta poli­ti­ca­men­te ver­so l’e­ster­no) non rie­sce a pro­dur­re radi­ca­liz­za­zio­ne rivo­lu­zio­na­ria, sov­ver­sio­ne socia­le. Il cir­cui­to è appun­to dal­la guer­ri­glia alla guer­ri­glia e, non vi è den­tro que­sta ideo­lo­gia, den­tro a que­sta pra­ti­ca, nes­su­na pos­si­bi­li­tà di sboc­co. La pos­si­bi­li­tà di una guer­ra pri­va­ta (di un’op­zio­ne sui suoi fini) rischia di diven­ta­re addi­rit­tu­ra un boo­me­rang, per­ché, se non vi è una espli­ci­ta fina­liz­za­zio­ne del­la guer­ra come pas­sag­gio sto­ri­co (maga­ri lun­go, però che met­ta capo ad un risul­ta­to di cui si intra­ve­do­no alcu­ne diret­tri­ci fon­da­men­ta­li), l’u­ni­co atteg­gia­men­to socia­le, l’u­ni­ca riven­di­ca­zio­ne di mas­sa che può dif­fon­der­si è la riven­di­ca­zio­ne del­la fine del­la guer­ra, un paci­fi­smo con­fu­so e dif­fu­so.
È urgen­te sot­to­li­nea­re che la imma­nen­za del­la guer­ra civi­le non c’è; dob­bia­mo sot­to­li­nea­re anche che se pure pen­sas­si­mo a una mol­ti­pli­ca­zio­ne inde­fi­ni­ta espo­nen­zia­le del­le for­me di ter­ro­ri­smo pre-guer­ri­glie­ro ver­ti­ca­le o oriz­zon­ta­le, sog­get­ti­vo, dif­fu­so e così via, nul­la può far pen­sa­re al pas­sag­gio dal ter­re­no del ter­ro­ri­smo e del­la guer­ri­glia fino ai fron­ti socia­li neces­sa­ri per la guer­ra civi­le.
Quel­lo che c’è inve­ce, è un com­por­ta­men­to arma­to, mol­te­pli­ce, una sor­ta di plu­ra­li­smo del ter­ro­ri­smo in cui si intrec­cia­no e si acca­val­la­no ele­men­ti pre­or­di­na­ti e spon­ta­nei, con­cen­tra­ti e dif­fu­si.
Al di là del­le sue auto­pro­po­si­zio­ni spes­so irri­tan­ti nel loro carat­te­re tron­fio, tut­to que­sto anco­ra oggi appa­re come fine a se stes­so, tat­ti­ca sen­za par­ti­to o fac­cia pura­men­te nega­ti­va e distrut­ti­va del­la nuo­va spon­ta­nei­tà.
Con­ti­nue­rà ad appa­ri­re così, se non si iden­ti­fi­ca­no pro­prio i pas­sag­gi den­tro il pro­ces­so e cioè appun­to il riven­di­ca­zio­ni­smo arma­to, la poli­ti­ca arma­ta e così via «on the road»? In que­sta for­ma di azio­ne deve esse­re vin­co­la­to, reso varia­bi­le e dipen­den­te il riven­di­ca­zio­ni­smo arma­to, la poli­ti­ca arma­ta comun­que dei pas­sag­gi di inno­va­zio­ne socia­le? In que­sto sen­so va det­to che, ed è un ter­mi­ne che ripe­te­re­mo più avan­ti, l’u­ni­co effet­ti­vo mol­ti­pli­ca­to­re di poten­za sem­bra esse­re la poli­ti­ca e l’u­so poli­ti­co del ter­re­no mili­ta­re.
Quel­lo che va det­to con chia­rez­za è che del­le for­me come quel­le che cono­scia­mo di ter­ro­ri­smo poli­ti­co pre­guer­ri­glie­ro oriz­zon­ta­le o con­cen­tra­to, semi­spon­ta­neo o pre­or­di­na­to, i sog­get­ti che li con­du­co­no non pos­so­no ave­re la fal­sa coscien­za di cre­de­re e di affer­ma­re che que­sto pos­sa esse­re un meto­do di lot­ta riso­lu­ti­vo. Da que­sto pun­to di vista va ripe­tu­to con chia­rez­za che la guer­ri­glia per sé non ha effet­ti­va poten­za tra­sfor­ma­ti­va.
Non ha nes­sun sen­so un discor­so che vada appun­to dal­la guer­ri­glia alla guer­ri­glia: o la guer­ri­glia con­tie­ne in sé il codi­ce del­la pro­pria solu­zio­ne pro­fon­da­men­te attra­ver­sa­to, inner­va­to da un siste­ma di biso­gni (una strut­tu­ra desi­de­ran­te che espri­me una intel­li­gen­za socia­le pro­gram­ma­ti­ca che ne costi­tui­sca il fine con­ti­nua­men­te ripro­po­sto) oppu­re è solo il mez­zo per spo­sta­re i rap­por­ti di for­za fino al pun­to di pro­por­re una solu­zio­ne poli­ti­ca, un esi­to poli­ti­co, una pro­spet­ti­va media­ta poli­ti­ca­men­te.
Altri­men­ti non ha sen­so, cioè è una guer­ri­glia sen­za fine, un simu­la­cro di guer­ra sen­za fine, che poi non è, per­ché appun­to non ha la poten­za socia­le, non ha i con­fi­ni socia­li, non ha la dimen­sio­ne socia­le del­la guer­ra, e non può ave­re agli occhi, dicia­mo così, del­le mas­se altro effet­to che quel­lo di pro­vo­ca­re quel­lo che abbia­mo appe­na defi­ni­to desi­de­rio di fine del­la guer­ra.
Quin­di è asso­lu­ta­men­te impor­tan­te que­sta cri­ti­ca del­la robo­tiz­za­zio­ne, del­la auto­no­miz­za­zio­ne del­le sca­den­ze, dei moti, del­le for­me, del­le neces­si­tà del­la con­du­zio­ne del­la guer­ri­glia.
Anche dal pun­to di vista del­la impos­si­bi­li­tà che da uno svi­lup­po del­la guer­ri­glia per sé pos­sa nasce­re il ter­re­no di una guer­ra di libe­ra­zio­ne come effet­ti­vo pas­sag­gio del­la tra­sfor­ma­zio­ne socia­le.
Un’al­tra con­si­de­ra­zio­ne va fat­ta (traen­do­la pro­prio dal­l’ar­se­na­le teo­ri­co del leni­ni­smo) con­tro il cor­to cir­cui­to ele­men­ta­re e roz­zo per cui sostan­zial­men­te una for­ma­zio­ne guer­ri­glie­ra che voglia col­pi­re un deter­mi­na­to pro­ces­so rior­ga­niz­za­ti­vo, un deter­mi­na­to pro­get­to di ristrut­tu­ra­zio­ne del coman­do, un deter­mi­na­to obiet­ti­vo deb­ba neces­sa­ria­men­te (poi­ché si trat­ta di una orga­niz­za­zio­ne guer­ri­glie­ra che usa come mez­zo e meto­do di lot­ta la for­ma del­la pras­si com­bat­ten­te) inter­ve­ni­re su quel ter­re­no, su quel tipo di ope­ra­zio­ne, di sog­get­to, di per­so­na osti­le, con la for­ma diret­ta del­l’in­ter­ven­to, accet­tan­do dun­que le indi­ca­zio­ni che il nemi­co stes­so ha reso imme­dia­ta­men­te dispo­ni­bi­li.
In que­sto caso, la giu­sti­fi­ca­zio­ne o l’ar­go­men­ta­zio­ne por­ta­ta dal­l’or­ga­niz­za­zio­ne che ha com­piu­to que­sto atto di guer­ra è data in ter­mi­ni di ragio­ni pura­men­te e pro­pria­men­te mili­ta­ri.
È data sul­la base del­le con­si­de­ra­zio­ni che vor­reb­be­ro non ammet­te­re repli­che, cioè che dico­no in real­tà qui abbia­mo col­pi­to una figu­ra che sul­la base di nostre infor­ma­zio­ni risul­ta esse­re una figu­ra di par­ti­co­la­re peri­co­lo­si­tà, di par­ti­co­la­re moder­ni­tà nel­la mes­sa in ope­ra di for­me di intel­li­gen­za e di tec­ni­che aggres­si­ve ten­den­ti a distrug­ge­re e a ghet­tiz­za­re non solo le for­me di orga­niz­za­zio­ne guer­ri­glie­ra, non solo le for­me di anta­go­ni­smo socia­le più radi­ca­le ma più in gene­ra­le i pro­ces­si di sov­ver­sio­ne socia­le, intro­du­cen­do una ini­zia­ti­va atten­ta, moder­na, accor­ta e per que­sto peri­co­lo­sa di nor­ma­liz­za­zio­ne socia­le. Cer­chia­mo per un atti­mo di calar­ci, di imme­de­si­mar­ci nel­la logi­ca, nel tipo di ragio­na­men­to che può pre­sie­de­re alla for­ma­zio­ne di una deci­sio­ne di que­sto tipo da par­te di una orga­niz­za­zio­ne guer­ri­glie­ra.
L’or­ga­niz­za­zio­ne guer­ri­glie­ra ha carat­te­re pre­va­len­te­men­te mili­ta­re se dav­ve­ro si fos­se trat­ta­to di que­sta neces­si­tà asso­lu­ta di com­pie­re un atto difen­si­vo, cioè di liqui­da­re il cer­vel­lo di un’i­ni­zia­ti­va repres­si­va, intel­li­gen­te, moder­na da par­te del­lo Sta­to con­tro il movi­men­to di clas­se; men­tre qui c’è un’e­vi­den­te pun­ti­glio­si­tà nel vole­re argo­men­ta­re, moti­va­re il carat­te­re esem­pla­re, pro­gram­ma­ti­co, pole­mi­co del­l’i­ni­zia­ti­va.
Non solo: c’è anche il rifiu­to del­l’a­no­ni­ma­to e la volon­tà di sot­to­li­nea­re il carat­te­re di for­ma e di mez­zo di lot­ta den­tro il movi­men­to.
L’u­ni­ca cosa che pos­sa moti­va­re que­sto tipo di con­dot­ta è appun­to una illo­gi­ca devia­zio­ne (che il lin­guag­gio tra­di­zio­na­le anche con­sun­to chia­ma mili­ta­ri­smo) in cui cioè un ordi­ne di con­si­de­ra­zio­ni di tipo orga­niz­za­ti­vo mili­ta­re, diven­ta onni­vo­ro e tota­liz­zan­te.
Se inve­ce di erro­ri si trat­ta, con­tro que­sta linea poli­ti­ca va fat­ta una bat­ta­glia di meri­to.
Nel movi­men­to noi abbia­mo sem­pre fat­to una ana­li­si del Pci come arti­co­la­zio­ne del­lo Sta­to del par­ti­ti­smo orga­niz­za­to, del­lo Sta­to moder­no, com­ples­so, plu­ra­li­sti­co, indi­riz­za­to al con­trol­lo e alla nor­ma­liz­za­zio­ne del con­flit­to e non alla sua repres­sio­ne.
Però sal­vo que­sto tipo di ana­li­si, che ha con­dot­to a una cri­ti­ca radi­ca­le del socia­li­smo e del movi­men­to ope­ra­io sto­ri­co (sen­za nes­sun ele­men­to di demo­niz­za­zio­ne ideo­lo­gi­ca pro­prio per­ché non c’e­ra nes­sun resi­duo di una tema­ti­ca sul tra­di­men­to) nel movi­men­to, nel­le sue ideo­lo­gie tra­di­zio­na­li, tro­via­mo con­ti­nua­men­te un’al­ta­le­na tra ipo­te­si vera­men­te entri­ste (o comun­que di per­di­ta di auto­no­mia nei con­fron­ti del movi­men­to ope­ra­io sto­ri­co) e il recu­pe­ro del vec­chio arse­na­le sul social-fasci­smo.
Que­sto tipo di vena­tu­ra è cor­sa den­tro le tema­ti­che sul gulag a Bolo­gna che sono cir­co­la­te duran­te il movi­men­to del ’77, è cor­sa den­tro com­po­nen­ti emmel­li­ste del­l’a­rea rivo­lu­zio­na­ria del­l’au­to­no­mia che sostan­zial­men­te han­no rein­ter­pre­ta­to il discor­so che noi ten­ta­va­mo di tene­re come discor­so sul PCI come social­de­mo­cra­zia sui gene­ris, neo-cor­po­ra­ti­va, imper­fet­ta, auto­ri­ta­ria, sta­li­ni­sta, demo­na­zio­na­le!?.
Costo­ro han­no tra­dot­to imme­dia­ta­men­te e cor­to­cir­cui­ta­to que­sto discor­so nei ter­mi­ni di una rie­di­zio­ne con segno rove­scia­to del­la tema­ti­ca sul “social­fa­sci­smo”, uti­liz­zan­do lo stes­so sche­ma del­le varie ideo­lo­gie del­la “ger­ma­niz­za­zio­ne” e i “bla­bla” sul­la “rus­si­fi­ca­zio­ne” di que­sto pae­se.
Noi cre­dia­mo che non tan­to le ulti­me azio­ni ma le ulti­me argo­men­ta­zio­ni pro­po­ste dal movi­men­to com­bat­ten­te sia­no una rie­di­zio­ne ammo­der­na­ta e fil­tra­ta (in rap­por­to con la socia­li­tà del movi­men­to) di que­ste tematiche.

Classe operaia e ”individuo sociale”

Da ”Magaz­zi­no” n.2 di Rober­ta Tomassini


Il ten­ta­ti­vo di Bra­ver­man (H. BRAVERMAN, Lavo­ro e capi­ta­le mono­po­li­sti­co, trad. it., Einau­di, Tori­no, 1978) di met­te­re a fuo­co le più rile­van­ti tra­sfor­ma­zio­ni del pro­ces­so lavo­ra­ti­vo, dagli ini­zi del­la rivo­lu­zio­ne indu­stria­le ai nostri gior­ni, si risol­ve in un ambi­guo pastic­cio di socio­lo­gia vol­ga­re e di vel­lei­tà filo­so­fi­co-spe­cu­la­ti­ve.
L’ap­pa­ren­te arti­co­la­zio­ne ana­li­ti­ca del­l’in­da­gi­ne di Bra­ver­man ha per­ciò un anda­men­to tal­men­te sche­ma­ti­co e ripe­ti­ti­vo che è facil­men­te sin­te­tiz­za­bi­le: il lavo­ro sala­ria­to dipen­den­te, che si gene­ra­liz­za con la pri­ma rivo­lu­zio­ne indu­stria­le, con­sen­te al capi­ta­le non solo di coman­da­re il lavo­ro “imme­dia­to”, ma di con­ti­nua­re anche ad appro­priar­si del­le con­di­zio­ni ogget­ti­ve di ero­ga­zio­ne del lavo­ro con­cre­to.
La ricer­ca di Bra­ver­man inten­de appun­to descri­ve­re le fun­zio­ni che deter­mi­na­no l’a­strat­tiz­za­zio­ne rea­le del lavo­ro ope­ra­io che per­de così ogni indi­pen­den­za, ogni auto­no­mia rispet­to al domi­nio capi­ta­li­sti­co. Agli ini­zi, l’o­riz­zon­te del pote­re capi­ta­li­sti­co scon­ta i limi­ti che gli deri­va­no dal­lo svi­lup­po del­la scien­za come “teoria”-“rappresentazione” del­la real­tà sepa­ra­ta e distin­ta dal­lo svi­lup­po del saper-fare, dal­la intel­li­gen­za tec­ni­ca e stru­men­ta­le del­l’o­pe­ra­io di mestie­re.
In tut­ta la fase del­la “mec­ca­niz­za­zio­ne” è anco­ra l’in­tel­li­gen­za tec­ni­ca espro­pria­ta all’o­pe­ra­io di mestie­re il moto­re del­l’in­no­va­zio­ne capi­ta­li­sti­ca del­l’or­ga­niz­za­zio­ne del pro­ces­so lavo­ra­ti­vo: tale uni­tà fra idea­zio­ne ed ese­cu­zio­ne nel lavo­ro ope­ra­io è il limi­te del­la divi­sio­ne del lavo­ro e del­la sua mas­si­ma disci­pli­na. Sol­tan­to la for­ma­zio­ne di un cer­vel­lo socia­le, ade­gua­to alle esi­gen­ze capi­ta­li­sti­che di sfrut­ta­men­to del lavo­ro, avreb­be potu­to garan­ti­re uno svi­lup­po tec­no­lo­gi­co e scien­ti­fi­co, che pro­prio per­ché rela­ti­va­men­te “sepa­ra­to” dal lavo­ro ope­ra­io, si costi­tuis­se appun­to come intel­li­gen­za del­le for­me di coman­do e di mas­si­mo sfrut­ta­men­to del­la for­za lavo­ro. La nasci­ta del­le scuo­le poli­tec­ni­che per la “for­ma­zio­ne” del­l’in­ge­gne­re deter­mi­na la defi­ni­ti­va scis­sio­ne all’in­ter­no del pro­ces­so lavo­ra­ti­vo fra idea­zio­ne ed ese­cu­zio­ne: il pas­sag­gio dal­la “mec­ca­niz­za­zio­ne” all“ ‘auto­ma­zio­ne” non a caso si veri­fi­ca, nei diver­si pae­si indu­stria­liz­za­ti, sul rit­mo del­l’e­span­sio­ne e del­la dif­fu­sio­ne del­le scuo­le poli­tec­ni­che. Con la scis­sio­ne fra idea­zio­ne ed ese­cu­zio­ne, l’in­no­va­zio­ne tec­ni­ca non è più sepa­ra­ta dal­la inno­va­zio­ne orga­niz­za­ti­va: lo svi­lup­po tec­no­lo­gi­co e scien­ti­fi­co è infat­ti con­ti­nua­men­te infor­ma­to dal­la socio­lo­gia indu­stria­le che osser­va i com­por­ta­men­ti ope­rai, li codi­fi­ca, li clas­si­fi­ca e li misu­ra in quan­to fun­zio­ni pura­men­te mec­ca­ni­che ed ese­cu­ti­ve che come tali pos­so­no esse­re com­bi­na­te ed ordi­na­te in una serie di ipo­te­si orga­niz­za­ti­ve sino ad indi­vi­dua­re quel­la più “pro­dut­ti­va”. La razio­na­li­tà capi­ta­li­sti­ca, secon­do Bra­ver­man, ha con­ti­nua­to a spin­ge­re in que­sta dire­zio­ne impo­nen­do la sepa­ra­tez­za fra idea­zio­ne ed ese­cu­zio­ne anche al lavo­ro impie­ga­ti­zio, ammi­ni­stra­ti­vo e dei ser­vi­zi.
Lo svi­lup­po del­l’in­for­ma­ti­ca e del­la com­pu­te­riz­za­zio­ne pro­le­ta­riz­za infat­ti la for­za lavo­ro intel­let­tua­le media­men­te qua­li­fi­ca­ta ridot­ta a svol­ge­re man­sio­ni pura­men­te ese­cu­ti­ve, ripe­ti­ti­ve e par­cel­liz­za­te.
Il lavo­ro vivo, come capa­ci­tà di inno­va­zio­ne che si dif­fe­ren­zia dal­l’u­ni­ver­so del lavo­ro astrat­to ugua­le, ten­de per­ciò a rea­liz­zar­si nel­la ristret­ta cer­chia di una sor­ta di “man­da­ri­na­to” che si iden­ti­fi­ca con gli inte­res­si di capi­ta­le e che resta inac­ces­si­bi­le alla mas­si­fi­ca­zio­ne del lavo­ro socia­le ese­cu­ti­vo.
La degra­da­zio­ne del lavo­ro, come base e con­di­zio­ne del­l’ac­cu­mu­la­zio­ne capi­ta­li­sti­ca, gene­ra però assen­tei­smo, disaf­fe­zio­ne, dere­spon­sa­bi­liz­za­zio­ne rispet­to ad un’at­ti­vi­tà lavo­ra­ti­va che per­de ogni attrat­ti­va e ogni pos­si­bi­li­tà di gra­ti­fi­ca­zio­ne.
Nel­la logi­ca di Bra­ver­man comun­que tale resi­sten­za spon­ta­nea e mas­si­fi­ca­ta alla degra­da­zio­ne del lavo­ro è di per sé inca­pa­ce di tra­dur­si in un effet­ti­vo supe­ra­men­to del­le attua­li con­di­zio­ni alie­na­te del­la pro­du­zio­ne. Se e nel­la misu­ra in cui il capi­ta­le detie­ne il lavo­ro vivo – in quan­to “orga­niz­za” e “for­ma” il cer­vel­lo socia­le come sua pro­pria fun­zio­ne di svi­lup­po – solo il pro­ces­so di tran­si­zio­ne che ricom­pon­ga idea­zio­ne ed ese­cu­zio­ne e rico­sti­tui­sca la pro­fes­sio­na­li­tà attra­ver­so l’au­to­ge­stio­ne può ricon­qui­sta­re l’in­tel­li­gen­za ed il con­trol­lo dei mez­zi di pro­du­zio­ne. Bra­ver­man sem­bra rie­su­ma­re dal­le cene­ri un dibat­ti­to che, nel mar­xi­smo ita­lia­no, si è rapi­da­men­te con­su­ma­to fra la fine degli anni cin­quan­ta e l’i­ni­zio degli anni ses­san­ta; il capi­ta­le mono­po­li­sti­co divi­de­va allo­ra la cul­tu­ra mar­xi­sta ita­lia­na fra l’ot­ti­mi­smo di quan­ti attri­bui­va­no all’au­to­ma­zio­ne il supe­ra­men­to del­l’i­dio­ti­smo del mestie­re e quin­di la for­ma­zio­ne di un’in­di­vi­dua­li­tà socia­le ric­ca e libe­ra­ta dal­la fati­ca, ed il pes­si­mi­smo di quan­ti coglie­va­no nel­le nuo­ve con­di­zio­ni del­la pro­du­zio­ne il bara­tro del­la robo­tiz­za­zio­ne, del con­su­mi­smo, del­la cul­tu­ra di mas­sa, del­l’in­te­gra­zio­ne.
Le lot­te dell’ ”ope­ra­io mas­sa” e gli ini­zi di una ricer­ca mar­xi­sta – l’o­pe­rai­smo – che ne assu­me­va il “pun­to di vista”, dimo­stra­no come una pro­ble­ma­ti­ca di que­sto gene­re non avreb­be potu­to tro­va­re solu­zio­ne sul pia­no del­la futu­ro­lo­gia, del gusto pro­fe­ti­co degli intel­let­tua­li, indi­pen­den­te­men­te cioè dal­le carat­te­ri­sti­che del­lo scon­tro di clas­se. Quan­to più infat­ti la ricer­ca mar­xi­sta si con­fron­ta con la qua­li­tà del­le lot­te ope­ra­ie tan­to più sco­pre che non è il valo­re del lavo­ro che fon­da la pos­si­bi­li­tà sto­ri­ca del­l’e­ge­mo­nia ope­ra­ia: è uni­ca­men­te la stra­te­gia del rifiu­to del lavo­ro che svi­lup­pa comu­ni­smo. Que­sto è il solo pun­to di vista che, pur “scan­da­liz­zan­do” la cul­tu­ra mar­xi­sta uffi­cia­le, per­met­te di affer­ra­re il sen­so del pen­sie­ro mar­xia­no al di là del­la sua appa­ren­te insu­pe­ra­bi­le con­trad­di­zio­ne su cui tan­to si è affa­ti­ca­to il mar­xi­smo filo­so­fi­co: non vi è dub­bio che quan­do Marx ana­liz­za lo svi­lup­po tec­no­lo­gi­co e scien­ti­fi­co, e quin­di le tra­sfor­ma­zio­ni del pro­ces­so lavo­ra­ti­vo sot­to il coman­do capi­ta­li­sti­co, coglie nel­la sus­sun­zio­ne rea­le del lavo­ro ope­ra­io al capi­ta­le l’in­ten­si­fi­ca­zio­ne del­lo sfrut­ta­men­to del­la for­za lavo­ro e la sua sva­lo­riz­za­zio­ne.
Eppu­re, per Marx, quan­to più il capi­ta­le astrat­tiz­za il lavo­ro, e quan­to più lo assog­get­ta, tan­to più si svi­lup­pa la sog­get­ti­vi­tà comu­ni­sta.
Come è pos­si­bi­le che lo svi­lup­po del­le for­ze pro­dut­ti­ve, come svi­lup­po del pote­re di capi­ta­le sul lavo­ro socia­le, sia svi­lup­po del­le con­di­zio­ni che fon­da­no la neces­si­tà sto­ri­ca del comu­ni­smo?
Per l’o­pe­rai­smo non è l’au­to­no­ma capa­ci­tà civi­liz­za­tri­ce di capi­ta­le che imme­dia­ta­men­te innal­za il valo­re del­la for­za lavo­ro, al di là del­la sua appa­ren­te sva­lo­riz­za­zio­ne, ma è il rifiu­to del lavo­ro che costrin­ge il capi­ta­le a ren­der­si sem­pre più “indi­pen­den­te” dal lavo­ro ope­ra­io, a ridur­re il lavo­ro social­men­te neces­sa­rio sino al pun­to in cui non può più por­si come “misu­ra” del­le poten­zia­li­tà pro­dut­ti­ve che ha evo­ca­to. Sino a che l’in­no­va­zio­ne del pro­ces­so lavo­ra­ti­vo dipen­de dal saper-fare del­l’o­pe­ra­io di mestie­re, la pro­fes­sio­na­li­tà ope­ra­ia valo­riz­za il capi­ta­le ma rap­pre­sen­ta anche fat­to­re di rigi­di­tà e di auto­no­mia nel­la pro­du­zio­ne, che il capi­ta­le ten­de a distrug­ge­re sus­su­men­do l’in­tel­li­gen­za tec­ni­ca e scien­ti­fi­ca e ren­den­do il lavo­ro ope­ra­io ese­cu­ti­vo.
Nel­la misu­ra in cui però il capi­ta­le sva­lo­riz­za la for­za lavo­ro è la clas­se ope­ra­ia che si valo­riz­za come tale: la valo­riz­za­zio­ne capi­ta­li­sti­ca dipen­de ora dal rifiu­to del lavo­ro che “coman­da” lo svi­lup­po capi­ta­li­sti­co costrin­gen­do­lo a tra­sfor­ma­re le con­di­zio­ni del­la pro­du­zio­ne ver­so una cre­scen­te auto­ma­zio­ne. La sva­lo­riz­za­zio­ne del­la for­za lavo­ro svi­lup­pa un anta­go­ni­smo qua­li­ta­ti­va­men­te nuo­vo che ren­de sto­ri­ca­men­te matu­ra la pos­si­bi­li­tà sog­get­ti­va per la clas­se ope­ra­ia di valo­riz­zar­si come for­za poli­ti­ca, nel­la con­ti­nua nega­zio­ne di sé come mer­ce che si scam­bia con capi­ta­le. Marx nel­la gene­ra­liz­za­zio­ne del lavo­ro astrat­to-ugua­le, nel­la par­cel­liz­za­zio­ne del­le man­sio­ni, nel­la loro inter­scam­bia­bi­li­tà, indi­vi­dua infat­ti la base mate­ria­le del­la dis­so­lu­zio­ne del­la divi­sio­ne del­la socie­tà in clas­si, del­la sop­pres­sio­ne del­la leg­ge del valo­re.
Astrat­tiz­za­zio­ne del lavo­ro social­men­te com­bi­na­to, auto­ma­zio­ne e quin­di ridu­zio­ne del tem­po di lavo­ro social­men­te neces­sa­rio impli­ca­no per Marx l’au­to­ne­ga­zio­ne del­la clas­se ope­ra­ia in quan­to for­za lavo­ro, nel­la sua fun­zio­ne cioè di mez­zo di pro­du­zio­ne.
La cri­si di tale fun­zio­ne stru­men­ta­le non impli­ca affat­to sva­lo­riz­za­zio­ne del­la sog­get­ti­vi­tà ope­ra­ia e pro­le­ta­ria: ne ele­va al con­tra­rio l’in­tel­let­tua­li­tà, le capa­ci­tà che ces­sa­no di esse­re deter­mi­na­te dal tem­po di lavo­ro.
L’in­dif­fe­ren­za fra i vari lavo­ri è la base mate­ria­le del­la “uni­ver­sa­liz­za­zio­ne” del­l’in­di­vi­duo socia­le il cui pote­re non è più deter­mi­na­to dal­le com­pe­ten­ze “par­zia­li” del­la for­za lavo­ro imme­dia­ta. Ma è esat­ta­men­te il Marx teo­ri­co del comu­ni­smo che Bra­ver­man si rifiu­ta di leg­ge­re, rive­lan­do­si chiu­so ad ogni logi­ca di supe­ra­men­to del­la divi­sio­ne del­la socie­tà in clas­si. Non gli resta per­ciò che con­si­de­ra­re la degra­da­zio­ne del lavo­ro per vagheg­gia­re il lavo­ro “uma­niz­za­to” anco­ra­to all’i­deo­lo­gia socia­li­sta.
È un modo come un altro per con­vin­ce­re la clas­se ope­ra­ia del­la impos­si­bi­li­tà sto­ri­ca del supe­ra­men­to del­la sua con­di­zio­ne, e del­la neces­si­tà per­ciò di lot­ta­re con­tro la degra­da­zio­ne del lavo­ro per poter incon­tra­re sen­ti­men­ti di gra­ti­fi­ca­zio­ne e di orgo­glio nel­la pro­pria con­di­zio­ne subor­di­na­ta, nel­la intel­li­gen­za del pro­prio ruo­lo stru­men­ta­le, di for­za lavo­ro, nel­la ripro­du­zio­ne socia­le. In tale fun­zio­ne ideo­lo­gi­ca il libro di Bra­ver­man, per quan­to roz­zo e supe­ra­to, susci­ta sim­pa­tie e con­sen­si da par­te di tut­te quel­le for­ze poli­ti­che impe­gna­te a repe­ri­re nuo­ve vie per sfug­gi­re il comu­ni­smo.
Ma la lot­ta con­tro la degra­da­zio­ne del lavo­ro, per la nuo­va pro­fes­sio­na­li­tà, per la ricom­po­si­zio­ne fra idea­zio­ne ed ese­cu­zio­ne, per la nuo­va qua­li­fi­ca­zio­ne, con cui Pci e sin­da­ca­ti han­no inte­so far dige­ri­re la “ristrut­tu­ra­zio­ne” all’au­tun­no cal­do, è una lot­ta che sa solo di scon­fit­ta, di rinun­cia al comu­ni­smo: come tale non pre­sen­ta nes­su­na attrat­ti­va per una clas­se ope­ra­ia esclu­si­va­men­te inte­res­sa­ta a orga­niz­za­re il rifiu­to del lavo­ro. Al pun­to che la ristrut­tu­ra­zio­ne, al di là di ogni pro­gram­ma di nuo­va pro­fes­sio­na­li­tà, attra­ver­so la robo­tiz­za­zio­ne, l’in­for­ma­ti­ca, la com­pu­te­riz­za­zio­ne, il decen­tra­men­to, le ipo­te­si di intro­du­zio­ne del tem­po di lavo­ro fles­si­bi­le ha inte­so col­pi­re le for­me di orga­niz­za­zio­ne del rifiu­to del lavo­ro. E nel­la nuo­va divi­sio­ne del lavo­ro, nel­la nuo­va orga­niz­za­zio­ne di impre­sa, si riscon­tra un’ul­te­rio­re acce­le­ra­zio­ne dei pro­ces­si di astrat­tiz­za­zio­ne del­la stes­sa socia­liz­za­zio­ne dal lavo­ro.
È pro­prio l’in­di­spo­ni­bi­li­tà a valo­riz­za­re il capi­ta­le del lavo­ra­to­re com­ples­si­vo che spin­ge il cer­vel­lo orga­niz­za­ti­vo di capi­ta­le a sot­trar­re ogni deci­sio­ne, ogni respon­sa­bi­li­tà, ogni resi­duo di lavo­ro con­cre­to alla com­bi­na­zio­ne del­le man­sio­ni che potreb­be tra­sfor­mar­si in occa­sio­ne di anta­go­ni­smo e di sabo­tag­gio.
La ten­den­za, in que­sto sen­so, al supe­ra­men­to del­la cate­na di mon­tag­gio non mira cer­to a eli­mi­na­re la disaf­fe­zio­ne e l’as­sen­tei­smo del­l’o­pe­ra­io sin­go­lo, giu­sta­men­te disin­te­res­sa­to a un lavo­ro mono­to­no e ripe­ti­ti­vo: è piut­to­sto il lavo­ro social­men­te com­bi­na­to con un pote­re di deci­sio­na­li­tà che diven­ta temi­bi­le per il capi­ta­le e che quin­di deve esse­re eli­mi­na­to. Da que­sto pun­to di vista, sem­bre­reb­be giu­sti­fi­ca­ta la moti­va­zio­ne che, al limi­te degli anni ses­san­ta, ha indot­to alcu­ni espo­nen­ti del­l’o­pe­rai­smo a rien­tra­re nel­le fila del Pei: il rifiu­to del lavo­ro – e non cer­to la degra­da­zio­ne del lavo­ro -, in quan­to non capi­ta­le, in quan­to cri­si del rap­por­to di capi­ta­le, valo­riz­za il capi­ta­le.
Il rifiu­to del lavo­ro tra­sfor­ma atti­va­men­te il rap­por­to di pro­du­zio­ne capi­ta­li­sti­co, ma non è suf­fi­cien­te a met­ter­ne in cri­si le con­di­zio­ni di ripro­du­zio­ne poli­ti­ca.
Il dina­mi­smo di capi­ta­le capi­ta­liz­za l’an­ta­go­ni­smo ope­ra­io, attra­ver­so la tra­sfor­ma­zio­ne del pro­ces­so lavo­ra­ti­vo che non si risol­ve nel­l’in­no­va­zio­ne tec­no­lo­gi­ca in quan­to avvia pro­ces­si eco­no­mi­co-poli­ti­ci, rela­ti­va­men­te indi­pen­den­ti, che tra­sfor­ma­no dal­l’al­to la com­po­si­zio­ne tec­ni­ca di clas­se. Oggi que­sti stes­si ex-ope­rai­sti nel­l’au­to­no­mia del poli­ti­co final­men­te ci sono entra­ti.
E si sono accor­ti, a quan­to pare, che lo Sta­to post-key­ne­sia­no è ben diver­so dal castel­lo kaf­kia­no, e da ogni mito che vede aggi­rar­si nel palaz­zo “i man­da­ri­ni” del­l’au­to­no­mia del poli­ti­co. Nel­le sue più recen­ti rifles­sio­ni in pro­po­si­to M. Cac­cia­ri (Cfr. M. CACCIARI, Tra­sfor­ma­zio­ni del­lo Sta­to e pro­get­to poli­ti­co, “Cri­ti­ca Mar­xi­sta”, 5, 1978) affer­ma che lo Sta­to attua­le non si iden­ti­fi­ca più né con lo Sta­to Otto­cen­te­sco orga­ni­co agli inte­res­si del­la bor­ghe­sia, né con lo Sta­to key­ne­sia­no come luo­go del­la media­zio­ne e del­la neu­tra­liz­za­zio­ne dei con­flit­ti socia­li.
Lo Sta­to oggi è inca­pa­ce sia di espri­me­re la “com­po­si­zio­ne sin­te­ti­ca dei con­flit­ti”, sia di far­se­ne asso­lu­ta­men­te indi­pen­den­te; in que­sto sen­so, mal­gra­do l’am­pio mar­gi­ne di mano­vra degli stru­men­ti di poli­ti­ca mone­ta­ria, mal­gra­do i pro­ces­si di buro­cra­tiz­za­zio­ne, mal­gra­do la cre­scen­te fun­zio­ne di coman­do che il capi­ta­le socia­le è in gra­do di eser­ci­ta­re rispet­to ai capi­ta­li sin­go­li, la razio­na­li­tà del­lo Sta­to sem­bra ridur­si ad un asset­to fun­zio­na­le inca­pa­ce di “pro­gram­ma­zio­ne”.
La razio­na­li­tà del­lo Sta­to con­tem­po­ra­neo si ride­fi­ni­sce quin­di gior­no per gior­no a fron­te di una con­flit­tua­li­tà dif­fu­sa, per­ma­nen­te: non vi è per­ciò “supe­ra­men­to” del­la cri­si poli­ti­ca, in quan­to lo Sta­to pro­du­ce cri­si dei rap­por­ti poli­ti­ci e si pre­sen­ta più come una fun­zio­ne, solo rela­ti­va­men­te indi­pen­den­te, del­la con­flit­tua­li­tà del­la socie­tà civi­le che come supe­rio­re sin­te­si poli­ti­ca. In altre paro­le, la ricom­po­si­zio­ne poli­ti­ca è inces­san­te scom­po­si­zio­ne dei rap­por­ti di for­za che si costi­tui­sco­no fra i diver­si grup­pi di inte­res­se e le diver­se “auto­no­mie” socia­li, e quin­di non è che fun­zio­ne di svi­lup­po di cri­si poli­ti­ca mano­vra­ta. Quan­to più per­ciò lo Sta­to, nel­la gestio­ne del­la finan­za pub­bli­ca, accen­tra fun­zio­ni diret­ta­men­te pro­dut­ti­ve, tan­to più il “poli­ti­co” costi­tui­sce una fun­zio­ne del­la con­flit­tua­li­tà che ne sovra­de­ter­mi­na lo svi­lup­po com­pa­ti­bi­le alla ripro­du­zio­ne dei rap­por­ti di pro­du­zio­ne.
Tut­ta­via Cac­cia­ri sot­to­li­nea come tale pro­du­zio­ne di cri­si dei rap­por­ti poli­ti­ci che iden­ti­fi­ca lo Sta­to post-key­ne­sia­no non sia inter­pre­ta­bi­le come sem­pli­ce mano­vra di accer­chia­men­to e di iso­la­men­to del­la clas­se ope­ra­ia; “esi­ste – piut­to­sto – una mate­ria­le dif­fu­sio­ne di com­por­ta­men­ti con­flit­tua­li, di obiet­ti­vi poli­ti­ci e di valo­ri… è que­sta sto­ria… che mol­ti­pli­ca il peso quan­ti­ta­ti­vo e qua­li­ta­ti­vo di nuo­vi stra­ti socia­li – è que­sta sto­ria che ope­ra un’au­ten­ti­ca “rivo­lu­zio­ne cul­tu­ra­le” all’in­ter­no del­la stes­sa clas­se ope­ra­ia, e che quin­di pro­du­ce rap­por­ti del tut­to nuo­vi con il com­ples­so del­la for­ma­zio­ne socia­le…” (Ivi, pp. 46–48).
La cri­si del ruo­lo di media­zio­ne e di neu­tra­liz­za­zio­ne dei con­flit­ti del­lo Sta­to key­ne­sia­no non è l’au­to­no­ma stra­te­gia del “poli­ti­co”: è piut­to­sto sin­to­mo del­l’ef­fet­ti­va impos­si­bi­li­tà per lo Sta­to post-key­ne­sia­no di pia­ni­fi­ca­re lo svi­lup­po dei biso­gni socia­li in base alla socia­liz­za­zio­ne dei rap­por­ti di pro­du­zio­ne, in base cioè a una teo­ria del­le clas­si socia­li ogget­ti­va­men­te deter­mi­na­ta dai rap­por­ti di pro­du­zio­ne. Lo Sta­to post-key­ne­sia­no rive­la anche ai teo­ri­ci del­l’au­to­no­mia del poli­ti­co che la stra­te­gia del rifiu­to del lavo­ro non è sem­pli­ce moto­re del­la valo­riz­za­zio­ne capi­ta­li­sti­ca ma è soprat­tut­to fun­zio­ne del­l’au­to­va­lo­riz­za­zio­ne ope­ra­ia e pro­le­ta­ria.
L’an­ta­go­ni­smo ope­ra­io e pro­le­ta­rio, nel tem­po dispo­ni­bi­le e libe­ra­to dal lavo­ro, ride­fi­ni­sce la com­po­si­zio­ne di clas­se, ne tra­sfor­ma la ripro­du­zio­ne su una com­ples­si­tà di biso­gni e di com­por­ta­men­ti sog­get­ti­vi di cui sem­bra qua­si indif­fe­ren­te la spe­ci­fi­ci­tà “ope­ra­ia”.
Gli anni set­tan­ta sono infat­ti carat­te­riz­za­ti da com­por­ta­men­ti di insu­bor­di­na­zio­ne, da situa­zio­ni dif­fu­se di rigi­di­tà, da un insie­me di lot­te che han­no “poli­ti­ciz­za­to” il pri­va­to: non è sol­tan­to il tem­po di lavo­ro, la gior­na­ta lavo­ra­ti­va il luo­go di costi­tu­zio­ne dei biso­gni di clas­se, ma l’e­si­sten­za quo­ti­dia­na, il tem­po in cui l’in­di­vi­duo ripro­du­ce, rige­ne­ra se stes­so ces­sa di esse­re media­to dal­l’i­deo­lo­gia del valo­re del lavo­ro.
La lot­ta con­tro il lavo­ro capi­ta­li­sti­co, la lot­ta per gli aumen­ti sala­ria­li sono obiet­ti­vi limi­ta­ti che ricon­se­gna­no all’in­di­vi­duo, al “pri­va­to” o meglio all’e­co­no­mia del­la fami­glia, le con­di­zio­ni pro­le­ta­rie del­la vita quo­ti­dia­na.
L’au­to­ne­ga­zio­ne del­la for­za lavo­ro si esten­de, con gli anni set­tan­ta, dal­l’im­me­dia­tez­za dei rap­por­ti di pro­du­zio­ne ai modi di ripro­du­zio­ne: la com­po­si­zio­ne di clas­se atti­va nuo­vi pro­ces­si di socia­liz­za­zio­ne, non è l’in­di­vi­duo che rimuo­ve le con­di­zio­ni pro­le­ta­rie di ripro­du­zio­ne che limi­ta­no lo svi­lup­po del­la sua sog­get­ti­vi­tà, ma l’in­di­vi­duo socia­le che tra­sfor­ma i rap­por­ti socia­li in fun­zio­ne del­la pro­pria valo­riz­za­zio­ne.
Al di là di ogni ideo­lo­gia del­la dequa­li­fi­ca­zio­ne e del­la degra­da­zio­ne del lavo­ro, gli anni set­tan­ta atte­sta­no come l’in­dif­fe­ren­za fra i diver­si lavo­ri, la libe­ra­zio­ne dal­l’i­deo­lo­gia del valo­re del lavo­ro, abbia signi­fi­ca­to per la clas­se ope­ra­ia in quan­to for­za poli­ti­ca un innal­za­men­to intel­let­tua­le e cul­tu­ra­le tale da costi­tui­re for­me di pote­re a livel­lo del­la gene­ra­li­tà del­la ripro­du­zio­ne socia­le.
E non si trat­ta uni­ca­men­te del­la tra­sfor­ma­zio­ne dei valo­ri eti­ci, mora­li o gene­ri­ca­men­te cul­tu­ra­li, ma del­la capa­ci­tà del­l’in­tel­li­gen­za socia­le, che si for­ma nel­la insu­bor­di­na­zio­ne allo sfrut­ta­men­to, di saper coman­da­re per­fi­no il cer­vel­lo socia­le “orga­niz­za­to” dal capi­ta­le, quel­lo per inten­der­ci che osses­sio­na Bra­ver­man; al pun­to che lo stes­so “man­da­ri­na­to” è spes­so costret­to a fun­zio­na­re come stru­men­to ese­cu­ti­vo del­l’i­dea­zio­ne di biso­gni qua­li­ta­ti­va­men­te nuo­vi Le lot­te han­no dimo­stra­to che non c’è pos­si­bi­li­tà di svi­lup­po del­la “medi­ci­na” che non dipen­da dai biso­gni del mala­to, e così pure che non c’è avve­ni­re per qual­sia­si peda­go­gia che non dipen­da dai biso­gni di cono­scen­za e dai com­por­ta­men­ti di colo­ro che stu­dia­no, che non c’è svi­lup­po di nuo­ve fon­ti di ener­gia se non facen­do i con­ti con la resi­sten­za socia­le al pia­no nuclea­re, che non c’è svi­lup­po del­l’ur­ba­ni­sti­ca che pos­sa pre­scin­de­re dal­l’in­nal­za­men­to del teno­re di vita. A meno che fra il sape­re dei man­da­ri­ni e l’in­tel­li­gen­za socia­le non si apra una con­flit­tua­li­tà che deve esse­re “media­ta” (se non neu­tra­liz­za­ta) dal­la poli­ti­ca.
Sareb­be inte­res­san­te ana­liz­za­re a que­sto pro­po­si­to le ragio­ni per cui le isti­tu­zio­ni del sape­re si tro­va­no oggi a dover fun­zio­na­re come isti­tu­zio­ni diret­ta­men­te “poli­ti­che”, inces­san­te­men­te attra­ver­sa­te dal­la con­flit­tua­li­tà del pro­le­ta­ria­to intel­let­tua­le e dai nuo­vi biso­gni socia­li. La nuo­va intel­li­gen­za socia­le, la nuo­va con­ce­zio­ne dei rap­por­ti socia­li non è cer­to espres­sio­ne del­la coscien­za esa­spe­ra­ta che nasce all’om­bra del­l’e­mar­gi­na­zio­ne dal lavo­ro o dal­la sot­toc­cu­pa­zio­ne nel­l’i­deo­lo­gia del­l’im­me­dia­ti­smo dei biso­gni: si radi­ca al con­tra­rio nel­la fami­glia pro­le­ta­ria, anche se a vol­te in modo con­flit­tua­le, e si gene­ra­liz­za con sor­pren­den­te rapi­di­tà met­ten­do in cri­si i codi­ci del­la cul­tu­ra domi­nan­te. Que­sta enor­me poten­zia­li­tà di tra­sfor­ma­zio­ne dei rap­por­ti socia­li sca­te­na infat­ti le più sva­ria­te rea­zio­ni di riget­to da par­te del­la cul­tu­ra “uffi­cia­le”: si denun­cia la devian­za col­let­ti­va, la cri­si dei valo­ri, la regres­sio­ne del­la coscien­za poli­ti­ca a for­me di neo esi­sten­zia­li­smo, sino al momen­to in cui la nuo­va eti­ca, la nuo­va cul­tu­ra diven­ta “nor­ma” sot­ter­ra­nea da rico­no­sce­re come tale. La “for­ma­zio­ne del­l’in­di­vi­duo socia­le” ha susci­ta­to però mol­te per­ples­si­tà e pro­ble­mi anche all’in­ter­no del­la nuo­va sini­stra, così come del resto tut­to il pro­ces­so di poli­ti­ciz­za­zio­ne del “pri­va­to”: come è pos­si­bi­le l’e­man­ci­pa­zio­ne dei rap­por­ti socia­li, la for­ma­zio­ne di nuo­vi sog­get­ti, nel­la spe­ci­fi­ci­tà del­le loro esi­gen­ze, in una rela­ti­va indi­pen­den­za dal­la com­po­si­zio­ne tec­ni­ca di clas­se, dal­la ogget­ti­vi­tà dei rap­por­ti di pro­du­zio­ne? Non è casua­le però il fat­to che Marx non si rife­ri­sca più all’ ”ope­ra­io com­ples­si­vo” ma all’ ”uomo” o all’ ”indi­vi­duo socia­le” quan­do descri­ve le con­di­zio­ni di svi­lup­po del­l’an­ta­go­ni­smo di clas­se: quan­to più la clas­se ope­ra­ia e pro­le­ta­ria ten­de alla pro­pria dis­so­lu­zio­ne come clas­se deter­mi­na­ta dai rap­por­ti capi­ta­li­sti­ci, tan­to più rap­pre­sen­ta l’ ”indi­vi­duo socia­le” che pren­de coscien­za dei pro­pri biso­gni al di là del­la base limi­ta­ta del­la pro­du­zio­ne capi­ta­li­sti­ca.
La ridu­zio­ne del tem­po di lavo­ro social­men­te neces­sa­rio con­sen­te “il libe­ro svi­lup­po del­le indi­vi­dua­li­tà”, infat­ti “le for­ze pro­dut­ti­ve e le rela­zio­ni socia­li” sono “entram­bi lati diver­si del­lo svi­lup­po del­l’in­di­vi­duo socia­le” che “figu­ra­no per il capi­ta­le solo come mez­zi per pro­dur­re la sua base limi­ta­ta. Ma in real­tà essi sono le con­di­zio­ni per fare sal­ta­re in aria que­sta base” (K. MARX, Linea­men­ti, trad. it., La Nuo­va Ita­lia, Firen­ze, 1968, voi. II, p. 402). Nel­la misu­ra in cui il rifiu­to del lavo­ro svi­lup­pa l’a­strat­tiz­za­zio­ne rea­le del lavo­ro “non è più tan­to il lavo­ro a pre­sen­tar­si inclu­so nel pro­ces­so di pro­du­zio­ne, quan­to piut­to­sto l’uo­mo a por­si in rap­por­to al pro­ces­so di pro­du­zio­ne come sor­ve­glian­te e rego­la­to­re” e ciò “vale anche per la com­bi­na­zio­ne del­le atti­vi­tà uma­ne e per lo svi­lup­po del­le rela­zio­ni uma­ne… Egli si col­lo­ca accan­to al pro­ces­so di pro­du­zio­ne, anzi­ché esser­ne l’a­gen­te prin­ci­pa­le”, (Ivi, p. 401). Sia­mo in un oriz­zon­te total­men­te rove­scia­to rispet­to a quel­lo angu­sto e capo­vol­to di Bra­ver­man: per l’in­di­vi­duo socia­le il suo supe­ra­men­to pos­si­bi­le del­la degra­da­zio­ne del lavo­ro è la sop­pres­sio­ne del­la sua deter­mi­na­zio­ne capi­ta­li­sti­ca.
Que­sto non ha nul­la a che fare con la “uma­niz­za­zio­ne” del lavo­ro imme­dia­to, né con la regres­sio­ne al lavo­ro con­cre­to: si iden­ti­fi­ca piut­to­sto con la sop­pres­sio­ne del­la leg­ge del valo­re, del­la cen­tra­li­tà del­la gior­na­ta lavo­ra­ti­va nel pote­re che essa ha di sosti­tui­re il valo­re del lavo­ro come “misu­ra” del­lo svi­lup­po dei biso­gni del­l’in­di­vi­duo socia­le. La sop­pres­sio­ne del­la leg­ge del valo­re è quin­di la rea­liz­za­zio­ne sto­ri­ca del­l’an­ta­go­ni­smo del­l’in­di­vi­duo socia­le e del­le carat­te­ri­sti­che radi­cal­men­te nuo­ve che qua­li­fi­ca­no la sua “pro­dut­ti­vi­tà gene­ra­le”: cioè la capa­ci­tà di “dire­zio­ne” e di “sor­ve­glian­za” rispet­to alle poten­zia­li­tà pro­dut­ti­ve in fun­zio­ne del­l’au­to­va­lo­riz­za­zio­ne dei rap­por­ti socia­li.
La stra­te­gia del rifiu­to del lavo­ro, del­l’au­to­ne­ga­zio­ne del­la for­za lavo­ro, svi­lup­pa la “pro­dut­ti­vi­tà gene­ra­le” come padro­nan­za del­le con­di­zio­ni del­la ripro­du­zio­ne socia­le, come inno­va­zio­ne dei rap­por­ti socia­li.
La “pro­dut­ti­vi­tà gene­ra­le” del­l’in­di­vi­duo socia­le oggi si pre­sen­ta effet­ti­va­men­te come “il gran­de pilo­ne di soste­gno del­la pro­du­zio­ne e del­la ric­chez­za” nel­la sua capa­ci­tà di inno­va­re le moda­li­tà di for­ma­zio­ne del­la ric­chez­za, nel­la socia­liz­za­zio­ne del lavo­ro som­mer­so, ma anche e soprat­tut­to nel­le nuo­ve for­me di lot­ta in cui l’an­ta­go­ni­smo socia­le si pre­sen­ta come con­di­zio­ne impre­scin­di­bi­le del­la “qua­li­tà” del­lo svi­lup­po. Il moto­re infat­ti del cer­vel­lo socia­le orga­niz­za­to dal capi­ta­le ces­sa di esse­re uni­ca­men­te il rifiu­to del lavo­ro, ma si pre­sen­ta come lavo­ro vivo, intel­li­gen­za socia­le che inces­san­te­men­te valo­riz­za le con­di­zio­ni del­la ripro­du­zio­ne, innal­zan­do i biso­gni socia­li: al pun­to che con­di­zio­ne del­lo svi­lup­po e del­la valo­riz­za­zio­ne di capi­ta­le è “l’ap­pro­pria­zio­ne del­la pro­dut­ti­vi­tà gene­ra­le”, la subor­di­na­zio­ne del­l’in­no­va­zio­ne dei rap­por­ti socia­li.
Tut­ta­via la “pro­dut­ti­vi­tà gene­ra­le” sus­sun­ta all’in­no­va­zio­ne poli­ti­ca ed orga­niz­za­ti­va di capi­ta­le è pro­dut­tri­ce di cri­si, di disgre­ga­zio­ne, di nuo­va con­flit­tua­li­tà che non con­sen­te nuo­ve for­me di dure­vo­le com­po­si­zio­ne poli­ti­ca; in quan­to la “pro­dut­ti­vi­tà gene­ra­le” del­l’in­di­vi­duo socia­le resta anco­ra­ta al valo­re d’u­so, come padro­nan­za del­le stra­te­gie di frui­zio­ne col­let­ti­va del­la ric­chez­za dispo­ni­bi­le e non è com­pa­ti­bi­le con le ragio­ni del­lo scam­bio e del­l’ac­cu­mu­la­zio­ne capi­ta­li­sti­ca. Ogni teo­ria dei gio­chi del­lo Sta­to post-key­ne­sia­no, ogni for­ma di ero­ga­zio­ne di red­di­to atta a ripri­sti­na­re il siste­ma del­la dise­gua­glian­za nel­la sod­di­sfa­zio­ne dei biso­gni del­l’in­di­vi­duo socia­le, svi­lup­pa cri­si poli­ti­ca e mol­ti­pli­ca la “pro­dut­ti­vi­tà gene­ra­le”: i cen­tri e i momen­ti dis­se­mi­na­ti del­l’an­ta­go­ni­smo. Sono que­sti i cen­tri e i momen­ti di svi­lup­po del­la stra­te­gia del­l’in­di­vi­duo socia­le nel suo pro­get­to di auto­de­ter­mi­na­zio­ne poli­ti­ca poi la nuo­va for­ma­zio­ne sociale

Gli anni affollati

Argo­men­ti: 1964, 1967, 1968, 1970, 1971, 1972, 1975, 1977, 1978, A rivi­sta anar­chi­ca (der.app), A/​traverso (der.app), AAM (der.app), abor­to (der.app), Aldo Moro, Alfa Romeo (der.app), anar­chi­smo (der.app), AUTAUT (der.app), Auto­no­mia (der.app), auto­no­mia ope­ra­ia (der.app), Avan­guar­dia Ope­ra­ia (der.app), bcd (der.app), Bolo­gna, car­ce­re (der.app), CGIL (der.app), clas­se ope­ra­ia (der.app), COLLEGAMENTI (der.app), COM-nuo­vi tem­pi (der.app), con­tro­in­for­ma­zio­ne (der.app), con­trol­lo socia­le (der.app), CONTROPIANO(der.app), Cri­ti­ca del Dirit­to (der.app), CUB (der.app), dro­ga (der.app), EFFE (der.app), fab­bri­ca dif­fu­sa (der.app), fem­mi­ni­smo (der.app), Firen­ze, FRIGIDAIRE (der.app), FUORI ! (der.app), Geno­va, Gori­zia, i con­si­gli (der.app), i Vol­sci (der.app), il Mani­fe­sto (der.app), Il pro­gram­ma comu­ni­sta (der.app), la nuo­va ECOLOGIA (der.app), libre­ria Calu­sca (der.app), lot­ta anti­mi­li­ta­ri­sta (der.app), Lot­ta Con­ti­nua (der.app), mar­xi­sta-leni­ni­sta (der.app), Medi­ci­na Demo­cra­ti­ca (der.app), Metro­po­li (der.app), Mila­no, Napo­li, NOTIZIARIO (der.app), obiet­to­ri di coscien­za (der.app), Ombre Ros­se (der.app), omo­ses­sua­li­tà (der.app), ope­ra­io mas­sa (der.app), Pado­va, Par­ti­to Comu­ni­sta Ita­lia­no (der.app), Pie­tro Calo­ge­ro, Por­to Mar­ghe­ra, Pote­re Ope­ra­io (der.app), Pri­mo Mag­gio (der.app), pro­le­ta­ria­to gio­va­ni­le (der.app), PSI (der.app), Psi­chia­tria (der.app), Pun­ti Ros­si (der.app), Qua­der­ni del Ter­ri­to­rio (der.app), Qua­der­ni di con­tro­in­for­ma­zio­ne ali­men­ta­re (der.app), Qua­der­ni Pia­cen­ti­ni (der.app), Qua­der­ni ras­se­gna sin­da­ca­le (der.app), Qua­der­ni Ros­si (der.app), QUINDICI (der.app), Quo­ti­dia­no dei Lavo­ra­to­ri (der.app), quo­ti­dia­no­DON­NA (der.app), radio Ali­ce (der.app), RE NUDO (der.app), Reg­gio Emi­lia, repres­sio­ne (der.app), Roma, ROSSO (der.app), SAPERE (der.app), sen­za gale­re (der.app), Stam­paAl­ter­na­ti­va (der.app), Tori­no, Vare­se, Zanus­si (der.app)

La rivi­sta poli­ti­ca anta­go­ni­sta negli anni ’70

a cura del cen­tro gio­va­ni­le tra­da­te­se e del cen­tro di docu­men­ta­zio­ne di Varese

Lucio Castellano

AUTOVALORIZZAZIONE E NUOVI SOGGETTI

Le tema­ti­che dei «nuo­vi biso­gni», dell’«operaio socia­le», dell’«autovalorizzazione», che sono il pun­to di appro­do dell’«autonomia», sono lo svi­lup­po linea­re di que­sto approc­cio.
Il diva­rio tra pro­du­zio­ne di capi­ta­le e orga­niz­za­zio­ne socia­le si è appro­fon­di­ti fino a far cor­ri­spon­de­re ad un indi­vi­duo socia­le ric­co di capa­ci­tà, infor­ma­zio­ni, cono­scen­ze, biso­gni, desi­de­ri, una pro­du­zio­ne pove­ra che rie­sce ad orga­niz­za­re non solo una par­te cre­scen­te­men­te ridot­ta del suo tem­po, ma quel­la par­te di esso che è più mise­ra e vuo­ta, insie­me, del­le cose che si cono­sco­no e di quel­le che si desi­de­ra­no.
Una pro­du­zio­ne che costi­tui­sce solo una par­te del­le inter­re­la­zio­ni socia­li di chi vi par­te­ci­pa, che è un fram­men­to e non la sin­te­si di tut­ta la coo­pe­ra­zio­ne socia­le; soprat­tut­to, una pro­du­zio­ne che tale coo­pe­ra­zio­ne, nel suo insie­me, non rie­sce più a coman­da­re ed ordi­na­re.

La cir­co­la­zio­ne dei ruo­li e del­le cono­scen­ze in modo cre­scen­te e rile­van­te non si ordi­na più secon­do i cri­te­ri del lavo­ro pro­dut­ti­vo di capi­ta­le, secon­do le rego­le del­la pre­sta­zio­ne di lavo­ro.
Que­ste rego­le coman­da­no una quan­ti­tà di risor­se che non è più suf­fi­cien­te ad ordi­na­re l’insieme del­la ripro­du­zio­ne socia­le, i pun­ti di disper­sio­ne e disor­di­ne rispet­to ad essa si sono mol­ti­pli­ca­ti a dismi­su­ra e già si intra­ve­do­no i pri­mi, eva­ne­scen­ti segni di un pos­si­bi­le diver­so prin­ci­pio ordi­na­to­re: valo­re d’uso con­tro valo­re di scam­bio, con­cre­tez­za dei biso­gni dell’«individuo socia­le ric­co» che si con­trap­po­ne all’universo seria­le, capa­ce solo di deter­mi­na­zio­ne quan­ti­ta­ti­va, dal biso­gno ripro­dut­ti­vo del­la for­za-lavo­ro, al biso­gno astrat­to del­la «neces­si­tà», del­la «scar­si­tà natu­ra­le».
Non è più sol­tan­to sala­rio con­tro pro­fit­to, cioè l’autonomia di inte­res­si con­trap­po­sti nell’unità di un mec­ca­ni­smo socia­le, ma l’individuazione di una con­trap­po­si­zio­ne pos­si­bi­le tra due modi di pro­du­zio­ne, due uni­ver­si di rap­por­ti socia­li. Ciò che defi­ni­sce il pas­sag­gio dal­la pri­ma arti­co­la­zio­ne del discor­so – quel­la sala­ria­le – alla secon­da – il «movi­men­to del valo­re d’uso» –, è in defi­ni­ti­va la cri­si del con­cet­to di svi­lup­po: che è la capa­ci­tà di sin­te­si capi­ta­li­sta del­la dua­li­tà di pote­ri che vivo­no nel modo di pro­du­zio­ne.
Da que­sto pun­to di vista, la lun­ga alter­nan­za di cri­si e sta­gna­zio­ne che si apre con gli anni ’70, in Ita­lia e in tut­to l’Occidente, appa­re all’autonomia come inca­pa­ci­tà dell’interesse di par­te capi­ta­li­sta ad esse­re sin­te­si di tut­ta la orga­niz­za­zio­ne, comu­ni­ca­zio­ne, cono­scen­za socia­le; come inca­pa­ci­tà di orga­niz­za­re den­tro il tem­po di lavo­ro tut­te le risor­se socia­li e die­tro la gerar­chia che lo coman­da tut­to il tem­po socia­le.
È come dire che la sin­te­si pro­dut­ti­va e poli­ti­ca che il rap­por­to di capi­ta­le offre appa­re pove­ra a fron­te del­la ric­chez­za cre­scen­te del tes­su­to socia­le che si costrui­sce attor­no alle lot­te; attor­no a que­sto vie­ne a gra­vi­ta­re una quan­ti­tà estre­ma­men­te ele­va­ta di risor­se pro­dut­ti­ve in ter­mi­ni di capa­ci­tà di coo­pe­ra­zio­ne socia­le, scam­bio ed ela­bo­ra­zio­ne di infor­ma­zio­ni e cono­scen­ze, coman­do sul tem­po socia­le.

La comu­ni­ca­zio­ne socia­le appa­re allar­gar­si a dismi­su­ra, svin­co­lan­do­si in lar­ga par­te dal prin­ci­pio di pre­sta­zio­ne che rego­la il rap­por­to di sala­rio, e que­sto non è più capa­ce di coman­da­re in modo pie­no la gerar­chia socia­le: una quo­ta cre­scen­te del­la ric­chez­za socia­le è inchio­da­ta a finan­zia­re, attra­ver­so le più diver­se for­me di assi­sten­za, non la pre­sta­zio­ne lavo­ra­ti­va ma la rigi­di­tà rispet­to ad essa e il suo rifiu­to, con­tem­po­ra­nea­men­te ren­den­do social­men­te irri­le­van­te, non mar­gi­na­liz­zan­te, la esclu­sio­ne da essa.
D’altro can­to, la fab­bri­ca non coman­da più, attra­ver­so il mer­ca­to del lavo­ro, l’insieme dei com­por­ta­men­ti socia­li, e la coo­pe­ra­zio­ne socia­le appa­re più lar­ga e ric­ca di quel­la che ani­ma il lavo­ro pro­dut­ti­vo di capi­ta­le: grup­pi socia­li in lar­ga misu­ra espul­si dal rap­por­to di lavo­ro, i gio­va­ni e le don­ne, con­qui­sta­no for­za di espres­sio­ne e pote­re socia­le, e men­tre il tem­po di lavo­ro di ognu­no non solo vie­ne sog­get­ti­va­men­te vis­su­to come espro­pria­zio­ne di vita, come con­dan­na e mise­ria, ma ogget­ti­va­men­te si svuo­ta di cono­scen­za e for­za crea­ti­va, il tem­po libe­ro in misu­ra cre­scen­te ces­sa di esse­re il tem­po subal­ter­no del­la ripro­du­zio­ne del­la for­za-lavo­ro per dive­ni­re tem­po ric­co di scam­bi e rela­zio­ni socia­li, capa­ce di comu­ni­ca­zio­ne, ela­bo­ra­zio­ne, coor­di­na­men­to, deten­to­re di risor­se ingen­ti e cono­scen­ze; insom­ma, una for­za pro­dut­ti­va, che non è ugua­le al lavo­ro, ha un regi­me socia­le più lar­go, è atti­va­men­te abi­ta­ta dal­la lot­ta con­tro il lavo­ro.
Tut­to que­sto tes­su­to di fat­ti nuo­vi, que­sta modi­fi­ca­zio­ne pro­fon­da inter­ve­nu­ta nel modo di pro­du­zio­ne, è even­to poten­te, non emar­gi­na­bi­le.
A sua vol­ta però non è capa­ce di esse­re uni­vo­ca­men­te for­za di una sin­te­si alter­na­ti­va: trop­pe cose non sa maneg­gia­re, trop­pe risor­se gli sfug­go­no, anche se non è vero che ha quel pes­si­mo rap­por­to con la tec­no­lo­gia che si dice, ed anche se sul ter­re­no del­la pro­du­zio­ne è comin­cia­to ad entra­re non più solo come resi­sten­za e sabo­tag­gio ma anche come for­za crea­ti­va.

È un discor­so sul­la tran­si­zio­ne, sul­la migra­zio­ne di mas­sa dal lavo­ro pro­dut­ti­vo di capi­ta­le, e sui suoi pos­si­bi­li esi­ti.
In sostan­za, rispet­to alle rot­tu­re ope­ra­te dall’operaismo sul cor­pus teo­ri­co del mar­xi­smo-leni­ni­smo, l’esperienza «auto­no­ma» aggiun­ge una con­ce­zio­ne del­la cri­si che non è più quel­la del «col­las­so socia­le», dell’esplosione del­la inca­pa­ci­tà di fon­do del capi­ta­le di far fron­te alle esi­gen­ze socia­li, ben­sì quel­la del­la esplo­sio­ne di rela­zio­ni socia­li, trop­po ric­che per esse­re ricon­dot­te al rap­por­to di capi­ta­le, quel­la dei limi­ti del coman­do di capi­ta­le su tut­ta la socie­tà: non il cre­sce­re del­la mise­ria, ma del movi­men­to di eman­ci­pa­zio­ne, sta alla base del «biso­gno di comu­ni­smo».
Come dire, il con­tra­rio di una teo­ria del­la cata­stro­fe: alla base di tut­to ci si accor­ge che c’è la rile­va­zio­ne del­la ina­de­gua­tez­za, del­la pover­tà, dei rap­por­ti di pote­re pre­sen­ti a fron­te del­la ric­chez­za del­le rela­zio­ni socia­li che si sono svi­lup­pa­te e sono operanti.

IL RAPPORTO CON LE ISTITUZIONI NELLA STORIA DELL’AUTONOMIA

Den­tro que­sta for­ma del muta­men­to socia­le, den­tro que­sto pro­ble­ma del pas­sag­gio di pote­ri dal lavo­ro al non lavo­ro, la que­stio­ne del pote­re sta­ta­le si pone sem­pre in ter­mi­ni di con­trat­ta­zio­ne, mai di «occu­pa­zio­ne» o sosti­tu­zio­ne. Nel­la sto­ria del­l’au­to­no­mia ciò vuol dire che esso si pre­sen­ta sem­pre in ter­mi­ni di «tat­ti­ca», mai di «stra­te­gia», e che dif­fi­cil­men­te si pre­sta ad esse­re il luo­go cen­tra­le del­l’i­den­ti­tà poli­ti­ca.

È pro­ble­ma tat­ti­co, di rimo­zio­ne del­le resi­sten­ze, non stra­te­gi­co, di costru­zio­ne del mec­ca­ni­smo di gui­da del pro­ces­so.
Pro­ble­ma «tat­ti­co» in sen­so for­te nel­la pri­ma fase del movi­men­ti, fino allo scio­gli­men­to di Pote­re ope­ra­io; «tat­ti­co» in sen­so debo­le nel­la secon­da fase, quel­la dell’area dal­l’au­to­no­mia pro­pria­men­te det­ta.
«In sen­so for­te» vuoi dire capa­ce di espri­me­re una iden­ti­tà poli­ti­ca e orga­niz­za­ti­va com­ples­sa, un pro­get­to di par­ti­to: al movi­men­to la stra­te­gia, il comu­ni­smo, al par­ti­to la tat­ti­ca, la rimo­zio­ne degli osta­co­li, la capa­ci­tà di rot­tu­ra.
Come dire, Pote­re ope­ra­io, il «par­ti­to dell’insurrezione».
Dove insur­re­zio­ne non è pro­get­to di pote­re poli­ti­co — nè «tut­to il pote­re ai soviet» né «gover­no ope­ra­io» — ma ricom­po­si­zio­ne del movi­men­to, rot­tu­ra del con­trol­lo poli­ti­co-socia­le attor­no alla for­za uni­fi­can­te di alcu­ne paro­le d’or­di­ne, come «sala­rio garan­ti­to», capa­ci di coa­gu­la­re in un pun­to le ener­gie per met­te­re un cuneo, far arre­tra­re le isti­tu­zio­ni, allar­ga­re gli spa­zi del movi­men­to.

Uni­fi­ca­re il movi­men­to, scar­di­na­re il con­trol­lo, que­sto il pro­ble­ma. E il con­trol­lo non è mili­ta­re se non in ulti­ma istan­za: non è que­stio­ne di guer­ra ma di diso­mo­ge­nei­tà nel­la com­po­si­zio­ne di clas­se, di pun­ti for­ti e debo­li, di con­trad­di­zio­ni, e del­la pos­si­bi­li­tà di tro­va­re quel mini­mo comu­ne deno­mi­na­to­re che fun­zio­ni da maglio e per­met­ta che la cre­sci­ta ripren­da a un livel­lo più avan­za­to.
Non è la pre­sa del pote­re ma la rot­tu­ra degli argi­ni.
Ma c’è un’en­fa­si, un’an­sia, una for­za­tu­ra che non tro­va­no riscon­tro.
Enfa­si sul­la for­za degli argi­ni, ansia sul­la tenu­ta del movi­men­to, for­za­tu­ra sul carat­te­re neces­sa­ria­men­te fron­ta­le del­lo scon­tro: il bloc­co del­le lot­te, la disar­ti­co­la­zio­ne di clas­se, il riflus­so di fron­te alla ristrut­tu­ra­zio­ne appa­ri­va­no i pun­ti di rife­ri­men­to obbli­ga­ti del discor­so sul­la rot­tu­ra.

Nel­la real­tà gli argi­ni sono sta­ti tut­ti aggi­ra­ti, a un costo bas­so, e la cri­si eco­no­mi­ca ha sapu­to misu­ra­re non tan­to la viru­len­za del con­trat­tac­co capi­ta­li­sti­co quan­to la ampiez­za degli spa­zi con­qui­sta­ti dal movi­men­to.
Il movi­men­to del rifiu­to del lavo­ro non ha assal­ta­to la socie­tà poli­ti­ca, si è mes­so a girar­le attor­no, con­fer­man­do tut­ti gli stru­men­ti di gover­no ma ponen­do vin­co­li cre­scen­ti alla loro selet­ti­vi­tà, impe­gnan­do una lar­ga fet­ta di ric­chez­za a paga­re in modo indif­fe­ren­zia­to il con­sen­so tri­bui­to: nel­la sostan­za, ha anti­ci­pa­to e caval­ca­to la ristrut­tu­ra­zio­ne capi­ta­li­sta pie­gan­do­la al rispet­to del­la pro­pria uni­tà, ren­den­do­la con­trad­dit­to­ria, ero­den­do­ne la capa­ci­tà di coman­do socia­le ed allar­gan­do i pro­pri spa­zi di pote­re e gestio­ne.
La rigi­di­tà del­le isti­tu­zio­ni è sta­ta mas­si­ma sul pia­no for­ma­le, al pun­to da impe­di­re qual­sia­si for­ma di rap­pre­sen­ta­zio­ne poli­ti­ca del muta­men­to, da rimuo­ve­re per­fi­no il pro­ble­ma del­la sua legit­ti­mi­tà, ma que­sta ope­ra­zio­ne ha avu­to un cor­ri­spet­ti­vo pesan­te in ter­mi­ni di fra­gi­li­tà sostan­zia­le, di per­di­ta sec­ca di capa­ci­tà di governo.In que­sto slit­ta­men­to dei pia­ni del con­fron­to è nau­fra­ga­to il pro­get­to poli­ti­co di Pote­re ope­ra­io; nel ’73 esplo­de la sua cri­si.
L’u­ni­fi­ca­zio­ne «tat­ti­ca» che esso pro­po­ne appa­re ridut­ti­va di fron­te alla mol­te­pli­ci­tà dei livel­li di scon­tro che si sono aper­ti, dei lin­guag­gi che il movi­men­to pra­ti­ca, degli spa­zi di cre­sci­ta agi­bi­li da par­te di una ric­chez­za di sog­get­ti socia­li la cui iden­ti­tà col­let­ti­va è com­ples­sa, non ridu­ci­bi­le ad una « uni­tà » di bre­ve momen­to.

La rap­pre­sen­ta­zio­ne gene­ra­le del movi­men­to in una sem­pli­ce chia­ve anti­sti­tu­zio­na­le appa­re insie­me impos­si­bi­le e non neces­sa­ria, una for­za­tu­ra estre­mi­sta.
Su que­ste basi Pote­re ope­ra­io si scioglie.La pro­spet­ti­va aper­ta a que­sto pun­to, per l’au­to­no­mia, è quel­la di un’a­de­ren­za tota­le al movi­men­to den­tro l’ab­ban­do­no di ogni pro­get­to di «gran­de tat­ti­ca», di cen­tra­liz­za­zio­ne e uni­fi­ca­zio­ne, che vada oltre il ter­re­no effet­ti­va­men­te offer­to dai con­te­nu­ti e livel­li di cre­sci­ta vol­ta a vol­ta dati: non è pos­si­bi­le man­te­ne­re la diva­ri­ca­zio­ne di tat­ti­ca e stra­te­gia, di par­ti­to e movi­men­to, di poli­ti­ca e comu­ni­smo.
Il solo ter­re­no di uni­fi­ca­zio­ne del movi­men­to che appa­re pra­ti­ca­bi­le non è poli­ti­co ma pro­dut­ti­vo, è la sin­te­si pra­ti­ca degli spa­zi di pote­re vol­ta a vol­ta con­qui­sta­ti: il pote­re comu­ni­sta cre­sce gior­no per gior­no nel­lo scon­tro tra lavo­ro e rifiu­to del lavo­ro, con for­me e moda­li­tà vol­ta a vol­ta diver­se, e su que­sto mede­si­mo ter­re­no deve por­si il pro­ble­ma del­la tat­ti­ca, su que­sto esse­re risol­to quel­lo del­lo sta­to.
Non vi è posto per una iden­ti­tà di movi­men­to diver­sa da que­sta, né più sem­pli­ce del­la costru­zio­ne del comu­ni­smo che cre­sce nel­la socie­tà, e il coman­do poli­ti­co-mili­ta­re del­lo Sta­to va affron­ta­to là dove emer­ge come spe­ci­fi­ca con­trad­di­zio­ne, nei suoi luo­ghi ter­mi­na­li che van­no pia­no pia­no rosic­chia­ti.
Il pro­ble­ma del­lo Sta­to ces­sa di esse­re il luo­go di una iden­ti­tà «tat­ti­ca» faci­le, vie­ne rias­sor­bi­to nel­la dimen­sio­ne più com­ples­sa del­la costi­tu­zio­ne dei rap­por­ti di pro­du­zio­ne emer­gen­ti.

Allar­ga­men­to degli spa­zi sul ter­re­no su cui si apro­no, in nes­sun caso con­cen­tra­zio­ne del­le for­ze attor­no ad un’u­ni­tà mini­ma­le e «rap­pre­sen­ta­ti­va», ma sca­vo in pro­fon­do den­tro le diso­mo­ge­nei­tà, le discon­ti­nui­tà del tes­su­to di clas­se per­ché è attor­no ad esse che si arti­co­la il pote­re nuo­vo. Che è dif­fu­so, disper­so, non sin­te­ti­co.
È un discor­so attor­no al qua­le ruo­ta un gene­ra­le spo­sta­men­to di atten­zio­ne sul pia­no del­le tema­ti­che e degli obiet­ti­vi, non solo del­la for­ma orga­niz­za­ti­va: dall’«insurrezione» alla «lot­ta di lun­ga dura­ta», dal­le «sca­den­ze» attor­no ad obiet­ti­vi uni­fi­can­ti alla appro­pria­zio­ne.
«La pra­ti­ca del­l’ap­pro­pria­zio­ne» divie­ne il pun­to d’i­den­ti­tà for­se più rile­van­te del­l’a­rea poli­ti­ca che si costi­tui­sce.
Appro­pria­zio­ne di beni, cioè espro­prio, ille­ga­li­tà di mas­sa, «vio­len­za dif­fu­sa»; ma anche auto­ri­du­zio­ne del­le tarif­fe socia­li, cioè allar­ga­men­to del­la lega­li­tà sul­la base del con­sen­so; e «appro­pria­zio­ne» in fab­bri­ca del­la ridu­zio­ne del­l’o­ra­rio di lavo­ro, sua ridu­zio­ne uni­la­te­ra­le, non con­trat­ta­ta ma attua­zio­ne ope­ra­ti­va di una deci­sio­ne di par­te, di un «decre­to».
Insom­ma, appro­pria­zio­ne come supe­ra­men­to del­la trat­ta­ti­va, come gestio­ne di un pote­re di fat­to sul­la distri­bu­zio­ne del­la ric­chez­za come sul­l’o­ra­rio di lavo­ro là ove que­sto sia pra­ti­ca­bi­le: una tema­ti­ca che ben si adat­ta ad un discor­so «mole­co­la­re» sul pote­re, ma i cui limi­ti arti­gia­na­li sono evi­den­ti.

Sono il loca­li­smo, la ridu­zio­ne del pro­ble­ma del­la misu­ra gene­ra­le dei rap­por­ti di for­za alla pra­ti­ca loca­le del con­tro-pote­re.
In effet­ti, ogni vol­ta che una lot­ta cre­sce­rà fino a por­re pro­ble­mi di carat­te­re gene­ra­le per il movi­men­to, ogni vol­ta che il ter­re­no di scon­tro si alze­rà fino ad assu­me­re una valen­za esem­pla­re, que­sto discor­so mostre­rà la cor­da, divi­so com’è tra la volon­tà di una iden­ti­tà pie­na­men­te socia­le e il biso­gno del­la poli­ti­ca, del­la «rap­pre­sen­ta­zio­ne gene­ra­le» del­le for­ze in cam­po, del­la con­cen­tra­zio­ne del­le risor­se.

Una con­trad­di­zio­ne mai supe­ra­ta, che si espri­me­rà da un lato come vita­li­tà e dif­fu­sio­ne, capa­ci­tà di inter­pre­ta­re il nuo­vo ed ade­rir­vi, del­l’a­rea del­l’au­to­no­mia, dal­l’al­tro come pover­tà e fram­men­ta­rie­tà dei suoi livel­li orga­niz­za­ti­vi e, insie­me, come costan­te dispo­ni­bi­li­tà alla enfa­tiz­za­zio­ne mino­ri­ta­ria ed esem­pla­re del­la pro­pria azio­ne nel ten­ta­ti­vo di far fron­te ai pro­ble­mi inso­lu­ti del­l’i­den­ti­tà e del­lo scon­tro poli­ti­co.
È den­tro que­sta situa­zio­ne che la tema­ti­ca del con­tro-pote­re vie­ne for­za­ta ad esse­re, da base poten­te ma loca­le di con­so­li­da­men­to di ben defi­ni­te espe­rien­ze orga­niz­za­ti­ve, ideo­lo­gia col­let­ti­va, iden­ti­tà gene­ra­le di movi­men­to. Una iden­ti­tà impos­si­bi­le, per­ché solo in casi estre­mi e per stra­ti socia­li mol­to par­ti­co­la­ri, rigi­da­men­te defi­ni­ti nel sen­so del­l’e­sclu­sio­ne da rap­por­ti par­te­ci­pa­ti­vi, un muta­men­to nel­la distri­bu­zio­ne socia­le del pote­re si espri­me come «con­tro-pote­re»: in gene­ra­le i mec­ca­ni­smi del­la con­trat­ta­zio­ne infor­ma­le e quel­la par­ti­co­la­re for­ma di appro­pria­zio­ne di risor­se — mone­ta­rie e di tem­po — che si mani­fe­sta nel­la cadu­ta di effi­cien­za nel rap­por­to di pre­sta­zio­ne, costi­tui­sco­no solu­zio­ni meno dispen­dio­se social­men­te e poli­ti­ca­men­te.
Una iden­ti­tà impos­si­bi­le, ma che con natu­ra­lez­za ten­de a pre­sen­tar­si come pra­ti­ca «nor­ma­le» del rap­por­to col pote­re quan­do lo scon­tro è con un tes­su­to isti­tu­zio­na­le con­no­ta­to da una rigi­di­tà, da una inca­pa­ci­tà di modi­fi­ca­zio­ne e rifor­ma, tale da por­re il pro­ble­ma del pote­re quo­ti­dia­na­men­te in ter­mi­ni tota­li­ta­ri.
Per­ché è un tes­su­to isti­tu­zio­na­le pro­te­so ad acqui­si­re alla clas­se poli­ti­ca ogni ter­re­no di espres­sio­ne socia­le, a gio­ca­re le sue car­te non sul ter­re­no del mono­po­lio del­la rap­pre­sen­tan­za legit­ti­ma ma su quel­lo socia­li­sta del mono­po­lio del­la comu­ni­ca­zio­ne socia­le.

In que­sta acce­zio­ne del «con­tro-pote­re», il pro­ble­ma del­lo Sta­to sole mar­gi­nal­men­te costi­tui­sce luo­go di iden­ti­tà socia­le e poli­ti­ca del movi­men­to: ciò avvie­ne per alcu­ne, impor­tan­ti ma limi­ta­te, espe­rien­ze orga­niz­za­ti­ve ma non rie­sce ad esse­re il tes­su­to con­net­ti­vo effet­ti­vo del­le più con­si­sten­ti espe­rien­ze di lot­ta.
E allo­ra la sto­ria del­l’au­to­no­mia di que­sti anni appa­re pri­va di un vero cen­tro foca­le: due espe­rien­ze sal­da­men­te radi­ca­te in fasce lar­ghe di pro­le­ta­ria­to gio­va­ni­le e ope­ra­io a Roma e Pado­va; una gran­de ric­chez­za di espe­rien­ze, dal­la Assem­blea auto­no­ma del­l’Al­fa ai cir­co­li del pro­le­ta­ria­to gio­va­ni­le, a Mila­no, den­tro una flui­di­tà orga­niz­za­ti­va pra­ti­ca­men­te ine­stri­ca­bi­le; un per­cor­so di gran­dis­si­me espe­rien­ze di lot­ta, dal­l’oc­cu­pa­zio­ne del ’73 alle lot­te del ’74 fino ai pic­chet­ti cit­ta­di­ni del ’79 alla Fiat, sen­za una tra­ma orga­niz­za­ti­va in qual­che modo sta­bi­liz­za­ta e rico­no­sci­bi­le; una quan­ti­tà enor­me e non cen­si­bi­le di col­let­ti­vi loca­li spar­si ovun­que; le esplo­sio­ni del ’77 a Roma e Bolo­gna, in nes­sun modo ricon­du­ci­bi­li ad espe­rien­ze orga­niz­za­ti­ve ante­ce­den­ti ma che tut­te le inglo­ba­no.
In que­sto modo com­ples­so, fat­to di discon­ti­nui­tà e diva­rio fra lot­te ed orga­niz­za­zio­ne, il movi­men­to del rifiu­to del lavo­ro si incro­cia con una sto­ria poli­ti­ca che, pur volen­do ade­rir­vi ed essen­do­ne con­ti­nua­men­te ali­men­ta­ta, non rie­sce ad esse­re rispo­sta ai pro­ble­mi che ven­go­no posti.
È una sto­ria che ha una chia­ve sem­pli­ce: la ade­ren­za ai livel­li più ele­va­ti del­lo scon­tro socia­le di que­sti anni, l’in­ca­pa­ci­tà di ela­bo­ra­re una iden­ti­tà abba­stan­za arti­co­la­ta da saper ren­de­re con­to del­l’in­sie­me del tes­su­to di comu­ni­ca­zio­ne del movi­men­to e da saper rap­por­tar­si ad esso in modo diver­so dal­la ripro­po­si­zio­ne esem­pla­re del­l’e­spe­rien­za guida.Dentro que­sto qua­dro il movi­men­to del ’77 occu­pa un posto del tut­to par­ti­co­la­re: per la for­za del suo impat­to, per la novi­tà che espri­me, per come inno­va tut­ti i ter­mi­ni del­la que­stio­ne.

L’au­to­no­mia è l’u­ni­ca area poli­ti­ca che entra in con­tat­to con il movi­men­to, lo ali­men­ta e ne è ali­men­ta­ta. È anche l’u­ni­ca, di con­se­guen­za, a por­tar­vi i pro­pri limi­ti ed erro­ri.
Il ’77 sve­la il mino­ri­ta­ri­smo ed il mini­ma­li­smo del pro­get­to poli­ti­co del­l’au­to­no­mia, il miste­ro del­l’ir­ri­sol­to pro­ble­ma del «poli­ti­co» in essa; sve­la anche come sia il solo ten­ta­ti­vo di inter­pre­ta­re e ren­de­re poten­te il pro­ces­so di muta­men­to che ci attra­ver­sa.
Soprat­tut­to, cam­bia le car­te in tavo­la, slar­ga gli oriz­zon­ti: l’am­piez­za del­la mobi­li­ta­zio­ne ha rot­to, pro­ba­bil­men­te per sem­pre, quel gusto risor­gi­men­ta­le per i pic­co­li nume­ri che ave­va cer­ca­to di soprav­vi­ve­re, uni­co «leni­ni­smo» pos­si­bi­le, al crol­lo del­l’i­dea di par­ti­to; e, insie­me, la mol­ti­pli­ca­zio­ne dei lin­guag­gi, lo spez­zar­si del ger­go «poli­ti­co» e l’e­splo­de­re del discor­so sul­le «dif­fe­ren­ze» han­no posto sul tap­pe­to, pra­ti­ca­men­te, la urgen­za e la pos­si­bi­li­tà, le risor­se, di una iden­ti­tà col­let­ti­va com­ples­sa anco­ra­ta alla ric­chez­za del­le for­ze pro­dut­ti­ve espres­se, non appiat­ti­ta sul­l’an­tii­sti­tu­zio­na­li­smo ritua­le del­la sto­ria «auto­no­ma» appe­na tra­scor­sa.
La com­pat­ta mise­ria di una «socie­tà poli­ti­ca» — chi ha det­to che era la pri­ma? — abi­tua­ta fin dal ’68 a con­si­de­ra­re la restau­ra­zio­ne l’u­ni­ca rifor­ma pos­si­bi­le ed il «riflus­so» la sola for­ma ammes­sa di movi­men­to, è insor­ta, a Bolo­gna pri­ma che a Roma, con­tro l’ag­gres­si­va novi­tà, offren­do lo sta­to d’as­se­dio come uni­co ter­re­no di con­fron­to pos­si­bi­le: quel­li che chia­ma­no l’a­bi­tu­di­ne alla pro­pria per­so­na­le impu­ni­tà «infi­ni­ta poten­za del­lo Sta­to», sono par­ti­ti all’as­sal­to del movi­men­to.
Han­no avu­to vita faci­le, per­ché la secon­da socie­tà non è capa­ce di con­cen­tra­re pote­re, nem­me­no per difen­der­si, sa solo disper­der­lo; e poi sa svuo­ta­re le vit­to­rie nemi­che. È quel­lo che è suc­ces­so.

Pen­sa­va­no di dover spie­ga­re a quat­tro emar­gi­na­ti trop­po stra­fot­ten­ti chi è che coman­da a que­sto mon­do; non era così, e sono i car­ri arma­ti di Zan­ghe­ri e Cos­si­ga quel soli­do nes­so tra auto­no­mia e ter­ro­ri­smo che Calo­ge­ro tan­to ha cer­ca­to.
Non nel sen­so che la guer­ra sia in que­sto caso «la con­ti­nua­zio­ne del­la poli­ti­ca con altri mez­zi»; piut­to­sto in quel­lo, deter­mi­na­to, che il ter­ro­ri­smo in Ita­lia misu­ra insie­me l’am­piez­za del muta­men­to che ha inve­sti­to la gerar­chla socia­le e la distri­bu­zio­ne del pote­re, e la resi­sten­za del­le isti­tu­zio­ni a pren­der­ne atto. Cioè misu­ra, in ter­mi­ni di costo socia­le, la pover­tà del­la clas­se poli­ti­ca e la sua pro­ter­via.
Non che sia una misu­ra che ser­va a qual­che cosa, ma non è la sua inu­ti­li­tà a toglier­gli for­za: per­ché ciò che con­ta nel ter­ro­ri­smo non è il pro­get­to poli­ti­co, che è fra­gi­le ed anti­co, — trop­po anti­co per pesa­re dav­ve­ro —. non la capa­ci­tà di libe­ra­zio­ne, che non c’è, ma la sem­pli­ci­tà, la faci­li­tà.

Una faci­li­tà che toc­ca il cuo­re dei pro­ble­mi che vivia­mo, che va alla radi­ce del­le cose.
Al fat­to che lo Sta­to moder­no, in un pae­se svi­lup­pa­to, è «debo­le» strut­tu­ral­men­te, detie­ne una quo­ta di pote­re rela­ti­va­men­te bas­sa nei con­fron­ti del resto del­la socie­tà e deve costan­te­men­te ren­de­re con­to del­l’u­so che ne fa.
E que­sto è il solo, gran­de, even­to pro­gres­si­vo e demo­cra­ti­co del nostro tem­po: le risor­se eco­no­mi­che, come quel­le mili­ta­ri, sono rela­ti­va­men­te poco con­cen­tra­te, e, para­dos­sal­men­te, è cre­sciu­to di più il pote­re di con­trol­lo del cit­ta­di­no sul­lo Sta­to che non l’in­ver­so.
Il che vuoi dire che i cana­li isti­tu­zio­na­li di que­sto con­trol­lo devo­no esse­re effi­cien­ti, altri­men­ti se ne apro­no altri.
Per­ché l’an­ti­co sovra­no dove­va rispon­de­re del­le sue azio­ni a un nume­ro ristret­to di per­so­ne, agli altri sovra­ni e ai suoi paren­ti, a «quel­li come lui», che soli ave­va­no pote­re di con­trol­lo, che è sem­pre pote­re di ucci­de­re, in ulti­ma istan­za, e la sto­ria del pote­re era la sha­ke­spea­ria­na tra­ge­dia del­la lot­ta tra con­san­gui­nei; men­tre oggi il «prin­ci­pe» vive tra la fol­la e a tut­ti deve spie­ga­re, per­ché non c’è poli­zia al mon­do che a lun­go lo pos­sa difen­de­re nel­la gran­de cit­tà.
Il fat­to real­men­te ever­si­vo del rapi­men­to Moro non era il «com­plot­to» — il sogno mala­to di quel­li che pen­sa­no che il pote­re si divi­da sem­pre, anco­ra, tra i mem­bri del­la «clas­se diri­gen­te», la spe­ran­za clas­si­sta e ras­si­cu­ran­te di chi vuo­le che sia­no i «pro­fes­so­ri» o gli emis­sa­ri del­le «poten­ze impe­ria­li» a tira­re le fila «die­tro le quin­te», a «coman­da­re» —, ma la sua assen­za, il fat­to che era­no poche deci­ne di lavo­ra­to­ri dipen­den­ti o disoc­cu­pa­ti che si era­no orga­niz­za­ti per far­lo, con un pro­gram­ma poli­ti­co non chia­ro ed uno scar­so inte­res­se al con­sen­so: que­sto e il fat­to che la cul­tu­ra «domi­nan­te» ha volu­to rimuo­ve­re nel pro­fon­do, la cosa a cui, dav­ve­ro, non rie­sce a cre­de­re.
Que­sta è la for­za del ter­ro­ri­smo, la chia­ve del­la sua ripro­du­ci­bi­li­tà, del suo carat­te­re «moder­no» al di là del­la sta­gio­na­tu­ra del­le ideo­lo­gie che agi­ta; ciò non toglie che sia inu­ti­le, pri­vo del­la pos­si­bi­li­tà di risol­ve­re i pro­ble­mi che espri­me.

Inu­ti­le esat­ta­men­te come la repres­sio­ne, costi sec­chi di una situa­zio­ne bloc­ca­ta.
C’è una ideo­lo­gia, cile­na direi, che domi­na la nostra «clas­se diri­gen­te», a destra come a sini­stra, e che è fat­ta del­l’in­ti­ma con­vin­zio­ne del­l’on­ni­po­ten­za del­l’ap­pa­ra­to mili­ta­re del­lo Sta­to, del carat­te­re in ulti­ma istan­za riso­lu­ti­vo, per quan­to sgra­de­vo­le, di una repres­sio­ne desi­de­ra­ta o temu­ta; è, come dire, una riser­va men­ta­le sul­la rever­si­bi­li­tà del­la «demo­cra­zia», dono del­la pace ma sem­pre pron­ta a cede­re il pas­so alle cru­de­li neces­si­tà del­la guer­ra.
A que­sta con­vin­zio­ne, che ren­de così infiam­ma­bi­li e stuz­zi­ca­rel­li i nostri poli­ti­ci, c’è un argo­men­to da obiet­ta­re, ed è che nei pae­si svi­lup­pa­ti, come il nostro che è più vici­no all’A­me­ri­ca che al Cile, dove la socie­tà è ric­ca e i mez­zi di comu­ni­ca­zio­ne dif­fu­si, l’in­fi­ni­ta ripro­du­ci­bi­li­tà del ter­ro­ri­smo, esat­ta­men­te come l’in­fi­ni­ta poten­za distrut­ti­va del­la bom­ba ato­mi­ca, impe­di­sce che ci pos­sa più esse­re solu­zio­ne mili­ta­re ad un pro­ble­ma poli­ti­co che non sia pro­prio mol­to pic­co­lo: la guer­ra pos­sie­de una auto­no­mia tec­no­lo­gi­ca tale e veste for­me così radi­ca­li che non è più stru­men­to doci­le da usa­re, non è appli­ca­bi­le a fini limi­ta­ti, se non in fun­zio­ne dimo­stra­ti­va, in for­ma simu­la­ta, per inne­sca­re la trat­ta­ti­va.
E lo Sta­to moder­no trat­ta, a tut­ti i livel­li: poi­ché sa di non esse­re l’u­ni­co pote­re, lo Sta­to ricer­ca la fles­si­bi­li­tà, cer­ca di caval­ca­re la nuo­va vici­nan­za con la socie­tà facen­do­si per­mea­bi­le ed atten­to, allar­gan­do i cana­li di comu­ni­ca­zio­ne, coop­tan­do e sele­zio­nan­do, fil­tran­do il muta­men­to per impe­di­re l’ac­cu­mu­lo di risor­se nemi­che: è uno Sta­to rifor­mi­sta per natu­ra e voca­zio­ne.
Quel­lo ita­lia­no no: è immo­bi­le e ris­so­so, col­ti­va il cul­to del­la for­za ed ha l’or­di­ne pub­bli­co come ter­re­no di incon­tro pri­vi­le­gia­to con il muta­men­to socia­le.
Ne paghia­mo le spe­se, tutti.

IL RIFIUTO DEL LAVORO

Par­la­re dell’«autonomia ope­ra­ia» dopo il 7 Apri­le è insie­me cosa dif­fi­ci­le e impel­len­te.
Dif­fi­ci­le per­ché l’«equazione Calo­ge­ro» e il raf­for­zar­si del­le spin­te isti­tu­zio­na­li a una solu­zio­ne mili­ta­re del pro­ble­ma han­no accre­di­ta­to di essa una imma­gi­ne pove­ra­men­te guer­re­sca, appiat­ti­ta su quel­la del ter­ro­ri­smo, impel­len­te per­ché die­tro il fra­go­re dell’operazione è comin­cia­ta a emer­ge­re, for­se per la pri­ma vol­ta agli occhi di un pub­bli­co così vasto, la pro­fon­di­tà, tena­cia e ampiez­za di un feno­me­no poli­ti­co e socia­le che si è volu­to con­si­de­ra­re mar­gi­na­le, tra­scu­ra­bi­le, pove­ro. Fat­to­ne un pro­ble­ma di sta­to ad usum bel­li, die­tro l’immagine odio­sa che la cul­tu­ra uffi­cia­le ha sco­per­to e fat­to cir­co­la­re di esso, tra­pe­la­no i segni di una sto­ria ric­ca che attra­ver­sa tut­to il tes­su­to di lot­ta di que­sti anni e sui cui nodi trop­po age­vol­men­te, da par­te di trop­pi, si è sor­vo­la­to come su cosa irri­le­van­te.
Il risul­ta­to para­dos­sa­le di un anno di guer­ra fero­ce all’«autonomia» può esse­re la ria­per­tu­ra poten­te del discor­so sul muta­men­to socia­le che ha attra­ver­sa­to que­sto pae­se, sul­la ric­chez­za del­le sue espres­sio­ni poli­ti­che e sui loro limi­ti, sul­la radi­ca­li­tà del­la sua pra­ti­ca e la pover­tà del­la teo­ria; insom­ma, su quel bloc­co di pro­ble­mi la cui rimo­zio­ne col­let­ti­va per oppor­tu­ni­smo, pau­ra, mise­ria poli­ti­ca ed uma­na ci ha con­dot­to allo stal­lo san­gui­no­so che stia­mo viven­do.

Que­sto libro vuo­le offri­re una pri­ma docu­men­ta­zio­ne essen­zia­le a un discor­so di que­sto tipo.
È un taglio di pro­spet­ti­va che ren­de con­to di una impo­sta­zio­ne per altri ver­si «inge­nua», cioè idea­li­sta.
Vale a dire, del­la scel­ta di non limi­ta­re l’attenzione a quel­la pur varie­ga­ta area poli­ti­ca che all’inizio del ’74 si costi­tui­sce attor­no alla comu­ne deno­mi­na­zio­ne di «auto­no­mia ope­ra­ia»: si trat­ta di un’area di espe­rien­ze orga­niz­za­ti­ve trop­po ristret­ta per poter esse­re esclu­si­vo pun­to di rife­ri­men­to.
L’identità poli­ti­ca che espri­me è infat­ti trop­po incer­ta e appros­si­ma­ti­va per riu­sci­re a defi­ni­re dei con­fi­ni suf­fi­cien­te­men­te rigi­di al discor­so, e insie­me le espe­rien­ze che essa non com­pren­de sono trop­po signi­fi­ca­ti­ve, in quel mede­si­mo spa­zio di anni, per poter esse­re sot­ta­ciu­te.
Una impo­sta­zio­ne così ristret­ta peral­tro defi­ni­reb­be una dipen­den­za trop­po net­ta, che non è in alcun modo riscon­tra­bi­le tra il movi­men­to del ’77 e l’«autonomia»: un movi­men­to che, nel­la real­tà, ha sovra­sta­to da ogni par­te l’esperienza orga­niz­za­ti­va di cui par­lia­mo, spez­zan­do­ne la con­ti­nui­tà, per­ché face­va par­te di una sto­ria più vasta.
Per un altro ver­so, nean­che la sem­pli­ce iden­ti­fi­ca­zio­ne dell’«autonomia» con un’area di com­por­ta­men­ti socia­li appa­re sod­di­sfa­cen­te, per­ché gene­ri­ca, trop­po lar­ga e ridut­ti­va insie­me: l’«autonomia ope­ra­ia» è attra­ver­sa­ta cer­to dall’estremismo socia­le, ma non e defi­ni­ta da que­sto, e se for­me di lot­ta ille­ga­li costel­la­no la sua sto­ria non ne costi­tui­sco­no però il pun­to d’identità.

Il discor­so da fare è diver­so: la sto­ria dell’«autonomia» è costi­tui­ta da un arco di espe­rien­ze poli­ti­che arti­co­la­te e dif­for­mi che si sno­da­no per tut­to l’arco degli anni ’70 e la cui iden­ti­tà ruo­ta attor­no all’idea-forza del «rifiu­to del lavo­ro».
Non è sol­tan­to una ideo­lo­gia dell’emancipazione, ma un modo di let­tu­ra del­la socie­tà capi­ta­li­sta, dei suoi pro­ta­go­ni­sti, del modo di distri­bu­zio­ne del pote­re in essa, del­la dina­mi­ca del suo svi­lup­po e del­la sua fine, che costi­tui­sce lo sche­ma di orien­ta­men­to ed il tes­su­to con­net­ti­vo ege­mo­ne che attra­ver­sa­no die­ci anni di con­fron­to poli­ti­co con il movi­men­to ope­ra­io, orga­niz­za­to.
Su que­sta base è defi­ni­bi­le la con­ti­nui­tà che cor­re tra la «con­flit­tua­li­tà sel­vag­gia» del ’68 e i comi­ta­ti ope­rai di base (che sono lar­ga par­te dell’ascendenza comu­ne di Pote­re ope­ra­io e Lot­ta con­ti­nua), le lot­te «socia­li» e la «resi­sten­za alla ristrut­tu­ra­zio­ne», che di tali orga­niz­za­zio­ni segna­no il cul­mi­ne e la fine, e le tema­ti­che dei nuo­vi biso­gni e del‑l’«operaio socia­le» che esplo­de­ran­no tra il ’76 e il ’77.
Non è una con­nes­sio­ne estem­po­ra­nea che sal­ta sul­le dif­fe­ren­ze, pure pro­fon­de, e disco­no­sce la plu­ra­li­tà degli appor­ti e la discon­ti­nui­tà degli orien­ta­men­ti.
È la rile­va­zio­ne di un per­cor­so uni­ta­rio di pro­ble­mi e modi di solu­zio­ne den­tro una pra­ti­ca dell’organizzazione che cer­ca di iden­ti­fi­ca­re poli­ti­ca ed eco­no­mia e rico­no­sce nell’emergenza di biso­gni con­flit­tua­li il costi­tuir­si dell’autonomia socia­le e poli­ti­ca del sog­get­to rivo­lu­zio­na­rio.

LA “MIGRAZIONE” DAL LAVORO SALARIATO E LA QUESTIONE DELLO STATO

Den­tro que­sto tes­su­to di discor­so il pro­ble­ma del «pote­re» assu­me del­le dimen­sio­ni del tut­to par­ti­co­la­ri e divie­ne il luo­go del­la «iden­ti­tà dif­fi­ci­le» del­la auto­no­mia, il luo­go attor­no a cui si arti­co­la la sua con­trad­dit­to­ria espe­rien­za orga­niz­za­ti­va.
In tut­ta la sto­ria del movi­men­to ope­ra­io, sia nel­la sua ver­sio­ne rifor­mi­sta, social­de­mo­cra­ti­ca, che rivo­lu­zio­na­ria, la que­stio­ne del pote­re è il prin­ci­pio for­te di iden­ti­tà, la base del pro­get­to di rifor­ma socia­le. Nel sen­so che la rivo­lu­zio­ne poli­ti­ca si vuo­le pre­ce­de­re quel­la socia­le, e l’occupazione del­lo sta­to esse­re la base del­la modi­fi­ca­zio­ne dei rap­por­ti di pro­du­zio­ne: lo sta­to è, hege­lia­na­men­te, il livel­lo più avan­za­to del­la coo­pe­ra­zio­ne socia­le e gui­da tut­ti gli altri.
A par­ti­re dal­la rivo­lu­zio­ne bor­ghe­se; è que­sto – e con ciò Sta­lin con­clu­de­rà un discor­so ini­zia­to da Marx – che dif­fe­ren­zia la rivo­lu­zio­ne pro­le­ta­ria da quel­la bor­ghe­se, che quest’ultima si è impa­dro­ni­ta pri­ma del­la socie­tà e poi del­lo sta­to, men­tre la pri­ma è desti­na­ta a segui­re il cam­mi­no inver­so, a gover­na­re dall’alto, dal pun­to di mas­si­ma con­cen­tra­zio­ne del pote­re, il rivo­lu­zio­na­men­to dei rap­por­ti socia­li.

Tut­to ciò non può esser­ci nel discor­so che abbia­mo fat­to, per­ché il suo cuo­re è il muta­men­to «in atto» dei rap­por­ti di pro­du­zio­ne, la dislo­ca­zio­ne nuo­va del pote­re nel­la socie­tà ben pri­ma che nel­le isti­tu­zio­ni; il pro­ble­ma del pote­re poli­ti­co segue, non pre­ce­de, e si ridu­ce al pro­ble­ma di come lo sta­to si ade­gua al muta­men­to.
La que­stio­ne «socia­li­sta» del­la occu­pa­zio­ne del­lo Sta­to, del­la «pre­sa del pote­re» pro­le­ta­rio in real­tà non si pone nep­pu­re: per­ché il nuo­vo pote­re che emer­ge non si dà una rap­pre­sen­ta­zio­ne sta­tua­le, non è dele­ga­bi­le, non è sepa­ra­bi­le da quel­li che lo eser­ci­ta­no, non è poli­ti­co ma «pro­dut­ti­vo», «estin­gue» lo sta­to.
Il sen­so infat­ti di un discor­so sull’impoverimento del­la sin­te­si di capi­ta­le e sul­la ric­chez­za del­le risor­se che vi resta­no estra­nee è che vi è una disper­sio­ne del pote­re socia­le, uno slit­ta­men­to dei pote­ri di gestio­ne sul­le risor­se dal­la «poten­za astrat­ta alla coo­pe­ra­zio­ne socia­le» ordi­na­ta den­tro il lavo­ro sala­ria­to alle comu­ni­tà con­cre­te che infor­mal­men­te si strut­tu­ra­no attor­no a que­sta con­qui­sta­ta dispo­ni­bi­li­tà di tem­po socia­le, e che indif­fe­ren­te­men­te si pon­go­no all’esterno del rap­por­to lavo­ra­ti­vo o lo attra­ver­sa­no.

Que­sta opa­ci­tà nel­la distri­bu­zio­ne socia­le del pote­re, que­sta disper­sio­ne che inve­ste la sua ordi­na­ta arti­co­la­zio­ne gerar­chi­ca e che depo­ten­zia il siste­ma gran­de, astrat­to e com­ples­so in favo­re del pic­co­lo con­cre­to e sem­pli­ce, aggre­di­sce alle fon­da­men­ta l’analisi mar­xi­sta del pote­re.
Nel sen­so che base di que­sta è l’assunzione del­la con­cen­tra­zio­ne del pote­re nel­la socie­tà del capi­ta­le e la pos­si­bi­li­tà di dare ad essa una for­ma posi­ti­va modi­fi­can­do la for­ma del­lo sta­to in modo da svi­lup­pa­re al mas­si­mo la «par­te­ci­pa­zio­ne demo­cra­ti­ca» ad esso, di accre­scer­ne la legit­ti­mi­tà e con­trol­la­bi­li­tà.
A que­sto pun­to nasce però un pro­ble­ma: il discor­so sul­lo sta­to è in Marx, come in tut­to il pen­sie­ro poli­ti­co demo­cra­ti­co, discor­so sull’«eguaglianza»; il discor­so sul comu­ni­smo è discor­so sul libe­ro svi­lup­po del­le «dif­fe­ren­ze», sul­la fine del dirit­to e del­la sua astra­zio­ne inu­ma­na.
Il nes­so tra i due discor­si non è dia­let­ti­co in Marx; sem­pli­ce­men­te non c’è.
C’è insie­me l’esaltazione del­la poli­ti­ca, dell’eguaglianza, e la sua cri­ti­ca.
Rivo­lu­zio­ne socia­li­sta nel nome dell’eguaglianza, per «por­ta­re a ter­mi­ne la rivo­lu­zio­ne fran­ce­se», ma comu­ni­smo come sua cri­ti­ca. Per­ché l’eguaglianza tra gli uomi­ni è una astra­zio­ne, che pas­sa sopra le dif­fe­ren­ze con­cre­te di gusti, tem­pe­ra­men­ti, neces­si­tà e desi­de­ri, e può fare que­sto per­ché con­si­de­ra gli uomi­ni mer­ci, inter­cam­bia­bi­li nel­la pre­sta­zio­ne di lavo­ro: per que­sto è egua­glian­za «solo» poli­ti­ca, per­ché quel­la vera, mate­ria­le, è rico­no­sci­men­to del­le dif­fe­ren­ze, abo­li­zio­ne del dirit­to.
L’«eguaglianza» è la sola base pos­si­bi­le di ogni dele­ga e par­te­ci­pa­zio­ne, il fon­da­men­to del­la poli­ti­ca, insie­me la sua pos­si­bi­li­tà e il suo desti­no; ma la sua base è il mer­ca­to, il lavo­ro sala­ria­to, dove «un uomo di un’ora» vale un altro uomo di un’ora.

L’«interesse gene­ra­le» del mon­do del­la poli­ti­ca si fon­da su que­sta equi­va­len­za gene­ra­le del mon­do del­le mer­ci, sull’astrazione del lavo­ro sala­ria­to, ma la «cri­ti­ca del­la poli­ti­ca», la cri­ti­ca dei rap­por­ti di dele­ga ha anch’essa una base poten­te.
Che cosa suc­ce­de infat­ti quan­do il tem­po di lavo­ro, in cui tut­ti sono ugua­li, per­de pote­re e for­za pro­dut­ti­va, divie­ne una fra­zio­ne di tut­to il tem­po socia­le, ed il tem­po del non-lavo­ro ces­sa di esse­re fun­zio­ne subor­di­na­ta del­la ripro­du­zio­ne socia­le e comin­cia ad esse­re par­te­ci­pe del­la ric­chez­za del­le for­ze pro­dut­ti­ve?
Quan­do i rap­por­ti tra gli uomi­ni comin­cia­no ad esse­re così ric­chi da non far­si più misu­ra­re sul­la base dell’equivalenza e la comu­ni­ca­zio­ne socia­le comin­cia a strut­tu­rar­si attor­no al tem­po qua­li­ta­ti­vo, ric­co di dif­fe­ren­ze, che si sot­trae al coman­do del sala­rio?
Il discor­so dell’eguaglianza ces­sa di gover­na­re il pro­ces­so di libe­ra­zio­ne, che va a sno­dar­si attor­no ad un pro­ble­ma nuo­vo: come si fa ad arti­co­la­re il pote­re non attor­no all’eguaglianza astrat­ta che impo­ne il mer­ca­to, ma attor­no alle dif­fe­ren­te con­cre­te che ani­ma­no il tem­po nuo­vo del­la coo­pe­ra­zio­ne socia­le ric­ca?
Marx par­la­va di gene­ral intel­lect, di pro­du­zio­ne sgan­cia­ta dal­la neces­si­tà come fun­zio­na la dele­ga di pote­ri quan­do la pro­du­zio­ne socia­le di ric­chez­za comin­cia a svin­co­lar­si dal­le maglie del lavo­ro astrat­to, quan­do la par­te­ci­pa­zio­ne di ognu­no alla pro­du­zio­ne non è più ridu­ci­bi­le al suo tem­po di lavo­ro ma inve­ste la qua­li­tà del suo esse­re «indi­vi­duo socia­le ric­co», e come sono rap­pre­sen­ta­bi­li per­so­ne che par­te­ci­pa­no del­la socie­tà sul­la base non del­la loro pre­sta­zio­ne, ma com­ples­si­va­men­te di ciò che fan­no, san­no, voglio­no e desi­de­ra­no per­ché tut­to ciò entra oggi nel­la poten­za del­la coo­pe­ra­zio­ne socia­le?

Non è vero in sen­so for­te tut­to ciò: il tem­po di lavo­ro è sostan­za rea­le anco­ra del­la pro­du­zio­ne, e da esso pren­do­no for­za mate­ria­le la dele­ga, l’eguaglianza, il «poli­ti­co», ma c’è que­sta libe­ra­zio­ne di tem­po socia­le, in modo non mar­gi­na­le, ed è capa­ce di pro­dur­re effet­ti poten­ti, ed attra­ver­sa con for­za dele­git­ti­man­te tut­te le isti­tu­zio­ni.
Quel­la che esplo­de, a tut­ti i livel­li, non è richie­sta di «par­te­ci­pa­zio­ne» sul­la base dell’eguaglianza, ma doman­da di più lar­ga dislo­ca­zio­ne del pote­re, di sua dif­fu­sio­ne, di auto­no­mia di spa­zi di gestio­ne sul­la base del­la «diver­si­tà», del­la irri­du­ci­bi­li­tà a «inte­res­se gene­ra­le», al rap­por­to di mag­gio­ran­za.
I movi­men­ti di lot­ta di que­sti anni, ovun­que, han­no que­sto segno: non richie­sta di dif­fe­ren­te gestio­ne del pote­re né riven­di­ca­zio­ne di «egua­glian­za», cioè di legit­ti­mi­tà mag­gio­ri­ta­ria, ma affer­ma­zio­ne di una qual­che diver­si­tà irri­du­ci­bi­le che si fa in quan­to tale doman­da di pote­re, aper­tu­ra di con­trat­ta­zio­ne, richie­sta di auto­no­mia.
Richie­sta di ave­re voce in quan­to «diver­si», non in quan­to ugua­li, richie­sta di rico­no­sci­men­to del pote­re che in que­sta diver­si­tà è insi­to.

Il movi­men­to del ’77 era social­men­te arti­co­la­to e com­ples­so, per ben poca sua par­te com­po­sto da «emar­gi­na­ti», ave­va le car­te in rego­la per por­re doman­de «poli­ti­che», ma la sua iden­ti­tà era quel­la del «diver­so», i lin­guag­gi che par­la­va spe­cia­liz­za­ti e intra­du­ci­bi­li, come il dia­let­to di una etnia che vuo­le difen­der­si dal­la lin­gua uffi­cia­le.
La «mar­gi­na­li­tà» non è sta­ta con­no­ta­zio­ne socia­le ma scel­ta poli­ti­ca, cri­ti­ca del­la poli­ti­ca.
Ma non è che un esem­pio: i neri, le don­ne, i gio­va­ni, gli anzia­ni, i fro­ci, le mino­ran­ze nazio­na­li, tec­ni­che, lin­gui­sti­che, reli­gio­se; la ricer­ca di una iden­ti­tà non «poli­ti­ca» che ruo­ta attor­no ad una dif­fe­ren­za da far rico­no­sce­re e rispet­ta­re, sul­la base del­la qua­le con­trat­ta­re spa­zi di gestio­ne del­le risor­se, appa­re il con­no­ta­to domi­nan­te dei «movi­men­ti» di que­sti anni.

IL RIFIUTO DEL LAVORO E LOTTA OPERAIA

«Rifiu­to del lavo­ro»: vuol dire che den­tro la strut­tu­ra e la gerar­chia dei rap­por­ti socia­li coman­da­ti dal lavo­ro sala­ria­to vive, sem­pre, un tes­su­to di comu­ni­ca­zio­ne e orga­niz­za­zio­ne, che detie­ne infor­ma­zio­ni, cono­scen­za, «sape­ri», che ad esse si con­trap­po­ne ed a cui è alter­na­ti­vo.
È una strut­tu­ra socia­le che nasce nel­la lot­ta, per la lot­ta – per più sol­di, meno lavo­ro, per un lavo­ro meno noci­vo, o pesan­te, per «sta­re meglio», o comun­que per non mori­re di fab­bri­ca –, ma che è già pote­re, «sul­la» pro­du­zio­ne e «di» pro­du­zio­ne, per­ché è fat­ta esat­ta­men­te degli stes­si ele­men­ti che com­pon­go­no la pre­sta­zio­ne lavo­ra­ti­va, solo che ha il segno rove­scia­to, quel­lo del­la non col­la­bo­ra­zio­ne, del­la sot­tra­zio­ne di risor­se e dispo­ni­bi­li­tà.
È la cono­scen­za del ciclo pro­dut­ti­vo di par­te ope­ra­ia, la capa­ci­tà di fer­mar­si, sot­trar­si, sabo­ta­re; è la scien­za del­la resi­sten­za, con la sua capa­ci­tà di impat­to, sem­pre, sul­la distri­bu­zio­ne del­la ric­chez­za e l’organizzazione del lavo­ro.
Come dire che il pote­re socia­le, la cono­scen­za socia­le, sono divi­si tra coman­do e resi­sten­za, e i rap­por­ti socia­li sono spez­za­ti, orga­niz­za­ti insie­me dal lavo­ro e dal­la lot­ta con­tro di esso, e la pro­du­zio­ne non è dina­mi­ca neu­tra­le, «eco­no­mia», ma luo­go di scon­tro e media­zio­ne tra que­sti due pote­ri nemi­ci.
Non c’è sol­tan­to sfrut­ta­men­to in que­sta socie­tà, ma anche auto­no­mia da esso e lot­ta.
Quan­te risor­se socia­li sia­no coman­da­te den­tro la gerar­chia costrui­ta dal rap­por­to di lavo­ro sala­ria­to e quan­te si ordi­ni­no vice­ver­sa attor­no all’emergenza dei biso­gni auto­no­mi di clas­se, non è mai cosa defi­ni­ti­va una vol­ta per tut­te, ma costi­tui­sce l’oggetto di quel­la lot­ta poli­ti­ca che va sot­to il nome di svi­lup­po e cri­si.

In que­sta acce­zio­ne il discor­so è già tut­to den­tro i «Qua­der­ni Ros­si» di Pan­zie­ri e Tron­ti.
E qui sono già con­te­nu­te le gran­di rot­tu­re teo­ri­che con la tra­di­zio­ne socia­li­sta del movi­men­to ope­ra­io.
Per­ché non c’è più auto­no­mia nell’«economico» né ogget­ti­vi­tà nel­la cri­si, ma ovun­que scon­tro di inte­res­si e orga­niz­za­zio­ni.
Per­ché il pote­re non sta da una par­te sola, e non c’è una clas­se di «pro­du­zio­ni» con­trap­po­sta agli «sfrut­ta­to­ri», ma un rap­por­to che è pro­dut­ti­vo per­ché scon­tro di inte­res­si in lot­ta; quin­di non c’è pos­si­bi­li­tà di libe­ra­zio­ne che pas­si per la sem­pli­ce «eli­mi­na­zio­ne degli sfrut­ta­to­ri», cioè per la «socia­liz­za­zio­ne del rap­por­to», il socia­li­smo: non c’è supe­rio­ri­tà del­la pia­ni­fi­ca­zio­ne sul mer­ca­to, ma solo pos­si­bi­li­tà di coman­do sul rap­por­to di svi­lup­po, costri­zio­ne a pro­dur­re più clas­se ope­ra­ia e meno capi­ta­le.
Sono rot­tu­re impor­tan­ti, attra­ver­so cui pas­sa un com­ples­si­vo diver­so orien­ta­men­to del­le tema­ti­che eman­ci­pa­ti­ve.
Innan­zi­tut­to il ridi­men­sio­na­men­to del ruo­lo del­la con­qui­sta del pote­re poli­ti­co den­tro il pro­ces­so di libe­ra­zio­ne, e, all’interno di que­sto, la riva­lu­ta­zio­ne del­la sto­ria del­le clas­si ope­ra­ie occi­den­ta­li. Poi l’ancoramento sal­do di ogni discor­so sull’organizzazione al siste­ma di biso­gni mate­rial­men­te espres­so, che è il livel­lo dato di auto­no­mia di clas­se.
È un discor­so nato nei ter­mi­ni dell’autonomia poli­ti­ca di clas­se, cioè auto­no­mia del siste­ma di biso­gni, auto­no­mia del pote­re ope­ra­io: par­te­ci­pa­zio­ne con­flit­tua­le allo svi­lup­po e minac­cia del bloc­co, cioè con­trat­ta­zio­ne con­sa­pe­vo­le in vista del con­se­gui­men­to degli inte­res­si di par­te.
È un discor­so che cre­sce in fret­ta però, per­ché le basi sono ric­che.

Una vol­ta, infat­ti, che si leg­ga la socie­tà capi­ta­li­sta non più come il luo­go del coman­do incon­tra­sta­to dell’interesse di par­te del capi­ta­le, del­la gerar­chia che si espri­me nel rap­por­to di lavo­ro sala­ria­to, ma come il luo­go del­lo scon­tro tra lavo­ro e rifiu­to del lavo­ro; una vol­ta che si rico­no­sca che come lot­ta si orga­niz­za­no quel­le mede­si­me risor­se che sono sostan­za del­lo svi­lup­po del capi­ta­le, e che i biso­gni socia­li pos­sie­do­no una auto­no­mia dal coman­do sul lavo­ro; che alla gerar­chia costrui­ta attor­no al tem­po di lavo­ro se ne con­trap­po­ne un’altra costrui­ta attor­no al tem­po del­la lot­ta, al tem­po libe­ra­to dal lavo­ro, e che anch’essa detie­ne cono­scen­za, è tes­su­to di comu­ni­ca­zio­ne e orga­niz­za­zio­ne socia­le, è for­za pro­dut­ti­va; rico­no­sciu­to tut­to ciò, il pro­ble­ma diven­ta quel­lo del­la cre­sci­ta e dell’arricchimento del­le risor­se che si pre­sen­ta­no come «non capi­ta­le», quel­lo del bloc­co del­la sin­te­si socia­le di par­te capi­ta­li­sti­ca, del­la pos­si­bi­li­tà di una sin­te­si diver­sa sul ter­re­no non tan­to del­la orga­niz­za­zio­ne del pote­re poli­ti­co quan­to su quel­lo del­la strut­tu­ra del­le for­ze pro­dut­ti­ve.
Cioè diven­ta la destrut­tu­ra­zio­ne del rap­por­to di capi­ta­le.
Se la socie­tà non è più vista come il tea­tro di un solo atto­re, l’interesse di par­te capi­ta­li­sta, ben­sì il rap­por­to di capi­ta­le, appa­re la sin­te­si fati­co­sa degli inte­res­si di due par­ti nemi­che; se, accan­to al prin­ci­pio rego­la­to­re del valo­re di scam­bio, moto­re poten­te del­la pro­du­zio­ne socia­le è l’interesse ope­ra­io al valo­re d’uso; se il pote­re socia­le è divi­so; allo­ra la dina­mi­ca del pote­re ope­ra­io – non quel­lo «poli­ti­co», che vor­reb­be gover­na­re lo sta­to, che non c’è e di cui non si sen­te la man­can­za, ma quel­lo «socia­le» che c’è, e par­te­ci­pa poten­te­men­te al gover­no di que­sto mon­do –, la dina­mi­ca del­la cre­sci­ta del pote­re ope­ra­io e del­la sua subor­di­na­zio­ne, i ter­mi­ni del­la sua lot­ta e trat­ta­ti­va inces­san­ti, van­no inve­sti­ga­ti e riper­cor­si con gli occhi di chi ne cer­ca le leg­gi e il prin­ci­pio di strut­tu­ra­zio­ne, cioè la capa­ci­tà di esse­re orga­niz­za­zio­ne socia­le post­ca­pi­ta­li­sta, comu­ni­smo.

«Più sala­rio, meno lavo­ro», «sala­rio sgan­cia­to dal­la pro­dut­ti­vi­tà»: que­ste poten­ti paro­le d’ordine di mas­sa che esplo­de­ran­no nell’autunno ope­ra­io del ’69 appa­io­no la base poli­ti­ca su cui si costi­tui­sco­no le pri­ma espe­rien­ze auto­no­me di orga­niz­za­zio­ne non solo e non tan­to per la loro capa­ci­tà di distur­bo nei con­fron­ti degli appa­ra­ti orga­niz­za­ti­vi tra­di­zio­na­li né per la loro «valen­za estre­mi­sta» di indur­re «cri­si» eco­no­mi­ca e poli­ti­ca, ma per­ché in esse vie­ne let­to un pos­si­bi­le, emer­gen­te, pro­gram­ma di pote­re. Nel sen­so che con esse appa­re rom­per­si il rap­por­to tra coman­do capi­ta­li­sta sul­la pro­du­zio­ne del­la ric­chez­za e la pro­du­zio­ne dei biso­gni socia­li.
La gerar­chia che si espri­me den­tro il pro­ces­so pro­dut­ti­vo, le divi­sio­ni fun­zio­na­li attor­no a cui que­sto ordi­na il cor­po ope­ra­io, appa­io­no impo­ten­ti a coman­da­re le richie­ste socia­li, i cana­li attor­no a cui que­ste si strut­tu­ra­no.
Tra com­po­si­zio­ne di clas­se – e cioè tra la strut­tu­ra dei ruo­li, la for­ma del­la cir­co­la­zio­ne del­le capa­ci­tà pro­dut­ti­ve, del­le infor­ma­zio­ni, dei biso­gni ope­rai – ed orga­niz­za­zio­ne pro­dut­ti­va com­pa­re uno iato pro­fon­do che è già dupli­ci­tà del­le gerar­chie, scon­tro aper­to di pote­ri e dei cri­te­ri attor­no cui si ordi­na­no.
Per­ché il con­tra­sto tra biso­gni e pro­du­zio­ne non è come quel­lo tra «sogno» e «real­tà»: espri­me lo scon­tro tra cana­li di comu­ni­ca­zio­ne socia­le, tra orga­niz­za­zio­ni di uomi­ni; espri­me l’incapacità da par­te del­la gerar­chia socia­le che ordi­na la pro­du­zio­ne di coman­da­re tut­ta la socie­tà, espri­me cioè il fat­to di esse­re par­te trop­po pic­co­la di essa, che in essa non con­flui­sce una quan­ti­tà suf­fi­cien­te di risor­se socia­li, e che comin­cia a for­mar­si un dif­fe­ren­te pun­to di aggregazione.









Do you remember revolution?

da Il mani­fe­sto 20 feb­bra­io 1983

7 apri­le. Una inter­pre­ta­zio­ne degli anni Set­tan­ta e dell’autonomia ope­ra­ia pro­po­sta da undi­ci impu­ta­ti dete­nu­ti a Rebibbia

Pro­po­sta di let­tu­ra sto­ri­co-poli­ti­ca per il movi­men­to degli anni Set­tan­ta

Que­ste pagi­ne, scrit­te da undi­ci dete­nu­ti del 7 apri­le a Rebib­bia, non sono un docu­men­to per la dife­sa. Sono un trac­cia­to di iden­ti­tà e una pro­po­sta di inter­pre­ta­zio­ne di quel che è sta­ta l’Autonomia nel­la real­tà socia­le e poli­ti­ca dell’Italia degli anni ’70. Da sot­to­por­re una discus­sio­ne, che già noi comin­ce­re­mo.
Fin d’ora vor­rem­mo dire due cose. La pri­ma è che que­sto scrit­to è un atto di leal­tà; gli impu­ta­ti del 7 apri­le non si pre­sen­ta­no come vit­ti­me e tan­to meno come pen­ti­ti, anche se si inter­ro­ga­no su una scon­fit­ta; pur sapen­do che que­sto non accat­ti­ve­rà loro la bene­vo­len­za di una opi­nio­ne che oggi riget­ta lon­ta­no da sé ogni memo­ria (e di qui il tito­lo iro­ni­co e autoi­ro­ni­co da loro scel­to). La secon­da è che di que­sto loro docu­men­to tut­to, ci sem­bra, può esse­re discus­so, e anche radi­cal­men­te ma dovreb­be esser­lo con one­stà, ricol­lo­can­do le paro­le e il loro sen­so nel con­te­sto degli anni cui si rife­ri­sco­no («vio­len­za» sarà il test del buon teo­ri­co). Dopo di che, si può anche dis­sen­ti­re da tut­to. Il mani­fe­sto è aper­to a ogni con­tri­bu­to che abbia que­sto spi­ri­to. (r. r.)

di Lucio Castel­la­no, Arri­go Caval­li­na, Giu­sti­no Cor­tia­na, Mario Dal­ma­vi­va, Lucia­no Fer­ra­ri Bra­vo. Chic­co Funa­ro, Anto­nio Negri, Pao­lo Poz­zi, Fran­co Tom­mei. Emi­lio Vesce, Pao­lo Vir­no.

Guar­dan­do indie­tro, rie­sa­mi­nan­do anco­ra una vol­ta con la memo­ria e la ragio­ne gli anni ’70, di una cosa alme­no sia­mo cer­ti: che la sto­ria del movi­men­to rivo­lu­zio­na­rio, dell’opposizione extra­par­la­men­ta­re pri­ma e dell’autonomia poi, non è sta­ta stor­ta di emar­gi­na­ti o di eccen­tri­ci, cro­na­ca di allu­ci­na­zio­ni set­ta­rie, vicen­da cata­com­ba­le o furo­re di ghet­to. Cre­dia­mo rea­li­sti­co affer­ma­re, vice­ver­sa, che que­sta sto­ria – una cui par­te è dive­nu­ta mate­ria pro­ces­sua­le – sia intrec­cia­ta ine­stri­ca­bil­men­te alla sto­ria com­ples­si­va del pae­se, ai pas­sag­gi cru­cia­li e alle cesu­re che l’hanno scan­di­ta.
Tenen­do fer­mo que­sto pun­to di vista (In sé bana­le, eppu­re, di que­sti tem­pi, teme­ra­rio e per­si­no pro­vo­ca­to­rio), avan­zia­mo un bloc­co d’ipotesi sto­ri­co-poli­ti­che sul pas­sa­to decen­nio, che esu­la­no da pre­oc­cu­pa­zio­ni d’immediata dife­sa giu­di­zia­ria. Le con­si­de­ra­zio­ni che seguo­no soven­te in for­ma di sem­pli­ce posi­zio­ne di pro­ble­mi, non sono rivol­te ai giu­di­ci, fino­ra inte­res­sa­ti solo alla mer­can­zia dei «pen­ti­ti», ma a tut­ti colo­ro che negli anni tra­scor­si han­no lot­ta­to: ai com­pa­gni del ’68, a quel­li del ’77, agli intel­let­tua­li che han­no «dis­sen­ti­to» (è così che s’usa dire, ora?) giu­di­can­do razio­na­le la rivol­ta. Per­ché inter­ven­ga­no a loro vol­ta, rom­pen­do il cir­co­lo vizio­so del­la rimo­zio­ne e del nuo­vo con­for­mi­smo.
Rite­nia­mo sia venu­to il momen­to di riaf­fron­ta­re la veri­tà sto­ri­ca degli anni ’70. Con­tro i pen­ti­ti, la veri­tà. Dopo e con­tro i pen­ti­ti, un giu­di­zio poli­ti­co. Una com­ples­si­va assun­zio­ne di respon­sa­bi­li­tà e oggi pos­si­bi­le e neces­sa­ria: e uno dei pas­si fun­zio­na­li all’affermazione pie­na del «post-ter­ro­ri­smo» come dimen­sio­ne pro­pria del con­fron­to fra nuo­vi movi­men­ti e isti­tu­zio­ni.
Che non abbia­mo nul­la da spar­ti­re col ter­ro­ri­smo è ovvio; che sia­mo sta­ti «sov­ver­si­vi» lo è altret­tan­to. Fra que­ste due «ovvie­tà» si gio­ca il nostro pro­ces­so. Nul­la è scon­ta­to, la volon­tà del giu­di­ci di omo­lo­ga­re sov­ver­sio­ne e ter­ro­ri­smo è nota, è inten­sa: con­dur­re­mo con i mez­zi ido­nei, tec­ni­co-poli­ti­ci, la bat­ta­glia difen­si­va. Ma la rico­stru­zio­ne sto­ri­ca degli anni ’70 non può svi­lup­par­si con­ve­nien­te­men­te solo nell’aula del Foro Ita­li­co: occor­re che si apra un dibat­ti­to fran­co e di ampio respi­ro, in paral­le­lo al pro­ces­so, fra i sog­get­ti rea­li che sono sta­ti pro­ta­go­ni­sti del­la «gran­de tra­sfor­ma­zio­ne». È, que­sto, fra l’altro o soprat­tut­to, un requi­si­to irri­nun­cia­bi­le per par­la­re in ter­mi­ni ade­gua­ti del­le ten­sio­ni che per­va­do­no i nostri anni ’80.

1– La carat­te­ri­sti­ca spe­ci­fi­ca del ’68 Ita­lia­no è la com­mi­stio­ne fra feno­me­ni socia­li inno­va­ti­vi e dirom­pen­ti – per mol­ti ver­si tipi­ci di una indu­stria­liz­za­zio­ne matu­ra – e il para­dig­ma clas­si­co del­la rivo­lu­zio­ne poli­ti­ca comu­ni­sta.
La cri­ti­ca radi­ca­le del lavo­ro sala­ria­to, il suo rifiu­to di mas­sa, è il con­te­nu­to emi­nen­te del movi­men­to di lot­ta, la matri­ce di un anta­go­ni­smo for­te e dure­vo­le, la «sostan­za di cose spe­ra­te». Di essa si ali­men­ta la con­te­sta­zio­ne del ruo­li e del­le gerar­chie, l’egualitarismo sala­ria­le, l’attacco all’organizzazione del sape­re socia­le, la ten­sio­ne a modi­fi­ca­re la vita quo­ti­dia­na: in una paro­la, l’aspirazione ad una liber­tà con­cre­ta.
In altri pae­si dell’occidente capi­ta­li­sti­co (Ger­ma­nia, Usa), que­ste stes­se spin­te tra­sfor­ma­ti­ve si era­no svi­lup­pa­te come muta­men­to mole­co­la­re del rap­por­ti socia­li, sen­za por­re diret­ta­men­te e imme­dia­ta­men­te il pro­ble­ma del pote­re poli­ti­co, di una gestio­ne alter­na­ti­va del­lo Sta­to. In Fran­cia e in Ita­lia, a cau­sa del­le rigi­di­tà isti­tu­zio­na­li e del­la for­ma assai sem­pli­fi­ca­ta di rego­la­men­ta­zio­ne del con­flit­to, il tema del pote­re, del­la sua «pre­sa», divie­ne subi­to pre­mi­nen­te.
In Ita­lia, in spe­cial modo, nono­stan­te che per mol­ti aspet­ti il ’68 mar­cas­se un’acuta discon­ti­nui­tà rispet­to alla tra­di­zio­ne «lavo­ri­sta» e sta­ta­li­sta del movi­men­to ope­ra­io sto­ri­co, il model­lo poli­ti­co comu­ni­sta si inne­sta in modo vita­le sul cor­po del nuo­vi movi­men­ti. L’estrema pola­riz­za­zio­ne del­lo scon­tro di clas­se e la pover­tà di un tes­su­to di media­zio­ne poli­ti­ca (da un lato le com­mis­sio­ni inter­ne, dall’altra, pri­ma del­la nasci­ta degli enti loca­li, un Wel­fa­re anco­ra iper­cen­tra­li­sti­co) favo­ri­sco­no un effet­ti­vo intrec­cio fra la richie­sta di mag­gior red­di­to e mag­gior liber­tà e l’obiettivo leni­ni­sta del­lo «spez­za­re la mac­chi­na del­lo Sta­to».

2 – Fra il ’68 e i pri­mi anni ’70, il pro­ble­ma del­lo sboc­co poli­ti­co del­le lot­te è sta­to all’ordine del gior­no di tut­ta inte­ra la sini­stra, sia «vec­chia» che «nuo­va».
Tan­to il Pci e il sin­da­ca­to quan­to i grup­pi extra­par­la­men­ta­ri pun­ta­va­no a una modi­fi­ca­zio­ne dra­sti­ca negli equi­li­bri di pote­re, che por­tas­se a fon­do e sta­bi­liz­zas­se il cam­bia­men­to nei rap­por­ti di for­za già avve­nu­to nel­le fab­bri­che e nel mer­ca­to del lavo­ro. Sul­la natu­ra e la qua­li­tà di que­sto sboc­co di pote­re – comu­ne­men­te rite­nu­to neces­sa­rio e deci­si­vo – c’è sta­ta una lun­ga e tor­men­ta­ta bat­ta­glia per l’egemonia all’interno del­la sini­stra.
I grup­pi rivo­lu­zio­na­ri, mag­gio­ri­ta­ri nel­le scuo­le e nel­le uni­ver­si­tà, ma radi­ca­ti anche nel­le fab­bri­che e nei ser­vi­zi, ave­va­no ben pre­sen­te come il recen­te moto di tra­sfor­ma­zio­ne fos­se coin­ci­so con un’eclatante rot­tu­ra del qua­dro di lega­li­tà pre­ce­den­te; su quel­la stra­da inten­de­va­no insi­ste­re, impe­den­do un recu­pe­ro isti­tu­zio­na­le del mar­gi­ni di coman­do e di pro­fit­to. L’estensione del­le lot­te all’intero ter­ri­to­rio metro­po­li­ta­no e la costru­zio­ne di for­me di con­tro­po­te­re era­no indi­ca­ti come i pas­si neces­sa­ri per con­tra­sta­re il ricat­to del­la cri­si eco­no­mi­ca. Pci e sin­da­ca­to, inve­ce, vede­va­no nel­lo sba­rac­ca­men­to del cen­tro-sini­stra e nel­le «rifor­me di strut­tu­ra» l’esito natu­ra­le del ’68. Un nuo­vo «qua­dro di com­pa­ti­bi­li­tà» e una più com­ples­sa e arti­co­la­ta rete di media­zio­ne isti­tu­zio­na­le avreb­be­ro dovu­to garan­ti­re una sor­ta di pro­ta­go­ni­smo ope­ra­lo nel rilan­cio del­lo svi­lup­po eco­no­mi­co.
Se la pole­mi­ca più aspra si è avu­ta fra orga­niz­za­zio­ni extra­par­la­men­ta­ri e sini­stra sto­ri­ca, è però vero che la lot­ta idea­le per qua­li­fi­ca­re l’esito del movi­men­to ha attra­ver­sa­to anche oriz­zon­tal­men­te que­sti due schie­ra­men­ti. Basti qui ricor­da­re, a puro tito­lo d’esempio, la cri­ti­ca amen­do­lia­na nel con­fron­ti del­la Flm tori­ne­se e, in gene­re, del «sin­da­ca­to di movi­men­to». Oppu­re le diver­se, spes­so diver­sis­si­me inter­pre­ta­zio­ni che le com­po­nen­ti del sin­da­ca­to uni­ta­rio dava­no del nascen­ti «con­si­gli di zona». Allo stes­so modo, sull’altro ver­san­te, è suf­fi­cien­te cita­re la dif­fe­ren­za fra il filo­ne ope­rai­sta e quel­lo mar­xi­sta-leni­ni­sta.
Tut­ta­via, la divi­sio­ne degli orien­ta­men­ti si pro­du­ce­va, come si è det­to, attor­no ad un uni­co, essen­zia­le pro­ble­ma: la tra­du­zio­ne in ter­mi­ni di pote­re poli­ti­co del som­mo­vi­men­to veri­fi­ca­to­si nei rap­por­ti socia­li a par­ti­re dal ’68.

3 – Nei pri­mi anni ’70, i grup­pi extra­par­la­men­ta­ri impo­sta­ro­no il pro­ble­ma del­l’u­so del­la for­za, del­la vio­len­za, in asso­lu­ta coe­ren­za con la tra­di­zio­ne comu­ni­sta rivo­lu­zio­na­ria: ossia giu­di­can­do, que­sto, uno degli stru­men­ti neces­sa­ri ad intac­ca­re il ter­re­no del pote­re.
Nes­sun feti­ci­smo del mez­zo vio­len­to, anzi sua stret­tis­si­ma subor­di­na­zio­ne all’avanzamento del­lo scon­tro di mas­sa; tut­ta­via, al tem­po stes­so, accet­ta­zio­ne pie­na del­la sua per­ti­nen­za. Rispet­to allo spes­so tes­su­to del­la con­flit­tua­li­tà socia­le, la que­stio­ne del pote­re poli­ti­co pre­sen­ta­va un’indubbia discon­ti­nui­tà, un carat­te­re non linea­re, spe­ci­fi­co. Dopo Avo­la, dopo Cor­so Tra­ia­no, dopo Bat­ti­pa­glia, il «mono­po­lio sta­ta­le del­la for­za» appa­ri­va osta­co­lo ine­lu­di­bi­le, con cui con­fron­tar­si siste­ma­ti­ca­men­te.
Da un pun­to di vista pro­gram­ma­ti­co, dun­que, la rot­tu­ra vio­len­ta del­la lega­li­tà vie­ne con­ce­pi­ta in ter­mi­ni offen­si­vi, come mani­fe­sta­zio­ne di un diver­so pote­re: paro­le d’ordine come «pren­der­si la cit­tà» o «insur­re­zio­ne» sin­te­tiz­za­va­no que­sta pro­spet­ti­va, con­si­de­ra­ta ine­vi­ta­bi­le sep­pur non imme­dia­ta.
Da un pun­to di vista con­cre­to, inve­ce, l’organizzazione sul pia­no dell’illegalità è cosa assai mode­sta, con una fina­liz­za­zio­ne esclu­si­va­men­te difen­si­va e con­tin­gen­te: dife­sa dei pic­chet­ti, dell’occupazione del­le case, dei cor­tei, misu­re pre­ven­ti­ve di sicu­rez­za rispet­to a un’eventuale rea­zio­ne di destra (non più esclu­di­bi­le dopo Piaz­za Fon­ta­na).
In defi­ni­ti­va: una teo­ria d’attacco, di rot­tu­ra, con­se­guen­te all’intreccio fra nuo­vo sog­get­to poli­ti­co del ’68 e cul­tu­ra comu­ni­sta, e, d’altra par­te, rea­liz­za­zio­ni pra­ti­che mini­ma­li. È tut­ta­via chia­ro come, dopo il «bien­nio ros­so» ’68-’69, per miglia­ia e miglia­ia di mili­tan­ti, com­pre­si i qua­dri di base del sin­da­ca­to, fos­se asso­lu­ta­men­te un fat­to di sen­so comu­ne l’attrezzarsi sul ter­re­no «ille­ga­le», come pure dibat­te­re pub­bli­ca­men­te tem­pi e modi dell’impatto con le strut­tu­re repres­si­ve del­lo Sta­to.

4 – In que­gli anni, il ruo­lo del­le pri­me orga­niz­za­zio­ni clan­de­sti­ne (GAP, BR) è del tut­to mar­gi­na­le, estra­neo alle tema­ti­che del movi­men­to.
La clan­de­sti­ni­tà, il richia­mo osses­si­vo alla tra­di­zio­ne par­ti­gia­na, il rife­ri­men­to all’operaio pro­fes­sio­na­le non han­no nul­la a che spar­ti­re con l’organizzazione del­la vio­len­za da par­te del­le avan­guar­die di clas­se e del grup­pi rivo­lu­zio­na­ri.
I Gap, ricol­le­gan­do­si all’antifascismo resi­sten­zia­le e alla tra­di­zio­ne comu­ni­sta del «dop­pio bina­rio» degli anni ’50, pro­pu­gna­va­no l’adozione di misu­re pre­ven­ti­ve in vista di un gol­pe dato per immi­nen­te. Le Br – for­ma­te­si dal­la con­fluen­za del mar­xi­sti-leni­ni­sti di Tren­to, degli ex-Pci del­la bas­sa mila­ne­se e degli ex-Fgci emi­lia­ni – cer­ca­ro­no, duran­te tut­ta la pri­ma fase, sim­pa­tie e con­tat­ti nel­la base comu­ni­sta, non nel movi­men­to rivo­lu­zio­na­rio. Anti­fa­sci­smo e «lot­ta arma­ta per le rifor­me» carat­te­riz­za­va­no il loro ope­ra­to.
Para­dos­sal­men­te, pro­prio l’accettazione di una pro­spet­ti­va di lot­ta anche ille­ga­le e vio­len­ta da par­te del­le avan­guar­die comu­ni­ste di movi­men­to ren­de­va asso­lu­ta e incol­ma­bi­le la distan­za rispet­to alla clan­de­sti­ni­tà e alla «lot­ta arma­ta» come opzio­ne stra­te­gi­ca. Gli spo­ra­di­ci con­tat­ti, che pure vi furo­no, tra «grup­pi» e pri­me orga­niz­za­zio­ni arma­te non atte­nua­ro­no, ma anzi sot­to­li­nea­ro­no nel modo più net­to l’inconciliabilità di cul­tu­re e linee poli­ti­che.

5 – Nel ’73-’74, lo sfon­do poli­ti­co com­ples­si­vo su cui era cre­sciu­to per anni il movi­men­to va in pez­zi. In un bre­ve arco di tem­po si pro­du­co­no mol­te­pli­ci rot­tu­re di con­ti­nui­tà, muta­no pro­spet­ti­ve e com­por­ta­men­ti, si alte­ra­no le stes­se con­di­zio­ni entro cui ha luo­go il con­flit­to socia­le. Que­sta bru­sca svol­ta si spie­ga in base a nume­ro­se cau­se con­co­mi­tan­ti ed inte­ra­gen­ti. La pri­ma è costi­tui­ta dal giu­di­zio del Pci sul­la chiu­su­ra di spa­zi a livel­lo inter­na­zio­na­le, con la con­se­guen­te urgen­za di pra­ti­ca­re uno «sboc­co poli­ti­co» imme­dia­to, alle con­di­zio­ni date.
Ciò ha com­por­ta­to una frat­tu­ra, desti­na­ta ad appro­fon­dir­si, all’interno di quel­lo schie­ra­men­to poli­ti­co-socia­le, com­po­si­to ma fino ad allo­ra sostan­zial­men­te uni­ta­rio, che ave­va ricer­ca­to, dopo il ’68, un appro­do sul ter­re­no del pote­re che riflet­tes­se la radi­ca­li­tà del­le lot­te e del loro con­te­nu­ti tra­sfor­ma­ti­vi. Una par­te del­la sini­stra (Pci e sin­da­ca­to con­fe­de­ra­le) comin­cia ad appros­si­ma­re il ter­re­no gover­na­ti­vo con­tro lar­ghi set­to­ri del movi­men­to.
L’opposizione extra­par­la­men­ta­re è costret­ta a ride­fi­nir­si rispet­to al «com­pro­mes­so» per­se­gui­to dal Pci. E que­sta ride­fi­ni­zio­ne signi­fi­ca cri­si e pro­gres­si­va per­di­ta d’identità. Infat­ti la lot­ta per l’egemonia nel­la sini­stra, che in cer­ta misu­ra ave­va giu­sti­fi­ca­to l’esistenza dei «grup­pi», sem­bra ora risol­ta da una deci­sio­ne uni­la­te­ra­le, che spac­ca, sepa­ra le pro­spet­ti­ve, met­te fine alla dia­let­ti­ca.
D’ora in avan­ti il tema del­lo «sboc­co poli­ti­co», del­la gestio­ne alter­na­ti­va del­lo Sta­to, s’identifica col mode­ra­ti­smo del­la poli­ti­ca del Pci. Alle orga­niz­za­zio­ni extra­par­la­men­ta­ri inten­zio­na­te a muo­ver­si anco­ra su quel ter­re­no non resta che cer­ca­re d’inseguire e con­di­zio­na­re la tra­iet­to­ria del «com­pro­mes­so», costi­tuen­do­ne la ver­sio­ne estre­mi­sta (si ricor­di la pre­sen­ta­zio­ne di liste «rivo­lu­zio­na­rie» alle ammi­ni­stra­ti­ve del ’75 e alle poli­ti­che del ’76). Altri grup­pi, inve­ce, toc­ca­no con mano tut­ti i limi­ti del­la pro­pria espe­rien­za, e in tem­pi più o meno lun­ghi van­no incon­tro allo scio­gli­men­to.

6 – In secon­do luo­go, con i con­trat­ti del ’72-’73, la figu­ra cen­tra­le del­le lot­te di fab­bri­ca, l’operaio del­la linea di mon­tag­gio, l’operaio mas­sa, esau­ri­sce il suo ruo­lo ricom­po­si­ti­vo e offen­si­vo. Ha ini­zio la ristrut­tu­ra­zio­ne del­la gran­de impre­sa.
Il ricor­so alla cas­sa inte­gra­zio­ne e il pri­mo par­zia­le rin­no­va­men­to del­le tec­no­lo­gie modi­fi­ca­no in radi­ce l’as­set­to pro­dut­ti­vo, smus­san­do l’incisività del­le pre­ce­den­ti for­me di lot­ta, scio­pe­ro com­pre­so. I «grup­pi omo­ge­nei» e il loro pote­re sull’organizzazione del lavo­ro ven­go­no scon­vol­ti dal­la ristrut­tu­ra­zio­ne del mac­chi­na­rio e del­la gior­na­ta lavo­ra­ti­va. La rap­pre­sen­ta­ti­vi­tà dei con­si­gli di fab­bri­ca, e quin­di la dia­let­ti­ca tra «destra» e «sini­stra» al loro inter­no, rat­trap­pi­sce in fret­ta.
Il pote­re dell’operaio di linea non è inde­bo­li­to dal­la pres­sio­ne di un tra­di­zio­na­le quan­to fan­to­ma­ti­co «eser­ci­to indu­stria­le di riser­va», insom­ma dal­la con­cor­ren­za di disoc­cu­pa­ti. Il pun­to è che la ricon­ver­sio­ne indu­stria­le pri­vi­le­gia inve­sti­men­ti in set­to­ri diver­si dal­la pro­du­zio­ne di mas­sa, ren­den­do così cen­tra­li, da rela­ti­va­men­te mar­gi­nai che era­no, altri seg­men­ti di for­za-lavo­ro (fem­mi­ni­le, gio­va­ni­le, ad alta sco­la­riz­za­zio­ne) con mino­re sto­ria orga­niz­za­ti­va alle spal­le. Ora il ter­re­no di scon­tro sem­pre più riguar­da gli equi­li­bri com­ples­si­vi del mer­ca­to del lavo­ro, la spe­sa pub­bli­ca, la ripro­du­zio­ne pro­le­ta­ria e gio­va­ni­le, la distri­bu­zio­ne di quo­te di red­di­to indi­pen­den­ti dal­la pre­sta­zio­ne lavo­ra­ti­va.

7 – In ter­zo luo­go, si ha un muta­men­to per linee inter­ne del­la sog­get­ti­vi­tà del movi­men­to, del­la sua «cul­tu­ra», del suo oriz­zon­te pro­get­tua­le. Per dir­la in bre­ve: si con­su­ma una rot­tu­ra con l’intera tra­di­zio­ne del movi­men­to ope­ra­io, con l’idea stes­sa di «pre­sa del pote­re», con l’obiettivo cano­ni­co del­la «dit­ta­tu­ra pro­le­ta­ria», con i resi­dui baglio­ri del «socia­li­smo rea­le», con qual­si­vo­glia voca­zio­ne gestio­na­le.
Quan­to gli stri­de­va nel con­nu­bio ses­san­tot­te­sco tra con­te­nu­ti inno­va­ti­vi del movi­men­to e model­lo del­la rivo­lu­zio­ne poli­ti­ca comu­ni­sta, ora si diva­ri­ca nel modo più com­ple­to. Il pote­re è visto come una real­tà estra­nea e nemi­ca, dal­la qua­le ci si deve difen­de­re, che però non ser­ve né con­qui­sta­re né abbat­te­re, ma solo ridur­re, tene­re lon­ta­no. Il pun­to deci­si­vo è l’affermazione di sé come socie­tà alter­na­ti­va, come ric­chez­za di comu­ni­ca­zio­ne, di libe­re capa­ci­tà pro­dut­ti­ve, di for­me di vita. Con­qui­sta­re e gesti­re pro­pri «spa­zi» – que­sta divie­ne la pra­ti­ca domi­nan­te dei sog­get­ti socia­li per i qua­li il lavo­ro sala­ria­to non è più il luo­go for­te del­la socia­liz­za­zio­ne – ma puro e sem­pli­ce «epi­so­dio», con­tin­gen­za, disva­lo­re.
Il movi­men­to fem­mi­ni­sta, con la sua pra­ti­ca di comu­ni­tà e di sepa­ra­tez­za, con la sua cri­ti­ca del­la poli­ti­ca e del pote­ri, con la sua aspra dif­fi­den­za per ogni rap­pre­sen­ta­zio­ne isti­tu­zio­na­le e «gene­ra­le» di biso­gni e desi­de­ri, col suo amo­re per le dif­fe­ren­ze, è emble­ma­ti­co del­la nuo­va fase. Ad esso, espli­ci­ta­men­te o meno, s’ispireranno i per­cor­si del pro­le­ta­ria­to gio­va­ni­le a metà degli anni ’70. Lo stes­so refe­ren­dum sul divor­zio è una spia di gran­de signi­fi­ca­to sul­la ten­den­za all’«autonomia del socia­le».
Impos­si­bi­le par­la­re anco­ra di «album di fami­glia», sia pure di una fami­glia ris­so­sa. La nuo­va sog­get­ti­vi­tà di mas­sa è un alie­no per il movi­men­to ope­ra­io: lin­guag­gi e obiet­ti­vi non comu­ni­ca­no più. La stes­sa cate­go­ria dell’«estremismo» ormai non spie­ga nul­la, e anzi con­fon­de e intor­bi­da. Si può esse­re «estre­mi­sti» solo rispet­to a qual­co­sa di simi­le: ma è pro­prio tale «somi­glian­za» che vie­ne rapi­da­men­te meno. Chi cer­ca con­ti­nui­tà, chi ha a cuo­re l’«album», può rivol­ger­si solo all’universo sepa­ra­to del­le «orga­niz­za­zio­ni com­bat­ten­ti» mar­xi­ste-leni­ni­ste.
(1 – segue)

Il mani­fe­sto 22 feb­bra­io 1983

Pro­po­sta di let­tu­ra sto­ri­co-poli­ti­ca per il movi­men­to degli anni Set­tan­ta /​2

Undi­ci impu­ta­ti del pro­ces­so 7 apri­le dete­nu­ti a Rebib­bia pro­pon­go­no alla discus­sio­ne un trac­cia­to d’identità e una inter­pre­ta­zio­ne dell’Autonomia nel­la real­tà socia­le e poli­ti­ca degli anni Set­tan­ta. Ne abbia­mo pub­bli­ca­to dome­ni­ca la pri­ma par­te, che riguar­da gli anni dal ’68 al ’73. Oggi pub­bli­chia­mo l’analisi degli anni suc­ces­si­vi fino all’esplosione del movi­men­to del ’77.

di Lucio Castel­la­no, Arri­go Caval­li­na, Giu­sti­no Cor­tia­na, Mario Dal­ma­vi­va, Lucia­no Fer­ra­ri Bra­vo, Chic­co Funa­ro, Anto­nio Negri, Pao­lo Poz­zi, Fran­co Tom­mei. Emi­lio Vesce, Pao­lo Vir­no.

8 – Tut­ti e tre gli aspet­ti del giro di boa avve­nu­to fra il ’73 e il ’75, ma in par­ti­co­la­re l’ultimo, con­cor­ro­no alta nasci­ta dell’ «auto­no­mia ope­ra­ia».
L’autonomia si for­ma con­tro il pro­get­to di «com­pro­mes­so», in rispo­sta al fal­li­men­to del grup­pi, oltre il fab­bri­chi­smo, inte­ra­gen­do con­flit­tual­men­te con la ristrut­tu­ra­zio­ne pro­dut­ti­va. Ma soprat­tut­to espri­me la nuo­va sog­get­ti­vi­tà, la ric­chez­za del­le sue dif­fe­ren­ze, la sua estra­nei­tà alla poli­ti­ca for­ma­le e ai mec­ca­ni­smi del­la rap­pre­sen­tan­za. Non «sboc­co poli­ti­co», ma con­cre­ta e arti­co­la­ta poten­za del socia­le.
In que­sto sen­so, il loca­li­smo è un carat­te­re defi­ni­to­rio dell’esperienza auto­no­ma: la pro­fon­da distan­za dal­la pro­spet­ti­va di una pos­si­bi­le gestio­ne alter­na­ti­va del­lo Sta­to esclu­de una cen­tra­liz­za­zio­ne del movi­men­to. Ogni filo­ne regio­na­le dell’autonomia rical­ca le par­ti­co­la­ri­tà con­cre­te del­la com­po­si­zio­ne di clas­se, sen­za sen­ti­re que­sto come un limi­te, ma anzi come una ragio­ne d’essere. È let­te­ral­men­te impos­si­bi­le, quin­di, trac­cia­re una sto­ria uni­ta­ria dell’autonomia roma­na e di quel­la mila­ne­se, o di quel­la vene­ta e di quel­la meri­dio­na­le.

9 – Dal ’74 al ’76 s’intensifica e si dif­fon­de la pra­ti­ca dell’illegalità e del­la vio­len­za. Ma que­sta dimen­sio­ne dell’antagonismo, sco­no­sciu­ta nel perio­do pre­ce­den­te, non ha alcu­na fina­liz­za­zio­ne com­ples­si­va anti­sta­tua­le, non pre­fi­gu­ra alcu­na «rot­tu­ra rivo­lu­zio­na­ria». Que­sto è l’aspetto essen­zia­le. Nel­le metro­po­li la vio­len­za cre­sce in fun­zio­ne di una sod­di­sfa­zio­ne imme­dia­ta di biso­gni, del­la con­qui­sta di «spa­zi» da gesti­re in pie­na indi­pen­den­za, come rea­zio­ne ai tagli del­la spe­sa pub­bli­ca.
Nel ’74 l’autoriduzione dei tra­spor­ti, orga­niz­za­ta a Tori­no dal sin­da­ca­to, rilan­cia con cla­mo­re l’illegalità di mas­sa, già spe­ri­men­ta­ta in pre­ce­den­za soprat­tut­to a pro­po­si­to degli affit­ti. Pres­so­ché dovun­que, e in rife­ri­men­to a tut­to il ven­ta­glio del­le spe­se socia­li, vie­ne attua­ta que­sta par­ti­co­la­re for­ma di garan­zia del red­di­to. Se il sin­da­ca­to ave­va inte­so l’autoriduzione come gesto sim­bo­li­co, il movi­men­to ne fa un per­cor­so mate­ria­le gene­ra­liz­za­to.
Ma più anco­ra che l’autoriduzione è l’occupazione del­le case a S. Basi­lio nell’ottobre ’74 a segna­re un pun­to di svol­ta, giac­ché pre­sen­ta­va un alto gra­do di «mili­ta­riz­za­zio­ne» spon­ta­nea, di dife­sa di mas­sa in rispo­sta alla san­gui­na­ria aggres­sio­ne poli­zie­sca. L’altra tap­pa deci­si­va per il movi­men­to con­si­ste nel­le gran­di mani­fe­sta­zio­ni mila­ne­si del­la pri­ma­ve­ra ’75 in segui­to all’uccisione di Varal­li e Zibec­chi ad ope­ra di fasci­sti e cara­bi­nie­ri. Gli scon­tri duris­si­mi di piaz­za sono il pun­to di par­ten­za per una sequen­za di lot­te che inve­sto­no le misu­re eco­no­mi­che dell’«austerità», anzi quel­li che sono già i pri­mi pas­si del­la «poli­ti­ca del sacri­fi­ci». Lun­go tut­to il ’75 e il ’76 si ha il pas­sag­gio – per mol­ti ver­si «clas­si­co» nel­la sto­ria del Wel­fa­re – dall’autoriduzione all’appropriazione: da un com­por­ta­men­to difen­si­vo nel con­fron­ti del con­ti­nui aumen­ti del­le tarif­fe ad una pra­ti­ca offen­si­va di sod­di­sfa­zio­ne col­let­ti­va del biso­gni, che pun­ta a ribal­ta­re i mec­ca­ni­smi del­la cri­si.
L’appropriazione – la cui mas­si­ma esem­pli­fi­ca­zio­ne sul pia­no inter­na­zio­na­le è la not­te del black-out new­yor­ke­se – riguar­da tut­ti gli aspet­ti dell’esistenza metro­po­li­ta­na: è «spe­sa poli­ti­ca», occu­pa­zio­ne di loca­li per atti­vi­tà asso­cia­ti­ve libe­re, è la «sere­na abi­tu­di­ne» del pro­le­ta­ria­to gio­va­ni­le di non paga­re il bigliet­to al cine­ma e ai con­cer­ti, è bloc­co degli straor­di­na­ri e dila­ta­zio­ne del­le pau­se in fab­bri­ca. Ma soprat­tut­to è appro­pria­zio­ne del «tem­po di vita», libe­ra­zio­ne dal coman­do di fab­bri­ca, ricer­ca di comu­ni­tà.

10 – A metà degli anni ’70, si pro­fi­la­no due ten­den­ze distin­te alla ripro­du­zio­ne allar­ga­ta del­ta vio­len­za. Se si vuo­le, sche­ma­tiz­zan­do con buo­na appros­si­ma­zio­ne, due diver­se gene­si del­la spin­ta alla «mili­ta­riz­za­zio­ne del movi­men­to». La pri­ma è la resi­sten­za ad oltran­za alla ristrut­tu­ra­zio­ne pro­dut­ti­va nel­le gran­di e medie fab­bri­che.
Ne sono pro­ta­go­ni­sti mol­ti qua­dri ope­rai for­ma­ti­si poli­ti­ca­men­te tra il ’68 e il ’73, deci­si a difen­de­re a tut­ti i costi l’as­set­to mate­ria­le su cui era matu­ra­ta la loro for­za con­trat­tua­le. La ristrut­tu­ra­zio­ne è vis­su­ta come cata­stro­fe poli­ti­ca. Soprat­tut­to i mili­tan­ti di fab­bri­ca che si era­no impe­gna­ti più a fon­do nell’esperienza dei con­si­gli sono por­ta­ti a iden­ti­fi­ca­re ristrut­tu­ra­zio­ne e scon­fit­ta, con­fer­ma­ti in ciò dai ripe­tu­ti cedi­men­ti sin­da­ca­li sul­le con­di­zio­ni mate­ria­li di lavo­ro. Lasciar la fab­bri­ca com’era per pre­ser­va­re un rap­por­to di for­za favo­re­vo­le: que­sto il noc­cio­lo di tale posi­zio­ne.
Ed e su que­sto gru­mo di pro­ble­mi e fra le fila di que­sto per­so­na­le poli­ti­co-sin­da­ca­le che le BR, dal ’74- ’75 in poi, riscuo­to­no sim­pa­tie e rie­sco­no a con­se­gui­re un cer­to livel­lo di radi­ca­men­to.

11 – L’altro filo­ne d’illegalità – per mol­ti ver­si dia­me­tral­men­te oppo­sto al pri­mo – è costi­tui­to dai sog­get­ti socia­li che sono il risul­ta­to del­ta ristrut­tu­ra­zio­ne, del decen­tra­men­to pro­dut­ti­vo, del­la mobi­li­tà. La vio­len­za è qui gene­ra­ta dall’assenza di garan­zia, dal­le for­me fran­tu­ma­te e pre­ca­rie di con­se­gui­men­to del red­di­to, dall’impatto imme­dia­to con la dimen­sio­ne socia­le, ter­ri­to­ria­le, com­ples­si­va del coman­do capi­ta­li­sti­co.
La figu­ra pro­le­ta­ria emer­gen­te dal­la ristrut­tu­ra­zio­ne si scon­tra vio­len­te­men­te con l’organizzazione del­la metro­po­li, con l’amministrazione dei flus­si di red­di­to, per l’autogoverno del­la gior­na­ta lavo­ra­ti­va. Que­sto secon­do gene­re d’illegalità, che gros­so­mo­do può esse­re col­le­ga­to all’esperienza auto­no­ma, non ha mai il carat­te­re di un pro­get­to orga­ni­co, ma è con­trad­di­stin­to dal­la tota­le coin­ci­den­za fra la for­ma del­la lot­ta e l’ottenimento dell’obiettivo. Ciò com­por­ta l’assenza di «strut­tu­re» o «fun­zio­ni» sepa­ra­te, spe­ci­fi­che, pre­di­spo­ste all’uso del­la for­za.
A meno che non si voglia accet­ta­re il «paso­li­ni­smo» come supre­ma cate­go­ria di com­pren­sio­ne socio­lo­gi­ca, non si può non rile­va­re come la vio­len­za dif­fu­sa del movi­men­to di que­gli anni fos­se un neces­sa­rio stru­men­to di autoi­den­ti­fi­ca­zio­ne e di affer­ma­zio­ne di un nuo­vo, poten­te sog­get­to pro­dut­ti­vo nato dal decli­no del­la cen­tra­li­tà del­la fab­bri­ca e sot­to­po­sto alla pres­sio­ne mas­sic­cia del­la cri­si eco­no­mi­ca.

12 – Il movi­men­to del ’77, nei suoi con­no­ta­ti essen­zia­li, espri­me la nuo­va com­po­si­zio­ne di clas­se, non feno­me­ni d’emarginazione.
La «secon­da socie­tà» è, o si avvia ad esse­re, la «pri­ma» quan­to a capa­ci­tà pro­dut­ti­ve, intel­li­gen­za tec­ni­co-scien­ti­fi­ca, ric­chez­za di coo­pe­ra­zio­ne. I nuo­vi sog­get­ti del­le lot­te riflet­to­no, o anti­ci­pa­no, l’identificazione cre­scen­te fra pro­ces­so lavo­ra­ti­vo mate­ria­le e atti­vi­tà comu­ni­ca­ti­va, in bre­ve la real­tà del­la fab­bri­ca infor­ma­tiz­za­ta e del ter­zia­rio avan­za­to.
Il movi­men­to è for­za pro­dut­ti­va ric­ca, indi­pen­den­te, con­flit­tua­le. La cri­ti­ca del lavo­ro sala­ria­to mostra ora un ver­san­te affer­ma­ti­vo, crea­ti­vo, sot­to for­ma di «autoim­pren­di­to­ria­li­tà» e di par­zia­le gestio­ne dal bas­so del mec­ca­ni­smi del Wel­fa­re.
La «secon­da socie­tà» che occu­pa la sce­na nel ’77 è «asim­me­tri­ca» rispet­to al pote­re sta­ta­le: non con­trap­po­si­zio­ne fron­ta­le, ma elu­sio­ne, ossia, con­cre­ta­men­te, ricer­ca di spa­zi di liber­tà e di red­di­to ove con­so­li­dar­si e cre­sce­re.
Que­sta «asim­me­tri­ci­tà» era un dato pre­zio­so, che testi­mo­nia­va del­la con­si­sten­za del pro­ces­si socia­li in cor­so. Ma richie­de­va tem­po. Tem­po e media­zio­ne. Tem­po e trat­ta­ti­va.

13 – Inve­ce l’operazione restau­ra­ti­va del com­pro­mes­so sto­ri­co nega tem­po e spa­zi al movi­men­to, ripro­po­ne una sim­me­tri­ci­tà con­trap­po­si­ti­va fra Sta­to e lot­te.
Il movi­men­to si tro­va sot­to­po­sto a uno spa­ven­to­so pro­ces­so di acce­le­ra­zio­ne, bloc­ca­to nel­la sua poten­zia­le arti­co­la­zio­ne. In tota­le assen­za di mar­gi­ni di media­zio­ne. Diver­sa­men­te da quan­to avvie­ne in altri pae­si euro­pei, e segna­ta­men­te in Ger­ma­nia, dove l’operazione repres­si­va si accom­pa­gna a for­me di con­trat­ta­zio­ne con i movi­men­ti e per­tan­to non intac­ca la loro ripro­du­zio­ne, il com­pro­mes­so sto­ri­co pro­ce­de con un lar­go maglio negan­do legit­ti­mi­tà a tut­to ciò che sfug­ge e si oppo­ne alla nuo­va rego­la­men­ta­zio­ne cor­po­ra­ti­va del con­flit­to. In Ita­lia l’intenzione repres­si­va ha una tale gene­ra­li­tà da vol­ger­si diret­ta­men­te con­tro le spin­te socia­li spon­ta­nee.
Acca­de così che l’adozione siste­ma­ti­ca di prov­ve­di­men­ti poli­ti­co-mili­ta­ri da par­te gover­na­ti­va rein­tro­du­ce in modo «eso­ge­no» la neces­si­tà del­la lot­ta poli­ti­ca gene­ra­le, spes­so come pura e sem­pli­ce «lot­ta per la soprav­vi­ven­za», men­tre mar­gi­na­liz­za e costrin­ge al ghet­to le pra­ti­che eman­ci­pa­ti­ve del movi­men­to, la sua den­sa posi­ti­vi­tà sul ter­re­no del­la qua­li­tà del­la vita e del­la sod­di­sfa­zio­ne diret­ta del biso­gni.

14 – L’autonomia orga­niz­za­ta si tro­va stret­ta nel­la for­bi­ce fra «ghet­to» e scon­tro imme­dia­to con lo Sta­to. La sua «schi­zo­fre­nia» e poi la sua scon­fit­ta han­no ori­gi­ne dal ten­ta­ti­vo di richiu­de­re que­sta for­bi­ce, man­te­nen­do un rap­por­to fra ric­chez­za e arti­co­la­zio­ne socia­le del movi­men­to, da un lato, e neces­si­tà pro­prie del­lo scon­tro anti­sta­tua­le, dall’altro.
Que­sto ten­ta­ti­vo risul­ta, nel giro di pochi mesi, del tut­to impos­si­bi­le, fal­li­sce su entram­bi i fron­ti. L’«accelerazione» sen­za pre­ce­den­ti del ’77 fa sì che l’autonomia orga­niz­za­ta per­da len­ta­men­te i con­tat­ti con quei sog­get­ti, che, sot­traen­do­si alla lot­ta poli­ti­ca tra­di­zio­na­le, per­cor­ro­no sen­tie­ri diver­si­fi­ca­ti – tal­vol­ta «indi­vi­dua­li», talal­tra per­si­no «coge­stio­na­li» – per lavo­ra­re di meno, vive­re meglio, pro­dur­re libe­ra­men­te. E, d’altronde, la stes­sa «acce­le­ra­zio­ne» por­ta l’autonomia a reci­de­re ogni con­tat­to con quel­le pul­sio­ni mili­ta­ri­ste, che, pre­sen­ti all’interno del movi­men­to e del­la stes­sa auto­no­mia, diven­ta­no in bre­ve tem­po ten­den­za sepa­ra­ta alla for­ma­zio­ne di ban­de arma­te.
La for­bi­ce, anzi­ché richiu­der­si, non fa che appro­fon­dir­si. La for­ma orga­niz­za­ti­va dell’autonomia, il suo discor­so sul pote­re, la sua con­ce­zio­ne del­la poli­ti­ca sono pesan­te­men­te mes­si in discus­sio­ne sia dal «ghet­to» sia dal­le posi­zio­ni «mili­ta­ri­ste».
Biso­gna aggiun­ge­re, tut­ta­via, che l’autonomia scon­ta allo­ra anche tut­te le debo­lez­ze del pro­prio model­lo poli­ti­co-cul­tu­ra­le, incen­tra­to sul­la cre­sci­ta linea­re del movi­men­to, sul­la sua con­ti­nua espan­sio­ne e radi­ca­liz­za­zio­ne. È un model­lo in cui s’intrecciano vec­chio e nuo­vo: «vec­chio» estre­mi­smo anti-isti­tu­zio­na­le e nuo­vi biso­gni eman­ci­pa­ti­vi. La sepa­ra­tez­za e l’«alterità» che con­trad­di­stin­guo­no i nuo­vi sog­get­ti e le loro lot­te ven­go­no spes­so let­te da auto­no­mia come nega­zio­ne di qual­sia­si media­zio­ne poli­ti­ca, anzi­ché come sup­por­to di essa. L’antagonismo imme­dia­to si con­trap­po­ne ad ogni inter­lo­cu­zio­ne, ad ogni «trat­ta­ti­va», ad ogni «uso» del­le isti­tu­zio­ni.

15 – Sul fini­re del ’77 e lun­go tut­to il ’78 si mol­ti­pli­ca­no le for­ma­zio­ni orga­niz­za­te ope­ran­ti su un ter­re­no spe­ci­fi­ca­men­te mili­ta­re, men­tre si accen­tua la cri­si dell’autonomia orga­niz­za­ta.
Agli occhi di mol­ti l’equazione «lot­ta politica=lotta arma­ta» appa­re l’unica rispo­sta rea­li­sti­ca alla mor­sa che il com­pro­mes­so sto­ri­co ha stret­to attor­no al movi­men­to. In una pri­ma fase – secon­do uno sche­ma ripe­tu­to­si innu­me­re­vo­li vol­te – grup­pi di mili­tan­ti, inter­ni al movi­men­to, com­pio­no il cosid­det­to «sal­to» dal­la vio­len­za ende­mi­ca alla lot­ta arma­ta, con­ce­pen­do però que­sta scel­ta e le sue pesan­ti obbli­ga­zio­ni come «arti­co­la­zio­ne» del­le lot­te, come crea­zio­ne di una spe­cie di «strut­tu­ra di ser­vi­zio». Ma una for­ma d’organizzazione spe­ci­fi­ca­men­te fina­liz­za­ta all’azione arma­ta si rive­la strut­tu­ral­men­te diso­mo­ge­nea con le pra­ti­che del movi­men­to, non può che sepa­rar­se­ne in tem­pi più o meno bre­vi. Avvie­ne per­tan­to che le nume­ro­se sigle di «orga­niz­za­zio­ni com­bat­ten­ti» nate tra il ’77 e il ’78 fini­sco­no per rical­ca­re il model­lo, ini­zial­men­te avver­sa­to, del­le Br, o addi­rit­tu­ra per con­flui­re in esse. I guer­ri­glie­ri sto­ri­ci, le Br, pro­prio in quan­to deten­to­ri di una «guer­ra con­tro lo sta­to» com­ple­ta­men­te sgan­cia­ta dal­le dina­mi­che di movi­men­to, fini­sco­no per ampliar­si «paras­si­ta­ria­men­te» sul­le scon­fit­te del­la lot­ta di mas­sa.
In par­ti­co­la­re a Roma, alla fine del ’77, si rea­liz­za un reclu­ta­men­to di gran­di pro­por­zio­ni del­le Br fra le fila di un movi­men­to in cri­si. L’autonomia, nel cor­so di quell’anno, ave­va toc­ca­to con mano tut­ti i pro­pri gra­vi limi­ti, oppo­nen­do al mili­ta­ri­smo di sta­to un’iterativa radi­ca­liz­za­zio­ne del­lo scon­tro di piaz­za, che non per­met­te­va di con­so­li­da­re, ma anzi disper­de­va le poten­zia­li­tà del movi­men­to. La stret­ta repres­si­va e gli erro­ri dell’autonomia a Roma e in qual­che altra cit­tà han­no spia­na­to la stra­da alle Br. Quest’ultima orga­niz­za­zio­ne, che ave­va cri­ti­ca­to con asprez­za le lot­te del ’77, si è ritro­va­ta, para­dos­sal­men­te, a rac­co­glier­ne frut­ti cospi­cui in ter­mi­ni di raf­for­za­men­to orga­niz­za­ti­vo.

16 – La scon­fit­ta del movi­men­to del 1977 ini­zia col rapi­men­to e l’uccisione di Aldo Moro.
Le Br, in modo ana­lo­go sep­pur tra­gi­ca­men­te paro­di­sti­co a quan­to ave­va fat­to la sini­stra sto­ri­ca a metà degli anni ’70, per­se­guo­no un loro «sboc­co poli­ti­co» sepa­ra­to sul­la pel­le dell’antagonismo socia­le.
La «cul­tu­ra» del­le Br – coi suoi tri­bu­na­li, car­ce­ri, pri­gio­nie­ri, pro­ces­si – e la loro pra­ti­ca di «fra­zio­ne arma­ta» tut­ta inter­na all’autonomia del poli­ti­co, sono gio­ca­te tan­to con­tro i nuo­vi sog­get­ti del con­flit­to quan­to con­tro l’assetto isti­tu­zio­na­le.
Con l’«operazione Moro» si rom­pe defi­ni­ti­va­men­te l’unità del movi­men­to, comin­cia una fase di cre­pu­sco­lo e di deri­va, carat­te­riz­za­ta dal­la lot­ta fron­ta­le dell’autonomia con­tro il bri­ga­ti­smo, ma anche dal rece­de­re dal­la lot­ta poli­ti­ca di lar­ghi set­to­ri pro­le­ta­ri e gio­va­ni­li. L’«emergenza», di cui sta­to e Pci bat­to­no la gran­cas­sa, mena col­pi al buio, e anzi sce­glie ciò che è emer­so e pub­bli­co e «sov­ver­si­vo» come testa di tur­co su cui eser­ci­ta­re in pri­ma istan­za la pro­pria distrut­ti­vi­tà. Auto­no­mia si tro­va cosi sot­to­po­sta a un vio­len­tis­si­mo attac­co che pun­ta anzi­tut­to a fare ter­ra bru­cia­ta nel­le gran­di fab­bri­che del nord. Così i «col­let­ti­vi auto­no­mi» di fab­bri­ca sono senz’altro accu­sa­ti di pro­ba­bi­le filo-ter­ro­ri­smo da par­te del sin­da­ca­to e del Pci, sospet­ta­ti, denun­cia­ti, sche­da­ti. E quan­do, pro­prio nel gior­ni del seque­stro Moro, auto­no­mia lan­cia la lot­ta con­tro i saba­ti lavo­ra­ti­vi all’Alfa Romeo, la rispo­sta del­la sini­stra sto­ri­ca è una rispo­sta «anti­ter­ro­ri­sti­ca», mili­ta­re­sca, demo­niz­zan­te. Comin­cia così il pro­ces­so d’espulsione dal­le fab­bri­che del­la nuo­va gene­ra­zio­ne di avan­guar­die di lot­ta – pro­ces­so che cul­mi­ne­rà col licen­zia­men­to dei 61 Fiat nell’autunno ’79.

17 – Dopo Moro, sul­lo sce­na­rio deso­la­to di una socie­tà civi­le mili­ta­riz­za­ta, sta­to e Br si scon­tra­no con logi­ca spe­cu­la­re.
Le Br per­cor­ro­no rapi­da­men­te quel­la para­bo­la irre­ver­si­bi­le che por­ta la lot­ta arma­ta a dive­ni­re «ter­ro­ri­smo» in sen­so pro­prio: ini­zia­no le cam­pa­gne di annien­ta­men­to. Cara­bi­nie­ri, giu­di­ci, magi­stra­ti, diri­gen­ti d’azienda, sin­da­ca­li­sti ven­go­no ucci­si ormai solo per la loro «fun­zio­ne» – come in segui­to spie­ghe­ran­no i «pen­ti­ti». I rastrel­la­men­ti con­tro auto­no­mia, nel ’79, han­no peral­tro eli­mi­na­to l’unico tes­su­to con­net­ti­vo poli­ti­co del movi­men­to in gra­do di con­tra­sta­re effi­ca­ce­men­te la logi­ca ter­ro­ri­sti­ca. Così, fra il ’79 e l’81, le Br pos­so­no per la pri­ma vol­ta reclu­ta­re mili­tan­ti non solo nel­le «orga­niz­za­zio­ni com­bat­ten­ti» mino­ri, ma diret­ta­men­te tra gio­va­ni e gio­va­nis­si­mi appe­na poli­ti­ciz­za­ti, il cui scon­ten­to e rab­bia sono ormai pri­vi di qual­sia­si media­zio­ne poli­ti­ca e pro­gram­ma­ti­ca.

18 – I pen­ti­ti, come feno­me­no di mas­sa, sono l’altra fac­cia del ter­ro­ri­smo, ugual­men­te mili­ta­re­sca, ugual­men­te orri­da.
Il pen­ti­ti­smo è la varian­te estre­ma del ter­ro­ri­smo, il suo pavlo­via­no «rifles­so con­di­zio­na­to», la testi­mo­nian­za ulti­ma del­la sua tota­le estra­nei­tà e astrat­tez­za rispet­to al tes­su­to di movi­men­to. L’incompatibilità tra nuo­vo sog­get­to socia­le e lot­ta arma­ta si mani­fe­sta in modo distor­to e ter­ri­bi­le nel ver­ba­li mer­can­teg­gia­ti.
Il pen­ti­ti­smo è «logi­ca d’annientamento» giu­di­zia­ria, ven­det­ta indi­scri­mi­na­ta, cele­bra­zio­ne dell’assenza di memo­ria sto­ri­ca pro­prio men­tre si fa fun­zio­na­re in modo per­ver­so e mano­vra­to una «memo­ria» indi­vi­dua­le. I pen­ti­ti dico­no il fal­so anche quan­do dico­no la «veri­tà», giac­ché uni­fi­ca­no ciò che è divi­so, abo­li­sco­no le moti­va­zio­ni e il con­te­sto, rie­vo­ca­no gli effet­ti sen­za le cau­se, sta­bi­li­sco­no nes­si pre­sun­ti, inter­pre­ta­no con gli occhi dei vari «teo­re­mi».
Il pen­ti­ti­smo è ter­ro­ri­smo intro­iet­ta­to nel­le isti­tu­zio­ni. Non si dà post-ter­ro­ri­smo sen­za un paral­le­lo supe­ra­men­to del­la cul­tu­ra del pen­ti­men­to.

19 – La scon­fit­ta sec­ca e defi­ni­ti­va del­le orga­niz­za­zio­ni poli­ti­che di movi­men­to, alla fine degli anni ’70, non ha coin­ci­so nem­me­no in par­te con una scon­fit­ta del nuo­vo sog­get­to poli­ti­co e pro­dut­ti­vo, che nel ’77 ha fat­to la sua “pro­va gene­ra­te”.
Que­sto sog­get­to ha com­piu­to una lun­ga mar­cia nei luo­ghi di lavo­ro, nell’organizzazione del sape­re socia­le, nell’«economia alter­na­ti­va», negli enti loca­li, negli appa­ra­ti ammi­ni­stra­ti­vi. Si è dif­fu­so pro­ce­den­do raso­ter­ra, rifug­gen­do lo scon­tro poli­ti­co diret­to, destreg­gian­do­si tra ghet­to e trat­ta­ti­va, fra sepa­ra­tez­za e coge­stio­ne. Sep­pur com­pres­so e soven­te costret­to alla pas­si­vi­tà, costi­tui­sce oggi più di ieri il nodo irri­sol­to del­la cri­si ita­lia­na.
La riar­ti­co­la­zio­ne del­la gior­na­ta lavo­ra­ti­va e la pres­sio­ne sul­la spe­sa pub­bli­ca, le que­stio­ni del­la tute­la dell’ambiente e del­la scel­ta fra le tec­no­lo­gie, la cri­si del siste­ma dei par­ti­ti e il pro­ble­ma di una nuo­va pat­tui­zio­ne costi­tu­zio­na­le: die­tro tut­to ciò, e non solo nel­le pie­ghe del Rap­por­to Cen­sis, vive intat­ta la den­si­tà di un sog­get­to di mas­sa con le sue esi­gen­ze di sala­rio, di liber­tà, di pace.

20 – Dopo il com­pro­mes­so sto­ri­co e dopo il ter­ro­ri­smo, si trat­ta di nuo­vo, esat­ta­men­te come nel ’77, di apri­re spa­zi di media­zio­ne, che con­sen­ta­no ai movi­men­ti di espri­mer­si e cre­sce­re.
Lot­ta e media­zio­ne poli­ti­ca. Lot­ta e trat­ta­ti­va con le isti­tu­zio­ni. Que­sta pro­spet­ti­va – da noi come in Ger­ma­nia – è resa pos­si­bi­le e neces­sa­ria non dal­la timi­dez­za e dall’arretratezza del con­flit­to socia­le, ma, al con­tra­rio, dall’estrema matu­ri­tà del suoi con­te­nu­ti.
Con­tro il mili­ta­ri­smo sta­ta­le e con­tro ogni ripro­po­si­zio­ne del­la «lot­ta arma­ta», (di cui non c’è una ver­sio­ne «buo­na», alter­na­ti­va al ter­zin­ter­na­zio­na­li­smo bri­ga­ti­sta, ma nel suo insie­me, come tale, risul­ta incon­grua e nemi­ca ai nuo­vi movi­men­ti) biso­gna ripren­de­re e svi­lup­pa­re il filo del ’77. Una poten­za pro­dut­ti­va, col­let­ti­va e indi­vi­dua­le, che si col­lo­ca con­tro e oltre il lavo­ro sala­ria­to, e con cui lo sta­to deve fare i con­ti anche in ter­mi­ni ammi­ni­stra­ti­vi ed eco­no­me­tri­ci, può esse­re, al tem­po stes­so, sepa­ra­ta, anta­go­ni­sta e capa­ce di media­zio­ne.
(2 – fine)