3 Gen, 1979 | Documenti, Fondo DeriveApprodi
Da ”pre-print” n.2 di Oreste Scalzone
L’insieme delle considerazioni finora così sommariamente esposte fa indirettamente rilevare la solitudine e l’eccezionalità del caso italiano. Ricchezza e miseria di questo caso risiedono nel fatto (per molti versi formidabile, per altri perverso) che in questo paese si produce e si riproduce un intreccio o quanto meno una compresenza fra una sovversione sociale mossa da una struttura desiderante, complessa, ricca del movimento e forme di iniziativa terroristica, sia di terrorismo diffuso che di terrorismo predeterminato, che tendono a prodursi come guerriglia. Ecco, l’Italia è in un certo senso l’unico caso sullo scenario mondiale dove fa la sua comparsa il divenire di una guerriglia senza programma, senza obiettivi apparenti cioè con delle ideologie anche molto diverse, molto agguerrite, molto sofisticate.
Ora, la domanda che viene naturale è proprio se questo sia un elemento di forza o un elemento di debolezza.
Noi crediamo che vi siano entrambi gli aspetti, ma che soprattutto nell’ultima fase questo secondo carattere negativo di limite, di freno di frustrazione dell’efficacia trasformativa di questa prassi si vada evidenziando. Un fatto da rilevare, per esempio, è senz’altro la scarsa sottolineatura della centralità delle armi della critica e del permanere del problema di una continua ridefinizione delle armi della critica lungo tutto l’arco del percorso dell’iniziativa rivoluzionaria, cioè, non è stato spiegato a sufficienza che dentro tutto il lungo percorso della critica delle armi permane, anzi diviene centrale il problema di armare criticamente la critica delle armi.
Invece di fatto è stata irresponsabilmente alimentata da parte delle organizzazioni soggettive una forma di manifestazione della nuova spontaneità, che alcune volte si è presentata nella sua brutalità sociale, altre volte si è vantata di ideologia che è proprio una pura e semplice ideologia della potenza dell’efficacia dell’azione, un disprezzo per l’universo delle parole, concepito come fatto di debolezza, di verbalismo. Il fatto è che lo spirito di combattimento, nel suo aspetto di ideologia che si fa materiale, ha ben presto cominciato a coniugarsi con quello che potremmo chiamare l’estremismo, il sovversivismo sociale, o meglio, con il sedimento e il costituirsi ideologico appunto di un’ideologia, di un universo di comportamenti estremisti come cristallizzazione della nuova spontaneità, cioè, una disponibilità da parte di strati non esigui di giovani proletari ad armare la propria volontà di soddisfare i bisogni. Per gli esclusi dal potere si è trattato come di una vertigine, di un corto circuito immediatista che ha come dato potenza alla volontà di riappropriazione di ricchezza e di condizioni diverse di vita. Anche qui qual è stato l’elemento di miseria di questo processo?
Il fatto che questo immediatismo si è ben presto avvolto su se stesso ed è diventato filosofia della miseria, ideologia della miseria perché ha cortocircuitato questa volontà di potenza e di riappropriazione sociale e di liberazione identificandola immediatamente attorno ad alcuni poveri feticci come quello, in fondo, della riappropriazione delle merci. Tralasciamo qui le ricostruzioni già fatte in altra sede, sia sull’humus ideologico, sia sull’habitat sociale in cui questa dinamica si è sviluppata, quello che ci interessa qui rilevare è la contraddizione fra il nucleo vivente della rottura teorico-pratica rappresentata dal passaggio alla lotta armata e l’elemento miserabile di questo tipo di rottura.
La ricchezza consiste nella individuazione lucida di una necessità di rompere il monopolio statale della violenza o più precisamente di rompere il monopolio statale della forma militare della violenza come unica possibilità di approssimare un processo di trasformazione sociale in cui i risultati emancipativi non vengano continuamente frenati e fermati al di qua di un livello di compatibilità con l’autodinamica del sistema. L’elemento di miseria (cioè il fatto che questa rottura non ha aperto una stagione felice, non ha risposto a una domanda di potere proposta dall’ondata di lotte emancipative dispiegatasi lungo tutti gli anni ’60) è nella progressiva autonomizzazione della storia della lotta armata, della guerriglia, delle soggettività del processo di emancipazione sociale. La pratica combattente ha finito per riprodurre in forma nuova e diversa tutti i limiti che in questi anni abbiamo rilevato dentro l’azione politica e sociale di parte comunista, cioè la miseria di una sostanziale e progressiva incapacità di produrre significativi elementi di trasformazione sociale, in altri termini, ciò che avrebbe dovuto essere un fattore di ricchezza dei soggetti ha spesso dato vita alla miseria reale di una povera ingegneria organizzativa, si è determinato un sistema chiuso, autoalimentantesi, scarsamente capace proprio per questa logica dell’autosufficienza, di interferire, di interagire continuamente con i passaggi del movimento. L’opinione di molti compagni insospettabili di pacifismo è che soprattutto negli ultimi mesi si sia giunti ad un punto critico perché gli elementi generativi presenti in questo rovescio della medaglia si sono dispiegati oltre il limite di tollerabilità al di là del quale la buona salute del movimento trasformativo si presenta come irrimediabilmente compromessa. Questo non perché l’insistere il moltiplicarsi, l’endemicizzarsi del fenomeno del terrorismo verticale e/o diffuso provochi un tale compattamento istituzionale da mettere in discussione e a fronte dell’iniziativa repressiva dello Stato e a fronte dell’iniziativa normalizzatrice del movimento operaio istituzionale le libertà politiche del movimento, la sua agibilità, la sua capacità di muoversi.
Anzi crediamo che nel groviglio di conseguenze certo contraddittorie in complesso, il terrorismo come ogni altra variabile politica determina i risultati di destabilizzazione, di disaggregazione delle varie componenti, frazioni, corporazioni, corpi separati, individualità.
Semmai si può dire che il terrorismo certo ha, così come la lotta sul salario e altre, un effetto di variabile politica che favorisce l’autodinamica capitalistica e che diventa in un certo senso una forza produttiva, basti pensare al contributo che la sua forma forse più legata alla lotta di classe e ai bisogni di massa, quella della gambizzazione dei capi, ha fornito al processo di trasferimento del comando gerarchico sulla produzione sempre più da elementi di autorità coercitiva esterna come la rete dei capi a elementi introiettati dentro il processo produttivo o alle macchine a controllo numerico all’informatica ecc. Quello che temiamo non è una conseguenza come quella che viene continuamente riproposta del marcito pastone delle ideologie della sinistra, cioè la reazione di destra, la creazione di un blocco sociale di destra, la creazione di un blocco politico istituzionale, di destra, l’obiettivo aiuto a tendenze autoritarie o addirittura golpiste, l’erosione del garantismo ecc., non è questo che attenta alla buona salute del movimento e non è questo perché in primo luogo noi restiamo fermamente convinti che un modello repressivo non è applicabile a questa situazione sociale, a questa sezione italiana del mercato mondiale e della composizione di classe; che appunto un paese come questo non è più governabile con i colonnelli, che questi siano solo fantasmi del passato del movimento operaio proprio perché nessuna forma di bonapartismo è applicabile a un livello così cresciuto così socializzato di fabbrica sociale e quindi di forza lavoro sociale. In secondo luogo noi crediamo che anche eccessivi strappi, eccessivi buchi insomma dentro le maglie del garantismo istituzionale non sia consentito al potere centrale realizzarli per alcune considerazioni sugli equilibri delle forze; non c’è una libertà, una autonomia dello Stato tale da consentirgli una indefinita libertà della violenza proprio perché qui lo Stato si pone come governo del conflitto e come sua regolamentazione. L’esempio vivente di questo tipo di contraddizione è la componente rappresentata dal Partito Comunista che continuamente rappresenta l’ala più radicale e forcaiola a parole: veramente le colonne dell’«Unità» puzzano di questura lontano un miglio, con questo trasudare logica questurina ad ogni passo.
Dobbiamo riconoscere che oggettivamente per la sua caratteristica di parziale specchio anche se deformante del sociale, per la sua ramificazione interna al territorio e alla composizione di classe, il Partito Comunista si rende conto che sostanzialmente ha ragione Curcio che ogni stretta repressiva favorisce il reclutamento delle organizzazioni guerrigliere, che ogni limitazione delle agibilità politiche sul filo, sul crinale tra politica e lotta armata favorisce l’impiantarsi di una variabile esclusivamente militare e di scivolamento di interi strati difficilmente gestibile per il movimento operaio storico.
Però c’è guerra e guerra cioè ci sono vari livelli di scatenamento di questa guerra, questo vale perfino nelle guerre dichiarate fra Stati. Naturalmente non può essere percorsa da una sola parte tutta l’escalation di una radicalizzazione senza dare per scontato la simmetrica adozione dello stesso tipo di radicalità da parte dell’avversario; quindi è inutile farneticare, cianciare di squadroni della morte, di controterrorismo; è chiaro che il potere sa che un’iniziativa del genere produrrebbe un salto di scala del terrorismo, un suo inasprimento, un suo diventare più cruento. Alcuni fanno un gran parlare del controterrorismo dello Stato francese contro l’OAS ma, appunto, lì la cosa si calibrava su un terreno che andava da un tentativo di omicidio politico contro i vertici dello Stato all’adozione di forme di terrorismo dinamitardo contro il tessuto sociale. Ma questo tipo di dispiegamento massimo di attività terroristica non è stato nemmeno approssimato, nemmeno sfiorato dalle formazioni terroristico-guerrigliere esistenti in Italia e lo Stato sa bene che ogni suo passo in direzione di una revoca del garantismo dalla generalizzazione di forme di tortura alla generalizzazione di una legge di guerra di fatto che giustizi sul posto i sovversivi armati, indubbiamente provocherebbe come reazione il passaggio a forme più radicali, più cruente di lotta e quindi c’è un problema per tutti di: calibratura, di controllo sui passaggi, di controllo sul tipo di spirale che si produce … In questo senso il Partito Comunista è una contraddizione vivente insomma tra le parole e le cose. Quando si parla di attacco alla buona salute del movimento, si parla proprio di una caratteristica di erosione interna della sua capacità e della sua potenza trasformativa, della sua capacità di produrre l’innovazione sociale, si parla cioè di una catena di «deviazioni». Cerchiamo di radiografarle: abbiamo visto manifestarsi una ritualità istituzionale, abbiamo visto prodursi una logica auto-conservativa, da corporazione di mestieri, abbiamo visto formarsi un’ideologia appunto di ceto.
La prassi combattente si è andata separando dai suoi fini di trasformazione sociale, si è avuta una sistematica sovradeterminazione operativa e un sottodimensionamento degli effetti di moltiplicazione dell’azione guerrigliera che solo il livello politico può realizzare. La prassi militare è stata via via privata di moltiplicatori politico-sociali, ha finito per manifestarsi come processo sporadico e sporadicità ha significato spesso incomprensibilità del codice ragionativo della proposta politica degli elementi progettuali. Il carattere progressivamente radicalizzato o cruento delle azioni è stato visto come una dinamica di crescita di tipo militare.
Questo è un errore di fondo. Non è vero che l’omicidio politico è militarmente ad un grado di iniziativa più avanzata rispetto ad altre forme di azione, è semplicemente una forma di terrorismo politico più radicale, tutto qui.
Non è un caso che la pratica delle organizzazioni combattenti ha completamente trascurato, tralasciato, non praticato, un terreno infinito di occasioni che i centri di polemologia delle società capitalistiche fanno tutt’altro che trascurare, come i meccanismi della simulazione, della guerra psicologica. Naturalmente questo vale per tutti, cioè il giochino di contrapporre terrorismo verticale e terrorismo diffuso come forma di iniziativa di partito è un trucco assolutamente sciocco e vuoto di contenuto.
Non vi è nessun elemento intelligente di critica della autonomizzazione dal sociale e dal politico che si manifesta al suo punto massimo in azioni come quella su Rossa o quella su Alessandrini, non c’è nessun elemento effettivo di critica pratica, intelligente nella proposta delle varie notti dei fuochi, che settori del movimento combattente o i partiti combattenti diversi o di frazioni combattenti diverse promuovono cioè, in realtà si tratta di una logica che si differenzia ma che si dibatte dentro gli stessi elementi di miseria.
Questi elementi sono il sovrapporre continuamente una comunità illusoria a un’attenzione verso la produzione di una comunità antagonistica reale, e la comunità illusoria può essere quella della direzione strategica, può essere quella della microfrazione x o y, può essere quella di un ambito sociale più allargato che però nella misura in cui non critica e si arresta a contemplare il proprio ombelico, riproduce solo l’insieme delle proprie dinamiche, dei propri comportamenti. Comunità illusorie e altrettanto illusorie dei micropartitini o altrettanto illusorie delle microfrazioni guerrigliere, possono essere gli organismi di base, gli organismi territoriali, i collettivi più o meno formali o informali che manifestano la loro iniziativa nel movimento. In realtà il vizio di fondo è l’autoisolamento della funzione militare, è il suo carattere unilaterale, unidimensionale, là dove al contrario ricchezza e potenza sovversiva dovrebbero risiedere nell’interazione, nell’interdipendenza tra i terreni d’azione, le logiche, i linguaggi diversi e complementari della sovversione per la trasformazione sociale. Nell’ultima fase si sono andati accentuando questi caratteri negativi del processo. Carattere misero e carattere illusorio delle comunità agenti si sono ancora di più liberati. Le azioni più recenti di cui si è discusso appaiono come guidate dal carattere cieco di un riflesso condizionato.
Facciamo ancora delle considerazioni descrittive di insieme: col termine generico di lotta armata ci si riferisce a fenomeni anche molto diversi che possiamo accorpare in due tronconi fondamentali all’interno dei quali poi ve ne sono molte altre.
In linea di massima possiamo dire che il primo, il terrorismo verticale, si è andato separando dalla politica, ha perso soprattutto il senso della centralità dell’interazione fra il politico e il militare, ha reagito al suo essere, malgrado tutto, tattica di partito senza partito, rinnovando la sua autoproposizione come forma strategica onnicomprensiva di governo del lavoro rivoluzionario. Il secondo si è andato talmente immergendo nel ventre molle del sociale e dell’immediato da perdere perciò spesso socialità, cioè capacità di generalizzazione sociale, non di unificazione forzosa ma di generalizzazione, cioè è diventato espressione non solo delle differenze ma via via dei particolarismi sempre più indecifrabili, una specie di manifestarsi nelle viscere profonde del movimento di un inconscio mare irrequieto, di un sotterraneo ribollire del movimento. Una rapida cristallizzazione ideologica e sociologica si è determinata ugualmente, cioè la comunità illusoria del piccolo gruppo, anche se c’è una apparente elasticità che deriva da questa immagine di fortissima entropia delle sue forme, permane anche nelle affermazioni di critica del formalismo organizzativo, di critica dei micropartiti, di critica delle frazioni guerrigliere costituite come corpo separato.
Il carattere di comunità illusoria c’è anche nel collettivo di base, esclusivamente di base, che traccia attorno a sé un cerchio di gesso e pensa di aver bevuto fino in fondo il calice della critica della politica e della critica delle separatezze. Ora, anziché integrarsi, completarsi, scoprire una forma elementare di interazione che è la complementarità, riaffermare un rapporto simbiotico con la interezza del movimento, per esempio con le sue dinamiche rivendicative continuamente rinnovantesi e che poi finiscono per ripiegarsi su se stesse, insomma invece di avere continuamente nella testa il proprio limite e di scoprire continuamente il proprio limite, queste due forme di iniziativa terroristica, di iniziativa combattente, di comportamento violento, di politica armata ecc., hanno inasprito i loro caratteri separati. Se è vero che a questo punto il terrorismo resta una variabile politica assolutamente rilevante e atipica del caso italiano è anche vero che questa variabile è in sé, così com’è, o come può essere pensata sulla base di piccole correzioni e piccole modificazioni dall’interno, un ferro vecchio rispetto ad un nuovo piano politico d’azione rivoluzionaria. Ma osserviamo ciò che è andato avvenendo; esaminiamo alcuni casi: da una parte ci sono le forme di azione radicale immediatista che si è trasferita armi e bagagli dal terreno della riappropriazione con tentativi di decreto. Di questa è stata consumata fino in fondo una critica perché è stato visto che in realtà le proporzioni di una riappropriazione sociale anche individuale, attraverso l’uso dei meccanismi e delle vene della economia sommersa, è certamente molto peggiore di quella consentita da sporadiche forme di decreto e soprattutto da sporadiche forme di normativa impositiva; ecco si è passati, armi e bagagli, al terreno del giustiziamento. Il caso estremo, su questo terrena, è l’uso di un omicidio politico quasi per caso, come quello evidenziato insomma dai fenomeni come la liquidazione del giovane Cecchetti a Roma.
Al capo opposto ci sono tre forme, fondamentalmente diverse: la prima, a nostro avviso la più banale, è il caso della proposta quantitativa delle notti dei fuochi come proposta di socializzazione; in realtà crediamo che sia il fenomeno meno interessante, un fenomeno di appiattimento e di territorializzazione formale, apparente, in termini spettacolari, del processo. E poi ci sono invece i due episodi più inquietanti, condotti e argomentati con logica di decisione centrale, preordinata; si tratta dell’episodio Rossa e dell’episodio Alessandrini. Ecco, in questo mare magnum di episodi – che sono ormai al tempo stesso endemici, frequentissimi, continui, ma sporadici nella loro significatività e che sono quindi leggibili o coll’occhio del sociologo che è attento ai significati del dato quantitativo in sé, o però equivocabili anche sulla base delle più folli iperipotesi – finiscono per annegare anche i pochi episodi, i pochi processi, le poche linee che, al di là di un giudizio che è complessivo sulla loro opportunità, però appaiono francamente motivati da un tipo di linea che si ispira, che argomenta in qualche modo una considerazione delle conseguenze delle iniziative.
Per esempio l’azione sulla gerarchia carceraria è stata usata politicamente in modo non diverso dall’attacco ai capi e senz’altro ha rappresentato una forma reale di sabotaggio, di lotta di classe armata cioè sostanzialmente non di lotta rivoluzionaria ma di lotta di classe armata e quindi di conquista di alcuni spazi, di alcune garanzie, di alcune possibilità di movimento e di alcuni elementi che possiamo anche chiamare contropotere; oppure l’azione su diversi nodi proprietari e istituzionali che organizzano insomma elementi del blocco sociale moderato, per esempio i nodi che regolano la questione della casa, oppure l’azione sul terreno della critica pratica della scienza, della medicina, della produzione di morte, intese proprio come riappropriazione anche di alcuni strumenti di emancipazione proletaria e attacco al carattere opprimente di un macrosapere capitalistico. Ecco, però, anche questi pochi segnali positivi, nel loro complesso si collocano al di qua, potremmo dire, di un terreno di trasformazione e, diciamo così, al meglio su un terreno che è quello sabotaggio-lotta di classe e non lotta rivoluzionaria. Ma veniamo ai due casi più drammatici che hanno scosso anche drammaticamente la coscienza del movimento: i casi Rossa e Alessandrini. All’una e all’altra vicenda vale la pena probabilmente di dedicare alcune osservazioni. Nel primo caso quello che colpisce è l’assenza quasi totale di considerazioni di ordine per così dire politico-sociali che è cosa diversa da un semplice problema di consenso; non è questo che conta perché è chiaro che rispetto al consenso si potrebbe rimettere mano a tutto l’armamentario di discorsi che denuncino l’immonda mistificazione degli atteggiamenti legalitari di chi usa la tematica dell’umanità semplicemente contro le forme di violenza sovversiva e illegale e come invece elemento di legittimazione della violenza nascosta, permanente, quella insita nel processo produttivo, della violenza legale, quella agita dallo Stato democratico, della violenza comunque istituzionale quella per esempio così platealmente oggi esercitata dagli Stati di tutto il mondo e in primo luogo dagli Stati socialisti contrapposti. Sarebbe facile qui spiegare che non si può consentire a nessuno, e meno che mai agli uomini del Partito Comunista, che non si pronunciano rispetto agli Stati, di parlare di questioni di umanità. Certo, si potrebbe premettere per l’ennesima volta che la violenza c’è, che la non-violenza è pura e ipocrita apparenza nel mondo dominato dal modo di produzione capitalistica, in un mondo che per quanto riguarda i rapporti uomo-uomo e uomo-natura è anche fabbrica totale di morti. È certo che va detto e ribadito fino in fondo che è enormemente più violento il reparto di una fabbrica nociva che un corteo che spacchi qualche vetrina lungo il suo percorso; un uomo in divisa che spara, rispetto a qualsiasi azione violenta che esprime comunque insubordinazione, ribellione, sovversione. Però, è impossibile continuare a ripetere solo questa litania, non possiamo farci incastrare all’infinito in questa posizione che vogliono definire giustifìcazionista e che invece è semplicemente una posizione di pregiudiziale rifiuto delle mistificazioni immonde, schifose della sinistra legale. Non possiamo limitarci a ripetere queste cose e nemmeno possiamo cavarcela con il cinismo un po’ tracotante e un po’ esibizionista di frasi come quelle di chi afferma «siamo contrari per criteri politici ma sia ben chiaro non ce ne fotte un cazzo della vita di questi due impiegati dello Stato», perché il problema è imporre assolutamente, di espungere ogni mistificazione sui valori su questo terreno e di imporre un dibattito radicale di carattere politico-sociale, di carattere politico-militare. Abbiamo detto «espungere i valori», quindi nessuna concessione di salvacondotti preliminari o di statuti speciali, cioè noi certamente dobbiamo dire con chiarezza, rispetto alle lacrime di glicerina e all’orrore formale manifestato dalla stampa di sinistra, che né la qualifica di operaio né quella di un militante di un partito possono offrire una particolare aureola a nessuno.
Perché quello che conta non è né la collocazione individuale di tipo sociologico all’interno dei diversi reparti della fabbrica sociale, né evidentemente l’adesione a un partito tra l’altro di così larga e indiscriminata possibilità di adesione.
Quello che conta è certamente il comportamento rispetto alla lotta di classe, per la liberazione dallo sfruttamento, per la liberazione del lavoro salariato e, in questo, il discorso invece è un altro, è l’attacco alla logica politica di questo tipo di iniziativa in primo luogo e poi alla logica giustizialista, da tribunale arbitrario che si arroga il diritto di giudicare e di procedere senza un coro di controllo significativo né quantitativamente, né, quel che più conta, dal punto di vista dei contenuti. Allora, vediamo di analizzare più specificamente questo tipo di azione. Innanzitutto, ciò che colpisce è una sorta di stolida fedeltà ai propri schemi come dire, quello che è detto è detto e non teniamo più conto di niente. Vediamo meglio in che consiste questa immagine ottusa che va dando di sé la lotta armata in queste forme.
Ecco, facciamo varie ipotesi, in primo luogo quella che l’azione di Rossa abbia il senso di un’apertura di campagna contro gli apparati sindacali e di partito del movimento operaio istituzionale, individuate come articolazioni dello Stato sociale, come istituti di amministrazione e di gestione della forza lavoro in quanto tale, cioè nel suo rapporto di sussunzione rispetto al Capitale.
Ecco, rispetto a tutto ciò noi sappiamo certo che il Pci e l’istituzione sindacale sono senz’altro un ostacolo, una forza nemica alla liberazione comunista, però, sappiamo anche che a tutt’oggi rappresentano anche la stragrande maggioranza della forza lavoro sociale e dunque la battaglia non può che essere tutta su questo terreno dello snodo politico, su questa necessità di rompere il ruolo di cerniera fra Stato e società che questo tipo di organizzazioni hanno, cioè tutta intesa a promuovere la revoca di questa rappresentanza.
Il discorso non è dunque cortocircuitabile in termini militari, come se si trattasse di un corpo separato da disarticolare. Noi abbiamo visto che Guido Rossa è un delegato e questo non può essere ritenuto un fatto puramente accidentale. Un delatore non è uguale ad un altro delatore, ed è davvero schematico pensare che basti l’azione forte, evidente, drammatizzata (cioè una specie di didattica autoritaria) per «aprire gli occhi alla gente».
Ora, vediamo cosa significa questa specificità del ruolo di delegato: di delatore più «legittimato» degli altri, nel regno delle apparenze. Qui non si sostiene una teoria o una ideologia di ritorno sulla sacralità di queste figure.
L’esperienza rivoluzionaria del filone operista, da cui sono nate le esperienze di Potere operaio e dei Comitati Comunisti a cui noi ci richiamiamo, ha sempre portato avanti nei confronti di queste figure, del loro ruolo, una critica radicale, anche se sommaria e priva di articolazioni tattiche.
Senz’altro era una critica ben più radicale di quella che connota, ad esempio, l’arsenale teorico e di linea delle Br.
Ora, è proprio dal discorso della matrice operaista che nasce un’analisi sullo stato pianificato keynesiano, sullo stato del capitalismo organizzato che vede il sindacato come articolazione istituzionale preposta alla gestione, alla amministrazione della forza lavoro e il partito preposto proprio alla realizzazione della sussunzione politica del lavoro nel capitale.
In altre parole, il sindacato non è più solo interno al sistema in quanto venditore della forza lavoro (Lenin diceva «il sindacato è un fenomeno del capitalismo come il fumo delle ciminiere») ma, proprio, diventa un fattore esplicito dell’equilibrio del sistema. È quindi organico non solo al sistema, ma al governo del sistema.
Si dedica al mantenimento del sistema e anche all’orientamento delle sue autodinamiche. È infatti esplicitamente portatore di un modello di democrazia consociativa piuttosto che conflittuale.
Su questo la nostra analisi è assolutamente più radicale rispetto a quella appunto delle Br. Però, proprio da questa analisi emerge l’impossibilità di omologare una figura come il sindacato e quella di un corpo separato. La verità pratica è che qui siamo in presenza di una cerniera tra Stato e società. Quindi, il fatto che si tratti di un delegato rivela l’esistenza di un nodo sociale e politico da sciogliere. Questa istituzione-cerniera tra Stato e società non può essere assimilata a un corpo separato. Non può essere trattata alla stregua di un corpo separato. In quel caso il problema per una formazione guerrigliera è certamente quello di intimidirne i singoli elementi, di paralizzarlo e di disarticolarlo.
La complessità speciale di un meccanismo come quello della delega non può essere tagliata via con qualche colpo, il piombo non è un metallo leggero. Se invece facciamo una seconda ipotesi, l’azione è motivata con una valutazione assolutamente specifica, la punizione di una spia, allora la critica va al suo carattere assolutamente privato, di giustizia privata che questa azione ha, cioè uccidere «in proprio» il tuo delatore, il tuo poliziotto, il tuo accusatore, il tuo giudice. A volere sottilizzare c’è una sorta di discorso sul tradimento che sembra quasi non avere la consapevolezza lucida di questo carattere appunto di istituzione completamente collocata, di istituzione la cui funzione (non la cui composizione) è collocata sul terreno delle nuove forme dello Stato. Sembra appunto un discorso un po’ ambiguo, cioè quello in qualche modo sulla punizione del traditore. È dunque un discorso che così allude: siamo dopo tutto nella stessa famiglia e per questo il traditore merita il massimo della pena.
La critica si appunta proprio a questo fatto: non vi è il distacco di chi sa che i Rossa non sono dei traditori ma dei nuovi funzionari dello Stato allargato, diffuso, che quindi non tradiscono ma fanno il loro mestiere, un brutto lavoro di tipo nuovo, in linea con le confederazioni sindacali e con il loro partito.
Se invece viene assunto a motivazione e a giustificazione politica di questo episodio l’errore tecnico in tal caso va portata una critica drastica: perché l’errore tecnico non giustifica niente quando è dichiarato e ammesso da una organizzazione che ha sempre ossessivamente sottolineato il fatto che efficienza operativa e disciplina dei militanti sono un requisito fondamentale di qualità politica. E non c’è ottusa reazione diversa dallo scontro a fuoco che possa autorizzare un singolo militante a decidere di cambiare in modo così radicale il segno politico dell’iniziativa, altrimenti siamo all’anarchismo e al particolarismo totale.
Un’ultima considerazione conclusiva si impone: se è vero che a monte dell’azione Rossa c’è il dito messo su una piaga delle conseguenze pratiche della linea iper-statolatrica del Pci, se è vero che questa cosa ha riflessi talmente dirompenti nella struttura del partito, da indurre riflessi difensivi (basti pensare al fatto che Pajetta ha sentito il bisogno di scrivere un articolo interamente di rilegittimazione dal titolo «Io una spia» sull’«Unità» due giorni dopo l’uccisione) è anche vero che la radicalità dell’azione si trova in bilico tra la tematica del social-fascismo e la tematica del «tradimento in famiglia» o riguarda un rapporto schizofrenico tra questi due punti.
È anche vero che proprio il carattere estremo e allucinato dell’estrapolazione compiuta e della radicalità dell’azione ha in qualche modo concorso a risanare questo tipo di crisi e indotto in qualche modo difficoltà per il Pci.
Diviene allora evidente la perdita di qualsiasi capacità di fantasia politica… C’è per esempio una sottovalutazione della materialità di quella che uno schematismo vetero-comunista fa ritenere pura sovrastruttura, cioè l’elemento di guerra psicologica, l’influenza dei mass-media, questa capacità continua di dare una immagine del terrorismo come di una pratica sanguinaria, insomma.
C’è una completa indifferenza alla materialità del fatto che questo induce e introduce, a livello di immaginario collettivo, a livello di simbolico sociale, meccanismi che sono assolutamente contraddittori con le intenzioni (o, almeno, così speriamo). Colpisce il fatto che si ha perdita di una capacità anche strumentale di operare sul terreno della comunicazione.
Ecco, quello che separa, quello che fa sentire proprio come un corpo estraneo questo tipo di prassi non è tanto il carattere cruento della iniziativa, ma il sospetto che si tratti comunque di un fatto privato, sia nell’ipotesi giustizialista del farsi giustizia da sé, sia nell’ipotesi di un arbitrario erigersi a tribunale della storia.
Al tempo stesso il riconoscimento del fatto che questa radicalizzazione del carattere cruento (che arriva appunto alla pratica dell’omicidio politico) non corrisponde a un aumento di potenza o efficacia militare (perché non v’è nulla di potente o di efficace o di militarmente complesso in un’azione condotta di notte contro uno che ha girato la chiave del motore e sta aspettando che si scaldi, oppure nel traffico del mattino ancora addormentato e uggioso di nebbia).
È più difficile, sostengono gli esperti in medicina legale, colpire alle gambe che non raggiungere organi vitali. Ecco, quello che dà la sensazione di una divaricazione profonda nel modo di ragionare è la indecifrabilità, l’autonomizzazione delle decisioni, la loro indipendenza, il loro parlare accanto, nel caso migliore, al movimento, al dibattito, al senso comune, con una sorte di suprema, inesorabile indifferenza, con la severa autorità di un partito che sa, che si irrita per le critiche, che pretende il consenso, perché sa, perché conosce i misteriosi percorsi che passano sotto la pelle della realtà. Invece il problema è che questo partito dai mille occhi non c’è, non sa perché non c’è, non c’è perché non sa.
Dire che si opera come se ci fosse non vuol dire nulla perché le categorie oggi sono tutte messe in discussione e non si può procedere sul terreno della pratica con la tranquilla sicurezza di chi procede facendo finta di sapere, sapendo i passi successivi perché si fa finta di conoscerli, perché i buchi neri della teoria si sono allargati e allora bisogna ricominciare a pensare collettivamente, a produrre una forma di cooperazione intellettuale che cominci ad assomigliare a una macchina analitica.
Tanto più la sovversione sociale permane, tanto più la prassi è dura tanto più, al limite, si approssima o si allude a un terreno di guerra e di risoluzione rivoluzionaria del conflitto.
Proprio perché l’antagonismo è in piedi, perché la crisi della teoria sovraccumulatasi sulla crisi economica non ha piegato e sconfitto la classe, proprio perché è vero tutto questo.
Allora è vero che bisogna «aggiustare la macchina in corsa» ma tener presente la necessità di una ripresa, di una riqualificazione del dibattito, tener presente la necessità di guardare con diffidenza le certezze, non per un elogio del dubbio ma per amore della ricerca. E poi, non per amore della ricerca, ma per odio della robotizzazione, dei meccanismi autonomizzati e ciechi. Il secondo caso che dobbiamo considerare è l’affare Emilio Alessandrini. Diciamo senza mezzi termini che, a nostro parere, questa iniziativa segna il punto di massima degenerazione neo-gruppista dell’iniziativa combattente.
Nel dare questo giudizio non cediamo, non vogliamo cedere, al ricatto dell’emozione, dello sgomento che per la prima volta abbiamo visto autenticamente dipinto sul volto di persone che, pur facendo parte della sinistra legale, hanno dato in questi anni prova di notevole autonomia di giudizio e di comportamento rispetto al PCI.
Non ci riscopriamo all’improvviso vittime di un raptus opportunista, membri di quella famiglia della sinistra legale una parte non indegna della quale è stata ferita a fondo dall’uccisione di Alessandrini.
No, vogliamo ancora una volta discutere con la testa lucida.
Quello che salta agli occhi è il peso abnorme di preoccupazioni di carattere micro-frazionistico, cioè una logica concorrenziale di setta, un privilegiamento assoluto di problemi di egemonia, una considerazione assolutamente sommaria del rapporto tra mezzi e fini.
Tutto ciò porta a una iniziativa che sembra ispirata da una logica allucinata priva di effettiva potenza militare.
Dov’è infatti il ruolo di avanguardia o anche solo di esemplarità di questo tipo di iniziativa?
È mai possibile che qualcuno all’interno dell’ universo sociale sia stimolato a muoversi, a organizzarsi sul terreno della sovversione da una sequenza di azioni che appaiono così stralunate, e in ultima analisi indecifrabili, è mai possibile che la volontà di lotta, i comportamenti, la fantasia di strati significativi di proletariato possano essere galvanizzati da una simile immagine dell’iniziativa rivoluzionaria che viene fatta circolare in luogo di quello che dovrebbe essere il ricco intreccio fra sovversione e politica, fra sovversione sociale, iniziativa politica e forme di azione guerrigliera? Chi può giudicare desiderabile il processo rivoluzionario che appare come una specie di vuoto pneumatico scandito da una serie di esecuzioni il cui filo conduttore diventa subito (solo che si esca dalla cerchia dei suoi ideatori) indecifrabile o, peggio, ricercabile solo sulla base di un filologismo puntiglioso.
Questa «linea» è rintracciabile dentro i frammentari e non verificati processi mentali prodotti dalle infinite varianti del militarismo, ieri volantinomane oggi armato.
I compagni ricordano il proliferare rissoso dei volantini, le scomuniche reciproche fra le sette, le analisi roboanti da far tremare il mondo che poi si riducevano ai pestaggi, tutto un universo che faceva sorridere chi lo guardava con occhio appena più distaccato e toglieva credibilità agli occhi per esempio degli operai, all’insieme del lavoro rivoluzionario. Ecco, come si può pensare che un proletario normale (uso provocatoriamente questo termine, cioè uno che vive le contraddizioni sociali non in un ghetto allucinato o in un elitario laboratorio ideologico) possa accettare e capire che si ammazzi uno per un distinguo, per un codicillo, per affermare una linea di lettura piuttosto che un’altra di quella tale pagina dei classici, per esemplificare un modello più o meno geniale partorito da qualche pensatore rivoluzionario, per dimostrare un corollario, per dar potenza a una linea o a un’organizzazione piuttosto che ad un’altra. La realtà è che la Babele delle linee politiche che abbiamo conosciuto nel movimento della cosiddetta Nuova Sinistra negli anni passati si è come trasformata pari pari in Babele delle linee di combattimento.
Le stesse manifestazioni di iper-politicantismo, gli stessi irresponsabili settarismi, le stesse sterili miopie, lo stesso carattere deresponsabilizzato che ha connotato in tutti questi anni l’esperienza del minoritarismo ossessivamente preoccupato di stabilire chi sono i veri comunisti. C’è solo da compiacerci del fatto che i più stupidi siano stati «istituzionalizzati», resi pertanto relativamente innocui.
Ora, l’incapacità di superare la fase delle sette certamente denota infantilismo, anche quando costa soltanto carta di ciclostile sprecata. Quando il terreno della sperimentazione o della lotta per l’egemonia diventa la pratica del terrorismo allora il discorso cambia.
Chi può accettare l’adozione di metodi di guerra per condurre battaglie teorico-politiche che poi in realtà sono battaglie puramente ideologiche, battaglie interne al movimento, o addirittura al suo ceto politico?
Si dice: fuoriuscire dalla logica frontista-massimalista della lotta armata vuol dire non già menare colpi al ventre molle e sociale del sistema ma anche ai suoi gangli vitali, i punti traenti della sua riorganizzazione, i nodi della sua modernizzazione.
In questo senso l’attacco al personale riformista, il sabotaggio del suo ruolo sarebbero all’ordine del giorno. È proprio qui che si fa un rapidissimo corto circuito, è qui che si confonde l’effetto politico destabilizzante e disarticolante del terrorismo con le operazioni di materiale disarticolazione che sul terreno militare esso conduce.
Non è affatto detto che per colpire politicamente si debba necessariamente colpire militarmente, altrimenti delle due l’una: o l’effetto finisce con l’essere contraddittorio, cioè di rinsaldamento, oppure occorrerebbe condurre un terrorismo di sterminio.
Chiunque, a questo punto, è in grado di capire che non siamo in una fase di guerra civile dispiegata.
La relativa massificazione, che chiamerei piuttosto iper-proliferazione dei comportamenti armati più diversi, è da un lato il segno di una riproducibilità impressionante e ormai inestirpabile del processo, ma dall’altro è la manifestazione estrema di una differenza, di un movimento nascente che però può ridursi a un ghetto allargato perché non ha ancora esplicitato le sue protezionalità.
I racket politici non hanno riunificato significativi strati proletari, hanno al massimo coagulato piccole comunità che (tanto per fare riferimenti alla imbecillità corrente) Vacca non saprebbe collocare nel nuovo Medioevo, né Alberoni nel suo nuovo Rinascimento.
Anche una comunità allargata può tradursi in una comunità illusoria: questo è sotto gli occhi di tutti. Siamo ad un bivio: o la costituzione organica di un nuovo movimento (che sia come l’effetto di una rivoluzione copernicana, indipendente e antitetico rispetto al movimento operaio istituzionale) o la conferma e magari la dilatazione progressiva, la riproduzione continua di un ghetto politico sociale di proporzioni crescenti.
Il dato certo è comunque che non si ha immanenza della guerra civile, e quindi non c’è uno stato sociale di guerra.
Su questo va fatta un’osservazione: io credo che si debba dire con chiarezza che la guerriglia per sé (non inserita in un insieme di interrelazioni, di intrecci, di interazioni che compongono una politica rivoluzionaria o non mediata politicamente verso l’esterno) non riesce a produrre radicalizzazione rivoluzionaria, sovversione sociale. Il circuito è appunto dalla guerriglia alla guerriglia e, non vi è dentro questa ideologia, dentro a questa pratica, nessuna possibilità di sbocco. La possibilità di una guerra privata (di un’opzione sui suoi fini) rischia di diventare addirittura un boomerang, perché, se non vi è una esplicita finalizzazione della guerra come passaggio storico (magari lungo, però che metta capo ad un risultato di cui si intravedono alcune direttrici fondamentali), l’unico atteggiamento sociale, l’unica rivendicazione di massa che può diffondersi è la rivendicazione della fine della guerra, un pacifismo confuso e diffuso.
È urgente sottolineare che la immanenza della guerra civile non c’è; dobbiamo sottolineare anche che se pure pensassimo a una moltiplicazione indefinita esponenziale delle forme di terrorismo pre-guerrigliero verticale o orizzontale, soggettivo, diffuso e così via, nulla può far pensare al passaggio dal terreno del terrorismo e della guerriglia fino ai fronti sociali necessari per la guerra civile.
Quello che c’è invece, è un comportamento armato, molteplice, una sorta di pluralismo del terrorismo in cui si intrecciano e si accavallano elementi preordinati e spontanei, concentrati e diffusi.
Al di là delle sue autoproposizioni spesso irritanti nel loro carattere tronfio, tutto questo ancora oggi appare come fine a se stesso, tattica senza partito o faccia puramente negativa e distruttiva della nuova spontaneità.
Continuerà ad apparire così, se non si identificano proprio i passaggi dentro il processo e cioè appunto il rivendicazionismo armato, la politica armata e così via «on the road»? In questa forma di azione deve essere vincolato, reso variabile e dipendente il rivendicazionismo armato, la politica armata comunque dei passaggi di innovazione sociale? In questo senso va detto che, ed è un termine che ripeteremo più avanti, l’unico effettivo moltiplicatore di potenza sembra essere la politica e l’uso politico del terreno militare.
Quello che va detto con chiarezza è che delle forme come quelle che conosciamo di terrorismo politico preguerrigliero orizzontale o concentrato, semispontaneo o preordinato, i soggetti che li conducono non possono avere la falsa coscienza di credere e di affermare che questo possa essere un metodo di lotta risolutivo. Da questo punto di vista va ripetuto con chiarezza che la guerriglia per sé non ha effettiva potenza trasformativa.
Non ha nessun senso un discorso che vada appunto dalla guerriglia alla guerriglia: o la guerriglia contiene in sé il codice della propria soluzione profondamente attraversato, innervato da un sistema di bisogni (una struttura desiderante che esprime una intelligenza sociale programmatica che ne costituisca il fine continuamente riproposto) oppure è solo il mezzo per spostare i rapporti di forza fino al punto di proporre una soluzione politica, un esito politico, una prospettiva mediata politicamente.
Altrimenti non ha senso, cioè è una guerriglia senza fine, un simulacro di guerra senza fine, che poi non è, perché appunto non ha la potenza sociale, non ha i confini sociali, non ha la dimensione sociale della guerra, e non può avere agli occhi, diciamo così, delle masse altro effetto che quello di provocare quello che abbiamo appena definito desiderio di fine della guerra.
Quindi è assolutamente importante questa critica della robotizzazione, della autonomizzazione delle scadenze, dei moti, delle forme, delle necessità della conduzione della guerriglia.
Anche dal punto di vista della impossibilità che da uno sviluppo della guerriglia per sé possa nascere il terreno di una guerra di liberazione come effettivo passaggio della trasformazione sociale.
Un’altra considerazione va fatta (traendola proprio dall’arsenale teorico del leninismo) contro il corto circuito elementare e rozzo per cui sostanzialmente una formazione guerrigliera che voglia colpire un determinato processo riorganizzativo, un determinato progetto di ristrutturazione del comando, un determinato obiettivo debba necessariamente (poiché si tratta di una organizzazione guerrigliera che usa come mezzo e metodo di lotta la forma della prassi combattente) intervenire su quel terreno, su quel tipo di operazione, di soggetto, di persona ostile, con la forma diretta dell’intervento, accettando dunque le indicazioni che il nemico stesso ha reso immediatamente disponibili.
In questo caso, la giustificazione o l’argomentazione portata dall’organizzazione che ha compiuto questo atto di guerra è data in termini di ragioni puramente e propriamente militari.
È data sulla base delle considerazioni che vorrebbero non ammettere repliche, cioè che dicono in realtà qui abbiamo colpito una figura che sulla base di nostre informazioni risulta essere una figura di particolare pericolosità, di particolare modernità nella messa in opera di forme di intelligenza e di tecniche aggressive tendenti a distruggere e a ghettizzare non solo le forme di organizzazione guerrigliera, non solo le forme di antagonismo sociale più radicale ma più in generale i processi di sovversione sociale, introducendo una iniziativa attenta, moderna, accorta e per questo pericolosa di normalizzazione sociale. Cerchiamo per un attimo di calarci, di immedesimarci nella logica, nel tipo di ragionamento che può presiedere alla formazione di una decisione di questo tipo da parte di una organizzazione guerrigliera.
L’organizzazione guerrigliera ha carattere prevalentemente militare se davvero si fosse trattato di questa necessità assoluta di compiere un atto difensivo, cioè di liquidare il cervello di un’iniziativa repressiva, intelligente, moderna da parte dello Stato contro il movimento di classe; mentre qui c’è un’evidente puntigliosità nel volere argomentare, motivare il carattere esemplare, programmatico, polemico dell’iniziativa.
Non solo: c’è anche il rifiuto dell’anonimato e la volontà di sottolineare il carattere di forma e di mezzo di lotta dentro il movimento.
L’unica cosa che possa motivare questo tipo di condotta è appunto una illogica deviazione (che il linguaggio tradizionale anche consunto chiama militarismo) in cui cioè un ordine di considerazioni di tipo organizzativo militare, diventa onnivoro e totalizzante.
Se invece di errori si tratta, contro questa linea politica va fatta una battaglia di merito.
Nel movimento noi abbiamo sempre fatto una analisi del Pci come articolazione dello Stato del partitismo organizzato, dello Stato moderno, complesso, pluralistico, indirizzato al controllo e alla normalizzazione del conflitto e non alla sua repressione.
Però salvo questo tipo di analisi, che ha condotto a una critica radicale del socialismo e del movimento operaio storico (senza nessun elemento di demonizzazione ideologica proprio perché non c’era nessun residuo di una tematica sul tradimento) nel movimento, nelle sue ideologie tradizionali, troviamo continuamente un’altalena tra ipotesi veramente entriste (o comunque di perdita di autonomia nei confronti del movimento operaio storico) e il recupero del vecchio arsenale sul social-fascismo.
Questo tipo di venatura è corsa dentro le tematiche sul gulag a Bologna che sono circolate durante il movimento del ’77, è corsa dentro componenti emmelliste dell’area rivoluzionaria dell’autonomia che sostanzialmente hanno reinterpretato il discorso che noi tentavamo di tenere come discorso sul PCI come socialdemocrazia sui generis, neo-corporativa, imperfetta, autoritaria, stalinista, demonazionale!?.
Costoro hanno tradotto immediatamente e cortocircuitato questo discorso nei termini di una riedizione con segno rovesciato della tematica sul “socialfascismo”, utilizzando lo stesso schema delle varie ideologie della “germanizzazione” e i “blabla” sulla “russificazione” di questo paese.
Noi crediamo che non tanto le ultime azioni ma le ultime argomentazioni proposte dal movimento combattente siano una riedizione ammodernata e filtrata (in rapporto con la socialità del movimento) di queste tematiche.
3 Mag, 1979 | Documenti, Fondo DeriveApprodi
Da ”Magazzino” n.2 di Roberta Tomassini
Il tentativo di Braverman (H. BRAVERMAN, Lavoro e capitale monopolistico, trad. it., Einaudi, Torino, 1978) di mettere a fuoco le più rilevanti trasformazioni del processo lavorativo, dagli inizi della rivoluzione industriale ai nostri giorni, si risolve in un ambiguo pasticcio di sociologia volgare e di velleità filosofico-speculative.
L’apparente articolazione analitica dell’indagine di Braverman ha perciò un andamento talmente schematico e ripetitivo che è facilmente sintetizzabile: il lavoro salariato dipendente, che si generalizza con la prima rivoluzione industriale, consente al capitale non solo di comandare il lavoro “immediato”, ma di continuare anche ad appropriarsi delle condizioni oggettive di erogazione del lavoro concreto.
La ricerca di Braverman intende appunto descrivere le funzioni che determinano l’astrattizzazione reale del lavoro operaio che perde così ogni indipendenza, ogni autonomia rispetto al dominio capitalistico. Agli inizi, l’orizzonte del potere capitalistico sconta i limiti che gli derivano dallo sviluppo della scienza come “teoria”-“rappresentazione” della realtà separata e distinta dallo sviluppo del saper-fare, dalla intelligenza tecnica e strumentale dell’operaio di mestiere.
In tutta la fase della “meccanizzazione” è ancora l’intelligenza tecnica espropriata all’operaio di mestiere il motore dell’innovazione capitalistica dell’organizzazione del processo lavorativo: tale unità fra ideazione ed esecuzione nel lavoro operaio è il limite della divisione del lavoro e della sua massima disciplina. Soltanto la formazione di un cervello sociale, adeguato alle esigenze capitalistiche di sfruttamento del lavoro, avrebbe potuto garantire uno sviluppo tecnologico e scientifico, che proprio perché relativamente “separato” dal lavoro operaio, si costituisse appunto come intelligenza delle forme di comando e di massimo sfruttamento della forza lavoro. La nascita delle scuole politecniche per la “formazione” dell’ingegnere determina la definitiva scissione all’interno del processo lavorativo fra ideazione ed esecuzione: il passaggio dalla “meccanizzazione” all“ ‘automazione” non a caso si verifica, nei diversi paesi industrializzati, sul ritmo dell’espansione e della diffusione delle scuole politecniche. Con la scissione fra ideazione ed esecuzione, l’innovazione tecnica non è più separata dalla innovazione organizzativa: lo sviluppo tecnologico e scientifico è infatti continuamente informato dalla sociologia industriale che osserva i comportamenti operai, li codifica, li classifica e li misura in quanto funzioni puramente meccaniche ed esecutive che come tali possono essere combinate ed ordinate in una serie di ipotesi organizzative sino ad individuare quella più “produttiva”. La razionalità capitalistica, secondo Braverman, ha continuato a spingere in questa direzione imponendo la separatezza fra ideazione ed esecuzione anche al lavoro impiegatizio, amministrativo e dei servizi.
Lo sviluppo dell’informatica e della computerizzazione proletarizza infatti la forza lavoro intellettuale mediamente qualificata ridotta a svolgere mansioni puramente esecutive, ripetitive e parcellizzate.
Il lavoro vivo, come capacità di innovazione che si differenzia dall’universo del lavoro astratto uguale, tende perciò a realizzarsi nella ristretta cerchia di una sorta di “mandarinato” che si identifica con gli interessi di capitale e che resta inaccessibile alla massificazione del lavoro sociale esecutivo.
La degradazione del lavoro, come base e condizione dell’accumulazione capitalistica, genera però assenteismo, disaffezione, deresponsabilizzazione rispetto ad un’attività lavorativa che perde ogni attrattiva e ogni possibilità di gratificazione.
Nella logica di Braverman comunque tale resistenza spontanea e massificata alla degradazione del lavoro è di per sé incapace di tradursi in un effettivo superamento delle attuali condizioni alienate della produzione. Se e nella misura in cui il capitale detiene il lavoro vivo – in quanto “organizza” e “forma” il cervello sociale come sua propria funzione di sviluppo – solo il processo di transizione che ricomponga ideazione ed esecuzione e ricostituisca la professionalità attraverso l’autogestione può riconquistare l’intelligenza ed il controllo dei mezzi di produzione. Braverman sembra riesumare dalle ceneri un dibattito che, nel marxismo italiano, si è rapidamente consumato fra la fine degli anni cinquanta e l’inizio degli anni sessanta; il capitale monopolistico divideva allora la cultura marxista italiana fra l’ottimismo di quanti attribuivano all’automazione il superamento dell’idiotismo del mestiere e quindi la formazione di un’individualità sociale ricca e liberata dalla fatica, ed il pessimismo di quanti coglievano nelle nuove condizioni della produzione il baratro della robotizzazione, del consumismo, della cultura di massa, dell’integrazione.
Le lotte dell’ ”operaio massa” e gli inizi di una ricerca marxista – l’operaismo – che ne assumeva il “punto di vista”, dimostrano come una problematica di questo genere non avrebbe potuto trovare soluzione sul piano della futurologia, del gusto profetico degli intellettuali, indipendentemente cioè dalle caratteristiche dello scontro di classe. Quanto più infatti la ricerca marxista si confronta con la qualità delle lotte operaie tanto più scopre che non è il valore del lavoro che fonda la possibilità storica dell’egemonia operaia: è unicamente la strategia del rifiuto del lavoro che sviluppa comunismo. Questo è il solo punto di vista che, pur “scandalizzando” la cultura marxista ufficiale, permette di afferrare il senso del pensiero marxiano al di là della sua apparente insuperabile contraddizione su cui tanto si è affaticato il marxismo filosofico: non vi è dubbio che quando Marx analizza lo sviluppo tecnologico e scientifico, e quindi le trasformazioni del processo lavorativo sotto il comando capitalistico, coglie nella sussunzione reale del lavoro operaio al capitale l’intensificazione dello sfruttamento della forza lavoro e la sua svalorizzazione.
Eppure, per Marx, quanto più il capitale astrattizza il lavoro, e quanto più lo assoggetta, tanto più si sviluppa la soggettività comunista.
Come è possibile che lo sviluppo delle forze produttive, come sviluppo del potere di capitale sul lavoro sociale, sia sviluppo delle condizioni che fondano la necessità storica del comunismo?
Per l’operaismo non è l’autonoma capacità civilizzatrice di capitale che immediatamente innalza il valore della forza lavoro, al di là della sua apparente svalorizzazione, ma è il rifiuto del lavoro che costringe il capitale a rendersi sempre più “indipendente” dal lavoro operaio, a ridurre il lavoro socialmente necessario sino al punto in cui non può più porsi come “misura” delle potenzialità produttive che ha evocato. Sino a che l’innovazione del processo lavorativo dipende dal saper-fare dell’operaio di mestiere, la professionalità operaia valorizza il capitale ma rappresenta anche fattore di rigidità e di autonomia nella produzione, che il capitale tende a distruggere sussumendo l’intelligenza tecnica e scientifica e rendendo il lavoro operaio esecutivo.
Nella misura in cui però il capitale svalorizza la forza lavoro è la classe operaia che si valorizza come tale: la valorizzazione capitalistica dipende ora dal rifiuto del lavoro che “comanda” lo sviluppo capitalistico costringendolo a trasformare le condizioni della produzione verso una crescente automazione. La svalorizzazione della forza lavoro sviluppa un antagonismo qualitativamente nuovo che rende storicamente matura la possibilità soggettiva per la classe operaia di valorizzarsi come forza politica, nella continua negazione di sé come merce che si scambia con capitale. Marx nella generalizzazione del lavoro astratto-uguale, nella parcellizzazione delle mansioni, nella loro interscambiabilità, individua infatti la base materiale della dissoluzione della divisione della società in classi, della soppressione della legge del valore.
Astrattizzazione del lavoro socialmente combinato, automazione e quindi riduzione del tempo di lavoro socialmente necessario implicano per Marx l’autonegazione della classe operaia in quanto forza lavoro, nella sua funzione cioè di mezzo di produzione.
La crisi di tale funzione strumentale non implica affatto svalorizzazione della soggettività operaia e proletaria: ne eleva al contrario l’intellettualità, le capacità che cessano di essere determinate dal tempo di lavoro.
L’indifferenza fra i vari lavori è la base materiale della “universalizzazione” dell’individuo sociale il cui potere non è più determinato dalle competenze “parziali” della forza lavoro immediata. Ma è esattamente il Marx teorico del comunismo che Braverman si rifiuta di leggere, rivelandosi chiuso ad ogni logica di superamento della divisione della società in classi. Non gli resta perciò che considerare la degradazione del lavoro per vagheggiare il lavoro “umanizzato” ancorato all’ideologia socialista.
È un modo come un altro per convincere la classe operaia della impossibilità storica del superamento della sua condizione, e della necessità perciò di lottare contro la degradazione del lavoro per poter incontrare sentimenti di gratificazione e di orgoglio nella propria condizione subordinata, nella intelligenza del proprio ruolo strumentale, di forza lavoro, nella riproduzione sociale. In tale funzione ideologica il libro di Braverman, per quanto rozzo e superato, suscita simpatie e consensi da parte di tutte quelle forze politiche impegnate a reperire nuove vie per sfuggire il comunismo.
Ma la lotta contro la degradazione del lavoro, per la nuova professionalità, per la ricomposizione fra ideazione ed esecuzione, per la nuova qualificazione, con cui Pci e sindacati hanno inteso far digerire la “ristrutturazione” all’autunno caldo, è una lotta che sa solo di sconfitta, di rinuncia al comunismo: come tale non presenta nessuna attrattiva per una classe operaia esclusivamente interessata a organizzare il rifiuto del lavoro. Al punto che la ristrutturazione, al di là di ogni programma di nuova professionalità, attraverso la robotizzazione, l’informatica, la computerizzazione, il decentramento, le ipotesi di introduzione del tempo di lavoro flessibile ha inteso colpire le forme di organizzazione del rifiuto del lavoro. E nella nuova divisione del lavoro, nella nuova organizzazione di impresa, si riscontra un’ulteriore accelerazione dei processi di astrattizzazione della stessa socializzazione dal lavoro.
È proprio l’indisponibilità a valorizzare il capitale del lavoratore complessivo che spinge il cervello organizzativo di capitale a sottrarre ogni decisione, ogni responsabilità, ogni residuo di lavoro concreto alla combinazione delle mansioni che potrebbe trasformarsi in occasione di antagonismo e di sabotaggio.
La tendenza, in questo senso, al superamento della catena di montaggio non mira certo a eliminare la disaffezione e l’assenteismo dell’operaio singolo, giustamente disinteressato a un lavoro monotono e ripetitivo: è piuttosto il lavoro socialmente combinato con un potere di decisionalità che diventa temibile per il capitale e che quindi deve essere eliminato. Da questo punto di vista, sembrerebbe giustificata la motivazione che, al limite degli anni sessanta, ha indotto alcuni esponenti dell’operaismo a rientrare nelle fila del Pei: il rifiuto del lavoro – e non certo la degradazione del lavoro -, in quanto non capitale, in quanto crisi del rapporto di capitale, valorizza il capitale.
Il rifiuto del lavoro trasforma attivamente il rapporto di produzione capitalistico, ma non è sufficiente a metterne in crisi le condizioni di riproduzione politica.
Il dinamismo di capitale capitalizza l’antagonismo operaio, attraverso la trasformazione del processo lavorativo che non si risolve nell’innovazione tecnologica in quanto avvia processi economico-politici, relativamente indipendenti, che trasformano dall’alto la composizione tecnica di classe. Oggi questi stessi ex-operaisti nell’autonomia del politico finalmente ci sono entrati.
E si sono accorti, a quanto pare, che lo Stato post-keynesiano è ben diverso dal castello kafkiano, e da ogni mito che vede aggirarsi nel palazzo “i mandarini” dell’autonomia del politico. Nelle sue più recenti riflessioni in proposito M. Cacciari (Cfr. M. CACCIARI, Trasformazioni dello Stato e progetto politico, “Critica Marxista”, 5, 1978) afferma che lo Stato attuale non si identifica più né con lo Stato Ottocentesco organico agli interessi della borghesia, né con lo Stato keynesiano come luogo della mediazione e della neutralizzazione dei conflitti sociali.
Lo Stato oggi è incapace sia di esprimere la “composizione sintetica dei conflitti”, sia di farsene assolutamente indipendente; in questo senso, malgrado l’ampio margine di manovra degli strumenti di politica monetaria, malgrado i processi di burocratizzazione, malgrado la crescente funzione di comando che il capitale sociale è in grado di esercitare rispetto ai capitali singoli, la razionalità dello Stato sembra ridursi ad un assetto funzionale incapace di “programmazione”.
La razionalità dello Stato contemporaneo si ridefinisce quindi giorno per giorno a fronte di una conflittualità diffusa, permanente: non vi è perciò “superamento” della crisi politica, in quanto lo Stato produce crisi dei rapporti politici e si presenta più come una funzione, solo relativamente indipendente, della conflittualità della società civile che come superiore sintesi politica. In altre parole, la ricomposizione politica è incessante scomposizione dei rapporti di forza che si costituiscono fra i diversi gruppi di interesse e le diverse “autonomie” sociali, e quindi non è che funzione di sviluppo di crisi politica manovrata. Quanto più perciò lo Stato, nella gestione della finanza pubblica, accentra funzioni direttamente produttive, tanto più il “politico” costituisce una funzione della conflittualità che ne sovradetermina lo sviluppo compatibile alla riproduzione dei rapporti di produzione.
Tuttavia Cacciari sottolinea come tale produzione di crisi dei rapporti politici che identifica lo Stato post-keynesiano non sia interpretabile come semplice manovra di accerchiamento e di isolamento della classe operaia; “esiste – piuttosto – una materiale diffusione di comportamenti conflittuali, di obiettivi politici e di valori… è questa storia… che moltiplica il peso quantitativo e qualitativo di nuovi strati sociali – è questa storia che opera un’autentica “rivoluzione culturale” all’interno della stessa classe operaia, e che quindi produce rapporti del tutto nuovi con il complesso della formazione sociale…” (Ivi, pp. 46–48).
La crisi del ruolo di mediazione e di neutralizzazione dei conflitti dello Stato keynesiano non è l’autonoma strategia del “politico”: è piuttosto sintomo dell’effettiva impossibilità per lo Stato post-keynesiano di pianificare lo sviluppo dei bisogni sociali in base alla socializzazione dei rapporti di produzione, in base cioè a una teoria delle classi sociali oggettivamente determinata dai rapporti di produzione. Lo Stato post-keynesiano rivela anche ai teorici dell’autonomia del politico che la strategia del rifiuto del lavoro non è semplice motore della valorizzazione capitalistica ma è soprattutto funzione dell’autovalorizzazione operaia e proletaria.
L’antagonismo operaio e proletario, nel tempo disponibile e liberato dal lavoro, ridefinisce la composizione di classe, ne trasforma la riproduzione su una complessità di bisogni e di comportamenti soggettivi di cui sembra quasi indifferente la specificità “operaia”.
Gli anni settanta sono infatti caratterizzati da comportamenti di insubordinazione, da situazioni diffuse di rigidità, da un insieme di lotte che hanno “politicizzato” il privato: non è soltanto il tempo di lavoro, la giornata lavorativa il luogo di costituzione dei bisogni di classe, ma l’esistenza quotidiana, il tempo in cui l’individuo riproduce, rigenera se stesso cessa di essere mediato dall’ideologia del valore del lavoro.
La lotta contro il lavoro capitalistico, la lotta per gli aumenti salariali sono obiettivi limitati che riconsegnano all’individuo, al “privato” o meglio all’economia della famiglia, le condizioni proletarie della vita quotidiana.
L’autonegazione della forza lavoro si estende, con gli anni settanta, dall’immediatezza dei rapporti di produzione ai modi di riproduzione: la composizione di classe attiva nuovi processi di socializzazione, non è l’individuo che rimuove le condizioni proletarie di riproduzione che limitano lo sviluppo della sua soggettività, ma l’individuo sociale che trasforma i rapporti sociali in funzione della propria valorizzazione.
Al di là di ogni ideologia della dequalificazione e della degradazione del lavoro, gli anni settanta attestano come l’indifferenza fra i diversi lavori, la liberazione dall’ideologia del valore del lavoro, abbia significato per la classe operaia in quanto forza politica un innalzamento intellettuale e culturale tale da costituire forme di potere a livello della generalità della riproduzione sociale.
E non si tratta unicamente della trasformazione dei valori etici, morali o genericamente culturali, ma della capacità dell’intelligenza sociale, che si forma nella insubordinazione allo sfruttamento, di saper comandare perfino il cervello sociale “organizzato” dal capitale, quello per intenderci che ossessiona Braverman; al punto che lo stesso “mandarinato” è spesso costretto a funzionare come strumento esecutivo dell’ideazione di bisogni qualitativamente nuovi Le lotte hanno dimostrato che non c’è possibilità di sviluppo della “medicina” che non dipenda dai bisogni del malato, e così pure che non c’è avvenire per qualsiasi pedagogia che non dipenda dai bisogni di conoscenza e dai comportamenti di coloro che studiano, che non c’è sviluppo di nuove fonti di energia se non facendo i conti con la resistenza sociale al piano nucleare, che non c’è sviluppo dell’urbanistica che possa prescindere dall’innalzamento del tenore di vita. A meno che fra il sapere dei mandarini e l’intelligenza sociale non si apra una conflittualità che deve essere “mediata” (se non neutralizzata) dalla politica.
Sarebbe interessante analizzare a questo proposito le ragioni per cui le istituzioni del sapere si trovano oggi a dover funzionare come istituzioni direttamente “politiche”, incessantemente attraversate dalla conflittualità del proletariato intellettuale e dai nuovi bisogni sociali. La nuova intelligenza sociale, la nuova concezione dei rapporti sociali non è certo espressione della coscienza esasperata che nasce all’ombra dell’emarginazione dal lavoro o dalla sottoccupazione nell’ideologia dell’immediatismo dei bisogni: si radica al contrario nella famiglia proletaria, anche se a volte in modo conflittuale, e si generalizza con sorprendente rapidità mettendo in crisi i codici della cultura dominante. Questa enorme potenzialità di trasformazione dei rapporti sociali scatena infatti le più svariate reazioni di rigetto da parte della cultura “ufficiale”: si denuncia la devianza collettiva, la crisi dei valori, la regressione della coscienza politica a forme di neo esistenzialismo, sino al momento in cui la nuova etica, la nuova cultura diventa “norma” sotterranea da riconoscere come tale. La “formazione dell’individuo sociale” ha suscitato però molte perplessità e problemi anche all’interno della nuova sinistra, così come del resto tutto il processo di politicizzazione del “privato”: come è possibile l’emancipazione dei rapporti sociali, la formazione di nuovi soggetti, nella specificità delle loro esigenze, in una relativa indipendenza dalla composizione tecnica di classe, dalla oggettività dei rapporti di produzione? Non è casuale però il fatto che Marx non si riferisca più all’ ”operaio complessivo” ma all’ ”uomo” o all’ ”individuo sociale” quando descrive le condizioni di sviluppo dell’antagonismo di classe: quanto più la classe operaia e proletaria tende alla propria dissoluzione come classe determinata dai rapporti capitalistici, tanto più rappresenta l’ ”individuo sociale” che prende coscienza dei propri bisogni al di là della base limitata della produzione capitalistica.
La riduzione del tempo di lavoro socialmente necessario consente “il libero sviluppo delle individualità”, infatti “le forze produttive e le relazioni sociali” sono “entrambi lati diversi dello sviluppo dell’individuo sociale” che “figurano per il capitale solo come mezzi per produrre la sua base limitata. Ma in realtà essi sono le condizioni per fare saltare in aria questa base” (K. MARX, Lineamenti, trad. it., La Nuova Italia, Firenze, 1968, voi. II, p. 402). Nella misura in cui il rifiuto del lavoro sviluppa l’astrattizzazione reale del lavoro “non è più tanto il lavoro a presentarsi incluso nel processo di produzione, quanto piuttosto l’uomo a porsi in rapporto al processo di produzione come sorvegliante e regolatore” e ciò “vale anche per la combinazione delle attività umane e per lo sviluppo delle relazioni umane… Egli si colloca accanto al processo di produzione, anziché esserne l’agente principale”, (Ivi, p. 401). Siamo in un orizzonte totalmente rovesciato rispetto a quello angusto e capovolto di Braverman: per l’individuo sociale il suo superamento possibile della degradazione del lavoro è la soppressione della sua determinazione capitalistica.
Questo non ha nulla a che fare con la “umanizzazione” del lavoro immediato, né con la regressione al lavoro concreto: si identifica piuttosto con la soppressione della legge del valore, della centralità della giornata lavorativa nel potere che essa ha di sostituire il valore del lavoro come “misura” dello sviluppo dei bisogni dell’individuo sociale. La soppressione della legge del valore è quindi la realizzazione storica dell’antagonismo dell’individuo sociale e delle caratteristiche radicalmente nuove che qualificano la sua “produttività generale”: cioè la capacità di “direzione” e di “sorveglianza” rispetto alle potenzialità produttive in funzione dell’autovalorizzazione dei rapporti sociali.
La strategia del rifiuto del lavoro, dell’autonegazione della forza lavoro, sviluppa la “produttività generale” come padronanza delle condizioni della riproduzione sociale, come innovazione dei rapporti sociali.
La “produttività generale” dell’individuo sociale oggi si presenta effettivamente come “il grande pilone di sostegno della produzione e della ricchezza” nella sua capacità di innovare le modalità di formazione della ricchezza, nella socializzazione del lavoro sommerso, ma anche e soprattutto nelle nuove forme di lotta in cui l’antagonismo sociale si presenta come condizione imprescindibile della “qualità” dello sviluppo. Il motore infatti del cervello sociale organizzato dal capitale cessa di essere unicamente il rifiuto del lavoro, ma si presenta come lavoro vivo, intelligenza sociale che incessantemente valorizza le condizioni della riproduzione, innalzando i bisogni sociali: al punto che condizione dello sviluppo e della valorizzazione di capitale è “l’appropriazione della produttività generale”, la subordinazione dell’innovazione dei rapporti sociali.
Tuttavia la “produttività generale” sussunta all’innovazione politica ed organizzativa di capitale è produttrice di crisi, di disgregazione, di nuova conflittualità che non consente nuove forme di durevole composizione politica; in quanto la “produttività generale” dell’individuo sociale resta ancorata al valore d’uso, come padronanza delle strategie di fruizione collettiva della ricchezza disponibile e non è compatibile con le ragioni dello scambio e dell’accumulazione capitalistica. Ogni teoria dei giochi dello Stato post-keynesiano, ogni forma di erogazione di reddito atta a ripristinare il sistema della diseguaglianza nella soddisfazione dei bisogni dell’individuo sociale, sviluppa crisi politica e moltiplica la “produttività generale”: i centri e i momenti disseminati dell’antagonismo. Sono questi i centri e i momenti di sviluppo della strategia dell’individuo sociale nel suo progetto di autodeterminazione politica poi la nuova formazione sociale
1 Gen, 1980 | Documenti, Fondo DeriveApprodi
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a cura del centro giovanile tradatese e del centro di documentazione di Varese
3 Dic, 1980 | Documenti, Fondo DeriveApprodi
AUTOVALORIZZAZIONE E NUOVI SOGGETTI
Le tematiche dei «nuovi bisogni», dell’«operaio sociale», dell’«autovalorizzazione», che sono il punto di approdo dell’«autonomia», sono lo sviluppo lineare di questo approccio.
Il divario tra produzione di capitale e organizzazione sociale si è approfonditi fino a far corrispondere ad un individuo sociale ricco di capacità, informazioni, conoscenze, bisogni, desideri, una produzione povera che riesce ad organizzare non solo una parte crescentemente ridotta del suo tempo, ma quella parte di esso che è più misera e vuota, insieme, delle cose che si conoscono e di quelle che si desiderano.
Una produzione che costituisce solo una parte delle interrelazioni sociali di chi vi partecipa, che è un frammento e non la sintesi di tutta la cooperazione sociale; soprattutto, una produzione che tale cooperazione, nel suo insieme, non riesce più a comandare ed ordinare.
La circolazione dei ruoli e delle conoscenze in modo crescente e rilevante non si ordina più secondo i criteri del lavoro produttivo di capitale, secondo le regole della prestazione di lavoro.
Queste regole comandano una quantità di risorse che non è più sufficiente ad ordinare l’insieme della riproduzione sociale, i punti di dispersione e disordine rispetto ad essa si sono moltiplicati a dismisura e già si intravedono i primi, evanescenti segni di un possibile diverso principio ordinatore: valore d’uso contro valore di scambio, concretezza dei bisogni dell’«individuo sociale ricco» che si contrappone all’universo seriale, capace solo di determinazione quantitativa, dal bisogno riproduttivo della forza-lavoro, al bisogno astratto della «necessità», della «scarsità naturale».
Non è più soltanto salario contro profitto, cioè l’autonomia di interessi contrapposti nell’unità di un meccanismo sociale, ma l’individuazione di una contrapposizione possibile tra due modi di produzione, due universi di rapporti sociali. Ciò che definisce il passaggio dalla prima articolazione del discorso – quella salariale – alla seconda – il «movimento del valore d’uso» –, è in definitiva la crisi del concetto di sviluppo: che è la capacità di sintesi capitalista della dualità di poteri che vivono nel modo di produzione.
Da questo punto di vista, la lunga alternanza di crisi e stagnazione che si apre con gli anni ’70, in Italia e in tutto l’Occidente, appare all’autonomia come incapacità dell’interesse di parte capitalista ad essere sintesi di tutta la organizzazione, comunicazione, conoscenza sociale; come incapacità di organizzare dentro il tempo di lavoro tutte le risorse sociali e dietro la gerarchia che lo comanda tutto il tempo sociale.
È come dire che la sintesi produttiva e politica che il rapporto di capitale offre appare povera a fronte della ricchezza crescente del tessuto sociale che si costruisce attorno alle lotte; attorno a questo viene a gravitare una quantità estremamente elevata di risorse produttive in termini di capacità di cooperazione sociale, scambio ed elaborazione di informazioni e conoscenze, comando sul tempo sociale.
La comunicazione sociale appare allargarsi a dismisura, svincolandosi in larga parte dal principio di prestazione che regola il rapporto di salario, e questo non è più capace di comandare in modo pieno la gerarchia sociale: una quota crescente della ricchezza sociale è inchiodata a finanziare, attraverso le più diverse forme di assistenza, non la prestazione lavorativa ma la rigidità rispetto ad essa e il suo rifiuto, contemporaneamente rendendo socialmente irrilevante, non marginalizzante, la esclusione da essa.
D’altro canto, la fabbrica non comanda più, attraverso il mercato del lavoro, l’insieme dei comportamenti sociali, e la cooperazione sociale appare più larga e ricca di quella che anima il lavoro produttivo di capitale: gruppi sociali in larga misura espulsi dal rapporto di lavoro, i giovani e le donne, conquistano forza di espressione e potere sociale, e mentre il tempo di lavoro di ognuno non solo viene soggettivamente vissuto come espropriazione di vita, come condanna e miseria, ma oggettivamente si svuota di conoscenza e forza creativa, il tempo libero in misura crescente cessa di essere il tempo subalterno della riproduzione della forza-lavoro per divenire tempo ricco di scambi e relazioni sociali, capace di comunicazione, elaborazione, coordinamento, detentore di risorse ingenti e conoscenze; insomma, una forza produttiva, che non è uguale al lavoro, ha un regime sociale più largo, è attivamente abitata dalla lotta contro il lavoro.
Tutto questo tessuto di fatti nuovi, questa modificazione profonda intervenuta nel modo di produzione, è evento potente, non emarginabile.
A sua volta però non è capace di essere univocamente forza di una sintesi alternativa: troppe cose non sa maneggiare, troppe risorse gli sfuggono, anche se non è vero che ha quel pessimo rapporto con la tecnologia che si dice, ed anche se sul terreno della produzione è cominciato ad entrare non più solo come resistenza e sabotaggio ma anche come forza creativa.
È un discorso sulla transizione, sulla migrazione di massa dal lavoro produttivo di capitale, e sui suoi possibili esiti.
In sostanza, rispetto alle rotture operate dall’operaismo sul corpus teorico del marxismo-leninismo, l’esperienza «autonoma» aggiunge una concezione della crisi che non è più quella del «collasso sociale», dell’esplosione della incapacità di fondo del capitale di far fronte alle esigenze sociali, bensì quella della esplosione di relazioni sociali, troppo ricche per essere ricondotte al rapporto di capitale, quella dei limiti del comando di capitale su tutta la società: non il crescere della miseria, ma del movimento di emancipazione, sta alla base del «bisogno di comunismo».
Come dire, il contrario di una teoria della catastrofe: alla base di tutto ci si accorge che c’è la rilevazione della inadeguatezza, della povertà, dei rapporti di potere presenti a fronte della ricchezza delle relazioni sociali che si sono sviluppate e sono operanti.
IL RAPPORTO CON LE ISTITUZIONI NELLA STORIA DELL’AUTONOMIA
Dentro questa forma del mutamento sociale, dentro questo problema del passaggio di poteri dal lavoro al non lavoro, la questione del potere statale si pone sempre in termini di contrattazione, mai di «occupazione» o sostituzione. Nella storia dell’autonomia ciò vuol dire che esso si presenta sempre in termini di «tattica», mai di «strategia», e che difficilmente si presta ad essere il luogo centrale dell’identità politica.
È problema tattico, di rimozione delle resistenze, non strategico, di costruzione del meccanismo di guida del processo.
Problema «tattico» in senso forte nella prima fase del movimenti, fino allo scioglimento di Potere operaio; «tattico» in senso debole nella seconda fase, quella dell’area dall’autonomia propriamente detta.
«In senso forte» vuoi dire capace di esprimere una identità politica e organizzativa complessa, un progetto di partito: al movimento la strategia, il comunismo, al partito la tattica, la rimozione degli ostacoli, la capacità di rottura.
Come dire, Potere operaio, il «partito dell’insurrezione».
Dove insurrezione non è progetto di potere politico — nè «tutto il potere ai soviet» né «governo operaio» — ma ricomposizione del movimento, rottura del controllo politico-sociale attorno alla forza unificante di alcune parole d’ordine, come «salario garantito», capaci di coagulare in un punto le energie per mettere un cuneo, far arretrare le istituzioni, allargare gli spazi del movimento.
Unificare il movimento, scardinare il controllo, questo il problema. E il controllo non è militare se non in ultima istanza: non è questione di guerra ma di disomogeneità nella composizione di classe, di punti forti e deboli, di contraddizioni, e della possibilità di trovare quel minimo comune denominatore che funzioni da maglio e permetta che la crescita riprenda a un livello più avanzato.
Non è la presa del potere ma la rottura degli argini.
Ma c’è un’enfasi, un’ansia, una forzatura che non trovano riscontro.
Enfasi sulla forza degli argini, ansia sulla tenuta del movimento, forzatura sul carattere necessariamente frontale dello scontro: il blocco delle lotte, la disarticolazione di classe, il riflusso di fronte alla ristrutturazione apparivano i punti di riferimento obbligati del discorso sulla rottura.
Nella realtà gli argini sono stati tutti aggirati, a un costo basso, e la crisi economica ha saputo misurare non tanto la virulenza del contrattacco capitalistico quanto la ampiezza degli spazi conquistati dal movimento.
Il movimento del rifiuto del lavoro non ha assaltato la società politica, si è messo a girarle attorno, confermando tutti gli strumenti di governo ma ponendo vincoli crescenti alla loro selettività, impegnando una larga fetta di ricchezza a pagare in modo indifferenziato il consenso tribuito: nella sostanza, ha anticipato e cavalcato la ristrutturazione capitalista piegandola al rispetto della propria unità, rendendola contraddittoria, erodendone la capacità di comando sociale ed allargando i propri spazi di potere e gestione.
La rigidità delle istituzioni è stata massima sul piano formale, al punto da impedire qualsiasi forma di rappresentazione politica del mutamento, da rimuovere perfino il problema della sua legittimità, ma questa operazione ha avuto un corrispettivo pesante in termini di fragilità sostanziale, di perdita secca di capacità di governo.In questo slittamento dei piani del confronto è naufragato il progetto politico di Potere operaio; nel ’73 esplode la sua crisi.
L’unificazione «tattica» che esso propone appare riduttiva di fronte alla molteplicità dei livelli di scontro che si sono aperti, dei linguaggi che il movimento pratica, degli spazi di crescita agibili da parte di una ricchezza di soggetti sociali la cui identità collettiva è complessa, non riducibile ad una « unità » di breve momento.
La rappresentazione generale del movimento in una semplice chiave antistituzionale appare insieme impossibile e non necessaria, una forzatura estremista.
Su queste basi Potere operaio si scioglie.La prospettiva aperta a questo punto, per l’autonomia, è quella di un’aderenza totale al movimento dentro l’abbandono di ogni progetto di «grande tattica», di centralizzazione e unificazione, che vada oltre il terreno effettivamente offerto dai contenuti e livelli di crescita volta a volta dati: non è possibile mantenere la divaricazione di tattica e strategia, di partito e movimento, di politica e comunismo.
Il solo terreno di unificazione del movimento che appare praticabile non è politico ma produttivo, è la sintesi pratica degli spazi di potere volta a volta conquistati: il potere comunista cresce giorno per giorno nello scontro tra lavoro e rifiuto del lavoro, con forme e modalità volta a volta diverse, e su questo medesimo terreno deve porsi il problema della tattica, su questo essere risolto quello dello stato.
Non vi è posto per una identità di movimento diversa da questa, né più semplice della costruzione del comunismo che cresce nella società, e il comando politico-militare dello Stato va affrontato là dove emerge come specifica contraddizione, nei suoi luoghi terminali che vanno piano piano rosicchiati.
Il problema dello Stato cessa di essere il luogo di una identità «tattica» facile, viene riassorbito nella dimensione più complessa della costituzione dei rapporti di produzione emergenti.
Allargamento degli spazi sul terreno su cui si aprono, in nessun caso concentrazione delle forze attorno ad un’unità minimale e «rappresentativa», ma scavo in profondo dentro le disomogeneità, le discontinuità del tessuto di classe perché è attorno ad esse che si articola il potere nuovo. Che è diffuso, disperso, non sintetico.
È un discorso attorno al quale ruota un generale spostamento di attenzione sul piano delle tematiche e degli obiettivi, non solo della forma organizzativa: dall’«insurrezione» alla «lotta di lunga durata», dalle «scadenze» attorno ad obiettivi unificanti alla appropriazione.
«La pratica dell’appropriazione» diviene il punto d’identità forse più rilevante dell’area politica che si costituisce.
Appropriazione di beni, cioè esproprio, illegalità di massa, «violenza diffusa»; ma anche autoriduzione delle tariffe sociali, cioè allargamento della legalità sulla base del consenso; e «appropriazione» in fabbrica della riduzione dell’orario di lavoro, sua riduzione unilaterale, non contrattata ma attuazione operativa di una decisione di parte, di un «decreto».
Insomma, appropriazione come superamento della trattativa, come gestione di un potere di fatto sulla distribuzione della ricchezza come sull’orario di lavoro là ove questo sia praticabile: una tematica che ben si adatta ad un discorso «molecolare» sul potere, ma i cui limiti artigianali sono evidenti.
Sono il localismo, la riduzione del problema della misura generale dei rapporti di forza alla pratica locale del contro-potere.
In effetti, ogni volta che una lotta crescerà fino a porre problemi di carattere generale per il movimento, ogni volta che il terreno di scontro si alzerà fino ad assumere una valenza esemplare, questo discorso mostrerà la corda, diviso com’è tra la volontà di una identità pienamente sociale e il bisogno della politica, della «rappresentazione generale» delle forze in campo, della concentrazione delle risorse.
Una contraddizione mai superata, che si esprimerà da un lato come vitalità e diffusione, capacità di interpretare il nuovo ed aderirvi, dell’area dell’autonomia, dall’altro come povertà e frammentarietà dei suoi livelli organizzativi e, insieme, come costante disponibilità alla enfatizzazione minoritaria ed esemplare della propria azione nel tentativo di far fronte ai problemi insoluti dell’identità e dello scontro politico.
È dentro questa situazione che la tematica del contro-potere viene forzata ad essere, da base potente ma locale di consolidamento di ben definite esperienze organizzative, ideologia collettiva, identità generale di movimento. Una identità impossibile, perché solo in casi estremi e per strati sociali molto particolari, rigidamente definiti nel senso dell’esclusione da rapporti partecipativi, un mutamento nella distribuzione sociale del potere si esprime come «contro-potere»: in generale i meccanismi della contrattazione informale e quella particolare forma di appropriazione di risorse — monetarie e di tempo — che si manifesta nella caduta di efficienza nel rapporto di prestazione, costituiscono soluzioni meno dispendiose socialmente e politicamente.
Una identità impossibile, ma che con naturalezza tende a presentarsi come pratica «normale» del rapporto col potere quando lo scontro è con un tessuto istituzionale connotato da una rigidità, da una incapacità di modificazione e riforma, tale da porre il problema del potere quotidianamente in termini totalitari.
Perché è un tessuto istituzionale proteso ad acquisire alla classe politica ogni terreno di espressione sociale, a giocare le sue carte non sul terreno del monopolio della rappresentanza legittima ma su quello socialista del monopolio della comunicazione sociale.
In questa accezione del «contro-potere», il problema dello Stato sole marginalmente costituisce luogo di identità sociale e politica del movimento: ciò avviene per alcune, importanti ma limitate, esperienze organizzative ma non riesce ad essere il tessuto connettivo effettivo delle più consistenti esperienze di lotta.
E allora la storia dell’autonomia di questi anni appare priva di un vero centro focale: due esperienze saldamente radicate in fasce larghe di proletariato giovanile e operaio a Roma e Padova; una grande ricchezza di esperienze, dalla Assemblea autonoma dell’Alfa ai circoli del proletariato giovanile, a Milano, dentro una fluidità organizzativa praticamente inestricabile; un percorso di grandissime esperienze di lotta, dall’occupazione del ’73 alle lotte del ’74 fino ai picchetti cittadini del ’79 alla Fiat, senza una trama organizzativa in qualche modo stabilizzata e riconoscibile; una quantità enorme e non censibile di collettivi locali sparsi ovunque; le esplosioni del ’77 a Roma e Bologna, in nessun modo riconducibili ad esperienze organizzative antecedenti ma che tutte le inglobano.
In questo modo complesso, fatto di discontinuità e divario fra lotte ed organizzazione, il movimento del rifiuto del lavoro si incrocia con una storia politica che, pur volendo aderirvi ed essendone continuamente alimentata, non riesce ad essere risposta ai problemi che vengono posti.
È una storia che ha una chiave semplice: la aderenza ai livelli più elevati dello scontro sociale di questi anni, l’incapacità di elaborare una identità abbastanza articolata da saper rendere conto dell’insieme del tessuto di comunicazione del movimento e da saper rapportarsi ad esso in modo diverso dalla riproposizione esemplare dell’esperienza guida.Dentro questo quadro il movimento del ’77 occupa un posto del tutto particolare: per la forza del suo impatto, per la novità che esprime, per come innova tutti i termini della questione.
L’autonomia è l’unica area politica che entra in contatto con il movimento, lo alimenta e ne è alimentata. È anche l’unica, di conseguenza, a portarvi i propri limiti ed errori.
Il ’77 svela il minoritarismo ed il minimalismo del progetto politico dell’autonomia, il mistero dell’irrisolto problema del «politico» in essa; svela anche come sia il solo tentativo di interpretare e rendere potente il processo di mutamento che ci attraversa.
Soprattutto, cambia le carte in tavola, slarga gli orizzonti: l’ampiezza della mobilitazione ha rotto, probabilmente per sempre, quel gusto risorgimentale per i piccoli numeri che aveva cercato di sopravvivere, unico «leninismo» possibile, al crollo dell’idea di partito; e, insieme, la moltiplicazione dei linguaggi, lo spezzarsi del gergo «politico» e l’esplodere del discorso sulle «differenze» hanno posto sul tappeto, praticamente, la urgenza e la possibilità, le risorse, di una identità collettiva complessa ancorata alla ricchezza delle forze produttive espresse, non appiattita sull’antiistituzionalismo rituale della storia «autonoma» appena trascorsa.
La compatta miseria di una «società politica» — chi ha detto che era la prima? — abituata fin dal ’68 a considerare la restaurazione l’unica riforma possibile ed il «riflusso» la sola forma ammessa di movimento, è insorta, a Bologna prima che a Roma, contro l’aggressiva novità, offrendo lo stato d’assedio come unico terreno di confronto possibile: quelli che chiamano l’abitudine alla propria personale impunità «infinita potenza dello Stato», sono partiti all’assalto del movimento.
Hanno avuto vita facile, perché la seconda società non è capace di concentrare potere, nemmeno per difendersi, sa solo disperderlo; e poi sa svuotare le vittorie nemiche. È quello che è successo.
Pensavano di dover spiegare a quattro emarginati troppo strafottenti chi è che comanda a questo mondo; non era così, e sono i carri armati di Zangheri e Cossiga quel solido nesso tra autonomia e terrorismo che Calogero tanto ha cercato.
Non nel senso che la guerra sia in questo caso «la continuazione della politica con altri mezzi»; piuttosto in quello, determinato, che il terrorismo in Italia misura insieme l’ampiezza del mutamento che ha investito la gerarchla sociale e la distribuzione del potere, e la resistenza delle istituzioni a prenderne atto. Cioè misura, in termini di costo sociale, la povertà della classe politica e la sua protervia.
Non che sia una misura che serva a qualche cosa, ma non è la sua inutilità a togliergli forza: perché ciò che conta nel terrorismo non è il progetto politico, che è fragile ed antico, — troppo antico per pesare davvero —. non la capacità di liberazione, che non c’è, ma la semplicità, la facilità.
Una facilità che tocca il cuore dei problemi che viviamo, che va alla radice delle cose.
Al fatto che lo Stato moderno, in un paese sviluppato, è «debole» strutturalmente, detiene una quota di potere relativamente bassa nei confronti del resto della società e deve costantemente rendere conto dell’uso che ne fa.
E questo è il solo, grande, evento progressivo e democratico del nostro tempo: le risorse economiche, come quelle militari, sono relativamente poco concentrate, e, paradossalmente, è cresciuto di più il potere di controllo del cittadino sullo Stato che non l’inverso.
Il che vuoi dire che i canali istituzionali di questo controllo devono essere efficienti, altrimenti se ne aprono altri.
Perché l’antico sovrano doveva rispondere delle sue azioni a un numero ristretto di persone, agli altri sovrani e ai suoi parenti, a «quelli come lui», che soli avevano potere di controllo, che è sempre potere di uccidere, in ultima istanza, e la storia del potere era la shakespeariana tragedia della lotta tra consanguinei; mentre oggi il «principe» vive tra la folla e a tutti deve spiegare, perché non c’è polizia al mondo che a lungo lo possa difendere nella grande città.
Il fatto realmente eversivo del rapimento Moro non era il «complotto» — il sogno malato di quelli che pensano che il potere si divida sempre, ancora, tra i membri della «classe dirigente», la speranza classista e rassicurante di chi vuole che siano i «professori» o gli emissari delle «potenze imperiali» a tirare le fila «dietro le quinte», a «comandare» —, ma la sua assenza, il fatto che erano poche decine di lavoratori dipendenti o disoccupati che si erano organizzati per farlo, con un programma politico non chiaro ed uno scarso interesse al consenso: questo e il fatto che la cultura «dominante» ha voluto rimuovere nel profondo, la cosa a cui, davvero, non riesce a credere.
Questa è la forza del terrorismo, la chiave della sua riproducibilità, del suo carattere «moderno» al di là della stagionatura delle ideologie che agita; ciò non toglie che sia inutile, privo della possibilità di risolvere i problemi che esprime.
Inutile esattamente come la repressione, costi secchi di una situazione bloccata.
C’è una ideologia, cilena direi, che domina la nostra «classe dirigente», a destra come a sinistra, e che è fatta dell’intima convinzione dell’onnipotenza dell’apparato militare dello Stato, del carattere in ultima istanza risolutivo, per quanto sgradevole, di una repressione desiderata o temuta; è, come dire, una riserva mentale sulla reversibilità della «democrazia», dono della pace ma sempre pronta a cedere il passo alle crudeli necessità della guerra.
A questa convinzione, che rende così infiammabili e stuzzicarelli i nostri politici, c’è un argomento da obiettare, ed è che nei paesi sviluppati, come il nostro che è più vicino all’America che al Cile, dove la società è ricca e i mezzi di comunicazione diffusi, l’infinita riproducibilità del terrorismo, esattamente come l’infinita potenza distruttiva della bomba atomica, impedisce che ci possa più essere soluzione militare ad un problema politico che non sia proprio molto piccolo: la guerra possiede una autonomia tecnologica tale e veste forme così radicali che non è più strumento docile da usare, non è applicabile a fini limitati, se non in funzione dimostrativa, in forma simulata, per innescare la trattativa.
E lo Stato moderno tratta, a tutti i livelli: poiché sa di non essere l’unico potere, lo Stato ricerca la flessibilità, cerca di cavalcare la nuova vicinanza con la società facendosi permeabile ed attento, allargando i canali di comunicazione, cooptando e selezionando, filtrando il mutamento per impedire l’accumulo di risorse nemiche: è uno Stato riformista per natura e vocazione.
Quello italiano no: è immobile e rissoso, coltiva il culto della forza ed ha l’ordine pubblico come terreno di incontro privilegiato con il mutamento sociale.
Ne paghiamo le spese, tutti.
IL RIFIUTO DEL LAVORO
Parlare dell’«autonomia operaia» dopo il 7 Aprile è insieme cosa difficile e impellente.
Difficile perché l’«equazione Calogero» e il rafforzarsi delle spinte istituzionali a una soluzione militare del problema hanno accreditato di essa una immagine poveramente guerresca, appiattita su quella del terrorismo, impellente perché dietro il fragore dell’operazione è cominciata a emergere, forse per la prima volta agli occhi di un pubblico così vasto, la profondità, tenacia e ampiezza di un fenomeno politico e sociale che si è voluto considerare marginale, trascurabile, povero. Fattone un problema di stato ad usum belli, dietro l’immagine odiosa che la cultura ufficiale ha scoperto e fatto circolare di esso, trapelano i segni di una storia ricca che attraversa tutto il tessuto di lotta di questi anni e sui cui nodi troppo agevolmente, da parte di troppi, si è sorvolato come su cosa irrilevante.
Il risultato paradossale di un anno di guerra feroce all’«autonomia» può essere la riapertura potente del discorso sul mutamento sociale che ha attraversato questo paese, sulla ricchezza delle sue espressioni politiche e sui loro limiti, sulla radicalità della sua pratica e la povertà della teoria; insomma, su quel blocco di problemi la cui rimozione collettiva per opportunismo, paura, miseria politica ed umana ci ha condotto allo stallo sanguinoso che stiamo vivendo.
Questo libro vuole offrire una prima documentazione essenziale a un discorso di questo tipo.
È un taglio di prospettiva che rende conto di una impostazione per altri versi «ingenua», cioè idealista.
Vale a dire, della scelta di non limitare l’attenzione a quella pur variegata area politica che all’inizio del ’74 si costituisce attorno alla comune denominazione di «autonomia operaia»: si tratta di un’area di esperienze organizzative troppo ristretta per poter essere esclusivo punto di riferimento.
L’identità politica che esprime è infatti troppo incerta e approssimativa per riuscire a definire dei confini sufficientemente rigidi al discorso, e insieme le esperienze che essa non comprende sono troppo significative, in quel medesimo spazio di anni, per poter essere sottaciute.
Una impostazione così ristretta peraltro definirebbe una dipendenza troppo netta, che non è in alcun modo riscontrabile tra il movimento del ’77 e l’«autonomia»: un movimento che, nella realtà, ha sovrastato da ogni parte l’esperienza organizzativa di cui parliamo, spezzandone la continuità, perché faceva parte di una storia più vasta.
Per un altro verso, neanche la semplice identificazione dell’«autonomia» con un’area di comportamenti sociali appare soddisfacente, perché generica, troppo larga e riduttiva insieme: l’«autonomia operaia» è attraversata certo dall’estremismo sociale, ma non e definita da questo, e se forme di lotta illegali costellano la sua storia non ne costituiscono però il punto d’identità.
Il discorso da fare è diverso: la storia dell’«autonomia» è costituita da un arco di esperienze politiche articolate e difformi che si snodano per tutto l’arco degli anni ’70 e la cui identità ruota attorno all’idea-forza del «rifiuto del lavoro».
Non è soltanto una ideologia dell’emancipazione, ma un modo di lettura della società capitalista, dei suoi protagonisti, del modo di distribuzione del potere in essa, della dinamica del suo sviluppo e della sua fine, che costituisce lo schema di orientamento ed il tessuto connettivo egemone che attraversano dieci anni di confronto politico con il movimento operaio, organizzato.
Su questa base è definibile la continuità che corre tra la «conflittualità selvaggia» del ’68 e i comitati operai di base (che sono larga parte dell’ascendenza comune di Potere operaio e Lotta continua), le lotte «sociali» e la «resistenza alla ristrutturazione», che di tali organizzazioni segnano il culmine e la fine, e le tematiche dei nuovi bisogni e del‑l’«operaio sociale» che esploderanno tra il ’76 e il ’77.
Non è una connessione estemporanea che salta sulle differenze, pure profonde, e disconosce la pluralità degli apporti e la discontinuità degli orientamenti.
È la rilevazione di un percorso unitario di problemi e modi di soluzione dentro una pratica dell’organizzazione che cerca di identificare politica ed economia e riconosce nell’emergenza di bisogni conflittuali il costituirsi dell’autonomia sociale e politica del soggetto rivoluzionario.
LA “MIGRAZIONE” DAL LAVORO SALARIATO E LA QUESTIONE DELLO STATO
Dentro questo tessuto di discorso il problema del «potere» assume delle dimensioni del tutto particolari e diviene il luogo della «identità difficile» della autonomia, il luogo attorno a cui si articola la sua contraddittoria esperienza organizzativa.
In tutta la storia del movimento operaio, sia nella sua versione riformista, socialdemocratica, che rivoluzionaria, la questione del potere è il principio forte di identità, la base del progetto di riforma sociale. Nel senso che la rivoluzione politica si vuole precedere quella sociale, e l’occupazione dello stato essere la base della modificazione dei rapporti di produzione: lo stato è, hegelianamente, il livello più avanzato della cooperazione sociale e guida tutti gli altri.
A partire dalla rivoluzione borghese; è questo – e con ciò Stalin concluderà un discorso iniziato da Marx – che differenzia la rivoluzione proletaria da quella borghese, che quest’ultima si è impadronita prima della società e poi dello stato, mentre la prima è destinata a seguire il cammino inverso, a governare dall’alto, dal punto di massima concentrazione del potere, il rivoluzionamento dei rapporti sociali.
Tutto ciò non può esserci nel discorso che abbiamo fatto, perché il suo cuore è il mutamento «in atto» dei rapporti di produzione, la dislocazione nuova del potere nella società ben prima che nelle istituzioni; il problema del potere politico segue, non precede, e si riduce al problema di come lo stato si adegua al mutamento.
La questione «socialista» della occupazione dello Stato, della «presa del potere» proletario in realtà non si pone neppure: perché il nuovo potere che emerge non si dà una rappresentazione statuale, non è delegabile, non è separabile da quelli che lo esercitano, non è politico ma «produttivo», «estingue» lo stato.
Il senso infatti di un discorso sull’impoverimento della sintesi di capitale e sulla ricchezza delle risorse che vi restano estranee è che vi è una dispersione del potere sociale, uno slittamento dei poteri di gestione sulle risorse dalla «potenza astratta alla cooperazione sociale» ordinata dentro il lavoro salariato alle comunità concrete che informalmente si strutturano attorno a questa conquistata disponibilità di tempo sociale, e che indifferentemente si pongono all’esterno del rapporto lavorativo o lo attraversano.
Questa opacità nella distribuzione sociale del potere, questa dispersione che investe la sua ordinata articolazione gerarchica e che depotenzia il sistema grande, astratto e complesso in favore del piccolo concreto e semplice, aggredisce alle fondamenta l’analisi marxista del potere.
Nel senso che base di questa è l’assunzione della concentrazione del potere nella società del capitale e la possibilità di dare ad essa una forma positiva modificando la forma dello stato in modo da sviluppare al massimo la «partecipazione democratica» ad esso, di accrescerne la legittimità e controllabilità.
A questo punto nasce però un problema: il discorso sullo stato è in Marx, come in tutto il pensiero politico democratico, discorso sull’«eguaglianza»; il discorso sul comunismo è discorso sul libero sviluppo delle «differenze», sulla fine del diritto e della sua astrazione inumana.
Il nesso tra i due discorsi non è dialettico in Marx; semplicemente non c’è.
C’è insieme l’esaltazione della politica, dell’eguaglianza, e la sua critica.
Rivoluzione socialista nel nome dell’eguaglianza, per «portare a termine la rivoluzione francese», ma comunismo come sua critica. Perché l’eguaglianza tra gli uomini è una astrazione, che passa sopra le differenze concrete di gusti, temperamenti, necessità e desideri, e può fare questo perché considera gli uomini merci, intercambiabili nella prestazione di lavoro: per questo è eguaglianza «solo» politica, perché quella vera, materiale, è riconoscimento delle differenze, abolizione del diritto.
L’«eguaglianza» è la sola base possibile di ogni delega e partecipazione, il fondamento della politica, insieme la sua possibilità e il suo destino; ma la sua base è il mercato, il lavoro salariato, dove «un uomo di un’ora» vale un altro uomo di un’ora.
L’«interesse generale» del mondo della politica si fonda su questa equivalenza generale del mondo delle merci, sull’astrazione del lavoro salariato, ma la «critica della politica», la critica dei rapporti di delega ha anch’essa una base potente.
Che cosa succede infatti quando il tempo di lavoro, in cui tutti sono uguali, perde potere e forza produttiva, diviene una frazione di tutto il tempo sociale, ed il tempo del non-lavoro cessa di essere funzione subordinata della riproduzione sociale e comincia ad essere partecipe della ricchezza delle forze produttive?
Quando i rapporti tra gli uomini cominciano ad essere così ricchi da non farsi più misurare sulla base dell’equivalenza e la comunicazione sociale comincia a strutturarsi attorno al tempo qualitativo, ricco di differenze, che si sottrae al comando del salario?
Il discorso dell’eguaglianza cessa di governare il processo di liberazione, che va a snodarsi attorno ad un problema nuovo: come si fa ad articolare il potere non attorno all’eguaglianza astratta che impone il mercato, ma attorno alle differente concrete che animano il tempo nuovo della cooperazione sociale ricca?
Marx parlava di general intellect, di produzione sganciata dalla necessità come funziona la delega di poteri quando la produzione sociale di ricchezza comincia a svincolarsi dalle maglie del lavoro astratto, quando la partecipazione di ognuno alla produzione non è più riducibile al suo tempo di lavoro ma investe la qualità del suo essere «individuo sociale ricco», e come sono rappresentabili persone che partecipano della società sulla base non della loro prestazione, ma complessivamente di ciò che fanno, sanno, vogliono e desiderano perché tutto ciò entra oggi nella potenza della cooperazione sociale?
Non è vero in senso forte tutto ciò: il tempo di lavoro è sostanza reale ancora della produzione, e da esso prendono forza materiale la delega, l’eguaglianza, il «politico», ma c’è questa liberazione di tempo sociale, in modo non marginale, ed è capace di produrre effetti potenti, ed attraversa con forza delegittimante tutte le istituzioni.
Quella che esplode, a tutti i livelli, non è richiesta di «partecipazione» sulla base dell’eguaglianza, ma domanda di più larga dislocazione del potere, di sua diffusione, di autonomia di spazi di gestione sulla base della «diversità», della irriducibilità a «interesse generale», al rapporto di maggioranza.
I movimenti di lotta di questi anni, ovunque, hanno questo segno: non richiesta di differente gestione del potere né rivendicazione di «eguaglianza», cioè di legittimità maggioritaria, ma affermazione di una qualche diversità irriducibile che si fa in quanto tale domanda di potere, apertura di contrattazione, richiesta di autonomia.
Richiesta di avere voce in quanto «diversi», non in quanto uguali, richiesta di riconoscimento del potere che in questa diversità è insito.
Il movimento del ’77 era socialmente articolato e complesso, per ben poca sua parte composto da «emarginati», aveva le carte in regola per porre domande «politiche», ma la sua identità era quella del «diverso», i linguaggi che parlava specializzati e intraducibili, come il dialetto di una etnia che vuole difendersi dalla lingua ufficiale.
La «marginalità» non è stata connotazione sociale ma scelta politica, critica della politica.
Ma non è che un esempio: i neri, le donne, i giovani, gli anziani, i froci, le minoranze nazionali, tecniche, linguistiche, religiose; la ricerca di una identità non «politica» che ruota attorno ad una differenza da far riconoscere e rispettare, sulla base della quale contrattare spazi di gestione delle risorse, appare il connotato dominante dei «movimenti» di questi anni.
IL RIFIUTO DEL LAVORO E LOTTA OPERAIA
«Rifiuto del lavoro»: vuol dire che dentro la struttura e la gerarchia dei rapporti sociali comandati dal lavoro salariato vive, sempre, un tessuto di comunicazione e organizzazione, che detiene informazioni, conoscenza, «saperi», che ad esse si contrappone ed a cui è alternativo.
È una struttura sociale che nasce nella lotta, per la lotta – per più soldi, meno lavoro, per un lavoro meno nocivo, o pesante, per «stare meglio», o comunque per non morire di fabbrica –, ma che è già potere, «sulla» produzione e «di» produzione, perché è fatta esattamente degli stessi elementi che compongono la prestazione lavorativa, solo che ha il segno rovesciato, quello della non collaborazione, della sottrazione di risorse e disponibilità.
È la conoscenza del ciclo produttivo di parte operaia, la capacità di fermarsi, sottrarsi, sabotare; è la scienza della resistenza, con la sua capacità di impatto, sempre, sulla distribuzione della ricchezza e l’organizzazione del lavoro.
Come dire che il potere sociale, la conoscenza sociale, sono divisi tra comando e resistenza, e i rapporti sociali sono spezzati, organizzati insieme dal lavoro e dalla lotta contro di esso, e la produzione non è dinamica neutrale, «economia», ma luogo di scontro e mediazione tra questi due poteri nemici.
Non c’è soltanto sfruttamento in questa società, ma anche autonomia da esso e lotta.
Quante risorse sociali siano comandate dentro la gerarchia costruita dal rapporto di lavoro salariato e quante si ordinino viceversa attorno all’emergenza dei bisogni autonomi di classe, non è mai cosa definitiva una volta per tutte, ma costituisce l’oggetto di quella lotta politica che va sotto il nome di sviluppo e crisi.
In questa accezione il discorso è già tutto dentro i «Quaderni Rossi» di Panzieri e Tronti.
E qui sono già contenute le grandi rotture teoriche con la tradizione socialista del movimento operaio.
Perché non c’è più autonomia nell’«economico» né oggettività nella crisi, ma ovunque scontro di interessi e organizzazioni.
Perché il potere non sta da una parte sola, e non c’è una classe di «produzioni» contrapposta agli «sfruttatori», ma un rapporto che è produttivo perché scontro di interessi in lotta; quindi non c’è possibilità di liberazione che passi per la semplice «eliminazione degli sfruttatori», cioè per la «socializzazione del rapporto», il socialismo: non c’è superiorità della pianificazione sul mercato, ma solo possibilità di comando sul rapporto di sviluppo, costrizione a produrre più classe operaia e meno capitale.
Sono rotture importanti, attraverso cui passa un complessivo diverso orientamento delle tematiche emancipative.
Innanzitutto il ridimensionamento del ruolo della conquista del potere politico dentro il processo di liberazione, e, all’interno di questo, la rivalutazione della storia delle classi operaie occidentali. Poi l’ancoramento saldo di ogni discorso sull’organizzazione al sistema di bisogni materialmente espresso, che è il livello dato di autonomia di classe.
È un discorso nato nei termini dell’autonomia politica di classe, cioè autonomia del sistema di bisogni, autonomia del potere operaio: partecipazione conflittuale allo sviluppo e minaccia del blocco, cioè contrattazione consapevole in vista del conseguimento degli interessi di parte.
È un discorso che cresce in fretta però, perché le basi sono ricche.
Una volta, infatti, che si legga la società capitalista non più come il luogo del comando incontrastato dell’interesse di parte del capitale, della gerarchia che si esprime nel rapporto di lavoro salariato, ma come il luogo dello scontro tra lavoro e rifiuto del lavoro; una volta che si riconosca che come lotta si organizzano quelle medesime risorse che sono sostanza dello sviluppo del capitale, e che i bisogni sociali possiedono una autonomia dal comando sul lavoro; che alla gerarchia costruita attorno al tempo di lavoro se ne contrappone un’altra costruita attorno al tempo della lotta, al tempo liberato dal lavoro, e che anch’essa detiene conoscenza, è tessuto di comunicazione e organizzazione sociale, è forza produttiva; riconosciuto tutto ciò, il problema diventa quello della crescita e dell’arricchimento delle risorse che si presentano come «non capitale», quello del blocco della sintesi sociale di parte capitalistica, della possibilità di una sintesi diversa sul terreno non tanto della organizzazione del potere politico quanto su quello della struttura delle forze produttive.
Cioè diventa la destrutturazione del rapporto di capitale.
Se la società non è più vista come il teatro di un solo attore, l’interesse di parte capitalista, bensì il rapporto di capitale, appare la sintesi faticosa degli interessi di due parti nemiche; se, accanto al principio regolatore del valore di scambio, motore potente della produzione sociale è l’interesse operaio al valore d’uso; se il potere sociale è diviso; allora la dinamica del potere operaio – non quello «politico», che vorrebbe governare lo stato, che non c’è e di cui non si sente la mancanza, ma quello «sociale» che c’è, e partecipa potentemente al governo di questo mondo –, la dinamica della crescita del potere operaio e della sua subordinazione, i termini della sua lotta e trattativa incessanti, vanno investigati e ripercorsi con gli occhi di chi ne cerca le leggi e il principio di strutturazione, cioè la capacità di essere organizzazione sociale postcapitalista, comunismo.
«Più salario, meno lavoro», «salario sganciato dalla produttività»: queste potenti parole d’ordine di massa che esploderanno nell’autunno operaio del ’69 appaiono la base politica su cui si costituiscono le prima esperienze autonome di organizzazione non solo e non tanto per la loro capacità di disturbo nei confronti degli apparati organizzativi tradizionali né per la loro «valenza estremista» di indurre «crisi» economica e politica, ma perché in esse viene letto un possibile, emergente, programma di potere. Nel senso che con esse appare rompersi il rapporto tra comando capitalista sulla produzione della ricchezza e la produzione dei bisogni sociali.
La gerarchia che si esprime dentro il processo produttivo, le divisioni funzionali attorno a cui questo ordina il corpo operaio, appaiono impotenti a comandare le richieste sociali, i canali attorno a cui queste si strutturano.
Tra composizione di classe – e cioè tra la struttura dei ruoli, la forma della circolazione delle capacità produttive, delle informazioni, dei bisogni operai – ed organizzazione produttiva compare uno iato profondo che è già duplicità delle gerarchie, scontro aperto di poteri e dei criteri attorno cui si ordinano.
Perché il contrasto tra bisogni e produzione non è come quello tra «sogno» e «realtà»: esprime lo scontro tra canali di comunicazione sociale, tra organizzazioni di uomini; esprime l’incapacità da parte della gerarchia sociale che ordina la produzione di comandare tutta la società, esprime cioè il fatto di essere parte troppo piccola di essa, che in essa non confluisce una quantità sufficiente di risorse sociali, e che comincia a formarsi un differente punto di aggregazione.
1 Gen, 1981 | Documenti, Fondo DeriveApprodi
Ricerche di ”QUADERNI DEL TERRITORIO”
Seconda parte
20 Feb, 1983 | Documenti, Fondo DeriveApprodi
da Il manifesto 20 febbraio 1983
7 aprile. Una interpretazione degli anni Settanta e dell’autonomia operaia proposta da undici imputati detenuti a Rebibbia
Proposta di lettura storico-politica per il movimento degli anni Settanta
Queste pagine, scritte da undici detenuti del 7 aprile a Rebibbia, non sono un documento per la difesa. Sono un tracciato di identità e una proposta di interpretazione di quel che è stata l’Autonomia nella realtà sociale e politica dell’Italia degli anni ’70. Da sottoporre una discussione, che già noi cominceremo.
Fin d’ora vorremmo dire due cose. La prima è che questo scritto è un atto di lealtà; gli imputati del 7 aprile non si presentano come vittime e tanto meno come pentiti, anche se si interrogano su una sconfitta; pur sapendo che questo non accattiverà loro la benevolenza di una opinione che oggi rigetta lontano da sé ogni memoria (e di qui il titolo ironico e autoironico da loro scelto). La seconda è che di questo loro documento tutto, ci sembra, può essere discusso, e anche radicalmente ma dovrebbe esserlo con onestà, ricollocando le parole e il loro senso nel contesto degli anni cui si riferiscono («violenza» sarà il test del buon teorico). Dopo di che, si può anche dissentire da tutto. Il manifesto è aperto a ogni contributo che abbia questo spirito. (r. r.)
di Lucio Castellano, Arrigo Cavallina, Giustino Cortiana, Mario Dalmaviva, Luciano Ferrari Bravo. Chicco Funaro, Antonio Negri, Paolo Pozzi, Franco Tommei. Emilio Vesce, Paolo Virno.
Guardando indietro, riesaminando ancora una volta con la memoria e la ragione gli anni ’70, di una cosa almeno siamo certi: che la storia del movimento rivoluzionario, dell’opposizione extraparlamentare prima e dell’autonomia poi, non è stata storta di emarginati o di eccentrici, cronaca di allucinazioni settarie, vicenda catacombale o furore di ghetto. Crediamo realistico affermare, viceversa, che questa storia – una cui parte è divenuta materia processuale – sia intrecciata inestricabilmente alla storia complessiva del paese, ai passaggi cruciali e alle cesure che l’hanno scandita.
Tenendo fermo questo punto di vista (In sé banale, eppure, di questi tempi, temerario e persino provocatorio), avanziamo un blocco d’ipotesi storico-politiche sul passato decennio, che esulano da preoccupazioni d’immediata difesa giudiziaria. Le considerazioni che seguono sovente in forma di semplice posizione di problemi, non sono rivolte ai giudici, finora interessati solo alla mercanzia dei «pentiti», ma a tutti coloro che negli anni trascorsi hanno lottato: ai compagni del ’68, a quelli del ’77, agli intellettuali che hanno «dissentito» (è così che s’usa dire, ora?) giudicando razionale la rivolta. Perché intervengano a loro volta, rompendo il circolo vizioso della rimozione e del nuovo conformismo.
Riteniamo sia venuto il momento di riaffrontare la verità storica degli anni ’70. Contro i pentiti, la verità. Dopo e contro i pentiti, un giudizio politico. Una complessiva assunzione di responsabilità e oggi possibile e necessaria: e uno dei passi funzionali all’affermazione piena del «post-terrorismo» come dimensione propria del confronto fra nuovi movimenti e istituzioni.
Che non abbiamo nulla da spartire col terrorismo è ovvio; che siamo stati «sovversivi» lo è altrettanto. Fra queste due «ovvietà» si gioca il nostro processo. Nulla è scontato, la volontà del giudici di omologare sovversione e terrorismo è nota, è intensa: condurremo con i mezzi idonei, tecnico-politici, la battaglia difensiva. Ma la ricostruzione storica degli anni ’70 non può svilupparsi convenientemente solo nell’aula del Foro Italico: occorre che si apra un dibattito franco e di ampio respiro, in parallelo al processo, fra i soggetti reali che sono stati protagonisti della «grande trasformazione». È, questo, fra l’altro o soprattutto, un requisito irrinunciabile per parlare in termini adeguati delle tensioni che pervadono i nostri anni ’80.
1– La caratteristica specifica del ’68 Italiano è la commistione fra fenomeni sociali innovativi e dirompenti – per molti versi tipici di una industrializzazione matura – e il paradigma classico della rivoluzione politica comunista.
La critica radicale del lavoro salariato, il suo rifiuto di massa, è il contenuto eminente del movimento di lotta, la matrice di un antagonismo forte e durevole, la «sostanza di cose sperate». Di essa si alimenta la contestazione del ruoli e delle gerarchie, l’egualitarismo salariale, l’attacco all’organizzazione del sapere sociale, la tensione a modificare la vita quotidiana: in una parola, l’aspirazione ad una libertà concreta.
In altri paesi dell’occidente capitalistico (Germania, Usa), queste stesse spinte trasformative si erano sviluppate come mutamento molecolare del rapporti sociali, senza porre direttamente e immediatamente il problema del potere politico, di una gestione alternativa dello Stato. In Francia e in Italia, a causa delle rigidità istituzionali e della forma assai semplificata di regolamentazione del conflitto, il tema del potere, della sua «presa», diviene subito preminente.
In Italia, in special modo, nonostante che per molti aspetti il ’68 marcasse un’acuta discontinuità rispetto alla tradizione «lavorista» e statalista del movimento operaio storico, il modello politico comunista si innesta in modo vitale sul corpo del nuovi movimenti. L’estrema polarizzazione dello scontro di classe e la povertà di un tessuto di mediazione politica (da un lato le commissioni interne, dall’altra, prima della nascita degli enti locali, un Welfare ancora ipercentralistico) favoriscono un effettivo intreccio fra la richiesta di maggior reddito e maggior libertà e l’obiettivo leninista dello «spezzare la macchina dello Stato».
2 – Fra il ’68 e i primi anni ’70, il problema dello sbocco politico delle lotte è stato all’ordine del giorno di tutta intera la sinistra, sia «vecchia» che «nuova».
Tanto il Pci e il sindacato quanto i gruppi extraparlamentari puntavano a una modificazione drastica negli equilibri di potere, che portasse a fondo e stabilizzasse il cambiamento nei rapporti di forza già avvenuto nelle fabbriche e nel mercato del lavoro. Sulla natura e la qualità di questo sbocco di potere – comunemente ritenuto necessario e decisivo – c’è stata una lunga e tormentata battaglia per l’egemonia all’interno della sinistra.
I gruppi rivoluzionari, maggioritari nelle scuole e nelle università, ma radicati anche nelle fabbriche e nei servizi, avevano ben presente come il recente moto di trasformazione fosse coinciso con un’eclatante rottura del quadro di legalità precedente; su quella strada intendevano insistere, impedendo un recupero istituzionale del margini di comando e di profitto. L’estensione delle lotte all’intero territorio metropolitano e la costruzione di forme di contropotere erano indicati come i passi necessari per contrastare il ricatto della crisi economica. Pci e sindacato, invece, vedevano nello sbaraccamento del centro-sinistra e nelle «riforme di struttura» l’esito naturale del ’68. Un nuovo «quadro di compatibilità» e una più complessa e articolata rete di mediazione istituzionale avrebbero dovuto garantire una sorta di protagonismo operalo nel rilancio dello sviluppo economico.
Se la polemica più aspra si è avuta fra organizzazioni extraparlamentari e sinistra storica, è però vero che la lotta ideale per qualificare l’esito del movimento ha attraversato anche orizzontalmente questi due schieramenti. Basti qui ricordare, a puro titolo d’esempio, la critica amendoliana nel confronti della Flm torinese e, in genere, del «sindacato di movimento». Oppure le diverse, spesso diversissime interpretazioni che le componenti del sindacato unitario davano del nascenti «consigli di zona». Allo stesso modo, sull’altro versante, è sufficiente citare la differenza fra il filone operaista e quello marxista-leninista.
Tuttavia, la divisione degli orientamenti si produceva, come si è detto, attorno ad un unico, essenziale problema: la traduzione in termini di potere politico del sommovimento verificatosi nei rapporti sociali a partire dal ’68.
3 – Nei primi anni ’70, i gruppi extraparlamentari impostarono il problema dell’uso della forza, della violenza, in assoluta coerenza con la tradizione comunista rivoluzionaria: ossia giudicando, questo, uno degli strumenti necessari ad intaccare il terreno del potere.
Nessun feticismo del mezzo violento, anzi sua strettissima subordinazione all’avanzamento dello scontro di massa; tuttavia, al tempo stesso, accettazione piena della sua pertinenza. Rispetto allo spesso tessuto della conflittualità sociale, la questione del potere politico presentava un’indubbia discontinuità, un carattere non lineare, specifico. Dopo Avola, dopo Corso Traiano, dopo Battipaglia, il «monopolio statale della forza» appariva ostacolo ineludibile, con cui confrontarsi sistematicamente.
Da un punto di vista programmatico, dunque, la rottura violenta della legalità viene concepita in termini offensivi, come manifestazione di un diverso potere: parole d’ordine come «prendersi la città» o «insurrezione» sintetizzavano questa prospettiva, considerata inevitabile seppur non immediata.
Da un punto di vista concreto, invece, l’organizzazione sul piano dell’illegalità è cosa assai modesta, con una finalizzazione esclusivamente difensiva e contingente: difesa dei picchetti, dell’occupazione delle case, dei cortei, misure preventive di sicurezza rispetto a un’eventuale reazione di destra (non più escludibile dopo Piazza Fontana).
In definitiva: una teoria d’attacco, di rottura, conseguente all’intreccio fra nuovo soggetto politico del ’68 e cultura comunista, e, d’altra parte, realizzazioni pratiche minimali. È tuttavia chiaro come, dopo il «biennio rosso» ’68-’69, per migliaia e migliaia di militanti, compresi i quadri di base del sindacato, fosse assolutamente un fatto di senso comune l’attrezzarsi sul terreno «illegale», come pure dibattere pubblicamente tempi e modi dell’impatto con le strutture repressive dello Stato.
4 – In quegli anni, il ruolo delle prime organizzazioni clandestine (GAP, BR) è del tutto marginale, estraneo alle tematiche del movimento.
La clandestinità, il richiamo ossessivo alla tradizione partigiana, il riferimento all’operaio professionale non hanno nulla a che spartire con l’organizzazione della violenza da parte delle avanguardie di classe e del gruppi rivoluzionari.
I Gap, ricollegandosi all’antifascismo resistenziale e alla tradizione comunista del «doppio binario» degli anni ’50, propugnavano l’adozione di misure preventive in vista di un golpe dato per imminente. Le Br – formatesi dalla confluenza del marxisti-leninisti di Trento, degli ex-Pci della bassa milanese e degli ex-Fgci emiliani – cercarono, durante tutta la prima fase, simpatie e contatti nella base comunista, non nel movimento rivoluzionario. Antifascismo e «lotta armata per le riforme» caratterizzavano il loro operato.
Paradossalmente, proprio l’accettazione di una prospettiva di lotta anche illegale e violenta da parte delle avanguardie comuniste di movimento rendeva assoluta e incolmabile la distanza rispetto alla clandestinità e alla «lotta armata» come opzione strategica. Gli sporadici contatti, che pure vi furono, tra «gruppi» e prime organizzazioni armate non attenuarono, ma anzi sottolinearono nel modo più netto l’inconciliabilità di culture e linee politiche.
5 – Nel ’73-’74, lo sfondo politico complessivo su cui era cresciuto per anni il movimento va in pezzi. In un breve arco di tempo si producono molteplici rotture di continuità, mutano prospettive e comportamenti, si alterano le stesse condizioni entro cui ha luogo il conflitto sociale. Questa brusca svolta si spiega in base a numerose cause concomitanti ed interagenti. La prima è costituita dal giudizio del Pci sulla chiusura di spazi a livello internazionale, con la conseguente urgenza di praticare uno «sbocco politico» immediato, alle condizioni date.
Ciò ha comportato una frattura, destinata ad approfondirsi, all’interno di quello schieramento politico-sociale, composito ma fino ad allora sostanzialmente unitario, che aveva ricercato, dopo il ’68, un approdo sul terreno del potere che riflettesse la radicalità delle lotte e del loro contenuti trasformativi. Una parte della sinistra (Pci e sindacato confederale) comincia ad approssimare il terreno governativo contro larghi settori del movimento.
L’opposizione extraparlamentare è costretta a ridefinirsi rispetto al «compromesso» perseguito dal Pci. E questa ridefinizione significa crisi e progressiva perdita d’identità. Infatti la lotta per l’egemonia nella sinistra, che in certa misura aveva giustificato l’esistenza dei «gruppi», sembra ora risolta da una decisione unilaterale, che spacca, separa le prospettive, mette fine alla dialettica.
D’ora in avanti il tema dello «sbocco politico», della gestione alternativa dello Stato, s’identifica col moderatismo della politica del Pci. Alle organizzazioni extraparlamentari intenzionate a muoversi ancora su quel terreno non resta che cercare d’inseguire e condizionare la traiettoria del «compromesso», costituendone la versione estremista (si ricordi la presentazione di liste «rivoluzionarie» alle amministrative del ’75 e alle politiche del ’76). Altri gruppi, invece, toccano con mano tutti i limiti della propria esperienza, e in tempi più o meno lunghi vanno incontro allo scioglimento.
6 – In secondo luogo, con i contratti del ’72-’73, la figura centrale delle lotte di fabbrica, l’operaio della linea di montaggio, l’operaio massa, esaurisce il suo ruolo ricompositivo e offensivo. Ha inizio la ristrutturazione della grande impresa.
Il ricorso alla cassa integrazione e il primo parziale rinnovamento delle tecnologie modificano in radice l’assetto produttivo, smussando l’incisività delle precedenti forme di lotta, sciopero compreso. I «gruppi omogenei» e il loro potere sull’organizzazione del lavoro vengono sconvolti dalla ristrutturazione del macchinario e della giornata lavorativa. La rappresentatività dei consigli di fabbrica, e quindi la dialettica tra «destra» e «sinistra» al loro interno, rattrappisce in fretta.
Il potere dell’operaio di linea non è indebolito dalla pressione di un tradizionale quanto fantomatico «esercito industriale di riserva», insomma dalla concorrenza di disoccupati. Il punto è che la riconversione industriale privilegia investimenti in settori diversi dalla produzione di massa, rendendo così centrali, da relativamente marginai che erano, altri segmenti di forza-lavoro (femminile, giovanile, ad alta scolarizzazione) con minore storia organizzativa alle spalle. Ora il terreno di scontro sempre più riguarda gli equilibri complessivi del mercato del lavoro, la spesa pubblica, la riproduzione proletaria e giovanile, la distribuzione di quote di reddito indipendenti dalla prestazione lavorativa.
7 – In terzo luogo, si ha un mutamento per linee interne della soggettività del movimento, della sua «cultura», del suo orizzonte progettuale. Per dirla in breve: si consuma una rottura con l’intera tradizione del movimento operaio, con l’idea stessa di «presa del potere», con l’obiettivo canonico della «dittatura proletaria», con i residui bagliori del «socialismo reale», con qualsivoglia vocazione gestionale.
Quanto gli strideva nel connubio sessantottesco tra contenuti innovativi del movimento e modello della rivoluzione politica comunista, ora si divarica nel modo più completo. Il potere è visto come una realtà estranea e nemica, dalla quale ci si deve difendere, che però non serve né conquistare né abbattere, ma solo ridurre, tenere lontano. Il punto decisivo è l’affermazione di sé come società alternativa, come ricchezza di comunicazione, di libere capacità produttive, di forme di vita. Conquistare e gestire propri «spazi» – questa diviene la pratica dominante dei soggetti sociali per i quali il lavoro salariato non è più il luogo forte della socializzazione – ma puro e semplice «episodio», contingenza, disvalore.
Il movimento femminista, con la sua pratica di comunità e di separatezza, con la sua critica della politica e del poteri, con la sua aspra diffidenza per ogni rappresentazione istituzionale e «generale» di bisogni e desideri, col suo amore per le differenze, è emblematico della nuova fase. Ad esso, esplicitamente o meno, s’ispireranno i percorsi del proletariato giovanile a metà degli anni ’70. Lo stesso referendum sul divorzio è una spia di grande significato sulla tendenza all’«autonomia del sociale».
Impossibile parlare ancora di «album di famiglia», sia pure di una famiglia rissosa. La nuova soggettività di massa è un alieno per il movimento operaio: linguaggi e obiettivi non comunicano più. La stessa categoria dell’«estremismo» ormai non spiega nulla, e anzi confonde e intorbida. Si può essere «estremisti» solo rispetto a qualcosa di simile: ma è proprio tale «somiglianza» che viene rapidamente meno. Chi cerca continuità, chi ha a cuore l’«album», può rivolgersi solo all’universo separato delle «organizzazioni combattenti» marxiste-leniniste.
(1 – segue)
Il manifesto 22 febbraio 1983
Proposta di lettura storico-politica per il movimento degli anni Settanta /2
Undici imputati del processo 7 aprile detenuti a Rebibbia propongono alla discussione un tracciato d’identità e una interpretazione dell’Autonomia nella realtà sociale e politica degli anni Settanta. Ne abbiamo pubblicato domenica la prima parte, che riguarda gli anni dal ’68 al ’73. Oggi pubblichiamo l’analisi degli anni successivi fino all’esplosione del movimento del ’77.
di Lucio Castellano, Arrigo Cavallina, Giustino Cortiana, Mario Dalmaviva, Luciano Ferrari Bravo, Chicco Funaro, Antonio Negri, Paolo Pozzi, Franco Tommei. Emilio Vesce, Paolo Virno.
8 – Tutti e tre gli aspetti del giro di boa avvenuto fra il ’73 e il ’75, ma in particolare l’ultimo, concorrono alta nascita dell’ «autonomia operaia».
L’autonomia si forma contro il progetto di «compromesso», in risposta al fallimento del gruppi, oltre il fabbrichismo, interagendo conflittualmente con la ristrutturazione produttiva. Ma soprattutto esprime la nuova soggettività, la ricchezza delle sue differenze, la sua estraneità alla politica formale e ai meccanismi della rappresentanza. Non «sbocco politico», ma concreta e articolata potenza del sociale.
In questo senso, il localismo è un carattere definitorio dell’esperienza autonoma: la profonda distanza dalla prospettiva di una possibile gestione alternativa dello Stato esclude una centralizzazione del movimento. Ogni filone regionale dell’autonomia ricalca le particolarità concrete della composizione di classe, senza sentire questo come un limite, ma anzi come una ragione d’essere. È letteralmente impossibile, quindi, tracciare una storia unitaria dell’autonomia romana e di quella milanese, o di quella veneta e di quella meridionale.
9 – Dal ’74 al ’76 s’intensifica e si diffonde la pratica dell’illegalità e della violenza. Ma questa dimensione dell’antagonismo, sconosciuta nel periodo precedente, non ha alcuna finalizzazione complessiva antistatuale, non prefigura alcuna «rottura rivoluzionaria». Questo è l’aspetto essenziale. Nelle metropoli la violenza cresce in funzione di una soddisfazione immediata di bisogni, della conquista di «spazi» da gestire in piena indipendenza, come reazione ai tagli della spesa pubblica.
Nel ’74 l’autoriduzione dei trasporti, organizzata a Torino dal sindacato, rilancia con clamore l’illegalità di massa, già sperimentata in precedenza soprattutto a proposito degli affitti. Pressoché dovunque, e in riferimento a tutto il ventaglio delle spese sociali, viene attuata questa particolare forma di garanzia del reddito. Se il sindacato aveva inteso l’autoriduzione come gesto simbolico, il movimento ne fa un percorso materiale generalizzato.
Ma più ancora che l’autoriduzione è l’occupazione delle case a S. Basilio nell’ottobre ’74 a segnare un punto di svolta, giacché presentava un alto grado di «militarizzazione» spontanea, di difesa di massa in risposta alla sanguinaria aggressione poliziesca. L’altra tappa decisiva per il movimento consiste nelle grandi manifestazioni milanesi della primavera ’75 in seguito all’uccisione di Varalli e Zibecchi ad opera di fascisti e carabinieri. Gli scontri durissimi di piazza sono il punto di partenza per una sequenza di lotte che investono le misure economiche dell’«austerità», anzi quelli che sono già i primi passi della «politica del sacrifici». Lungo tutto il ’75 e il ’76 si ha il passaggio – per molti versi «classico» nella storia del Welfare – dall’autoriduzione all’appropriazione: da un comportamento difensivo nel confronti del continui aumenti delle tariffe ad una pratica offensiva di soddisfazione collettiva del bisogni, che punta a ribaltare i meccanismi della crisi.
L’appropriazione – la cui massima esemplificazione sul piano internazionale è la notte del black-out newyorkese – riguarda tutti gli aspetti dell’esistenza metropolitana: è «spesa politica», occupazione di locali per attività associative libere, è la «serena abitudine» del proletariato giovanile di non pagare il biglietto al cinema e ai concerti, è blocco degli straordinari e dilatazione delle pause in fabbrica. Ma soprattutto è appropriazione del «tempo di vita», liberazione dal comando di fabbrica, ricerca di comunità.
10 – A metà degli anni ’70, si profilano due tendenze distinte alla riproduzione allargata delta violenza. Se si vuole, schematizzando con buona approssimazione, due diverse genesi della spinta alla «militarizzazione del movimento». La prima è la resistenza ad oltranza alla ristrutturazione produttiva nelle grandi e medie fabbriche.
Ne sono protagonisti molti quadri operai formatisi politicamente tra il ’68 e il ’73, decisi a difendere a tutti i costi l’assetto materiale su cui era maturata la loro forza contrattuale. La ristrutturazione è vissuta come catastrofe politica. Soprattutto i militanti di fabbrica che si erano impegnati più a fondo nell’esperienza dei consigli sono portati a identificare ristrutturazione e sconfitta, confermati in ciò dai ripetuti cedimenti sindacali sulle condizioni materiali di lavoro. Lasciar la fabbrica com’era per preservare un rapporto di forza favorevole: questo il nocciolo di tale posizione.
Ed e su questo grumo di problemi e fra le fila di questo personale politico-sindacale che le BR, dal ’74- ’75 in poi, riscuotono simpatie e riescono a conseguire un certo livello di radicamento.
11 – L’altro filone d’illegalità – per molti versi diametralmente opposto al primo – è costituito dai soggetti sociali che sono il risultato delta ristrutturazione, del decentramento produttivo, della mobilità. La violenza è qui generata dall’assenza di garanzia, dalle forme frantumate e precarie di conseguimento del reddito, dall’impatto immediato con la dimensione sociale, territoriale, complessiva del comando capitalistico.
La figura proletaria emergente dalla ristrutturazione si scontra violentemente con l’organizzazione della metropoli, con l’amministrazione dei flussi di reddito, per l’autogoverno della giornata lavorativa. Questo secondo genere d’illegalità, che grossomodo può essere collegato all’esperienza autonoma, non ha mai il carattere di un progetto organico, ma è contraddistinto dalla totale coincidenza fra la forma della lotta e l’ottenimento dell’obiettivo. Ciò comporta l’assenza di «strutture» o «funzioni» separate, specifiche, predisposte all’uso della forza.
A meno che non si voglia accettare il «pasolinismo» come suprema categoria di comprensione sociologica, non si può non rilevare come la violenza diffusa del movimento di quegli anni fosse un necessario strumento di autoidentificazione e di affermazione di un nuovo, potente soggetto produttivo nato dal declino della centralità della fabbrica e sottoposto alla pressione massiccia della crisi economica.
12 – Il movimento del ’77, nei suoi connotati essenziali, esprime la nuova composizione di classe, non fenomeni d’emarginazione.
La «seconda società» è, o si avvia ad essere, la «prima» quanto a capacità produttive, intelligenza tecnico-scientifica, ricchezza di cooperazione. I nuovi soggetti delle lotte riflettono, o anticipano, l’identificazione crescente fra processo lavorativo materiale e attività comunicativa, in breve la realtà della fabbrica informatizzata e del terziario avanzato.
Il movimento è forza produttiva ricca, indipendente, conflittuale. La critica del lavoro salariato mostra ora un versante affermativo, creativo, sotto forma di «autoimprenditorialità» e di parziale gestione dal basso del meccanismi del Welfare.
La «seconda società» che occupa la scena nel ’77 è «asimmetrica» rispetto al potere statale: non contrapposizione frontale, ma elusione, ossia, concretamente, ricerca di spazi di libertà e di reddito ove consolidarsi e crescere.
Questa «asimmetricità» era un dato prezioso, che testimoniava della consistenza del processi sociali in corso. Ma richiedeva tempo. Tempo e mediazione. Tempo e trattativa.
13 – Invece l’operazione restaurativa del compromesso storico nega tempo e spazi al movimento, ripropone una simmetricità contrappositiva fra Stato e lotte.
Il movimento si trova sottoposto a uno spaventoso processo di accelerazione, bloccato nella sua potenziale articolazione. In totale assenza di margini di mediazione. Diversamente da quanto avviene in altri paesi europei, e segnatamente in Germania, dove l’operazione repressiva si accompagna a forme di contrattazione con i movimenti e pertanto non intacca la loro riproduzione, il compromesso storico procede con un largo maglio negando legittimità a tutto ciò che sfugge e si oppone alla nuova regolamentazione corporativa del conflitto. In Italia l’intenzione repressiva ha una tale generalità da volgersi direttamente contro le spinte sociali spontanee.
Accade così che l’adozione sistematica di provvedimenti politico-militari da parte governativa reintroduce in modo «esogeno» la necessità della lotta politica generale, spesso come pura e semplice «lotta per la sopravvivenza», mentre marginalizza e costringe al ghetto le pratiche emancipative del movimento, la sua densa positività sul terreno della qualità della vita e della soddisfazione diretta del bisogni.
14 – L’autonomia organizzata si trova stretta nella forbice fra «ghetto» e scontro immediato con lo Stato. La sua «schizofrenia» e poi la sua sconfitta hanno origine dal tentativo di richiudere questa forbice, mantenendo un rapporto fra ricchezza e articolazione sociale del movimento, da un lato, e necessità proprie dello scontro antistatuale, dall’altro.
Questo tentativo risulta, nel giro di pochi mesi, del tutto impossibile, fallisce su entrambi i fronti. L’«accelerazione» senza precedenti del ’77 fa sì che l’autonomia organizzata perda lentamente i contatti con quei soggetti, che, sottraendosi alla lotta politica tradizionale, percorrono sentieri diversificati – talvolta «individuali», talaltra persino «cogestionali» – per lavorare di meno, vivere meglio, produrre liberamente. E, d’altronde, la stessa «accelerazione» porta l’autonomia a recidere ogni contatto con quelle pulsioni militariste, che, presenti all’interno del movimento e della stessa autonomia, diventano in breve tempo tendenza separata alla formazione di bande armate.
La forbice, anziché richiudersi, non fa che approfondirsi. La forma organizzativa dell’autonomia, il suo discorso sul potere, la sua concezione della politica sono pesantemente messi in discussione sia dal «ghetto» sia dalle posizioni «militariste».
Bisogna aggiungere, tuttavia, che l’autonomia sconta allora anche tutte le debolezze del proprio modello politico-culturale, incentrato sulla crescita lineare del movimento, sulla sua continua espansione e radicalizzazione. È un modello in cui s’intrecciano vecchio e nuovo: «vecchio» estremismo anti-istituzionale e nuovi bisogni emancipativi. La separatezza e l’«alterità» che contraddistinguono i nuovi soggetti e le loro lotte vengono spesso lette da autonomia come negazione di qualsiasi mediazione politica, anziché come supporto di essa. L’antagonismo immediato si contrappone ad ogni interlocuzione, ad ogni «trattativa», ad ogni «uso» delle istituzioni.
15 – Sul finire del ’77 e lungo tutto il ’78 si moltiplicano le formazioni organizzate operanti su un terreno specificamente militare, mentre si accentua la crisi dell’autonomia organizzata.
Agli occhi di molti l’equazione «lotta politica=lotta armata» appare l’unica risposta realistica alla morsa che il compromesso storico ha stretto attorno al movimento. In una prima fase – secondo uno schema ripetutosi innumerevoli volte – gruppi di militanti, interni al movimento, compiono il cosiddetto «salto» dalla violenza endemica alla lotta armata, concependo però questa scelta e le sue pesanti obbligazioni come «articolazione» delle lotte, come creazione di una specie di «struttura di servizio». Ma una forma d’organizzazione specificamente finalizzata all’azione armata si rivela strutturalmente disomogenea con le pratiche del movimento, non può che separarsene in tempi più o meno brevi. Avviene pertanto che le numerose sigle di «organizzazioni combattenti» nate tra il ’77 e il ’78 finiscono per ricalcare il modello, inizialmente avversato, delle Br, o addirittura per confluire in esse. I guerriglieri storici, le Br, proprio in quanto detentori di una «guerra contro lo stato» completamente sganciata dalle dinamiche di movimento, finiscono per ampliarsi «parassitariamente» sulle sconfitte della lotta di massa.
In particolare a Roma, alla fine del ’77, si realizza un reclutamento di grandi proporzioni delle Br fra le fila di un movimento in crisi. L’autonomia, nel corso di quell’anno, aveva toccato con mano tutti i propri gravi limiti, opponendo al militarismo di stato un’iterativa radicalizzazione dello scontro di piazza, che non permetteva di consolidare, ma anzi disperdeva le potenzialità del movimento. La stretta repressiva e gli errori dell’autonomia a Roma e in qualche altra città hanno spianato la strada alle Br. Quest’ultima organizzazione, che aveva criticato con asprezza le lotte del ’77, si è ritrovata, paradossalmente, a raccoglierne frutti cospicui in termini di rafforzamento organizzativo.
16 – La sconfitta del movimento del 1977 inizia col rapimento e l’uccisione di Aldo Moro.
Le Br, in modo analogo seppur tragicamente parodistico a quanto aveva fatto la sinistra storica a metà degli anni ’70, perseguono un loro «sbocco politico» separato sulla pelle dell’antagonismo sociale.
La «cultura» delle Br – coi suoi tribunali, carceri, prigionieri, processi – e la loro pratica di «frazione armata» tutta interna all’autonomia del politico, sono giocate tanto contro i nuovi soggetti del conflitto quanto contro l’assetto istituzionale.
Con l’«operazione Moro» si rompe definitivamente l’unità del movimento, comincia una fase di crepuscolo e di deriva, caratterizzata dalla lotta frontale dell’autonomia contro il brigatismo, ma anche dal recedere dalla lotta politica di larghi settori proletari e giovanili. L’«emergenza», di cui stato e Pci battono la grancassa, mena colpi al buio, e anzi sceglie ciò che è emerso e pubblico e «sovversivo» come testa di turco su cui esercitare in prima istanza la propria distruttività. Autonomia si trova cosi sottoposta a un violentissimo attacco che punta anzitutto a fare terra bruciata nelle grandi fabbriche del nord. Così i «collettivi autonomi» di fabbrica sono senz’altro accusati di probabile filo-terrorismo da parte del sindacato e del Pci, sospettati, denunciati, schedati. E quando, proprio nel giorni del sequestro Moro, autonomia lancia la lotta contro i sabati lavorativi all’Alfa Romeo, la risposta della sinistra storica è una risposta «antiterroristica», militaresca, demonizzante. Comincia così il processo d’espulsione dalle fabbriche della nuova generazione di avanguardie di lotta – processo che culminerà col licenziamento dei 61 Fiat nell’autunno ’79.
17 – Dopo Moro, sullo scenario desolato di una società civile militarizzata, stato e Br si scontrano con logica speculare.
Le Br percorrono rapidamente quella parabola irreversibile che porta la lotta armata a divenire «terrorismo» in senso proprio: iniziano le campagne di annientamento. Carabinieri, giudici, magistrati, dirigenti d’azienda, sindacalisti vengono uccisi ormai solo per la loro «funzione» – come in seguito spiegheranno i «pentiti». I rastrellamenti contro autonomia, nel ’79, hanno peraltro eliminato l’unico tessuto connettivo politico del movimento in grado di contrastare efficacemente la logica terroristica. Così, fra il ’79 e l’81, le Br possono per la prima volta reclutare militanti non solo nelle «organizzazioni combattenti» minori, ma direttamente tra giovani e giovanissimi appena politicizzati, il cui scontento e rabbia sono ormai privi di qualsiasi mediazione politica e programmatica.
18 – I pentiti, come fenomeno di massa, sono l’altra faccia del terrorismo, ugualmente militaresca, ugualmente orrida.
Il pentitismo è la variante estrema del terrorismo, il suo pavloviano «riflesso condizionato», la testimonianza ultima della sua totale estraneità e astrattezza rispetto al tessuto di movimento. L’incompatibilità tra nuovo soggetto sociale e lotta armata si manifesta in modo distorto e terribile nel verbali mercanteggiati.
Il pentitismo è «logica d’annientamento» giudiziaria, vendetta indiscriminata, celebrazione dell’assenza di memoria storica proprio mentre si fa funzionare in modo perverso e manovrato una «memoria» individuale. I pentiti dicono il falso anche quando dicono la «verità», giacché unificano ciò che è diviso, aboliscono le motivazioni e il contesto, rievocano gli effetti senza le cause, stabiliscono nessi presunti, interpretano con gli occhi dei vari «teoremi».
Il pentitismo è terrorismo introiettato nelle istituzioni. Non si dà post-terrorismo senza un parallelo superamento della cultura del pentimento.
19 – La sconfitta secca e definitiva delle organizzazioni politiche di movimento, alla fine degli anni ’70, non ha coinciso nemmeno in parte con una sconfitta del nuovo soggetto politico e produttivo, che nel ’77 ha fatto la sua “prova generate”.
Questo soggetto ha compiuto una lunga marcia nei luoghi di lavoro, nell’organizzazione del sapere sociale, nell’«economia alternativa», negli enti locali, negli apparati amministrativi. Si è diffuso procedendo rasoterra, rifuggendo lo scontro politico diretto, destreggiandosi tra ghetto e trattativa, fra separatezza e cogestione. Seppur compresso e sovente costretto alla passività, costituisce oggi più di ieri il nodo irrisolto della crisi italiana.
La riarticolazione della giornata lavorativa e la pressione sulla spesa pubblica, le questioni della tutela dell’ambiente e della scelta fra le tecnologie, la crisi del sistema dei partiti e il problema di una nuova pattuizione costituzionale: dietro tutto ciò, e non solo nelle pieghe del Rapporto Censis, vive intatta la densità di un soggetto di massa con le sue esigenze di salario, di libertà, di pace.
20 – Dopo il compromesso storico e dopo il terrorismo, si tratta di nuovo, esattamente come nel ’77, di aprire spazi di mediazione, che consentano ai movimenti di esprimersi e crescere.
Lotta e mediazione politica. Lotta e trattativa con le istituzioni. Questa prospettiva – da noi come in Germania – è resa possibile e necessaria non dalla timidezza e dall’arretratezza del conflitto sociale, ma, al contrario, dall’estrema maturità del suoi contenuti.
Contro il militarismo statale e contro ogni riproposizione della «lotta armata», (di cui non c’è una versione «buona», alternativa al terzinternazionalismo brigatista, ma nel suo insieme, come tale, risulta incongrua e nemica ai nuovi movimenti) bisogna riprendere e sviluppare il filo del ’77. Una potenza produttiva, collettiva e individuale, che si colloca contro e oltre il lavoro salariato, e con cui lo stato deve fare i conti anche in termini amministrativi ed econometrici, può essere, al tempo stesso, separata, antagonista e capace di mediazione.
(2 – fine)