(risposta a Lc e Pdup) Una tesi accomuna Lotta continua e il Pdup nella condanna dell’estremismo: gli «autonomi» sono politicamente «sprovveduti», l’estremismo si riproduce «nonostante la debolezza» sconcertante della linea politica. Le conclusioni dell’articolo di Lc vengono tratte sulla base di una sorta di identikit teorico degli estremisti facendoli passare (questa forse è la difesa cui ammicca Lc) per «deboli di mente». In sintesi secondo Lc esistono due tendenze: una moralistico-religiosa-romantica, vedi Br, l’altra cinico-strumentalista secondo le versioni scolastiche di Machiavelli; in questo senso «militaristi» e «libertari giovanilisti», dalle femministe ai Nap, tendono a formare sì organizzazioni diverse ma derivano, sul piano teorico, da una di queste tendenze o da un insieme di entrambe. Miniati, per il Pdup, neppure, s’avventura nel ginepraio e se la sbriga con «sprovveduti». È noioso rispondere a questa accozzaglia di stupidità politica legata indissolubilmente a vizi demagogici che tendono ad annullare persino i fatti più noti. Se qualche risposta va data è solo perché questo approccio «teorico» (si fa per dire) alla questione mira palesemente a due scopi: primo, evitare il dibattito buttandolo in caricatura, irridendo le componenti (alcune soltanto e le più vecchie e note) confluite nell’organizzazione autonoma e tuttora esistenti con fisionomia propria; così si prendono i classici due piccioni: fingere di difendere o di giustificare l’inafferrabile «fenomeno sociale» e denunciare il corrispondente sbocco politico. L’avvocato difensore diventa Pubblico Ministero senza neppure cambiare vestito. Secondo scopo: tenere in «comoda» posizione di ignoranza i militanti più giovani entrati nel movimento negli ultimi tempi e che, senza colpa alcuna, ignorano il già lungo travaglio e percorso teorico compiuto dalla nuova sinistra. Non abbiamo bisogno, su questo piano, di dilungarci troppo. Se a qualcuno resta un miserabile margine di onestà intellettuale sa che liquidare le Brigate rosse (anche se la difesa della linea politica di questa organizzazione non ci compete perché non la condividiamo) con «tensioni romantiche e religiose» è addirittura grottesco. Anche un lettore del «Corriere d’Informazione» ormai può, partendo dalla figura più famosa, Curcio, andarsi a documentare sul percorso teorico che ha portato a Br la componente marx-leninista più dignitosa in Italia, passando attraverso il vaglio di esperienze come «università negativa», «lavoro politico», «collettivo politico metropolitano», «sinistra proletaria». Eguagliare Potere operaio a una sbiadita riedizione scolastica di Machiavelli è un modo di giudicare che, francamente, non è facile supporre neppure sulle labbra di Natta (che Fanfani abbia fatto già scuola anche nella estrema sinistra?). Ridurre l’elaborazione del Gruppo Gramsci a opportunismo filo-sindacale dissoltosi poi con un «apparente paradosso», in un «autonomismo filo-militarista… e in un festante giovanilismo libertario», appartiene alla noiosa attitudine che tanto irritava Marx di «appiccicare nozioni» senza nessuna seria analisi. Lotta continua stessa si contraddice perché, guarda caso, fra tante tesi sulla crisi contro cui scontrarsi proprio nei materiali preparatori del congresso aveva scelto come «significative» quelle di Potere operaio e del Gramsci (saremmo felici di poterle leggere!). D’altra parte da Operai e capitale a Crisi e organizzazione operaia l’elaborazione «operaista» non ha ricevuto nessuna contro-argomentazione seria. Per quanto riguarda il Gramsci le tesi sulla crisi e sull’organizzazione, le analisi di fase politica, il nesso stabilito tra lotta di classe e liberazione sono ancora tra le poche cose dignitose che la nuova sinistra ha elaborato. Quindi: o questo dibattito lo si apre, e lo si fa seriamente, oppure gli attacchi assurdi dimostrano solo l’inconsistenza teorica di chi li porta e, molto peggio, dimostrano una consolidata pratica, bassamente calmieratrice che imita, al peggio, i politicanti borghesi più squallidi. Passiamo ora alle cose più importanti, quelle che toccano la pratica politica. L’analisi dell’estremismo fatta da Lc si riduce in sintesi a questo: a) l’estremismo è, prima che fenomeno politico, un fenomeno sociale, come tale esso nasce dalla ribellione immediata, unilaterale e al tempo stesso totale all’organizzazione capitalistica; b) l’estremismo non si riduce alla linea politica ma è un portato della «concezione del mondo» che nasce in questa ribellione sociale «totale» all’organizzazione capitalistica; e) se l’organizzazione attenua il collegamento organico dalla vita sociale, la politica torna a farsi attività separata e a contrapporsi alle spinte nuove che emergono dal movimento. Queste spinte cercheranno quindi altre espressioni di sé in organizzazioni che teorizzano la ribellione in quanto tale senza saperla trasformare in politica rivoluzionaria. La tesi del Manifesto è molto più schematica e si riduce a questo: la strada è tortuosa (quella della rivoluzione), il movimento è in riflusso, l’analisi «scientifica» ci dice che però la situazione non è disperata. Altri invece si disperano e cercano con la fuga in avanti di testimoniare la presenza rivoluzionaria. Tutto ciò è dannoso ma è anche causato dall’insufficiente linea di demarcazione che si riscontra a volte fra comportamento della sinistra riformista e responsabili del sistema, oppure è causato da insufficiente tensione ideale e «democratica» nella vita delle organizzazioni. Prima cosa da notare, né l’una né l’altra tesi entrano nel merito della discussione a proposito della linea politica degli estremisti. Il risultato che si vuole conseguire: la dimostrazione che gli estremisti organizzati sono una inutile scoria politica, viene presupposto, affermando cioè che l’estremismo è un prodotto sociale e politico prima che organizzativo. Della linea politica, quindi, si può non discutere, perché la ragione del suo affermarsi non risiede in essa ma nella società e nel movimento politico. Sarebbe come dire: dato che la ribellione trova la sua origine nelle condizioni sociali del proletariato e non nel marxismo, il marxismo è talmente irrilevante che non vale la pena discuterne. Vogliamo dire che proprio ciò che deve dimostrare: il fatto che tra estremismo come fenomeno sociale ed estremismo politico organizzato esista un nesso soltanto casuale o comunque riduttivo, proprio questo Lotta continua non lo dimostra. Il Pdup si attesta invece sull’invenzione delle tesi politiche attribuite all’avversario: «chi è convinto che nella fabbrica, nella scuola, nel quartiere, la partita sia ormai chiusa» (sic!) e, improvvisando una «psicologia della sconfitta», cerca di motivare l’estremismo con la «sfiducia» nella lotta di massa maturata in questa fase di relativo riflusso. È persino patetica l’onnipotenza infantile di Miniati che crede davvero che tutti condividano le sue analisi! Su questo torneremo poi. Veniamo adesso, dopo averne criticato il «sotterfugio» fondamentale, alle «analisi» di Lotta continua. L’estremismo, originato da una ribellione sociale immediata e totale all’organizzazione capitalistica, viene poi ridotto alla contraddizione maoista tra vecchio e nuovo. È chiaro il tentativo: primo, diluire l’estremismo in una definizione del fenomeno a livello sociale in modo da farne cogliere, in sostanza, semplicemente il dato di ribellione proletaria alla Gasparazzo; secondo, collocare questa ansia di ribellione in una dimensione che va al di là delle determinazioni di classe: il vecchio e il nuovo. È evidente la sciocchezza: l’«estremismo», in quanto tale, è un fenomeno politico, le «ragioni sociali» della sua esistenza sono individuate anche da Lotta continua, seppur confusamente, e sono quelle stesse che, al livello del comportamento immediato, spiegano il rifiuto, l’estraneità al lavoro, l’estraneità all’insieme dell’organizzazione sociale della produzione e della riproduzione capitalistica. L’estremismo è la veste politica del frutto (non «eterno» – compagni di Lc – e neanche eterno rispetto all’esistenza del proletariato) di una composizione di classe determinata (l’operaio appendice della macchina, l’operaio comune, l’operaio che guarda e regola, posto prima «accanto» al processo produttivo, e il proletario diffusosi ormai su tutto l’arco sociale, l’essere reale cioè della previsione marxiana). In quanto veste «politica» esso è «idealmente» e lo è parzialmente nella pratica, la connessione di questi elementi di attacco anticapitalistico organizzati nelle loro espressioni di avanguardia. Da questo punto di vista però l’estremismo non è più il nuovo contro il vecchio, non è un generico «fenomeno sociale», ma è un programma politico e di organizzazione il cui riferimento è la pratica di lotta rivoluzionaria proletaria esistente. Più semplicemente; le origini sociali dell’estremismo individuate da Lc sono in realtà le origini «sociali» della lotta di classe rivoluzionaria, e non le «origini» del «nuovo»; l’estremismo è non solo parola ma fatto politico organizzato che a queste origini si richiama e che da esse trae alimento, esso si pone quindi non come «nuovo», ma come l’essere rivoluzionario della classe in opposizione al suo essere riformista. L’indiretta conferma di tutto ciò è data da Lc stessa che per addurre le «ragioni sociali» dell’estremismo non fa che riprendere le «ragioni sociali» della rivoluzione; «bisogni presenti nella classe operaia nella ribellione al dispotismo sotto padrone, nella contrapposizione alla vecchia politica revisionista…». «Ragioni sociali» che non siano queste sono in realtà le opposte «ragioni sociali» che spiegano la presenza riformista e, oggi, quella dei gruppi. In realtà quindi questo dibattito sull’estremismo è condotto per ora a colpi di frasi vaghe e sbagliate. D’altra parte cosa attendersi da chi scivola sempre di più verso l’opportunismo? Per rimanere alla sola linea politica e in maniera «ultraschematica» (rimandiamo alle nostre pubblicazioni e ai nostri documenti i compagni di Lc e del Pdup) ricordiamo alcuni tratti della riflessione dell’autonomia: a) – il carattere strutturale della crisi e, insieme, il suo carattere di novità storica rispetto alle crisi precedenti dell’intero assetto capitalistico è, fondato nella composizione di classe, il ribaltamento dei rapporti di forza tra operai, proletari e capitale; b) – questo carattere della crisi, fondato nella composizione di classe più compiutamente estranea al lavoro, chiede, dal rifiuto del lavoro all’appropriazione, dalla crescente risposta al terrorismo delle multinazionali e dei loro Stati, il comunismo come programma politico; c) – il carattere della fase storica si esprime nella crisi ed esige quindi un livello d’organizzazione che si ponga direttamente sul terreno della «costruzione del comunismo»; il che significa il compiuto ribaltamento della tattica e dell’organizzazione leninista: dalla forza operaia alle contraddizioni intercapitalistiche, e non viceversa; l’unità di classe come sviluppo delle sue contraddizioni interne e non la politica delle alleanze; l’organizzazione come proiezione del potere operaio non come condizione esterna di questo potere; il programma come rovesciamento del «modo dell’attività» non come «sviluppo»; infine l’unità oggi data tra scopo della lotta di classe e liberazione dell’individuo sociale totalmente sviluppato; d) – l’inevitabilità, nei paesi capitalisticamente sviluppati, dell’assunzione dei compiti di produzione e ordine da parte del movimento operaio riformista poiché l’unica classe capace di dare forza sufficiente alla macchina capitalistica è comunque, data la composizione, quella proletaria non ancora sviluppata a classe per sé, a classe che autodetermina le condizioni della sua realizzazione (cioè della sua negazione); e) – è a partire da questa comprensione del movimento nei suoi caratteri strategici che oggi articoliamo la nostra proposta sulle 35 ore e il salario garantito, sull’attacco alla produzione, sull’appropriazione, sull’attacco ai riformisti come gestori della crisi e della repressione in prima persona. Come rispondono a queste tesi, non ovviamente nella forma schematica prima utilizzata, i neo-riformisti della triplice? Finora abbiamo solo sentito vaneggiamenti da «tutti a casa»: la crisi è prolungata (scientifica la definizione!) ma l’organizzazione non può porsi il compito immediato della rivoluzione proletaria bensì lavorare o a battere il golpe vero… o abbattere il golpe strisciante di un blocco reazionario con la DC alla testa… o a lottare contro la normalizzazione… o a esultare e a prepararsi a nuovi compiti nel caso che si verifichino «i profondi cambiamenti» che introdurrebbe la vittoria delle sinistre… Il tutto condito da iniziative di referendum portate avanti con meno coraggio di quanto non dimostrino i radicali. Controprova? Atteggiamento balbettante sulle 35 ore, condanna di ogni episodio di attacco alla produzione, condanna o silenzio sull’appropriazione, ecc. ecc. Il Pdup poi, canta la stessa canzone, solo in termini istituzionali (sindacati, partiti di sinistra, parlamento, enti locali), quindi siamo al peggio. Che dire? Che prima del processo all’estremismo questi signori capiscano che non si può lavorare su trenta «ipotesi» o previsioni perché trenta «ipotesi» chiedono trenta diverse soluzioni tattiche. Che i caratteri generali della fase storica non si definiscono con qualche vago aggettivo e che, comunque, una organizzazione comunista non nasce dentro una determinata composizione di classe e una «crisi storica» per evolversi in un imprevedibile futuro, in organizzazione che è funzione del potere operaio per il comunismo. Se oggi, e per tutta la durata prevedibile della crisi come fa capire Lc il programma comunista non è maturo, l’organizzazione che si costruisce solo in modo idealistico può essere domani adatta ai compiti propriamente rivoluzionari? Logico sarebbe allora stare a casa e aspettare che maturino le nespole. Infine, a proposito di linea di massa, cosa ci dicono lorsignori sulle 35 ore, il salario garantito e le forme di lotta per conquistare questi livelli essenziali a una risposta di classe alla crisi e alle sue dimensioni?
Jacopo Fo, Se ti muovi ti stato!, Edizioni Ottaviano, Milano 1975
L’idea di fare un libro che, mediante l’uso del fumetto e dei documenti tratti dalla stampa quotidiana, raccolga, attraverso l’informazione e l’analisi di fatti esemplari del periodo recente, una sintesi delle direttive di azione del potere repressivo e cioè dello stato di classe in tutte le sue articolazioni, mi sembra veramente ottima. Al di là dell’uso di uno strumento validissimo di diffusione di massa delle idee che puo in parte contrastare lo strapotere della Tv e della stampa padronale, mi sembra utilissimo fornire al movimento l’analisi di un quadro complessivo della repressione che ha tentato un salto di qualità rispetto alla strategia della tensione, della strage di stato, degli opposti estremismi…
AA.VV., Criminalizzazione della lotta di classe, Bertani editore, Verona 1975
[…] Vanno… salgono sulla loro macchina… vanno verso il luogo fissato dell’appuntamento. Lì parcheggiano l’automobile, scendono e si mettono a passeggiare; poco dopo sul luogo fissato dell’appuntamento, che era vicino al cinema «Vox» (!), poco dopo vedono il pulmino parcheggiato più in là e Osvaldo che aspetta. Salgono sul pulmino con Osvaldo e si dirigono verso Segrate. Il… il… luogo dove si dirigevano non era loro noto, ma era noto sin dal sabato precedente l’obbiettivo. Cioè l’obbiettivo della serata. Infatti ne discussero con lui sabato stesso in presenza di altri compagni. A loro quindi era noto cosa andavano a fare, ma non dove andavano a farlo. Nella serata di sabato avevano espresso, insieme agli altri, la propria opinione circa il tipo di obbiettivo che dovevano mettere in atto, ma Osvaldo era stato in grado di imporre lo stesso, comunque, la cosa. Quella sera si trattava di una opposizione di tipo psicologico, ed in parte anche politico; infatti accusa i due di mancanza di coraggio e di cattiva volontà. Il giorno precedente il 13, li mandò infatti in giro intorno Milano, verso, dalle parti, in direzione di Bergamo per ricercare dei tralicci, con il compito di localizzarli, misurarli, calcolarne le dimensioni, e per metterli insieme alla lista di possibili obbiettivi della giornata. I due infatti fecero tutto questo, andarono verso Bergamo, e individuarono un grossissimo traliccio di cui presero le misure. Si infangarono anche, solo che… Osvaldo poi disse che il traliccio era troppo distante da Milano, troppo lontano e che lui aveva già provveduto a questo. Sembra che volesse semplicemente mettere alla prova la… volontà di collaborare dei due amici. Loro di questo in fondo ne erano da un lato coscienti e dall’altro tendevano a dimostrare la loro volontà. […] (Dalla Requisitoria Definitiva nei Processi Feltrìnelli – Brigate rosse del Giudice Viola – Procura della Repubblica di Milano)
[…] Che si tratti di un’associazione di natura politica e segreta, costituita alfine di combattere dalla clandestinità, e con azioni violente, una lotta rivoluzionaria contro la società capitalistica e borghese, per farne esplodere le contraddizioni e giungere, utilizzando la lotta armata, alla disgregazione dello stato in cui detta società si impersona, lo dice l’abbondantissima produzione ideologica delle Br e lo confermano le singole azioni criminose poste in atto con un crescendo allarmante, ma anche con una rigida coerenza. Non è qui il caso di rifarsi alle origini del movimento, che comunque sono state esaminate e illustrate in un’altra istruttoria [v. la Requisitoria del Giudice Viola, n.d.r.], svolta a Milano, e della quale, in certo senso, questa rappresenta la continuazione temporale e logica. D’altronde sarà compito piuttosto del sociologo e dello storico l’identificazione dei contributi ideologici che i più preparati rappresentanti delle Br hanno tratto da dottrine politiche oramai secolari quali il marxismo o il sindacalismo rivoluzionario, o da altre più recenti esperienze, dalla rivoluzione cinese alle sommosse del ’68, dalla guerriglia urbana dei «Tupamaros» al terrorismo delle Baader-Meinhof. […] (Dalla Requisitoria sulle Brigate rosse del Giudice Caccia – Procura Generale della Repubblica di Torino)
Compagne, compagni, nelle lotte della Carlo Erba e Carlo Erba Strumentazione di questi mesi c’è il segno profondo della svolta decisiva che sta prendendo lo scontro tra le classi in Italia. Il bisogno di comunismo del proletario e la pratica del potere operaio si scontrano con la volontà feroce di parte capitalistica di schiacciare la classe operaia e proletaria, rubarle i frutti di anni di lotte, ributtarla – con l’attacco alle avanguardie rivoluzionarie, all’organizzazione autonoma, con la ristrutturazione, con i licenziamenti dirette e indiretti (giovani, donne ecc.) e con l’attacco al salario – nello sfruttamento degli anni più neri. Tutto questo è condizione per i padroni e per lo Stato per imporre un nuovo comando sulla classe operaia, sul proletariato; sono le condizioni per distruggere la nostra forza. Vi è poi un altro aspetto importante che è l’ideologia con cui si cerca continuamente di farci capire che sono giusti gli aumenti dei prezzi, la disoccupazione e che, se non sono giusti, sono giustificati, e che comunque bisogna stare buoni perché c’è la crisi e «dobbiamo salvare l’economia, la democrazia, le istituzioni democratiche». La democrazia ha voluto e vuol dire che i capitalisti comandano e si arricchiscono mentre per gli operai e i proletari significa obbedire, lavorare per loro ed essere sempre più sfruttati. «Salvare l’economia» per noi vuol dire continuare a vendere le nostre teste, le nostre braccia, la salute, la vita per tirarci fuori da vivere, mentre la ricchezza da noi prodotta ci viene estorta. Le «istituzioni democratiche» servono a garantire il regime sociale dello sfruttamento. La polizia, i corpi separati dello Stato servono a difendere le «istituzioni democratiche» mantenendo l’ordine pubblico e cioè, l’ordine dello sfruttamento, dei privilegi, delle ingiustizie. È a partire da questo dibattito, dalla verifica concreta nei reparti e più in generale, che si sviluppa la lotta, che prosegue durante e dopo il contratto. È a partire dalle esigenze concrete che la lotta pone giorno per giorno, che nasce e si sviluppa l’organizzazione autonoma degli operai che vedono nella pratica del potere l’unica possibilità di difendere le loro condizioni, la loro forza, unica garanzia per la prospettiva, in contrapposizione al potere padronale e alla linea delle organizzazioni sindacali e dei Consigli di fabbrica che svendono continuamente interessi, lotta, forza della classe operaia e proletaria tentando di far credere alla possibilità di uno sbocco positivo, per noi, all’interno di questo sistema. È questa nuova coscienza che porta i compagni e settori sempre più consistenti di operai a far diventare il reparto il luogo privilegialo del dibattito, delle decisioni politiche, dell’iniziativa, della lotta. Così partono i primi cortei serali contro lo straordinario di capi e dirigenti; si apre lo scontro con la direzione aziendale e con i lavoratori interessati contro il lavoro a domicilio, contro il decentramento produttivo (un altro modo per distruggere la forza), contro la scelta individuale di uscire dalla crisi, contro il ricatto alla lotta. Il dibattito prosegue su inflazione-salario e si comincia a lottare contro le categorie, non più viste in termini di chi è più bravo a lavorare, ma per chi non accetta di farsi sfruttare ed è contro i privilegi e le divisioni. Non si parla più di professionalità, di anni di anzianità, ma si chiede la riduzione drastica delle categorie per aumentare i salari soprattutto per chi prende meno ed è sempre stato discriminato dagli altri. Insieme a questo, il rifiuto ai trasferimenti interni che non siano stati decisi collettivamente dagli operai. Su questo punto è importante sottolineare l’iniziativa diretta delle compagne di alcuni uffici che in modo organizzato sono state le prime a opporsi agli spostamenti, e che oggi – in testa alle lotte – stanno discutendo e organizzandosi su tutta la loro condizione, di donne e di salariate. Su queste iniziative, la direzione, con in testa alcuni capi (Guarneri, Di Pietro e altri), comincia a farsi viva in difesa dello sfruttamento e del comando politico in fabbrica. La lotta per il contratto, vuota fin dall’inizio con gli operai estranei alla lotta (permessi, ferie, durante gli scioperi si gioca a carte), comincia a prendere senso e trova i compagni pronti, insieme a 250 operai circa, a rispondere al decretone del governo Dc con un blocco stradale. All’ufficio tecnico, reparto dello stabilimento, viene espulso il capo officina Daidone che evitava sempre gli scioperi e derideva gli operai incazzati per l’aumento del prezzo della benzina. Altre fermate autonome contro i capi vengono fatte anche in altri reparti. Viene spazzato via il tentativo da parte di alcuni capi (Salvi ed altri) di organizzare il crumiraggio. La lotta è politica, di questo è cosciente la parte più attiva della fabbrica. Non si tratta di «contratto» ma di potere. Al potere capitalista si contrappone il potere operaio; al comando capitalista si contrappone il comando, l’egemonia dell’organizzazione autonoma. Le manovre della direzione diventano sempre più chiare. Attaccare direttamente i compagni diventa l’obiettivo centrale. Cercare di far apparire «illegali» al resto della fabbrica i comportamenti autonomi degli operai fa parte di questo piano (criminalizzare l’autonomia). In questo senso il padrone utilizza i capi, delegati, «lavoratori» che si prestano a questo gioco. Poletti Piero denuncia più volte alla direzione lavoratori, compagni e compagne, per attività politica in fabbrica. Viene processato in assemblea e revocato da delegato da tutta l’assemblea. Difendere l’organizzazione e la forza è per noi importante. Anche più in generale lo scontro tra le classi si alza di livello. L’inflazione aumenta in modo vertiginoso, si chiariscono sempre di più i termini della crisi, la mancanza di prospettiva degli operai all’interno del sistema capitalista, le provocazioni padronali portano gli operai a decidere forme di lotta più dure. Il blocco delle merci: la partecipazione degli operai è attiva insieme alla volontà di scontro. Per la linea sindacale il blocco delle merci è la spallata per la firma del contratto. Per i compagni è un momento di organizzazione del potere decisionale degli operai, della loro forza, della loro capacità di imporsi sul comando gerarchico della fabbrica, sulle forze produttive per andare avanti. Questo non piace alla Ces che lascia spazio alle provocazioni e gli dà una copertura politica. È di nuovo Poletti che, insieme a Casetta Roberto (tecnico assunto da due mesi), decide premeditatamente di investire i compagni sul cancello della fabbrica con una Volvo targata MI E74423. La risposta è immediata. Cinquecento operai circa, capita la gravità della provocazione, decretano l’espulsione dalla fabbrica dei due provocatori (Poletti viene allontanato immediatamente da un corteo) e con essa cresce la coscienza della propria forza che si manifesta alcuni giorni dopo quando è Casetta a ripresentarsi in fabbrica chiamato dalla direzione. Lo sciopero è di nuovo autonomo e immediato. Impossessandosi dell’interfono viene esteso a tutta la fabbrica, e Casetta viene ricacciato fuori. Alcuni giorni prima era stata di nuovo la direzione a chiamare i carabinieri – zelanti e armati per difendere i padroni – per far portar fuori un pacchetto dalla fabbrica. La cellula del Pci esce con un cartello che sui fatti accaduti dice testualmente: «[…] ma se dura è la condanna contro questi due provocatori, ancor più dura deve essere la condanna contro chi all’interno della Ces opera una politica di divisione». In sostanza, se questi due devono essere allontanati, i compagni devono essere licenziati, perché essere in testa alle lotte per la cellula del Pci vuol dire dividere il movimento. Questi comportamenti del Pci e del Psi non sono nuovi e sono il frutto di una linea di cedimento e di organica collaborazione con la riorganizzazione padronale espressa nelle lotte di questi anni. L’iniziativa del sindacato provinciale e di zona – insieme al Pci e Psi di fabbrica – di far cambiare idea agli operai circa l’espulsione di questi due viene battuta di nuovo (il sindacato è costretto ad allinearsi), ed è di nuovo l’organizzazione autonoma a muoversi direttamente dal reparto per smascherare questo piano. Viene così riconfermata la decisione presa. Non c’è posto per provocatori e fascisti in fabbrica e nel territorio proletario. Lo scontro fra le due linee anche alcuni giorni prima – quando i compagni del magazzino generale e del Ces avevano portato in fabbrica e in mensa a mangiare (prezzo politico) i lavoratori della «Simind» che erano stati licenziati con manovre losche e che stavano presidiando il cantiere interno alla fabbrica – e poi ancora durante l’assemblea per l’approvazione del contratto. L’assemblea dicendo no all’accordo del contratto ha ribadito che in questa fase non vi sono possibilità di accordo con i padroni. Non esiste una soluzione di compromesso, ma solo potere contro potere, forza contro forza. Per noi quindi si tratta di smascherare e colpire dentro le fabbriche, nel territorio, nel paese, le forze del capitale e chi è contro la prospettiva di potere della classe operaia e proletaria, contro la sua emancipazione, contro il suo bisogno di comunismo. Su questa strada, lunga e difficile, andiamo avanti oggi con la consapevolezza che la forza che abbiamo, quella che costruiremo sono l’elemento centrale da difendere per garantirci la prospettiva di liberazione dalla schiavitù del lavoro salariato. Sulla questione del «decreto operaio» di espulsione di Poletti e Casetta, l’azienda ha giocato una pesante manovra intimidatoria, annunciando licenziamenti di avanguardie riconosciute, in gran parte del Comitato operaio comunista. Nonostante il pronunciamento contrario dei compagni interessati, il voto contrario di una cinquantina di operai e la volontà – riaffermata dalla stragrande maggioranza dell’assemblea – di non rimangiarsi il decreto (anche se parecchi operai hanno assunto una posizione elastica dichiarando esplicitamente che la ragione di questo è la volontà di tutelare a ogni costo e prima di tutto i sei compagni) – il sindacato ha raggiunto un accordo col padrone garantendo la «normalizzazione» delle tensione in fabbrica e il conseguente rientro (dopo il 15 luglio) dei due figuri antioperai. Vedremo come la prova di forza si svilupperà: il problema non è la giornata del 15, il «decreto o premio» resta valido e gli operai sapranno comunque imporre il rispetto.
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